COME E PERCHÉ È NATA LA GUERRA IN UCRAINA

LA TRAGEDIA DI UNA GUERRA ANNUNCIATA. UN DISASTRO TRA UCRAINA, RUSSIA E NATO

La guerra è un fallimento.

Un fallimento della diplomazia, dell’empatia, della ragione. Ma soprattutto, la guerra è un fallimento della memoria.

Basta leggere qualche commento sui social per accorgersi di come vi siano tanti ancora convinti che un bel giorno di febbraio, nel 2022, Putin, in quanto malvagio, non sapendo che fare decise di invadere l’Ucraina.

Gente che, al più, di storia ha letto qualche dispaccio della propaganda occidentale, quella che raccontava di sanzioni dirompenti, di pale e altre supercazzole.

Ma la storia è fatta di eventi, di fatti.

E il fango delle trincee di Bakhmut, le sirene su Kiev, le vite spezzate nel Donbass non sono nate dal nulla in una gelida alba del febbraio 2022. Sono l’atto finale, sanguinoso e atroce, di una tragedia scritta a più mani nel corso di trent’anni, un copione che abbiamo colpevolmente ignorato, preferendo la rassicurante, ma fallace “teoria della pazzia” alla complessa e scomoda verità storica.

La narrativa dominante in Occidente ha dipinto l’invasione russa come l’imprevedibile capriccio di un autocrate isolato, un delirio imperialista senza causa né contesto. È una spiegazione semplice, quasi confortante. Ma è falsa e non ha più valore di un commento al bar.

La realtà, come emerge da un’analisi spietata dei fatti, è una catena causale di umiliazioni, promesse non mantenute, ingerenze e paure che hanno trasformato una pace possibile in un conflitto inevitabile.

No, non è una giustificazione. Comprendere non è giustificare, ma è il prerequisito per non ripetere gli stessi errori. Ed è un dovere morale verso il popolo ucraino, sacrificato sull’altare di uno scontro tra titani che si combatte sulla sua terra.

LA PRIMA UMILIAZIONE E IL PECCATO ORIGINALE DELLA NATO

Per capire il 2022, dobbiamo tornare al 1999.

In quegli anni, la Russia era in ginocchio. Il “periodo nero” della presidenza Yeltsin aveva lasciato il paese umiliato da tre tracolli devastanti: politico, con il parlamento bombardato nel 1993; militare, con la disfatta nella prima guerra cecena; ed economico, con il default del 1998.

Era una nazione debole, dipendente, disperatamente in cerca di un posto nel nuovo ordine mondiale.

Fu in quel momento di massima vulnerabilità che la NATO, anziché costruire un’architettura di sicurezza inclusiva, scelse di trasformarsi.

Il bombardamento della Serbia, alleata storica di Mosca, senza un mandato ONU, fu il peccato originale.

Ma allora, era lecito non rispettare il Diritto internazionale, perché a non rispettarlo eravamo noi, i buoni.

Quel bombardamento trasformò un’alleanza nominalmente difensiva in uno strumento offensivo, cementando nella psiche russa il sospetto che l’Occidente non fosse un partner, ma un predatore.

La Russia, troppo debole per intervenire, ingoiò l’amaro calice di quella che percepì come la sua prima, grande umiliazione post-sovietica.

L’UCRAINA SULLA SCACCHIERA E IL GOLPE DI MAIDAN

Avanziamo al 2013. L’Ucraina, storicamente un ponte tra due mondi, era un paese costituzionalmente neutrale.

La sua popolazione, divisa tra una componente filo-occidentale e una russofona, aveva eletto un presidente, Viktor Yanukovich, che incarnava proprio questa ambiguità neutralista. Ma la neutralità non era contemplata sulla scacchiera delle grandi potenze.

Due offerte si contesero l’anima di Kiev. Da un lato, un accordo con l’UE, condizionato però da misure di austerità draconiane imposte dal FMI. Dall’altro, un’offerta economicamente più vantaggiosa da parte di Putin. Yanukovich scelse Mosca. La reazione fu Piazza Maidan.

Le proteste, inizialmente genuine, divennero presto il teatro di una delle più sfacciate operazioni di ingegneria geopolitica del XXI secolo. Victoria Nuland, inviata dell’amministrazione Obama-Biden, distribuiva biscotti in piazza mentre ammetteva un “investimento” americano di 5 miliardi di dollari per “aiutare l’Ucraina a raggiungere il futuro che merita”.

In una telefonata intercettata, la stessa Nuland pianificava il futuro governo ucraino con l’ambasciatore USA, liquidando il parere degli alleati europei con un ormai celebre “Fuck the EU”.

Il finale fu un colpo di stato.

Cecchini misteriosi spararono sulla folla e sulla polizia, il caos divampò e il presidente legittimamente eletto fuggì per salvarsi la vita. Al suo posto, si insediò un governo filo-occidentale, con dentro quattro ministri neofascisti, il cui primo ministro era proprio l’uomo scelto da Washington. La neutralità ucraina era morta.

Uno studio condotto dal prof. Ivan Katchanovski, ucraino che vive in Canada ed è docente alla School of Political Studies e al programma di Conflict Studies and Human Rights dell’Università di Ottawa, – non certo uomo di Putin, insomma – ha rilevato cose incredibili su quei cecchini e sui fatti accaduti in quella piazza.

I cecchini responsabili delle uccisioni durante il massacro di Maidan non erano agenti governativi, ma membri pro-Maidan che sparavano da edifici occupati dai manifestanti.

Ha raccolto numerose testimonianze e ammissioni, inclusi 14 membri dei gruppi di cecchini, che collegano leader specifici al colpo di Stato.

Ha dimostrato che le indagini e i processi, tuttavia, sono stati ostacolati dal governo di estrema destra, senza arresti o condanne. Proprio il ruolo dell’estrema destra è stato significativo e violento durante gli eventi di Maidan e nelle conseguenze successive, come il massacro di Odessa.

Le narrazioni ufficiali occidentali, pertanto, sono spesso contrarie alle prove emerse. Sono mera propaganda.

LA GUERRA DIMENTICATA E LA TRAPPOLA DI MINSK

Il golpe del 2014 non portò la pace.

Al contrario, accese la miccia della guerra civile.

L’est e il sud del paese, a maggioranza russofona, non riconobbero il nuovo governo. La Crimea votò per l’annessione alla Russia.

Nel Donbass scoppiò una guerra che l’Occidente ha scelto di dimenticare per otto lunghi anni. Una guerra che, secondo le stime ONU, ha causato 14.000 morti, tra cui migliaia di civili, e centinaia di migliaia di profughi, ben prima dell’invasione del 2022.

Non a caso, lo stesso presidente Sergio Mattarella chiese a Putin di intervenire con tutta la sua influenza per porre fine alla guerra in Ucraina, nelle regioni del Donbass.

Non era febbraio 2022, ma l’11 aprile 2017.

Eppure, tanti italiani non sanno o non ricordano. E l’ignoranza, purtroppo, fa credere a una realtà distorta.

In questo contesto storico nacquero gli Accordi di Minsk, mediati da Germania e Francia. Essi prevedevano un cessate il fuoco e, punto cruciale, uno status di autonomia speciale per il Donbass all’interno di uno stato ucraino federale. Era la via d’uscita diplomatica. Una via mai percorsa.

Come sappiamo, anni dopo, la cancelliera Merkel e il presidente Hollande hanno confessato che gli Accordi di Minsk erano una trappola. Un espediente per “dare tempo all’Ucraina”, per permetterle di armarsi e addestrarsi con il supporto della NATO in vista della guerra che tutti sapevano sarebbe arrivata.

La diplomazia era stata una farsa, un inganno per preparare il campo di battaglia.

La stessa cosa è avvenuta con il sabotaggio degli accordi in Turchia nel 2022, quando Boris Jonson convinse Zelensky a non trattare e a scegliere la guerra.

Proprio in quel periodo, l’ex premier britannico riceveva un bonifico di 1 milione di sterline da un magnate delle armi, come documentato nell’articolo che trovi in fondo a questo.

TRA LA COREA E LA FINLANDIA, IL PREZZO DELLA STORIA

Oggi, mentre cerchiamo una via d’uscita, si parla di “soluzione coreana” e “soluzione finlandese”. La prima è la fotografia di un fallimento: un conflitto congelato lungo una linea del fronte, una ferita perennemente aperta, una pace armata che dura da 70 anni senza un trattato. È la non-soluzione, la procrastinazione della tragedia.

La seconda, la “finlandizzazione”, era la soluzione sul tavolo prima che tutto iniziasse. Dopo la Guerra d’Inverno del 1939-40, l’Unione Sovietica, pur avendo vinto, si accontentò di una porzione di territorio e impose alla Finlandia una sola, fondamentale condizione: la neutralità.

Per quasi 80 anni, la Finlandia neutrale ha prosperato in pace e sicurezza, fino alla sua recente, e forse avventata, adesione alla NATO.

La neutralità era ciò che la Russia chiedeva per l’Ucraina. Era ciò che la storia e la geografia suggerivano. Era la via per evitare la catastrofe.

Ma la logica delle sfere d’influenza, la paranoia di una Russia che si sente accerchiata, gli interessi per le materie prime ucraine da parte di diverse aziende occidentali, soprattutto inglesi e francesi, e l’arroganza di un Occidente che ha scambiato la fine della Guerra Fredda per una vittoria incondizionata, hanno prevalso.

La storia non offre giustificazioni, ma lezioni che vanno capite. Ci insegna che le grandi potenze, che siano gli Stati Uniti nel loro “cortile di casa” o la Russia ai suoi confini, sono pronte a fare la guerra quando percepiscono una minaccia alla loro sicurezza.

Ignorare questa profonda e paranoica pulsione della politica russa, rafforzata da decenni di storia, è stato un errore strategico di proporzioni epocali dei nostri attuali leader e anche di tanti presunti guru di geopolitica che narravano di Mosca al tappeto, pale e microchip rubati dalle lavastoviglie.

