MA QUALE ATTENTATO A VON DER LEYEN!

LA BUFALA GPS E L’ARTE DI CREARE SOLDI E GUERRE

Si chiama sociodramma.

È la rappresentazione pubblica di una crisi più mediatica che reale, orchestrata per consolidare un potere, demonizzare un avversario, giustificare spese folli o, semplicemente, per apparire sui giornali.

L’ultimo, patetico, sociodramma in ordine di tempo ha per protagonista una Presidente della Commissione Europea, un aereo e un presunto “attentato” degno di una sceneggiatura napoletana.

La trama racconta di una Russia che avrebbe manomesso il GPS del velivolo di Ursula von der Leyen in Bulgaria, costringendo l’eroico pilota a un atterraggio manuale con le mappe cartacee.

Roba da film demenziale in stile “Scuola di Polizia” degli anni Ottanta. La ricordate?

LA SMENTITA AGLI ATTI: FLIGHTRADAR24 CONTRO LA BUFALA DI VON DER LEYEN

Mentre i titoli dei giornali urlavano all’attacco russo, un’entità ben più affidabile di qualsiasi portavoce comunitario ha alzato il sopracciglio e ha pubblicato i fatti.

Flightradar24, il servizio che monitora il traffico aereo in tempo reale, ha fatto quello che ogni buon giornalista dovrebbe fare: ha controllato i dati. E su X ha demolito, con la pacatezza degli esperti, l’intera montatura.

Cosa dicono i dati dell’ADS-B, il transponder che raccoglie informazioni direttamente dall’aereo?

Il volo è durato 1 ora e 57 minuti, contro le 1 ora e 48 previste. Nove minuti di ritardo. Vi è mai capitato di atterrare a Fiumicino? Qui si parlava di “circuito di attesa di un’ora”.

Falso. La notizia che è stata data è falsa.

Il segnale GPS dell’aereo, misurato dal parametro NIC, è rimasto eccellente dal decollo all’atterraggio. “Buona qualità del segnale”, dicono loro.

Io direi “perfetto, inoppugnabile, imbarazzante per chi ha diffuso la fake news”.

Dunque, ricapitoliamo: la Commissione Europea e un giornale blasonato come il Financial Times costruiscono una narrazione da guerra fredda.

Poi arriva un sito internet con le palle – scusate il termine tecnico – e, numeri e fatti alla mano, dimostra che è tutto una grande BUFALA.

La domanda è perché i media hanno costruito quest’ennesima fake news, dopo le pale, i muli, le dita usate come baionette e altre sciocchezze in numero tale da scriverci un’enciclopedia?

A chi giova questo piccolo teatrino?

L’ANALISI TECNICA: PERCHÉ L’ATTACCO AL GPS È UNA STORIA PER CREDULONI

Un aereo di linea non è il drone di un per chi ha questo hobby.

Vola sotto “controllo positivo” del traffico aereo. I controllori lo guidano con una pletora di sistemi: radiofari VOR, segnali di avvicinamento, radar primari e secondari.

Il GPS è uno strumento, non lo strumento. È come dire che qualcuno ha manomesso l’orologio da polso del capitano di una portaerei e quindi la nave non ha potuto attraccare.

È una ridicolaggine.

I moderni sistemi di navigazione inerziale (INS) sono autonomi.

I transponder trasmettono la posizione indipendentemente dal GPS. Persino il tuo smartphone, in questo momento, può agganciare tre costellazioni satellitari diverse: l’americana GPS, la russa GLONASS e la cinese BeiDou.

Potremmo disturbare tutto? Impossibile.

E anche se fosse, ci sono i backup dei backup. L’atterraggio manuale con le mappe, inoltre, è una pratica standard, non un’eroica impresa da Walaker Texas Ranger.

IL TIMING SOSPETTO E L’IPOTESI ALTERNATIVA (E MOLTO PIÙ LOGICA)

Il sociodramma è scattato mentre a Tianjin, in Cina, si teneva il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

C’erano Xi, Putin, Modi. C’era mezzo mondo con Putin, mentre la NATO – guarda caso – sembrava vittima di un cyberattacco russo.

Che coincidenza straordinaria.

Ma è proprio la Russia l’unica sospettata?

La Bulgaria, dove è avvenuto il tutto, è un paese NATO.

Intorno a Plovdiv ci sono basi aeree militari bulgare (Graf Ignatievo, Krumovo) e il quartier generale della sessantottesima Brigata delle Forze Speciali.

È molto più plausibile che fossero in corso esercitazioni militari con disturbatori (jamming) per simulare scenari di guerra elettronica: un drone da disturbare, una prova tecnica da effettuare in uno scenario reale…

L’aereo di von der Leyen potrebbe essere stato semplicemente un effetto collaterale, un disturbo temporaneo e localizzato ingigantito per creare la narrazione della “minaccia russa”.

Anche perché, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti e abbia aperto almeno un libro di Storia alle scuole media sa bene che Mosca non avrebbe nulla da guadagnare da un gesto così plateale e idiota.

Kiev, invece, e i suoi alleati, guadagnano molto su questi punti: rilanciare la narrativa del pericolo imminente, giustificare invii di armi, tenere alta l’attenzione.

E… immaginate Kiev senza armi occidentali? Ecco, ogni immagine che vi viene in mente è una risposta alla domanda “a chi giova?”.

E dopo l’attentato ucraino al Nord Stream, nulla sorprende e nulla ci sorprenderebbe.

La bufala del GPS: l'aereo di von der Leyen non è mai stato attaccato. I dati di Flightradar24 smontano la narrativa europea. Un'analisi sarcastica e spietata della comunicazione politica manipolatoria.

LA COMUNICAZIONE COME ARMA E LA NECESSITÀ DEL PENSIERO CRITICO

Questa ennesima sceneggiata è un caso studio di come la Comunicazione possa creare mostri, nemici, guerre e storie parallele alla realtà dei fatti.

Dimostra come un potere narrativo tenti di sovrascriverla la realtà.

Si crea un frame, una cornice di vittimizzazione e minaccia, e si spera che la gente ci caschi, senza verificare.

La verità è spesso noiosa, tecnica, piena di numeri. Il dramma è elettrizzante, emozionante, piena di cattivi e buoni.

Flightradar24 ha fatto il lavoro che il giornalismo mainstream ha dimenticato: ha preferito i dati ai titoli e alle sciocchezze sparate da qualche potente.

Noi cittadini, e soprattutto chi si occupa di informazione e comunicazione, abbiamo il dovere di essere anticorpi contro questo virus della disinformazione, che da oltre tre anni narra una storia parallela.

