Ci provano.
Anzi, ci provano ogni santo giorno.
Accendi la televisione e li vedi, i generali da salotto, gli strateghi del talk show, i mezzibusti con l’elmetto immaginario, i grandi giornalisti per cui Mosca doveva collassare entro Natale 2022 in virtù delle nostre sanzioni dirompenti.
Ci spiegano, con la bava alla bocca e la sicumera di chi non ha mai pagato una bolletta, che la guerra è giusta. Che Putin è il Male Assoluto, reincarnazione di ogni cattivo della storia, da Gengis Khan a Voldemort.
Che Zelensky è un Churchill, ma in felpa, un eroe senza macchia che difende i nostri “valori non negoziabili” a tremila chilometri da casa nostra.
Che inviare armi è un dovere morale. E che chi non è d’accordo è un servo di Mosca. Un “putiniano”. Un traditore.
Questa è la narrazione. Il Vangelo secondo Bruxelles. La favoletta che ci raccontano prima di presentarci il conto. Un mare di panzane condite con storie di pale e microchip.
Poi, però, c’è la vita reale.
C’è il Paese. Ci sono gli italiani. E i numeri, quando non sono torturati fino a confessare il falso dalla propaganda di casa nostra, sono più testardi di un mulo e più taglienti di un bisturi.
IL SONDAGGIO CHE SVELA LA PROPAGANDA: PUTIN NON È IL NEMICO, ZELENSKY NON È UN SANTO
Leggete bene, perché queste cifre sono una sassata in piena fronte al Pensiero Unico e ai vari leader europei, giornalisti, guru ed esperti di guerra.
L’istituto Lab21 ha chiesto agli italiani: “Considerate la Russia un Paese nemico?”. Risposta: un gigantesco, assordante NO per il 58,7% della popolazione.
La maggioranza assoluta. Non esiste elezione che possa vantare questi numeri, visto che abbiamo governi sostenuti sì e no dal 25% della popolazione.
Gente che va a fare la spesa, che si preoccupa per il mutuo, che vede il prezzo delle bollette e della benzina e capisce al volo chi sta pagando questa guerra per procura.
Non sono agenti del Cremlino. Sono cittadini dotati di un bene sempre più raro: il buonsenso.
Ma non basta. La vera bomba è sulla ripartizione delle colpe, quel dogma che ci vuole tutti schierati, senza se e senza ma, con Kiev.
Ebbene, solo il 51,8%, una maggioranza risicata e quasi imbarazzante, attribuisce la colpa principale a Putin.
E l’altro lato della medaglia? Un incredibile 41,5% degli italiani punta il dito contro Volodymyr Zelensky, accusandolo di avere una responsabilità enorme nell’escalation militare e, soprattutto, nel sabotare ogni possibile accordo di pace.
Capite la portata?
Quasi un italiano su due, guardando il presidente ucraino, non vede più l’eroe dipinto dai media, ma un ostacolo sulla via del negoziato, malgrado tutta la propaganda spesa in suo favore.
Un leader che, forse, preferisce la sopravvivenza del suo governo alla sopravvivenza del suo popolo. È una percezione brutale, forse ingiusta, ma profondamente umana.
È il grido di chi non ne può più e rifiuta la logica binaria dei buoni contro i cattivi che serve solo a chi vende armi e a chi costruisce carriere politiche sulle macerie altrui e sugli ucraini mandati al patibolo.
L’indagine ISPI/Ipsos lo conferma: la gente vuole un negoziato, anche a costo di riconoscere la dura realtà sul campo.
Il 44% degli italiani pensa che Kiev dovrebbe trattare a ogni condizione. Anche da una posizione di debolezza. Perché una pace imperfetta è sempre meglio di una guerra perfetta, come dimostrano i festeggiamenti a Gaza per quella che, di fatto, è una resa di Hamas.
“FATE LA GUERRA, MA SENZA DI NOI”: IL VERDETTO DELLE URNE IN TUTTA EUROPA
E non pensate che questa sia una bizzarria tutta italiana, il solito vezzo di un popolo indisciplinato.