Tuttavia, a causa di tanti analfabeti funzionali, – e per colpa degli interessi di qualcuno, – l’Ucraina ne sta pagando il prezzo più alto. Un prezzo fatto di sangue, rovine e un futuro incerto, intrappolato tra l’incudine di un passato imperiale e il martello di un’alleanza in espansione.

La pace, quando arriverà, non potrà ignorare le cause profonde di questa tragedia. Altrimenti, sarà solo un altro armistizio in attesa della prossima guerra.

Con la speranza che quelli che ancora parlano di “pace giusta” possano trovare tempo per aprire un libro di storia. Scoprirebbero che “pace giusta” è un concetto mai verificatosi.

Potrebbero, per esempio, studiare cosa pretese Kennedy nel 1962 dallo Stato sovrano di Cuba. O quale pace giusta imposero gli americani al Giappone, dopo due atomiche.

Insomma, scoprirebbero che a continuare a vivere nell’ignoranza storica continuano a spingere gli ucraini al macero credendo in una realtà che non esiste.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA FINE DELL’AUTO ELETTRICA

Per le strade lucide e congestionate di Shanghai e per i silenziosi porti di Anversa si aggirano degli spettri nati dal fragore delle gigafactory e alimentato da fiumi di denaro pubblico.

Parlano il linguaggio dell’innovazione, del progresso verde, del futuro a portata di mano. Eppure, sotto la loro pelle scintillante di vernice a zero emissioni, si nasconde il rantolo di un’economia drogata.

Sono le auto elettriche. E sono spettri perché quella della auto elettriche cinesi è una grande bolla a cui manca soltanto il boato.

Warren Buffett non è un giocatore d’azzardo. Le sue decisioni non sono scommesse, sono sentenze basate su una lettura quasi geologica degli andamenti economici.

Per quindici anni, il suo fondo Berkshire Hathaway ha tenuto in grembo BYD, cavalcando l’onda perfetta di un’ascesa che sembrava inarrestabile. Poi, senza una spiegazione, senza una conferenza stampa, ha iniziato a vendere. Non un po’. Tutto. Fino all’ultima, maledetta azione.

Un analista mediocre vede una presa di profitto. Un analista professionale vede il canarino nella miniera di carbone che smette di cantare.

Buffett non fugge dai guadagni, ma dai rischi strutturali, dalle crepe invisibili ai più, ma che precedono il crollo. Ha visto che la festa, finanziata da un generoso e onnipotente padrone di casa, stava per finire, lasciando solo una gigantesca sbornia industriale.

UN GIGANTE GONFIATO: SUSSIDI, FANTASMI E DEBITI

Per capire la crisi delle auto elettriche in Cina, bisogna dimenticare le regole del capitalismo classico. Perché non si tratta di un’industria nata dalla domanda, ma di un’arma geopolitica adottata da uno Stato.

Il piano “Made in China 2025” è stato il Big Bang. Pechino, nel disperato tentativo di affrancarsi dalla dipendenza energetica dal petrolio – le cui rotte marittime sono controllate dal suo principale avversario strategico, gli Stati Uniti – ha deciso di creare dal nulla un’egemonia globale nell’elettrico.

Per farlo, ha iniettato miliardi in sussidi, crediti d’imposta, terreni a basso costo. Un’orgia di denaro pubblico che ha dato vita a un mostro che divora l’Occidente, ma non solo quello.

Nel 2018, esistevano 500 produttori di veicoli elettrici in Cina. Cinquecento. Una foresta di aziende sorte per produrre beni per cui non esisteva una domanda e per intercettare i fondi statali.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una capacità produttiva doppia rispetto alla domanda effettiva. Un eccesso che ora, come uno tsunami, si sta riversando sui mercati, a partire dall’Europa.

Ma il marcio è all’interno.

La guerra dei prezzi è diventata così feroce da trasformarsi in una gara fratricida verso il baratro. Marchi costretti a vendere in perdita pur di sopravvivere, pur di raggiungere gli obiettivi di produzione imposti dall’alto. E quando i conti non tornano, si ricorre alla magia nera della contabilità.

Le “vendite fantasma” sono un trucco sempre più diffuso: le auto vengono registrate come vendute quando passano dalla fabbrica al concessionario, anche se poi restano a prendere polvere nei piazzali per mesi, per essere infine svendute come “a chilometro zero”.

Inoltre, le grandi case automobilistiche usano i loro fornitori come una banca personale, ritardando i pagamenti fino a 180 giorni e oltre. Stanno letteralmente spremendo la loro stessa catena di approvvigionamento per finanziare le operazioni correnti. Non è gestione finanziaria. È giocare a nascondino con la bancarotta.

LA FINE DELL’ELETTRICO E IL CONTAGIO GLOBALE

Secondo Jack Wey, CEO di Great Wall Motors, uno dei colossi cinesi, la partita è finita e l’elettrico ha perso.

È una confessione.

Un’ammissione che il modello è insostenibile. La crisi del gigante immobiliare Evergrande, un’altra creatura del debito e dell’ambizione statale, è rimasta in gran parte confinata entro i confini cinesi. Il suo fallimento ha travolto i risparmiatori locali, anche se l’onda d’urto globale è stata contenuta.

Con l’auto elettrica sarà diverso.

L’inondazione di auto elettriche cinesi a basso costo in Europa è frutto di una strategia di sopravvivenza di un’industria che sta soffocando nella sua stessa sovrapproduzione. Devono liberarsi delle scorte, a qualsiasi costo.

I dazi imposti dall’Unione Europea, che vanno dal 17% al 38%, sono un tentativo di arginare l’onda, ma potrebbero non bastare. Per il consumatore europeo, il vantaggio a breve termine è evidente: auto tecnologicamente avanzate a prezzi stracciati.

Ma qual è il rischio a lungo termine?

Acquistare un’auto da un marchio che, tra tre o cinque anni, potrebbe non esistere più, lasciando i proprietari senza assistenza, senza ricambi, senza valore di rivendita. Insomma, auto il cui valore è pari a zero.

Stiamo assistendo a una deflazione esportata. La Cina, per risolvere i suoi problemi interni di eccesso di offerta, sta deprimendo i prezzi a livello globale, mettendo in crisi i produttori storici europei e americani, che non possono competere con un sistema drogato dai sussidi statali.

IL VERO PREZZO DI UNA RIVOLUZIONE ELETTRICA

L’economia pianificata dell’Unione Sovietica produceva trattori che arrugginivano nei campi perché gli obiettivi erano numerici, non guidati dalla domanda reale. Un sistema che non stava in piedi allora e non regge nemmeno oggi.

Ma, proprio oggi, la Cina sta commettendo un errore simile su una scala infinitamente più grande e tecnologicamente avanzata.

Il collasso non sarà un singolo evento catastrofico come il crollo di Lehman Brothers, ma una lenta, dolorosa agonia. Un consolidamento brutale che vedrà la scomparsa di decine, forse centinaia di marchi. Pechino interverrà, salverà i suoi “campioni nazionali” come BYD, ma non potrà salvare tutti. Il processo sarà lungo e lascerà cicatrici profonde.

Ciò che stiamo osservando non è solo la crisi di un settore industriale, ma la crisi di un modello di sviluppo. Un modello che ha anteposto l’ambizione geopolitica alle regole basilari dell’economia, la quantità alla qualità, l’apparenza alla sostanza.

La marea dei sussidi si sta ritirando e, come dice Buffett, stiamo per scoprire chi sarà il primo a morire.

Una volta che i marchi cinesi saranno nel cassetto dei ricordi, il settore dell’elettrico diventerà uno zero virgola nei numeri delle vendite, che, anche in Europa, è trainato fortemente dalle vetture cinesi a basso costo.

Senza quelle vendite, la percentuale di auto elettriche vendute crollerà e scriverà la parola fine su questa tipologia di auto per parecchio tempo.

L’elettrico, insomma, non è stata soltanto una scommessa azzardata e forzata dalle politiche scellerate dell’Europa, che hanno tentato di imporre un prodotto nuovo e diverso dopo anni di marketing orientato a creare status su un prodotto opposto, ma anche dalla strategia produttiva cinese, ancor più fallimentare nel lungo periodo.

A rimetterci, decine di migliaia di lavoratori europei e centinaia di fabbriche dell’automotive messi in ginocchio da un azzardo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL VERO NEMICO DEGLI UCRAINI. LA DISSONANZA OCCIDENTALE CHE SABOTA LA PACE IN UCRAINA

DA BERLINO A WASHINGTON, PASSANDO PER BRUXELLES, LE VOCI DI NATO E UE SULLA MINACCIA RUSSA SI CONTRADDICONO, SI SMENTISCONO E SI SOVRAPPONGONO. NARRAZIONI ILLOGICHE E TATTICHE DIPLOMATICHE CHE, NEL TENTATIVO DI MOSTRARE FORZA, RIVELANO UNA PROFONDA DEBOLEZZA STRATEGICA E ALLONTANANO OGNI SOLUZIONE NEGOZIATA.

In questi giorni, sembra che l’Occidente stia facendo di tutto per evitare la diplomazia.

È un copione. Ogni qualvolta all’orizzonte si profila il fantasma di un negoziato, un incontro, una telefonata, una timida apertura, l’apparato politico e mediatico euro-atlantico attiva un meccanismo di disturbo quasi pavloviano.

Una cacofonia controllata, studiata per alzare il volume del conflitto e rendere il silenzio del dialogo inascoltabile.

L’ultimo atto di questa strategia è andato in scena con la notizia del congelamento dell’incontro tra i ministri degli esteri di Stati Uniti e Russia, un vertice che avrebbe dovuto essere il preludio a un possibile, per quanto improbabile, summit tra Trump e Putin.

Annullato. Sospeso. In dubbio.

La motivazione ufficiale, secondo la CNN, è che “Mosca chiede troppo”. Ma la vera domanda non è cosa chieda Mosca, ma perché l’Occidente sembri così terrorizzato all’idea di sedersi ad ascoltarla.