Perciò, no, quello a von der Leyen non è stato un attentato.

È stato, nella migliore delle ipotesi, un disguido tecnico dovuto a un’esercitazione.

Nella peggiore, una montatura calcolata per giustificare riarmi e una corsa scellerata verso la guerra contro la Russia per non dover fare le valigie, ammettendo di aver fallito ogni previsione in Ucraina.

In entrambi i casi, la risposta è una sola: studiare, verificare, diffidare.

E, soprattutto, ridere di chi ci crede.

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VERBALI CTS, LA RAGION DI STATO E LA RAGION SCIENTIFICA. STORIA DELLA COSTRUZIONE DEL CONSENSO

La pubblicazione dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico rappresenta il più formidabile caso studio degli ultimi decenni, perché non sono post o documenti di qualche strampalato complottista, ma materiale ufficiale.

Sono la radiografia di un trauma nazionale, la mappa di come un Paese possa essere condotto, attraverso la comunicazione, ad abdicare al proprio spirito critico e alla sua stessa Costituzione, in nome di una presunta superiore necessità.

«L’HA DETTO IL CTS» LA SACRALIZZAZIONE MEDIATICA DI UN ORGANISMO CONSULTIVO

La prima, potentissima, lezione è la costruzione di un totem mediatico.

La ripetizione martellante, H24, dei mantra «L’ha detto il Cts», «C’è il parere del Cts» non era informazione, ma un rituale di sacralizzazione.

In sociologia, questo meccanismo è noto: si prende un’entità complessa (un comitato di esperti), la si riduce a un simbolo monolitico (“la Scienza”) e la si spaccia per oracolo indiscutibile.

Il presidente Franco Locatelli, con la sua insistenza sulla «posizione unitaria del comitato», agiva come un sommo sacerdote che reprime l’eterodossia.

Ogni posizione dissonante non era un dibattito scientifico, ma diventava un’eresia da tacitare.

In questo modo, il dibattito interno (sano, vitale, scientifico) veniva, di fatto, occultato per proiettare all’esterno un’immagine di unanimità perfetta, necessaria a legittimare scelte politiche draconiane.

Mentre tanti giornalisti affibbiavano etichette di complottisti, novax e persino epiteti più volgari a quei medici che dissentivano su provvedimenti e vaccini.

IL TRADIMENTO ETICO IN NOME DELLE ISTITUZIONI

C’è una frase che risulta agghiacciante e che dimostra come la mancanza di attributi possa fare del male a un’intera nazione: «Do una mia approvazione non convinta, CHE NON RESTI A VERBALE».

È l’ammissione di un conflitto interiore: “Io rimango fermamente convinto delle evidenze che non supportano una decisione politica e scientifica come questa”.

L’esperto è ancora tale, riconosce il primato dell’evidenza scientifica.

Tuttavia, prevale l’invocazione di un principio distorto, di un insegnamento che ci aspetteremmo più dalla Russia o dalla Cina e non certo ci saremmo aspettati da una democrazia: “Mi hanno insegnato che le istituzioni si servono e non ci si serve delle istituzioni”.

Una teoria che stride sull’intero impianto della Costituzione italiana che si erge proprio sul principio contrario, di sovranità del popolo. Non delle istituzioni.

Inoltre, nel pensiero del Prof. Locatelli avviene uno slittamento etico, poiché servire le istituzioni non significa accondiscendere ciecamente a un esecutivo, come in Corea del Nord, ma servire i principi costituzionali e il bene comune che quelle istituzioni dovrebbero incarnare.

Quindi, viene confuso il fine (la Repubblica) con il mezzo (il governo in carica).

L’approvazione formale c’è, per “evitare lacerazioni”, ma la verità viene confinata in una confessione tra iniziati, che non deve apparire a verbale, non deve essere ufficiale.

È la quintessenza della “Ragion di Stato”, cioè la creazione di una verità pubblica e di una verità privata (il dubbio, la coercizione). Una creazione per cui la scienza è stata sacrificata sull’altare dell’unità politica.

Questo non è servire lo Stato, ma è servire un potere.

E la differenza è abissale.

L’INGEGNERIA DEL CONSENSO: INFODEMIA, MARGINALIZZAZIONE E SOVRAESPOSIZIONE SELETTIVA

Per imporre un regime come il Green Pass, che condizionava le libertà fondamentali all’adesione a un trattamento medico, serviva un consenso bulgaro.

La società non era concorde? Allora la si sarebbe resa tale attraverso un’operazione di ingegneria sociale precisa, come si è applicata attraverso alcuni processi.

  1. Aumento dell’Infodemia, inondando il dibattito pubblico di informazioni contraddittorie, complesse, non filtrate. Lo scopo non era chiarire, ma confondere. Una popolazione confusa è più incline a cedere la propria sovranità cognitiva a un “esperto” televisivo.
  2. Colpevolizzazione ed emarginazione dei critici. I medici dissenzienti non erano interlocutori, ma venivano presentati come eretici, untori, no-vax da scomunicare e radiare. D’latronde, la sociologia studia da sempre il potere del capro espiatorio come cemento di un gruppo. Il mecico critico diventava il nemico esterno da abbattere per consolidare l’identità del gruppo interno (“noi, i vaccinati, i buoni”).
  3. Sovraesposizione degli “entusiasti”. Si è creata una cassa di risonanza mediatica per pochi personaggi, spesso con conflitti d’interesse mai dichiarati, che sostituivano il dibattito scientifico con il mantra rassicurante e non verificabile dell'”è sicuro, è efficace”. Chi non aveva mai letto un report aveva più spazio di chi sollevava perplessità basate su dati.

LA COMMISSIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE CONTRO LA RAGION DI STATO

Ora, il nodo arriva al pettine.

La Commissione parlamentare di inchiesta Covid non dovrà interrogare solo scienziati, ma sfidare un sistema e un paradigma culturale per cui l’”Imperativo Politico” ha superato la Scienza – quella vera – e l’etica.

La vera “Ragion di Stato” che è emersa dalla divulgazione dei documenti ufficiali è da brividi, perché la vita dei singoli (la giovane di 18 anni che ha creduto nella narrazione ed è morta, così come le migliaia di danneggiati) è stata un danno collaterale accettabile per il perseguimento di un obiettivo politico più grande, per mostrare un’unità di intenti, un controllo ferreo della situazione, un’immagine di forza.

Insomma, per mettere sotto chiave la democrazia per diversi mesi.

L’assordante silenzio mediatico-politico di fronte a queste rivelazioni ne è la conferma. Perché queste notizie dirompenti dovrebbero essere più martellanti delle narrazioni ottriate h24 durante la pandemia.

