Signore e signori, tenetevi forte, perché i barzellettieri… ops, i giornalisti di casa nostra ne hanno inventata un’altra. La balla definitiva. Quella che, questa volta sì, chiude la partita.
È ufficiale, ce lo dicono fonti autorevolissime e satelliti che non mentono mai: la Russia ha finito i carri armati.
Ma non ce l’avevano già detto nel 2023?!
Come un copione stanco ma rassicurante, come la puntata di una soap opera che conosciamo a memoria, torna la notizia che tutti aspettavamo per sentirci migliori: la Russia è al collasso. Ieri ha finito i missili, l’altro ieri i soldati, la settimana scorsa il gasolio.
Oggi, finalmente, è il turno dei carri armati. Stavano usando le riserve dell’era sovietica, ci spiegano gli analisti da salotto televisivo. I parcheggi sono vuoti. Ergo, la conclusione non può che essere una, granitica, inappellabile: i carri armati non ci sono più.
Che poi gli stessi bollettini ucraini, da qualche tempo, riportino un numero di mezzi corazzati distrutti in drastico calo è un dettaglio irrilevante, quasi fastidioso. L’intelletto pigro rifuggirebbe la complessità.
Potrebbe forse significare che le tattiche sono cambiate? Che i combattimenti si sono spostati su terreni meno adatti ai carri? Che forse, semplicemente, le forze di Kiev incontrano maggiori difficoltà?
Ma va! Per i barzellettieri che ci hanno raccontato panzane da ridere a crepapelle, non credere alla loro realtà significa formulare pensieri impuri.
La spiegazione deve essere per forza più semplice, quasi biblica: non li distruggono più perché non ce ne sono più. Punto. Amen.
La sociologia della comunicazione insegna che una narrazione, per funzionare, non deve essere vera, ma deve essere credibile per chi vuole già crederci. E noi, ammettiamolo, vogliamo crederci disperatamente.
IL MUSEO DELLE PANZANE: DAI TIRALATTE AI MULI
Quest’ennesima fine dei carri armati va ad arricchire una collezione di panzane che meriterebbe un’ala dedicata al Louvre, in una sala dedicata alla propaganda.
Vi ricordate? All’inizio della guerra, ci dissero che i russi, privi di tecnologia, smontavano i microchip dalle lavatrici e dai tiralatte per guidare i loro missili ipersonici.
Peccato che, nel frattempo, quegli stessi missili continuassero a colpire con una precisione desolante a velocità per cui, oggi, nel 2026, la NATO non dispone di contromisure per sua stessa ammissione.
Ma fu il tiralatte a fare più colore, perché umanizzava il nostro disprezzo.
Poi fu la volta delle pale. I soldati di Mosca, – ci mostrarono foto sgranatissime, – andavano all’assalto con vanghe risalenti all’epoca degli Zar, forse del 1800.
Stavano per mandare al fronte i muli, come gli alpini nella Grande Guerra, perché i mezzi corazzati erano già esauriti, come ci spiegava Fubini sul Corriere, intanto, però, le mappe del fronte si tingevano lentamente, inesorabilmente, di rosso.
Ma noi avevamo le pale. Le pale ci bastavano, anche se sarebbe meglio definirle per ciò che erano: palle, con due elle, o balle, fate voi.
E che dire del bollettino quotidiano dei caduti? Mille russi al giorno, per mesi, per quattro anni. Facciamo due conti, quelli semplici che si imparano alle elementari. Le avranno fatto le elementari i barzellettieri delle pale e dei microchip, vero?
Mille al giorno fanno 365.000 l’anno. In quattro anni di conflitto, staremmo veleggiando verso il milione e cinquecentomila soldati russi polverizzati. Considerando che le stime più generose davano l’intera forza armata russa a circa 1,3 milioni di uomini nel 2022, dovremmo dedurre che al Cremlino siano rimasti solo i cuochi e la banda musicale.
Vuoi vedere che non erano pale, ma flauti traversi e clarinetti?
Eppure, le offensive continuano. Mistero della fede. O, più prosaicamente, mistero della propaganda che prende i suoi ascoltatori per perfetti imbecilli. E forse, a giudicare dai risultati, non ha tutti i torti.
L’ARMA FINALE DEL CREMLINO: PALLONCINI AL CONTRABBANDO
Ma torniamo ad oggi. L’Armata Rossa, ormai appiedata e priva di cingolati, cosa può fare per minacciare la poderosa NATO?
La risposta è arrivata nei cieli della Polonia: i palloncini. Sì, avete capito bene.
Oggetti volanti non identificati, provenienti dalla Bielorussia, hanno violato lo spazio aereo polacco.
L’allarme è scattato. La guerra ibrida. La nuova, disperata tattica di Putin. L’Occidente col fiato sospeso.
Poi, come nella migliore commedia dell’arte, il colpo di scena. Le guardie di frontiera polacche, dopo aver esaminato i primi reperti, hanno emesso il verdetto: si trattava, molto probabilmente, di palloni usati dai contrabbandieri per trasportare sigarette.
La grande minaccia all’articolo 5 della NATO era un carico di bionde di frodo, sospinto dal vento che, a quanto pare, spira da est ed è quindi filorusso, un complice di Lukashenko. Non c’è altra spiegazione possibile.
LA VERITÀ, QUESTA SCONOSCIUTA
E mentre ci dilettiamo con queste barzellette, la realtà sul terreno, quella vera, quella sporca di fango e sangue, racconta una storia che l’Institute for the Study of War (ISW) riassume con la consueta, noiosa precisione: piccoli avanzamenti ucraini confermati a nord-ovest di Pokrovsk, controbilanciati da avanzamenti russi su quasi tutti gli altri fronti, da Kharkiv a Donetsk, fino a Zaporizhzhia.
Nessun collasso, nessuna ritirata. Solo una guerra di logoramento, lenta, brutale e complessa.
Ma la complessità non fa audience e non giustifica miliardi in armamenti.
Non compatta l’opinione pubblica come può fare la favola rassicurante del nemico stupido e con le pezze al culo, che combatte con i microchip delle lavatrici e le pale di due secoli fa, ridotto allo stremo, con i palloncini del contrabbando al posto dei carri armati.
Una narrazione che non serve a descrivere la guerra, ma a vendercela.
Forse, la vera scarsità non è quella dei carri armati russi, ma quella del nostro senso critico, evaporato al primo soffio della propaganda.
Dagli Stati Uniti d’America, ci arriva lo spettacolo del caos, una condizione accuratamente coltivata e strategicamente indirizzata, che vede al centro del palcoscenico l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), un’entità nata all’indomani dell’11 settembre e trasformatasi da agenzia di controllo a milizia di una precisa volontà politica, i cui metodi autoritari e le esecuzioni sommarie per strada sono la logica conseguenza di una narrazione ben definita.
La pressione dell’opinione pubblica americana è diventata insostenibile, quindi il potere ha concesso uno “specchietto per le allodole”, con la rimozione di un funzionario come Bovino, i cui modi richiamano quelli di un gerarca delle SS.
Ovviamente, non si tratta né di una marcia indietro di Trump, tanto meno è una riforma, ma un’operazione di facciata per tentare di calmare gli animi.
Un diversivo, insomma, studiato per evitare una sommossa che sfugga di mano, un osso gettato alla stampa mentre la macchina della repressione e della polarizzazione continua a macinare indisturbata.
La strategia, nella sua cinica genialità, è duplice, perché incanala l’dio verso altre direzioni e distoglie l’attenzione dagli omicidi, puntando il dito contro gli avversari politici.
Si individua un nemico esterno, facilmente demonizzabile, come l’immigrato, capro espiatorio universale che serve a compattare la base elettorale, offrendo un bersaglio semplice e visibile per frustrazioni sociali ed economiche complesse. Quanto accadde in Germania con l’ascesa del nazismo.
Contro questo “altro”, ogni eccesso diventa giustificabile, perciò la violenza non è più un abuso, ma una misura di sicurezza necessaria, così come l’esecuzione di un cittadino per strada, come nel caso di Alex Pretty, diventa un “incidente” in una guerra percepita come giusta e inevitabile.
Ma quando le vittime non corrispondono al profilo del nemico designato e a cadere sono cittadini americani, attivisti, persone la cui unica colpa è dissentire, scatta il secondo meccanismo del manuale: la colpa viene traslata sull’avversario politico.
Le proteste non sono più l’espressione di un malcontento genuino, ma dalla comunicazione del governo vengono dipinte come manovre pilotate dai Democratici.
L’agghiacciante caso della deputata Ilhan Omar, aggredita durante un comizio e liquidata da Trump con l’insinuazione che se la fosse cercata, è l’esempio paradigmatico, per cui il dissenso non è legittimo, m un complotto e la vittima diventa colpevole.
Ma, se la tesi di Trump può passare per vera, allora vale lo stesso per l’attentato di cui è stato vittima lo stesso presidente durante l’ultima campagna elettorale. Il solo aver insinuato una messa in scena rende plausibile che Trump creda che la cosa sia possibile poiché ne ha esperienza diretta?
Questo non è più politica, ovviamente, ma è un teatro. È una tecnica di controllo sociale che erode le fondamenta del dibattito democratico, sostituendo i fatti con la propaganda e il dialogo con la demonizzazione, dove non esistono più legittime opinioni e verità, ma solo la comunicazione del più forte, del più ricco, del più potente.
DALLA NEBBIA DEL MINNESOTA ALLA NEBBIA DEL GOVERNO ITALIANO
E questo copione, questa grammatica del potere, sembra aver trovato una traduzione fin troppo letterale anche in Italia, dove l’altro ieri, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, interrogato sulla presenza di agenti dell’ICE sul suolo italiano durante le Olimpiadi invernali, ha risposto con glaciale sicurezza: «Non mi risulta.»
Meno di 24 ore dopo, però, il Presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha confermato ufficialmente la presenza delle milizie di Trump. Gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement americani ci saranno, eccome, per garantire la sicurezza del Vicepresidente USA, JD Vance, e del Segretario di Stato Marco Rubio.
Il ministro smentito in un lampo ha stabilità già il record olimpico delle figuracce. Ma al di là della figuraccia istituzionale, la questione è di una gravità abissale e solleva la necessità di dimissioni per manifesta inadeguatezza al ruolo ricoperto.
Un Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana non era a conoscenza del fatto che agenti federali armati di una potenza straniera sarebbero stati operativi sul territorio nazionale durante un evento di portata globale.
Non un panettiere di Torino, un metalmeccanico di Bologna o un medico di Milano, ma l’uomo che dovrebbe tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionali.
Questo denota un livello di incompetenza e di scollamento dalla realtà che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi cittadino italiano, di destra o di sinistra.
L’alternativa è che il Ministro lo sapesse e ha deliberatamente mentito al Parlamento e al Paese, ma ciò sarebbe, se possibile, ancora più grave, configurando un atto di opacità che non ha nulla a che fare con una democrazia.
