LA FABBRICA DEL CONSENSO. L’ISTERIA ANTIRUSSA GONFIA INCIDENTI DI ROUTINE PER GIUSTIFICARE IL RIARMO E AFFONDARE IL WELFARE

L’ALLARME CONTINUO E IL DUBBIO NECESSARIO

Caccia russi, cyberattacchi, droni.

Il martellamento mediatico è un bollettino di guerra perpetuo, una strategia di comunicazione adottata durante la pandemia, costruita per instillare un unico sentimento: la paura.

Una paura funzionale.

Questa sequenza di “provocazioni” non è affatto casuale. È una narrazione costruita ad arte per raggiungere obiettivi precisi: giustificare l’escalation militare, drenare risorse dal welfare verso le fabbriche d’armi e preparare l’opinione pubblica a un conflitto.

Mentre l’ecatombe di Gaza viene trattata con imbarazzante timidezza, ogni incidente di frontiera con la Russia diventa un caso mediatico.

Perché? La domanda è lecita: c’è qualcuno che a tutti i costi ci vuole trascinare in guerra? A ben guardare, si direbbe proprio di sì.

DECOSTRUIRE I “CASUS BELLI” GONFIATI

L’INCIDENTE ESTONE E LA SPREGIOUDICATEZZA DI KAJA KALLAS

La recente invocazione dell’articolo 4 del Trattato NATO da parte dell’Estonia di Kaja Kallas, Alto rappresentante UE, per uno sconfinamento aereo è l’esempio perfetto di isteria costruita.

I fatti? Un aereo russo in transito verso Kaliningrad nel corridoio aereo internazionale del Golfo di Finlandia, un’area nota per essere stretta e tecnicamente complessa.

La reazione è stata un putiferio politico-mediatico.

Eppure, analisti indipendenti smontano la retorica bellicista e ricordano che quello spazio aereo è afflitto da interferenze elettroniche e i piloti, spesso su velivoli meno moderni, navigano a “forza inerziale”, perdendo precisione e causando micro-sconfinamenti di pochi chilometri, prontamente corretti.

È un incidente tecnico, routine, ma trasformarlo in un casus belli è disinformazione pura.

La Russia, dal canto suo, nega con ferrea logica: hanno sorvolato solo acque neutrali.

LO SCHEMA RICORRENTE: DALLA POLONIA CON FURORE

Questo schema non è nuovo.

Ricorda da vicino la figuraccia polacca dei droni esplosi sul suo territorio, inizialmente urlata come attacco russo e poi rivelatisi probabilmente ucraini.

Eppure, la figuraccia non è bastata.

La Polonia ha recentemente schierato 40.000 uomini al confine con Bielorussia e Russia, un dispiegamento grottesco mentre, paradossalmente, ufficiali USA assistevano placidamente alle manovre congiunte con Minsk.

È un gioco delle parti, un teatrino dove l’isteria di alcuni membri NATO cerca costantemente il pretesto per un coinvolgimento diretto poiché non si rassegnano all’idea di un conflitto ucraino dove la NATO è solo spettatrice armata.

A CHI GIOVA? IL BUSINESS DELLA PAURA

La risposta è nei bilanci.

Questa paura orchestrata è il lubrificante perfetto per giustificare l’aumento mostruoso delle spese militari, miliardi che vengono sottratti a sanità, istruzione, welfare.

È un trasferimento di ricchezza epocale dai bisogni sociali al complesso militar-industriale.

Stiamo distruggendo il nostro stato sociale in nome di una “sicurezza” che, militarizzando i confini, rende più probabile il conflitto che dice di voler evitare.

Nel frattempo, i profitti di Leonardo, Rheinmetall e Dassault volano.

E il silenzio su Gaza?

È l’altra faccia della medaglia: il business delle armi deve proseguire senza intoppi, anche se il cliente è un alleato scomodo che compie stragi.

LA RESPONSABILITÀ DI RESISTERE ALL’IPNOSI

La conclusione è drammaticamente chiara.

Siamo sottoposti a un’operazione di ipnosi collettiva. Un incidente di routine diventa una minaccia esistenziale; un drone ucraino un attacco russo; un investimento sociale diventa una spesa superflua rispetto agli F-35. Persino il commento di Trump “Potrebbe essere un grosso problema” è studiato per mantenere alta la tensione senza impegnarsi.

Porsi domande è l’ultimo baluardo di sovranità mentale.

È decisivo per non bere tutto quello che la propaganda ci propina come purgante quotidiano per il nostro cervello, aggredito da veline riprodotte senza il minimo senso critico da chi ancora crede reali le dita usate come baionette e le storie sui microchip.

Non stiamo prevenendo una guerra. La stiamo forse costruendo, un pretesto alla volta, con i nostri stessi soldi e sulla pelle del nostro futuro.

Il vostro compito è non farvi ingannare. Il vostro dovere è ricordare. La vostra arma è la ragione critica.

Usatela.

LA GUERRA IN UCRAINA STA DIVENTANDO IL PIÙ GRANDE BUSINESS D’EUROPA

Un’inchiesta su sul perché l’Europa fa di tutto affinché naufraghi ogni tentativo di pace in Ucraina, diventata il laboratorio per il business del futuro.

TRA LOGORAMENTO E FUTURO

Settecentomila soldati russi ammassati lungo un fronte di centinaia di chilometri sono il simbolo di una guerra del ventesimo secolo, di logoramento, di trincea. Come ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Dall’altra parte, la risposta sembra uscita da un romanzo di William Gibson: un “muro di droni”. Un sistema integrato di veicoli aerei senza pilota, una barriera tecnologica e letale che Kiev vuole erigere per fermare l’avanzata di Mosca.

Un nuovo paradigma che ci porta alle guerre del futuro. Ma anche al business del futuro.

Mentre i leader occidentali parlano ancora, con una certa ingenuità, di “aiuti” e “sostegno”, l’Ucraina parla un’altra lingua, quella degli “investimenti” nella guerra.

L’Ucraina non è più solo un teatro di tragedia da terminare, ma è diventato il più grande incubatore di tecnologia militare al mondo, un laboratorio a cielo aperto dove si sperimentano strategie per il futuro, con un modello di business geniale e spietato, che vede i cittadini europei pagare il conto. Due volte.

“DATECI I SOLDI, VI VENDEREMO LE ARMI”. LA TRASFORMAZIONE DELL’AIUTO IN INVESTIMENTO

La dichiarazione del Presidente Volodymyr Zelensky è stata chiara, ma pochi ne hanno colto la portata rivoluzionaria.

Non è stata una supplica, ma una proposta commerciale il cui obiettivo dichiarato è triplicare la produzione nazionale di armi, in particolare di droni, per diventare “meno dipendenti” dai partner.

Lessico aziendale, non militare.

Come riportato da Associated Press, la chiave di volta geopolitica è semplice e spiazzante: poiché un ingresso formale nella NATO rimane un’ipotesi remota, la strategia occidentale si è evoluta.

L’obiettivo è trasformare l’Ucraina in una fortezza autosufficiente, un avamposto tecnologicamente avanzato e permanentemente armato ai confini della Russia.

I miliardi di euro e dollari inviati non servono solo a comprare proiettili per il fronte di oggi, ma servono a gettare le basi per l’industria della difesa ucraina di domani.

È un trasferimento di capitale di rischio. Un investimento con cui il debito si trasforma in leva finanziaria per costruire, da zero, un settore industriale ad alto valore aggiunto che sarà il perno della ricostruzione e della futura ricchezza della nazione.

L’UCRAINA COME LABORATORIO E IL MARCHIO “TESTATO IN RUSSIA”

Cosa distingue un drone fabbricato in Texas o in Francia da uno progettato e perfezionato a Kiev o Kharkiv?

Solo il certificato di qualità.

“Testato in combattimento reale contro un avversario di prim’ordine” è un vantaggio competitivo unico, inestimabile, che l’Ucraina sta costruendo.

Nessun poligono di prova al mondo può replicare l’intensità e la complessità del Donbas.

Prendete l’evoluzione dei droni.

All’inizio del conflitto, erano apparecchi commerciali modificati, un’ingegnosa soluzione dettata dalla disperazione.

Oggi, grazie a un afflusso massiccio di capitali e know-how occidentali, l’industria ucraina sta producendo sistemi d’arma autonomi e droni da ricognizione a lungo raggio e sofisticatissimi sistemi di guerra elettronica per neutralizzare gli stessi droni russi.

Questi prodotti hanno un valore di mercato che schizza alle stelle.

Una volta terminato il conflitto – o forse anche prima – queste tecnologie testate in battaglia saranno le più ricercate al mondo.

Chi saranno i primi, e più ansiosi, acquirenti?

Gli stessi eserciti NATO che ne hanno finanziato lo sviluppo. Eserciti che, osservando la guerra in Ucraina, si stanno rendendo conto della necessità disperata di modernizzare i propri arsenali per contrastare la minaccia russa del futuro.

L’Ucraina non sta solo combattendo, ma sta sviluppando il prodotto che venderà ai suoi stessi finanziatori. Ed ecco uno dei motivi per cui i leader europei stanno facendo di tutto perché non si arrivi mai a una pace.