Invece, il sistema si autoprotegge perché chi dovrebbe gridare allo scandalo è parte integrante del meccanismo.

DAL FANGO, LA RICHIESTA DI GIUSTIZIA

Quello che è emerso è, pura immondizia.

Una palude in cui istituzioni, politica, media e parte della comunità scientifica e medica hanno nuotato, tradendo il mandato di servire il popolo per servire interessi e narrative.

Ma l’immondizia, per essere smaltita, ha bisogno di azioni decise. Ha bisogno di Verità e della Giustizia.

Il potere si nutre di opacità. Il primo atto di liberazione è portare questa opacità alla luce e quei verbali sono luce.

Le parole agghiaccianti di quella riunione sono luce, per quanto bruciante e umiliante per chiunque creda ancora nella democrazia e nell’etica.

Ora, i nomi e i cognomi ci sono, così come le responsabilità di chi ha fatto, detto e deciso che cosa.

Perciò tali responsabilità devono essere accertate. La Giustizia non può e non deve essere inerte. Non può diventare parte del sistema, altrimenti la Costituzione non sarebbe stata soltanto sospesa per un lungo periodo, ma diventerebbe carta straccia.

Non si tratta di vendetta, ma di far riconquistare un minimo di fiducia nelle istituzioni, che si costruisce solo con la trasparenza, non certo occultando e facendo finta che nulla sia accaduto.

E, certamente, non alimentando altre narrazioni farlocche.

Si tratta di onorare la memoria di chi non c’è più e di restituire dignità a chi è stato danneggiato sulla base di scelte politiche che, come ci dicono i verbali, non avevano alcuna base scientifica a sostegno.

Con la speranza che non accada mai più che la Ragion di Stato, così cinicamente intesa, soffochi il dubbio scientifico, la voce della coscienza e il diritto a un consenso informato e veritiero.

Perché la costruzione del consenso, quando calpesta l’etica, il contraddittorio, i diritti umani e l’evidenza, non è democrazia.

È la sua negazione.

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LA PROPOSTA DI JEFFREY SACHS PER UNA POLITICA ESTERA EUROPEA SOVRANA

Il conflitto in Ucraina infiamma il confine orientale del continente, mentre le tensioni con la Cina ridisegnano le catene del valore nel mondo intero.

In tale contesto, l’Unione Europea recita un ruolo ambiguo, dissonante, profondamente schizofrenico, senza una linea definita.

Un nano politico, un attore che dovrebbe dettare l’agenda ma che, invece, subisce le strategie di potenze ben più grandi e influenti.

La tesi centrale che intendo sviluppare, riprendendo e amplificando le lucidissime analisi del Professor Jeffrey Sachs, economista di Columbia University e consigliere ONU, è che l’Europa è prigioniera delle proprie scelte, di una politica estera dettata dalla paura, ed è subalterna agli interessi strategici degli Stati Uniti.

Una prigionia che sta sistematicamente erodendo la sua prosperità economica, la sua coesione sociale e, paradossalmente, la sua sicurezza a lungo termine.

DIAGNOSI DELLA CRISI: I COSTI DI UNA POLITICA ESTERA FALLIMENTARE

Il professor Sachs delinea con precisione chirurgica la Triade della Vulnerabilità europea, dovuta a un sistema di dipendenze patologiche.

  1. Ostilità verso la Russia, trasformata da partner energetico e commerciale in un nemico esistenziale, con costi immediati e catastrofici.
  2. La diffidenza reciproca con la Cina, che rischia di disaccoppiare l’economia europea dal suo più grande mercato di riferimento per il futuro.
  3. L’estrema dipendenza dagli USA; la sicurezza e la bussola strategica dell’Europa sono delegate a Washington, un potere che non ha come priorità assoluta il benessere dei cittadini europei, bensì dei propri.

I costi economici e sociali di queste scelte politiche sono già sotto gli occhi di tutti.

Il crollo delle esportazioni verso la Russia ha devastato interi distretti industriali, così come l’aumento vertiginoso dei costi energetici ha scatenato un’ondata inflazionistica senza precedenti, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e strangolando la competitività delle imprese.

Il rallentamento della crescita industriale, in particolare nel settore automobilistico e chimico tedesco, è un campanello d’allarme drammatico.

Inoltre, i costi militari e strategici sono ancor più insidiosi.

L’ossessione per il raggiungimento della fatidica quota del 5% del PIL per la spesa militare, su input NATO, drena risorse preziose che potrebbero essere investite nella transizione ecologica, nell’istruzione, nella sanità e in quel welfare che, invece, stanno smantellando ovunque, per finanziare la guerra alla Russia.

Ogni euro speso per un carro armato è un euro sottratto alle pensioni e ai servizi dei cittadini europei.

Ma il costo maggiore è la perdita di autonomia decisionale. L’Europa si ritrova ad essere pedina, non giocatore, in una partita giocata da altri.

DECOSTRUIRE LA NARRATIVA OCCIDENTALE: IL “FALSO PRESUPPOSTO” DELL’IMPERIALISMO RUSSO

La giustificazione ideologica della trappola strategica è una narrativa potente e semplicistica, che combina la perniciosità della propaganda alla chiacchiera da bar, per cui la Russia sarebbe un impero espansionista e aggressivo.

Sachs, e con lui una schiera di storici realisti, tra cui anche molti italiani, smonta questo assunto pezzo per pezzo.

La Storia ci ricorda che la Russia è stata ripetutamente invasa dall’Occidente. Napoleone, Hitler due volte.

La memoria storica russa è plasmata dalla ricerca di profondità strategica e sicurezza dei confini, non da un desiderio di conquista imperialistica in Europa e la ricerca di una “zona cuscinetto” spiega le azioni di Mosca non come mera aggressione, ma come una reazione prevedibile, seppur tragicamente violenta, a oltre trent’anni di provocazioni occidentali che sono ampiamente documentate dai fatti.

L’espansione ad est della NATO, contraria alle promesse americane ai leader sovietici alla fine della Guerra Fredda, è percepita a Mosca come un accerchiamento diretto, per cui l’invasione dell’Ucraina è l’apice di un’escalation, non il suo punto di partenza.

Ed è qui che si smonta miseramente tutta la propaganda russofoba, quella narrazione occidentale sull’orco russo.

I falchi della Guerra Fredda, soprattutto nelle amministrazioni USA, hanno sistematicamente ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, scegliendo la logica del vincitore su quella della cooperazione multipolare, in nome di quel Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che vedeva proprio nell’accerchiamento alla Russia un modus operandi per annientare Mosca.