Il paradosso diventa grottesco se si considera che stiamo parlando dello stesso governo che ha costruito la sua intera impalcatura retorica sul concetto di “sovranità nazionale”, un governo che tuona ogni giorno sulla “difesa dei confini” e sul primato degli “italiani”.
Poi, nel momento in cui la sovranità si manifesta nella sua forma più concreta, nel controllo effettivo del proprio territorio, scopriamo che il vertice della sicurezza nazionale “non è informato”.
La sovranità, a quanto pare, è un feticcio da sventolare in campagna elettorale, un concetto valido solo quando si tratta di respingere disperati in mare. Quando, invece, si tratta di accondiscendere alle richieste dell’impero americano, si dissolve in un comodo e imbarazzato “non mi risulta”.
La sovranità a intermittenza, buona per i comizi, ma flessibile di fronte a chi ha il reale potere in Italia.
LA FIGURACCIA E IL PRECEDENTE DEL CERMIS
La presenza di agenti dell’ICE non è solo una questione formale, perché questi miliziani, addestrati secondo i protocolli che abbiamo visto con le esecuzioni nelle strade americane, saranno armati e operativi. Persone pericolose che hanno già assassinato a sangue freddo persone innocenti, cittadini comuni.
E questo ci proietta violentemente verso una domanda che non è né peregrina né provocatoria, ma tragicamente storica: se accoppano qualche italiano armato di smartphone, come hanno ammazzato Pretti, verranno processati qui come quelli che abbatterono una funivia in Trentino perché giocavano a Top Gun con la pelle altrui?
La memoria del Cermis, dove piloti americani tranciarono un cavo uccidendo 20 persone per poi essere assolti da una corte marziale statunitense, è una ferita mai rimarginata nella coscienza collettiva italiana, un’ennesima dimostrazione di quanto il nostro governo sia solo uno zerbino su cui le amministrazioni americane puliscono i piedi da sempre, il simbolo di una sovranità limitata, di una giustizia che si ferma dove iniziano gli interessi dell’impero.
Il “non mi risulta” di Piantedosi non è solo una gaffe o una palese dimostrazione di incompetenza, ma è il sintomo di una subalternità culturale e politica così radicata da rendere persino superflua la trasparenza.
Non c’è bisogno di informare il ministro di una nazione che non conta nulla perché è di proprietà dell’America, perché la risposta è scontata. Si fa e basta, altrimenti sono guai per Roma.
Esattamente come nelle strade di Minneapolis, dove la giustificazione arriva sempre dopo l’azione, mai prima, e serve solo a ratificare a posteriori l’abuso di potere.
Dal Minnesota a Milano, il virus si diffonde. Cambiano i contesti, ma la logica è la stessa: la realtà è un dettaglio negoziabile di fronte alla ragion di Stato di chi è più forte, perciò comanda.
Nel caso dell’Italia, di fronte alla ragion di un altro Stato.
Stiamo vivendo uno di quei momenti che segnano la storia, quelli che studenti di tutto il mondo analizzeranno nei decenni a venire.
Il lato ironico della storia, di cui siamo testimoni e vittime al tempo stesso, è che Donald Trump, l’uomo che ha promesso di “prosciugare la palude” e combattere il globalismo, è diventato il giullare involontario di un nuovo ordine, molto più accentratore e potente di quello che affermava di voler distruggere.
Un mondo che somiglia molto più a quello dei primi anni del secolo scorso, con gli ultimi vagiti degli imperi a farla da padrone, anche se gli imperatori non sono più rampolli di famiglie aristocratiche, bensì colossi bancari.
Per comprendere questo paradosso, dobbiamo guardare a due epicentri apparentemente scollegati, ma che slegati non sono: la voragine del debito americano e un piccolo, quasi impercettibile, cambio di rotta monetario a Tokyo, perché, insieme, stanno preparando la tempesta perfetta.
IL TRONO VUOTO DI WASHINGTON
L’impero americano, come tutti gli imperi prima di lui, ha un tallone d’Achille: il debito.
E qui si tratta di un debito che le politiche di Trump, con i suoi generosi regali fiscali ai super-ricchi e la promessa di un’ulteriore, massiccia espansione della spesa militare, hanno trasformato in un mostro insaziabile e fuori controllo.
Per decenni, Washington ha potuto stampare debito all’infinito, certa che il mondo lo avrebbe comprato. I titoli del Tesoro USA erano il “bene rifugio” per eccellenza, il materasso su cui ogni nazione, ogni fondo sovrano, ogni investitore si adagiava per dormire sonni tranquilli.
Quei giorni sono finiti ed è finita anche la tranquillità di quel debito.
Il dato è brutale nella sua semplicità: nel 2013, quasi la metà (49%) del debito americano era nelle mani di investitori stranieri. Esattamente il contrario di quanto accade per il secondo debito più alto al mondo, quello del Giappone, che, in gran parte, è in mano agli stessi giapponesi.
Oggi, però, quella quota di debito americano controllata da stranieri è crollata ad appena il 25%. Il mondo non si fida più del dollaro e degli USA.
Nazioni sovrane, alla scadenza dei loro titoli, non li rinnovano; preferiscono invece acquistare oro, il cui prezzo, non a caso, sta esplodendo da almeno tre anni, affermando la sfiducia globale per l’impero americano.
Ma se il mondo non compra più il debito americano, chi lo fa? O chi lo ripaga?
Chi sta tenendo in piedi la baracca?
La risposta è semplice quanto terrificante: la finanza americana, e, in cima alla piramide, più potente di molti stati, BlackRock, il colosso che gestisce un patrimonio di quasi 10.000 miliardi di dollari, che è diventato, insieme ad altri giganti finanziari d’America, l’acquirente di ultima istanza.
Ed ecco il paradosso: Trump, l’anti-globalista, per finanziare la sua visione di un’America “di nuovo grande”, ha messo il destino del Tesoro americano nelle mani del simbolo di quel capitalismo finanziario globale che, a parole, voleva combattere.
La Federal Reserve, di fatto, non è più un’entità governativa sovrana, ma un braccio operativo costretto a obbedire a chi le permette di esistere, ovvero chi ne compra il debito.
La Casa Bianca, in questo scenario, da comandante in capo è stata declassata a esattore di lusso, il cui compito non è più governare, ma minacciare i “vassalli” globali affinché continuino a riversare i risparmi dei loro cittadini nelle casseforti di Wall Street.
Ed ecco spiegati anche tanti passi inspiegabili, al limite della disperazione, dell’Amministrazione Trump, dal Venezuela alla Groenlandia, fino all’Iran.
TOKYO E LA FINE DEL GIOCO A COSTO ZERO
Se la dipendenza da BlackRock è la malattia cronica, il detonatore dell’infarto acuto viva a Tokyo, perché, per trent’anni, il Giappone è stato il bancomat del mondo, un fiume inesauribile di denaro quasi gratuito.
Grazie a tassi di interesse a zero o addirittura negativi, le grandi banche e gli hedge fund di tutto il mondo hanno potuto attuare un gioco tanto semplice quanto redditizio, noto come “Yen Carry Trade”, che prevedeva di prendere in prestito miliardi di yen a costo zero e investirli in asset che rendevano molto di più, come i titoli di stato americani al 4-5%.
Era un gioco dal profitto sicuro, amplificato dal fatto che lo yen si indeboliva costantemente contro il dollaro.
Ora, anche questo gioco è finito, perché, per la prima volta dagli anni ’90, il Giappone sta uscendo dalla sua lunga era di deflazione. L’inflazione sta salendo e la Banca del Giappone è costretta, finalmente, ad alzare i tassi d’interesse.
Quel fiume di denaro gratuito che poi veniva utilizzato per acquistare debito a stelle e strisce si sta prosciugando, perciò sta per arrivare uno tsunami finanziario.
Un fondo speculativo americano che ha preso in prestito 1 miliardo di yen quando il cambio era 160 yen per 1 dollaro aveva un debito che valeva 6,25 milioni di dollari a cui garanzia metteva asset americani per lo stesso valore.
Solo che ora lo yen si rafforza. Il cambio scende a 140. Improvvisamente, per ripagare lo stesso miliardo di yen, non bastano più 6,25 milioni di dollari, ma ne servono 7,14. Il debito è cresciuto, ma la garanzia è rimasta la stessa, quindi non basta.
La banca giapponese chiama e dice: “Il tuo debito è aumentato. O metti più garanzie, o vendi i tuoi asset e mi ripaghi”.
Per evitare il fallimento, il fondo di investimento non ha altra scelta che vendere ciò che ha: azioni americane, titoli del Tesoro americani. Ora, moltiplichiamo questo meccanismo per una cifra che, secondo le stime, oscilla tra i 550 miliardi e i 14 trilioni di dollari.
Stiamo parlando della “madre di tutte le crisi”, altro che 1929!
Parliamo di una vendita forzata e massiccia di asset statunitensi che innescherebbe un crollo verticale dei mercati, portando ad altre vendite a cascata, in un circolo vizioso che farebbe impallidire le crisi del 2008 e del 1929, appunto.
L’EFFETTO DOMINO SULLE NOSTRE VITE
Per chi non segue le dinamiche della geopolitica e dell’Economia con occhi esperti, sembra un gioco tra banche e speculatori, roba da Alta Finanza, invece non è una partita che si gioca solo nei grattacieli di Wall Street o di Tokyo, ma una guerra per il capitale che si combatte sulla pelle dei cittadini comuni di tre quarti di mondo.
L’aumento generalizzato dei tassi di interesse, necessario per rendere appetibili i debiti pubblici, ha un costo che paghiamo tutti noi.
Il sogno della casa di proprietà si allontana, soffocato da rate di mutuo che diventano insostenibili per famiglie con salari al palo. Il costo di un’auto a rate, di un prestito per mandare un figlio all’università, persino il debito sulla carta di credito, tutto diventa più oneroso.
Un dollaro più debole, inoltre, significa che i beni che importiamo – dall’elettronica allo smartphone, dalle automobili ai componenti per la nostra industria, fino al gas e al petrolio – costeranno di più. È inflazione importata, una tassa occulta sulla nostra vita quotidiana.
Siamo arrivati al dunque.
Il sistema che ha garantito la prosperità (di pochi) e la stabilità (apparente) per trent’anni si sta rompendo.
La retorica populista si è rivelata un’illusione per mascherare un trasferimento di potere ancora più radicale, non dagli stati al “globalismo”, ma dagli stati a un pugno di entità finanziarie private così grandi da diventare indispensabili agli stati.
Il capitalismo non sta ancora morendo, ma è giunto alla sua mutazione finale che lo sta portando a un feudalesimo finanziario dove i governi eletti diventano semplici amministratori di condominio al servizio di chi possiede il debito del mondo. Cioè, chi possiede il potere, i nuovi imperatori del mondo.
