MARIO DRAGHI CRITICA L’EUROPA. IL REGISTA CHE RIDICOLIZZA IL SUO STESSO FILM

È uno spettacolo che solo l’Italia poteva offrire.

Surreale, persino fantozziano.

Il boia, dopo aver affilato la mannaia e averla utilizzata con metodo sull’industria italiana, si presenta al meeting di Rimini per divulgare i risultati dell’autopsia eseguita sul cadavere.

Per spiegarci, con la pacatezza del professore, come e perché sia morto.

Stiamo parlando, ovviamente, di Mario Draghi. “Super” come lo definiscono in tanti, quelli che a ogni bugia applaudono come avesse parlato l’oracolo.

Dopo mesi di lontananza dalla scena politica, degna dei migliori latitanti, l’ex Presidente del Consiglio e della BCE ha deciso di graziarci con la sua analisi sulla politica estera europea, dicendo cose di cui scriviamo da tempo e con un ritardo di tre anni. Un’inezia.

Come commentare il perché di una disfatta alla prima di campionato solo a campionato concluso.

La critica di Draghi, in sé, è anche condivisibile, sebbene scontata e comprensibile già anni fa a chi non fosse “super”.

L’Europa è marginale e goffa. Un nano geopolitico che si illude di essere un gigante.

Ma il vero problema non è la diagnosi, ma è il medico. Draghi che critica la creatura che ha contribuito a inventare è come un piromane che tenesse una conferenza sulla prevenzione antincendio.

Da quale pulpito viene la predica?!

L’ARCHITETTO DEL DECLINO ORA NE SPIEGA LE RAGIONI

L’impietosa analisi di Draghi svilisce le competenze di Ursula von der Leyen e Josep Borrell.

Giusto.

Ma qualsiasi imprenditore che si ritrova a pagare bollette alle stelle per le scelte di politica estera e qualsiasi concessionario d’auto che non vende per colpa delle politiche green dicono la stessa cosa già dal 2020.

Inoltre, l’analisi viene proprio da chi, da Presidente del Consiglio, ha operato per la progressiva marginalità dell’Ue.

Ha scelto ministri degli Esteri per appartenenza politica, non per competenza. Si ricordi un certo Luigi Di Maio, capolavoro di meritocrazia.

Ha sempre e comunque sostenuto la deriva ideologica più folle: il Green Deal. Quella colossale operazione di decarbonizzazione che, nella sua irrealizzabilità dogmatica, sta conducendo l’Europa al suo suicidio industriale.

Draghi ha cooperato, deliberatamente, alla distruzione del settore industriale europeo. In primis l’automotive. Anche se il suo capolavoro lo firmò da direttore generale del Tesoro.

Era il 1992. Luglio 1992.

Mentre il finanziere George Soros speculava sulla lira e sulla sterlina, il governo Amato, in cui Draghi era braccio destro operativo – decise di smantellare l’Italia in un mese.

L’11 luglio, il decreto per la privatizzazione dell’intero sistema produttivo pubblico. Diede il via allo smantellamento metodico e alla svendita del Paese a multinazionali straniere.

Il colpo di grazia arrivò il 31 luglio, con l’accordo con i sindacati che piegò la testa dei lavoratori: abolizione della scala mobile, blocco dei contratti, precarietà, taglio delle pensioni.

Da lì, i salari italiani iniziarono una caduta libera che non si è più fermata.

L’Italia di oggi è stata programmata in quel luglio 1992.

LA CURA DRAGHI PER L’EUROPA: PIÙ TECNOCRAZIA PER CURARE I MALI DELLA TECNOCRAZIA

Il colmo dei colmi è, però la perfezione della circonvoluzione retorica di Mario Draghi, perché la sua ricetta per guarire l’Europa dai malanni causati dalla tecnocrazia è una super-dose dello stesso veleno: più Europa.

Più integrazione. Più tecnocrazia. Più debito comune, ovviamente non gestito dai governi, ma da super tecnici. Come lui.

Cioè, è come se un pilota d’aerei incapace, dopo l’ennesimo disastro causato si candidasse a diventare il pilota dell’anno.

L’ha detto senza pudore: il 2025 sarà l’anno in cui è evaporata l’illusione che la dimensione economica dell’Ue – 450 milioni di consumatori – si traducesse in potere geopolitico.

Vero. Verissimo. Ne scrivo da sempre. E da sempre mi davano del complottista.

Ed è stato proprio l’asse franco-tedesco, di cui Draghi è sempre stato il miglior allievo, a svendere la sovranità industriale europea alla Cina in nome del libero scambio e del dogma globalista, come sostenevo, insieme a tanti altri “complottisti”.

La Germania ha delocalizzato tecnologie e produzioni in Estremo Oriente, facendo la fortuna dei suoi bilanci aziendali e il deserto strategico del continente. E Draghi, allora, dov’era?

Al Tesoro, in BCE, a Palazzo Chigi. A firmare decreti e a sostenere le politiche che ci hanno portato qui, a elencare i mali dell’Europa prodotti proprio da Draghi e dai suoi colleghi burocrati.

Ora ci dice che il mondo è cambiato. Ma dai?!

Che Trump è una “sveglia brutale”. Che Putin tratta direttamente con Washington, saltando a piè pari un’Europa che non conta nulla, come dimostrano le chiacchiere sull’Artico e l’Alaska.

E ha ragione, Draghi. E gli dico, era ora! Le cose che ha detto a Rimini le dico da una dozzina d’anni.

Ma la soluzione proposta da Draghi è agghiacciante: “stringiamoci tutti insieme”.

In che modo? Sotto che bandiera? Quella della stessa Unione che ha calpestato i valori che dice di difendere?!

Draghi elenca i valori fondanti: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità.

Poi li calpesta con la prossima frase. “Lo scetticismo dei cittadini”, dice, “non è verso questi valori, ma verso la capacità dell’Ue di difenderli.”

FALSO. È proprio l’Ue ad averli sistematicamente violati.

Dov’era la democrazia quando la Troika ha massacrato la Grecia per derubarla dei suoi asset migliori?

Dov’è la libertà quando i tribunali rumeni annullano elezioni e alti funzionari Ue se ne rallegrano, come ha denunciato J.D. Vance?

Dov’è la sovranità quando la Commissione di Bruxelles impone diktat su migranti, green pass o motori a scoppio senza che nessuno li abbia votati?

Quando in Francia e Germania si minaccia di vietare partiti scomodi con il ricorso a pratiche da Stasi?

Draghi vede lo scetticismo ma non ne vede la causa: l’Ue è un mostro tecnocratico e antidemocratico.

E la sua ricetta è renderlo più forte, più integrato, più verticale.

È la soluzione di chi ha creato il problema e ora chiede più poteri per risolverlo.

“Distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più”, sentenzia.

Per Mario Draghi, l’unica salvezza è la prigione in cui già ci troviamo.

“Abbandonate ogni velleità di autodeterminazione.”

La sua è una candidatura palese. Si propone come guida di questa nuova, iper-tecnocratica, super-verticalizzata Unione Europea. Il farmaco che propone per curare i mali della tecnocrazia è più tecnocrazia. Amministrata da lui, o da qualcuno come lui.

Ma la vera risposta, quella che Draghi non darà mai, è un’altra.

L’unico modo per “cambiare marcia e anche direzione” è mettere da parte il Trattato di Maastricht e i suoi derivati, per aprire una fase costituente che cancelli l’attuale mostro burocratico e restituisca la sovranità ai popoli, in una confederazione di nazioni libere e cooperanti o, semplicemente, tornare alla CEE.

Tutto il resto, compresi i discorsi a Rimini, le analisi sull’irrilevanza, le invocazioni al “debito comune”, è il gioco delle tre carte di un tecnocrate che vuole eternare il sistema che lo ha reso potente.

I colpevoli non solo spiegano il delitto. Si offrono anche come giudici e giustizieri.

IL MONDO ALLA ROVESCIA: I COLPEVOLI SPIEGANO IL DELITTO

Draghi, il motore politico della transizione da potenza industriale a economia del turismo, ci spiega i danni della dipendenza dalla Cina.

Draghi, il sostenitore delle sanzioni “dirompenti” contro la Russia – una balla colossale smontata dai fatti – ci parla di inefficacia della politica estera Ue.

Draghi, l’uomo del “volete la pace o il condizionatore?”, che azzerò ogni spazio per una diplomazia, ora sembra averlo scoperto.

Il suo endorsement al folle piano da 800 miliardi per il riarmo europeo, finanziato tagliando del 20% i fondi all’agricoltura, è la ciliegina sulla torta. Proprio ora che il trattato Mercosur esporrà i nostri agricoltori alla concorrenza sleale del Sud America.

È il trionfo dell’ideologia sulla competenza. La stessa che lo ha portato a mentire spudoratamente sui green pass “servono a creare luoghi sicuri” e a descrivere sanzioni autolesioniste come un’arma micidiale.

In Italia, e ora in Europa, gli architetti del disastro sono chiamati a spiegarne le ragioni. I colpevoli ci illustrano la scena del delitto, con il sangue ancora sulle mani.

Non si assumono la responsabilità dei loro crimini. No.

Ci offrono una conferenza in cui ammettono, confessano, e ci dicono che la ricetta per guarire è dare ai carnefici ancora più potere e più spazio di manovra.

Ma il problema non è Draghi.

Non è nemmeno von der Leyen.

Il problema sono quelli che ancora voterebbero per l’uno e per l’altra. Sono quelli che ancora lo definiscono “super”.

Un popolo di allocchi che sa solo applaudire a ciò che fino a ieri etichettava come fake news e complottismo. Solo perché a spiegare la realtà della malattia stavolta non è un complottista, ma uno degli stessi colpevoli.

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IL SABOTAGGIO DEL NORD STREAM E QUEL PEZZO MANCANTE DEL PUZZLE CHE INCOMINCIA A PARLARE TEDESCO

Ricordate cosa accadde dopo che fu seriamente danneggiato il NOrdStream2? Mesi e mesi di narrazione in cui la Russia era cattiva perché tagliava il gas all’Europa. Una ricostruzione che peccava di logica, perché nessuno sano di mente taglia i contatti con un cliente.

Infatti, la magistratura tedesca già da un anno e mezzo ha individuato una pista ucraina dietro l’atto terroristico che ha messo in ginocchio l’economia europea, spiccando un mandato d’arresto per un altro sabotatore ucraino, Volodymyr Z, fuggito proprio in Ucraina per scampare all’arresto in Polonia.

In Italia è stato arrestato l’ucraino Serhii Kuznietsov, presunto coordinatore del commando. Un nome, un fascicolo, un punto di svolta.

Mentre i titoli di giornale lo liquidano come “un sospetto”, le indagini tedesche lo dipingono come l’architetto operativo del più spudorato attentato alla libertà economica dell’Unione Europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream non è stata una bravata di qualche gruppo oscuro, ma un’operazione di precisione, pianificata, eseguita e, soprattutto, ampiamente conosciuta in anticipo.

Mentre i politici di mezza Europa – e i loro galoppini dell’informazione – indicavano Mosca e ci dicevano che erano le uniche azioni possibili per un esercito armato solo di pale dell’800, il puzzle investigativo cominciava a comporsi mostrando un’immagine ben diversa.

Scomoda. Imbarazzante.

E forse, per questo, tenuta prudentemente in ombra.