Hanno alimentato quello che la teoria delle relazioni internazionali definisce un classico “Dilemma della Sicurezza”, per cui dove le misure difensive di una parte (la NATO che si “difende” espandendosi) sono percepite come profondamente offensive dall’altra, innescando una spirale di sfiducia e conflitto.

Un po’ ciò che accadde agli inizi del Novecento, quando la Germania investì molto sulla sua flotta navale, spingendo il Regno Unito ad aumentare la forza della sua flotta. Di conseguenza, anche la Francia, avvertendo un pericolo, investì nel suo esercito.

Bastò una miccia e l’Europa s’incendiò.

UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA: DIECI PASSI VERSO L’AUTONOMIA STRATEGICA

La diagnosi del professore è inappellabile, ma Sachs non si limita alla critica, infatti propone una roadmap concreta, un decalogo per la sovranità, il cui principio guida è lapalissiano: rimettere la diplomazia al centro e agire esclusivamente sulla base degli interessi europei.

La politica al centro, dunque, non i tecnici.

RIPRENDERE LA DIPLOMAZIA E PACIFICARE I CONFLITTI

Aprire canali diplomatici diretti e continui con Mosca è un atto dovuto. Perseverare con il muro è suicida e il silenzio è il miglior alleato dell’escalation.

Prepararsi attivamente per una pace negoziata in Ucraina, la cui soluzione dovrà inevitabilmente includere garanzie di sicurezza per Kiev e un impegno formale e irrevocabile alla non-espansione della NATO verso est.

È no, non si tratta di concessione a Putin, ma di realpolitik.

RIDEFINIRE LE RELAZIONI CON LE POTENZE GLOBALI

Rifiutare la militarizzazione dei rapporti con la Cina perché Pechino è un competitor economico, non un nemico militare. Semmai, è indispensabile attivare un dialogo sulla cooperazione sul clima, sul commercio e sulla finanza globale.

Collaborare strategicamente con l’Unione Africana, investendo massicciamente in istruzione e formazione, per costruire un partenariato paritario e di lungo periodo, cosa che gioverebbe anche sul fronte migratorio.

Collaborare con i BRICS+ per costruire un vero ordine mondiale multipolare, basato sul diritto internazionale e non sull’egemonia unipolare del blocco statunitense.

RIORIENTARE LE RISORSE E LE ALLEANZE

Dissociare formalmente la politica estera dell’UE dalla NATO, perché le due organizzazioni devono avere obiettivi e priorità distinti.

La prima per la diplomazia e lo sviluppo, la seconda per la difesa collettiva, in attesa di un esercito UE che non può nascere prima di un’unione politica. Perché chi lo comanderebbe e chi sarebbe disposto a ubbidire agli ordini dell’Italia o della Grecia? O dell’Olanda o della Germania? Quale soldato vedrebbe l’Europa come patria e non più la propria nazione?

Poi bisogna ridirezionare le risorse dagli aumenti di spesa militare NATO al finanziamento del Green Deal Europeo (EGD). La vera sicurezza del XXI secolo è energetica, climatica e sociale. Non bombe e droni che uccidono.

Collaborare con la Cina per co-finanziare infrastrutture nei paesi in via di sviluppo e non competere. Nella competizione si esce sconfitti, mentre la cooperazione fa crescere.

COSTRUIRE UN QUADRO ISTITUZIONALE EFFICACE

Semplificare e potenziare il meccanismo decisionale per la politica estera europea. L’unanimità nel Consiglio Europeo è un veto camuffato alla sovranità. Serve un sistema a maggioranza qualificata per le questioni di politica estera, ma non prima di aver costruito una unione dove i popoli hanno voce in capitolo e possono votare i propri rappresentati della Commissione, compreso il presidente.

Senza un’Europa nazione, l’Unione resta un mostro di tecnocrazia che impone e viene percepita da tanti europei come una sorta di dittatura leggera.

Sviluppare una capacità militare europea indipendente e credibile, con costi contenuti e ben al di sotto del 5% del PIL. Una forza di difesa che risponda esclusivamente al Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo.

Ma, anche in questo caso, serve prima la costruzione di una identità europea di nazione comune. Altrimenti nessun francese accetterà mai di restare agli ordini di un tedesco o di un greco.

LA SCELTA TRA SUBALTERNITÀ E SOVRANITÀ

L’attuale politica estera europea è costosa, pericolosa e fondata su presupposti storici e strategici errati, nonché illogici.

Questa Europa ci sta conducendo verso un vicolo cieco fatto di stagnazione economica, insicurezza perpetua irrilevanza geopolitica.

La visione alternativa esiste ed è pragmatica, coraggiosa e necessaria.

L’Europa ha ancora la possibilità, forse l’ultima, di diventare il polo di pace, stabilità e innovazione sostenibile in un mondo multipolare e può scegliere di basare la sua azione sulla diplomazia intelligente, sul diritto internazionale, sulla cooperazione eurasiatica e su uno sviluppo che non lasci indietro nessuno.

È giunto il momento di una profonda e dolorosa rivalutazione degli interessi nazionali e continentali.

La scelta è tra continuare a essere un vicario, un vassallo di un potere transatlantico in relativo declino, o prendere in mano il proprio destino.

La via della diplomazia e dell’autonomia non è una garanzia di successo, ma la subalternità è una garanzia certa di fallimento, come dimostrano le scellerate scelte con la guerra in Ucraina, che hanno portato tre anni e mezzo di morte e distruzione per ritrovarci al punto di partenza, ma con carte in mano meno forti di quelle del 2022.

La sovranità è l’unica via per una sicurezza duratura e una prosperità condivisa.

Ma servirebbero leader con forti competenze sociologiche e culturale, invece abbiamo tecnici più o meno super, bravissimi a chiederci di scegliere tra condizionatori o pace e a raccontarci narrazioni distanti anni luce dalla realtà presentata dal tempo e dai fatti.

Diciamocelo: si prevedono tempi bui.

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LA TEMPESTA PERFETTA: OCCIDENTE STRETTO TRA IL CROLLO DEL DEBITO E UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Mentre i rendimenti dei Titoli di Stato esplodono, minacciando una crisi finanziaria sistemica, la Cina di Xi Jinping disegna una governance alternativa, lasciando l’Europa a sfilare tra fili spinati e narrazioni belliciste.

USA, CINA E RUSSIA RIDISEGNANO IL MONDO, L’EUROPA PREPARA LA GUERRA

Il mondo occidentale si trova in una morsa senza precedenti.

