Spesso, quando si parla di geopolitica e relazioni internazionali, a farla da padrone sono i grandi temi quali l’economia, la guerra, il controllo di risorse e del territorio.
Tuttavia, anche un caso di omicidio può generare uno scontro, un dibattito, un attrito istituzionale tra due paesi con diversi punti di vista, come sta accadendo per le indagini in corso per la morte del trentacinquenne Michele Noschese, alias DJ Godzi.
L’ANTEFATTO: CHI ERA DJ GODZI?
Noschese era un ragazzo di 35 anni, noto nel mondo della musica col nome d’arte DJ Godzi, nato a Napoli e trasferitosi circa dieci anni fa a Roca Llisa, Ibiza; si è fatto un nome come DJ sulla scena musicale dell’isola, nota universalmente per la sua movida e le sue discoteche, venendo apprezzato per le sue capacità.
La sua morte è avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2025, proprio a Roca Llisa, nel suo alloggio. La Guardia Civil sarebbe intervenuta in quanto avrebbe ricevuto segnalazione di schiamazzi e rumori molesti nel complesso residenziale, e Noschese sarebbe morto proprio nel contesto del loro intervento sul posto.
LA VERSIONE DELLA GUARDIA CIVIL
Secondo la versione delle forze di polizia spagnole, queste avrebbero trovato DJ Godzi in forte stato di alterazione psico-fisica, causato dall’assunzione di sostanze stupefacenti, e sarebbe arrivato a minacciare ed aggredire un vicino con un coltello, tesi riportata da alcuni testimoni spagnoli ai media locali, portando quindi alla segnalazione. Con un intervento sul posto, la Guardia Civil avrebbe tentato di immobilizzare il giovane.
Secondo la tesi attualmente avvalorata dalle forze di polizia spagnole, il giovane avrebbe avuto un arresto cardiaco durante la colluttazione, portando ad un decesso e dunque escludendo l’uso di violenza diretta. Il motivo dell’arresto cardiaco accusato dal ragazzo sarebbe, secondo alcune fonti, da riconoscere all’assunzione di stupefacenti di cui è stato più volte accusato da parte della Guardia Civil.
LA VERSIONE DELLA PROCURA DI ROMA
La Procura di Roma, competente per reati commessi ai danni dei cittadini italiani all’estero, ha effettuato indipendentemente dalla Guardia Civil le sue indagini sulla vicenda, richiedendo il sequestro della salma ed effettuando le dovute verifiche e autopsie per confermare le effettive cause del decesso.
Ed è durante l’autopsia svolta in Italia che vengono riscontrati degli elementi che evidenziano ulteriormente l’ambiguità della Guardia Civil spagnola, la cui tesi era già poco avvalorata.
Secondo le perizie svolte e richieste dalla famiglia, Noschese avrebbe riportato fratture a sette costole e alla clavicola, oltre ad aver evidenziato un politraumatismo diffuso, facendo pensare ad una colluttazione ben più violenta rispetto a quella descritta dalla polizia spagnola.
Inoltre, sono da considerare le testimonianze degli amici di DJ Godzi, presenti sulla scena nel momento in cui è accaduto il fatto. Secondo le loro testimonianze, infatti, non ci sarebbe stata alcuna minaccia, sia essa fisica o mentale, nei confronti dei vicini, e inoltre Noschese sarebbe stato ammanettato a pancia in giù sul pavimento con una forte pressione fisica attuata su di lui dagli agenti.
LE CONSEGUENZE DIPLOMATICHE DI UN CASO DI OMICIDIO
Nonostante le lacune evidenti della tesi della Guardia Civil, e i riscontri invece pervenuti in Italia, non è scopo della presente analisi definire quale delle due interpretazioni dei fatti sia la più realistica, o addirittura se c’è stato un effettivo omicidio volontario perpetrato nei confronti di DJ Godzi.
Tuttavia, è imperativo evidenziare come non siano solo i grandi temi della geopolitica a causare possibili attriti tra stati e attori del sistema internazionale, ma anche vicende che agli occhi dei molti potrebbero risultare “irrilevanti” ai fini degli equilibri del mondo presente.
Nel contesto della vicenda, infatti, c’è un vero e proprio scontro istituzionale aperto tra Italia e Spagna, in quanto entrambe avrebbero interpretato i fatti in maniera contradditoria rispetto all’altro.
