Un disastro annunciato.
Di quelli che a Bruxelles e nei consigli d’amministrazione di Wolfsburg fingono di non aver mai previsto, ma che da almeno un decennio era più che prevedibile.
L’automotive europeo è con l’acqua alla gola. E la reazione dei nostri soloni dell’industria e della politica è un grottesco piangere miseria, invocando dazi protettivi e scaricano le colpe sul dragone cinese.
Per trent’anni, i costruttori del Vecchio Continente hanno delocalizzato all’ombra della Grande Muraglia per macinare profitti a colpi di manodopera a basso costo, convinti in una sorta di superba illusione neocoloniale che i cinesi si sarebbero accontentati in eterno di montare bulloni e copiare il nostro know-how.
Invece, Pechino studiava, imparava e si preparava a produrre auto belle ed efficieti come i maestri, ma ai loro costi.
Oggi che Pechino ha imparato la lezione e ci ha polverizzati sul terreno della tecnologia e dell’innovazione sull’auto elettrica, a Bruxelles si scoprono improvvisamente protezionisti.
Volano stracci. E crollano i conti correnti.
Il caso Volkswagen è l’emblema di questa catastrofe ideologica e gestionale.
Il gruppo che per decenni ha rappresentato l’orgoglio manifatturiero tedesco oggi valuta la chiusura di stabilimenti storici in patria, con centomila licenziamenti nei prossimi due, tre anni.
Ma anche altri marchi storici sono alla frutta, come Mercedes, che ha appena annunciato rischio di esuberi.
Un fatto mai accaduto prima.
D’altronde, le auto europee non vendono più in Europa, perché costano troppo, e non vendono più nemmeno in Cina, dove acquistano i loro marchi, più evoluti e a costi minori.
I modelli cinesi in Europa non sono soltanto a buon mercato, ma hanno linee europee e una meccanica semplice, che garantisce una buona affidabilità, nel caso del motore termico, mentre sono addirittura più evolute con le proposte elettriche.
Nel frattempo, c’è chi prova ad arrampicarsi sugli specchi salvandosi la pelle a spese dell’identità industriale.
È il caso di Stellantis che, con una mossa che puzza di resa incondizionata mascherata da operazione di mercato, ha stretto una joint-venture con la cinese Leapmotor, trasformando la propria capillare rete di concessionarie europee nel tappeto rosso su cui far sfilare i veicoli prodotti a Pechino.
Invece di combattere l’invasione, le si apre il portone di casa fornendo persino il servizio post-vendita.
Ma il vero punto di svolta che la politica europea finge di non capire è di natura tecnologica, perché la Cina non produce più soltanto auto, ma smartphone su ruote.
L’Europa ha continuato per anni a pensare all’automobile come a un prodigio di meccanica avanzata, fatta di pistoni, bielle e ingegneria di precisione.
Un bel giorno, la Commissione europea ha detto che bisognava acquistare auto elettriche, distruggendo il mercato europeo dell’auto a motore termico su cui eravamo leader mondiali e avevamo quasi un secolo di vantaggio industriale sulla Cina.
Pechino, forte di una visione industriale a lungo termine e di un controllo quasi monopolistico sulle materie prime, ha capito prima di tutti che il futuro apparteneva ai cosiddetti Software Defined Vehicles, cioè a quei veicoli elettrici guidati da algoritmi, batterie all’avanguardia e sistemi operativi digitali.
Per una questione di transizione ecologica e perché era un terreno dove l’Europa non aveva alcun vantaggio.
L’auto moderna non è più un mezzo di trasporto tradizionale, ma è un tablet gigante su quattro ruote.
E, in questo campo, la Cina gioca in casa perché ha investito in sviluppo e ricerca per almeno vent’anni, raggiungendo una tecnologia inimitabile, mentre noi compriamo la tecnologia digitale dagli Stati Uniti e le batterie da Pechino.
Così, per colpa della pigrizia dei grandi marchi e degli errori tragici della politica, siamo finiti in una morsa mortale: dipendenti dagli americani per il software e dai cinesi per la transizione ecologica.
IL BLUFF DEI DAZI E LA TRAPPOLA DELLE TERRE RARE
La risposta della Commissione Europea, in gran parte colpevole di questo disastro industriale ed economica, è la solita scorciatoia burocratica: imporre dazi doganali sulle auto elettriche e plug-in importate dalla Cina. Ma si tratta di una misura che rischia di rivelarsi una clamorosa zappa sui piedi per tre ragioni chiarissime.