Sul fronte interno, una bomba a orologeria finanziaria, costruita con decenni di decisioni miopi, sta per detonar.;

Il debito pubblico è una montagna che non smette di crescere, i rendimenti dei titoli di Stato sono esplosi perché i mercati, per rifinanziare i debiti sovrani, chiedono sempre di più, situazione che è il preludio a una nuova, devastante ondata inflazionistica destinata a polverizzare i risparmi di intere generazioni.

Dei gravi problemi della Francia, abbiamo parlato in questo articolo: https://tamagozine.org/2025/08/31/doveva-fallire-la-russia-invece-rischia-il-fallimento-la-francia-di-macron/

Il Giappone, poi, ha problemi strutturali che potrebbero trascinare l’Occidente a picco, come ho raccontato in questo articolo: https://www.linkedin.com/pulse/il-dominio-silenzioso-pasquale-di-matteo-tenxf/?trackingId=%2BzepMdKXRcK4D9aEyARAFg%3D%3D

Sul fronte esterno, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), un colosso geopolitico guidato da Cina e Russia, non si limita più a osservare e lancia una sfida diretta, quanto esistenziale, all’egemonia occidentale, proponendo un modello di “governance globale” alternativo, costruito su principi che scardinano l’ordine post-bellico a guida americana.

Anche se, di questi tempi, potremmo addirittura spingerci a parlare di ordine pre-bellico, viste le spinte belliciste dei leader europei.

Dunque, stiamo vivendo due crisi, una finanziaria e una geopolitica, che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso, disegnando i contorni di un futuro che è già qui.

IL FRONTE INTERNO: LA BOMBA A OROLOGERIA DEL DEBITO PUBBLICO

Per decenni, i Titoli di Stato sono stati il pilastro su cui si reggevano i portafogli dei risparmiatori e la stabilità delle nazioni. Un porto sicuro.

Oggi, quel porto è in fiamme. I rendimenti dei bond in Europa, Stati Uniti e persino in Giappone stanno raggiungendo vette che non si vedevano da un quarto di secolo.

Nel 2025, le obbligazioni britanniche a 30 anni, per fare un esempio, hanno superato la soglia critica del 5,6%, un record dal 1998.

Questo non è un semplice dato per addetti ai lavori, ma è il sintomo febbrile di una malattia sistemica. E, quando i rendimenti salgono, il valore dei titoli già in circolazione precipita.

Tradotto: il costo per gli Stati di finanziare il proprio colossale debito pubblico diventa insostenibile. La fiducia, vero e unico collante del sistema finanziario, si sta sgretolando.

Le radici del problema nascono dalla crisi pandemica.

Il blocco totale dell’economia globale fu affrontato con l’unica ricetta di una creazione di moneta senza precedenti. Sussidi, bonus, finanziamenti garantiti; una droga monetaria iniettata direttamente nelle vene del sistema.

La cura, però, è diventata il veleno, poiché questa liquidità artificiale ha prodotto la prima, violenta, ondata di inflazione, erodendo il potere d’acquisto e costringendo le Banche Centrali a una repentina inversione di rotta.

Per combattere la crescita dei prezzi, hanno iniziato ad alzare i tassi di interesse in modo aggressivo, mossa che ha innescato l’attuale catastrofe sui bond, rendendo il debito, già gigantesco, una bestia ancora più affamata e costosa da nutrire.

Di fatto, un sistema intrappolato.

IL FRONTE ESTERNO: LA SFIDA DI UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Mentre l’Occidente è impegnato a tamponare le proprie emorragie finanziarie, a Samarcanda e Tianjin si disegna la mappa del futuro.

Il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha segnato un punto di non ritorno.

Non più un forum regionale, ma il cervello di un blocco che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale.

Le parole del Presidente Xi Jinping sono state di una chiarezza disarmante: “Serve una nuova governance globale”.

Parole che non hanno bisogno di parafrasi e che non lasciano spazi a dubbi.

Una sfida diretta all’ordine mondiale a guida USA, basata su principi come l’uguaglianza sovrana e un multilateralismo autentico, volto a colmare “il gap tra Nord e Sud”.

La SCO, ha affermato Xi, deve diventare “un catalizzatore per la riforma del sistema di governance globale” e “una forza di stabilità in questo mondo instabile”. Un discorso che segna la fine dell’egemonia occidentale.

In questo blocco, la Russia è tutt’altro che isolata, come dimostra il dialogo tra Putin e il premier indiano Modi, perciò un mondo multipolare non è più una teoria, ma una realtà operativa e in divenire.

L’EUROPA IN AFFANNO: TRA NARRAZIONI BELLICISTE E FRAGILITÀ SISTEMICA

La risposta dell’Europa è una patetica sfilata.

Ursula Von der Leyen, al fianco del leader polacco Tusk, posa davanti a muri e filo spinato al confine con la Bielorussia.

L’obiettivo è chiaro: alimentare una narrazione bellicista, mantenere vivo un clima emergenziale che giustifichino le politiche dell’era von der Leyen, altrimenti fallimentari, e addirittura, se necessario, la sospensione di ulteriori libertà dei cittadini europei.

L’immagine che ne esce dalla differenza tra le strette di mano dei leader asiatici e quella di von der Leyen in mezzo ai soldati è quella di un barboncino che ringhia rabbioso al cospetto di un molosso di 80 chili, annoiato e sonnolento.

Il quadro assume i contorni della farsa quando leggiamo dell’incidente “fantozziano” occorso proprio all’aereo della Presidente della Commissione, costretto, secondo le cronache, ad un atterraggio d’emergenza per un presunto attacco informatico russo che ha mandato in tilt i GPS.

L’atterraggio, si dice, è avvenuto usando le vecchie mappe di carta. Perché anche il fato, talvolta, sa essere sarcastico.

Il contrasto è spietato: da un lato, un blocco che progetta il futuro; dall’altro, un’élite che naviga a vista con strumenti del secolo scorso e con gli ultimi anni passati a non azzeccarne mezza.

LA TEMPESTA PERFETTA, QUANDO DUE CRISI SI INCONTRANO

Qui i due fronti, quello interno e quello esterno, si fondono in una tempesta perfetta.

La debolezza finanziaria dell’Occidente crea un vuoto di potere che il blocco della SCO è pronto a colmare.

La pressione geopolitica, a sua volta, spinge l’Occidente a spendere di più in difesa, aggravando ulteriormente la crisi del debito in un circolo vizioso letale.

La via d’uscita è una sola: per evitare il default a catena, le Banche Centrali saranno costrette a fare l’unica cosa che sanno fare: intervenire, creando dal nulla trilioni di nuova moneta per acquistare quei titoli di Stato che il mercato ormai rifiuta. Sarà un Quantitative Easing sotto steroidi.