IL CIRCOLO DELLA “TRUFFA PERFETTA”: CHI PAGA E CHI GUADAGNA

Il flusso del denaro delinea quello che alcuni analisti definiscono, non a torto, uno “schema Ponzi geopolitico”.

È un circolo quasi perfetto, in cui il contribuente occidentale ne è il motore inconsapevole.

In primo luogo, le nostre tasse e i nostri debiti – l’Italia ha appena chiesto 14 miliardi di finanziamento per acquistare armi – prelevati dagli stati, confluiscono in pacchetti di aiuti militari e finanziari destinati all’Ucraina.

Una parte significativa di questi fondi viene utilizzata per avviare e potenziare le fabbriche locali di droni e sistemi d’arma.

Ma poi pagheremo una seconda volta, perché, a conflitto ultimato, i nostri ministeri della Difesa, sempre con le nostre tasse e i nostri debiti, si troveranno a dover acquistare nuove armi e le uniche considerate realmente efficaci, testate sul campo, saranno proprio quelle ucraine.

I nostri governi diventeranno così i primi clienti di un’industria che noi stessi abbiamo finanziato.

Sotto la patina dell’aiuto umanitario e della solidarietà atlantica per vendere la cosa ai popoli senza che se ne accorgano, si nasconde un colossale trasferimento di ricchezza e know-how industriale.

L’Ucraina, tragicamente, sta capitalizzando la sua agonia per costruire il proprio futuro economico. È un business spietato mascherato da missione di pace.

FABBRICARE LA MINACCIA E ABBATTERE OGNI SOLUZIONE DI PACE

Affinché questo business funzioni, la domanda deve rimanere alta. Una pace incepperebbe il meccanismo e manderebbe al macero la strategia di business.

La percezione del pericolo deve essere costante. Ed ecco che la “minaccia russa” deve essere reale e perpetuamente narrata e amplificata.

In questo contesto, gli incidenti di confine assumono un ruolo cruciale.

I droni russi che, presumibilmente o realmente, violano lo spazio aereo della Polonia o della Romania sono eventi dal valore inestimabile.

La loro veridicità viene smentita o ridimensionata in seguito, ma il loro impatto politico e mediatico è immediato e potente.

Quanti leggono le smentite e il fatto che si tratti, nella maggior parte dei casi, di droni catturati dagli ucraini o di missili polacchi usati come casus belli?

La stessa bufala delle interferenze all’aereo di von der Leyen, – rimasta a terra per 9 minuti per problemi tecnici, nove minuti, – è stata utilizzata dalla propaganda europea per costruire la minaccia russa in funzione del business delle armi. Così i 9 minuti di ritardo del decollo per problemi tecnici sono diventati “ore di paura per attacco elettronico russo”.

Ogni violazione, anche se inventata, diventa la prova della necessità di riarmo, la giustificazione perfetta per stanziare altri miliardi per la difesa.

Questa costante “paura” è il carburante che alimenta la macchina del business, la stessa strategia che abbiamo visto applicare per spingere le persone a vaccinarsi durante la pandemia.

Una strategia che, in questo caso, crea una domanda politica e militare insaziabile per nuove armi, garantendo un mercato futuro redditizio e sicuro per i prodotti dell’industria bellica ucraina e occidentale.

La minaccia russa non è più solo la causa della guerra, ma è diventata la campagna marketing per il business che la guerra ha generato.

Fatte salve le responsabilità della NATO con il suo allargamento a Est, oltre i confini tedeschi, in barba ai patti siglati con l’URSS per il sì all’unificazione delle due Germanie.

QUANDO LA PACE DIVENTA IL PEGGIOR NEMICO DEL PROFITTO

La guerra in Ucraina sta quindi creando una potente e inedita lobby industriale il cui interesse economico è legato alla perpetuazione del conflitto o, quantomeno, a uno stato di permanente minaccia.

L’industria della difesa ucraina, costruita con capitali occidentali, avrà bisogno di vendere i suoi prodotti per sopravvivere, ma, per venderli, avrà bisogno di un mondo che continui a percepire la Russia come un pericolo imminente.

Perciò l’obiettivo strategico dell’Europa non è più vincere una guerra, ma costruire e mantenere redditizia un’industria delle armi.

L’Occidente non sta aiutando l’Ucraina a raggiungere una pace duratura, ma la sta trasformando in un avamposto armato, la cui futura stabilità economica dipenderà dalla perpetuazione dell’instabilità geopolitica.

Il “dividendo dei droni” esiste, è reale e sarà lucroso.

Ma qualcuno dovrebbe iniziare a chiedersi quale sia il suo prezzo morale finale.

Perché ogni dividendo, per definizione, ha un costo. E in questo caso, il costo è un’eterna ombra di guerra, oltre a decine di migliaia di giovani ucraini mandati al macero.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, Politiche Internazionali, Esperto di Comunicazione e critico d’arte.

USA, ISRAELE, EUROPA E LA CRISI DELLA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Quanto accaduto a Jimmy Kimmel non è un episodio isolato, ma un sintomo.

Un segnale d’allarme acutissimo che squarcia il velo di ipocrisia sul quale poggia, oggi, il dibattito sulla libertà di espressione nella cosiddetta “sfera democratica” occidentale.

La sospensione del conduttore da parte della Disney rappresenta l’atto conclusivo di una strategia d’intimidazione che parte dalla Casa Bianca e si riverbera, con efficacia agghiacciante, attraverso i colossi dell’intrattenimento e dell’informazione.

Stiamo osservando, in tempo reale, la normalizzazione di un meccanismo autoritario.

LA SOSPENSIONE DI KIMMEL: CRITICA POLITICA O APOLOGIA DELLA VIOLENZA? DECIDE TRUMP

Cosa è accaduto nel merito?

Jimmy Kimmel, a seguito dell’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, ha espresso una critica ferocemente politica, evidenziando, con il sarcasmo che gli è consueto, come l’universo MAGA stesse strumentalizzando la tragedia.

Non ha incitato all’odio, non ha giustificato l’omicidio.

Ha esercitato quello che, in qualsiasi democrazia sana, è un diritto-dovere del commentatore pubblico di analizzare le dinamiche di potere e denunciare l’ipocrisia.

La reazione è stata spropositata, una macchina del fango che ha dipinto le sue parole come pericolose, finché la Disney, nella sua proverbiale avversione al rischio e al conflitto, non ha ceduto, mettendo in panchina la sua star.

Il messaggio è chiarissimo: criticare Trump e il suo movimento comporta costi inaccettabili. Un assunto pericolosissimo e anche una similitudine con Mosca e Pechino che lascia interdetti.

INTIMIDAZIONE, CAUSE MILIARDARIE E LA NARRAZIONE DEL “NON TALENTO”

La dichiarazione di Donald Trump sulla vicenda è un capolavoro di manipolazione linguistica.

“Licenziato per mancanza di talento e ascolti bassi”.

È tragico e comico allo stesso tempo, perché è la tipica negazione plausibile dell’autocrate.

Non si ammette mai la vera ragione, politica, perché sarebbe un’ammissione di debolezza, perciò si costruisce una contro-narrativa che umilia l’avversario, lo delegittima nel merito e ne svuota il potenziale simbolico di martire.

È la stessa logica delle cause faraoniche.

I 15 miliardi di dollari chiesti al New York Times non sono una richiesta legale seria; sono un’arma di distrazione di massa e, soprattutto, un segnale intimidatorio a tutti gli altri media: “Guardate cosa vi aspetta se osate sfidarci”. È l’occupazione dello spazio mentale attraverso la paura.

IL PARADOSSO VANCE: IL FREE SPEECH MAGA E LA LEZIONE AGLI EUROPEI SULLA DEMOCRAZIA DIMENTICATA

Il culmine dell’assurdo sociologico lo ha raggiunto il Vicepresidente JD Vance a Monaco di Baviera, imputando agli europei di aver dimenticato i principi base della democrazia, a cominciare dalla libertà di espressione.

È una retorica che definire cinica è poco. È la proiezione. È l’accusa speculare a ciò che si sta meticolosamente costruendo in casa propria.

Il “free speech” nella versione MAGA sta diventando sempre di più la libertà di propagandare il pensiero unico del capo. Stop.

È la libertà di chi è allineato. È l’opposto della libertà di pensiero critico, che per sua natura è scomodo, destabilizzante e dissacrante.

La lezione di Vance è la perfetta incarnazione del doppio pensiero orwelliano: la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

IL CONTESTO GLOBALE: L’OCCIDENTE ALLO SPECCHIO DEI SUOI MOSTRI (GERMANIA E ISRAELE)

La deriva non è solo americana e Vance non aveva tutti i torti.

Lo abbiamo visto durante la pandemia e con la guerra in Ucraina: pensieri unici, negazione del contraddittorio, etichette per chiunque dissentisse.

E oggi, il cancelliere tedesco Merz annuncia un giro di vite per chi sostiene i palestinesi in nome dell’appoggio incondizionato a Israele. È la criminalizzazione del dissenso attraverso l’equiparazione tra critica politica e antisemitismo.

Ma l’episodio più disumano, sociologicamente mostruoso, è la richiesta di “definire cosa sia un bambino” da parte di un esponente israeliano chiamato a rispondere delle migliaia di morti minorenni.