L’OPERAZIONE “ANDROMEDA”. DA UN PORTO TEDESCO AL FONDO DEL BALTICO CON LA FARSA DELLO YACHT.

Ricordate quella storia dello yacht “Andromeda” che partì il 18 settembre 2022 dall’isola di Rügen?

In Germania. Sì, avete capito bene. Dalla Germania.

Un bel gioiellino di 15 metri, noleggiato da una società ombra, carico di attrezzatura subacquea e di un equipaggio che non sapeva nemmeno tenere la barra dritta, tanto da lasciare un trail di prove digitali e testimoniali che farebbe arrossire un aspirante terrorista da operetta.

Il mandato di arresto tedesco descrive meticolosamente il viaggio, i falsi documenti, le immersioni sospette sopra le condotte. Il paradosso è così grottesco da sfidare ogni logica, perché un attacco contro un’infrastruttura vitale per la Germania è stato lanciato dal suo stesso territorio.

Con la complicità e/o l’ignavia di qualche tedesco che conta? Con l’incompetenza colossale dei suoi servizi di sicurezza?

Ogni opzione è ugualmente devastante per la sovranità totale della Germania e per quella economica e politica dell’Europa.

“ZELENSKY SAPEVA” E FECE FINTA DI NIENTE

Ma la storia sembra una tragedia divisa in tre atti.

Giugno 2022, tre mesi prima delle esplosioni, i servizi segreti occidentali, quelli che a volte per sbaglio funzionano, intercettano le conversazioni che delineano il piano.

Non si tratterebbe di un gruppo di fuoco separatista, ma di un’unità delle forze speciali ucraine.

La notizia è una bomba. Roba da prima pagina, tanto che la CIA, in un estremo tentativo di evitare un disastro geopolitico senza precedenti, invia un suo funzionario di alto rango a Kiev. Il messaggio è chiaro e tassativo: “Fermate questo piano. Abbiamo saputo tutto”.

D’altronde, come avrebbe fatto l’Amministrazione Biden a spiegare agli europei che dovevano finanziare un Paese che compiva atti terroristici contro l’Europa?

Fonti dei servizi americani, riportate dalle inchieste del Washington Post e del New York Times, sono lapidarie e sostengono che la leadership ucraina, incluso il Presidente Zelensky, era al corrente dell’operazione terroristica contro il NordStream2.

La reazione di Zelensky pare fu un fastidioso riconoscimento di un piano che era sfuggito di mano.

L’eroe democratico d’Europa, il destinatario di miliardi in aiuti militari, sapeva e non fece abbastanza per fermare un’azione che avrebbe minato la sicurezza dei suoi stessi alleati.

IL COLPO DI GRAZIA ALL’ECONOMIA CONTINENTALE.

Gli strateghi da salotto parlarono di “genio geopolitico”, perché la dipendenza energetica dalla Russia era finalmente spezzata.

Ma a quale prezzo, le imprese e le famiglie italiane lo hanno capito bene. Purtroppo

Il sabotaggio ucraino all’infrastruttura europea ha sancito la morte cerebrale della strategia tedesca portata avanti da Schröder a Merkel, quella che puntava a energia russa a basso costo come volano per l’industria manifatturiera tedesca e per una garanzia di stabilità geopolitica.

Il risultato, come sappiamo, è stato un’impennata dei costi energetici che ha gettato la potenza industriale tedesca in una recessione tecnica e tutti gli altri paesi in grosse difficoltà, tra cui l’Italia, non solo per i costi dell’energia, ma soprattutto perché ha strozzato l’indotto italiano.

Le fabbriche chiudono, le famiglie non riescono a pagare le bollette e l’inflazione divora il potere d’acquisto.

Un virus che sta divorando l’Europa. Un virus creato da un’azione terroristica dell’Ucraina.

La beffa finale è che l’Europa non acquista più gas russo a buon mercato via tubo, ma gas naturale liquefatto (GNL) americano, molto più costoso, trasportato via nave.

In un caso di omicidio, si cercano gli esecutori e i mandanti e, per scovare questi ultimi, si indaga su chi ha vantaggi dall’eliminazione del deceduto.

Ebbene, chi ha guadagnato dall’atto terroristico ucraino contro l’Europa?

I colossi energetici statunitensi. Non è una prova inoppugnabile, lo so, ma se tutti sapevano, se la CIA sapeva, tanto che avvisò Kiev mesi prima, permettetemi di nutrire più di qualche dubbio sulla fedina pulita di Biden.

Chi ci ha rimesso?

Beh, le industrie e i cittadini europei. Quelli a cui i nostri illuminati leader vogliono sottrarre altri 100 miliardi per comprare armi dagli USA e regalarle a Zelensky, quello che sapeva dell’attentato contro l’Europa e non ha mosso un dito.

CHI ALTRO SAPEVA? LA SCOMODA VERITÀ SUI SERVIZI E I GOVERNI

Proviamo a porgere le domande scomode che i giornali da pale e microchip non pongono.

È plausibile che il BND, il potente servizio segreto tedesco, fosse completamente all’oscuro di un’operazione partita da un porto sotto il loro naso, con mezzi noleggiati in modo così palesemente sospetto?

O sapevano, ma hanno taciuto per non imbarazzare un governo impegnato a suonare la marcia bellicista?

O, peggio, il governo tedesco ha chiesto di chiudere entrambi gli occhi?

Qual è stato il vero ruolo degli USA? Si sono limitati a un “cortese avvertimento” a Kiev o, come suggeriscono alcuni analisti, quell’avvertimento era in realtà un “messaggio in codice” per altre agenzie, una regia più sottile e complessa?

I governanti europei, Italia compresa, sapevano? E, se sapevano, hanno scelto di ignorare le informazioni per non incrinare il fronte unito a sostegno dell’Ucraina?

Hanno, cioè, sacrificato la verità e gli interessi economici dei loro cittadini sull’altare di una narrazione comoda a Biden e von der Leyen?

Se fosse andata così, si tratterebbe del più grande tradimento del mandato politico dalla fondazione dell’Unione.

UN PREZZO TROPPO ALTO PER UNA LIBERTÀ ILLUSORIA

In buona sostanza, un’operazione condotta da un commando ucraino, pianificata e nota ai servizi occidentali con mesi di anticipo, lanciata dal territorio tedesco, ha inferto un colpo mortale all’economia industriale europea, regalando il mercato del gas agli Stati Uniti.

Il paradosso è agghiacciante, perché l’Europa ha finanziato con decine di miliardi la guerra in Ucraina.

Ha aperto le sue porte a milioni di profughi e, soprattutto, ha imposto sanzioni che hanno danneggiato gli stessi paesi europei.

E in cambio, ha visto i suoi interessi economici e strategici vitali essere sabotati da chi chiedeva di essere difeso e anche di entrare nella UE, oltre che nella NATO.

La fragilità e l’inconsistenza della sovranità europea non è mai stata così evidente.

Siamo un continente che paga chi danneggia i suoi flussi vitali di energia, poi paga di nuovo per comprare il sangue altrove.

Geniale.

La ricerca della verità sul Nord Stream non è solo una questione giudiziaria, ma si dimostra sempre di più come un test fondamentale per il futuro stesso dell’Unione.

È la prova che siamo ancora capaci di difendere i nostri interessi, la nostra economia, la nostra sovranità.

A che serve un esercito europeo se non siamo in grado di difenderci da chi aggredisce le nostre strutture vitali e ci facciamo anche prendere in giro dagli stessi colpevoli?

Se davvero vogliamo difenderci, cominciamo a combattere contro la propaganda. Perché già capire chi siano i nostri veri amici e quali i nemici sarebbe un primo passo.

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PERCHÉ L’ESERCITO EUROPEO È INCONSISTENTE E IL RIARMO RISCHIA DI RENDERLO ANCHE PEGGIORE

Oggi, nessuna narrazione è più pervasiva e, al contempo, più fragile di quell’Europa dipinta come unita e risoluta, pronta a fronteggiare la minaccia russa.

Si tratta di una retorica feroce dai toni da crociata, ma nega l’evidenza.

Infatti, i dati, quelli veri, dipingono un quadro di sconcertante inconsistenza.

Scavando nel Military Balance 2025, si nota che la stragrande maggioranza delle nazioni europee, quelle più veementi nell’esortare al riarmo contro Mosca, non dispone in realtà di forze da combattimento credibili.

Siamo di fronte a un bluff colossale, a un castello di carte costruito sulla presunzione che la deterrenza sia un atto più linguistico che reale.

IL NORD EUROPA, EMBLEMA DI UNA RETORICA ALTA CON NUMERI BASSI

Prendiamo il Nord Europa, spesso dipinto come il baluardo della resistenza contro l’orso russo.

La Finlandia, con i suoi 1.340 km di confine con la Russia, ha scelto di diventare una “cortina di ferro”.

Una scelta comprensibile, guardando alla storia, ma, in sostanza, il suo esercito conta su appena 22.000 soldati in servizio attivo, dei quali 13.000 sono coscritti.

Numeri che diventano irrisori se paragonati alla vastità del suo territorio.

Sono forze insufficienti a presidiare in modo credibile un solo settore critico come quello di Pokrovsk, figuriamoci per una guerra contro Mosca.

La Norvegia, fianco nord della NATO, schiera soli 27.000 militari; la Svezia, una nazione grande una volta e mezza l’Italia, con una tradizione militare secolare, oggi conta su meno di 34.000 soldati in servizio attivo permanente; la Danimarca, tra le più attive nel sostegno a Kiev, ha compiuto un gesto generoso, ma strategicamente avventato, donando tutta la sua artiglieria all’Ucraina.

Oggi il suo esercito conta 22800 militari, di cui sarebbero addestrati a una guerra meno della metà.

Dall’altra parte, la Russia vanta tra 1,3 e 1,5 milioni di soldati, a cui vanno aggiunto oltre 2 milioni di riservisti. Un paragone insostenibile.

Il paradosso raggiunge l’apice con gli Stati Baltici, con l’Estonia, patria della commissaria UE Kaja Kallas, una delle voci più veementi contro il Cremlino, che possiede un esercito di appena 4.200 soldati. Zero carri armati. Zero aerei da combattimento.

Un gattino che vuole sfidare un leone.

Come può la Kallas sbraitare contro Mosca con un esercito così insignificante?

La stessa identica situazione vale per Lettonia e Lituania. La loro sovranità aerea è interamente affidata ai partner NATO, eppure, le loro leadership politiche proferiscono dichiarazioni di una sicurezza e una determinazione assolute che mettono in pericolo l’intera coalizione.

Questo divario tra percezione e realtà è una patologia endemica in Europa e anche in Italia, dove molti italiani sono convinti davvero che si possa fare una guerra contro la Russia. Ma con quali uomini, quali armamenti e quali eserciti, senza USA?

A Washington, Giorgia Meloni ha posto proprio questa domanda a Macron, quando il presidente francese ha paventato ancora l’eventualità di inviare soldati europei in Ucraina per garantirne la sicurezza.

«Quanti dovremmo inviarne, visto che la Russia può contare su 1,3 milioni di soldati?»

Domanda legittima e di buonsenso.

10.000? 30.000? 100.000?

Sarebbero comunque pochi. E se, in caso di un incidente o di una incomprensione, o di un atto terroristico di chi volesse scatenare una guerra mondiale, ucraino o russo che fosse, venisse ucciso un soldato della NATO in Ucraina, scatterebbe l’Art. 5 sull’intervento NATO?