Questo intervento salverà momentaneamente i bilanci degli Stati, ma presenterà il conto ai cittadini, perché innescherà una seconda, inarrestabile, ondata di inflazione monetaria, un gigantesco e silenzioso trasferimento di ricchezza.

I risparmi, fermi in banca, verranno svalutati fino a diventare carta straccia. Il potere d’acquisto crollerà.

A prendere il volo saranno gli asset speculativi, come azioni di qualità, Bitcoin e oro.

CHI AVRÀ LA MEGLIO? LA PARTITA SI GIOCA SUL VOSTRO PATRIMONIO

La domanda, a questo punto, non è più se accadrà, ma quando. E chi avrà la meglio in questo riassetto globale?

In questo scenario, l’era della stabilità, del posto fisso e dei BTP come investimento sicuro, è definitivamente finita.

È iniziata quella della consapevolezza, della diversificazione e della strategia. La partita per la sopravvivenza economica si gioca adesso, e le regole sono cambiate per sempre.

L’Europa corre a tutta velocità verso una guerra che salvi i propri leader dal dover spiegare ai cittadini gli effetti dei loro fallimenti.

Tutto mentre c’è ancora qualcuno convinto che il problema sia Putin, oppure Trump.

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UNA VOLTA ERANO I POMPELMI 

La guerra a Gaza è una sorta di infinita tragedia che dura da oltre 70 anni. Non voglio distinguere tra chi sia il buono e chi il cattivo ma è notorio che nessuno dei due belligeranti sia “buono”.

Democratico (?) uno, Israele, il cui Parlamento è eletto certamente in maniera democratica, diciamo all’occidentale, e uno anarchico (?), una accezione certamente impropria ma che potrebbe dare l’idea, pur eletto ufficialmente dal popolo di Hamas, il cui governo è esercitato con una gestione del potere e dei territori molto “sui generis”.

I NUMERI DELLA GUERRA

E qui inevitabilmente i numeri parlano dei morti, dei rapiti, degli affamati, dei malati, degli sfollati come fossero pendolari sbattuti da una parte all’altra di Gaza a seconda delle attività dei soldati israeliani in quelle aree.

Ma anche dei camion con gli aiuti umanitari, cibo e medicinali, dei chilometri di gallerie scavate sotto Gaza, del numero dei tunnel fatti saltare da Israele…

NON TUTTI I MORTI SONO UGUALI 

Perché un conto è parlare di soldati morti in combattimento, israeliani e palestinesi, un conto sono i morti della popolazione civile deceduti sotto le bombe israeliane che hanno avuto solo la colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. 

Poi ancora i morti più innocenti, quelli che vanno a cercare qualcosa da mangiare che trovano solo la fine. 

Quei bambini palestinesi denutriti, sempre palestinesi, destinati poi a scomparire dalla faccia della terra. 

Scompaiono sotto le bombe israeliane, i giornalisti che tentano di raccontare la loro verità,..

E LE FONTI DEI NUMERI?

E qui il caos regna totale. È chiaro che in una situazione così complicata non può esserci una ricerca e una descrizione all’unità numerica. 

Le fonti sono IDF (esercito israeliano), Hamas con il suo ministero della salute e l’ufficio stampa, Al Jazeera ed altri.

A Gaza, per l’Onu, i morti sono 6000, per Hamas 62000. In questi numeri i bambini morti o feriti sono, su 2,2 milioni di abitanti a Gaza, per il 40% sotto i 14 anni e il 5% sopra i 60 anni. 

In questo totale 18.000 sono i bambini morti, 6000 sono le donne uccise.

Invece 600 sono i camion bloccati da Israele con cibo che non può essere distribuito per contrasti su chi debba esercitare la distribuzione. 

Per Hamas parla il ministero della salute, ma anche l’ufficio stampa, come si diceva. Ma quella è la fonte che viene considerata ufficiale dalla parte palestinese. 

A parte la tragicità dei numeri, La maggior parte di quali si riferisce alle morti sotto le bombe israeliane, quello che è sintomatico è l’irrilevanza prestata alla verità. 

L’abbiamo già detto, è difficile in situazioni come quelle attuali, attribuire certezza ai dati forniti dalle parti in guerra.  

Quello che sembra certo e che i numeri esibiscono una nuova lettura della guerra. 

Hamas ha ammesso candidamente che più morti palestinesi ci sono, più la loro causa nel mondo progredisce. E il resto del mondo partecipa a modo suo e partorisce spesso interpretazioni ufficiali fuorvianti. Nessuno escluso. 

Durante le guerre ci sono morti e atrocità. In tutte. Ma in una guerra è sempre stato così e sempre sarà così. 

La guerra mediatica che forse è la più infame perché gode di impunità e immunità e da sempre favorisce il miglior comunicatore che, quasi sempre, sta dalla parte che viene giudicata vessata.

Nella percezione collettiva, Il debole deve vincere sempre perché nell’immaginario del popolo Davide contro Golia ha sempre la possibilità di vincere. Ma la storia ci racconta una realtà diversa.

Perché contro uno più forte di te non hai scampo se ti metti a guerreggiare. Allora se non puoi rispondere, partecipare attivamente facendo sentire la voce delle tue armi, devi fidarti alla mediazione politica gestita, offerta da terzi super partes.

Allora gridi all’infamia dell’aggressore o difendi per partito preso l’aggredito o rispondi con azioni individuali suggerite dal tuo status e dalla tua presunta capacità di dare risposte alla voglia di incidere, anche da lontano, partecipando ai loro conflitti e prendendo le difese di Israele o di Hamas.

IL MONDO RISPONDE A MODO SUO 

A parte le proposte formulate da mediatori internazionali o dalle organizzazioni sovranazionali, le relazioni tra Israele e il resto del mondo sono spesso considerate un veicolo o da salvaguardare o da contrastare. 

Come inevitabile, a seconda di come consideriamo le vicende ebraiche e lo stato che le rappresenta, Israele, le posizioni sono molto distanti. 

Il mondo arabo non si fa sentire se non con qualche timido assaggio bellico dell’Iran e di qualche gruppo terroristico sostenuto dagli Ayatollah come gli Houthi nello Yemen o altri gruppi della galassia terroristica.

IL SILENZIO DEI FORTI O DEI DEBOLI? 

Per il resto silenzio compiaciuto o attendista.

Noi siamo abituati a pensare che in una guerra come quella farà Israele e Hamas, al di là delle vicende belliche, il mondo debba occuparsi di disinnescare le armi. Salvo poi continuare a fornirle ai contendenti.