QUANDO BISOGNA DEFINIRE COSA SIA UN BAMBINO, L’UMANITÀ HA GIÀ PERSO

Quella frase sarà ricordata come un monumento alla disumanizzazione del nemico.

È il punto di non ritorno di qualsiasi conflitto.

Quando si deve mettere in discussione l’evidenza ontologica di un bambino – l’archetipo stesso dell’innocenza, della vita non ancora corrotta dall’odio – significa che la macchina della propaganda ha eroso ogni residuo di empatia.

Significa che si è creato un “noi” così puro e un “loro” così assolutamente malvagio che persino le categorie fondamentali dell’umano vengono sospese quando ci si riferisce a loro.

Una società che arriva a questo ha, effettivamente, smarrito la sua anima. Sta commettendo un suicidio etico.

GLI ANTICORPI DELLA DEMOCRAZIA E LA NOSTRA RESPONSABILITÀ

Allora, cosa sta accadendo alla libertà di espressione?

Sta subendo una trasformazione autoritaria sotto la pressione coordinata di poteri illiberali. USA ed Europa stanno davvero assomigliando sempre di più a quelle realtà che dichiarano di avversare, adottando gli stessi meccanismi di controllo, intimidazione e distorsione della realtà.

Ma la storia, quella vera, non è mai lineare.

Gli anticorpi delle democrazie sono stati storicamente più resilienti del previsto.

I 12 milioni di abbonati del New York Times, le voci popolari come quelle di Colbert e Kimmel (prima o poi torneranno, più forti di prima), la società civile che si ribella alle definizioni disumane: questa è la forza che gli autocrati sottovalutano sistematicamente.

E ne sono una prova quanti non si piegano al nazismo disumano applicato da Israele, non solo a Gaza, ma nei paesi sovrani limitrofi e in tutto il mondo, con la loro campagna di propaganda.

La nostra responsabilità, come studiosi della comunicazione e come cittadini, è diagnosticare con precisione questa patologia del discorso pubblico.

Denunciare senza paura il doppio standard di cittadini, politici e giornalisti.

E, soprattutto, rifiutare con tutte le nostre forze qualsiasi “definizione” di bambino, di umanità, di verità che non sia quella dettata dalla coscienza critica e dall’empatia.

La libertà d’espressione si difende ogni giorno, proteggendo il diritto di un comico come Jimmy Kimmel a dire che il Re è nudo e quello di chiunque di trattare come bestia chiunque pretenda definizioni di bambino.

GAZA & DINTORNI

Mancano pochi giorni alla scadenza del 7 ottobre, data che racconta la ricorrenza in cui i terroristi di Hamas hanno ucciso, in territorio israeliano, 1200 persone e ne hanno catturate circa 250, diventando così ostaggi.

Pochi di questi sono ancora ufficialmente in vita. Sembra 24.

Al di là dell’esecrabile evento e delle immaginabili terribili condizioni di detenzione degli ostaggi, molti dubbi sul 7 ottobre sono ancora da chiarire.

Il primo è certamente quello di scoprire che il Mossad, servizio di intelligence israeliano ritenuto fra i più aggressivi e preparati del mondo, sia riuscito a farsi beffare con una iniziativa quasi tragicomica.

Tragicomica se non fosse per le conseguenze immediate, per gli eventi successivi e quelli conseguenti.

Viene quasi il sospetto, se non la certezza, che si sia voluto accettare il fatto, anche se le autorità nazionali israeliane sembra fossero state avvertite dell’imminenza dell’attacco, per provare poi ad eliminare definitivamente Hamas.

È un’ipotesi, ma non da scartare e nemmeno da sottovalutare.

Dall’8 ottobre, cioè dal giorno successivo all’attacco, gli israeliani hanno iniziato una offensiva che di giorno in giorno, oltre a non riuscire a liberare gli ostaggi, ha provocato nei bombardamenti, fino ad ora, sembra più di 62.000 morti fra i civili palestinesi.

Poi, come abbiamo detto più volte, i numeri dei bambini morti sotto le macerie sono in percentuale rispetto agli adulti molto più elevati. Va anche però indicata l’elevata natalità nelle popolazioni palestinesi e quindi un’età media molto bassa.

Sei figli sono un numero quasi standard fra le nascite per famiglia palestinese.

Esporre nelle statistiche dei morti un numero di bambini così elevato ha indubbiamente un effetto mediatico rilevante, ma è pur sempre la verità, anche se, come detto, la media delle nascite per famiglia è abnorme rispetto al mondo occidentale.

Quindi, parlando solo di statistiche, questa sproporzione risulta evidente. 

Ma tutto aiuta per mostrare quanto questa situazione sia condannabile ed inviti il mondo a prendere una posizione ferma senza esitazioni. 

Difficile pensare che il massacro nei territori palestinesi non possa definirsi genocidio. In passato abbiamo gridato al genocidio per numeri decisamente più bassi. 

Netanyahu non sembra sentire ragioni, imbrigliato com’è dalle posizioni dei suoi ministri estremisti.

È condannato a subire i loro diktat per far rimanere a galla il suo governo perpetuando così il suo mandato elettorale, forse anche guidato dal tentativo di evitare una condanna penale considerando che è indagato e certamente il tribunale prima o poi dovrà emettere una sentenza. 

L’Europa, l’ONU, la Russia, la Cina, il BRICS nel suo complesso, l’America, e anche i paesi arabi sembrano soffrire di strabismo geopolitico: al di là di generiche condanne e qualche minima irrisoria ritorsione non si arriva.

Sembra più per compiacere le anime interne che per emettere una risposta adeguata.

E, visto che questa è la posizione di fatto, Israele si permette di eliminare, fuori dal suo territorio, i leader che ritiene responsabili di attacchi contro il suo popolo o il suo credo.

In Iran, Sudan, Siria Libano, Iraq, e ultimamente in Qatar le “ire” sioniste si sono abbattute con particolare precisione e ferocia.

Non solo: qualcuno ricorda i ”cerca persona” israeliani esplosivi, andati tutti a buon fine con la morte di chi li ha fatti (incautamente, ma senza colpa) squillare? La popolazione civile che subisce l’infernale ritmo della morte non ha colpe.

Se i regimi non si mobilitano ufficialmente, si mobilita il popolo. 

La coscienza del Popolo, con animo autonomo o con qualche suggerimento partitico o populistico, si mobilita e scende in piazza a gridare il suo dissenso. 

Ormai chi non conosce la bandiera della Palestina, il movimento ProPal, gli slogan in favore del popolo palestinese con un “Free Palestine” gridato a squarciagola dai manifestanti nostrani addobbati con la kefiah.

E, per la verità, in tutti i paesi in cui la libertà di espressione è ammessa senza rischio di essere incarcerati.

E non parliamo solo di cortei che si vedono nelle piazze, che si snodano fra le vie dei centri storici, ma anche nei luoghi simbolo del cattolicesimo, con le interruzioni delle celebrazioni religiose.

Sembra un movimento generalizzato. Lo vediamo, ad esempio, con l’annullamento dell’ultima tappa del giro ciclistico di Spagna 2025, la Vuelta, che non si è svolta in ossequio ai martiri di Gaza. 

In tutto questo sostegno palpabile e reale, perché insieme ai fatti simbolici vanno considerati gli aiuti alimentari e di medicinali generati dagli organismi internazionali indipendenti, gli interventi di “Medici senza frontiere”, quelli delle altre organizzazioni internazionali, come l’ONU, dove si è scoperto che operavano anche terroristi che avevano partecipato all’azione del 7 ottobre, con la distribuzione di aiuti gestita da Hamas, con l’uccisione di chi andava a cercare cibo e acqua per la propria famiglia…..

I punti interrogativi ci stanno, secondo noi, perché il racconto sarebbe inutilmente lungo e non privo di deviazioni interpretative perché le fonti, che per la maggior parte sono arabe e/o dovute al ministero della salute palestinese, ci fanno pensare che anche i giornalisti fra i 210 rimasti vittime delle bombe potevano raccontare solo quello che gli era consentito. 

Un po’ come a quella giornalista italiana de “La Stampa”, Francesca del Vecchio, fatta sbarcare in fretta e furia da una nave della flottiglia Sumud perché, secondo chi aveva organizzato il tutto, non aveva diritto di raccontare la sua verità, quella che vedeva o avrebbe visto quando avrebbe potuto navigare a bordo dell’imbarcazione che gli era stata assegnata.

Un po’ come è capitato a Greta Thumberg, che non fa più parte del direttivo della flottiglia Sumud.

Traslocata su un’altra barca più piccola, per divergenze sulla gestione delle informazioni, secondo la versione ufficiale.

Sì, perché fra strani incendi a bordo di qualche nave della flottiglia, disorganizzazione palese, espulsioni di imbarcati non graditi, ritardi subiti o voluti, mancanza di carburante, richieste di protezione internazionale per un’iniziativa totalmente privata, – anche se con molte sigle dell’arcipelago associazionista, ma non ufficialmente appartenenti ad alcun governo, – e qualche ritiro, il genocidio va avanti.

Domanda legittima: si può sapere qualcosa di più, che sia vero e indipendente, della flottiglia Sumud? E non ditemi che sapete già tutto.