Aprite gli occhi. Guardate i risultati delle elezioni negli ultimi mesi, in ogni angolo del continente.
Dalla Germania alla Francia, dall’Olanda all’Austria, ovunque i cittadini hanno avuto la possibilità di esprimersi, hanno sistematicamente punito i partiti guerrafondai e premiato chi, con coraggio o con calcolo, ha osato parlare di pace, di diplomazia, di fine delle sanzioni suicide.
È un’onda anomala che sta travolgendo le certezze dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro addetti stampa nei “giornaloni” che non informano più, ma sono diventati portavoce del potere.
Mentre loro, nelle stanze ovattate di quello stesso potere, pianificano il ventesimo pacchetto di sanzioni che affama le nostre imprese e l’ennesimo invio di armi che prolunga il massacro di ucraini, la gente comune – il macellaio, l’impiegato, l’operaio, lo studente, l’avvocato, il medico – vota con il portafoglio e con la paura.
Vota contro una classe dirigente che ha scambiato la realpolitik con una crociata ideologica, dimenticando una piccola, insignificante lezione della storia: le guerre si sa come iniziano, non si sa mai come finiscono. E a pagarne il prezzo sono sempre gli stessi.
E, ancora di più, non si sono mai raggiunte paci giuste.
LA PROPAGANDA SI È INCEPPATA: PERCHÉ IL RACCONTO DEI “BUONI” NON FUNZIONA PIÙ
Per due anni hanno provato a venderci una guerra santa.
Hanno trasformato i virologi in esperti di geopolitica, hanno messo l’elmetto in redazione e hanno scomunicato chiunque osasse porre una domanda legittima. Ma il castello di carte sta crollando. E crolla per motivi terribilmente concreti.
Crolla perché la “vittoria dell’Ucraina”, promessa come imminente, si è rivelata un miraggio sanguinoso.
I sondaggi in Ucraina, pur viziati dalla legge marziale e dalla paura, mostrano un popolo stremato, dove il desiderio di negoziati (69% secondo Gallup) sta soppiantando la retorica della “resistenza a oltranza”.
Non a caso, sono milioni i giovani ucraini fuggiti all’estero e che scappano dai reclutatori che non sanno più dove cercare carne da macello da inviare a morire al fronte.
Crolla perché, mentre ci chiedevano sacrifici per “fermare Putin”, le multinazionali dell’energia e delle armi registravano profitti da capogiro. Il portafoglio, signori, non mente mai e ci sbatte in faccia la realtà.
Crolla, infine, perché la gente ha smesso di credere a una narrazione che fa acqua da tutte le parti e nega realtà storiche che confermano come la NATO abbia diverse responsabilità nello scoppio della guerra in Ucraina.
Vedono un’Europa sempre più irrilevante, che si fa dettare l’agenda da Washington e perde influenza a favore di Cina e, sì, persino della stessa Russia che, secondo gli italiani, è vista come un attore internazionale in forte ripresa.
Siamo di fronte a una frattura insanabile.
Da una parte, un’élite politico-mediatica che vive in una bolla, convinta di combattere una battaglia epocale per la democrazia.
Dall’altra, un popolo che quella battaglia la sta combattendo davvero, ogni giorno, contro il carovita e l’incertezza generata dalle scellerate idee degli attuali leader europei. Un popolo che non odia la Russia, ma teme la povertà.
Che non ama Putin, ma diffida di chiunque gli chieda di sacrificare il benessere dei propri figli sull’altare di una causa lontana e sempre più opaca.
La verità è che la propaganda più sofisticata si schianta contro la realtà di uno scontrino, oltre che contro la realtà del campo di battaglia.
E il desiderio di pace, quello che nasce dalle viscere e non dai comodi uffici ministeriali, è più forte di mille editoriali. Loro possono continuare a suonare la carica. Ma il popolo, semplicemente, ha deciso di non partire.
E, se ancora il termine democrazia ha un senso, è il popolo a ordinare la rotta da seguire. Qualunque altra scelta non sarebbe democrazia.

Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




