Chi pensa che non sia più necessario fornirle, chi pensa sia meglio affidarsi alla politica, chi partendo dal popolo, pensa che ognuno debba fare la propria parte. 

Per cui partono attività di boicottaggio, disinvestimento… Quello che fa ad esempio BDS Italia.

Penso che pochi conoscano BDS Italia, ma il loro sito è chiaro e illuminante. 

Una visita può fornirci qualche spunto di dialogo e critica. Oltre di qualche riflessione seria.

GLI EFFETTI NEGATIVI DEL BOICOTTAGGIO

Pochi però pensano quale possa essere l’effetto negativo che alcune di queste attività di contrasto rispetto al mondo imprenditoriale e produttivo israeliano possono produrre anche nei paesi in cui questi investimenti sono stati realizzati e ora, alla luce di una guerra economico finanziaria strisciante, possono esserci degli effetti fortemente negativi. 

È di questi giorni la notizia che Teva, il produttore di medicinali e dei principi attivi israeliano che ha stabilimenti anche in Italia, ha deciso di ridurre, se non chiudere qualche stabilimento nel nostro paese. Sono 1500 i dipendenti di Teva in Italia ma si prevedono altre riduzioni di personale. 

Un conto è non comperare più frutta esotica prodotta in Israele, un conto è contrastare la produzione industriale realizzata in altri paesi con effetti nefasti sull’occupazione. 

Sono lontani i tempi in cui si chiedeva di non comperare i pompelmi perché prodotti in Israele.

Quello era un boicottaggio simbolico e di bassa lega, ma dove ognuno, esercitando il proprio diritto di scelta, pensava che ci fosse un messaggio chiaro e definitivo nei confronti della politica espansionistica di Israele. 

ERANO ALTRI TEMPI: SOLO PIÙ ROMANTICI?

Niente di più fallace e di meno simbolico. Ma ogni azione allora contava per esprimere la propria contrarietà.

Oggi ci vuole molto di più e non credo che il boicottaggio di Teva e di altre aziende che hanno rapporti con Israele e sono dislocate sul nostro territorio o su quello di altri paesi abbiano significato reale rispetto al Pil del Paese Israele. 

O meglio, sì, quello che si ritorce contro chi l’ha decretato. Se volete una voce in più, magari scomoda, ISREAELE360.com

Vi rimanderà su Facebook e lì potrete leggere un’altra versione. Io lì non ho trovato niente sulla guerra israelo- palestinese, ma sulle azioni conseguenti (partecipazioni ad eventi, cancellazioni di iniziative che coinvolgevano Israele,…).

Collegati a questo pezzo vi sono alcune letture che penso possano essere illuminanti quantomeno per fare dubitare che esista una sola realtà. Fake news a parte. Buona lettura e buone riflessioni.

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UN RAPPORTO SUI DIRITTI UMANI HA RIVELATO LE COMPLESSE VERITÀ DEL CAMPO DI BATTAGLIA E LE TRAPPOLE DELLA GUERRA DELL’INFORMAZIONE.

La guerra si combatte con le armi, ma si vince con le parole.

No, non è una massima filosofica, ma la cruda realtà strategica del XXI secolo. Della nostra contemporaneità.

Ogni comunicato, ogni rapporto, ogni immagine diventa munizione in un conflitto che si estende ben oltre le trincee fisiche e le pallottole o i missili si sparano a ogni ora.

Il 4 agosto 2022, Amnesty International ha lanciato una notizia che è diventato un detonatore mediatico e strategico di portata mondiale.

Il suo comunicato diceva: “Ucraina: le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo i civili”.

Un’evidenza che ha scosso il fronte occidentale, armato la propaganda russa e sollevato interrogativi fondamentali sul ruolo degli osservatori neutrali in un mondo brutalmente polarizzato.

Questo articolo non si limita a ripercorrere la cronaca di una controversia, ma intende condurre un’autopsia del testo, del contesto e del pretesto.

IL CONTESTO DIPLOMATICO – UN DIALOGO TRA SORDI

Per comprendere l’impatto del rapporto di Amnesty, bisogna prima capire il palcoscenico su cui è caduto, un palcoscenico desolatamente vuoto di diplomazia.

Da un lato, Mosca insiste per affrontare le “cause profonde” del conflitto, un linguaggio in codice per discutere l’architettura di sicurezza europea e l’espansione della NATO a Est; dall’altro, l’Occidente, e in particolare l’Europa, si aggrappa all’idea di un cessate il fuoco, una soluzione che congelerebbe il conflitto senza risolverne le radici.

In mezzo i volenterosi belligeranti, da Macron a Kallas, che vaneggiano, pretendendo che la Russia si ritiri dai territori conquistati.

La diplomazia è ferma e se questo stallo continuerà, la soluzione non sarà trovata al tavolo dei negoziati, ma imposta sul campo di battaglia dalla potenza più forte: la Russia.

L’Occidente ha perso la ragione, oltre alla guerra.

L’ACCUSA – IL “MODELLO” UCRAINO SECONDO AMNESTY

Il 4 agosto 2022, Amnesty ha pubblicato le sue scoperte.

L’organizzazione accusava le forze ucraine di aver adottato un “modello” di tattiche che violava il DIU e metteva a rischio i civili.

I punti salienti dell’accusa erano molteplici.

I ricercatori avevano documentato almeno 19 casi in città e villaggi dove le forze ucraine avevano stabilito basi e operato con sistemi d’arma all’interno di aree residenziali popolate.

Nello specifico, l’esercito ucraino è stato accusato di usare 22 delle 29 scuole visitate e 5 ospedali come “basi militari de facto”, trasformando di fatto queste strutture protette in obiettivi militari legittimi.

Amnesty, inoltre, ha dichiarato di non essere a conoscenza di casi in cui i militari ucraini avessero chiesto o assistito i civili ad evacuare le aree circostanti, venendo meno al dovere di prendere “tutte le precauzioni possibili”.

Questi posizionamenti, secondo il comunicato, avevano direttamente provocato attacchi russi che avevano ucciso civili e distrutto infrastrutture.

La Segretaria Generale, Agnès Callamard, ha chiosato: “Essere in una posizione difensiva non esenta l’esercito ucraino dal rispetto del diritto umanitario internazionale”.

Una frase legalmente ineccepibile, ma politicamente esplosiva, che cambiava la narrazione dell’aggressore e dell’aggredito, tanto caro alla propaganda russofoba.

Perciò, ai volenterosi non poteva andare giù.

L’AUTOPSIA LEGALE – FATTI CORRETTI, CONCLUSIONI AFFRETTATE

La reazione fu immediata e feroce.

Per placare le acque, Amnesty International commissionò una revisione a un comitato di cinque tra i più autorevoli esperti di DIU al mondo.