Ma è lecito farsi qualche domanda?

L’eventuale conquista di Gaza sarà l’ultimo atto di questa guerra?

Gli ostaggi ancora in mano ad Hamas verranno liberati o diventeranno scudi umani?

O verranno suicidati?

Hamas sarà definitivamente sconfitta? Ci saranno due popoli e due stati?

L’esodo biblico dei palestinesi verso il sud della striscia di Gaza si interromperà/fermerà? Ritornerà la pace? Anche se armata?

E se qualcuno, esterno al conflitto, dicesse basta?

DRONI GONFIABILI DISEGNANO LA MARCIA DELL’EUROPA VERSO LA GUERRA

Un drone di polistirolo. Intatto. Adagiato morbidamente sull’erba di un campo polacco.

Poco più in là, il tetto di un casolare scoperchiato, con le assi rimosse con una precisione quasi chirurgica, lasciando le travi portanti illese.

Queste immagini, deboli e quasi surreali, non sono i resti di un attacco devastante. Lo capisce anche un bambino.

Eppure, sono diventate la scintilla che minaccia di incendiare un continente.

Mentre i leader da Bruxelles a Washington tuonano contro la “deliberata provocazione russa”, ciò a cui stiamo assistendo non è una reazione a un’aggressione, ma l’esecuzione di un copione già scritto.

“L’Europa è già in guerra contro la Russia,” ha dichiarato Medvedev.

Non era una minaccia. Era una constatazione. Un’osservazione agghiacciante sulla nostra realtà di cancro del mondo, che ci rifiutiamo di vedere.

ANATOMIA DI UNA PROVOCAZIONE

Analizziamo le prove.

I droni gonfiabili, più simili a giocattoli da ricognizione che a strumenti di morte, non hanno lasciato crateri.

Non hanno scalfito la terra arata su cui sono atterrati. Il tetto della casa polacca sfida le leggi della fisica di qualsiasi esplosione conosciuta. Sembra più l’opera di smantellamento di una squadra di operai che l’impatto di un ordigno bellico.

Dov’è la devastazione? Dov’è il fuoco? Dov’è la prova inconfutabile che giustifichi la mobilitazione di decine di migliaia di soldati e lo schieramento di caccia da combattimento?

Non c’è. Resta solo la propaganda dei nostri pennivendoli. Quelli che vi hanno raccontato di pale e microchip, e ora pretendono di raccontarvi come stanno le cose.

E proprio questa assenza di prove concrete è l’indizio più schiacciante.

Ci è stato servito un pretesto debole, quasi offensivo nella sua ingenuità, perché non era pensato per resistere a un’analisi forense, ma per essere creduto ciecamente da chi si è bevuto le pale e le dita usate come baionette perché Mosca non aveva soldi per le munizioni.

Per dare in pasto ai media e a un’opinione pubblica spaventata una ragione per ritenere necessario tagliare su Sanità, Scuola e Pensioni e indebitarci a vita per armi e guerra.

LA REAZIONE ORCHESTRATA: IL VIA LIBERA PER “SENTINELLA DELL’EST”

La velocità della risposta è stata sbalorditiva. In poche ore, Varsavia ha gridato all’attacco, la NATO ha attivato i protocolli di difesa e i media, come il prestigioso Le Monde, hanno pubblicato titoli che parlavano di “incursioni” e della necessità di “proteggere l’Europa”.

Una reazione così rapida e coordinata non suggerisce improvvisazione, ma preparazione e messa in scena di un copione. Anche perché, si tratta degli stessi che su Israele ancora non sono riusciti a trovare la quadra per un solo misero pacchetto di sanzioni.

Questo “incidente” – o messa in scena – è stato la parola d’ordine per attivare l’operazione “Sentinella dell’Est”. Un piano di militarizzazione massiccia e senza precedenti lungo tutto il fianco orientale dell’alleanza, dalla Finlandia fino al Mar Nero.

Non è una difesa, ma un posizionamento offensivo che da Mosca non può essere visto in maniera diversa di una minaccia concreta ai suoi confini.

Decine di migliaia di soldati si stanno muovendo, le basi si stanno riempiendo e la tensione, per le famiglie che vivono lungo quel confine, diventa ogni giorno più palpabile.

I leader europei stanno costruendo il teatro di guerra, pezzo per pezzo, in attesa dell’incidente definitivo, quello che renderà lo scontro inevitabile.

A CHI GIOVA TUTTO QUESTO?

Per capire chi ha scritto questo copione, basta chiedersi chi ne trae profitto.

Non certo gli europei, che stanno già pagando un prezzo altissimo. Mentre le bollette strangolano le famiglie da Lisbona a Vilnius e le industrie tedesche chiudono per i costi insostenibili dell’energia, il nostro continente si indebolisce economicamente e si lega mani e piedi alla protezione militare ed energetica degli Stati Uniti.

Il vantaggio per Washington, invece, è doppio: logora la Russia, il rivale storico, e al tempo stesso de-industrializza e sottomette l’Europa, da sempre concorrente economico.

E lo fa usando l’Ucraina come strumento. Alla faccia di quelli che davano dell’incompetente a Trump.

Poi ci sono i pazzi europei, quei leader che non ne hanno azzeccata mezza neppure di striscio, dalle sanzioni dirompenti in avanti, e che ora, non avendo più nulla da perdere, sono disposti alla guerra mondiale pur di non dover restituire agli europei i miliardi bruciati per la loro scelleratezza e passare il resto della vita in prigione.

Kiev, ormai, non combatte più per la propria sovranità. La guerra l’ha persa da mesi. Combatte perché noi paghiamo. Il paziente è tenuto in vita solo dalle macchine e se si stacca la spina, si scopre che è morto.

La richiesta di 120 miliardi di dollari entro il 2026, come richiesto da Zelensky, non è solo un appello disperato per la sopravvivenza, ma è il budget necessario per continuare a sostenere una guerra per procura.

Una guerra in cui i soldati ucraini mettono i corpi, gli americani le armi e i cittadini europei i soldi.

I leader dei paesi dell’Est Europa, dal canto loro, giocano una partita ambigua.

Spinti da una legittima memoria storica di oppressione, si offrono come l’avamposto più aggressivo della NATO, guadagnando una rilevanza politica e strategica che non hanno mai avuto, ma rischiando di trasformare le loro nazioni nel primo, devastante campo di battaglia.

In un mondo normale li chiameremo pazzi.

IL FRONTE SILENZIOSO E LA DISPERAZIONE DI KIEV

Mentre la propaganda occidentale festeggia improbabili vittorie, sbandierate in pompa magna dai nostri pennivendoli – sempre quelli delle pale e dei microchip, la cui credibilità è pari a zero – la realtà sul campo è un’altra.

Il fronte ucraino sta crollando. Le perdite sono insostenibili e la situazione è disperata. Non è un caso che lo stesso Zelensky, l’eroe della resistenza, sia tornato a invocare un incontro con Putin un minuto dopo aver chiesto 120 miliardi per sostenere la guerra.

È un segnale inequivocabile che la via militare è un vicolo cieco.

Un segnale che i suoi sponsor occidentali, però, continuano a ignorare, spingendo per una guerra fino all’ultimo ucraino, perché, altrimenti, Macron, Meloni, von der Leyen e Merz dovrebbero dare conto agli europei dei miliardi bruciati e dei costi dell’energia alle stelle per una sconfitta prevedibile già nel 2022 da chiunque avesse aperto almeno un libro di storia contemporanea nella sua vita.

La vera minaccia per l’Europa non è un’invasione russa.

Questa narrazione serve solo a giustificare l’escalation. È pura propaganda.

La vera minaccia è l’ostinazione a prolungare un conflitto che sta distruggendo una nazione, destabilizzando l’economia globale e trascinando l’Europa sull’orlo di un conflitto diretto, le cui conseguenze sarebbero inimmaginabili.

La vera minaccia per gli europei è questa Europa.

IL PREZZO DELL’OBBEDIENZA

I droni di cartapesta in Polonia non sono stati un attacco, ma un invito. Un invito ad accettare una narrazione che ci conduce, passo dopo passo, verso il baratro.

Una narrazione che serve a mascherare il fallimento delle sanzioni e di ogni politica degli attuali leader europei, e a giustificare un coinvolgimento sempre più diretto in un conflitto che non abbiamo scelto, ma che è l’unica strada percorribile da quei leader per salvarsi il fondoschiena.

L’Europa è davvero già in guerra.

Ma non sta combattendo per i propri valori o per la propria sicurezza, ma per mantenere in vita un ordine mondiale unipolare che sta morendo, sacrificando la propria prosperità e la propria pace sull’altare di interessi che non le appartengono.

Mentre i nostri leader parlano di difesa e sicurezza, ma non specificano che l’unica difesa e l’unica sicurezza che paventano è la loro.

Non stiamo affatto proteggendo il nostro futuro, ma semplicemente iniziando a pagare il conto in denaro, stabilità e, presto, forse, in vite umane, per le strategie fallimentari di una classe dirigente improponibile e per quelle furbe di Washington che, dall’incompetenza manifesta dei nostri leader da reparto psichiatrico ha solo da guadagnare.