Benvenuti nell’era dei banchieri-imperatori. Dove persino chi governa paesi potenti deve chiedere il permesso.
L’ordine mondiale sta dimostrando tutta la sua precarietà nelle crepe che si irradiano dalle trincee innevate dell’Ucraina e raggiungono, con una rapidità spaventosa, le strade ghiacciate del Minnesota.
Ciò a cui assistiamo da settimane, non è una serie di crisi isolate e lontane da noi, ma il sintomo di un malessere, un cortocircuito di legittimità che sta erodendo le fondamenta delle potenze mondiali e sta svilendo il concetto di democrazia; dall’autocrazia russa alla democrazia americana, ormai, non esiste differenza.
MINNEAPOLIS E IL VERO VOLTO DELL’AMERICA
Se a est si consuma un dramma, a ovest la crisi è sempre più profonda.
A Minneapolis, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) e la sua agenzia più aggressiva, l’ICE, non stanno combattendo clandestini illegali, ma stanno rivolgendo la loro forza contro i cittadini americani.
Dopo Renee Good, una madre di tre figli, è toccato ad Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, essere ammazzato con la sola colpa di essersi messo a riprendere le azioni violente di quelli che da più parti cominciano a chiamare i miliziani di Trump.
La narrativa iniziale dell’amministrazione Trump parlava di terrorismo interno, di un uomo armato e pericoloso, che aveva opposto una resistenza all’arresto.
Poi, è emersa la cruda, inconfutabile verità dei video virali che dimostrano come Pretti portasse effettivamente con sé un’arma, ma al sicuro nella fondina e legalmente detenuta, mentre in mano aveva solo un cellulare, quando gli agenti federali lo hanno prima gettato a terra, immobilizzandolo, poi gli hanno sparato diversi colpi al petto per ucciderlo.
Un’esecuzione a sangue freddo, senza alcun motivo per uccidere. Un omicidio.
Ormai, tra gli americani serpeggia la paura che il potere federale, scatenato con la retorica dell’immigrazione, sia una minaccia per chiunque, anche per un cittadino che esercita un diritto costituzionale. È la dissoluzione della fiducia, il collasso del patto tra Stato e cittadino.
QUANDO LA PROPAGANDA SI SCONTRA CON LA REALTÀ
Il contraccolpo è stato immediato e devastante per Donald Trump.
Dopo l’omicidio di Pretti, i sondaggi registrano un crollo verticale del consenso sulla sua politica migratoria, che, da punto di forza della sua campagna elettorale, si sta trasformando in un tallone d’Achille.
Oltre il 53% degli americani ora boccia la sua linea dura. Il 58% ritiene che l’ICE si sia spinta “troppo oltre”, perciò sono molti anche i repubblicani contrari alle politiche dell’amministrazione che pure hanno eletto.
Questo malessere non è più confinato all’attivismo di sinistra, quindi, ma sta infettando l’elettorato moderato e, cosa ancora più significativa, sta provocando un cortocircuito ideologico nella base conservatrice.
Repubblicani di spicco, e persino la National Rifle Association (NRA), si sono trovati di fronte a un paradosso insostenibile: come difendere il Secondo Emendamento, il sacro diritto di portare armi per difendersi, quando un’agenzia governativa, che dovrebbe tutelare i cittadini, uccide un cittadino che non rappresenta una minaccia?
Il ritiro dalla campagna elettorale del repubblicano Chris Madel è un sintomo di questa profonda crepa e anche uno schiaffo violentissimo a Trump.
Le crescenti richieste di impeachment per la Segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, sostenute da oltre 115 deputati democratici, dimostrano che la crisi ha raggiunto i vertici istituzionali.
La Casa Bianca, sentendo la pressione arrivare alle porte dello Studio Ovale, ha iniziato una goffa marcia indietro, ritrattando le accuse di terrorismo e promettendo indagini.
IL PREZZO DEL CAOS
Mentre il Senato si prepara a bloccare i finanziamenti all’ICE, minacciando un nuovo shutdown, Donald Trump è intrappolato nella sua stessa retorica, perché, da un lato, elogia il “lavoro fenomenale” dell’agenzia, ma dall’altro, ne annuncia il parziale ritiro da Minneapolis, un’ammissione implicita che qualcosa è andato terribilmente storto.
Quello che sta accadendo non è solo un problema americano e sarebbe ingenuo credere che sia colpa di Trump. In primo luogo, perché l’ICE uccide fin dalla sua istituzione e l’uomo che dovrebbe subentrare a Bovino è stato premiato anche da Obama. In second’analisi perché la contrazione delle democrazie è una pandemia sempre più asfissiante nell’intero Occidente.
In Europa, per esempio, chi dissente non viene ucciso per strada, ma i suoi conti vengono bloccati dalla sera alla mattina senza processo.
È il paradigma di un’era in cui le istituzioni, spinte da una politica polarizzante, perdono il contatto con la realtà e con i principi su cui si fondano.
L’uccisione di Alex Pretti non è solo una tragedia umana, ma è il suono di un’altra crepa che si apre nel tessuto di una democrazia e ci ricorda, brutalmente, che nessun ordine, per quanto consolidato, è immune dal rischio di frantumarsi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. È un monito per tutte le democrazie. Anche le più solide.
Le esecuzioni per le strade americane, così come le chiusure dei conti di chi dissente in Europa, unitamente alla censura sui social network di chi non sposa il potere consolidato (come accaduto recentemente a Barbero), sono fatti incontrovertibili che dimostrano come l’era delle democrazie sia morta.
Al suo posto, ci sono degli imperi nascenti e altri morenti.
Dissentire oggi, nel 2026, può costare la dignità di non essere in grado di acquistare neppure dell’acqua, se abiti in Europa, perché ti chiudono i conti senza avvisarti, senza nemmeno un processo. Può costarti la vita, se risiedi negli Stati Uniti, perché ti ammazzano per strada.
Un tempo ci dicevano che eravamo fortunati, perché queste cose da noi non accadevano. Erano normalità in Russia, in Cina, in Corea del Nord.
Beh, come dimostrano i fatti, siamo diventati come quelle dittature contro cui puntavamo il dito.
E il problema non sono Putin, Trump, destra, sinistra o altre analisi da bar, ma sono il potere e gli interessi economici sul pianeta.
Ma questa è un’altra storia e ne tratteremo prossimamente.
Gli eventi destinati a lasciare il segno sono sempre preceduti da un brusio che si inerpica tra le pareti, rimbalza tra le opere esposte e crea un sottofondo familiare a chi è abituato a palcoscenici importanti.
Insomma, si creano aspettative e una elettricità palpabile, proprio come è avvenuto a Sassuolo, presso la Galleria d’Arte “Jacopo Cavedoni”, dove quel brusio si è trasformato in un’ovazione silenziosa, in un’attenzione quasi sacrale per la personale di Franco Bulfarini, intitolata “Figurazione Avveniristica e Città Impossibili”, dove non c’è stata una semplice inaugurazione, ma è andata in scena una diagnosi, una spietata e lucidissima analisi del nostro tempo, offerta da un artista che ha smesso da tempo di guardare il mondo per iniziare a sezionarlo.
Le sale della galleria erano gremite, un dato non banale in un’epoca di disintermediazione digitale e di atomizzazione sociale ai limiti della lobotomia culturale, sostenuta da immagini che si consumano in pochi istanti sui social e dalle mode della notorietà a ogni costo, senza studi e senza sacrifici.
La presenza fisica di una comunità così eterogenea, invece, raccolta attorno alle tele di Bulfarini, è già di per sé un atto sociologico che testimonia la resistenza di un bisogno primario di confronto, di decodifica, di un linguaggio che trascenda la banalità del quotidiano.
Premetto che la mia strada e quella di Franco Bulfarini si sono incontrate qualche anno fa, dopo che lui notò una mia presentazione in una galleria di Parma. Da allora, ci siamo sentiti alcune volte al telefono e abbiamo sempre constatato una relazione simbiotica nel nostro modo di percepire l’arte e il mondo.
Per questo motivo, l’artista mi ha chiesto di presentarlo in questa avventura e ritengo questa scelta un privilegio, perché la stima che Bulfarini ha sempre manifestato per me è ampiamente contraccambiata.
Così, mi sono trovato quasi a officiare questo rito collettivo, in qualità di critico internazionale, per la mostra personale di un pittore e critico d’arte, per cui ho deciso di introdurre l’arte di Franco senza annoiare gli astanti con inutili voli pindarici tra tecnica e materiali, ma ho sottolineato gli aspetti poetici e filosofici dell’espressione artistica di Bulfarini.
L’ARTE COME STRUMENTO DI INDAGINE
Per prima cosa, ho tracciato una linea di demarcazione netta: prima e dopo la fotografia, un confine che non è solo tecnologico, ma ontologico. Prima, l’arte era cronaca, celebrazione, catechismo per analfabeti. Committenza divina o nobiliare.
Gli artisti dovevano fungere da fotografi, rappresentando ciò che vedevano, in modo tale che i nobili ricordassero una persona cara, un paesaggio, una determinata situazione. Allo stesso modo, dovevano affrescare le chiese con immagini realistiche per divulgare i messaggi del Vangelo alla popolazione che era, per la stragrande maggioranza, analfabeta.
Dopo, liberata dal fardello della rappresentazione mimetica, l’arte è diventata indagine, perciò sono nati stili, linguaggi e correnti molto diversi. Forse, rispetto ai grandi del Cinquecento, l’arte ha perso punti quanto a livello tecnico, ma ne ha guadagnati in varietà di stili e capacità di sviscerare il proprio tempo. E Bulfarini è uno degli investigatori più perspicaci e raffinati del nostro tempo.
Le sue indagini sono portate avanti grazie a un linguaggio personale, a metà strada tra Boccioni e Kandinskij, che lo caratterizza e lo distingue in mezzo a migliaia d’altri, elemento indispensabile per elevarsi dalla figura del pittore a quella di artista.
La previsione che il nome di Bulfarini figurerà sui libri di storia dell’arte del futuro non è un’iperbole di circostanza, ma è evidente dopo un’attenta analisi strutturale della produzione del pittore.
Come Otto Dix ci ha sbattuto in faccia la putrescenza morale della società borghese al tempo della Repubblica di Weimar, rendendo visibile l’humus su cui sarebbe germogliato il nazismo, così Bulfarini ci sbatte in faccia le nostre incoerenze, la frammentazione, la schizofrenia tra l’infinitamente grande del cosmo e l’infinitamente piccolo delle nostre esistenze alienate.
Il suo è un linguaggio precursore, un idioma visivo che altri, inevitabilmente, tenteranno di copiare.
LE TELE: MAPPE DI UNA COSCIENZA FRATTURATA
Osservare le opere esposte è come affacciarsi sull’orlo di un collasso gravitazionale.
