Quello che sta accadendo tra Giappone e India non è diplomazia di facciata, fatta di foto e sorrisi da regalare alla stampa, ma è il tentativo, per nulla silenzioso, di ridisegnare la geografia della dipendenza economica del Sol Levante.
Da una parte c’è Tokyo, che ha un disperato bisogno di spezzare il guinzaglio industriale che la lega a Pechino, dall’altra Nuova Delhi, che punta a usare la propria ascesa come un grimaldello geopolitico, stando bene attenta a non farsi schiacciare nel tritacarne tra Washington e Pechino.
Si annusano, si studiano e stringono un patto che somiglia a un matrimonio d’interesse, in cui nessuno vuole fare la parte del vassallo.
LA MOSSA DEL GIAPPONE: SCAPPARE DALLA MORSA DEL DRAGONE
Ciò che spinge il Giappone a cercare nuovi contatti con l’India è la paura della crescente pressione cinese sulle forniture che contano per davvero: terre rare, magneti permanenti, componentistica per i droni, materiali per il nucleare…, tutta roba senza la quale l’industria di un Paese moderno si ferma.
Il Giappone sa fare i conti e conosce sulla propria pelle il costo di essere vulnerabili e di dipendere da altri; ha capito perfettamente che, nel ventunesimo secolo, il nemico non ha bisogno di mandare i carri armati o sparare un singolo missile per metterti in ginocchio: gli basta chiudere i rubinetti delle materie prime.
Basta guardare come l’Iran ha umiliato gli USA chiudendo lo stretto di Hormuz.
E allora cosa fa una potenza intelligente e non guidata da uno psicopatico?
Reagisce, usa l’intelligenza, diversifica i partner, inietta capitali in catene di approvvigionamento alternative e va a cercarsi sponde sicure lontano dall’ombra lunga della Grande Muraglia.
Nessuna sparata da Guerra Fredda, niente slogan da stadio o minacce da gangster, da bullo di quartiere, da squilibrato.
Solo pragmatismo e diplomazia. Come sanno fare i politici maturi e, soprattutto, capaci.
PERCHÉ L’INDIA NON È LA RUOTA DI SCORTA DI NESSUNO
In questo scacchiere, l’India non gioca la parte del mercatino rionale emergente; Nuova Delhi è il monumentale “Piano B” del Giappone.
L’India è una nazione con una popolazione sconfinata, una classe media che consuma e una posizione sulla carta geografica che la rende l’ago della bilancia di qualsiasi disegno strategico nell’Indo-Pacifico.
L’agenzia Reuters ha già fiutato che la cooperazione si sta spingendo esattamente lì dove fa più male, ovvero sulle terre rare e sui magneti.
La società statale indiana IREL sta cercando sponde non solo in Giappone, ma anche in Corea del Sud, con l’obiettivo di portarsi a casa la tecnologia avanzata per raffinare e lavorare queste benedette terre rare.
Inoltre, sembrerebbe in arrivo una pioggia di denaro da Tokyo, ben dieci trilioni di yen spalmati sui prossimi dieci anni.
I bersagli sono semiconduttori, intelligenza artificiale e infrastrutture pesanti, indispensabili per navigare nelle acque del futuro.
IL RICATTO DELLE TERRE RARE E L’AUTONOMIA DI DELHI
Oggi, la Cina tiene in pugno gran parte della catena di approvvigionamento mondiale delle terre rare, un monopolio che le permette di esercitare un monopolio che chiamare “economico” sarebbe da ingenui, perché è pura egemonia industriale e militare.
Ma l’India non è nata ieri. Infatti, mentre i diplomatici indiani negoziano con quelli giapponesi, il governo di Nuova Delhi ha fatto capire a IREL di sospendere un vecchio accordo di esportazione per proteggere il mercato interno.
In pratica, l’India non ha nessuna intenzione di immolarsi come semplice ruota di scorta anti-Pechino per fare un favore a Tokyo; il dossier terre rare è uno strumento di potere, un’arma per garantirsi autonomia. Nessuna subalternità. Delhi incassa, ringrazia e fa i propri interessi.
GIAPPONE E INDIA: UN ASSE DELLE AMBIGUITÀ
È facile derubricare tutto questo all’ennesima “coalizione anti-Cina”, anche se è innegabile che la radice del patto sia la fobia per la coercizione economica di Pechino, tuttavia, la realtà fa sempre meno rumore e ha più sfumature.
Questo è un patto di pura e cinica convenienza industriale, per cui ci sono interessi incrociati e, sotto il tappeto, persino diffidenze reciproche.
Gli obiettivi convergono, certo, ma non combaciano del tutto: il Giappone vuole un salvagente per le sue forniture; l’India vuole tecnologia, cascate di yen e peso contrattuale sui tavoli che contano; e nessuno dei due vuole restare da solo ad affrontare l’ira del Dragone.
Tuttavia, al tempo stesso, nessuno si fida ciecamente dell’altro.
L’ASSENZA RUMOROSA DEGLI USA
Poi c’è l’America.
Il Quad, l’alleanza a quattro che dovrebbe blindare l’Indo-Pacifico, costituita da India, Giappone, Australia e USA, è in affanno. I rapporti tra Washington e Nuova Delhi si sono raffreddati, stretti tra incomprensioni e priorità americane che spesso guardano altrove.
Questa latitanza statunitense apre praterie di manovra per Tokyo, ma rende il gioco maledettamente più pericoloso, poiché, senza la regia ingombrante, ma rassicurante, dello Zio Sam, il triangolo diventa sbilenco.
Quindi, si corre il rischio che la cooperazione bilaterale indo-giapponese si carichi di aspettative forse troppo pesanti da reggere.
IL VOLTO DELLA NUOVA ASIA
Il patto tra Giappone e India è il sintomo più evidente della malattia del nostro tempo.
Il Giappone cerca disperatamente l’uscita di sicurezza da una prigione strategica, mentre l’India sta banalmente godendo dei suoi attuali vantaggi geopolitici: tutti la corteggiano, tutti ne hanno bisogno e lei alza il prezzo.
Questa è l’Asia di oggi, un continente che nei consessi internazionali predica l’integrazione e la pace, ma che vive di competizione feroce, dipendenze e una strisciante diffidenza.
Non sarà un accordo a risolvere i problemi, e non accadrà domattina, ma la lezione è chiara: la terza guerra mondiale, quella economica, non si fa con i dazi o con la marina, ma si combatte nei laboratori di intelligenza artificiale, nelle fabbriche di microchip, nelle miniere di materiali rari.
Il Giappone e l’India lo hanno capito, perciò, hanno appena iniziato a giocare le loro carte.