OMBRE SUL FRONTE ORIENTALE. I DRONI FANTASMA CHE HANNO RISCHIATO DI INCENDIARE LA NATO

Mentre il mondo tratteneva il respiro temendo un attacco russo contro la Polonia e la Romania, le prove sul campo raccontavano una storia diversa. Una storia scomoda che noi di Tamago avevamo ipotizzato già all’indomani, mentre il mainstream parlava di attacco russo senza uno straccio di prova credibile.

(PUOI VERIFICARE IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ACCADUTO QUI.)

Un’inchiesta sulle anomalie tecniche, i calcoli strategici e il silenzio assordante che suggerirono una verità inconfessabile: una disperata operazione sotto falsa bandiera per trascinare l’Occidente in guerra.

L’ALLARME – L’ORA PIÙ BUIA DELLA NATO

Il buio non era solo meteorologico, sulla linea orientale dell’Alleanza Atlantica, ma un buio strategico, denso e soffocante.

Telefoni che squillavano nelle cancellerie di Washington, Bruxelles, Varsavia. Le agenzie battevano la notizia: “Droni russi in territorio NATO”.

Panico.

Era il momento che tutti temevano e che, segretamente, qualcuno forse attendeva.

L’ombra dell’Articolo 5 – quella clausola di mutua difesa che avrebbe trasformato un conflitto regionale in una guerra mondiale – si allungava sull’Europa. Il mondo tratteneva il fiato, mentre i pennivendoli che per tre anni hanno raccontato di pale e microchip aumentavano la lista di fake alla narrazione, parlando di attacco russo.

Poi, il miracolo. O forse, più prosaicamente, un frettoloso dietrofront.

Nel giro di poche ore, la narrazione ufficiale ha eseguito la più rapida inversione a U della storia recente. Da “attacco deliberato” a “incidente”, da “missile russo” a “probabile frammento della contraerea ucraina”.

Un raffreddamento così repentino da ustionare qualsiasi logica.

I toni si sono smorzati, le accuse evaporate, un velo di imbarazzato silenzio è calato sulla vicenda.

Cos’hanno visto gli analisti della NATO in quelle prime, frenetiche ore per premere con tanta urgenza il freno d’emergenza? Hanno visto i fatti. E i fatti, semplicemente, non tornavano.

L’ANOMALIA SUL CAMPO – LE PROVE CHE NON SONO STATE TROVATE PERCHÉ NON ESISTONO

Quando la propaganda si scontra con la fisica, la fisica, alla lunga, vince sempre. Per capire cos’era realmente accaduto, non bisognava ascoltare i portavoce e nemmeno i pennivendoli della propaganda, ma indagare sui rottami.

La prima, colossale anomalia, riguardava la natura stessa degli oggetti caduti. I droni recuperati in Polonia non erano armi, ma droni esca (decoys).

Oggetti leggeri, economici, costruiti con schiuma e compensato, progettati con un unico, umile scopo: farsi abbattere per saturare le difese aeree nemiche e permettere ai veri missili di passare.

Molti di questi relitti sono stati trovati quasi integri. Innocui.

Ora, fermiamoci un istante e usiamo quella facoltà apparentemente in disuso chiamata logica.

Quale stratega sano di mente, al Cremlino o altrove, avrebbe orchestrato una provocazione contro la più potente alleanza militare della storia usando delle pistole ad acqua?

Sarebbe stato come minacciare un T-Rex con un bastoncino. Un’azione del genere era da ritenere un’assurdità tattica dopo il primo secondo. Una barzelletta militare.

A meno che, ovviamente, l’obiettivo non fosse fare rumore, ma senza rompere nulla di veramente importante.

LA TRAIETTORIA IMPOSSIBILE: GEOGRAFIA CONTRO PROPAGANDA

Il secondo chiodo sulla bara della versione ufficiale si trova nella geografia. La matematica, a differenza della politica, non è un’opinione.

I modelli di drone esca in questione avevano un’autonomia stimata di circa 700-800 chilometri. Se avessimo tracciato questo raggio dalle più vicine basi di lancio russe conosciute, il territorio polacco sarebbe risultato al limite estremo, se non oltre, la portata operativa.

Un lancio rischiosissimo e destinato al fallimento.

Se però avessimo provato a spostare il compasso, posizionando il punto di partenza nell’Ucraina occidentale, improvvisamente, la traiettoria non era più solo possibile, ma diventava perfettamente logica, a conferma della nostra analisi sull’accaduto, che ipotizzava il coinvolgimento di Kiev.

I droni avrebbero avuto carburante a sufficienza per raggiungere l’obiettivo, volare per un po’ e cadere.

I SEGRETI SIGILLATI: IL RUMORE DEL SILENZIO

Le autorità polacche e rumene, dopo le dichiarazioni iniziali, si sono chiuse in un silenzio tombale. Un silenzio che fa più rumore di un’esplosione.

Quando le prove scagionano il tuo avversario e puntano il dito verso il tuo alleato, la migliore strategia comunicativa è, evidentemente, non comunicare affatto. Perché l’alternativa significherebbe accusare il vero colpevole: l’Ucraina.

IL CALCOLO STRATEGICO – A CHI È GIOVATA QUESTA ENNESIMA FAKE NEWS CONTRO LA RUSSIA?

Ogni analisi seria parte sempre da una domanda vecchia quanto il mondo: “chi ne trae beneficio?”

La Russia, impantanata in un conflitto estenuante e sotto sanzioni, avrebbe avuto tutto da perdere da un’escalation diretta con la NATO.

Soltanto un dilettante di geopolitica poteva avanzare l’ipotesi che Mosca volesse provocare l’Alleanza atlantica, dunque.

Un’operazione così grossolana, con droni innocui, sarebbe stata strategicamente idiota, offrendo alla NATO il pretesto perfetto per un intervento.

La smentita secca e immediata del Cremlino, in questo contesto, era paradossalmente più credibile del solito e, di certo, più credibile delle accuse mosse da chi ha raccontato di dita usate come baionette e di microchip smontati dalle lavastoviglie ucraine.

LA MOSSA DI KIEV: UN CAPOLAVORO DI DISPERAZIONE

Spostiamo ora lo sguardo su Kiev.

L’Ucraina, eroica nella sua resistenza, si trova in una posizione disperata. La controffensiva non è mai partita, le perdite umane sono immense e il flusso di aiuti occidentali, per quanto massiccio, non è infinito.

L’unica cosa che potrebbe salvare Kiev, come abbiamo ricordato nell’articolo sui droni in Polonia, è l’intervento diretto della NATO.

Ecco che l’ipotesi della false flag da noi esposto fin dal principio adesso smette di essere complottismo e diventava un’opzione strategica quasi obbligata.

D’altronde, le forze ucraine catturano regolarmente droni esca russi quasi intatti. È logico e sensato ipotizzare la cosa più ovvia, cioè che gli ucraini li abbino riprogrammati per una nuova missione e poi lanciati dal proprio territorio verso la Polonia e la Romania.

Una mossa geniale è stata utilizzare esclusivamente droni innocui, per non uccidere cittadini NATO – un atto che sarebbe stato imperdonabile e facilmente smascherabile, decretando la fine di ogni supporto – ma per creare l’incidente perfetto.

Un incidente che sembrasse un attacco russo, che generasse panico e che spingesse l’opinione pubblica occidentale a chiedere “più sicurezza”, quindi un maggiore coinvolgimento nella guerra in Ucraina.

IL SEGRETO INCONFESSABILE

Se l’ipotesi era così logicamente solida, perché ne abbiamo parlato solo noi e pochissimi altri?

Perché la verità è più esplosiva degli stessi droni. E la verità non piace.

Perché bisognerebbe attuare l’Art. 5, proprio come dopo l’attacco al Nord Stream. Ma, proprio come allora, i leader europei fanno finta di nulla. Altro che sicurezza per i cittadini europei!

IL DILEMMA DI WASHINGTON E BRUXELLES

Immaginiamo per un momento che i servizi segreti della NATO avessero capito tutto nel giro di poche ore. Cosa avrebbero dovuto fare?

Beh, smascherare pubblicamente l’alleato ucraino. Ma sarebbe stato un suicidio politico. L’ennesimo.

Il sostegno pubblico, già minato dal tempo e dai fatti, sarebbe imploso.

Come possono spiegare ai cittadini che si stanno svenando per un alleato che inscena attacchi per trascinarli in guerra?

Un’ammissione avrebbe fratturato la NATO. I paesi più cauti, come Germania e Francia, si sarebbero scontrati con i “falchi” Polonia e Baltici, con l’elmetto in testa da mesi.

Raccontare la verità avrebbe regalato a Putin la più grande vittoria propagandistica della sua vita.

Di fronte a questo scenario, la verità comoda dell’ennesima fake è diventata l’unica opzione per i nostri eroi.

Un “incidente” nebuloso, una colpa che si dissolveva nell’aria, una pagina da girare in fretta. Meglio un mistero irrisolto che una certezza catastrofica.

La narrazione dell’attacco russo a scapito della verità. Proprio come le quattro tipologie di cancro di Putin e i muli usati al posto dei mezzi corazzati.

La frontiera orientale della NATO non è stata solo il luogo di un incidente militare, ma il palcoscenico di una sofisticata operazione di guerra ibrida, dove i veri proiettili non erano nei droni, ma nelle narrazioni. Come assistiamo da tre anni e mezzo.