OPERE DI FRANCO BULFARINI
“La città impossibile” non è un esercizio di prospettiva cubista, ma la metafora di un sistema insostenibile e, al tempo stesso, l’evoluzione che diviene plastica.
Una civiltà costruita su fondamenta precarie, un agglomerato di ambizioni geometriche che sfidano la logica e sono destinate a franare nel buio della valle sottostante, ma che potrebbero anche risalire le montagne all’orizzonte, in una perpetua evoluzione, fino a tornare a valle sotto forma di spirito, di acqua, o di altro.
L’uso del giallo in alcune opere, un giallo particolare, quasi tossico, quasi radioattivo, non è il colore del sole, ma della febbre. È la luce artificiale che ci tiene svegli la notte, un’ansia che si cristallizza in forme aguzze, in detriti di pensiero che non trovano pace, mentre la civiltà non dorme più perché ha perso la capacità di sognare. È intrappolata in un eterno, allucinato presente.
Eppure, quegli sfondi gialli sono anche, al contrario, ascesi e spirito che ritrovano lo spazio che meritano per un sano equilibrio.
Bulfarini non dipinge, ma crea quello che, a occhi inesperti, potrebbe apparire caos. Invece le sue tele sono partiture complesse dove il rosso della vita e della violenza dialoga con il blu profondo della meditazione e del vuoto siderale, per poi essere squarciato dal giallo dello spirito, un’ascesi che somiglia pericolosamente alla follia, ma anche all’essenza della vita umana.
PASQUALE DI MATTEO PRESENTA FRANCO BULFARINI
L’universo e il cosmo, termini ricorrenti nei suoi titoli, non sono scenografie, ma i veri protagonisti. L’essere umano è spesso assente, o presente solo come traccia che i più faticano a percepire, come rovina biomeccanica, fuso con ingranaggi e circuiti che ne hanno divorato l’anima. È la condizione post-umana che l’artista propone in una mostra che ha il sapore delle pagine antiche di quelle enciclopedie che ti arricchiscono.
Infatti, l’arte di Franco Bulfarini è un’enciclopedia visuale che tratta di sociologia e filosofia per parlarci della vita e del mondo, così come l’artista li percepisce nella nostra società, attraverso dimensioni che sembrerebbero ponti per tentare una fuga, perché in quelle altre dimensioni, Bulfarini propone alternative alla nostra, alle nostre vite, a condizioni statiche, spesso pesanti, che immaginiamo essere insuperabili e impossibili da cambiare.
L’ARTE COME ATTO POLITICO, MA DI “POLIS”
In questo scenario, la presenza istituzionale della Vice Sindaca, la dottoressa Serena Lanzotti, assume un significato che va oltre il saluto di rito. Innanzitutto, perché la presenza delle istituzioni non è affatto scontata, inoltre perché è il riconoscimento che la cultura, e in particolare l’arte che scava nelle contraddizioni, non è un orpello per il tempo libero, ma ha una funzione essenziale nella “polis”.
INTERVENTO DEL VICE SINDACO, SERENA LENZOTTI
Un luogo in cui si fa arte, è un luogo di cultura, di dubbio, di filosofia, il luogo dove una comunità si interroga, si specchia e, forse, trova la forza di immaginare un futuro diverso dalle “città impossibili” che continuiamo ostinatamente a costruire e/o a non capire.
La comunicazione espressiva di Franco Bulfarini è radicalmente politica, nel senso più alto del termine, pur non c’entrando nulla con la politica che vediamo ogni giorno in tv. Non è una politica di governo, infatti, ma una politica della polis, della gente, una filosofia aulica, di grande cultura sociologica.
Perché l’arte di Franco Bulfarini ci costringe a porci le domande fondamentali che la routine economica e sociale rimuove costantemente dai dibattiti quotidiani: chi siamo? Dove stiamo andando? Qual è il senso di questa frenetica costruzione e distruzione?
Le sue “figurazioni avveniristiche” non sono fantascienza, bensì sono il nostro presente, guardato attraverso una lente di ingrandimento così potente da rivelarne la struttura molecolare, le fratture, le metastasi, attraverso gli occhi di un uomo che ha imparato il linguaggio del cosmo.
Franco Bulfarini non ci offre risposte né ha la presunzione di dispensare verità assolute, perché sa che le risposte facili sono il mestiere dei demagoghi.
Lui, da vero artista, ci consegna qualcosa di molto più prezioso e terribile, cioè le domande giuste da porci. E lo fa con un linguaggio così unico e potente da essere già di per sé un evento. Un nuovo paradigma, in cui si rincorrono punti di contatto e abbracci, avviluppamenti cromatici e distinzioni più nette, in un’armonia di colori e di tratti che raccontano dell’uomo e dei suoi spazi, ambientali, spirituali, cosmici.
Un’arte che ha il sapore della scoperta, che invita a essere curiosi, perché la curiosità è il carburante delle persone intelligenti, la benzina della cultura.
Sta alla sensibilità di noi tutti saper cogliere la grandezza della sintassi cromatica di artisti del calibro di Franco Bulfarini.
Alex Pretti era un infermiere. Reneé Good era una donna.
Non erano criminali e non viaggiavano armati illegalmente, come invece la propaganda ha tentato di raccontare, pur senza mostrare uno straccio di prova credibile.
Entrambi sono morti per le strade di Minneapolis, assassinati da agenti federali. Le loro storie, documentate da video che contraddicono le versioni ufficiali della propaganda, sono l’emblema della profonda trasformazione in atto nel sistema dell’impero americano, una trasformazione che ha ridefinito il concetto di ordine, sicurezza e verità, mostrando un DNA non dissimile da quello che contraddistinse la Germania nazista.
Per comprendere cosa sia diventata l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), dobbiamo analizzare le dinamiche di potere che l’hanno plasmata, quei meccanismi comunicativi che ne legittimano la violenza e le due narrazioni, diametralmente opposte, che la elogiano o la definiscono nuova Gestapo.
Da una parte, l’argomento secondo cui la “cura Trump funziona”, un pugno di ferro che riduce la criminalità; dall’altra, la tesi di uno stato che scivola verso l’autoritarismo, utilizzando il caos come strumento di governo. La verità, come spesso accade, non sta nel mezzo, ma in una diagnosi più complessa e inquietante.
LE ORIGINI: DALL’11 SETTEMBRE ALLA “GUERRA AL TERRORE”
L’ICE non è un’invenzione di Donald Trump, ma è figlia di quella voglia di sicurezza post-11 settembre, un’entità nata nel 2003 dalla volontà dell’amministrazione Bush di centralizzare il controllo sull’immigrazione e le frontiere in nome della sicurezza nazionale.
Il suo mandato, fin dall’inizio, era vasto e ambiguo: un ibrido tra polizia doganale e agenzia di intelligence interna che per anni, ha operato in modo mirato, spesso sottotraccia, concentrandosi su criminali e minacce specifiche.
Era una macchina imperfetta, a volte brutale, ma inserita in un sistema di equilibri che, pur con tutte le sue ipocrisie, era “gestibile” e conteneva, non scatenava, il caos.
Quel sistema non esiste più. È stato deliberatamente distrutto e l’ICE è mutata in quella milizia spaventosa che si sta manifestando oggi.
TRUMP E LA “MILIAZIA DEL CAOS”
Con l’arrivo di Donald Trump, l’ICE ha subito una metamorfosi. La narrazione ufficiale, sostenuta da alcuni analisti, è quella di un successo clamoroso.
Perché l’informazione, oggi, vive di semplificazioni. L’agente federale diventa “la Gestapo”, un’etichetta potente ma imprecisa che oscura una realtà più complessa.
L’uomo al centro di molte di queste operazioni è Gregory Bovino, capo ad interim della U.S. Border Patrol, il cui profilo non è quello di un picchiatore improvvisato, ma di un professionista d’élite: West Point, Rangers, una laurea in legge, un passato nell’FBI.
Questo capo carismatico, che indossa l’uniforme come un ufficiale nazista, lancia grida d’allarme secondo cui «Stiamo cedendo il controllo operativo del nostro confine a un’organizzazione criminale.»
Potrebbe sembrare propaganda, ma è un dato di fatto. La frontiera meridionale degli Stati Uniti è un’emorragia attraverso cui i cartelli, veri e propri stati-ombra, inondano gli USA di stupefacenti, alimentando una piaga che miete centinaia di migliaia di vittime, soprattutto tra i giovani.
In questo contesto, le azioni aggressive della Border Patrol e dell’ICE non appaiono più come arbitrarie repressioni politiche, ma per molti diventano tentativi di riaffermare la sovranità dello Stato contro un nemico transnazionale.
La “cura Trump”, vista sotto questa luce, è una risposta – per quanto brutale – a una minaccia reale e tangibile che i suoi predecessori non sono riusciti a dare.
I dati, come riportato dal New York Times, parlano chiaro: un calo drastico dei crimini, con gli omicidi diminuiti del 21%, a livelli che non si vedevano dal 1900. La “cura Trump”, insomma, sembra funzionare.
In questa visione, l’ICE opera per recidere il tumore della criminalità organizzata, spesso legata a comunità di immigrati (come quella somala in Minnesota, accusata di frodi miliardarie ai danni del welfare), là dove i governi locali, per collusione o debolezza ideologica, avevano sempre fallito.
Secondo tale visione, contro l’ICE si sarebbe scatenata una propaganda alimentata dai nostalgici della campagna di Kamala Harris e delle amministrazioni democratiche, in combutta con alcuni criminali. Di fatto, sembra questa la tesi che tali analisti veicolano.
Ma questa è solo una faccia della medaglia, una delle possibili verità.
L’altra narrazione ci parla di una nuova era, quella dei “predatori”.
Il nuovo leader forte non cerca l’ordine, ma prospera nel caos.
Il conflitto non è un problema da risolvere, ma un ambiente da coltivare, perciò, per un leader del genere, che governa attraverso lo shock e la polarizzazione, l’ICE è l’arma perfetta.
Le azioni di queste milizie non devono essere efficaci, ma spettacolari, in modo da arrivare a tutti i cittadini.
I raid di massa, gli arresti arbitrari di intere famiglie, le operazioni pubbliche con agenti mascherati, non servono a smantellare reti criminali in modo efficiente (anzi, spesso sono controproducenti perché alienano la collaborazione delle comunità).
Servono a terrorizzare, a creare un clima di tensione permanente, a dimostrare il potere coercitivo dello Stato. Il caos, da fallimento del sistema, diventa così la sua stessa forma di governo. Non si tratta di ristabilire l’ordine, ma di usare la violenza per imporre una nuova forma di potere, personale e senza vincoli, nonché più perniciosa e fondata sul controllo sociale.
L’ICE E LA GESTAPO: UN PARALLELO INQUIETANTE
Il paragone con la Gestapo nazista è forte, ma non campato in aria, perché le somiglianze sono strutturali.
