SE PUTIN STA PERDENDO, PERCHÉ L’EUROPA TREMA, SI SVENA E MENTE?
“Stiamo vincendo, va tutto a meraviglia”.
È la litania ipnotica che ci ripetono a reti unificate da settimane, mesi, anni, eppure, se provassimo a mettere in fila le dichiarazioni trionfalistiche dei nostri leader occidentali e le confrontassimo con la realtà, ci accorgeremmo che stiamo vivendo all’interno di una gigantesca allucinazione collettiva.
Vinciamo noi, dicono. Ricordate Beppe Severgnini? “Quaranta democrazie contro una dittatura: non c’è storia, vinciamo noi!” diceva quattro anni fa.
Ma intanto, aprite il portafogli.
Perché la narrazione ufficiale, quella stiracchiata fino all’inverosimile dal mainstream, si scontra con una richiesta continua, ossessiva e disperata di nuovi fondi.
Miliardi su miliardi.
Denaro prelevato, con una mossa degna del miglior George Orwell, dal “Fondo Europeo per la Pace”. Soldi per la pace usati per comprare droni, proiettili e missili, che allungheranno il conflitto e permetteranno a Kiev di rastrellare altri giovani per strada per mandarli a morire al fronte.
Un capolavoro di semantica di cui anche in Italia siamo maestri.
Meloni, Crosetto e Tajani sono campioni olimpici; quando si tratta di inviare aerei dalle nostre basi, non li chiamano voli militari, ma “voli logistici”.
Come se chi fa l’autista a un serial killer si lavasse la coscienza sostenendo di aver fornito solo assistenza logistica, nessuna complicità, quindi.
Fa meno paura. Rassicura le coscienze.
Ma i morti restano.
Poco importa se quella logistica serve a trasportare armamenti destinati a infiammare ulteriormente i cieli del Medio Oriente o dell’Est Europa.
È l’eterno doppiopesismo di un Paese che si finge pacifista di facciata, ma che agisce da zerbino di Washington, piegando la testa a logiche imperiali e calpestando la propria dignità e la propria Costituzione.
Siamo passati dai ruggiti contro il Venezuela di Maduro al sussurro timido per implorare l’Iran di non colpire le nostre basi. Sovranisti a giorni alterni.
Ma torniamo in Ucraina.
La propaganda della NATO, sposata in pieno dal presidente finlandese Alexander Stubb, dipinge un’Ucraina in forma smagliante: fortissima militarmente, solida politicamente, florida economicamente.
Balle. Menzogne spudorate degne di 1984 di Orwell.
L’Ucraina è un Paese in bancarotta, che si regge in piedi solo grazie al respiratore artificiale dei finanziamenti occidentali.
Se davvero Kiev stesse stravincendo, come spiegano la ritirata da città chiave come Bakhmut, Avdiivka o l’impossibilità di riprendersi Mariupol?
Se il nemico è in fuga, perché il governo ucraino ha la necessità disperata di arruolare altri 600.000 uomini?
La verità è che i giovani ucraini non vogliono più andare a morire.
E come biasimarli? Vengono mandati al macello in una guerra di logoramento dove il valore della vita umana è stato azzerato dai calcoli geopolitici e dal tentativo disperato di Zelensky di non finire la sua vita politica.
Scappano, evitano la leva, perché la retorica dell’eroismo va bene nei tweet, ma quando c’è da farsi sbudellare dall’artiglieria russa, la prospettiva cambia radicalmente.
IL FINTO CROLLO DI PUTIN E LO SPAURACCHIO NUCLEARE
Dall’altra parte, ci raccontano di un Vladimir Putin a un passo dal baratro.
È vero, l’operazione ucraina di lanciare droni sulle città russe ha rotto il patto di sicurezza tra lo Zar e i suoi cittadini. I russi, che per due anni hanno vissuto il conflitto come una lontana eco televisiva, ora sentono le sirene antiaeree, vedono le colonne di fumo e tutto ciò genera rabbia.
Ma pensare che questo basti a far crollare l’apparato di potere del Cremlino è da illusi. O da incompetenti.
Putin risponde in modo muscolare, scaricando la collera sulle infrastrutture ucraine, senza nemmeno aver bisogno di ricorrere allo spauracchio atomico, per ora, anche se cresce la pressione dei russi che vorrebbero utilizzare missili caricati con testate nucleari per porre fine alla guerra.
Tuttavia, per ora, l’escalation nucleare è, di fatto, un fantasma agitato dall’Occidente per terrorizzare l’opinione pubblica europea.
Mosca non ha bisogno dell’atomica, perché sta avanzando con le forze convenzionali e gode del supporto tattico e logistico della Corea del Nord e dell’appoggio economico della Cina.
Alleati non decisivi per una vittoria lampo, forse, ma vitali per non affondare nel lungo periodo.
I TIFOSI DELLA MORTE DEL MAINSTREAM
Ciò che disgusta di più sono i “tifosi”, quelli che, seduti comodamente sul divano di casa, esultano per un drone caduto a Mosca o per un deposito in fiamme, ignorando che ogni attacco prolunga l’agonia e significa rappresaglia, di conseguenza, altri ucraini che perderanno la vita.
Non cambia l’esito della guerra. Semplicemente, ne alza il prezzo.
Aumenta il conto dei morti, dei mutilati, delle città rase al suolo e della distruzione di ciò che resta dell’Ucraina.
Mentre noi, indignati e ipocriti, continuiamo a inviare soldi per la “pace”, foraggiando l’industria bellica e prolungando una mattanza che nessuno, ai piani alti, sembra voler fermare per davvero.
Persino il Vaticano ha urlato contro Bruxelles il suo sdegno per il doppiopesismo tra Kiev e Tel Aviv.
Il Vaticano ha fatto notare come l’Europa non abbia a cuore il rispetto del Diritto internazionale, perché contro i crimini di Israele, peraltro ben più gravi di quelli della Russia, non ci sono sanzioni, non ci sono miliardi di euro e di armi agli aggrediti.
Eppure, sui media del mainstream solo pochi accenni, come se il Papa e i leader del Vaticano contassero solo quando fanno comodo al pensiero unico dominante.
Perciò, quella in Ucraina è una guerra politica, per il controllo e il potere geopolitico, visto che degli innocenti e dei crimini commessi a Gaza, in Libano e in Cisgiordania non ce ne importa una beata fava.
Vi dicono che va tutto bene. Ma la verità è che stiamo solo pagando il biglietto per assistere alla distruzione di un intero popolo perché l’impero americano e l’estensione del suo esercito (NATO) hanno mire espansionistiche e puntano a sostenere l’occupazione e l’industria americana, come dimostra la storia degli ultimi trent’anni.
Quella che i giornalisti del mainstream dimenticano o non hanno studiato.