I media spagnoli avrebbero amplificato una narrativa più “scandalistica”, evidenziato una possibile alterazione psico-fisica causata da droghe pesanti e minacce nei confronti di altre persone del complesso residenziale; in Italia, invece, quella ad essere stata amplificata è la narrativa dell’indignazione, a causa dell’ambiguità delle dichiarazioni della Guardia Civil, delle evidenze emerse in fase di perizia sul cadavere e delle dichiarazioni dei testimoni.
Inconsapevolmente, quello che all’inizio era un caso di cronaca nera isolato, è divenuto un catalizzatore di tensione politica tra spagnoli e italiani.
Oltre al contrasto tra le due inchieste, che sembrano andare in due direzioni totalmente differenti, c’è in gioco l’immagine stessa delle forze dell’ordine spagnole, le quali vengono tutelate e difese dalle amministrazioni locali di Ibiza evidenziando il contesto di forte stress in cui queste operano.
Infine, c’è un netto contrasto tra l’opinione pubblica italiana, indignata per i fatti accaduti e fortemente contro l’operato della Guardia Civil, e il tentativo del Ministero degli Esteri italiano di mantenere aperto il dialogo con il governo spagnolo, richiedendo collaborazione durante le indagini nel contesto della cooperazione giudiziaria europea riconosciuta dall’agenzia Eurojust, ricevendo tuttavia una forte rigidità come risposta da Madrid, incentrata sulla tutela dell’operato delle sue forze di polizia.
È evidente che questo caso ha portato a galla un evidente attrito, una dissonanza tra le intenzioni di due stati che cercano di tutelare interessi differenti, seppur facenti parte tra l’altro entrambi dell’Unione Europea e di un sistema di giustizia internazionale finalizzato alla cooperazione tra stati.
Gli attriti evidenziati non influenzano solamente il rapporto tra stati, ma anche la percezione dell’opinione pubblica, delle persone che vivono la loro quotidianità, andando a toccare tematiche di soft power, portando uno stato, una proiezione dello stesso (come le forze dell’ordine spagnole, in questo caso) o un territorio specifico (come Ibiza) a perdere di credibilità e affidabilità.
Questi fattori non sono certamente sufficienti a generare un tale conflitto diplomatico da spezzare una partnership pluridecennale, ma dopotutto, nella storia è la somma a fare il totale, e bisogna fare attenzione anche agli elementi che nelle grandi dinamiche geopolitiche possono passare inosservati. Anche la morte di un DJ potrebbe, in futuro, divenire causa di attrito e di conflitto.


Con la Spagna non ci intendiamo da un po’. E da ieri ancora meno. Dopo lo sbarco di, sembra, 42 000 cittadini marocchini che sono sbarcati in Spagna indisturbatamente. Ricorda un po’ quello che è successo con gli albanesi in Puglia qualche decennio fa. Li, l’Albania si era privata di 12.000 detenuti facendoli sbarcare in un colpo solo e a sorpresa ma con giustificati motivi, per l’Albania, appunto, sulle coste italiane.
In questo caso sembra che non ci sia niente di casuale. Ben felici di aver conquistato un posto nel suolo europeo, spinti anche dall’amnistia di Sanchez effettuata per 500.000 clandestini. Una dichiarazione evidente di incapacità gestionale da parte del premier spagnolo che non ha trovato di meglio che regolarizzare l’incontrollabile flusso di immigrati clandestini. Quello che succede in un paese dell’Europa ha riflessi inevitabili in tutta Europa specialmente se quella nazione rappresenta una parte dei confini dell’Europa stessa come nel caso della Spagna rispetto al Marocco.
In Marocco non ci sono guerre ne carestie e il paese è considerato dall’Italia e dall’Unione Europea come un paese sicuro. Giusto sospendere Schengen ma è anche impellente ragionare su politiche europee concrete, sicure, praticabili, e immediatamente applicabili.
Il colabrodo Europa ringrazia. Scusate ho sbagliato: i 42 000 ex cittadini del Marocco Ed ora europei, perché è facilmente immaginabile che Sanchez ne aggiunga altri al suo carnet dei cinquecentomila marocchini integrati già perfettamente come cittadini spagnoli…
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