Che poi, le richieste di Mosca sono le medesime del 2022, con la differenza che, se fossero state ascoltate allora, ci sarebbero decine di migliaia di giovani ucraini ancora vivi e un 20% di territorio del Paese ancora sotto il controllo di Kiev.

Ma quanto accaduto dopo l’annuncio dell’incontro tra Mosca e Stati Uniti in Bulgaria non è che la punta di un iceberg di contraddizioni che, sotto la superficie, vede l’enormità di una profonda, quasi patologica, dissonanza cognitiva.

L’ALLARMISMO TEDESCO CONTRO IL PRAGMATISMO AMERICANO

La partitura della paura viene suonata con più vigore a Berlino. I servizi segreti tedeschi (BND) hanno appena lanciato l’ennesimo allarme da propaganda: la Russia si starebbe preparando a un conflitto militare diretto con la NATO, forse anche prima del 2029.

È una melodia che suona come un ritornello di Sanremo per scuotere le coscienze, per giustificare il dispendiosissimo riarmo, per mantenere alta una tensione che serve a compattare un’alleanza altrimenti sfrangiata.

Ma da Washington arriva una musica diversa. Più sorda. Più pragmatica. Donald Trump, pur rassicurando la Finlandia, ammette candidamente: “Non credo che lo farà”. Non crede che Putin attaccherà. E, visto che pare che i due si sentano spesso al telefono, c’è da credergli.

Una singola frase che smonta mesi di allarmismi. Gli fa eco il presidente finlandese Alexander Stubb, l’uomo che vive sul confine più caldo d’Europa, minimizzando il rischio di una “minaccia militare imminente”.

Chi ha ragione? Forse nessuno. O forse entrambi.

Perché queste sono due visioni del mondo inconciliabili che operano sotto lo stesso ombrello militare.

Una vive nell’ansia perenne dell’apocalisse imminente, l’altra la considera un’ipotesi remota da gestire con la deterrenza. Questa schizofrenia strategica è il primo, fondamentale errore che paralizza l’Alleanza.

IL PARADOSSO STRATEGICO DI MARK RUTTE

Se c’è una figura che incarna questa dissonanza, è il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, un funambolo che cammina su un filo teso tra l’arroganza e il terrore, e le sue parole sono la colonna sonora di questa confusione.

Da un lato, suona l’inno della superiorità. La NATO, ci dice, è “molto, molto più forte” della Russia. Così forte che per Putin attaccare sarebbe “idiota”. È una dichiarazione di potenza, un messaggio di fiducia granitica.

Pochi istanti dopo, però, Rutte stesso intona il lamento della vulnerabilità. Parla dei missili ipersonici russi, capaci di colpire Roma o Amsterdam a velocità inaudite, “impossibili da intercettare”.

Ammette, di fatto, che le capitali che dovrebbe difendere sono indifendibili.

In pratica, Rutte 2 dà dell’incompetente a Rutte 1.

Come può una superpotenza militare essere allo stesso tempo invincibile e nuda di fronte al nemico?

Questa non è una gaffe comunicativa, ma un cortocircuito. È la confessione involontaria di una narrazione che non sta più in piedi.

LE AMMISSIONI DI DEBOLEZZA DELL’UE

A demolire ulteriormente la facciata di onnipotenza arrivano le note stonate degli stessi membri dell’orchestra.

Il Commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, confessa due verità devastanti. La prima: la Russia produce in tre mesi più munizioni di tutta la NATO (Stati Uniti inclusi) in un anno.

È un’ammissione di inferiorità logistica e industriale che fa impallidire qualsiasi vanto di superiorità tecnologica e smonta ogni scemenza veicolata per decenni da Hollywood.

La seconda: l’Europa non è pronta a difendersi da attacchi banali come droni lanciati da navi portacontainer.

Mettiamo insieme i pezzi. La NATO si descrive invincibile, ma cammina con il deambulatore.

È “molto più forte” di un nemico che però la surclassa nella produzione bellica essenziale e che può colpirla impunemente con armi per contro cui non ha alcuna difesa. La dissonanza diventa vertigine.

OLTRE L’INCOMPETENZA, UNA TATTICA PER NON FARE LA PACE?

Qui le due analisi, quella delle contraddizioni palesi e quella delle manovre diplomatiche, si fondono in una tesi terribile. La confusione se non è soltanto il frutto dell’incompetenza, è uno strumento.

La cacofonia, allora, non è un errore, ma una strategia per evitare il silenzio del tavolo negoziale. Esiste una “Formula del Sabotaggio” che scatta puntuale.

Per prima cosa, si alza il volume dello scontro verbale. Si agita lo spettro dell’invasione, si demonizza l’avversario, si esclude ogni compromesso.

Poi si annunciano nuove sanzioni, si parla di nuovi pacchetti punitivi, si irrigidisce la postura economica per rendere ogni accordo più costoso e politicamente insostenibile.

Infine si accusa la Russia di non volere la pace, usando come prova il fatto che continua a combattere. Un’argomentazione surreale che ignora la logica stessa della guerra: chi è in vantaggio sul campo non si ferma per gentilezza.

Il metronomo della morte, intanto, continua a scandire il tempo sui campi dell’Ucraina, a cancellare vite di giovani e meno giovani rapiti per le strade delle città ucraine e mandati a morire al fronte.

La verità è che l’Occidente è prigioniero di una narrazione che ha costruito e da cui non sa come uscire. I leader europei avevano promesso vittoria con sanzioni e aiuti, mettendoci la faccia, e ora non possono accettare nessuna pace che non sia la resa della Russia.

Ecco perché l’Europa è destinata a morire: politicamente, in caso di una pace, o spazzata via con la forza dei missili, in caso di escalation.

L’Occidente è sospeso tra la propaganda di una vittoria militare che sa di non poter raggiungere e una pace che non vuole e non può accettare per non dover vedere la sua intera classe politica abdicare per manifesta incompetenza.

In questa paralisi, ogni dichiarazione contraddittoria sulla Russia, ogni allarme esagerato di droni e sconfinamenti, ogni sabotaggio di un potenziale dialogo non è altro che un modo per prendere tempo.

Tempo comprato con il sangue degli ucraini, sacrificati sull’altare di una strategia che non esiste. E questa, più di ogni missile ipersonico, è la vera, tragica, vulnerabilità dell’Occidente.

Perché una cosa è certa: ai leader europei interessano tante cose dell’Ucraina, ma certamente non le vite degli ucraini.

Allora, chi è il vero nemico degli ucraini?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

COSA SUCCEDE DAVVERO TRA TRUMP E PUTIN. INCONTRO SÌ O NO?

Nelle stanze del potere, le parole pesano più delle bombe.

E in questi giorni, le parole stanno affondando qualsiasi speranza di pace in Ucraina. L’annunciato vertice di Budapest tra Trump e Putin slitta, forse salta.

Per ora. L’incontro tra Lavrov e Rubio anche. Il cessate il fuoco immediato è stato rifiutato da Mosca, come d’altro canto, è sempre stato fatto in precedenza.

LA DIPLOMAZIA COME ARMA DI GUERRA

Sergei Lavrov non incontrerà Marco Rubio. Il ministro degli Esteri russo ha spiegato al segretario di Stato americano che un cessate il fuoco immediato “non risolverebbe le cause profonde del conflitto”.

Un cessate il fuoco senza garanzie certe per la Russia, servirebbe solo a Ucraina e NATO per riorganizzarsi dopo i disastri al fronte delle ultime settimane.

L’Europa, sempre più in crisi finanziaria, discute di utilizzare gli asset russi per inviare soldi in Ucraina e vieta ai paesi membri l’acquisto di gas e petrolio russo per sempre; come risposta, il vice ministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov ha definito l’Ue “la forza più distruttiva sulla scena internazionale”.

Un linguaggio da Guerra Fredda che la dice lunga sull’atmosfera tossica in cui navigano i colloqui.

IL LABIRINTO DELLE CONTRADDIZIONI

La Casa Bianca dichiara: “Nessun incontro Trump-Putin nell’immediato futuro”.

Ma poche ore dopo, è lo stesso Trump a precisare: “Sto valutando, non voglio sprecare un incontro”.

Contemporaneamente, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov avverte: “Serve una preparazione seria”.

E il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó accusa “l’élite politica pro-guerra” di diffondere fake news per affossare il vertice.

Siamo in un labirinto di specchi dove ogni affermazione nega la precedente.

Un caos comunicativo che non è casuale, ma è una strategia precisa per guadagnare tempo, logorare l’avversario e preparare il prossimo colpo di scena. Da ambo le parti.

LE RADICI VELENOSE DEL CONFLITTO UCRAINO

Quando Lavrov parla di “cause profonde”, sappiamo esattamente a cosa si riferisce: l’espansione della Nato a Est e la possibile adesione dell’Ucraina.

Fonti del Wall Street Journal rivelano che Trump non avrebbe detto a Zelensky soltanto che non gli darà i Tomahawk, ma anche che il ritorno del Donbass all’Ucraina “non è una priorità”.

Significa che Washington sta considerando di sacrificare una parte dell’Ucraina per “risolvere rapidamente il conflitto”.

È la realpolitik nel suo aspetto più crudo: i grandi decidono, i piccoli subiscono. Così, almeno, va il mondo dalla notte dei tempi, anche se i leader europei sembrano non averlo mai studiato.

IL PIANTO DELL’UCRAINA E IL CORO DELL’EUROPA

Mentre i giganti si affrontano, Kiev e i suoi alleati europei lavorano a un piano di pace in 12 punti.

Una dichiarazione congiunta tra Zelensky e i leader europei ribadisce principi sacrosanti: “I confini internazionali non devono essere modificati con la forza”.

Princìpi che, tuttavia, valgono zero di fronte alla storia degli ultimi 10000 anni, compresi gli ultimi 100.