Anche perché, al di là dei paesi baltici, la situazione non migliora altrove.

Nei Balcani, nazioni come Bulgaria, Croazia, Montenegro e Slovenia presentano eserciti esigui, tecnologicamente obsoleti e, in alcuni casi, privi persino di un’aviazione da combattimento degna di questo nome.

Paesi fondatori e ricchi come l’Olanda hanno un esercito di 53.000 uomini che, incredibilmente, è privo di carri armati. Il Belgio può contare su appena 32.000 soldati.

Pare che contando tutti i soldati in servizio attivo in tutta Europa, si possa arrivare a 1,5 milioni di unità, perciò, almeno in linea teorica, potremmo fronteggiare la Russia, che, tra soldati attivi e riservisti, conterebbe circa 3,5 milioni di unità.

Ma a questi, non è detto che la Russia non possa contare sull’aiuto degli alleati più potenti militarmente, come la Corea del Nord e, soprattutto, la Cina.

Senza dimenticare che la società russa è abituata al sacrificio e può svoltare a un’economia di guerra in un batter d’occhio, mentre gli europei vivono in un’altra dimensione, fatta di diritti, di rispetto delle diversità di genere, di ricerca dell’edonismo.

Non tenere conto di queste diversità antropologiche è un errore strategico devastante.

Inoltre, quanto a produzione di mezzi, armi e munizioni, è stato più volte sottolineato da diverse fonti che la Russia produce a velocità superiori rispetto all’Europa, perciò l’idea di una guerra alla Russia, somiglia alle velleità di acquistare una casa del tizio che spera nella vincita alla lotteria.

Ma c’è un’altra questione che non viene affrontata, quella della leadership e della difesa della patria.

La Russia ha una regia e quei 3,5 milioni di soldati e riservisti fanno capo a Mosca e tutti combattono per la loro nazione. Tutti i soldati europei a chi dovrebbero rispondere e per chi combatterebbero?

Con quale spirito un giovane greco, maltrattato e umiliato da Bruxelles, dovrebbe combattere per l’Europa?

Con quale spirito dovrebbero farlo i giovani dei paesi meridionali, sempre additati da Olanda, Danimarca e baltici.

Con quale spirito dovrebbero farlo gli spagnoli, i tedeschi, i francesi…?

AUTONOMIA STRATEGICA O SERVITÙ VOLONTARIA?

I numeri presentano una verità che la retorica non può più nascondere.

La gran parte delle nazioni europee più impegnate a propugnare il riarmo possiede capacità di combattimento irrilevanti, per cui, i loro capricci chiamano necessariamente in causa i grandi paesi, come Germania, Francia e Italia.

Ma i grandi paesi sono anche alle prese con gravi crisi economiche ed esposizioni debitorie sempre più insopportabili.

La deterrenza di chi urla contro Mosca, perciò, è un’illusione.

Questa constatazione spiega, meglio di qualsiasi analisi politica, l’inconsistenza delle loro velleità e la natura delle pressioni che esercitano su Roma, Berlino e Parigi. È una richiesta di delega della propria sicurezza. Anzi, della propria sovranità.

Ma questo deficit di capacità militare si traduce direttamente in un deficit di autonomia geopolitica.

La dipendenza dagli Stati Uniti non è solo operativa, ma è psicologica e politica. Noi, oggi, non possiamo fare guerra a nessuno. Ma, ancor più grave, non potremmo difenderci da soli da nazioni dotate di eserciti ben addestrati e armati di armi all’avanguardia.

La retorica bellicista diventa quindi pericolosa e arrogante.

Parlare di “sconfiggere la Russia”, di aiutare l’Ucraina fino alla vittoria finale contro Mosca”, è un azzardo che fa quasi rima con irresponsabilità.

Anche perché, qualsiasi scenario di sconfitta convenzionale per Mosca riaccenderebbe inevitabilmente il dibattito sull’uso tattico delle armi atomiche. È quando parliamo della potenza nucleare più devastante sul pianeta, si tratta di un calcolo che non si può ignorare, ma che Kallas & Co, spesso dimenticano.

La via d’uscita è una sola.

Da un lato, un rafforzamento serio, coordinato e immediato degli eserciti europei, ma non per brama di guerra, bensì per un elementare istinto di sopravvivenza e per affermare una vera autonomia strategica.

Se gli USA, legittimamente, decidono di orientare le loro risorse altrove, chiudendo i rubinetti per la nostra Difesa, l’Europa deve essere in grado di garantire da sé la propria difesa.

Ma essere autonomi nella difesa significa essere autonomi nelle decisioni politiche e anche più forti a livello geopolitico. Significa smettere di essere vassalli e tornare a essere attori protagonisti della storia.

Tuttavia, il riarmo non può essere finalizzato ad acquistare armi dagli USA per alimentare una guerra contro la Russia, perché ciò non aumenta la nostra capacità di difesa e dissangua gli europei.

Non serve un riarmo, ma una logica di difesa comune orientata ad avere una deterrenza in grado da farci rispettare da Cina, Russia e USA, altrimenti l’Europa sarà sempre quella da informare a cose fatte, o quella a cui applicare dazi a doppia cifra, per poi darle un contentino.

Ma riarmarsi solo per spaventare la Russia servirebbe solo a costringere Mosca a investire ancora di più nelle armi, proprio come accadde tra ‘800 e ‘900, quando la Germania investì ingenti somme per aumentare la potenza della sua flotta navale e la Gran Bretagna aumentò a sua volta le spese per la sua flotta, in modo da non perdere la leadership.

Gli investimenti di entrambi, spinsero anche la Francia e altri stati a riarmarsi, così l’Europa si ritrovò piena di armi e bastò davvero poco per scatenare la Grande Guerra.

L’Europa ha bisogno di un sistema di difesa comune, ma prima di costruire anche un esercito ingente e addestrato fino ai denti, serve costruire un’identità europea, una patria, perché senza patria, non può esservi difesa.

E, oggi, la patria dei tedeschi è la Germania; quella degli italiani è l’Italia, così per gli spagnoli, i greci, i portoghesi…

Non è l’Europa. Soprattutto, non è questa Europa dei burocrati.

Il tempo delle chiacchiere è finito. Sarebbe il caso che finisse anche quello di chi sbraita sciocchezze.

Ora servono i fatti e i leader con competenze e attributi, non quelli che sbraitano e nemmeno quelli da scampagnata a Washington.

E servirebbero il prima possibile, prima che la storia ci presenti il conto.

FONTI: INFO DATA; EURONEWS; CORRIERE MILITARI; OSSERVATORIO UNIV. CATTOLICA; EURISPES;

COME TRUMP HA SMONTATO L’EUROPA CON LA PROSSEMICA E UN CAPPELLINO

I nostri aulici giornalisti della propaganda anti russa, quelli che per tre anni ci hanno cullato con favole su pale come uniche armi di un esercito russo allo sbando, microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini poiché l’economia russa era al tappeto in virtù delle sanzioni dirompenti, oggi ci propinano un nuovo cartoon.

Quello degli Avengers europei, compatti e trionfanti, uniti nel compito di spiegare a Trump “come va il mondo”.

Lo so, fa cadere dalla sedia dal ridere, ma è questa la narrazione dei russofobi, che ci propinano l’ennesima balla colossale. Ridicola quanto le loro precedenti previsioni fallite.

D’altro canto, chi ha toppato ieri è difficile che ne azzecchi qualcuna domani, perciò, il consiglio è di seguire solo chi ha sempre formulato analisi dimostrate dal tempo.

La verità, che i loro occhi non sanno, o non vogliono, vedere, non emerge dalle dichiarazioni ufficiali, ma, come sempre, dalla grammatica del potere non verbale.

Quello che si è consumato alla Casa Bianca non è stato un vertice, ma un caso studio di dominanza comunicativa.

Al di là delle chiacchiere da bar, al di là della retorica bellicista e guerrafondaia di certe testate, l’incontro tra Donald Trump e i supplicanti europei, con il povero Zelensky come trofeo vivente, è un manuale pronto per essere studiato.

Un trattato di sociologia politica vissuto in diretta, con esiti impietosi per l’Europa.

I leader europei sono usciti da quel bunker mediatico non solo a mani vuote, ma fortemente ridimensionati almeno per tre cardini su cui gli esperti di comunicazione della Casa Bianca hanno costruito la loro umiliazione.

1. LA GEOMETRIA DELLA SOTTOMISSIONE: CHI STA DIETRO LA CATTEDRA, COMANDA.

La foto di gruppo nello Studio Ovale è un’icona senza tempo di sottomissione gerarchica.

Trump, saldo, immobile, dietro la sua scrivania. Quel mobile non è un oggetto d’arredo, ma è un archetipico simbolo del potere. La cattedra del professore, il banco del giudice, il trono del monarca. Da lì si ordina, si giudica, si amministra.

Di fronte, su sedie allineate come in una festicciola di partito, i leader europei, tutti in posizione di ascolto, di attesa. Di supplica.

L’asimmetria visiva è voluta, calcolata, chirurgica, e il messaggio è chiaro: per equiparare un leader USA, servono sette leader europei.

Non è soltanto una dimostrazione di forza, ma è la fotografia della frammentazione e dell’irrilevanza politica di un continente. Un’ammissione di debolezza strutturale, veicolata da una semplice disposizione degli spazi e della prossemica.

2. LA REGIA DELL’ATTENZIONE: CHI CONTROLLA LA NARRATIVA, È IL PADRONE

La mossa più geniale, da manuale di comunicazione strategica, è stata l’incontro esclusivo con Zelensky, mentre gli altri erano parcheggiati in un’altra stanza. Come valigie.

Questa non è scortesia, ma è il linguaggio del potere nella sua forma più pura.

Trump ha stabilito, in mondovisione, chi fosse il protagonista della storia e chi le semplici comparse.

A lui interessava Zelensky, per impartirgli “idee” su come chiedere 90/100 miliardi all’Europa per acquistare armi americane che il vecchio amico Donald non vede l’ora di vendergli.

Il presidente americano ha controllato il flusso mediatico dall’istante zero. Fin da quando i leader europei sono stati accolti fuori dalla Casa Bianca dal suo staff, mentre lui era all’interno. Come fa un medico con gli informatori.

Ha dettato l’agenda, ha scelto il testimone privilegiato, Zelensky, utile pupazzo della narrazione bellicista, ha relegato i “colleghi” europei a ruoli di accompagnatori che hanno atteso il suo permesso per parlare.

Sono stati reificati, trasformati in oggetti della scena in cui lui è stato l’unico protagonista.

3. IL RITO DELLA DOMINANZA: I CAPPELLINI E L’INFANTILIZZAZIONE DELL’AVVERSARIO

L’immagine più rivelatrice, quella che i giornalisti superficiali hanno bollato come “spacconata”, è quella dei cappellini. Una geniale comunicazione.

Costringere i tuoi ospiti, in un contesto di massima formalità geopolitica, a osservare la tua collezione di gadget personali non è da “bullo”.

È molto, molto più sottile. È un rito di sottomissione. È forzare interlocutori che dovrebbero essere pari a ricoprire un ruolo infantile. Un po’ come quando, durante una cena, mostri i giocattoli che usava tuo figlio ai bimbi di tuoi ospiti.