Entrambe le forze non colpiscono solo i criminali, ma l’intera comunità a cui appartengono, basando il controllo sull’identità (l’immigrato, l’oppositore) piuttosto che sul reato.
Inoltre, entrambe usano l’intimidazione, la paura e la violenza pubblica come tattiche per paralizzare il dissenso e affermare il dominio.
Qualcuno potrebbe obiettare che esista una differenza cruciale, certo: la Gestapo operava in un regime totalitario, l’ICE agisce (o dovrebbe agire) all’interno di una democrazia.
Ma è proprio questo il punto più allarmante, poiché l’amministrazione Trump ha lavorato per erodere quella differenza, garantendo impunità agli agenti e delegittimando ogni forma di controllo legale o istituzionale.
La linea di demarcazione si sta assottigliando pericolosamente.
Quando la NRA, la più potente lobby delle armi e strenua sostenitrice di Trump, chiede un’indagine sull’omicidio di un cittadino legalmente armato come Pretti, significa che persino i pilastri di quel mondo riconoscono che qualcosa si è rotto. Significa che l’ICE è fuori controllo e agisce ben al di là delle regole democratiche.
PERCHÉ PROPRIO IL MINNESOTA E MINNEAPOLIS?
Il massiccio dispiegamento di agenti federali in Minnesota non ha nulla a che fare con la lotta all’immigrazione clandestina, ma è parte di una più ampia strategia politica, di quella che qualcuno ha già definito “guerra culturale” contro lo stato che non vota per i repubblicani dal 1972.
L’impero americano è in crisi, un impero da sempre fondato sull’industria della guerra, ma il cui popolo non vede più di buon occhio le guerre all’estero, quindi il governo federale ha bisogno di creare un nemico interno per giustificare la repressione e il controllo delle masse.
Perché, senza il sostegno alle guerre, le grandi aziende di armi soffrono e il sistema rischia il collasso.
Proprio a causa della sua lunga storia di progressismo e attivismo, dalle campagne per George Floyd a figure politiche come Ilhan Omar e Paul Wellstone, il Minnesota è stato scelto come “terreno di prova” e capro espiatorio dal pugno duro di Trump.
I media di destra e gli influencer creano e amplificano narrazioni come lo scandalo delle frodi negli asili nido per dipingere il Minnesota come uno stato fallito e fuori controllo, con l’intento di alimentare così il consenso pubblico per un intervento federale aggressivo, arrivando a giustificare persino gli omicidi pubblici a cui abbiamo assistito.
In pratica, l’invasione di ICE è stata una “prova generale” per l’applicazione della legge marziale su scala nazionale, testando le tattiche di repressione su cittadini americani in una roccaforte progressista.
L’ALLEANZA INVISIBILE: MILIARDARI E PREDATORI POLITICI
Questa deriva autoritaria non sarebbe possibile senza un’alleanza strategica, e spesso invisibile, con un’altra categoria potentissima e quasi intoccabile, un manipolo di miliardari potentissimi.
I signori della Silicon Valley, i fondatori di Google, Meta, X, hanno creato l’ecosistema digitale in cui questa nuova politica prospera; un tempo erano celebrati come visionari democratici, ma oggi si stanno dimostrando come i principali architetti dell’era della post-verità.
Le loro piattaforme non sono spazi neutri, ma generatori di profitto alimentati dall’emotività, perciò gli algoritmi sono programmati per “alzare la temperatura”, per premiare i contenuti più estremi, divisivi e rabbiosi, perché sono quelli che generano più interazioni, più dati, più profitto.
Un video che mostra un omicidio a sangue freddo e la versione ufficiale che parla di legittima difesa possono coesistere, ciascuno rinchiuso nella propria bolla di consenso, ma questi milionari possono decidere quali video mostrare di più e quali meno, a seconda della convenienza personale, politica, di interesse.
Non a caso, i casi di censure causate dai servizi di fact checking sono una piaga sociale che lede in profondità le fondamenta dello stesso concetto di democrazia.
L’alleanza tra politici e miliardari è quindi strutturale, non ideologica, perché entrambi beneficiano della distruzione delle regole condivise, delle mediazioni e dei compromessi.
LA VITTORIA DI MINNEAPOLIS E IL POTERE DEL POPOLO
L’escalation di violenza a Minneapolis ha avuto una conseguenza imprevista: Gregory Bovino, il capo della Border Patrol, è stato rimosso dal suo incarico.
Qualcuno parla solo di allontanamento da Minneapolis, ma pare che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la sua gestione sfrontata dei social media, in particolare le false accuse contro la vittima di omicidio, Alex Pretti, che gli è costata non solo il ruolo, ma anche l’accesso ai suoi canali di propaganda digitale.
La vittoria, però, non è priva di ombre: il suo successore, Tom Homan, è una figura ancora più dura, uno dei principali artefici della politica di tolleranza zero portata avanti dalla prima amministrazione del tycoon, che ha separato oltre 5.000 bambini migranti dai loro genitori tra il 2017 e il 2018.
Ciononostante, per Minneapolis e per i suoi leader locali, si tratta di una vittoria, seppur parziale, nel “braccio di ferro” con Washington. Una vittoria ottenuta grazie alla straordinaria mobilitazione della popolazione locale che, dopo sparatorie, rastrellamenti, esecuzioni per strada e deportazioni, ha detto basta.
Ma perché Trump ha fatto un mezzo passo indietro?
Beh, perché l’omicidio di Alex Pretti ha incrinato il consenso persino in alcuni settori allineati con Trump.
Persino il candidato repubblicano alla corsa per il governo del Minnesota, l’avvocato Chris Madel, ha annunciato che interromperà la sua campagna a causa dei comportamenti dell’ICE nel suo stato.
Madel ha dichiarato che le azioni dell’ICE «Sono un disastro totale. Non posso sostenere la ritorsione dichiarata dei repubblicani a livello nazionale verso i cittadini del nostro stato, né posso considerarmi un membro di un partito che lo farebbe.»
Minneapolis è una lezione per tutti, perché ha dimostrato che il potere dei predatori, per quanto sfrontato e tecnologicamente pernicioso, non è invincibile e può essere incrinato dalla resistenza collettiva, dal coraggio di documentare la verità e dalla determinazione di difendere lo stato di diritto.
L’INTERREGNO DEI MOSTRI
Tuttavia, l’ordine internazionale, basato su equilibri e diplomazia, per quanto imperfetto, sta morendo. Al suo posto, non sta nascendo un nuovo ordine, ma un interregno dominato dal caos, per cui tutti stanno abbandonando le maschere perché nessuno ha più paura di mostrare la sua vera natura.
L’ICE, nella sua forma attuale, è uno di questi “fenomeni morbosi”, uno strumento in mano a un potere che non vuole più essere gestito, ma solo esercitato. È il braccio armato di un’alleanza tra leader che disprezzano i vincoli e miliardari proprietari di piattaforme che prosperano sul conflitto e sul caos.
In tale contesto, risulta evidente come sia inutile domandarsi se la “cura Trump” funzioni, perché non si può gioire se il paziente, per guarire dall’epatite, assume farmaci tossici che gli provocano il cancro.
Certo che in uno stato di polizia diminuiscono i crimini, ma a quale prezzo?! Al prezzo di diventare la Corea del Nord?
E un altro tipo di cancro si sta manifestando tra la società americana e occidentale in genere, tra imbarbarimento, avversari trasformati in veri e propri nemici da eliminare, comunicazione e dialettica da linciaggio, e una nuova normalità che ha il vecchio e stantio tanfo di situazioni che speravamo fossero confinate sui libri di storia.
Ora l’ICE raggiungerà casa nostra. La ritroveremo a fianco degli atleti e dei politici americani durante le Olimpiadi, stando a quanto dichiarato dalla stessa organizzazione.
E resta da vedere quali comportamenti metteranno in atto in Minnesota d’ora in avanti.
Tuttavia, le prove generali di coprifuoco e controllo sociale sono state portate avanti per settimane, in America, lasciando per strada una scia di sangue e una popolazione terrorizzata, oltre alla sensazione che l’impero sia sul punto di esplodere.
Ogni anno, il 27 gennaio, mettiamo in scena il nostro rituale collettivo di espiazione. Ci fermiamo, ricordiamo, ci interroghiamo sulla domanda più terribile e necessaria: “Com’è stato possibile?”.
E, mentre le immagini in bianco e nero dei binari che conducono ad Auschwitz scorrono sui nostri schermi, altre immagini, a colori e in diretta, ci raggiungono dai nostri smartphone, dalle televisioni, dai pc: edifici sventrati, bambini coperti di polvere e sangue, volti scavati dalla fame.
Si tratta di esseri umani che subiscono soprusi e crimini contro l’umanità, proprio come quei crimini e quei soprusi per cui è stata istituita la Giornata della Memoria.
E, in questa dissonanza cognitiva, nascondiamo la più profonda frattura etica del nostro tempo.
A cosa serve commemorare un genocidio passato se non siamo in grado di riconoscere, denunciare e fermare i meccanismi di un genocidio presente?
A cosa serve ricordare la barbarie nazista e fascista, se giustifichiamo i crimini dell’ICE in America e non condanniamo senza se e senza ma i crimini di Israele?
La memoria non è un museo, non è un archivio da visitare una volta l’anno per sentirsi assolti e in pace, come fosse Natale.
È, o dovrebbe essere, una lente morale attraverso cui decodificare il presente. Se fallisce in questo, diventa solo un’ipocrita liturgia priva di senso.
LA LOGISTICA DEL SILENZIO: QUANDO L’ORRORE DIVENTA PROCEDURA
La risposta più comoda alla domanda “Com’è stato possibile?” è attribuire il male a una parentesi di mostruosità disumana.
È un errore grave. Un errore consolatorio.
L’Olocausto non fu primariamente un’esplosione di sadismo irrazionale, ma fu il trionfo della razionalità burocratica applicata allo sterminio, una situazione che dimostrò che nel DNA di alcuni esseri umani è nascosto anche il male. Basta solo che vi siano le condizioni per attivarlo.
È la normalità che ha ingoiato l’orrore, trasformandolo in procedura. Le parole furono il primo strumento. Non si diceva “camera a gas”, ma “locali per la disinfezione”.
Non si parlava di “deportazione”, ma di “reinsediamento”. Non “sterminio”, ma “trattamento speciale”.
Non era un semplice eufemismo, ma un’architettura linguistica progettata per disinnescare la coscienza, e si tratta di strategie linguistiche che stiamo riapplicando anche oggi, a cominciare da quelli che si arrampicano sugli specchi per spiegare cosa sia o non sia un genocidio.
La violenza fu spezzettata in una catena di montaggio. C’era chi compilava i moduli. Chi guidava i treni, gestiti dalla Deutsche Reichsbahn secondo un orario nazionale, con tanto di tariffe per i deportati e “sconto comitiva” per gruppi superiori a 400 persone.