La domanda che resta, terrificante, non è tanto cosa sia caduto dal cielo, ma cosa accadrà la prossima volta che qualcuno, disperato, deciderà di forzare la mano.

Perché, se la disperazione porterà i colpevoli a utilizzare droni carichi, la prossima volta?

IN DEFINITIVA, I DRONI CADUTI IN POLONIA ERANO UN ATTACCO RUSSO?

No. Le prove disponibili lo rendevano altamente improbabile fin dall’inizio, proprio come avevamo ipotizzato.

Ancora una volta, il tempo e i fatti ci hanno dato ragione.

I droni erano del tipo “esca”, privi di esplosivo, e la loro traiettoria era più compatibile con un lancio dall’Ucraina. La narrazione di un attacco russo deliberato è stata ritrattata dalla stessa NATO.

Fine dei giochi. Almeno per ora. Fino alla prossima, disperata, provocazione.

FRANCISCO GOYA, L’ARTISTA DELLA COSCIENZA E IL DOVERE ETICO DELLA RIBELLIONE

Siamo immersi in un’epoca di rumore.

Un frastuono assordante di narrazioni contrapposte, di propaganda che si fa virale, di verità relativizzate fino all’annichilimento.

In tale contesto, la figura dell’artista – il vero artista – non può e non deve essere un semplice decoratore di salotti o un fornitore di intrattenimento. Deve essere la coscienza. Deve essere Goya.

Francisco José de Goya y Lucientes non fu solo un pittore, ma un analista sensibile e spietato che registrò le scosse più violente dell’animo umano, trasformando la tela in un tribunale morale.

La sua opera più emblematica, “Il 3 maggio 1808”, non è un semplice dipinto, ma una diagnosi sociologica ante litteram della violenza del potere costituito contro l’individuo.

Analizziamola, come faremmo con un testo mediatico di oggi.

Un uomo, il ribelle, in camicia bianca, braccia spalancate in un gesto che è insieme crocifissione e sfida disperata. La luce di una lanterna lo illumina, trasformandolo nell’epicentro della verità.

Di fronte, un plotone di esecuzione. Non si tratta di volti, non di uomini, ma di una squadra, di una macchina di morte. Un ingranaggio anonimo e disumano del potere militare.

Il fucile è pronto, puntato. È l’immagine della ragione di Stato che si fa irragionevole follia.

Goya non ritrae un eroe, ritrae un uomo qualsiasi, colto nel momento più tragico della sua esistenza. È la disumanizzazione della macchina da guerra contro l’umanità vulnerabile della vittima.

Questo non è reportage, ma una denuncia fatta di colori e di sangue.

Ma cosa ci comunica Goya? Ci mostra che il potere, quando è indiscutibile, quando elimina il contraddittorio, quando si fa dogma, diventa mostruoso.

La sua serie “I disastri della guerra” è un’enciclopedia visuale dell’orrore prima dell’avvento della fotografia. È il lato oscuro della Storia, quello che i bollettini ufficiali e i comunicati stampa dei potenti cercano sempre di occultare.

E qui arriviamo al ruolo e al dovere dell’artista oggi.

L’artista con la A maiuscola non è un cantore del regime di turno e nemmeno un artigiano che abbellisce salotti.

Non è un pubblicitario di ideologie, perché il suo compito è quello di sollevare il tappeto sotto cui il potere nasconde la sua sporcizia.

Il vero artista è un anticorpo sociale contro il virus della propaganda, della guerra, della semplificazione tossica che soffoca il dialogo.

Oggi le fucilazioni sono più sottili. Sono disinformazione orchestrata. Sono narrazioni che demonizzano il diverso, l’avversario, il “ribelle” di turno. Sono ideologie che promuovono lo scontro, che erigono muri invece di costruire ponti.

L’artista deve forare questi muri con il trapano della sua visione.

Il suo dovere è lottare per la verità? No.

È più profondo. È lottare per la complessità. Per mostrare che il mondo non è bianco o nero, ma è fatto di infinite sfumature di grigio, di ragioni contrapposte, di dolori ugualmente legittimi. Il suo compito è ricordarci l’umanità dell'”altro”, quello che il potere ci chiede di odiare.

È un atto di resistenza umanizzata in un mondo che spinge verso la disumanizzazione.

Pensate alle immagini dei conflitti contemporanei e alle propagande.

Chi ce le mostra, chi le racconta?

Spesso sono algoritmi che ci mostrano ciò che vogliamo vedere, confermandoci i nostri pregiudizi.

L’artista deve essere l’interruzione di quel flusso. Deve costringerci a guardare. A sentire. A mettere in discussione.

Che sia attraverso un dipinto, una fotografia, un film, un’installazione, una performance.

Deve ricordarci il costo umano della retorica bellicosa. Deve essere il campione della pace non come idea astratta, ma come pratica faticosa, quotidiana, fatta di ascolto e accettazione del contraddittorio.

Goya non fermò la guerra con i suoi quadri, ma li ha lasciati a noi come un testamento, una mappa per navigare nell’oscurità.

L’artista moderno eredita quella mappa.

Il suo successo non si misura alle aste di Christie’s, ma nella capacità di piantare un seme di dubbio, di generare una domanda scomoda, di accendere una luce, per quanto fioca, sulle verità sgradevoli del nostro tempo.

Che si tratti di un pittore, di uno scrittore, di un cantautore, di un giornalista, di un attore… non cambia. Chiunque abbia il potere di comunicare può veicolare l’arte del vero.

Essere artisti oggi significa rifiutare la complicità con il silenzio e con le propagande.

Significa scegliere di essere, come Goya, testimoni scomodi. Perché in un’epoca di grandi menzogne, dire la verità è il più rivoluzionario degli atti. E l’arte è la sua arma più potente.

IO DRONO, TU DRONI, EGLI DRONA. COME UN DRONE DA 20.000 EURO DIVENTA L’INVASIONE DELLA NATO NEL CIRCO MEDIATICO, IN STILE ROBERTO MICOZZI

Dalla Romania alla Polonia, la strategia della “minaccia perpetua” ricorda la gag dei bersaglieri di “Io Tigro, Tu Tigri, Egli Tigra”.

Proprio come accaduto al manipolo di sgangherati in divisa, nella commedia comica con Enrico Montesano, anche nella nostra realtà, un non-evento viene trasformato in qualcosa che non esiste.

Tutto per giustificare riarmi e preparativi alla guerra.

Due caccia F-16 contro un drone. Uno soltanto.

Non è una barzelletta, ma l’ultimo atto del “circo mediatico” europeo, degno delle gesta maldestre di Roberto Micozzi, imbarazzante svalvolato interpretato da Enrico Montesano.

L’ILLUSIONE DELLA CRISI IMMINENTE

“Notte di terrore ai confini della NATO”. “Raid russi”. “Jet in volo per respingere la minaccia”.

Il copione sembra proprio quello del film “Io tigro, tu tigri, egli tigra”, recitato con una solennità che farebbe invidia a un telegiornale degli anni ’50.

Un brusio ansioso, un’atmosfera da ultimissima ora, da crisi imminente, costruita con il trapano dei titoli a ripetizione.

Ma cos’è successo davvero?

La risposta è così ridicola che, se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate.

E se non fosse per la macchina perfetta che trasforma un moscerino in un drago, per vendergli poi le armi per abbatterlo. È proprio il copione di “Io Tigro, Tu Tigri, Egli Tigra”, ma con conseguenze che vi costeranno miliardi anziché risate.

SEZIONE I: IL FATTO VS. LA NARRAZIONE – CRONACA DI UN NON-INCIDENTE

Facciamo quello che i nostri giornalisti “professionisti” non fanno più: il fact-checking.

Il fatto nudo e crudo è che un oggetto volante, classificato come “drone”, deviato dalle contromisure elettroniche ucraine, è finito per sconfinare di qualche centinaio di metri nello spazio aereo rumeno.

Da una parte, uno (1) drone. Costo stimato: 20.000 euro. Forse meno. ma fosse anche di più, cambierebbe poco.

Dall’altra, la risposta della NATO: due (2) caccia F-16 decollati in assetto da guerra. Costo di un’ora di volo per una simile operazione di decine di migliaia di euro.

Il bilancio dell’“attacco”?

Il drone, stanco di tanta attenzione, è scomparso dai radar riuscendo dallo spazio aereo rumeno.

Nessun abbattimento. Nessun danno. Nessuna vittima. Zero. Una perfetta metafora della guerra: tanto fragore per nulla, ma a caro prezzo.

Quanto raccontato dalle agenzie di stampa sulle parole del Ministro della Difesa rumeno è questo. Niente di più.

Poi andate a leggere i titoli dei nostri giornali e sembra la sceneggiatura di “Independence Day”.

La discrepanza tra la realtà e la sua narrazione è un abisso. E in quell’abisso, scavato a colpi di click, ci finisce la verità.

SEZIONE II: IL MANUALE DELLA PROPAGANDA – COME SI ALIMENTA “IL CIRCO”

Il metodo è scientifico e preoccupante.

Punto 1, L’Innesco (Il Drone).