È il padre che mostra i suoi trofei ai figli. È il gesto che rompe ogni parvenza di parità e stabilisce una relazione di tipo paternalistico, quando non apertamente dominante.

E già all’arrivo, la partita era segnata. Nessun picchetto d’onore. Nessuna presenza fuori dalla Casa Bianca, nessun abbraccio come in Alaska.

Trump ha dimostrato, senza proferir parola, il valore differenziale che attribuisce a Macron, Scholz & C. rispetto a un vero interlocutore come Putin. Per gli europei, non si scomoda neppure a uscire dalla Casa Bianca. Per Putin è volato in Alaska.

E questi sono fatti, non opinioni.

LA MENZOGNA VERBALE E LA VERITÀ DEGLI INDICALI CHE SPIEGANO PERCHÉ L’EUROPA HA GIÀ PERSO

La geopolitica matura non si fa ascoltando le dichiarazioni.

I leader mentono. Sempre.

La verità sta nei segni indicali, quelli che non possono mentire: la gestione dello spazio, la prossemica, la cronemica, l’abbigliamento. Elementi che definiscono l’esito di una relazione ancor prima che si apra la bocca.

E ciò che abbiamo visto alla Casa Bianca dice una cosa semplice e terribile: l’Europa ha perso.

Ha perso credibilità, autonomia, la propria sovranità in cambio di una promessa di protezione da un alleato volatile che la considera, nel migliore dei casi, un fastidioso vassallo.

Sono andati lì per sostenere Zelensky, la cui fragile democrazia, infarcita dell’ideologia nazista di Bandera, attacca oleodotti e mente spudoratamente.

I leader si sono incontrati prima all’ambasciata ucraina per elaborare una strategia comune per pugnalare Trump alle spalle, per convincerlo a respingere qualsiasi accordo di pace con Putin.

Perché a loro della pace non importa nulla, da quanto rivelano le loro azioni di questi anni. L’incontro a Washington non ci sarebbe stato senza Trump. E lo dimostra il fatto che gli europei hanno avuto tre anni per sedersi intorno a un tavolo, ma non lo hanno mai fatto.

Perché non ha nessuna intenzione di ascoltare le ragioni della Russia, ma punta sempre e solo alla favolistica vittoria ucraina con il ritiro totale di Mosca.

Una pretesa da “Scemo e più Scemo” o da dilettanti di geopolitica.

L’UE, è ben lontana dall’idea di un’unione di popoli e somiglia sempre più a un mostro burocratico nato male, che crollerà economicamente anche senza una guerra per procura che indebolisca la Russia. (Vedi politiche green che stanno uccidendo l’automotive e lavorando a favore della Cina).

I leader europei si sono incastrati nel disastro ucraino, convinti che Mosca sarebbe capitolata in pochi mesi. E ora, puntano tutto sulla possibilità di trasformare l’Ucraina in una grande fabbrica per prodotti militari USA a basso costo.

100 miliardi per finanziare l’operazione, ovviamente a debito degli europei, che promettono soldi che non hanno, per acquistare armi che ancora non sono state prodotte, per mandare altri giovani ucraini a farsi ammazzare al fronte. Giovani che l’Ucraina comincia a non avere più.

Allora, la loro prospettiva coinvolge anche i giovani europei.

Perché i leader che Trump ha trattato come studenti in visita alla Casa Bianca stanno giocando con miliardi di vite per un progetto politico fallito.

La NATO propaganda una Russia debole perché i nostri leader credono che la guerra non arriverà mai a casa loro, che Putin non premerà mai il pulsante rosso dei missili nucleari.

Sono talmente irrilevanti da non capire che quando si ha a che fare con la distruzione totale della propria nazione, qualsiasi pulsante è buono da premere.

E se Putin si trovasse mai davvero in difficoltà, da dittatore qual è, da mandante degli omicidi di molti oppositori e giornalisti, -cosa che scrivevo quando c’era la fila di politici e giornalisti italiani per un selfie con lo zar- non esiterebbe a schiacciare pulsanti per inviare atomiche su Roma, Parigi o Berlino.

Solo su Washington avrebbe qualche esitazione, così come l’avrebbe il presidente USA con Mosca, perché entrambi sanno bene che sarebbe la fine del mondo.

Negli europei non c’è alcuna intenzione di pace che non sia la sconfitta della Russia e la vittoria dell’Ucraina, situazione da film di fantascienza.

Questi non sono leader alla guida di popoli, ma traditori di quei popoli che in ogni elezione degli ultimi anni hanno fatto vincere schieramenti contrari alla guerra.

Sono guerrafondai in doppiopetto e tailleur che si sono recati a Washington per assicurarsi una sola cosa: la Terza Guerra Mondiale.

Non ne fanno mistero. Basta ascoltare le minacce di Macron e von der Leyen e osservare i piani di riarmo. Basta scrutare la loro mimica facciale, dove non c’è mai vera distensione.

E Trump, che pure ha parlato di pace “a lungo termine”, lo sa benissimo.

Li ha lasciati parlare, li ha adulati con complimenti da Zelig, ha elogiato persino Ursula per l’accordo sui dazi e lei era felice, li ha fatti sedere come scolari, li ha fatti aspettare e li ha intrattenuti con i suoi cappellini.

Come bambini che dicono sciocchezze alle quali sorridi, mostri un giocattolo, poi, quando gli ospiti se ne vanno, torni alla tua vita da adulto.

Perché quando la comunicazione non verbale è così chiara, le parole sono solo rumore di fondo.

E qui è evidente il rumore di fondo di un’Europa che, ancora una volta, ha scelto di non essere l’attore protagonista, ma il cattivo. Una pedina molto, molto sacrificabile.

Perché si sa, il cattivo è astuto e spesso sfugge al bene e riesce a farla franca. Tuttavia, alla fine del film, il cattivo perde sempre.

L’Europa ha scelto di contare come il nulla cosmico e/o di recitare ancora per un po’ il ruolo del cattivo, al di là della propaganda russofoba.

Ma anche per stabilire questo, bisognerà attendere cosa decideranno Trump e Putin, gli unici che abbiano davvero in mano le carte del gioco.

Soprattutto il dittatore russo, che non ha nessuna necessità urgente di cessare una guerra che sta vincendo e che non può perdere.

L’ITALIA DOVREBBE PRECEDERE GLI ALTRI PER IL BENE DELLE NOSTRE IMPRESE

Il pensiero critico non accetta narrazioni comode, non si accontenta di pale e microchip, ma scava oltre la superficie, fino a smascherare le strutture di potere.

Il recente vertice di Washington non è stato un semplice incontro diplomatico, ma una sorta di teatro dove la realpolitik ha mostrato il suo volto spietato, un momento di chiarezza brutale, se vogliamo, un terremoto geopolitico che ridisegnerà gli equilibri continentali per i prossimi decenni.

Un gioco di scambi cinico e calcolato, dove i prodotti sono nazioni e il prezzo è la sovranità.

IL SACRIFICIO DELL’UCRAINA, DA NAZIONE SOVRANA A RETROVIA INDUSTRIALE BELLICA

La prima conclusione drammatica è l’aborto definitivo del progetto atlantico dell’Ucraina. È assai improbabile che possa vedere la luce, almeno nei prossimi vent’anni.

L’ingresso nella NATO è, ormai, un’arma retorica, svuotata di ogni sostanza.

Trump ha delineato il destino di Kiev così come lo ipotizzavo già nel 2022, quando altri mi davano del pazzo o del putiniano, cioè uno Stato-cuscinetto, permanentemente militarizzato, la cui funzione primaria è servire da diga contro la Russia e, simultaneamente, da avamposto produttivo per il complesso militare-industriale americano.

La discussione tra Zelensky e Trump sul pacchetto da 90/100 miliardi di dollari in armamenti è stata illuminante, non a caso si è tenuta prima di incontrare gli altri leader.

Espediente che ha fatto capire chi fosse protagonista, per Trump, e chi soltanto degli accompagnatori.

90/100 miliardi. Si tratta di una cifra colossale, ma ad essere un capolavoro è il meccanismo finanziario che ricorda l’era delle egemonie imperiali, perché il 90% di questi fondi sarebbe coperto dall’Europa. Dagli accompagnatori.

In pratica, i contribuenti tedeschi, francesi, italiani pagheranno circa 30 miliardi l’anno per acquistare armi americane, cioè una cifra che è il budget annuale della difesa italiana, che è poco sotto quella cifra, interamente devoluto a Washington.

L’Europa finanzierebbe le armi, senza avere nulla in cambio, mentre la ricaduta industriale, la tecnologia, il profitto, resterebbero saldamente nelle mani statunitensi.

Secondo l’idea di piano trapelato dall’incontro dei leader europei da Trump, droni, armamenti e munizioni dovrebbero essere prodotti su suolo ucraino, da manodopera a basso costo, per alimentare il mercato USA e le sue strategie globali.

Le industrie europee della difesa, se così fosse, verrebbero relegate a margine, spettatrici impotenti di un banchetto a cui non sono invitate. Una sorta di neocolonialismo industriale di precisione.

L’EUROPA: IL FINANZIATORE PASSIVO NEL GRANDE GIOCO DEGLI STATI UNITI

L’Unione Europea è uscita dal vertice con la dignità di una colonia amministrativa, perché il suo ruolo è stato definitivamente ridotto a quello di cassa di compensazione, con l’unico compito di pagare, tacere e, naturalmente, obbedire.

Lo si è visto nello Studio Ovale, dove sono stati trattati da Trump come scolaretti, tutti seduti di fronte alla cattedra, dove il professore spiegava la lezione.

L’unico lampo di intuizione strategica continentale sembra sia venuto a Giorgia Meloni, con la proposta di garanzie di sicurezza “stile Articolo 5” per Kiev. Una mossa per tentare di ancorare l’Ucraina a un perimetro occidentale, pur nella consapevolezza della non-integrazione nella NATO.

Ma, come era logico attendersi, Putin ha respinto tale proposta già nell’immediata telefonata di Trump con il dittatore russo, che ha sempre preteso che in Ucraina non vi siano eserciti appartenenti alla NATO.

Il silenzio assordante di Macron, Scholz e Von der Leyen durante i negoziati è stato un sintomo clinico della paralisi dell’Europa, già incapace di inviare un unico leader a rappresentare tutti.

Se l’idea delle armi prodotte in Ucraina passasse, in cambio di questo maxi-finanziamento, l’Europa otterrebbe lo sdoganamento dei commerci con la Russia.

Ma ogni Stato membro dovrà correre per ricucire le relazioni economiche strappate due anni fa.

Mosca, da nemica assoluta, viene rapidamente riabilitata da Trump a pedina fondamentale in una strategia anti-cinese. Perché a Trump non interessa nulla dell’Ucraina, ma persegue solo due cose: Premio Nobel per la pace e condizioni di favore per puntare alla Cina.

L’obiettivo del tycoon è quello di spezzare l’asse eurasiatico, depotenziare i BRICS, e contenere Pechino.

La Russia è la leva per farlo. È un gioco di scambi monumentale: l’Ucraina viene sacrificata, l’Europa ridotta a finanziatore, la Russia reinserita nei circuiti globali come partner economico (ma non politico) dell’Occidente.

Trump porterebbe a casa industria, influenza mondiale e un vantaggio strategico nel contenimento della Cina. L’Unione Europea resterebbe con il conto da pagare e con una profonda crisi identitaria.