L’Europa prova a ritrovare una voce propria, ma appare divisa, incerta, goffa e storicamente ignorante, troppo legata agli umori di Washington e alle mire belligeranti di von der Leyen, Kallas & lobby della guerra.

L’EREDITÀ AVVELENATA DELL’ALASKA

Lavrov ha tirato fuori l’asso nella manica: gli “accordi raggiunti durante le lunghe trattative” tra Putin e Trump al vertice di Ferragosto in Alaska. Secondo il ministro russo, anche Trump avrebbe sostenuto che “serve una pace duratura e sostenibile e non un immediato cessate il fuoco”.

Mentre in Europa si straparla, questa è la prova che esiste un canale preferenziale tra Mosca e Washington, che bypassa alleati e istituzioni internazionali. Una diplomazia parallela, opaca, pericolosa. Ma l’unica diplomazia che decide e deciderà del conflitto.

LA SCOMMESA PERICOLOSA DI TRUMP

Il presidente americano cammina su un filo sospeso sopra l’abisso.

Da un lato, vuole mostrarsi come l’artefice di una pace storica, dall’altro, rischia di legittimare l’aggressione russa e di tradire un alleato.

“Non voglio sprecare un incontro”, dice. Anche perché, ogni giorno di ritardo della pace significa più vittime ucraine, più distruzione, più instabilità.

E più pacchetti di sanzioni suicide dell’Europa che chiudono contratti con la Russia per aprirli con gli USA.

Trump punta a uscire dal conflitto con un successo diplomatico da mostrare in campagna elettorale, anche a costo di concedere qualcosa a Putin. Una scommessa che potrebbe costare cara alla sicurezza europea, ma che sposterà flussi di denaro europeo dalla Russia all’America.

IL PREZZO DELL’INDIFFERENZA

Mentre i leader discutono, le bombe continuano a cadere. Mentre i diplomatici si incontrano e disdicono incontri, il sangue scorre.

È il rituale della diplomazia che punta a soldi e interessi.

Trump vuole contratti e una pace da spendere nelle elezioni, gli Europei vogliono una guerra per dare lavoro alle industrie annientate dalle politiche scellerate di von der Leyen. Putin non vuole la NATO ai suoi confini, proprio come gli USA non vollero l’URSS a Cuba, Zleensky non vuole la pace per non finire la sua avventura politica.

E a pagarne il prezzo sono gli ucraini con la vita e gli europei con i soldi.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

MARALBA FOCONE A CREMONA: “ATTRAZIONE ASTRALE”, UN VIAGGIO NELL’ANIMA TRA ARTE, MUSICA E INVESTIMENTO

di Redazione TZ.

Cremona è la capitale mondiale della liuteria e del violino. Un luogo in cui fare arte e cultura crea risonanze positive. E si potrebbero fare grandi cose con un’Amministrazione più attenta e presente agli eventi culturali e artistici.

Domenica 19 ottobre, questa risonanza ha trovato una nuova, potentissima frequenza.

Un vernissage di ampio respiro, una sinestesia culturale, un’immersione totale nell’universo di Maralba Focone, orchestrata con la precisione di uno spartito e il trasporto di un’emozione pura.

No, non si tratta di un trasporto poetico, perché gli spartiti c’entrano eccome con l’arte di Maralba Focone.

La sua mostra personale, ATTRAZIONE ASTRALE, IL VIAGGIO DI FLORIANA OLTRE IL VELO DELLA SUPERFICIE, ha aperto le sue porte presso Gabetti Arte alle ore 17, ma il suo viaggio era iniziato diverse ore prima.

UNA MATTINATA IN ARMONIA: STRADIVARI INCONTRA FOCONE

L’evento ha avuto un preludio quasi sacro, un momento di raccoglimento per pochi intimi in un tempio della musica famoso in tutto il mondo.

Alle 12:00, le porte del Museo del Violino hanno accolto l’artista, circondata da una stretta cerchia di amici, e ha potuto assistere a un concerto che ha fatto vibrare le corde più profonde dell’anima.

La bravissima Aurelia Macovei ha dato voce al “Vesuvio”, un capolavoro inestimabile di Antonio Stradivari, un violino che ha viaggiato per diversi continenti nei suoi secoli di storia.

Le note di Vivaldi, Monti e le iconiche colonne sonore di Morricone hanno dialogato idealmente con la poetica silenziosa, ma eloquente, di Focone, creando un ponte invisibile tra due forme d’arte che mirano alla stessa cosa: stimolare l’anima.

La festa in onore di Maralba Focone è proseguita con una visita alle sale del Museo, dove sono custoditi tesori inestimabili di Stradivari, Guarneri e Amati, i più famosi liutai della storia.

IL PALCOSCENICO DELLE EMOZIONI: IL VERNISSAGE A GABETTI ARTE

Alle 17:00, la scena si è spostata in Piazza Stradivari, negli spazi di Gabetti Arte, sede dell’allestimento della mostra.

Qui, il vernissage ha preso vita. Ma non solo con i soliti discorsi, ma con altra musica.

Ad accogliere il pubblico, un duo di eccezionale caratura: Paola Tezzon, al violino, e Giovanni Guerretti, al pianoforte.

Non di certo un semplice sottofondo musicale; Paola Tezzon, didatta e musicista di profonda esperienza, formatasi con maestri come Yulia Berijnskaja, ha intrecciato il suo arco con la sensibilità delle opere.

Giovanni Guerretti, laureato in Filologia Musicale e diplomato con lode in piano Jazz sotto la guida di Franco D’Andrea, ha portato con sé l’eco delle sue illustri collaborazioni, da Cesare Cremonini a Francesco Guccini, da Malika Ayane a Mario Biondi.

Artisti di prim’ordine, dunque.

La loro esibizione non è stata solo un contorno, ma un vero e proprio capitolo importante del dialogo portato avanti dalle opere di Maralba Focone. Ogni brano, una chiave di lettura per entrare in una tela, per comprenderne il respiro.

OLTRE LA TELA: LA FENOMENOLOGIA DEL SENTIRE DI FOCONE

Tra un’esecuzione e l’altra, le parole. Quelle precise, affilate, empatiche, della Prof.ssa Daniela Belloni e del Dott. Pasquale Di Matteo, curatori della mostra, che hanno preso per mano un pubblico attento, composto da amici dell’artista e da cremonesi amanti della cultura, e lo hanno guidato oltre la superficie delle immagini.

La Prof.ssa Belloni si è focalizzata sulla maestria tecnica di Maralba Focone, sulla sua capacità quasi scultorea di usare la spatola e il pennello piatto, trasformando il colore in materia viva, in epidermide del sentimento.

Il Dott. Di Matteo, invece, ha scandagliato le profondità filosofiche. Ha parlato di un’arte che rifiuta l’edonismo imperante nel nostro tempo per dare voce agli ultimi, a chi soffre, alle anime sole che la nostra società preferisce non vedere.

Un’arte che, come quella di Van Gogh, trova la bellezza nella fragilità e la nobiltà nel dolore. Un’arte che evoca il Periodo Blu di Picasso per la sua malinconia essenziale e le sintesi formali di Modigliani per la sua eleganza struggente.

Come ha sottolineato Di Matteo nella sua critica, quello di Focone è un universo che non rappresenta la malinconia, ma ne svela la “fenomenologia del sentire”, tracciando sulle tele le “impronte dell’anima”.

UN’ICONA DA COLLEZIONE: MARALBA FOCONE COME INVESTIMENTO

In un mondo dell’arte spesso volatile, Di Matteo ha acceso un faro sul valore. «Un’opera di Maralba Focone» ha detto, «non è solo un atto estetico, non è soltanto un orpello da salotto, ma un investimento intelligente.»

Le ragioni sono chiare e incontrovertibili.

Una carriera ultra quarantennale che ha attraversato l’Europa. Un’attività di insegnamento della Storia dell’Arte in capitali come Firenze, Roma e Bruxelles, che testimonia una profonda coscienza critica. Sia sotto il profilo prettamente artistico sia nell’analisi sociologica della nostra era.

Ma soprattutto, per il suo stile. Inconfondibile. Iconico. Unico.

Le sue figure allungate, i suoi paesaggi metafisici, il suo lessico cromatico fatto di bianchi gessosi e azzurri esangui sono una firma indelebile.

In un mercato saturo di immagini, l’opera di Focone è riconoscibile tra miliardi, un requisito fondamentale per ogni artista destinato a lasciare un segno duraturo, in qualunque epoca.

Come spiegato da Di Matteo, «Acquistare una sua tela significa possedere un frammento di storia che, sviscerando le contraddizioni del nostro tempo, è destinato ad accrescere il proprio valore negli anni.»

Dopo un finale emozionante offerto dal duo musicale, la serata si è poi sciolta in un’atmosfera conviviale, con un buffet che ha permesso al pubblico di dialogare con l’artista e i curatori, chiudendo il cerchio di una giornata dove l’arte è stata vissuta, respirata e compresa nella sua totalità.

Una giornata in cui Marlaba Focone è stata protagonista assoluta.

Puoi approfondire su Maralba Focone cliccando QUI.

INFORMAZIONI SULLA MOSTRA “ATTRAZIONE ASTRALE”

Non perdete l’occasione di compiere questo viaggio visuale ed emotivo.

La mostra personale di Maralba Focone è un’esperienza che merita di essere vissuta, compresa, sviscerata.

TITOLO MOSTRA: ATTRAZIONE ASTRALE, IL VIAGGIO DI FLORIANA OLTRE IL VELO DELLA SUPERFICIE

ARTISTA: MARALBA FOCONE

LUOGO: GABETTI ARTE, PIAZZA STRADIVARI 18, CREMONA

DATE: DAL 19 OTTOBRE A NOVEMBRE 2025

ORARI DI APERTURA

Da lunedì a venerdì: 9:00 – 12:30 e 14:30 – 19:00

Sabato: 9:00 – 12:30

Domenica chiuso

TRUMP, ZELENSKY E IL DONBAS, IL FRONTE DIPLOMATICO CROLLA MENTRE MOSCA AVANZA

Le indiscrezioni hanno scosso le capitali. I recenti report del Financial Times e del Washington Post non hanno soltanto divulgato colloqui riservati, ma hanno smontato l’idea di un’unità occidentale, esponendo un drammatico scisma transatlantico proprio sull’asse cruciale della guerra in Ucraina.