Serve un pretesto per alimentare la paura e causare una guerra.

Deve essere piccolo, insignificante, ma perfettamente utilizzabile. Un drone da 20.000 euro è l’innesco perfetto: è “russo” (forse), è “volante”, evoca il pericolo remoto.

È il bersagliere interpretato da Montesano che sconfina in Svizzera. Una figura patetica di un manipolo di uomini che, nella narrazione cinematografica, diventa un intero battaglione.

Così, nella finzione della propaganda italica, un drone diventa una minaccia, la prova provata dell’aggressività della Russia e della sua intenzione di arrivare a Lisbona in tempi brevi.

Solo che non riescono neppure a fare pace col cervello, perché, mentre ci raccontano tali supercazzole, ci ricordano che la Russia non è una superpotenza in quanto è impantanata da tre anni in Ucraina.

Punto 2, il copione collaudato.

Nel 2022, toccava alla Polonia: un “razzo russo” cadde vicino al confine. Notizia martellante per giorni. Poi, le indagini smontarono la propaganda occidentale, perché si scoprì che il missile russo non era russo, ma ucraino.

Solo che nessuno invocò l’art. 5. Nemmeno il 4.

La notizia sparì con lo stesso silenzio che cala dopo una figuraccia.

Poi ci fu il Nord Stream 2, danneggiato seriamente dai russi. Anche in questo caso, tuttavia, la magistratura tedesca ha accertato che l’attentato è stato eseguito dagli ucraini. E anche in questo caso, nessun Art. 4 o 5 invocato.

La scorsa settimana, poi, i droni in Polonia. A ruota, ecco il drone in Romania.

Stessa sequenza: allarme, titoli, silenzio sulle smentite.

Si crea un pattern, un’illusione di continuità della minaccia. È la goccia che scava la pietra dell’opinione pubblica, seguendo quanto spiegato in maniera magistrale dalla teoria della Finestra di Overton.

Punto 3, l’escalation verbale. Si altera il linguaggio.

Non si parla di “oggetto”, ma di “drone da ricognizione”.

Non di “sconfinamento”, ma di “violazione dello spazio aereo”.

Non di “decollo di aerei”, ma di “risposta militare” e “vigilanza rafforzata”.

Ogni termine è scelto per massimizzare la percezione del pericolo e minimizzare l’assurdità della reazione. È la retorica della paura, quella che, con la parte di popolazione che non si informa su ciò che accade nel mondo da più fonti, funziona sempre.

SEZIONE III: CUI PRODEST? SEGUIRE IL DENARO E IL POTERE

A questo punto, anche uno studente poco sveglio dovrebbe porsi la domanda delle domande: “cui prodest? A chi giova?”

A giustificare il riarmo, è palese. Giova a chi deve vendere la necessità di spendere miliardi per l’industria bellica.

Un drone che sconfina?

Perfetto! Ecco la giustificazione per schierare 40.000 soldati alla frontiera orientale. Ecco il motivo per alzare i budget della difesa in tutta Europa. Ecco la scusa per rifornire l’Ucraina di sempre più armamenti, per quei 120 miliardi chiesti ancora da Zelensky.

Tuttavia, c’è un problema, una falla narrativa gigantesca.

Da un lato, ci raccontano di una Russia fallita, con soldati armati solo di pale, senza stivali, incapace di vincere nonostante tutto.

Dall’altro, questa stessa Russia sarebbe una minaccia esistenziale per la NATO, la più potente alleanza militare della storia, al punto che un suo drone, uno soltanto, costringe due F-16 a un inseguimento degno di uno sketch comico.

Le due cose non possono essere entrambe vere.

È una schizofrenia narrativa utile solo a giustificare qualsiasi spesa, qualsiasi intervento.

La Russia è forte e pericolosa quando serve a spaventare, ma è debole e patetica quando serve a giustificare l’invio di armi per “dare il colpo di grazia”.

Il prezzo di questa farsa lo paghiamo noi.

Mentre i nostri governi svuotano le casse pubbliche per comprare carri armati e aerei da caccia per inseguire fantasmi, la sanità crolla, le scuole cadono a pezzi, il costo della vita diventa insostenibile e si mettono in discussione le politiche di welfare.

Il vero raid ai nostri confini non è quello del drone, ma quello dei bilanci che vengono violati per finanziare un’economia di guerra che ha bisogno di nemici per sopravvivere.

Tutto per salvare il tintinnio di manette a politici che hanno fallito ogni politica possibile, ogni analisi, ogni ipotesi, ogni visione. E, in un mondo normale, dovrebbero pagarne il conto.

L’ECLISSI DELLA RAGIONE E IL PREZZO DELLA PAURA

Il vero pericolo, quindi, non è un drone fuori rotta.

Il vero pericolo per noi tutti è un sistema mediatico-politico che ha abdicato al suo dovere di informare per dedicarsi esclusivamente a suggestionare, a creare nemici e pericoli a fini politici e in favore di certe lobby.

È l’eclissi della ragione a favore dell’istinto primordiale della paura. E del dio denaro.

Si osserva, con preoccupante compiacimento, il fallimento sistematico di ogni via diplomatica, come se la guerra fosse l’unico destino possibile e, forse, persino desiderabile per chi ne trae profitto.

Chiudiamo allora con un appello alla ragione, quella che manca ai telegiornali e gran parte dei giornalisti italiani.

Mentre i nostri schermi si riempiono di minacce fabbricate e i nostri cieli di costosissimi jet a caccia di fantasmi, – alla faccia delle politiche green, – le nostre tasche si svuotano e la pace si allontana.

La domanda che dobbiamo porci non è più se siamo al sicuro dalla Russia, ma se siamo al sicuro da chi pretende di difenderci.

Che sia l’Europa il nemico di cui avere paura?

IL RUTILANTE MONDO DELLA MODA 

Sì, è un titolo anni ’60. Lo riconosco.

Ma rispetto a quello che sta succedendo ora nel mondo della moda, preferisco pensare che tutto sia ancora placidamente luccicante come a quel tempo. 

Credo che possiamo mettere la data dell’inizio della più profonda trasformazione e rivisitazione in ambito mondiale collocandola a fine 2024. 

Non è che prima fossero rose e viole, ma tutto ruotava nell’ambito delle acquisizioni dei brand famosi da parte dei due grandi raggruppamenti francesi o giù di lì: Kering e Lvmh.

I grandi e storici brand italiani della moda sono ancora tutti lì. Ma anche quelli più recenti. Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato, Fendi, Loro Piana…per citarne solo alcuni, sono in mano ai due gruppi francesi. 

Su oltre 30 Marchi storici della moda Italiana solo un terzo circa è ancora in mano ad imprenditori del Bel Paese.

È vero, ci sono le eccezioni. Prada, che si è recentemente ricomprato Versace, e Armani scomparso da poco, ma sulla cui eredità imprenditoriale sembrano aleggiare futuri non certi.

Parliamo pur sempre di un fatturato espresso in miliardi e di un Made in Italy legato a stilisti e manager che portano spesso un nome di casa nostra e ad una sartorialità riconosciuta e apprezzata in ambito mondiale. 

Ma anche gli italiani hanno fatto acquisizioni importanti nel tempo. La OTB di Renzo Rosso, ad esempio, ha nel proprio portafoglio Jil Sander, Marni, Margiela oltre ovviamente al brand storico Diesel.

I GIRI DI VALZER E LA CRISI IN ATTO

Come dicevamo all’inizio, noi abbiamo fatto risalire questo tourbillon alla fine del 2024, quindi meno di un anno fa. Da allora sono cambiati stilisti, designer, CEO, proprietà e soprattutto fatturati. In calo.

La crisi dei mercati asiatici, i dazi imposti dagli USA sulle esportazioni europee, le turbolenze di guerra hanno segnato profondamente la propensione all’acquisto. 

Ci sono poi da considerare la crescita delle produzioni interne dei nuovi colossi economici mondiali, rafforzata dalla potenziale numerica dei domestic buyer, un diffuso cambio di clima geopolitico e, non ultimo, la nascita di una nuova realtà sociale. 

Il trionfo del fast fashion ispirato comunque alle griffe che fanno tendenza, ha prodotto il resto.

L’online, con i distributori mondiali a farla da padrone, ha modificato anche l’atteggiamento dei consumatori nei confronti del prodotto e delle sue scelte commerciali. 

Non è un de profundis, ma una visione obiettiva, penso, dettata non dai rumors ma dai fatti che sono sotto gli occhi di tutti. Una incertezza globale dovrebbe far riflettere sugli stili di comportamento e di acquisto che cambiano rapidamente.

Anzi sono già cambiati! Nulla di male ad essere ricchi e permettersi ancora i lussi degli anni d’oro quando la moda era la moda e faceva la differenza. Una delle differenze sociali.

Gli altri a guardare e a farsi gli occhi lucidi.

Anche qui oggi, nulla di male a sperare di appartenere un giorno a quel mondo dorato e rutilante. Almeno non dobbiamo spendere per questo.

Non costa niente. Ma guai ad appartenere alla schiera degli inutili invidiosi. Preserviamoci il fegato. Ne vale la pena.