LA PROSPETTIVA ITALIANA, TRA REALISMO, INTERESSE NAZIONALE E L’OPPORTUNITÀ STORICA

In questo quadro non proprio roseo, di incapacità di visione, all’Italia non rimane che la strada del realismo politico.

Dobbiamo giocarci fino in fondo il rapporto con Trump, l’unico attore che in questo momento detiene il potere decisionale effettivo. (A parte Putin).

La missione deve essere chiara: riaprire i canali commerciali con la Russia prima di tutti gli altri in Europa.

Energia, manifatturiero, agroalimentare, lusso. Il nostro interesse nazionale deve essere rimesso al centro della nostra azione diplomatica con una ferocia che non ci appartiene da decenni. D’altronde, l’Europa è in coma e non è in grado di garantire accordi lungimiranti.

Dobbiamo usare il nostro peso all’interno della NATO e il nostro potenziale di ponte nel mediterraneo per diventare il primo interlocutore europeo di Mosca.

Questo non è anti-americanismo, ma il più alto grado di pragmatismo. È riconoscere la nuova mappa del potere e posizionarvisi con intelligente cinismo per trarre vantaggi enormi sul lungo termine a favore delle nostre imprese.

Servono equilibrio, freddezza e una visione chiara di quelli che sono i nostri interessi.

E servirebbe rivedere il sistema dell’informazione in Italia, perché le narrazioni propagandistiche fanno credere reali fake news, cambiano le percezioni e, di conseguenza, influenzano i mercati.

Sostenere che la Russia avesse perso la guerra, che non ci fosse speranza per Mosca contro 40 democrazie, come sosteneva Beppe Severgnini nel 2022, o raccontarci di pale e microchip smontati dalle lavastoviglie, ha dato davvero l’impressione a tanti che una superpotenza atomica si potesse battere militarmente.

Qualcuno è stato persino convinto che Mosca potesse crollare con delle sanzioni, una nazione che commercia con tre quarti di mondo che ha isolato l’Occidente, che ha una moneta propria ed è piena di giacimenti e miniere di qualunque materia prima.

Perciò, nuovi orizzonti industriali, nuova visione politica e revisione dell’informazione, valutando chi ha raccontato falsità e chi analisi che si sono rivelate fondate come hanno sempre fatto, ed è un vanto, chi scrive per Tamago-Zine.

Il resto sono discorsi superficiali.

La Storia bussa alla porta. Sta a noi decidere se aprire per primi o raccogliere le briciole che lasceranno gli altri.

TRUMP FRENA GLI EUROPEI DELLA “PACE GIUSTA”. “PUTIN VUOLE FARE LA PACE PER ME”

Nessun tappeto rosso, nessun aereo a sfrecciare nei cieli, né tour in pompa magna sulla “Bestia”. E già questi elementi sono una comunicazione dirompente.

L’incontro di ieri alla Casa Bianca è stato comunque un secondo passo verso una pace vera, anche se non si vede ancora nulla di positivo all’orizzonte, se non la possibilità concreta di un faccia a faccia tra Mosca e Kiev.

I punti chiesti da Putin in Alaska sono chiari e inequivocabili. L’Europa, invece, parla di “pace giusta”, anche se tutti i leader europei, compreso Zelensky, sono stati piuttosto generosi di complimenti nei confronti di Trump e anche attenti a non farlo alterare.

Lo stesso presidente ucraino ha abbandonato la felpa e si è presentato con un completo scuro, sebbene senza cravatta.

Trump dice che Putin ha accettato le sue proposte di garanzie per l’Ucraina, ma Mosca ha ribadito in ogni occasione che non accetterà mai forze NATO in Ucraina.

Perciò è impossibile l’ipotesi di eserciti europei o di una sorta di articolo 5 per l’Ucraina, proposto dall’Italia, ma con forze diverse dalla NATO, che significherebbero Terza Guerra Mondiale.

Il fatto che gli europei insistano su questo elemento dimostra che non è la pace ciò a cui puntano.

Putin, d’altronde, non ha nessun motivo per terminare una guerra che sta vincendo sul campo, senza avere in cambio gran parte delle sue richieste. Anche perché, in patria, sarebbe vista come una sconfitta.

Ha dalla sua il tempo, che, più passa, più il suo esercito avanza in Ucraina e gli alleati dei suoi avversari si dissanguano. (E, visto che certi giornalisti ci dicono che la Russia avrebbe le risorse per muovere guerra all’intera Europa…)

La nota positiva è che Zelensky si sia reso disponibile a concedere elezioni in Ucraina, riportando il Paese alla democrazia, e ciò dimostra come quello in Alaska sia stato un vertice vinto da Putin.

Il presidente ucraino si è detto anche disponibile ad acquistare 100 miliardi di armi americane, idea che cozza con le richieste russe di un esercito ucraino ridotto ai minimi termini.

“Putin vuole fare la pace per me”. È la frase rubata dai microfoni accesi, mentre Trump bisbigliava all’orecchio di Macron. Frase che dimostra l’egocentrismo del tycoon, ma è anche una luce di speranza.

Tuttavia, gli europei sembrano ancora fossilizzati sulla “pace giusta”, terminologia deliziosa che ripetono come un mantra anche certe redazioni italiane: “La Russia restituisca tutti i territori!”. “L’Ucraina non può accettare perdite di territori, altrimenti uscirebbe sconfitta dalla guerra.”

Ancora convinti che l’Ucraina e l’Europa non abbiano perso la guerra?!

Peccato che la storia non sia un libro dei sogni. Dai tempi di Roma antica, sono i vincitori a dettare le condizioni, non gli sconfitti. E quando mai un impero ha restituito territori conquistati perché “non era giusto”?

La Germania fu umiliata a Versailles e, nel 1945, fu addirittura spaccata in due.

Il Giappone, dopo due bombe atomiche, fu occupato per alcuni anni.

E Cuba nel ’62? Fu minacciata di bombardamento se non avesse smantellato i missili sovietici. E qui, le pretese di Kennedy erano simili a quelle di Putin.

Ma oggi, magicamente, la Russia dovrebbe fare marcia indietro perché qualche giornalista ha scritto un editoriale commovente o perché lo chiedono Macron e Merz?!

Beh, questo non è giornalismo, ma chiacchiera da bar. D’altronde, sono analisi fatte da chi ci ha raccontato di pale, microchip e Mosca al tappeto per le “sanzioni dirompenti” entro Natale 2022.

La situazione ucraina è molto complessa e non si può gestire con i vertici spettacolari né con le pretese di una “pace giusta”.

È vero che l’Ucraina ha ceduto armi nucleari in cambio di garanzie di difesa e che si tratta di una nazione sovrana, ma non si possono dimenticare la Nuland, Piazza Maidan e la guerra dal 2014 di cui nessuno parlava, ma per cui lo stesso presidente Mattarella, nel 2017, chiese a Putin di intervenire (FONTE).

2022: L’ACCORDO FANTASMA CHE AVREBBE SALVATO KIEV (MA BRUXELLES VOLEVA LA PACE GIUSTA)

Ricordate gli accordi di Istanbul del 2022?

No, certo. Saltarono perché l’Europa e la NATO li fecero saltare.

Kiev avrebbe rinunciato alla NATO e ridotto il suo esercito, è vero, ma ci sarebbero stati zero morti, zero città distrutte, zero milioni di profughi. Invece no. Biden, Von der Leyen & Co. spinsero Zelensky a rifiutare. 

“Resistete! Vi diamo noi armi!”. Armi pagate coi soldi degli europei, ma sorvoliamo.

Risultato? Oggi il 20% dell’Ucraina è russo. L’economia è a picco. L’esercito allo stremo. E Mosca ha semplicemente ripresentato le stesse richieste del 2022, aggiungendoci i nuovi territori.

Ironia della sorte: più l’Ucraina combatte, più la Russia chiede, più gli europei perdono potere d’acquisto.

I CIRCOLI MAGICI DELL’OCCIDENTE: “RESISTETE! (MA NOI STIAMO A CASA)”

Macron fa discorsi epici tra un buffet all’Eliseo e un incontro sul treno dei volenterosi. Von der Leyen promette armi con piani di riarmo da sceneggiatura fantozziana, ma nessuno di loro manderà mai i figli o i nipoti a morire nel Donbass.

Sono gli ucraini che devono combattere. E morire. Quelli sì, “eroi”, come li definiscono.

Peccato che un eroe morto resta morto.

E non se ne fa nulla di qualsiasi pace giusta!

Intanto, l’Europa, che in tre anni non è riuscita a fare ciò che Trump ha fatto in sei mesi, si illude di “logorare” la Russia con le sanzioni. Ignorando alcuni dettagli che fanno tutta la differenza del mondo.

  1. Mosca commercia con Cina, India e metà del globo. Perciò è impossibile da isolare.
  2. Il rublo è in mano alla Banca centrale di Mosca.
  3. La Russia è la nazione più grande al mondo e ha giacimenti di ogni materia prima.
  4. La Russia ha 6.000 testate nucleari ed è la forza nucleare più potente sul pianeta.
  5. Non esiste forza sul pianeta che possa battere la Russia in una guerra di logoramento.

LA BOMBA (ATOMICA) SOTTO IL TAVOLO: PERCHÉ L’UCRAINA NON È L’AFGHANISTAN

“Ma i partigiani hanno vinto contro il fascismo e il nazismo!” dice qualche giornalista.

Caro giornalista da “fake news su pale e microchip”, qui non siamo nel 1944. La Russia non è la Germania nazista. E, soprattutto, è la più grande potenza nucleare sul pianeta.

Il Giappone provò a resistere nel 1945 agli USA. Hiroshima e Nagasaki furono spazzate via.

Oggi, qualora la Russia si trovasse in difficoltà, basterebbero 2-3 missili ipersonici caricati con testate atomiche su Odessa o su Kiev.

L’Europa, al massimo può lanciare “sanzioni dirompenti”, frase vuota come un bicchiere di vodka svuotato.

Gli USA non muoverebbero un dito perché sanno che una guerra nucleare non ha vincitori, solo miliardi di morti. Anche americani.

LA PACE “INGIUSTA” CHE SALVA VITE: PERCHÉ TRATTARE NON È TRADIRE

La pace giusta non esiste. Esiste solo la pace possibile.

Continuare la guerra comporterebbe:

  • altri 3-4 anni di massacri;
  • un’Ucraina desertificata;
  • Kiev che perde non solo il Donbass, ma l’intera nazione.

“falchi” europei, Macron e Merz in testa, urlano: “No alla resa!”.

Ma non è resa. È realismo. È saggezza. È scegliere la vita e non la logica della guerra.

Nel 2022, l’Ucraina aveva un esercito integro. Oggi cerca disperatamente reclute strappando uomini dai marciapiedi e richiamando anche chi ha certificati medici.

I pacifisti, quelli che chiedevano trattative, venivano chiamati “putiniani”.

Eppure, se avessero vinto loro, oggi i morti ucraini sarebbero migliaia, non centinaia di migliaia; Kharkiv e Mariupol sarebbero ancora in piedi e non ci sarebbero milioni di profughi ucraini a vagare per l’Europa.

DIRITTO INTERNAZIONALE, UNA BARZELLETTA PER POTENTI

Il Diritto internazionale, poi, è quella fiaba dove i buoni vincono sempre.

