Ci risiamo.
Nel magico mondo del catechismo atlantista, dove la realtà viene costantemente corretta e riscritta come in 1984 di Orwell, per non disturbare i dogmi dei vari ministeri della Verità, abbiamo assistito all’ennesimo miracolo della semantica dei guerrafondai.
L’ultima trovata di Kiev è di quelle che lasciano il segno, letteralmente: attaccare con armi occidentali le navi iraniane nel Mar Caspio.
Geniale.
E come se avessimo prestato dei soldi al vicino per acquistare un sistema d’allarme, ma lui li usasse per pianificare una rapina a casa del dirimpettaio.
Ma non chiamatela aggressione. Per carità.
Se lo fa l’Ucraina, si tratta di “attacco difensivo”. Un po’ come quando si bombarda un territorio straniero per esportare la democrazia, o si rade al suolo una striscia di terra in nome del diritto a esistere.
La logica è lineare, quasi da bambini dell’asilo: siccome Teheran fornisce droni alla Russia, allora Kiev è autorizzata a colpire Teheran. Con le nostre armi, ovviamente. E con i nostri soldi, naturalmente.
Quindi, secondo la stessa logica, Mosca dovrebbe essere autorizzata a sparare missili su Parigi, Roma e Berlino. Ma dubito che i nostri guerrafondai abbiano compreso questa prospettiva aperta dalla loro “logica” infantile.
Nel frattempo, a Bruxelles e tra i leader europei, regna il silenzio dei complici. O, peggio, l’entusiasmo dei fessi.
IL DOGMA DELL’AGGREDITO E DELL’AGGRESSORE
Abbiamo diviso il mondo in due categorie immutabili, quasi fumettistiche: da una parte l’Aggressore, cattivo per definizione, le cui azioni sono sempre e comunque espressione del male assoluto; dall’altra l’Aggredito, buono a prescindere, a cui è concessa qualsiasi deroga al diritto internazionale, alla prudenza e persino al buon senso. Finanche al genocidio.
È la teologia del conflitto.
Se l’aggredito decide di colpire paesi sovrani terzi, non ufficialmente in guerra, l’Europa non fa domande. Annuisce e finanzia. Cioè diventa complice.
Il meccanismo è oliato e non ammette repliche.
Chi prova a far notare che colpire navi iraniane potrebbe, per pura ipotesi, allargare il conflitto e trasformare l’Europa nel bersaglio di una ritorsione incrociata, viene immediatamente bollato come “complice di Putin” o “amico degli ayatollah”, perché affibbiare etichette per screditare è l’unica arma nelle mani di chi non ha argomentazioni valide.
La complessità della geopolitica ridotta a un tifo da stadio, dove l’arbitro ha già deciso chi deve vincere e ha persino scommesso su quella partita.
Ma guardiamo ai fatti, quelli che i telegiornali di regime preferiscono far scivolare via tra i nuovi amori dei vip sotto l’ombrellone e una nuova allerta maltempo.
Le immagini satellitari mostrano vistose chiazze di petrolio nel Mar d’Azov. Ci sono navi colpite, fumo, danni ambientali di proporzioni colossali. E su di te puntano il dito perché non rottami la tua fottuta auto a gasolio per passare a una elettrica.
Altro che doppio standard. Qui la logica è da TSO.
Eppure, la narrazione ufficiale balbetta. Da un lato Zelensky si vanta dei successi militari per accreditarsi agli occhi di Donald Trump e dei finanziatori d’oltreoceano; dall’altro, quando si tratta di fare i conti con le conseguenze ecologiche e diplomatiche, si preferisce non approfondire troppo l’origine di quel petrolio che galleggia sulle acque.
Perché la verità è un lusso che la propaganda non può permettersi. Meglio la favola rassicurante della resistenza totale, anche quando questa sconfina nel disastro ambientale per tutto il pianeta.
E mentre Kiev gioca all’allargamento della guerra, per farla diventare totale, l’Europa si prepara a pagare il conto.
In Italia continuiamo a fare i conti con i prezzi dei carburanti alle stelle, per cui non ci sono i soldi che servirebbero per tagliare le accise, ma facciamo i conti anche con i decreti miliardari per l’invio di aiuti militari.
La guerra in Ucraina viene prima dei bisogni del cittadino italiano, come si evince.
Si parla di nuovi miliardi di debito per finanziare le armi da spedire a un governo che le usa per bombardare navi iraniane e pretende la corsia preferenziale per entrare nell’Unione Europea.
L’Unione Europea, nata teoricamente per garantire la pace e prevenire i conflitti sul continente, si ritrova a corteggiare un Paese che applica la dottrina degli “attacchi difensivi” su scala intercontinentale.
Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere. Immaginate un club esclusivo di astemi che decide di accogliere con urgenza un socio che si presenta all’ingresso con una bottiglia di whisky in mano e la ferma intenzione di guidare la macchina di tutti gli altri?
La diplomazia è stata sostituita da una sequenza di slogan bellicisti e richieste di Patriot.
Zelensky va a Washington, chiede scudi spaziali, si lamenta della scarsa velocità delle forniture e intanto allarga il raggio d’azione dei suoi droni.
E l’Europa guarda, paga e spera che l’Iran si mostri più responsabile e maturo di quanto non lo siano i leader occidentali.
Un paradosso straordinario: la nostra sicurezza oggi dipende dalla moderazione di Teheran e di Mosca di fronte alle nostre provocazioni.
Se la follia geopolitica avesse un premio, la classe dirigente europea lo vincerebbe quasi sicuramente.
L’unico altro contendente sarebbe Trump. Solo che lui può almeno dire che le sue follie hanno aumentato i contratti per le aziende americane e per la vendita di gas all’Europa. Perciò, agli occhi della giuria, risulterebbe meno meritevole del premio.

