IL MINACCIOSO GIOCO IRANIANO SULLO STRETTO DI HORMUZ

di Antonio Reccia

Sembra quasi che le grandi potenze del mondo stiano giocando all’acchiapparella: rincorrono costantemente una pace e una tregua duratura tra USA e Iran che permetta allo Stretto di Hormuz di rimanere aperto, evitando continui shock petroliferi, ma nel frattempo nella loro corsa inciampano in una crisi internazionale dopo l’altra che pone la controparte iraniana nelle condizioni di dover mettere i lucchetti al canale.

Alla data della scrittura della presente analisi, lo Stretto risulta essere aperto, e i traffici sono in corso di ripresa, eppure nel frattempo l’Iran e l’Oman hanno iniziato già a discutere su possibili dazi e tariffe da introdurre per il passaggio nello stretto, e il dissenso americano non si è fatto aspettare per quest’ultima possibile eventualità.

L’ultima fase di riapertura si è avviata a seguito del Memorandum di Islamabad, che ha garantito da metà giugno 2026 un’apertura dello Stretto per 60 giorni, oltre ad una tregua tra USA e Iran e un cessate il fuoco su tutti i fronti del conflitto, con ritiro delle truppe progressivo.

Il vero problema è: cosa accadrà dopo che saranno passati i 60 giorni stabiliti a Islamabad?

LO SVANTAGGIO DIPLOMATICO DEGLI STATI UNITI

La crisi internazionale a cui si fa maggiormente riferimento è quella scoppiata a fine Febbraio 2026, da alcuni media ed esperti di relazioni internazionali già definita come Terza Guerra del Golfo.

Stati Uniti e Israele, con un bombardamento congiunto, hanno attaccato l’Iran causando la morte del suo Leader Supremo, Ali Khamenei, oltre a danni strutturali ingenti. Teheran ha risposto con droni e missili contro Israele e obiettivi militari americani siti in Medio Oriente, e chiudendo lo Stretto di Hormuz al passaggio delle petroliere.

Ironico pensare che il danno maggiore e che più sembra far paura non sembra essere stato quello causato da missili, droni e armi, ma quello causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha dato il via ad una grave crisi economica internazionale a causa dell’aumento improvviso dei prezzi del carburante.

E la posizione americana e israeliana non ha fatto altro che indebolirsi dichiarazione dopo dichiarazione, ponendoli in un netto svantaggio diplomatico.

I motivi dell’attacco sono numerosi e mutevoli, e si rimanda ad altra sede l’analisi del casus belli di questo conflitto; tuttavia, é doveroso menzionare che gli Stati Uniti hanno più volte citato diversi motivi (economici, idealistici, di sicurezza), cambiando versione di settimana in settimana, oltre a festeggiare vittorie mai avvenute o minacciare attacchi a tappeto mai attuati.

Basti pensare che se da un lato sembrava un conflitto finalizzato all’esportazione della democrazia in territorio iraniano, più volte è stato evidenziato il desiderio di bacchettare l’Iran per le presunte armi nucleari detenute, oltre all’atteggiamento ambiguo tenuto per l’apertura dello Stretto di Hormuz.

Insomma, gli Stati Uniti hanno avuto un duro colpo sul fronte della credibilità, causato però da loro stessi e non da un attore esterno. Il presidente Donald Trump, nell’ambiguità delle sue dichiarazioni, si è inconsapevolmente posto in una situazione di estremo svantaggio, andando a colpire sia il suo consenso interno che il soft power stesso del suo paese, il quale sembra ormai prendere schiaffi a destra e a manca a qualsiasi tavolo delle trattative.

LA MINACCIA ECONOMICA COME STRATEGIA IRANIANA VINCENTE

Ed è proprio sfruttando questa debolezza, questa sudditanza americana involontaria e per proprietà transitiva israeliana, che l’Iran si sta facendo strada sullo scacchiere internazionale.

A tutti gli effetti, l’Iran approfitta della sua posizione di vantaggio sullo Stretto e dell’incapacità dei suoi rivali di mantenere alta la credibilità per pilotare le trattative.