Peccato che nella realtà gli USA bombardino chi vogliono (Jugoslavia, Iraq, Siria) spesso inventando anche scuse inesistenti (vedi armi chimiche di Saddam); Israele occupa territori palestinesi da 50 anni e commette genocidi senza alcuna conseguenza; l’Europa strizza l’occhio ai genocidi in Yemen.

Ma per l’Ucraina, improvvisamente, valgono altre regole. 

“I confini non si cambiano con la forza” dicono Macron, Meloni e Merz.

Intanto, la Crimea è russa dal 2014. E nessuno – dico nessuno – ha mai seriamente pensato di riprendersela.

E da quanto fa Israele da sempre, non sembra che il Diritto internazionale valga davvero qualcosa.

GLI UNICI VERI NEMICI DEGLI UCRAINI SONO QUELLI CHE GRIDANO “RESISTENZA!”

  • L’Europa ha spinto Kiev in una guerra persa in partenza per un’idea americana (approfondisci qui)
  • Ha trasformato l’Ucraina in un campo di macerie (con tanto di selfie di Zelensky in trincea).
  • Ora, per non ammettere l’errore, l’Europa vuole sacrificare un’intera generazione.

I veri nemici degli ucraini? Non sono Putin o i “traditori” che chiedono la pace. Non i putiniani. Ma i leader occidentali che giocano alla guerra con le vite altrui. Quelli che parlano di “Diritto internazionale” mentre fanno spallucce sui crimini di Israele.

L’unica pace giusta è quella che ferma le bare. Il resto è ipocrisia.
E a chi dice “meglio morti che sottomessi”, rispondo: mandate i vostri figli e nipoti in trincea. Senza scorta.

Perciò, ben vengano le persone animate dalla volontà di arrivare alla pace a ogni costo, ma non quelle che cercano solo disperatamente di non dimostrare ai propri elettori di aver perso una guerra nonostante “niente condizionatori”.

Con la speranza che il prossimo incontro possa essere un trilaterale, con un faccia a faccia tra delegazioni di Russia e Ucraina.

E con la speranza che gli Europei se ne stiano buoni e non si necessiti di un ulteriore incontro dal preside per capire come stanno le cose.

E SE FOSSE LA FINE?

Se nel business ci sono sempre stati alti e bassi, nell’alta moda il pendolarismo dei gusti e degli stili ha riflettuto il percorso della sua storia economica. Una cosa scontata, persino ovvia. Ovvio perché parliamo di effimero.

COSA VUOLE RAPPRESENTARE LA MODA E A CHI PARLA 

Sono stati scritti fiumi di saggi e giustificazioni credibili. Quindi non ne parlerò. Vi lascerò il gusto di ricercare: libri, riviste, mostre, on line,… Ma qualche riflessione va fatta.

La moda rappresenta se stessa o è chi la pensa e la propone che fa la moda?

Per se stesso, per la propria vanità, per il mercato, per il proprio conto in banca, per la collettività, per lasciare un segno, per trovare un posto nello Star System, per vestire le Super-Star presenti alle sfilate?

Il rischio è di parlarsi addosso. E fine della fiera delle vanità.

SENZA RISPOSTE

Oggi se non si tiene conto della rapidissima trasformazione dei mercati, dello stile, delle motivazioni d’acquisto influenzate da quello che succede sugli scenari internazionali, e anche quelli di casa nostra, si rischia il default. 

E qui sì, basta leggere i giornali. Non quelli di moda, ma i quotidiani locali con cronache di chiusura di laboratori e di licenziamenti conseguenti.

A quegli ex lavoratori bastava la paga regolare ogni mese. Paga da dipendente. Non certo per l’acquisto degli abiti di lusso che loro producevano, ma per vivere degnamente.

Errori di visione aziendale o miopia imprenditoriale che parte da lontano?

QUINDI, QUAL È IL TARGET? 

Come detto, l’imitazione senza criticità da parte del 90% di chi non se la può permettere (l’alta moda) è il risultato ovvio. Quel mondo (il 90%) fa sempre più fatica a mettere insieme le necessità quotidiane, e le illusioni ferragostane guardando i rotocalchi, forse, non bastano più.

NUOVI GESTORI ETICI 

Si va affermando una tendenza obbligatoria verso un minor consumo di inquinanti per la produzione dei tessuti e delle confezioni. La moda è fra i produttori industriali più inquinanti al mondo.

La tendenza alla riduzione è già in atto, ma la strada da fare è ancora molto lunga. Così vale per il consumo di energia e per l’uso di manodopera non sfruttata con filiere produttive controllate direttamente dal committente finale.

Ma questa è un’altra dimensione.

LA MODA DEL RIUSO, DEL RICICLO E DEL VINTAGE CHE SCONFIGGE LA MODA 

Si recuperano eccedenze di produzione, tessuti a magazzino non più utilizzabili, capi ora impossibili da vendere per ottenere filamenti per una nuova idea produttiva o per il vintage.

E Le istanze si moltiplicano. È un nuovo mercato molto gradito se si è andati incontro ad un aumento dell’11% in un solo anno, secondo i dati ufficiali, contro una tendenza in negativo rispetto al mercato tradizionale. 

LE VENDITE ONLINE 

L’affidabilità, la tracciabilità, la riduzione dei costi della logistica, e l’enorme disponibilità di offerta riscontrabile oggi, unitamente a prezzi di vendita vantaggiosi, stanno ridefinendo rapidamente le nuove tendenze e opportunità di acquisto.

C’È MODA E MODA

Evitiamo confusioni.

L’alta moda, con le sue regole auree (e le sue perdite), sembra soffrire di noia e dell’incapacità di individuare un orizzonte credibile. E non è un caso se spesso la descrizione delle nuove sfilate indica “ispirata a …”. 

Basterà il ricambio degli stilisti 2025 a riproporre qualcosa di nuovo o vinceranno gli uomini di marketing delle grandi case di moda?

Perché nuove collezioni di alta moda e vendite devono andare di pari passo. Anche perché, poi, le perdite diventano miliardarie.

E se fosse la fine dell’alta moda così come l’abbiamo concepita dal 1940 in poi? Si può parlare di inadeguatezza globale?

IL CREPUSCOLO DI BRUXELLES. IL VERTICE IN ALASKA TRA TRUMP E PUTIN HA RIVELATO LA FINE DELL’EGEMONIA EUROPEA

L’incontro tra i leader delle prime due superpotenze atomiche ha sancito l’alba di un nuovo ordine mondiale multipolare, in cui all’Europa resta solo il ruolo di spettatrice.

LO SCHIAFFO DI ANCHORAGE IN UN ABBRACCIO CHE VALE PIÙ DI MILLE SANZIONI

Della stretta di mano che sembrava non finire mai e che ha mostrato la supremazia di Putin abbiamo già parlato in questo articolo: QUI.

Ma, al di là della stretta di mano e della prossemica, Donald Trump e Vladimir Putin non avevano l’aria di due leader alla guida di nazioni che per tre anni si sono scambiate minacce nucleari e sanzioni economiche.

Sembravano vecchi soci in affari che si ritrovano dopo una lite.

I sorrisi, prima e dopo il faccia a faccia, e i volti distesi di entrambi, sono stati un telegramma inviato all’Europa in cui c’era scritto: “Avete perso il treno. Adesso, la locomotiva la guidiamo noi.”

Il vertice ha certificato l’isolamento strategico dell’Europa e l’avvio di una nuova era della diplomazia diretta tra superpotenze. Washington, Mosca, Pechino. Il mondo lo riscrivono in tre, come un consiglio di amministrazione.

Lo scrivono le superpotenze. Come è sempre accaduto nella storia.

I leader di Bruxelles sono rimasti fuori dalla porta, con il naso premuto contro il vetro, come guardoni a cui non resta altro se non spiare chi comanda.

L’EUROPA HA SCOMMESSO SUL CAVALLO SBAGLIATO

In Europa c’era chi scommetteva su Kamala Harris e chi su Donald Trump, ma nessuno si aspettava che l’America tornasse a dialogare in maniera così amichevole con la Russia, con qualunque presidente.

Pensavano che la via tracciata dalle politiche belliciste di Biden fosse sacra.

E quando a diventare presidente è stato il miliardario che per anni ha definito la NATO “obsoleta”, da Macron a Meloni erano tutti convinti che “America First” significasse automaticamente “Europa Second”, compresa l’Ucraina.

Beh, è stato un errore fatale, perché la Dottrina Trump è semplice, cinica e persegue solo gli interessi degli americani, perciò, per Washington, l’Ucraina non è un principio sacro, ma un costo non più sostenibile. Un “intralcio” ad altri affari.

La vera missione di Trump è evitare una guerra con la Russia, ripristinare la stabilità, riaprire i rubinetti commerciali, tutto per avviare trattative importanti con la Cina, l’Iran e altri paesi che sono alleati di Mosca.

Mentre i leader europei declamavano “valori” e “democrazia”, Trump pensava alle trattative sul gas e ai contratti sulle armi.

LA REAZIONE DI BRUXELLES? PANICO MISTO A SENTIMENTI DI TRADIMENTO. 

Nei corridoi dei palazzi UE si urla al “tradimento”.

Ma è solo l’ennesima prova della cecità dei leader europei, i quali, incapaci di leggere la geopolitica con realismo, si sono rifugiati in un moralismo da predicatori, ignorando che la storia si scrive con i rapporti di forza, non con i sermoni.

L’ACCORDO SUL TAVOLO È LA REALPOLITIK DELLA CAPITOLAZIONE

Putin non ha portato fiori in Alaska, ma le sue condizioni, immutate dal 2022. Anzi, diventate più drammatiche per l’Ucraina.

  1. Ritiro totale delle truppe ucraine dal Donbass.
  2. Riconoscimento ufficiale delle annessioni russe (Crimea, Donbass, Kherson).
  3. Ucraina neutrale per sempre e mai nella NATO.

IL “PIANO TRUMP” (SECONDO IL NYT) È UNA CAPITOLAZIONE IMBRATTATA DI PRAGMATISMO 

Cedere alla Russia anche i territori non ancora conquistati, in cambio della fine della guerra è una soluzione che farebbe inorridire i burocrati di Bruxelles, ma che segue la logica ferrea per cui, in guerra, si negozia quando entrambi guadagnano qualcosa. 

Solo che l’Europa guadagna zero. Anzi, perde tutto. Ma l’Europa non ha più voce in capitolo.

Il colpo di genio sarebbe la “garanzia di sicurezza stile Articolo 5” per Kiev, con un paracadute USA, ma fuori dalla NATO e col nullaosta di Putin.

Un capolavoro di cinismo diplomatico che esclude l’Alleanza Atlantica e riduce l’Europa a un fantasma in cerca di un tavolo a cui sedersi.

Anche se sembra davvero difficile che Putin possa accettare una situazione del genere. Perciò, sembrano più sparate giornalistiche in stile pale e microchip.

La risposta UE è un manuale di patetica impotenza, un inno ai “principi incrollabili” (diritto, sovranità, integrità territoriale) che nessuno ha mai preso in considerazione né leggerà mai. (Vedi, tra gli altri, Cuba ’62, Kosovo ’99, Iran ’25).