Non si tratta di beghe da corridoio, ma di una frattura profonda che oppone il crudo realismo di una fazione statunitense al cocciuto idealismo bellico di Kiev e dei suoi alleati europei. Gli stessi che poi davano dei cocciuti a quelli di Hamas di fronte allo strapotere israeliano.

La posta in gioco è la continuazione del conflitto, e il nodo, come sempre, è il Donbas.

LO SCISMA TRANSATLANTICO

Pur ufficialmente smentita, la notizia di un presunto litigio tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è comunque credibile.

La narrazione di un incontro in cui Trump avrebbe esortato Zelensky a “cedere il Donbas” è brutale, ma riflette la fredda logica di chi vede il prolungamento del conflitto come una perdita netta, politica, militare e finanziaria.

Il Financial Times riporta che Trump avrebbe usato toni accesi, quasi un ultimatum: “Devi cedere il Donbas a Putin, o ti distruggerà.”

Questa non è retorica da showman, ma la chiara espressione di una posizione che privilegia la de-escalation immediata al trionfo territoriale, un approccio che guarda al bilancio americano più che alla bandiera ucraina.

L’obiettivo dichiarato di Trump è congelare il conflitto lungo l’attuale linea del fronte, dove la Russia detiene circa il 78% dei territori rivendicati.

Zelensky, dal canto suo, avrebbe portato mappe e fatto richieste di maggiore supporto, scontrandosi contro un muro che ha negato i Tomahawk e proposto una ritirata strategica.

Trump, mosso dalle sue priorità economiche e dalla necessità di compiacere un elettorato stanco delle guerre per procura, sta di fatto riallacciando il dialogo con Mosca.

Il suo atteggiamento è palesemente disinteressato all’Ucraina e ossessionato dai costi finanziari e politici che impone questa guerra.

La posizione di Trump, pur cinica, è dettata dal fatto che la pazienza americana è ai minimi storici e che il flusso di risorse non può essere infinito, specialmente quando la vittoria è soltanto un miraggio ideologico e si rischiano magre figure militari, come con i patriot e gli F16.

LA DURA MATEMATICA DEL FRONTE UCRAINO

La realtà sul campo è amara e non corrisponde agli squilli di tromba delle cancellerie occidentali.

La narrazione secondo cui Mosca è sull’orlo del collasso è una fantasia della propaganda occidentale che, dopo tre anni e mezzo di sciocchezze smontate dai fatti, ha perso ogni credibilità.

Certamente, l’economia russa non è nel suo periodo migliore, stretta tra embarghi e sanzioni, ma l’idea che Mosca sia in procinto di capitolare resta un’assurdità che si narra dal lontano 2022.

I dati oggettivi, ignorati dai politici che temono di scontentare i propri elettori a cui hanno detto di tifare per Kiev al motto di “condizionatori o pace”, mostrano avanzamenti russi, seppur lenti, e perdite ucraine sempre più insostenibili da parte del popolo ucraino.

L’Ucraina, sebbene combattiva, è militarmente in svantaggio e subisce un tasso di distruzione infrastrutturale insostenibile nel lungo periodo. Per di più, nonostante la legge marziale e il divieto di elezioni imposti da Zelensky, la popolazione manifesta sempre di più contro il regime al potere.

La proposta russa, riportata anche dal Washington Post, di cedere il controllo del Donetsk in cambio di concessioni su Zaporizhzhia e Kherson, pur essendo respinta da Kiev, illustra perfettamente questa asimmetria di potere.

Putin negozia dalla posizione di chi ha l’iniziativa, di chi sta vincendo la guerra e ha la certezza matematica di non poterla perdere, perciò può permettersi di chiedere un prezzo per fermare il massacro. Più la guerra andrà avanti, più quel prezzo sarà elevato.

L’attuale linea di condotta europea non è solo ideologicamente cieca, ma anche economicamente insensata, poiché il continuo afflusso di miliardi verso Kiev, mascherato da supporto democratico e patriottico, è un volano per le fabbriche di armi occidentali che crea un incentivo perverso a prolungare il conflitto, spostando sul contribuente europeo (e sulle future generazioni) il costo di un riarmo da 6.800 miliardi di euro entro il 2035.

L’IMMOBILISMO EUROPEO E IL SIMBOLO DI BUDAPEST

I leader europei, come il premier polacco Tusk, rispondono a questa logica di stallo con l’unica ricetta che conoscono: “nessuna concessione, la guerra deve continuare.”

Fidandosi della loro miopia, temono che qualsiasi cedimento aprirebbe la strada a ulteriori aggressioni russe, perciò chiedono che continui l’uso della forza, anche se provoca solo inutili morti e peggiora le condizioni dell’Ucraina e degli ucraini.

Ma se l’aggressore, che detiene l’iniziativa militare, ottiene col fuoco ciò che gli si nega al tavolo diplomatico, negare il dialogo non è eroismo, bensì autolesionismo fantozziano. Si prolunga il massacro sotto il mantello di una presunta “vittoria finale” che è matematicamente impossibile.

La posizione del governo polacco è particolarmente delicata, data la sua vicinanza geografica, ma è strategicamente discutibile l’idea che l’Ucraina debba essere sostenuta “finanziariamente, politicamente e militarmente” fino alla vittoria senza mai considerare una via d’uscita negoziale.

È una strategia da nani politici.

A riprova del cambiamento di clima, tuttavia, la sede scelta per il potenziale incontro tra Trump e Putin è Budapest, casa del “ribelle” Viktor Orbán.

Una mossa nient’affatto casuale, ma uno schiaffo diplomatico a Zelensky e all’establishment europeo, un messaggio diretto di Trump che il centro di gravità della mediazione si sposta verso chi predilige il realismo politico alla follia bellica.

LA NECESSITÀ DELLA LOGICA E IL COSTO DELL’IDEOLOGIA

Il dibattito pubblico è polarizzato tra chi tifa per la “vittoria ucraina”, evidentemente privo di competenze per sfuggire agli stupefacenti della propaganda bellicista, e chi è accusato di “filo-putinismo” per aver semplicemente analizzato i fatti e previsto giorno dopo giorno, dal 2022, ciò che si sta verificando da tre anni e mezzi.

Con buona pace di “Putin ha tre anni di vita”, “le nostre sanzioni hanno avuto effetti dirompenti”, “Mosca potrebbe capitolare prima dell’inverno”, “i russi non hanno più armi e munizioni e sono armati solo di pale”, e altre sciocchezze narrate nel 2022 e spacciate per informazione da chi è ormai solo megafono del potere.

Questa ideologizzazione infantile della crisi ucraina è figlia di vertici europei privi di leader all’altezza della situazione. Non è questione di essere egoisti o patrioti, ma di logica razionale: se sei la parte che sta perdendo e non puoi difendere il tuo territorio indefinitamente, continuare a rifiutare ogni forma di dialogo, pur con compromessi dolorosi, è la strada più rapida verso la distruzione totale e un finale per cui le concessioni di oggi sarebbero sarebbero poca cosa rispetto alla capitolazione totale di domani.

La Russia si fermerà se e quando le verranno concesse sufficienti garanzie per disincentivare un’ulteriore avanzata, perciò, non trattare e andare avanti, per l’Ucraina è un suicidio e Zelensky ha già e avrà ancora di più sulla coscienza il suo intero popolo.

La pace, qualunque essa sia, non serve a “far arretrare la Russia”, ma a fermare il massacro di giovani ucraini.

La storia è disseminata di paci ingiuste che hanno evitato guerre catastrofiche, perciò la scelta di Kiev di non cedere nulla, pur sapendo che ogni giorno di guerra aumenta il numero di vittime e riduce le possibilità di un futuro stabile per la stessa esistenza dell’Ucraina, è il fallimento totale di una politica ideologica che sacrifica l’interesse nazionale a lungo termine per la vanagloria di un leader che sa che, una volta conclusa la guerra, finirà nel dimenticatoio, nella migliore delle ipotesi.

A Budapest, se l’incontro avrà luogo, non si tratterà di trovare una pace giusta nel senso ideale del termine, che non è mai stata attuata nella storia, ma si tratterà di trovare una pace possibile che cominci a salvare ucraini rapiti per strada dal regime e inviati a morire al fronte.

E, per quanto doloroso possa sembrare a chi crede ancora alle sciocchezze della propaganda, la logica impone di considerare anche quelle concessioni che oggi il cieco idealismo rifiuta di accettare.

Perché il prezzo del mancato realismo si sta pagando in vite umane. E quel costo, purtroppo, è irreversibile.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

MODA E CAPORALATO. UNA BELLA COMPAGNIA BALLA IN TRIBUNALE.

E siamo a sei. Tante sarebbero le maison italiane coinvolte nello scandalo. 

Armani, Prada, Alviero Martini, Tod’s, Dior e Valentino sarebbero stati indagati dal pubblico ministero Storari per pratiche contrarie alle norme in vigore. Per tutti il PM aveva chiesto l’amministrazione giudiziaria.

Le accuse sono circostanziate ma qualcuno si affretta a dire che sono conclusioni affrettate. Scusate il gioco di parole.

Al di là delle ovvie dichiarazioni di non colpevolezza da parte dei brand con  chiamate in causa di controlli eseguiti con continuità sulla filiera produttiva, sembra che non tutto effettivamente sia in regola. 

Insomma i brand non sarebbero in regola dal punto di vista etico ma soprattutto rispetto alla legge.

Va subito detto che Armani, Dior, Alviero Martini dopo essersi adeguati ai dettami della legge sono usciti da queste misure.

Resta comunque un brutto segnale. 