L’ASSASSINIO DI CHARLIE KIRK È FRUTTO DELLA POLARIZZAZIONE TOSSICA NELL’ERA DEI PENSIERI UNICI

UN ATTO BRUTALE CHE RISPECCHIA UNA SOCIETÀ DIVISA

Mercoledì scorso, all’Utah Valley University, non è morto solo un uomo, ma è stato assassinato un simbolo, un’idea di contraddittorio.

Non si è eliminato Kirk perché il Presidente degli USA è troppo protetto, come ha paventato qualcuno, – ma si è scelto di eliminare un modus operandi pericoloso per chi tifa per i pensieri unici.

Colpito al collo da un proiettile sparato da cento metri di distanza, Charlie Kirk è diventato istantaneamente il martire di una fazione e il demonio di un’altra.

La sua uccisione, ripresa e diffusa in tempo reale, è il sintomo più acuto e drammatico di una malattia sociale che corrode gli Stati Uniti d’America e gran parte dell’Occidente, compresa l’Italia: la polarizzazione tossica, alimentata e amplificata dalle logiche distorte dei social media, che sta sfociando in violenza fisica, e in “pensatori” che riescono persino a trovare giustificazioni dell’omicidio.

La reazione immediata e diametralmente opposta all’evento conferma questa frattura.

Da un lato, il cordoglio elevato a bandiera politica. Dall’altro, l’oltraggiosa e disumana giustificazione dell’atto, una sorta di “banditismo sociale” nell’era digitale, dove un assassinio diventa un simbolo da brandire per rafforzare l’identità di gruppo, alimentando le camere d’eco e giustificando l’ingiustificabile.

CHI ERA REALMENTE CHARLIE KIRK?

Per comprendere appieno l’impatto dell’evento, è necessario analizzare la vittima in modo neutro, distaccato e nella sua complessità.

Charlie Kirk era, senza dubbio, una figura profondamente polarizzante. Le sue idee erano radicali, conservatrici, spesso provocatorie e divisive.

Tuttavia, il suo metodo comunicativo rappresentava un paradosso interessante, poiché Kirk non rifuggiva il confronto, ma, al contrario, lo incoraggiava.

Il suo mantra “Prove Me Wrong” (dimostrami che mi sbaglio) era un invito aperto al dibattito, un tentativo di portare lo scontro ideologico fuori dalle bolle delle propagande, e delle ideologie, e dentro le piazze fisiche e digitali, sotto gli occhi di tutti.

Nei campus universitari, ambienti spesso percepiti come monoliticamente progressisti e vicini ai Democratici, la sua presenza era una sfida che incoraggiava gli studenti a contestarlo, a dialogare, anche aspramente.

Questo approccio, come sottolineato dal senatore Mike Lee, era spesso caratterizzato da una genuina decenza nel trattamento dell’interlocutore.

La sua radicalità stava nelle idee, non necessariamente nella modalità di interazione umana. Era un agitatore di consensi, non un soppressore di voci.

Questa distinzione è cruciale.

Perché a essere uccisa è stata una persona che chiedeva a chi la pensava diversamente di esprimersi. Chi lo ha ucciso, come si evince, persegue la logica fascista del tappare la bocca a chi pensa diversamente.

La sua morte, quindi, non è solo l’eliminazione di un avversario politico, ma il tentativo di annichilire un modello di confronto, per quanto aspro e polarizzato, che segna la terribile transizione dalla violenza verbale a quella fisica perpetrata da certi ambienti.

Ambienti che sono gli stessi in cui nascevano le Brigate Rosse.

LA SPIRALE DELL’ODIO: COME I SOCIAL MEDIA ALIMENTANO IL CONFLITTO

L’omicidio di Kirk è stato il detonatore, ma la polveriera era già colma. I social media hanno agito come moltiplicatori di potenza della polarizzazione, trasformando un atto criminale in una guerra narrativa.

Martirizzazione vs. Demonizzazione. Le piattaforme si sono immediatamente divise in due narrative opposte e irriconciliabili.

Da una parte, Kirk è stato elevato a martire della libertà di parola, un paladino ucciso per le sue idee. Dall’altra, sono emersi messaggi abietti che lo dipingevano come meritevole del suo destino. Due realtà parallele.

Tuttavia, balza subito all’occhio come soltanto una delle due giustifichi un atto atroce come l’omicidio e ciò fa inorridire.

Ma la violenza non porta mai nulla di buono e finisce con il rafforzare chi si vuole sconfiggere.

Per gli estremisti online, eventi del genere sono un’opportunità d’oro, poiché gruppi di frangia usano queste narrative per rafforzare la coesione interna (“vedete cosa ci fanno?”) e per reclutare nuovi membri radicalizzati, dipingendo il mondo come una guerra binaria tra Bene e Male.

È già accaduto nella Storia. L’incendio del Reichstag del 1933, appiccato dal comunista olandese Marinus van der Lubbe contro le idee di Hitler, fu usato dallo stesso Hitler come pretesto per sospendere i diritti civili, perseguitare gli oppositori politici e, di fatto, “uccidere definitivamente la democrazia tedesca”.

Allo stesso modo, l’omicidio di Kirk concede a Trump il pretesto per una stretta autoritaria.

La complessità umana di Kirk, con il suo essere al tempo stesso polarizzante e fautore del dibattito, è stata completamente cancellata perché il contraddittorio fa tremare chi tifa per i pensieri unici.

Nello scontro narrativo, non c’è spazio per le sfumature.

Solo bianco o nero. Con noi o contro di noi.

Una dicotomia sostenuta, incoraggiata e perpetrata da una certa stampa dalla pandemia a oggi, che ha cancellato il contraddittorio, visto come il male assoluto, e ha zittito qualunque voce dissonante, compresa quella di medici e perfino di Premi Nobel per la Medicina.

E quando la stampa sostiene e fa prevalere le idee dell’attore e dell’impiegato su quelle del medico Premio Nobel, l’affermazione dell’idiota è il passo successivo, compreso il killer che pensa di essere un salvatore più intelligente e “buono” di altri.

Perché i social danno facoltà di parola a tutti, come al bar, compresi quelli che non hanno studi e competenze nelle materie di cui pretendono di discutere.

E basta leggere i commenti sotto ai post per distinguere chi esprime opinioni, argomentando anche tesi differenti, e chi, invece, insulta e attacca l’autore del post pur di commentare.

IL CORTOCIRCUITO CULTURALE: FASCISMO, ANTIFASCISMO E LA TIRANNIA DEL PENSIERO UNICO

La riflessione più agghiacciante va oltre l’evento specifico.

Perché non è finito tutto con l’omicidio brutale di Kirk, ma stiamo assistendo a un pericoloso cortocircuito culturale.

Dalla pandemia in poi, si è affermata una perversa logica del pensiero unico che, paradossalmente, utilizza il linguaggio e le tattiche di chi nella storia ha attuato dittature.

Si professa antifascismo mentre si sdoganano logiche da dittatura: la gogna mediatica, la delegittimazione dell’avversario non in base alle idee, ma all’identità, l’etichettamento sistematico (novax, trumpiano, putinano…) per chiunque non si riesce a battere con le argomentazioni e, infine, la giustificazione – esplicita o implicita – dell’eliminazione fisica del dissenso.

È l’idea nazista che solo un certo pensiero sia lecito.

Questa deriva non ha colore politico, perché l’idiozia e la violenza sono apolitiche. Possono attecchire sia a destra che a sinistra, perché sono virus che infettano il discorso pubblico, distruggendo il tessuto della democrazia liberale che si fonda sul conflitto regolato e non violento.

UN APPELLO ALLA RESPONSABILITÀ: OLTRE IL LUTTO, LA SCELTA

Condannare la violenza è il minimo indispensabile.

E chi in questi giorni ha detto e scritto “ma… però” andrebbe solo calcolato come soggetto pericoloso per la società e per la democrazia.

Ma non è sufficiente condannare la violenza.

La società civile, i leader politici e soprattutto le piattaforme digitali hanno una responsabilità monumentale e dovrebbero isolare, tutti, chiunque abbia applaudito a questo omicidio.

Dobbiamo rifiutare con fermezza assoluta chiunque esulti o giustifichi un assassinio, non per “partigianeria”, ma in difesa dei fondamenti umani della civiltà democratica.

Dobbiamo promuovere attivamente una cultura del dialogo che vada oltre la tolleranza passiva e diventi un confronto attivo e rispettoso.

E sì, per fare questo, bisognerebbe isolare anche quella stampa che veicola da cinque anni fake news e promuove l’odio e la negazione del contraddittorio, affibbiando etichette a chiunque dissenta.

L’uccisione di Charlie Kirk deve essere un campanello d’allarme per tutti.

Onorare la sua memoria, al di là delle sue idee, significa onorare il principio per cui si batteva: il diritto al dibattito, allo scontro ideologico anche duro, ma sempre all’interno di un patto di civiltà che esclude categoricamente la violenza.

Scegliere l’odio significa scegliere la barbarie. Scegliere il dialogo, per quanto difficile, significa scegliere la democrazia.

Una scelta difficile per chi ha menti troppo piccole per contenere il concetto enorme per cui non esiste la verità, ma una serie di verità diverse quanti sono i punti di vista.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, Politiche Internazionali, Esperto di Comunicazione e critico d’arte.