La richiesta disperata di un “formato trilaterale” (UE-USA-Russia) + Zelensky è un modo per dire: “Ci siamo anche noi, per favore! Altrimenti, come spieghiamo agli europei la nostra irrilevanza dopo aver detto loro che Putin non avrebbe visto il panettone nel 2022 e la Russia era sconfitta dalle sanzioni dirompenti?”

LA “COALIZIONE DEI VOLENTEROSI”

Il vertice dei Paesi nordici e baltici è l’equivalente geopolitico di un ultimo rantolo e dimostra solo la frammentazione dell’Europa, diventata ormai un pugno di stati che cerca di tenere alta la bandiera della resistenza, mentre gli altri già trattano coi vincitori.

E Putin, con un ghigno, aggiunge la beffa: “Speriamo che Kiev e le capitali europee non ostacolino il processo”. Come a dire: “Io e Donald abbiamo fatto di tutto. Se saremo costretti a conquistare tutta l’Ucraina per far capire chi ha vinto, sarà l’Europa a volerlo.”

In pratica, i leader europei si sono trasformati da interlocutori a guastatori della pace.

LA NASCITA DEL NUOVO MONDO IN CUI L’EUROPA DIVENTA OGGETTO

Anchorage ha dimostrato che le questioni globali si decidono nel triangolo Washington-Mosca-Pechino. 

Il Vecchio Continente non è più attore protagonista e rischia di non riuscire neppure più a fare da comparsa.

I suoi media tentano goffamente di negare l’evidenza: i quotidiani titolano “Trump non ottiene il cessate il fuoco“, come se il tycoon fosse uno studente rimandato a settembre e fossimo ancora in campagna elettorale pro Kamala.

Patetico e lontano anni luce da ciò che dovrebbe essere informazione, soprattutto dopo aver perso credibilità e lettori per le tante fake news spacciate per notizie vere (pale, muli, microchip, sanzioni dirompenti, controffensive che avrebbero cambiato l’esito della guerra, economia russa al tappeto; poi contro-narrazione: Russia potentissima e con esercito di Rambo, pronta a conquistare l’Europa intera.)

La verità è che Trump ha ottenuto ben di più di un semplice accordo.

  • Un canale diretto con Putin.
  • L’esclusione dell’Europa dal tavolo delle decisioni.
  • L’avvio di una riorganizzazione globale senza il permesso di Bruxelles e senza che gli USA diventassero marginali.

IL PARADOSSO FINALE È DA MANUALE DI MACCHIAVELLI 

La guerra, nata perché la Russia voleva fermare l’espansione NATO a Est, finirebbe con un accordo che ridefinisce le sfere d’influenza, scavalcando proprio la NATO. 

E chi esce come grande sconfitto, oltre all’Ucraina, naturalmente, è l’Europa, che paga un conto salatissimo: instabilità ai confini, dipendenza energetica eterna, declino accelerato, costi dell’energia alle stelle, spese militari insostenibili.

IL BIVIO (SENZA BUSSOLE)

La débâcle ucraina non è avvenuta per caso, ma per la criminale mancanza di visione dei leader europei, che ha provocato un disastro economico, centinaia di migliaia di giovani ucraini uccisi e altrettanti resi invalidi dopo il rifiuto delle trattative di pace del 2022.

Tutto per cercare la famosa “pace giusta” che, non solo non è arrivata, ma ha generato una situazione nettamente peggiore per Kiev. 

Bruxelles ha scommesso sulla sconfitta russa grazie alle sanzioni e alle armi sofisticate degli americani, convinta che Mosca fosse davvero quella raccontata nella propaganda di Hollywood.

Non era così. E i missili ipersonici sono solo la ciliegina su una torta amara. Amarissima.

L’EUROPA ORA HA TRE VIE

  1. Accettare il ruolo di partner minore nel mondo multipolare, di gregario rumoroso, ma ininfluente.
  2. Costruire una sovranità strategica vera, con una difesa comune, una politica estera unitaria, rinunciando alle beghe nazionali. Ma ciò significherebbe condannare all’irrilevanza industriale tutte quelle regioni con PMI e non con campioni. Per l’Italia, sarebbe la fine.
  3. Sciogliersi e tornare alla CEE, dove ogni paese è libero di avere proprie politiche economiche ed estere. Ciò sarebbe un vantaggio per le industrie con monete svalutabili e uno svantaggio per la Germania. Inoltre, in un mondo multipolare, con blocchi come i BRICS, sempre più numerosi, una frammentazione eccessiva potrebbe essere un boomerang, se non ben orchestrata.

La prima opzione è comoda, ma è una lenta agonia. La seconda richiede coraggio e statisti, per studiare situazioni che non avvantaggino Germania e paesi nordici e condannino le regioni meridionali, come l’Italia.

Ma se non mancano guerrafondai, di statisti, oggi, l’Europa è vuota.

La terza presuppone gli stessi elementi della seconda, ma anche che certe lobby non si mettano di traverso.

L’accordo Trump-Putin non è la fine della storia, ma l’inizio di un capitolo in cui l’Europa non è nemmeno in copertina. Mentre Bruxelles stila dichiarazioni e organizza vertici-fantasma, “gli altri paesi del mondo stanno facendo la storia”. Senza chiedere permessi.

Oggi ci sarà l’incontro con Trump di Zelensky e di alcuni leader europei. Staremo a vedere se ci saranno gli stessi sorrisi e gli stessi volti distesi dell’incontro con Putin.

Ma il crepuscolo sembra già calato su Bruxelles e la notte potrebbe essere lunghissima.

A meno di un miracolo. O di una rivoluzione.

IL GRANDE BLUFF DELL’EUROPA. PUTIN E TRUMP SI STRINGONO LA MANO, KIEV E BRUXELLES AFFONDANO TRA POLEMICHE DA OPERETTA

PASTICCIO DIPLOMATICO DELL’EUROPA?

Macché. Leggete i titoli dei giornali italiani e trovate amarezza, delusione, sconfitta, sì, ma non dell’Europa.

Anzi, pare che il mondo sia finito perché Trump e Putin in Alaska hanno osato parlarsi, senza permesso.

Soprattutto, senza i “padroni del vapore” europei. Quelli che non contano nulla, continuano a coprirsi di ridicolo, ma ancora non si sono svegliati dalla dimensione delle allucinazioni di Biden.

I soliti commentatori che ci hanno raccontato di pale e sanzioni dirompenti che avrebbero piegato Mosca in 3 mesi, si aggrappano al conflitto ucraino come fosse l’ombelico del mondo.

Peccato che Washington e Mosca stiano negoziando ben altro di una semplice pace: una revisione totale delle relazioni bilaterali in cui rientrano Artico, nucleare, sanzioni, dazi.

Roba da far sudare freddo alla burocrazia Ue.

Ma no, loro vogliono il solito copione: Russia cattiva, Occidente buono. E intanto la storia va avanti e gli europei pagano il conto della loro inadeguatezza.

DIPLOMAZIA? UNA PAROLACCIA A BRUXELLES.

I media pretendono soluzioni in 24 ore. Quelle soluzioni che i leader europei neppure hanno preso in considerazione negli ultimi tre anni.

Ridicoli e anche ignoranti, perché il Congresso di Vienna durò dieci mesi. Versailles nove. Yalta una settimana. Potsdam due.

Per il Vietnam, Parigi trattò anni. Dayton tre settimane.

Ma oggi, se non risolvi una guerra per procura tra un caffè e un tweet, sei un fallito.

Solo a che a sostenere questa sciocchezza ci sono i falliti alla guida dell’Europa e i loro narratori leccapiedi, che per tre anni ci hanno raccontato di una Russia con le pezze al culo, salvo rimangiarsi tutto dallo scorso marzo, quando Mosca è diventata una superpotenza economica e militare in grado di conquistare l’Europa.

Tutto per soddisfare i capricci bellicisti della Commissione von der Leyen, con il suo piano di riarmo.

E due leader “detestati” come Trump e Putin stanno sabotando i deliri apocalittici di certi editorialisti.

L’APOTEOSI DEL RIDICOLO: LA STRETTA DI MANO.

Hanno criticato Trump perché ha stretto la mano a Putin. Ma che doveva fare, secondo questi geni?

Sputargli in faccia? Ignorarlo? Violare il protocollo base dei rapporti tra potenze? L’ignoranza è una brutta bestia. La malafede, pure.

Qualcuno ha suggerito che doveva arrestarlo in virtù del mandato di cattura internazionale, dimostrando di non sapere che gli USA, come Russia, Cina e Israele, tra gli altri, non riconoscono la Corte Penale Internazionale.

E dimostrando anche un’estrema ignoranza geopolitica: un minuto dopo l’arresto di Putin, a Mosca sarebbero bastati 3 o 4 missili in simultanea e la morte di un paio di milioni di malcapitati per suggerire il rilascio immediato per non far diventare i malcapitati qualche miliardo, con il lancio di altri missili.

E fa specie che chi straparla su fantomatici arresti non abbia battuto ciglio per gli onori tributati a Netanyahu. Distratti?? Mah…

SIMBOLI CHE PARLANO CHIARO.

F-35 americani hanno scortato l’Ilyushin di Putin al rientro in patria. Tappeto rosso. Sorvolo d’onore con B-2 Spirit e F-35.

Trasferimento sulla “Bestia”, la limousine presidenziale USA.

Una strategia di comunicazione chiara e inequivocabile. Un messaggio al mondo: l’amicizia russo-americana è tornata. I russi l’hanno definita “accoglienza storica”.

Gli europei, un incubo.

COOPERAZIONE A TUTTO CAMPO. MA SENZA L’EUROPA.

DETTAGLI SCARNI, OBIETTIVI CHIARISSIMI.

Putin ha parlato per 8 minuti e mezzo. Trump meno di 4.

Lavrov ha annunciato che “Gli USA toglieranno alcune sanzioni. Sicuri. E ripartirà la cooperazione spaziale.”

Insomma, russi e americani tornano a dialogare da pari e causano un terremoto geopolitico che smonta ogni possibilità dell’Europa.

PUTIN TRIONFA, MA NON SOLO LUI.

Per il Cremlino è una rivincita sull’isolamento imposto da Biden in cui l’Europa è cascata per colpa di leader scolaretti alle prime armi, con le devastanti conseguenze economiche per gli europei.

Ma anche Trump ci guadagna, perché ha bisogno di Mosca per trattare con Cina, India, BRICS, Corea del Nord, Iran, che sono tutti alleati dei russi. Se Trump vuole davvero fregiarsi del titolo di “pacificatore”, senza Putin è fritto.

L’UCRAINA È SOLO UN FASTIDIOSO INTRALCIO.

Trump e Putin hanno evitato le domande dei giornalisti perché gli USA non possono decidere per Kiev.

E non vogliono.

Il conflitto ucraino è solo un ostacolo al disgelo Mosca-Washington.

Putin ha buttato lì la verità: “Se Trump fosse stato presidente, questa guerra non sarebbe mai scoppiata” e Trump ha ribadito: “Felice di sentirlo”.

Zelensky e gli scolaretti alla guida dell’Europa avranno digrignato i denti, insieme agli amici immaginari di Biden.

LA SVOLTA CHE L’EUROPA FA FINTA DI NON VEDERE

NON È USCITO UN ACCORDO?! MA NON DICIAMO SCIOCCHEZZE!

Il vertice non era per risolvere la guerra, ma per cambiare le regole del gioco.

E Trump e Putin ci sono riusciti.