C’erano gli ingegneri, professionisti orgogliosi che brevettavano sistemi per “ottimizzare” la ventilazione dei forni crematori, per bruciare più corpi in meno tempo.
Erano padri di famiglia che, tornati a casa, accarezzavano i propri figli con le stesse mani con cui avevano firmato ordini di trasporto verso la morte.
Ciascuno eseguiva solo un frammento del processo. Ciascuno poteva dirsi: “Io faccio solo il mio lavoro”. Perché in questa parcellizzazione della responsabilità, l’individuo si astrae dalla conseguenza finale del suo gesto. L’orrore diventa un termine tecnico, un problema logistico.
E, oggi come allora, c’erano i complici, colpevoli almeno quanto i carnefici. Erano quelli che non partecipavano fisicamente al genocidio, alla barbarie, ai soprusi. Non firmavano atti, non progettavano strumenti di morte, non punivano, non sparavano, non arrestavano, Ma, semplicemente, approvavano o facevano finta che andasse tutto bene, che fosse tutto normale.
Poi c’erano quelle che non solo approvavano, ma tifavano. Erano tanti, tantissimi, tant’è che il nazismo e il fascismo non presero il potere con la forza, ma vincendo elezioni democratiche. Per tanti era giusto ciò che accadde.
Così come, oggi, allo stesso modo, è giusto quanto accade per molte persone che hanno il medesimo DNA.
DAL “TRATTAMENTO SPECIALE” AL “DANNO COLLATERALE”: L’ANESTESIA DELLA COSCIENZA MODERNA
La logica su cui si basarono il fascismo e il nazismo suona familiare? Beh, dovrebbe, perché è la stessa logica che opera oggi.
Quando un missile uccide una famiglia in un campo profughi e lo definiamo “danno collaterale”, stiamo applicando la stessa tecnica di neutralizzazione semantica.
Quando un’operazione militare che provoca decine di migliaia di morti civili viene definita “diritto alla difesa”, stiamo mascherando una realtà atroce dietro un principio astratto.
Quando neghiamo acqua, cibo e medicine a due milioni di persone intrappolate, e lo chiamiamo assedio, e non un atto di sterminio, stiamo trasformando l’orrore in una procedura.
Quando definiamo gli USA la più grande democrazia del mondo, mentiamo a noi stessi e ci rendiamo ridicoli agli occhi del mondo. Non solo per i crimini efferati commessi dall’ICE, la forza di polizia presidenziale dai modi in stile SS, nata all’indomani del crollo delle Torri Gemelle, ma anche per le numerose violazioni internazionali di Washington nel mondo, dall’Iraq all’Iran, dalla Libia al Kosovo.
Mentre manifestiamo e gonfiamo il petto per la Giornata della Memoria, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha chiesto da oltre un anno l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità, al pari di quanto fatto per Putin, e sta valutando un’accusa di genocidio contro l’intero Stato di Israele per le sue azioni a Gaza, in Cisgiordania e in Iran.
La causa, promossa dal Sudafrica, una nazione che conosce bene il significato di oppressione e fascismo, è stata appoggiata da nazioni come Spagna, Irlanda, Colombia, Messico, Cile.
Organizzazioni come Human Rights Watch, Amnesty International e Medici Senza Frontiere – le stesse che lodiamo quando denunciano violazioni dei diritti umani in altre parti del mondo – hanno usato termini come “crimini di sterminio”, “apartheid”, “pulizia etnica” per quanto accaduto a Gaza e in Cisgiordania. Solo che, in questo caso, qualcuno storce il naso e vorrebbe intimidire quelle organizzazioni.
Perché certuni amano chiunque, adorano persino il Diritto internazionale, ma solo fino a quando non punta il dito contro di loro e i loro amici.
Le prove sono schiaccianti: la retorica disumanizzante (“animali umani”), il blocco deliberato degli aiuti, i bombardamenti indiscriminati, la distruzione sistematica di ospedali, scuole e infrastrutture civili.
Tutti elementi che configurano, secondo la Convenzione sul Genocidio, l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.
Così come sono sotto gli occhi di tutti i comportamenti nazisti dell’ICE e la repressione negli Stati Uniti d’America.
OLTRE IL “NON SAPEVAMO”: LA RESPONSABILITÀ DEL VEDERE
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mondo si rifugiò dietro la frase più comoda: “Non sapevamo”.
Beh, poteva essere vero, almeno in parte.
Lo dissero anche gli americani dopo la strage causata dalla seconda bomba atomica sul Giappone, come se la prima, sganciata solo tre giorni addietro, non fosse mai stata sganciata, come se non ne avessero visti gli effetti.
La seconda fu sganciata con consapevolezza e con il desiderio di provocare di nuovo quel macello umano, ma si difesero sostenendo che non sapevano.
Beh, oggi, nel mondo iper-connesso, quella scusa non esiste più.
Noi sappiamo. Noi vediamo.
Vediamo in tempo reale i video dei droni che inseguono e uccidono civili disarmati. Leggiamo le testimonianze dei medici che operano bambini senza anestesia. Vediamo le immagini satellitari della distruzione.
Sui nostri schermi ci sono scheletri umani che faticano a respirare e tanti muoiono, per fame o perché ammazzati. Possono essere gonfiati i numeri, ma i crimini contro l’umanità non sono per questo meno efferati.
E sono crimini di oggi, con la stessa ferocia e disumanità di quelli per cui abbiamo istituito la giornata del 27 gennaio.
Se ieri il meccanismo era “non sapere”, oggi il meccanismo è la scelta deliberata di non agire, di non collegare i punti, di non chiamare le cose con il loro nome, di non voler vedere la realtà se chiama in causa gli amici o i nostri politici di riferimento.
Il cittadino medio continua a fare la spesa, a guardare la partita, a lamentarsi del traffico, perché l’orrore è lontano, è complesso, è “normalizzato” dal flusso di notizie che lo riduce a rumore di sottofondo.
E, qualora fosse costretto a vedere la realtà, dovrebbe avere il coraggio di comprendere di aver vissuto la finzione di essere nel giusto, di essere dalla parte democratica del mondo.
“Cosa avremmo fatto noi, al tempo di Hitler?”
Beh, la stessa cosa che stiamo facendo di fronte a Netanyahu. La stessa cosa che stiamo facendo davanti all’ICE. Stiamo persino spingendo l’intero popolo ucraino a morire in guerra, perché le nostre industrie di armi continuino a prosperare.
La risoluzione ONU che ha istituito la Giornata della Memoria è un mandato a prevenire, a evitare che lo scempio del secolo scorso si verificasse di nuovo.
E noi abbiamo fallito.
Se la nostra commemorazione si esaurisce il 27 gennaio e con la Shoah, senza tradursi in un’azione concreta contro l’ingiustizia che vediamo con i nostri occhi nei confronti di altre etnie e di altri olocausti, di altri vagiti del nazismo, allora non stiamo onorando le vittime della Shoah, ma stiamo soltanto lucidando le loro lapidi, mentre, in silenzio, scaviamo la fossa per le prossime, per cui, è probabile, nessuno mai ricorderà né i nomi né il perché della barbarie.
Perché significherebbe ricordare che sarebbero stati perlomeno complici.
C’è un’ironia tanto tragica quanto rivelatrice nelle parole che Volodymyr Zelensky ha scagliato contro l’Europa dal palco dorato di Davos.
Il leader di una nazione tenuta in vita artificialmente da un torrente di miliardi europei, un fiume di denaro che ha prosciugato le nostre economie e alimentato un’inflazione che morde le caviglie dei nostri cittadini, ha guardato in faccia i suoi benefattori e li ha definiti, in sostanza, irrilevanti.
Per la serie “riconoscenza 2.0”.
Un “caleidoscopio bello, ma frammentato di potenze piccole e medie, smarrite e incapaci di assumere un ruolo guida”.
Non è un semplice insulto, ma una diagnosi brutale, ingrata, ma spaventosamente accurata.
LEADER EUROPEI SENZA UNA BUSSOLA
La critica di Zelensky non nasce nel vuoto, ma si innesta su una percezione che a Mosca, come a Washington, è ormai un dato di fatto consolidato, cioè che l’Europa, come entità geopolitica autonoma, ha cessato di esistere da tempo.
La sua politica estera è diventata un’eco sbiadita delle direttive atlantiche, i suoi leader ridotti a diligenti esecutori di una sceneggiatura scritta altrove.
Quando la Russia bolla figure come Kaja Kallas, e per estensione l’intera classe dirigente europea, come “incompetenti”, non sta semplicemente usando un epiteto, perché si tratta di un giudizio che non ammette repliche.
Non ci si siede al tavolo con chi non ha il potere di decidere, con chi recita una parte senza possedere la sovranità per deviare dal copione, soprattutto quando quel copione è fermo sulla narrazione della Russia cattiva e nemica dell’Europa.
Questa subordinazione strategica ha trasformato l’Europa da potenziale mediatore a mero finanziatore di una delle parti in conflitto; quindi ci siamo autoesclusi da qualsiasi ruolo negoziale nel momento in cui abbiamo sposato incondizionatamente una narrazione bellicista, tagliando ogni ponte diplomatico e demonizzando l’avversario al punto da rendere impensabile il dialogo.
E ora, mentre gli Stati Uniti, con pragmatico cinismo, riallacciano i contatti e preparano il terreno per un accordo che, inevitabilmente, terrà l’Europa completamente fuori dalla stanza dei bottoni, noi restiamo a contare i costi.
LA DOPPIA VERITÀ: IL FRONTE REALE E IL FRONTE MEDIATICO
Mentre i nostri leader si esibiscono in dichiarazioni di sostegno eterno che non hanno più nessun fondamento logico, la realtà sul campo racconta una storia diversa, una storia che i nostri media generalisti faticano a riportare con la dovuta onestà intellettuale, perché dovrebbero ammettere il loro totale fallimento, tra sciocchezze e panzane di pale, muli, sanzioni dirompenti, microchip dai tiralatte e altre barzellette.
La Russia, pur con le sue difficoltà, avanza. Lentamente, brutalmente, ma inesorabilmente. L’Ucraina perde uomini, mezzi e, pezzo dopo pezzo, territorio. Le sue infrastrutture energetiche sono al collasso, condannando milioni di civili a un inverno di gelo e buio.
Eppure, la narrazione che ci viene propinata è quella di “avanzate marginali” ucraine lungo una linea ferroviaria, di controffensive imminenti, di una vittoria a portata di mano da quattro anni.
Si tace sulla sistematica erosione delle posizioni ucraine, si minimizza la superiorità russa in termini di artiglieria e risorse, si costruisce un castello di ottimismo su fondamenta di sabbia e sull’assenza di logica.