QUALCUNO INVOCA LA VIA MAESTRA DELLA RISCRITTURA DELLE REGOLE A PROTEZIONE DELL’INTERO COMPARTO

Vediamo se il nostro ministro del made in Italy Urso interverrà prima del previsto incontro autunnale con i vertici del settore proponendo correttivi a difesa della produzione, dei lavoratori, del buon nome dell’Industria manifatturiera italiana. Non facciamo finta che non sia successo niente. 

Intanto vediamo come risponderà il mercato già stressato da crisi strutturali e di identità.

Per il momento accontentiamoci di assistere da lontano ai balletti anche se non siamo alla Scala.

Parliamo ancora di cambi nella sfera dei direttori creativi, degli abbandoni, dei saluti ma poco di cambiamenti che facciano intravedere il barlume di un nuovo conio.

Come già detto più anni ‘90, o anche più indietro, che nuove invenzioni stilistiche presentati dall’alta moda che ha sfilato ultimamente a Milano e Parigi. Per la verità sembrava essere ritornati indietro in qualche modo alla united colors of Benetton.

Chi se ne ricorda?

Tinte uniche e mix di melange. Ovvio non è stato tutto così ma non sembra ci siano balzi reattivi tali da far sobbalzare il mercato. Non è un pattume, forse un ristagno o forse stanchezza in attesa di nuovi mercati o di nuovi clienti più inclini a rappresentare le stagioni del mercato che cambiano velocemente. 

O SARANNO LE VICENDE BELLICHE A DETTARE MODA E MERCATI?

Pace in Medio Oriente appena conquistata. Fine dei bombardamenti su Gaza, ritorno a casa degli ostaggi israeliani, liberazione dei prigionieri palestinesi con più ergastoli da scontare. Una Ucraina ancora sotto gli incessanti attacchi da parte della Russia. 

Un mondo in pieno movimento che, potrebbe sembrare strano, si ripercuote anche in maniera eccessiva, se vogliamo rispetto a tutto quello che sta succedendo nell’altra parte del mondo che non che gode di una pace squisitamente sterile.

Se la pace è sterile non produce danni. Almeno apparenti.

Perché non pensiamo che una cosa escluda l’altra. Il mondo è iperconnesso anche nei comportamenti degli uomini e quindi del mercato. 

Perché gli uomini spendono e chi produce deve vendere. Non è un giochino. Ma restiamo alla finestra non si sa mai. Il mondo ci potrebbe stupire ancora una volta. Il can-can, inteso come ballo, non finirà mai.

La guerra può aspettare. O almeno, se possiamo evitarla, tanto di guadagnato. Per tutti.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

BUDAPEST. TRUMP, ORBAN E PUTIN SCHIAFFEGGIANO L’EUROPA CHE SPINGE PER LA GUERRA

IL VERTICE TRUMP-PUTIN TRASFORMA L’UNGHERIA IN UN PALCOSCENICO CHE POTREBBE RIDISEGNARE I CONFINI DEL POTERE E DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa.

Lo so, fa un po’ cliché da melodramma, ma noi siamo spettatori di una commedia in più atti che sta ridisegnando i rapporti mondiali.

E lo spettro che si aggira per l’Europa non è ideologico, ma potrebbe essere a breve il profilo luccicante di un aereo di stato russo che cerca un varco nei cieli ostili del continente.

La sua destinazione è l’Ungheria. A bordo, Vladimir Putin. Un uomo che la Corte Penale Internazionale vuole in una cella all’Aia per crimini di guerra.

Ma ad attenderlo non ci sono manette, bensì un tappeto rosso e la stretta di mano di Donald Trump, leader di quello che noi occidentali definiamo mondo libero.

E per chi già avverte la bile salire in gola, invito a ricordare che anche Netanyahu è volato più volte a destra e a manca senza che nessuno abbia applicato il mandato d’arresto internazionale che pende sulla sua testa per crimini di guerra e contro l’umanità.

Va ricordato anche che l’Italia ha permesso il rilascio di Elmasry, contrariamente a quanto stabilito dalla CPI. Perciò, si troverà un modo anche per Putin.

Ok, tornando all’incontro Putin-Trump, non fatevi ingannare.

Non sarà un vertice di pace, ma un test di rottura. Un esperimento condotto in territorio della NATO e di un’Unione Europea sempre più fragili, orchestrato da un uomo che ha trasformato la sua nazione in un laboratorio di sovranismo: Viktor Orbán.

L’incontro che si consumerà sulle rive del Danubio non è un dialogo diplomatico, dunque, ma una performance, un atto di comunicazione politica brutale che mira a scardinare l’ordine mondiale post-Guerra Fredda. Una sorta di secondo atto dopo il primo andato in scena in Alaska.

Sul palco ci saranno tre uomini, ma ognuno rappresenta un archetipo della nostra era incerta e caotica.

Trump, l’imprenditore cinico che crede che la lealtà alle alleanze sia un costo negoziabile. Putin, il reietto che cerca disperatamente una via d’uscita per legittimare la sua guerra e piegare i suoi nemici. Infine Orbán, il regista, il ponte astuto tra due mondi che usa questa crisi per consacrare la sua visione di un’Europa alternativa a quella belligerante di von der Leyen, Merz e Macron.

LA “SOVRANITÀ” UNGHERESE

«Faremo in modo che entri in Ungheria… e poi che torni a casa». Le parole del Ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto sono un dichiarazione di indipendenza non solo dalle politiche belligeranti di Bruxelles, ma dall’intero sistema di valori e obblighi legali su cui si fonda l’Occidente.

Tuttavia, se lo fa l’America con Netanyahu, non si capisce perché l’Ungheria non dovrebbe farlo con Trump e Putin.

Per capire la portata di questo gesto, bisogna guardare oltre la retorica. Bisogna guardare agli atti.

L’atto più eloquente è la decisione di Budapest di avviare il processo di recesso dalla Corte Penale Internazionale. Non certo una coincidenza, bensì la preparazione del terreno. Un porto franco non solo per Putin, ma per chiunque, come Netanyahu, si trovi nel mirino di quella giustizia internazionale che Orbán percepisce come un’arma delle élite globaliste contro le nazioni sovrane.

E visto il doppiopesismo dell’Occidente nel trattare Putine e Netanyahu, come dargli torto?

Un allineamento alla stessa America, definita la più grande democrazia del mondo, che, ricordiamolo, non riconosce la Corte Penale Internazionale, come, tra gli altri, Israele, Cina, Russia.

Quando Orbán definisce l’Ungheria “l’isola della PACE”, compie un’operazione sociologica magistrale, costruendo una narrazione potente per il suo popolo e per i suoi alleati ideologici: noi, i pacificatori pragmatici, insieme a russi e americani, contro un’Europa “pro-guerra” intrappolata in una crociata morale contro la Russia.

In questa narrazione, offrire un palcoscenico a un ricercato internazionale non è un tradimento, ma l’emulazione di quanto fatto da Trump con Netanyahu. È un atto di coraggio. E anche un atto di elevata visione politica in un’Europa di nani politici.

IL FANTASMA DELL’AIA E LA SCACCHIERA DEI CIELI

Ma come arriva un fantasma a destinazione?

Putin non è colpito da un divieto di viaggio personale dell’UE, ma il suo aereo, come ogni velivolo russo, non può sorvolare lo spazio aereo dell’Unione.

Ogni chilometro del suo percorso, pertanto, sarà una negoziazione, un test di lealtà, una potenziale umiliazione.

La via ostile è una linea retta che attraversa la Polonia e la Slovacchia. Sarebbe la rotta più breve, ma anche la più rischiosa. Costringerebbe il Cremlino a chiedere un’autorizzazione formale a Varsavia, una nazione che vede ogni drone nel cielo come una minaccia russa e vorrebbe un attacco “profondo” della NATO alla Russia.

Sarebbe una resa simbolica, un’ammissione di dipendenza dalla Polonia che Putin non concederà mai.

La via tortuosa è un percorso più lungo, più a sud. Un arco che evita i nemici più accaniti, passando forse dal Mar Nero, sopra una Turchia funambola e neutrale, per poi cercare un varco nei Balcani.

Questa rotta, molto probabile, è la dimostrazione vivente che Putin ha ancora amici, o almeno partner pragmatici, anche in Occidente, disposti a chiudere un occhio.

E ogni autorizzazione di sorvolo concessa sarà una crepa nel muro della solidarietà occidentale.

OLTRE LA PACE, IL POTERE

Non illudiamoci che l’obiettivo sia la pace per l’Ucraina. L’obiettivo è il potere. Per tutti e tre.

Per Vladimir Putin, questo vertice è ossigeno. È la possibilità di rompere l’isolamento asfissiante. Sedersi al tavolo con Trump, dopo le sparate del mainstream sul presidente americano deluso da Putin, è un ritorno sulla scena mondiale da trionfatore, proprio come in Alaska, una foto che vale più di mille sanzioni.

L’obiettivo non è un accordo giusto, ma un accordo che congeli le sue conquiste, che crei una “Corea” in terra ucraina e che gli permetta di dichiarare una vittoria strategica in patria. Una pace come la resa di Hamas per cui quasi tutti festeggiano perché si smette di uccidere.

E se smettere di uccidere non è giusto…

Per Donald Trump, la logica è ancora più spietata.

Il ritorno sull’investimento politico di questo vertice sarebbe enorme. Potrebbe presentarsi agli elettori americani come l’unico leader capace di “risolvere” le guerre che i burocrati di Washington hanno solo saputo finanziare. Dopo Gaza, anche Kiev.

La fine del conflitto, a qualsiasi costo per l’Ucraina, diventerebbe il suo più grande trofeo elettorale, la prova definitiva della sua abilità e della sua superiorità sia sui democratici sia sui leader europei.

L’Ucraina, in questo calcolo, non è una nazione da salvare, ma un asset da negoziare.

LA VOCE DI KIEV, IL SILENZIO DI BRUXELLES

Mentre a Budapest si preparano i tavoli dei negoziati, c’è un’altra scena che si svolge a migliaia di chilometri di distanza.