La strategia risulta essere vincente: con la possibilità di causare una crisi internazionale in poche ore chiudendo lo stretto, l’Iran ha il totale controllo delle trattative, e gli Stati Uniti si ritrovano nella condizione di dover sottostare a compromessi che diversamente non avrebbero accettato, tra cui il già menzionato cessate il fuoco e il ritiro delle truppe.

E nonostante il Memorandum che avrebbe dovuto garantire continuità nell’apertura dello Stretto, piccole microchiusure sono state attuate dall’Iran in risposta alle continue violazione che Israele ha commesso, continuando la guerra in Libano contro la milizia armata di Hezbollah, invocando una ipotetica legittima difesa, al punto che la prima chiusura temporanea dello Stretto è arrivata dopo neanche una settimana dal Memorandum di Islamabad.

E DOPO I 60 GIORNI?

Allo scadere dei 60 giorni, potrebbe accadere di tutto, lo stretto potrebbe essere nuovamente chiuso al passaggio mentre i conflitti localizzati in Medio Oriente potrebbero riaprirsi, annullando il cessato il fuoco. Le opzioni sono varie.

Quella che sembra essere la meno probabile è proprio quella già citata: chiudere totalmente lo stretto e riprendere col conflitto sarebbe un suicidio economico non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’Iran stesso, il quale non può tirare troppo la corda prima che questa si spezzi, dopotutto dallo Stretto dipende anche gran parte del suo sistema economico interno.

L’idea che si fa strada negli ultimi giorni, più plausibile, è quella di una fredda pace gestita attraverso tariffe di passaggio lungo lo Stretto, garantendone sì l’apertura, ma colpendo duramente le compagnie di passaggio (in particolare, il colpo sarebbe nei confronti delle navi occidentali).

Per realizzare un sistema di questo tipo, Iran e Oman sarebbero già in trattativa, per poter unificare il passaggio sul lato territoriale (attualmente diviso tra l’Iran a nord e l’Oman a sud, quest’ultima a controllo statunitense e storicamente neutrale) ed economico (imponendo le stesse tariffe di passaggio).

Questa opzione ha già attirato, come si è detto, il dissenso americano.

Qualsiasi sia la risoluzione, c’è una variabile che risulta difficile inserire e valutare, data dall’attore israeliano, che sembra quasi operare come un attore caotico di diritto internazionale.

Facendo leva su pretese di legittima difesa e di autoconservazione, Israele ha più volte violato trattati e accordi di cessate il fuoco, causando anche alcune microchiusure come già menzionato, e questa ambiguità sul piano delle relazioni internazionali non va sottovalutata, in quanto potrebbe essere fautrice della ripresa delle ostilità, e quindi della realizzazione delle “ipotesi peggiori”.

In deterrenza a questa caoticità, c’è da precisare nuovamente il vicolo cieco diplomatico in cui Israele e Stati Uniti si sono ritrovati, attaccando l’Iran.

Il danno alla credibilità dei partner occidentali è pressoché irrecuperabile nel contesto del conflitto, e il vantaggio diplomatico ed economico iraniano sul controllo dello Stretto risulta essere fin troppo grande per potersi permettere azioni avventate, che potrebbe far precipitare le trattative in un nuovo conflitto a caldo, per tale motivo la pace fredda rimane l’opzione più plausibile, e quella che meno può andare a danneggiare il soft power americano e israeliano.

Con la chiusura del conflitto in una fragile stabilità di questo tipo, si andrebbe a confermare una forte debolezza americana nel campo delle relazioni internazionali e del soft power, una vera e propria sconfitta diplomatica su tutta la linea causata dalla scarsa credibilità, da una comunicazione ambigua e imprecisa, e da pretese che sembrano essere state mosse senza tener conto delle reali conseguenze dello scoppio di una simile ostilità.

Questa crisi, inoltre, va a ridefinire il concetto di stretto internazionale, non più adibito a libero passaggio, ma regolato da una potenza regionale che ne acquisisce il controllo. Rappresenta un precedente che trasferisce la libertà di navigazione da un diritto riconosciuto, alla capacità negoziale degli attori internazionali.

Rispondi