Questo scollamento tra la realtà del fronte e la sua rappresentazione mediatica non è solo un esercizio di propaganda e non è nemmeno soltanto un cortocircuito cognitivo, ma è un atto profondamente disumano che prolunga l’agonia di un popolo, illudendolo su esiti ormai preclusi e sacrificando una generazione sull’altare di una vittoria impossibile.
Si combatte e si muore per una finzione. Tutto perché i leader europei non debbano ammettere il loro totale fallimento.
IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE E LA LEZIONE CHE NON IMPARIAMO
Ed eccoci al punto più doloroso, cioè al fatto che ce lo siamo meritato. Ci siamo meritati lo sberleffo di Zelensky, perché abbiamo versato quasi trecento miliardi tra aiuti finanziari e militari, abbiamo accettato sanzioni che hanno devastato la nostra industria, abbiamo visto il nostro potere d’acquisto erodersi, e per cosa?
Per essere trattati come un bancomat da cui prelevare senza nemmeno dire “grazie”, per essere definiti insignificanti proprio da colui che senza il nostro sostegno sarebbe già un capitolo chiuso nei libri di storia e, forse, sepolto in chissà quale cimitero.
L’assurdità ha toccato il suo apice quando Zelensky, nello stesso contesto, ha ringraziato Donald Trump, l’uomo che ha bloccato gli aiuti americani, dimostrando una sfrontata abilità nel giocare su più tavoli.
Ma la colpa non è sua. La colpa è nostra, di un’Europa che ha dimenticato la lezione fondamentale della geopolitica: non esistono alleanze basate sulla carità, ma solo sulla convergenza di interessi. E sulla convenienza del più forte.
Noi non abbiamo alcun trattato che ci leghi all’Ucraina, eppure abbiamo agito come se la sua sopravvivenza fosse più importante della nostra stabilità economica e sociale, così leader dei popoli europei hanno preferito svendere i popoli che dovevano rappresentare in nome di un popolo che non fa parte dell’Unione.
Il vero aiuto, il solo aiuto sensato e umano che l’Europa avrebbe dovuto offrire, era quello diplomatico: forzare un negoziato, spingere per un compromesso territoriale fin da subito, per fermare una carneficina che sta dissanguando l’Ucraina e, con essa, l’Europa intera.
Invece, abbiamo scelto la via del suicidio, diventando complici e vittime di un conflitto che non ci appartiene e da cui usciremo, comunque vada, con le ossa rotte e la dignità calpestata.
La domanda che ora dobbiamo porci non è cosa farà Trump, ma cosa farà l’Europa.
Continuerà a essere un bel caleidoscopio, affascinante nella sua impotenza, o troverà finalmente la forza di guardarsi allo specchio, riconoscere i propri errori e iniziare a lottare per i propri interessi? Per gli interessi degli europei?
Il tempo delle illusioni è finito. Ora restano solo le conseguenze delle politiche scellerate.
Il silenzio non fa rumore, ma ha un peso specifico insostenibile, soprattutto quando un algoritmo, addestrato e/o coordinato da redazioni che confondono l’inchiesta con l’obbedienza agiscono a favore dei pensieri unici.
Perché quando l’obbedienza decide di soffocare la voce di Alessandro Barbero non lo fa semplicemente per correggere un’imprecisione tecnica, che al limite si corregge con un articolo, un video, una precisazione, ma compie un atto di eugenetica intellettuale e ci pone dinanzi alla ghigliottina invisibile del XXI secolo, dove il boia indossa la maschera rassicurante del “verificatore” per nascondere il volto del censore.
Ma verificatore di cosa, con quali competenze, in nome di quale norma e per conto di chi?
Alessandro Barbero non è solo uno dei più importanti storici in circolazione, ma è un connettore tra la complessità del sapere e la cittadinanza, grazie a una grande notorietà, ed è questo che spaventa il sistema.
Ridurre un suo ragionamento di venti minuti a un “bollino rosso” per un dettaglio procedurale sul sorteggio delle liste del CSM è un’operazione di una disonestà intellettuale abbacinante.
È come censurare un’intera sinfonia di Beethoven perché una singola nota è stata suonata con un’intonazione diversa da quella prescritta da un comitato di quartiere.
Ma il punto non è l’errore, o presunto tale. Il punto è la sovranità dell’opinione.
In una democrazia degna di questo nome, il fact-checking applicato al pensiero politico dovrebbe essere vietato per legge per un’evidenza logica che persino un bambino saprebbe cogliere: non esiste, né può esistere, un arbitro imparziale nel campo delle idee.
La verità, nelle scienze sociali, nel diritto e nella politica, non è un dato cristallino da laboratorio, ma un campo di tensioni, una dialettica perenne tra interpretazioni conflittuali.
Affidare a una società privata, o a una testata partner, il potere di stabilire cosa sia “vero” significa istituire un tribunale dell’inquisizione digitale che non risponde a nessuna Costituzione, se non al bilancio dei propri azionisti e ai desiderata del potere che comanda.
Abbiamo già visto questo film, ed era un horror. Durante la pandemia, abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di fact-checkers che a malapena padroneggiavano una laurea triennale intenti a “smentire” e silenziare premi Nobel per la medicina, medici di chiara fama e docenti universitari con decenni di ricerca alle spalle.
E, grazie alle ammissioni di Mark Zuckerberg, sappiamo che tali censure erano state richieste dall’Amministrazione Biden.
Tanti esperti e luminari in materie mediche sono stati trattati come ciarlatani perché le loro analisi non baciavano il deretano del pensiero unico dominante.
E sarà ancora peggio in futuro, quando tali servizi saranno affidati a Intelligenze Artificiali, istruite da non si sa bene chi e con quali scopi, con quali istruzioni.
Allora, si potrebbe spacciare per vera la notizia delle sanzioni dirompenti, delle quattro tipologie di cancro di Putin, dei droni russi in Estonia e altre notizie che oggi sappiamo essere fake news: le sanzioni non hanno avuto gli effetti su Mosca che ci raccontavano; Putin non è morto per il cancro e i droni sull’Estonia erano ucraini.
E se qualcuno avesse interesse a non aggiornare le AI e mantenesse la notizia dei droni russi e del cancro di Putin?
Il fact checking è la vittoria del Dunning-Kruger elevato a sistema di governo, è l’incompetenza che, forte di un algoritmo, si fa dogma e zittisce l’eccellenza.
Chi si batte ogni giorno contro la disinformazione, come facciamo noi di Tamago, non chiede la censura, ma argomenta e dimostra nei fatti il perché qualcuno ha veicolato una fake news.
Infatti, non abbiamo mai chiesto di silenziare La Repubblica, Il Corriere della Sera, i TG della RAI e altri media perché negli ultimi cinque anni ci hanno raccontato panzane su green pass che servivano a creare luoghi sicuri, vaccini che evitavano di contagiare, controffensive ucraine, muli usati al posto dei mezzi corazzati, microchip smontati dalle lavastoviglie, pale dell’800, Putin affetto da almeno quattro tipologie di cancro, sanzioni dagli effetti dirompenti che avrebbero piegato Mosca in pochi mesi e altre sciocchezze.
Le abbiamo smascherate facendo notare la verità sancita dal tempo e dai fatti. Poi sta ai cittadini rendersi conto di chi fidarsi e di chi è meglio lasciare solo, con i propri abbonati.
Al contrario, se un fact-checker può limitare la portata di un Barbero oggi, senza un contraddittorio e senza avere competenze specifiche della materia trattata, né una cultura almeno pari a chi viene censurato, chiunque domani potrà essere ridotto al silenzio.
È una tattica di contenimento del dissenso che opera per erosione. Si inizia colpendo il “dettaglio” per screditare l’insieme.
Si prosegue riducendo la visibilità per spegnere il dibattito. Si finisce per indurre l’autocensura, che è la forma più subdola e letale di dittatura, perché il cittadino medio, vedendo il bollino di avvertimento, non approfondisce; percepisce solo un segnale di allerta, un odore di “pericolo” associato a una voce critica.
IL FACT-CHECKING È L’ANTITESI DELLA LOGICA
La democrazia esiste se le idee sono libere, non se il consenso è endemico. Se eliminiamo il rischio del “falso”, eliminiamo la possibilità stessa del dubbio e trasformiamo la democrazia in un’altra cosa.
Ma chi decide cos’è falso? La storia ci insegna che le grandi verità di oggi sono state le eresie di ieri.
Se il fact-checking fosse esistito nel 1600, Galileo Galilei sarebbe stato bannato da ogni piattaforma per “disinformazione flagrante” contro il consenso astronomico dell’epoca.
Oggi non bruciamo più i corpi, ma bruciamo la reputazione e la portata del messaggio, che in un’era digitale è l’equivalente della morte civile.
Queste piattaforme multinazionali agiscono ormai come Stati sovrani, ma senza il fardello della responsabilità democratica, perché controllano lo spazio pubblico in cui si forma la coscienza politica dei cittadini, ma applicano regole opache, dettate da interessi geopolitici ed economici che nulla hanno a che fare con la ricerca della verità.
Ma agiscono fidandosi di servizi di fact checking locali, assecondando le loro indicazioni, per non inimicarsi i governi locali, in modo da continuare a godere delle fortissime agevolazioni fiscali di cui godono.
La pretesa di Meta di “proteggere l’utente” è un insulto all’intelligenza collettiva. È un paternalismo autoritario che presuppone un popolo di idioti, incapaci di filtrare, criticare e scegliere tra diverse tesi.
IL BANDO DEL DISSENSO E IL TRIONFO DEL NULLA
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: il fact-checking non serve a proteggere la verità, serve a proteggere il potere.Serve a garantire che il “pensiero unico” non venga incrinato da chi ha gli strumenti intellettuali per smontarlo pezzo dopo pezzo.
Barbero fa paura perché è popolare e colto. Molto, troppo più colto dei fact checkers, che, spesso, non hanno neppure una triennale.
Fa paura perché spiega che la giustizia è una questione politica, non un tecnicismo per iniziati. Fa paura perché il suo “No” è argomentato, storico, profondo, incompatibile con l’inadeguatezza culturale degli stessi fact checkers.
Fa paura perché ha una cultura immensa rispetto al tizio che lo ha “censurato”, insomma.
È giunto il momento di smantellare questo apparato di sorveglianza cognitiva. La libertà di espressione non può essere soggetta a un “visto” preventivo o a una sanzione postuma basata su criteri soggettivi mascherati da oggettività.
Se permettiamo che il fact-checking diventi la norma, accettiamo di vivere in una democrazia a bassa risoluzione, dove i colori del dissenso sono sbiaditi da un filtro cupo di conformismo forzato.
Non lasciamo che il “click” di un burocrate digitale spenga la luce della ragione. La verità non ha mai bisogno di guardiani, ma di aria, di scontro e, soprattutto, di libertà.
E lo dimostra il fatto che i soliti fact checkers non hanno mai avanzato dubbi quando Draghi parlava di basi scientifiche nonostante quelle basi non esistessero, come sapevamo in tanti e come il tempo e i fatti ci hanno confermato.