Il Presidente Volodymyr Zelenskyy non è in un palazzo dorato, ma impegnato in un pellegrinaggio per la sopravvivenza a Washington, a mendicare missili Tomahawk per impedire che il suo Paese venga cancellato dalla mappa.

Eppure, c’era chi ci raccontava di controffensive risolutive, dei missili Patriot che avrebbero cambiato il corso della guerra, dei caccia F16 che avrebbero messo in scacco la Russia – a proposito, qualcuno ne ha notizia?

Persino le nostre sanzioni “dirompenti” avrebbero annientato Mosca in pochi mesi, nel 2022.

Ora, invece, l’Ucraina è messa molto peggio di tre anni fa e chiede ancora armi risolutive, in questo caso missili potenti, sì, ma che darebbero a Mosca il pretesto per usare armi ben più pesanti in risposta.

Ma la realtà di Zelensky non è fatta di calcoli geopolitici, ma di trincee fangose, di sirene antiaeree, di vite spezzate. Una realtà che ha disegnando dopo che Boris Johnson lo ha convinto a rigettare gli accordi in Turchia del 2022.

Zelensky è appeso a un filo e attaccato alla poltrona perché sa che, finita la guerra, sarà finita anche la sua carriera politica. E, forse, non solo quella.

Si parla di pace sull’Ucraina, ma senza l’Ucraina. È un’eco spettrale di Yalta e di Monaco, ma è la dimostrazione che la guerra è combattuta in Ucraina, ma tra USA e Russia, come abbiamo sempre ricordato fin dal 2022.

E l’Europa?

L’Unione Europea accoglie la notizia con “cauta positività”.

È un balbettio diplomatico. È il suono dell’impotenza. Incapace di imporre una linea a un membro ribelle come l’Ungheria, per non aizzare i popoli europei che in ogni recente elezioni hanno votato contro la guerra, l’Europa è costretta ad assistere a un vertice che demolisce la sua stessa politica di isolamento di Mosca.

Un vertice che dimostra quanto l’Europa sia un’accozzaglia di paesi retti da nani di geopolitica in cui riesce perfino a spiccare – e a fare molto meglio di loro – uno come Orbán.

La cautela di questa Europa non è saggezza, come qualcuno potrebbe pensare, ma è la dimostrazione lampante della paralisi di chi si rende conto che le fondamenta della propria casa stanno cedendo, ma non ha alcuna competenza per poter fare qualcosa.

L’ECO DI BUDAPEST COME YALTA O MONACO?

Indipendentemente da ciò che verrà firmato, o non firmato a Budapest, qualcosa si è già rotto. L’azzardo di Orbán ha dimostrato che un singolo leader, agendo con spregiudicata determinazione, con coraggio e con una visione non comune nell’Europa odierna, può sfidare e incrinare l’intero edificio dell’ordine bellicista europeo.

Stiamo guardando in diretta la balcanizzazione dell’Occidente, con leader sovrani che tracciano le proprie rotte, ignorando il diritto internazionale e le alleanze storiche. Lo abbiamo visto in America con Netanyahu e lo vedremo anche in Europa con Putin.

Forse, anche i più sognatori si renderanno conto che al mondo comandano i più forti, come è sempre stato, e che le paci giuste non sono mai esistite, ma esistono sempre e solo negoziazioni tra presidenti alla guida degli eserciti più potenti. E basta studiare la storia per comprenderlo.

Mentre il mondo trattiene il fiato, sperando in un segnale di pace, – fatta eccezione per i leader europei più belligeranti e per chi ha interessi nelle fabbriche di armi – ciò che potrebbe emergere dalle nebbie del Danubio non è la pace, ma il profilo di un nuovo equilibrio di potere.

E la pace, se mai arriverà, sarà la resa non solo di territori, ma di principi. Quelli su cui, per settant’anni, abbiamo provato a costruire un mondo migliore.

Ma sono gli stessi principi morti con la pace di Gaza per cui tanti applaudono e festeggiano. Perché negli ultimi settant’anni abbiamo vissuto l’idea di una realtà parallela che è solo un sogno.

Tuttavia salvare vite, con o senza paci giuste impossibili, è la priorità, senza se e senza ma.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

COME LA GUERRA IN UCRAINA È ENTRATA NEL PORTAFOGLIO DI BORIS JOHNSON

Secondo un’inchiesta del The Guardian, nel settembre 2023, mentre l’Ucraina combatteva per la sua sopravvivenza, un viaggio su un treno notturno diretto a Kiev ha reso critico il sostegno occidentale all’Ucraina.

O meglio: lo ha reso possibile e più lungo di quanto poteva essere.

I documenti trapelati ultimamente, noti come “The Boris Files”, non rivelano un tradimento, ma qualcosa che potrebbe essere più subdolo e insidioso, come la commistione tra servizio pubblico e il profitto privato.

Situazione che l’Italia ha conosciuto per un lungo periodo della sua storia, come dimostrato da Mani Pulite.

L’ex Primo Ministro britannico, Boris Johnson, paladino della causa ucraina, non era solo su quel treno. Al suo fianco, infatti, c’era Christopher Harborne, un finanziere e suo principale benefattore personale.

L’analisi dei documenti e la consultazione di fonti che trovate in calce dimostrano come il capitale politico di Johnson sia stato messo a servizio degli interessi di un donatore con dirette partecipazioni finanziarie nell’industria della difesa attiva nel conflitto tra Mosca e Kiev.

È l’evidenza di un modello operativo in cui la diplomazia di guerra si trasforma in veicolo per l’accesso e l’influenza privata, sollevando interrogativi fondamentali sull’integrità del supporto politico a Kiev e sulla natura del potere quando non sei più presidente e non rappresenti più nessun popolo.

LA TRANSAZIONE: UN MILIONE DI STERLINE PER COSA?

Il fulcro della relazione è una transazione da 1 milione di sterline che, nel novembre 2022, poco dopo aver lasciato Downing Street, Johnson ha registrato come donazione da parte di Harborne.

Il dettaglio che balza all’occhio, tuttavia, è il destinatario: non il Partito Conservatore, ma “The Office of Boris Johnson Ltd”, la sua società privata.

Come emerge dal registro degli interessi parlamentari, il pagamento è stato classificato in modo da aggirare le più stringenti normative sulle donazioni politiche dirette.

Gli avvocati di Harborne sostengono che il denaro servisse a sostenere l’impegno “nella politica tradizionale” di Johnson. Tuttavia, finanziando la sua struttura privata, la donazione ha di fatto sovvenzionato l’intera gamma di attività di Johnson, comprese quelle lucrative.

Questa somma, la più grande mai ricevuta da un singolo parlamentare britannico, non è stata beneficenza disinteressata, ma un investimento in un brand, il “Brand Boris”, il cui asset più prezioso in quel momento era il suo accesso illimitato e la sua credibilità presso i vertici del governo ucraino.

ACCESSO SENZA PRECEDENTI: IL “CONSULENTE” SUL CAMPO

Il ritorno sull’investimento si è materializzato a Kiev. Harborne non era un semplice accompagnatore. I documenti del forum Yalta European Strategy (YES) lo qualificano ufficialmente come “consulente dell’ufficio di Boris Johnson”.

Sotto questa veste, Harborne ha ottenuto un accesso altrimenti impensabile per un investitore privato.

L’itinerario trapelato specifica la sua partecipazione a incontri di altissimo livello, inclusa la sessione di apertura del forum YES, accanto a Johnson, prima di un incontro privato tra l’ex premier e il Presidente Volodymyr Zelenskyy.

Inoltre, il programma del viaggio includeva un “incontro a porte chiuse presso il centro di ricerca e sviluppo di tecnologia militare”. La presenza di Harborne in questo contesto è un palese conflitto di interessi.

Le fotografie lo ritraggono a Leopoli durante un incontro ufficiale tra Johnson e il sindaco Andriy Sadovyy, non come un membro dello staff in secondo piano, ma come una figura centrale al tavolo.

Di fatto, Johnson ha utilizzato il suo status di statista per accreditare il suo finanziatore privato all’interno del più sensibile apparato politico-militare di una nazione in guerra.

GLI INTERESSI SUL CAMPO DI BATTAGLIA

Perché Harborne era lì?

La risposta si trova nel suo portafoglio di investimenti. Harborne è il maggior azionista singolo (con circa il 13%) di QinetiQ, un appaltatore strategico della difesa britannica. Il legame tra QinetiQ e l’Ucraina non è speculativo, ma documentato e operativo.

Come confermato da comunicati ufficiali del Ministero della Difesa del Regno Unito, QinetiQ fornisce equipaggiamento cruciale alle forze armate ucraine, inclusi droni-bersaglio “Banshee” e robot per la disattivazione di ordigni.

Nel 2023, il Ministero della Difesa del governo britannico ha annunciato un programma in cui QinetiQ avrebbe fornito competenze e stampanti 3D per la produzione e riparazione di materiale bellico direttamente in Ucraina.

Harborne, quindi, non era un semplice osservatore né soltanto un accompagnatore di Johnson, ma un investitore con fortissimi interessi nel mercato della difesa ucraino, che ha potuto osservare da quella posizione privilegiata garantitagli dal suo legame con Boris Johnson.

LA CONVERSIONE DEL CAPITALE POLITICO: LA LETTERA DI REFERENZE

La prova finale di questa anomala simbiosi si trova in un documento datato 23 ottobre 2023. Si tratta di una lettera firmata da Johnson in cui scrive: “Scrivo a sostegno di Christopher Harborne… Mi ha accompagnato in un recente viaggio in Ucraina”.

Non si tratta di una semplice lettera di cortesia, ma di un atto formale in cui Johnson converte il suo capitale politico e la sua credibilità guadagnata sul campo ucraino in una garanzia spendibile per il suo benefattore.

Gli avvocati di Harborne l’hanno definita una “referenza morale”.

Nel linguaggio della politica e degli affari, è un’assicurazione, un sigillo di approvazione che apre porte e dissolve dubbi. Il suo scopo e i suoi destinatari rimangono non specificati, ma la sua funzione è inequivocabile.

