Da una parte ci sono i sorrisi di circostanza, gli abiti eleganti e le strette di mano a favor di telecamera, nel lussuoso vertice NATO di Ankara; dall’altra, a qualche migliaio di chilometri di distanza, piovono missili che hanno il sapore del marketing.
Washington ha sganciato bombe sull’Iran, rompendo unilateralmente una tregua, inventandosi la scusa traballante di un attacco a tre petroliere che nessuno ha rivendicato.
Si tratta dell’ennesima palese violazione del Diritto Internazionale, eppure, se vi fermate a guardare oltre le nebbie dei titoloni mainstream, vi accorgerete che le bombe e i brindisi non sono in contraddizione, ma l’una la causa dell’altro.
Perché la NATO ha smesso da un pezzo di essere un’alleanza difensiva, ammesso che lo sia mai stata davvero e non soltanto di facciata.
Si è trasformata nel più grande e aggressivo rappresentante commerciale dell’industria bellica statunitense. E noi, in Europa, siamo i clienti costretti a comprare.
CREARE LA PAURA PER VENDERE IL RIMEDIO
I media ci raccontano di un mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale.
Ma guardiamo i fatti, quelli veri.
L’Iran, in risposta alle bombe di Trump, attacca ben 85 obiettivi militari americani sparsi tra Kuwait e Bahrein. Un inferno di fuoco, ma zero vittime. Nessun morto.
Neanche un ferito per sbaglio.
E in Iran? Nonostante la tempesta di fuoco americana?
Si contano otto soldati uccisi. Solo otto.
Miracolo? Intervento divino?
No. È la logica della “guerra coreografata”.
Funziona così: tu mi avvisi che stai per colpire le mie basi, io metto i miei soldati nei bunker sotterranei a giocare a carte, tu distruggi qualche hangar vuoto nel deserto. Entrambi possiamo sbandierare la nostra “fermezza” davanti ai rispettivi elettori.
È puro teatro.
Ok, Pasquale, ma a cosa serve, vi chiederete, questo wrestling geopolitico dove i lottatori si mettono d’accordo prima di salire sul ring?
Serve a creare la paura, a mantenere alto il livello di minaccia percepita, perché, se non hai un nemico brutto e cattivo da sbandierare in prima serata, come fai a convincere i cittadini europei che devono rinunciare ai loro ospedali per comprare i tuoi missili?
LA NATO COME APPLE
Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, non ha parlato come un leader politico preoccupato per la pace mondiale, ma come un amministratore delegato durante la presentazione dei conti annuali.
Sembrava Steve Jobs quando lanciava l’iPhone, solo che al posto degli smartphone, Rutte ci ha presentato la “rivoluzione industriale della difesa transatlantica”.
Il catalogo delle minacce presentato dalla NATO – Iran, Russia, Cina, Corea del Nord – è stato sciorinato con cura certosina per giustificare il nuovo listino prezzi.
Numeri da capogiro, sparati in faccia ai popoli sovrani senza pudore: quaranta miliardi di dollari per un nuovo programma anti-drone; centocinquanta miliardi chiesti a bruciapelo all’Europa per “spese aggiuntive”. Chissà, forse un nuovo resort per Trump o per qualche suo amico?
E altri centoquaranta per l’Ucraina, ovviamente.
Tutti soldi che, in larga parte, finiranno dritti nei forzieri delle aziende americane della difesa. Tutti soldi che serviranno all’occupazione in America, a rendere più ricche le fabbriche americane.
La NATO, spogliata della sua retorica sui valori e sulla democrazia, si rivela per ciò che è: l’ente esattore del Pentagono.
L’ILLUSIONE DELL’AUTONOMIA E IL PARADOSSO MELONI
Il mainstream narra che al vertice di Ankara l’Europa avrebbe finalmente “alzato la testa”. Ci hanno descritto Macron e la nostra Giorgia Meloni come coraggiosi statisti capaci di dire un secco “No” alle richieste di Donald Trump di farsi coinvolgere direttamente nello scontro con Teheran.
Un trionfo dell’autonomia europea, hanno titolato i giornaloni.
Una colossale presa per i fondelli, ovviamente.
L’Europa non ha mandato soldati semplicemente perché mandare i figli degli operai a morire nel Golfo Persico fa perdere le elezioni. Ma la sudditanza non si misura sui campi di battaglia, si misura nei bilanci. Infatti, hanno detto di no ai soldati, ma hanno staccato l’assegno.
Il paradosso italiano è il più umiliante, come sempre.
Il governo fa la voce grossa per uso e consumo dei talk show nazionali, fingendosi estraneo all’imperialismo americano a trazione mediorientale, ma, sottobanco, si piega al diktat atlantico.
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha già tracciato la rotta: la spesa militare italiana deve volare verso il 3% del PIL.
Si parla di 19 miliardi di euro da sborsare tra il 2027 e il 2028. Diciannove miliardi.
In un Paese dove mancano i medici nei pronto soccorso, dove le liste d’attesa ti condannano a morte certa se non hai i soldi per il privato, dove le scuole cadono a pezzi e dove i giovani laureati non vedono l’ora di emigrare, noi finanziamo le guerre preventive altrui tagliando il nostro stato sociale.
Tanto, a pagare il conto non sono certo i leader che sorridono ad Ankara.
Paghiamo noi. I cittadini. Che ormai siamo cavie in questo laboratorio del marketing delle bombe.
Il barile viaggia sui 75 dollari, una cifra assolutamente normale, assorbibile, non certo da crisi petrolifera degli anni ’70, eppure, se andate a fare il pieno, la benzina flirta perennemente con i 2 euro al litro.
Non è mai più scesa sotto 1,68, a livelli precedenti alle infinite crisi fabbricate a tavolino.
La tensione internazionale serve anche a questo: a giustificare un’inflazione speculativa che drena la ricchezza dal basso verso l’alto. Le aziende energetiche e militari registrano extraprofitti da capogiro, mentre il cittadino medio non arriva alla terza settimana del mese.
Smettiamola di berci la favola degli esportatori di democrazia.
L’ennesima violazione del Diritto Internazionale a cui abbiamo assistito non è un incidente di percorso, ma è il modello di business americano.
Ankara non è stato un vertice diplomatico, ma la riunione di un consiglio di amministrazione che ha deciso, ancora una volta, che i dividendi delle loro guerre dovranno essere pagati col nostro sudore.
Fino a quando l’Europa sarà il maggior alleato possibile degli USA, resteremo esattamente quello che siamo diventati: i clienti obbligati di una multinazionale con le stellette e le strisce.
D’altronde, gli USA hanno bisogno di trovare lavoro alle imprese americane, in larga parte nell’indotto delle armi, e di ristabilire una potenza di fuoco ammaccata dopo i miliardi di missili polverizzati inutilmente in Iran e in Ucraina.
E farlo con i nostri soldi è l’unica vittoria che l’America porta a casa.
Perché gli unici sconfitti, su tutta la linea, non sono mai quelli che comandano l’impero, ma i sudditi. Cioè, noi.