Putin ha convinto Trump: niente cessate il fuoco inutile (Kiev e NATO lo rifiutarono già nel 2023).

Si punti direttamente alla pace e, ovviamente, alle condizioni del vincitore, come è sempre accaduto nella storia. Perciò, alle condizioni di Mosca.

Prendere o lasciare. Solo che lasciare significa consegnare l’Ucraina alla Russia tra quattro o cinque anni, mandare al macero altre generazioni di ucraini e far sopportare l’intera spesa della guerra agli europei.

LE CONDIZIONI SONO LE SOLITE, DA TRE ANNI

Riconoscimento dell’annessione di Crimea, Lugansk, Donetsk (75% russo), Zaporizhzhia e Kherson (74%).

Kiev deve rinunciare alla NATO, nonché a truppe e armi offensive NATO sul suo territorio.

“Denazificazione”, con lo scioglimento dei gruppi banderisti e delle leggi anti-russe.

TRUMP A ZELENSKY: “FAI UN ACCORDO”.

Subito dopo il vertice, c’è stata una telefonata di un’ora tra Trump, Zelensky e i leader europei (Macron, Meloni, Von der Leyen, Rutte & co.).

Il messaggio è stato chiaro: accetta le condizioni russe o combatti da solo.

“Ora tocca a Zelensky. Gli europei siano coinvolti, ma deciderà lui”, ha tagliato corto Trump.

L’EUROPA? FINGE DI NON CAPIRE.

Von der Leyen blatera di “garanzie di sicurezza essenziali”. La Kallas (Alto Rappresentante UE) s’illude: “Mosca fermerà la guerra solo quando capirà di non poter continuare”.

Cioè mai, ma la signora non l’ha ancora capito e ignora che il tempo gioca a favore della Russia. Le truppe ucraine sono allo stremo e l’economia europea è messa pure peggio.

Continuare significa perdere altro territorio ucraino, mandare al macero altri giovani di Kiev e rischiare sommosse in Europa.

I BALTICI TREMANO.

Il presidente lituano Nausėda urla “Più sanzioni!”. Peccato che senza gli USA e senza i paesi in area BRICS, siano solo rumore di fondo.

La Norvegia risponde con un patetico “Manteniamo la pressione”, che fa scuotere la testa persino a uno studente al primo anno di Scienze Politiche.

LA VERITÀ È CHE PUTIN HA VINTO 6-0 6-0 6-0.

La stretta di mano all’arrivo aveva già decretato il vincitore: Putin col dorso in alto, Trump in “sottomissione” per tutto il tempo.

Lo Zar ha persino invaso lo spazio prossemico di Trump per primo, e solo dopo il presidente americano ha abbozzato una timida pacca sul braccio dell’altro.

Putin è salito sulla “Bestia”, un privilegio più unico che raro.

Alla conferenza, ha parlato il doppio di Trump.

È MOSCA CHE DETTA LE REGOLE.

Putin ha dimostrato che nessuno può imporre nulla alla Russia.

Men che mai la NATO, ridotta a fantasma. L’Europa, esclusa, umiliata, inetta, non ha né le risorse né i mezzi militari per poter dissentire.

Ha sostenuto la folle politica anti-russa di Biden; ha spinto Kiev a rifiutare la pace di Istanbul nel 2022 (dove l’Ucraina avrebbe ceduto solo autonomia per il Donbass e la possibilità di entrare nella NATO).

Per ottenere che cosa, dopo tre anni?

Un disastro: 20% dell’Ucraina perso per sempre; generazioni di giovani ucraini morti o invalidi; debiti mostruosi che Kiev non potrà mai ripagare.

ZELENSKY IN TRAPPOLA.

Obbediente agli anglo-americani, ora è solo.

Il 18 agosto volerà a Washington, dove l’ambasciatrice ucraina già trema, memore dell’ultimo imbarazzante show dell’ex comico che è il suo presidente e spera di non doversi coprire di nuovo il volto con le mani, per la vergogna.

Trump gli chiederà conto della resa.

Gli europei, preoccupati solo per le loro poltrone, servi e vassalli, quando la pace arriverà, non avranno scampo, perciò sbraitano come cagnolini al riparo di un recinto di fronte a un vertice storico, che si studierà nelle scuole di ogni ordine e grado.

Storico per Putin e Trump. Per l’Europa e per Kiev, invece, è la beffa finale.

Perché i libri di storia ricorderanno questo capitolo della storia come la più stupida gestione geopolitica del secolo.

Con buona pace degli autori delle fake su microchip, pale, muli e sanzioni dirompenti che hanno l’ardire di definirsi giornalisti.

IL GRANDE BLUFF DELL’ALASKA. TRUMP E PUTIN HANNO IMBALSAMATO LA PACE E L’EUROPA

L’incontro Trump-Putin in Alaska è un capolavoro di realpolitik che ha smontato in anticipo ogni replica dell’incontro europeo di oggi.

Chi si aspettava dettagli, accordi scritti, concessioni pubbliche, dimostra una candida incomprensione della diplomazia moderna. O forse, semplicemente, non ha mai aperto un libro di storia.

E non sembra che tra i nostri leader europei vi sia qualcuno che spicchi per relazioni internazionali.

Anche perché, sono quelli che non vedono di buon occhio la mano tesa da Trump a Putin, gli stessi che non hanno fatto nulla per la pace, in tre anni, mentre inseguivano Ursula nelle sue politiche che combattevano le nostre industrie con il “green deal”.

L’EUROPA, QUELLA CULLA DI NEURONI IN LETARGO

L’establishment europeo pretende la resa incondizionata russa. La famosa “pace giusta”, quella in cui Mosca si ritira da tutti i territori conquistati. Una posizione grottesca, degna di un fanciullo che crede alle fiabe.

Nel 1945, gli Alleati non chiesero alla Germania di annettersi Parigi né al Giappone di prendersi la Manciuria.

Perché è chi vince le guerre che detta le condizioni. Il resto è aria fritta e ignoranza sia della storia sia di relazioni internazionali.

Oggi, Bruxelles si lamenta dell’assenza di Zelensky.

Ma dimentica che, in Svizzera, pretesero di parlare di pace senza Mosca.

Qualche giornalista parla di mancanza di moralità. Proprio mentre Israele agisce impunemente… Che dire?

D’altronde sono gli stessi giornalisti che ci hanno raccontato le fiabe sulle pale, sui microchip e sulle “sanzioni dagli effetti dirompenti”. Vanno capiti…

Ma la geopolitica non è un concorso di bellezza morale: è l’arte del possibile!

Chi invoca la “purezza etica” mentre applaude ai bombardamenti israeliani su Gaza, è solo un ipocrita con la bava alla bocca, probabilmente ancora con le lacrime agli occhi per la netta sconfitta di Kamala.

E ve la immaginate la Harris in questa trattativa? Lei che in Africa è riuscita a compiere un disastro di diplomazia?!

L'Alaska non è un fallimento: è la trappola perfetta. Trump e Putin tacciono, l'Europa impazzisce. Perché il silenzio sul vertice è un capolavoro di realpolitik che smaschera l'ipocrisia occidentale.

L’OPACITÀ: L’ARMA SEGRETA DI CHI VINCE LE GUERRE

Trump e Putin hanno taciuto sui dettagli?

Bravi. I grandi accordi della storia si tengono al chiuso.

Oggi più che mai, ogni parola sarebbe diventata un proiettile nel summit Ue di oggi.

Se Trump avesse svelato l’accordo, i funzionari europei lo avrebbero smontato in diretta Twitter prima del caffè di stamattina e sarebbe stato oggetto di minuziosa attenzione al summit dei “volenterosi”.

Invece, nulla. Silenzio.

Un vuoto che fa impazzire i predicatori della trasparenza e anche quelli che erano pronti a smontare anche questo tentativo di pace, perché le politiche visionarie europee sono ancora in modalità “riarmo”.

Ma l’opacità di Trump e Putin sembra l’antidoto alla stupidità altrui.

Definire “surreale” questa strategia è come accusare un giocatore di scacchi di barare perché non urla le sue mosse.

KIEV ASSENTE È UNA CRUDELTÀ NECESSARIA

Sì, l’Ucraina è stata esclusa.

Come Mosca in Svizzera, però.

Però la mediazione di pace non è un picnic inclusivo, ma una partita a poker dove i deboli restano fuori dalla stanza. E oggi, Kiev ha perso la guerra. E basta valutare la situazione sul campo di battaglia per capirlo.

Se poi aprite un libro di storia, potete ripassare chi siano i leader che scrivono gli accordi di pace.

Trump e Putin sono usciti dalle oltre tre ore di colloquio sorridenti e con i volti distesi.

Benissimo!

Chi ha studiato semiotica sa che le espressioni facciali sono i trattati non scritti e valgono molto più delle tante parole che certi giornalisti avrebbero voluto sentire.

Così come il saluto iniziale mostrava già chiaramente come i due abbiano un accordo in tasca già da tempo.

Quei sorrisi dicono: “Un accordo lo abbiamo raggiunto e voi europei non siete nel club”.

Significa anche che non sarà un bell’accordo per l’Europa, ma sicuramente lo sarà per gli USA, stritolati economicamente dalla guerra in Ucraina, da cui devono uscire il prima possibile, e lo sarà per la Russia, che porta a casa la legittimazione di Washington come potenza vincitrice.

L’EUROPA PARALIZZATA DAL NULLA

Oggi, a Bruxelles, si dibatterà sul… nulla.

Nessun accordo da smontare, nessuna dichiarazione da stravolgere.

Sarà il solito incontro inconcludente del teatrino dei volenterosi. L’ennesimo carrozzone inutile a spese dei contribuenti europei.

Trump e Putin hanno lasciato solo briciole e i pappagalli del moralismo si strozzeranno di vuoto tra un bicchiere di vino costoso e una prelibatezza stellata.

Chi grida al “fallimento” dell’Alaska, dovrebbe chiedersi perché due superpotenze dovrebbero regalare spunti ai burocrati di un continente in declino che hanno avuto tre anni per organizzare tavoli di pace alternativi, invece hanno gettato solo benzina sul fuoco.

PER FAVORE, SVEGLIATEVI

Questo summit in Alaska non era per i titoli di giornale, ma era un messaggio all’Europa: “La pace la facciamo noi, perché Putin ha vinto e voi restate a guardare”.

E lo si è capito quando, dopo le minacce di sanzioni alla Russia urlate da Trump e lo spostamento dei sottomarini russi, Putin ha risposto intensificando i bombardamenti in Ucraina e puntando missili ipersonici contro l’Europa.

Come a dire «Tu imporre sanzioni, io distruggere te e tuoi alleati.»

Chi giudica l’incontro in Alaska un “buco nell’acqua” è lo stesso che, durante un uragano, si lamenta di dover mettersi al riparo.

Trump e Putin hanno appena scritto il manuale per neutralizzare i rompiscatole.

E l’Europa “virtuosa”, “morale” e “volenterosa” può solo prenderne atto.

Quanto alla pace, c’è ancora da aspettare. Perché nell’accordo raggiunto e in quei sorrisi ‘ è scritto anche «Ok, Vladimir. Prendi ciò che ti serve e fallo in fretta. Poi chiudiamo. Nel frattempo, ci penso io agli europei. Si agitano e sbraitano, ma poi vengono qui come cagnolini. Come con i dazi.»

Perché la politica non è ciò che si dice, ma ciò che si fa.