UNA ZONA GRIGIA ETICA CHE CORRODE LA FIDUCIA

La reazione furibonda di Boris Johnson, che ha accusato i giornalisti di servire il Cremlino, è un tentativo calcolato di deviare l’attenzione dal nocciolo della questione.

La solita strategia, ormai nota, di dare del putiniano a chiunque ponga domande scomode e ragioni.

Il sostegno di Johnson all’Ucraina non è in discussione. Ciò che è in discussione è l’integrità di quel sostegno. Sono i motivi che lo hanno spinto a tanta magnanimità nei confronti di Kiev.

Quando un ex leader mondiale porta il suo più grande donatore, un investitore nel settore della difesa, in piena zona di guerra per incontri strategici, i confini tra alleanza e affare si sgretolano ed è opportuno indagare a fondo.

Perché si crea una pericolosa zona grigia in cui è impossibile distinguere dove finisce l’impegno per una nazione sovrana e dove inizi l’opportunità per un guadagno personale.

Questo episodio accende i riflettori su una situazione emergente in cui la politica estera e l’influenza di certi personaggi vengono privatizzate.

Un episodio che mina la fiducia non solo nel singolo politico, ma nel sistema che permette a tali conflitti di interesse di prosperare all’ombra della più grave crisi militare in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.

La causa ucraina merita un sostegno trasparente e inequivocabile, non uno contaminato dal sospetto che, per alcuni, la guerra sia anche un’opportunità di business. O esclusivamente business.

FONTI INTEGRATIVE UTILIZZATE

The Guardian

UK Parliament’s Register of Members’ Financial Interests.

Comunicati Stampa del Ministero della Difesa del Regno Unito (MoD)

Report finanziari e comunicazioni agli investitori di QinetiQ Group plc

Registri societari del Regno Unito (Companies House)

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DALLE TRINCEE D’EUROPA AL CROLLO DI WALL STREET, ANATOMIA DI UNA CRISI GLOBALE PILOTATA

DUE VOLTI DELLA STESSA MEDAGLIA

Guardiamo i fatti.

Da un lato, l’Europa annuncia un piano di riarmo mastodontico: 6.800 miliardi di euro. Provate a immaginare questa cifra in lire per rendervi conto della portata enorme di una simile politica.

Una cifra che la mente umana fatica a concepire. Dall’altro lato, i monitor di Wall Street lampeggiano di un rosso violento: le banche regionali americane crollano, bruciando miliardi in una singola seduta.

Due crisi. Due teatri. Apparentemente distanti.

Ma se vi dicessi che sono la stessa sinfonia? Che sono due movimenti, uno marziale e l’altro finanziario, dello stesso, inquietante spartito?

Sgombriamo il campo dalle narrazioni ufficiali.

Non stiamo assistendo a crisi spontanee, ma a una forma avanzata e perversamente geniale di governance attraverso l’emergenza, in cui il panico non è un effetto collaterale, ma lo strumento primario di governo. In entrambi i casi, una crisi indotta o permessa sta giustificando soluzioni pre-confezionate che orchestrano il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso élite private che la nostra generazione abbia mai visto.

II. “PRESERVING PEACE”: LA RETORICA DELLA GUERRA PER IL PROFITTO DELLA PACE

Iniziamo dall’Europa. Il nome del piano è un capolavoro di ingegneria linguistica orwelliana: “Preserving Peace”, Preservare la Pace.

Si preserva la pace spendendo quasi settemila miliardi in muri di droni, scudi spaziali e militarizzazione. È un ossimoro così sfacciato da rasentare la genialità. La sua funzione è chiara: anestetizzare il dibattito, neutralizzare il dissenso.

Il suo valore e la sua efficacia? Pari al famoso motto di Mario Draghi “volete la pace o i condizionatori?”

Ecco, appunto, a seguire queste strategie, non abbiamo né l’una né gli altri.

La giustificazione per questo piano folle, ci dicono, è la “minaccia russa”. Una minaccia persistente, sostiene Ursula von der Leyen, la stessa che s’è inventata l’attacco russo al suo aereo mai avvenuto. (Come dimostrato dal nostro articolo che trovate in fondo a questo).

Eppure, la stessa premier estone Kaja Kallas, una delle più accanite sostenitrici della linea dura, ammette candidamente che la Russia, oggi, non ha le capacità per lanciare un attacco all’Unione Europea. La minaccia, dunque, non è attuale; è una proiezione nel futuro, un’ipotesi strategica usata per legittimare un’azione economica immediata e colossale.

Un piano che devasterà i sistemi di welfare che fonda tutto su ipotesi, su supposizioni che non hanno alcun dato dimostrabile che non sia chiacchiera da bar.

E qui, dobbiamo seguire il denaro. Chi sono i beneficiari di questo fiume di denaro pubblico?

Non la pace, ma il complesso militare-industriale europeo e americano.

Questo non è un piano di difesa, ma il più grande programma di sussidi pubblici a un settore privato della storia recente. Si stanno dirottando le risorse che avrebbero dovuto finanziare welfare, sanità, istruzione e transizione ecologica direttamente nelle casse di appaltatori della difesa, cementando per il prossimo decennio il “vincolo atlantico” e la nostra dipendenza strategica da Washington, chiunque sieda alla Casa Bianca.

LA FARSA DELLA LIQUIDITÀ: COME INNESCARE UN INCENDIO PER CHIAMARE I POMPIERI

Ora spostiamoci in America. Le banche regionali crollano. La narrativa ufficiale ci parla di prestiti inesigibili, di fallimenti aziendali isolati come First Brands e Tricolor. Una spiegazione rassicurante e superficiale.

La realtà, come spesso accade, è più brutale e sistemica. Il problema non è un prestito andato a male, bensì il sistema stesso che sta finendo il carburante. È una crisi di liquidità.

Il grafico del Federal Reverse Repo. Questo strumento è la cisterna dove le banche e le istituzioni finanziarie parcheggiano la liquidità in eccesso, guadagnando un interesse sicuro dalla FED. Per anni, quella cisterna era stracolma, con oltre 2.000 miliardi di dollari. Oggi, come potete vedere, è quasi vuota. La liquidità in eccesso è finita. Prosciugata.

Grafico andamento 2020 – 2025

Come è stato possibile?

Da una parte, la Federal Reserve attua il suo Quantitative Tightening (QT), drenando metodicamente liquidità dal sistema.

Dall’altra, il Tesoro americano, per finanziare il suo deficit mostruoso, sta emettendo una valanga di titoli di Stato a breve termine, che offrono rendimenti allettanti. Le istituzioni, invece di parcheggiare i soldi alla FED, li usano per comprare questi nuovi titoli.

Il risultato è un prosciugamento forzato e accelerato. Le banche si trovano senza liquidità. E senza liquidità, un sistema basato sulla fiducia è un castello di carte. Questa è la vera causa dello “stress finanziario”.

Non è un incidente, ma una malattia cronica del sistema.

È la “trappola di Trump”: creare le condizioni per una crisi così acuta da costringere Jerome Powell a un’inversione a U. A smettere di combattere l’inflazione e a riaprire i rubinetti del “denaro facile”, un Quantitative Easing come unica droga che tenga in vita questo sistema finanziario a cui manca solo l’ora del decesso.

IL FILO ROSSO CHE LEGA ARMI E FINANZA

Vedete ora il filo rosso che lega Europa e Stati Uniti d’America? Lo schema è identico. È il modello “Problema-Reazione-Soluzione” applicato su scala globale.

In Europa il problema creato è la minaccia russa futura, visto che i cittadini non sono cascati nelle tante scemenze raccontate dal mainstream in questi anni, di pale, muli, droni e sconfinamenti.

Allora, il problema diventa come la nebbia di Totò, c’è, ma non si vede. La Russia attaccherà, ma non adesso, in futuro. Una narrazione che suscita come reazione la paura collettiva. Ed ecco che si offre la soluzione: 6.800 miliardi di euro al complesso militare-industriale.

In America, si crea una crisi di liquidità pilotata. Si suscita il panico per il crollo delle banche e si offre come soluzione un nuovo, massiccio Quantitative Easing che salverà il sistema finanziario.

In entrambi gli scenari, la soluzione non risolve la causa profonda, ma arricchisce un’élite. In entrambi i casi, le decisioni che dovrebbero essere al centro del dibattito democratico vengono prese in uno stato di emergenza, bypassando la volontà popolare.

Ci viene detto che dobbiamo scegliere tra le armi e la pace, “tra i condizionatori e la pace”, quando la vera scelta è tra il benessere dei cittadini e i profitti di pochi. Ci viene detto che dobbiamo salvare le banche

L’USCITA DAL LABIRINTO?

Il sistema che ci governa è uno zombie.

Per sopravvivere, ha bisogno di creare costantemente nemici esterni e crisi interne. È un ciclo insostenibile che può portare solo a due esiti: il collasso o un controllo sociale e finanziario sempre più totalizzante.

C’è una via d’uscita?

Sì, ma non è semplice.

La difesa dei cittadini richiede ciò che temono di più: un cittadino consapevole e che si informi da più fonti, non soltanto da quel giornalismo che, ormai da anni, non informa più, ma propaganda. L’unica arma di difesa che abbiamo è l’alfabetizzazione mediatica e finanziaria.

Dobbiamo imparare a decodificare il linguaggio del potere, a leggere tra le righe di un comunicato stampa, a interpretare un grafico finanziario. Dobbiamo chiedere trasparenza e responsabilità.

Il caos che vediamo non è affatto soltanto caos, ma una sinfonia suonata con precisione da musicisti che leggono uno spartito.

Comprendere quello spartito è il primo, fondamentale passo per smettere di ballare la loro musica e rivendicare il nostro ruolo di cittadini, non di semplici spettatori di una crisi che ci viene venduta come inevitabile per imporcela.

Perché, in realtà, è meticolosamente progettata.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.