Il fact checking è un’attività che non ha alcuna ragione logica di esistere in una democrazia, ma che è tifata da tanti che nei confronti della democrazia nutrono una profonda idiosincrasia.
A Minneapolis, oggi, la neve non copre solo le strade.
È una neve macchiata da altro sangue, dall’ennesimo omicidio compiuto dalla quella forza di polizia federale che somiglia sempre più alla Gestapo, il cui comandante, Greg Bovino, va in giro come un attore che interpreta un ufficiale delle SS, a capo di quell’ICE che ti entra in casa, ti spara per strada, intimidisce persino le forze di polizia locale e gode di totale immunità, proprio come nelle peggiori dittature.
La neve copre il silenzio di un’istituzione che ha deciso di divorare i propri figli, in nome di una maggioranza di cittadini americani che ha voluto una politica estremista di cui oggi vediamo i frutti e la realizzazione. Perché chi punta il dito contro Trump non ha compreso che il presidente ha stravinto le elezioni proprio su questo programma elettorale.
Perciò il problema non è Trump, né il suo vice o i suoi ministri. Il problema è il vero volto di una parte di America che oggi non ha un politico al vertice, ma un cinico e spietato affarista che non ha problemi a mostrare al mondo, e ai propri cittadini, il vero volto delle ex colonie britanniche.
Il vero volto di quell’America che ha sterminato i nativi per farsi spazio e rubare terre, che ha invaso e/o bombardato paesi sovrani in mezzo mondo, infischiandosene del Diritto internazionale, tra cui Iran, Iraq, Jugoslavia, Libia.
Infatti, sfoga la violenza peggiore della polizia mascherata come bande di criminali proprio in Minnesota, dove il termometro segna diversi gradi sotto zero, ma è il gelo della democrazia a far tremare.
Quello che stiamo documentando nelle ultime settimane non è un’operazione di polizia migratoria, ma è quanto avviene in un’occupazione militare in piena regola sotto mentite spoglie e con la maschera di slogan politici; è ciò che avviene quando le popolazioni occupate devono sottostare ai capricci e alla prepotenza degli invasori, a cui è concesso ogni crimine, finanche l’omicidio.
IL SACRIFICIO DI RENEE E ALEX, ASSASSINATI DALLO STATO
Renee Nicole Good aveva trentasette anni e tre figli. È morta il 7 gennaio sotto i colpi di un agente federale perché aveva scelto di essere una testimone dei comportamenti da dittatura dell’ICE.
La sua “arma” non era un fucile, ma un’abilitazione legale come osservatrice per monitorare i raid dell’ICE. Documentava la prepotenza dello Stato ai danni dei cittadini americani.
Eppure, per il Dipartimento della Sicurezza Interna, quella madre è diventata una “terrorista domestica”, perché era una donna scomoda. Proprio come si può diventare scomodi in Russia o in altri paesi per cui non pensiamo più di un secondo prima di parlare di dittatura.
Certo, ma in dittatura una così l’avrebbero ammazzata, direbbe qualcuno.
Infatti, i video parlano chiaro: l’agente Jonathan Ross ha sparato mentre Renee cercava di allontanarsi, non di aggredire, ma la Casa Bianca vi ordina di ignorare ciò che i vostri occhi vedono. Vi chiedono di ignorare persino l’evidenza, proprio come in 1984 di Orwell.
Perché documentare i crimini dell’ICE è scomodo. Come hanno compreso anche due giornalisti italiani del programma di Rai3 “In mezz’ora”, Laura Cappon e Daniele Babbo, che sono stati minacciati dagli agenti dell’ICE, come si vede in questo video:
E, se qualcuno ancora non avesse capito, pochi giorni dopo, il 24 gennaio, è stato il turno di Alex Pretti. Un infermiere, un uomo dedito alla cura, freddato perché cercava di prestare soccorso durante un raid a South Minneapolis.
Un altro omicidio in pochi giorni, senza alcun motivo, senza alcun pericolo reale per gli agenti.
Ancora una volta, l’ICE sostiene che si è trattato di legittima difesa. Tuttavia la vittima era armata solo di un cellulare ed era stato immobilizzato da una decina di uomini, quando un agente gli ha sparato al petto alcuni colpi di pistola.
Ma la morte di Alex Pretti ha sancito il punto di non ritorno.
Il capo della polizia locale, Brian O’Hara, ha fatto ciò che ogni uomo d’onore avrebbe dovuto fare: ha rifiutato l’ordine federale di abbandonare la scena del crimine, avviando un’indagine indipendente contro l’ICE. È la prima volta che una forza di polizia cittadina punta il dito, armi alla mano, contro i parametri dello Stato centrale.
E ora la tensione è altissima, perché anche le forze di polizia rischiano. Oggi, negli USA, chiunque dissenta è potenzialmente in serio pericolo, anche se indossa una divisa con onore o è un politico che serve i cittadini.
Intanto, proprio come accade nei peggiori regimi, la Disney avrebbe licenziato l’attore Mark Ruffolo in seguito al suo discorso sul red carpet dei Golden Globes 2026 contro la condotta nazista dell’ICE, anche se, al momento in cui scrivo, sono alla ricerca di ulteriori fonti che confermino l’effettivo licenziamento.
D’altronde, l’America non è nuova a cancellazioni, licenziamenti e allontanamenti di personaggi della Tv che non piacciono al potere di turno, come la cancellazione del Jimmy Kimmel Live e il licenziamento di Tucker Carlson da Fox.
I BAMBINI ESCA: L’INFANZIA COME STRUMENTO DI REPRESSIONE
Ma il baratro etico non si ferma agli omicidi. Parliamo di Liam Ramos. Cinque anni. Un bambino ecuadoriano usato dagli agenti federali come esca per stanare la sua stessa famiglia. È una tattica che non trovereste nemmeno nei manuali della Stasi.
Il Vicepresidente JD Vance ha avuto il coraggio di definire l’invio del piccolo in un centro di detenzione in Texas come un “atto di pietà” per non lasciarlo al freddo dopo la fuga del padre.
Vengono in mente film in cui a pronunciare frasi simili era qualcuno con indosso una divisa delle forze di polizia della Germania nazista.
Una narrazione che urta contro la realtà: la famiglia aveva già ottenuto lo status di rifugiato e il padre era un lavoratore onesto, non un criminale in fuga.
Il caso della piccola Chloe, strappata al padre a due anni nonostante l’ordine di rilascio di un giudice, completa un quadro di disprezzo assoluto persino per il potere giudiziario locale – ricordo che negli USA i giudici hanno mandato popolare – e dimostra in maniera incontrovertibile come gli Stati Uniti d’America somiglino sempre più a una dittatura.
Chiamatela soft, morbida, non troppo oppressiva, ma se in una nazione un poliziotto può uccidere a sangue freddo un cittadino, godendo di immunità, beh quella è una dittatura.
LA SOCIOLOGIA DEL FISCHIETTO E LO SCIOPERO DELLA DIGNITÀ
Per le strade di Minneapolis, Il suono del fischietto, che rimbalza tra i viali ghiacciati di Powderhorn, è diventato il codice morse della resistenza civile. È il simbolo del collasso della fiducia nello Stato.
I cittadini hanno risposto con lo sciopero generale “ICE Out For Good”. Negozi serrati, scuole deserte, ristoranti bui.
Non è solo una protesta economica, ma è un recesso dal contratto sociale perché lo Stato è inadempiente poiché è venuto meno al primo dovere di una democrazia, che è quello di tutelare i propri cittadini.
Dopo che il Governatore Tim Walz e il Sindaco Jacob Frey hanno accusato i crimini dell’ICE, sono stati isolati e indagati dal Dipartimento di Giustizia con l’accusa di “cospirazione”, trasformando i rappresentanti legittimi dei cittadini in sospettati per non aver assecondato gli atti da dittatura compiuti dall’ICE.
VERSO UNA GUERRA CIVILE A BASSA INTENSITÀ
Siamo di fronte a una transizione sociologica senza precedenti, perché l’amministrazione Trump non sta solo combattendo l’immigrazione, che è usata come testa d’ariete, ma sta erodendo la democrazia con violenza.
Il Minnesota è diventato la trincea di una guerra civile intermittente, una conflagrazione dove i fronti non sono eserciti regolari, ma ideologie opposte che si scontrano agli angoli delle strade.
Ora, per paura, la Casa Bianca avrebbe messo in allerta ben 1500 marines, pronti a partire per il Minnesota, in modo che l’occupazione non sembri tale soltanto agli occhi di chi ha la mente più ampia, ma lo diventi di fatto per tutti.
Ma perché proprio il Minnesota?
Perché è uno stato che non vota per i repubblicani.
Non lo ha mai fatto dal 1976.
Persino quando Ronald Reagan vinse in 49 stati, il Minnesota votò democratico.
In quello stato, il Partito Democratico si chiama Partito Democratico-Agricolo-Laburista e il governatore è Tim Walz, eletto nel 2019 e nel 2024 è stato scelto da Kamala Harris come suo candidato vicepresidente nella corsa alla Casa Bianca, persa malamente contro il programma politico di Donald Trump.
Programma politico che prevedeva quanto sta accadendo e che un’ampia maggioranza di americani ha approvato.
Il Minnesota è una spina nel fianco in quello che sembra un disegno per costruire un’America impero che sappia governare il mondo.
Trump, e soprattutto quelli che ne muovono i fili, hanno compreso che i paesi che emergono sul pianeta non sono democrazie, ma hanno governi che tengono la popolazione sotto un rigido controllo, come la Cina, perciò gli USA devono trasformarsi.
Ecco perché l’azione dell’ICE è solo parzialmente una politica antimigratoria.
Il pericolo maggiore non è più solo l’ICE che viola la legge, ma è l’assuefazione al capovolgimento della verità, perché quando lo Stato chiama “terrorista” una vittima disarmata e “operazione di pubblica sicurezza” la cattura di un bambino di cinque anni, la parola non è più strumento di comunicazione, ma di manipolazione totale degli eventi.
L’America non è mai stata così frammentata, sospesa tra il mito della sicurezza nazionale e il macello delle libertà individuali. E ora, anche tanti elettori di Trump hanno compreso che avere un politico che mette in atto quanto promesso, a volte può essere un problema.
Il Minnesota è un monito: fate quello che vuole chi comanda, oppure siete solo d’intralcio all’America. E chi è d’intralcio all’America, finisce ammazzato per strada con l’accusa di essere un terrorista.
Ormai, gli americani sono di fronte a un bivio: o si rivoltano in massa con scioperi pacifici, per spaventare il regime Trump, oppure la guerra civile non sarà soltanto un’ipotesi, ma un evento a cui manca soltanto la data d’inizio.
E se avevate in programma una vacanza in America, beh… meglio optare per altre nazioni.