La prima è che la delocalizzazione cinese è già realtà.
I colossi dell’ex Impero Celeste non si sono fatti trovare impreparati. BYD sta già completando la sua maxi-fabbrica in Ungheria, mentre Geely stringe accordi strategici per produrre in Spagna, quindi, una volta assemblate entro i confini comunitari, quelle vetture saranno a tutti gli effetti “made in EU”, rendendo i dazi meno utili della carta igienica.
In secondo luogo, c’è il pericolo di ritorsioni sulle materie prime.
Davvero Bruxelles pensa di poter fare la voce grossa con chi detiene il monopolio della raffinazione del litio e l’estrazione delle terre rare? È come sparare a zero sull’unica banca che possa darti il mutuo per comprare la casa.
Se Pechino chiudesse i rubinetti degli approvvigionamenti, l’intera industria ecologica europea rimarrebbe al buio nel giro di una settimana.
Infine, il pericolo dei costi sui consumatori finali, perché i dazi non faranno altro che alzare i prezzi finali delle auto per i cittadini europei, rendendo la tanto strombazzata “transizione verde” un lusso accessibile solo a pochi facoltosi.
Già oggi, l’Italia è il Paese con il parco auto più vecchio d’Europa perché gli stipendi hanno perso parecchio potere d’acquisto, le famiglie non arrivano alla terza settimana del mese, perciò, l’idea di acquistare un’auto nuova resta sul livello di sognare la villa con piscina o la casa a Capri.
L’INDUSTRIA EUROPEA STA MORENDO PER MANCANZA DI VISIONE POLITICA
Siamo di fronte al funerale dell’ipocrisia comunitaria. Il fallimento dell’Europa è tanto evidente quanto drammatico.
Per anni i burocrati europei hanno dettato scadenze ideologiche, come il bando dei motori termici entro il 2035, senza mai preoccuparsi di costruire una filiera industriale autonoma e solida a supporto di questo ribaltamento epocale.
E, ancora peggio, senza domandarsi con quali risorse e a quale ritmo i cittadini europei avrebbero potuto sostituire le loro auto, dimostrando un totale scollegamento con il mondo reale e la quotidianità della maggioranza degli europei, che non sono certo tutti soci del club del golf.
Per colpa di tale incompetenza politica, abbiamo consegnato le chiavi del nostro futuro industriale a potenze straniere e ora cerchiamo di fermare un uragano alzando un ombrello.
D’altra parte, quelli che cercano di porre rimedio al disastro sono gli stessi che l’hanno causato.
L’Europa non si salva erigendo muri commerciali tardivi e ridicoli per proteggere l’incompetenza dei propri vertici industriali e politici.
L’unica via d’uscita sarebbe stata un piano d’investimenti imponente sulla sovranità tecnologica ed energetica, ma gli anni d’oro sono stati sprecati a inseguire dividendi finanziari a breve termine e ora sono sprecati a inseguire riarmi, guerre per la pace e altre aberranti fesserie che credevamo possibili solo nei mondi distopici di romanzi come 1984 di Orwell.
Purtroppo, in quel mondo ci siamo finiti per davvero.
Altra via d’uscita sarebbe posticipare di almeno vent’anni la fine del motore termico e l’introduzione di tutta quella serie di componenti elettronici che aumentano sia costi dei prodotti sia la forbice tra prodotto europeo e cinese.
Infatti, se la manodopera cinese costa meno e la Cina può contare su materie prime e componentistica a costi enormemente minori rispetto ai competitor europei, è impensabile combattere le industrie cinesi richiedendo alle auto in commercio di essere sempre più tecnologiche, in tempi troppo brevi.
Perché, se è vero che parte della colpa è delle industrie, la politica dovrebbe capire che i cittadini comprano e pagano le imposte solo se hanno un lavoro. Se saranno costretti a emigrare in America o in Asia per vivere, accusare i vertici industriali sarà la consolazione degli stolti.
Sembra quasi che la Commissione europea lavori per favorire le industrie cinesi e lo sviluppo economico di Pechino.
Comunque sia, benvenuti nel nuovo ordine mondiale, dove siamo passati da essere produttori delle migliori auto al mondo a semplici clienti di chi, fino a ieri, guardavamo dall’alto in basso e che oggi ci mostra l’espressione divertita di chi ha appena dato scacco matto a un ragazzino ingenuo.