Il loro rapporto è stato un capolavoro di analisi forense, che distingue nettamente tra fatti, interpretazioni e comunicazione. Ma, ancor di più, un capolavoro di politichese, che, di fatto, edulcora le conclusioni dello studio a favore della narrazione della propaganda occidentale.

I fatti elencati nel documento di Amnesty erano corretti, ma i fatti, da soli, non fanno il diritto.

Il comitato ha demolito, pezzo per pezzo, la solidità delle conclusioni legali di Amnesty.

Anche se restano intatti i fatti, inequivocabili. Che non cambiano di una virgola la prepotenza dei concetti espressi.

L’errore capitale di AI, per i revisori del documento, sarebbe stato affermare con certezza che l’Ucraina aveva violato il DIU.

Il concetto di “precauzioni fattibili” è complesso e dipende dal contesto, perciò, senza conoscere le valutazioni militari ucraine, sarebbe stato impossibile concludere categoricamente che esistessero alternative “ugualmente benefiche dal punto di vista militare”.

Amnesty avrebbe dovuto usare un linguaggio condizionale: “potrebbero aver violato”.

Semantica, solo semantica. E quando resta solo il gioco della semantica, significa che i fatti sono inoppugnabili. E fanno male alla narrazione della propaganda anti-russa.

Ma andiamo avanti nella rivisitazione dei fatti.

L’uso di termini come “modello” (pattern) e la struttura narrativa del comunicato avrebbero involontariamente creato una percezione di falsa equivalenza morale tra le azioni dell’aggressore (la Russia) e quelle del difensore (l’Ucraina), dando l’impressione che le vittime civili fossero una conseguenza quasi meccanica e ugualmente colpevole delle tattiche di entrambe le parti.

Anche in questo caso, si gioca sulle parole per cercare di sorvolare sui fatti, che, tuttavia, restano evidenti e incontrovertibili, tant’è che anche tentare di rivalutarli è stato impossibile, se non giocando sui tempi verbali e sulla semantica.

Il comitato ha poi criticato Amnesty per non aver intrapreso un “dialogo” con le autorità ucraine durante la fase investigativa, limitandosi a un formale “diritto di replica” a ridosso della pubblicazione.

Questo, sempre a detta del comitato, avrebbe impedito di raccogliere informazioni essenziali per un giudizio equilibrato.

Come non bastasse, sempre a giudizio del comitato, un comunicato stampa di 1700 parole sarebbe uno strumento inadatto per affrontare questioni legali e militari di tale complessità.

La necessità di sintesi avrebbe portato a una semplificazione eccessiva e a una perdita di precisione cruciale.

Un po’ ciò che è accaduto con le tante info da bar su pale e microchip, ma sorvoliamo.

LA GUERRA DELLA NARRATIVA E LE SUE VITTIME COLLATERALI

Ciò che questo episodio rivela va ben oltre i confini di Amnesty International, poiché dimostra la natura della guerra moderna, in un’epoca di guerra ibrida, dove l’informazione è un dominio operativo al pari di terra, mare e aria, e la neutralità è un’impresa quasi impossibile.

Il rapporto di Amnesty è diventato un’arma che piaceva poco all’Occidente, perché ne smontava la narrazione.

La Russia lo ha immediatamente brandito per giustificare i propri attacchi indiscriminati, – e nessuno nega l’aggressività russa, – sostenendo che erano le forze ucraine a nascondersi tra i civili.

La stessa scusa ripetuta più volte da Israele, dopo le sue numerose stragi compiute a Gaza. Solo che, in quel caso, l’Occidente non ha mai messo in discussione tali affermazioni.

L’Occidente, d’altra parte, anziché prendere consapevolezza della verità portata alla luce da Amnesty, l’ha accusata di fare il gioco del Cremlino, minando lo sforzo bellico di una nazione che combatte per la propria sopravvivenza.

Le vittime collaterali, qui, non sono state solo la reputazione di Amnesty International, la verità e il buonsenso, ma potenzialmente il concetto di monitoraggio imparziale dei diritti umani e la volontà di voler affrontare il concetto stesso di diritti umani.

Se anche un’organizzazione con decenni di esperienza viene messa in discussione quando porta alla luce verità che vengono percepite come scomode a una certa propaganda, quale speranza c’è per un’informazione equilibrata?

OLTRE LA CONTROVERSIA, UNA LEZIONE SULLA VERITÀ IN GUERRA

Le constatazioni fattuali dei ricercatori sul campo dimostrano che anche nella più giusta delle guerre difensive, la protezione dei civili rimane un obbligo sacro e complesso. Altrimenti, non sei diverso da chi consideri aggressore.

In guerra, la prima vittima è la verità, e la responsabilità di chi cerca di documentarla è immensa, così come i pericoli che corre, perché a tanti non piacciono certe conclusioni della verità.

Cosa che sanno molto bene quelli accusati di essere putiniani, filorussi o altre supercazzole sul tema. Ancora meglio, lo sanno le famiglie dei giornalisti ammazzati dall’esercito israeliano dal 2023 a oggi.

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DOVEVA FALLIRE LA RUSSIA, INVECE RISCHIA IL FALLIMENTO LA FRANCIA DI MACRON

LA FRANCIA AL CAPOLINEA: MACRON SFIDUCIATO DAI MERCATI PRIMA CHE DAL PARLAMENTO. CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

CRISI POLITICA A PARIGI

Mentre l’Occidente attendeva con malcelata sufficienza il default di Mosca, grazie alle nostre “sanzioni dirompenti” – così ci aveva promesso Mario Draghi nel 2022, – il crac si è affacciato alla finestra di una delle capitali dell’Europa.

Il Primo Ministro francese convoca un voto di fiducia per l’8 settembre, ma il verdetto è già stato emesso, e non dalle aule parlamentari, ma dai terminali di Borsa.

Lo spread, infatti, schizza, le banche francesi affondano e “Napoleone” Macron si ritrova a contemplare le rovine di un’economia che doveva trainare l’Europa verso la vittoria contro Mosca e che, invece, ora rischia di trascinarla a fondo.

C’è un’ironia quasi tragica, una di quelle che solo la storia sa architettare, in ciò che sta accadendo oltralpe.

Doveva fallire la Russia. La stampa di casa nostra lo avrà ripetuto migliaia di volte in questi tre anni e mezzo.

Era il mantra, la profezia autoavverante recitata per mesi dai salotti buoni di Bruxelles e Washington.

Invece, a tremare non è il Cremlino, ma l’Eliseo. E vengono in mente le frasi di Putin e di Lavrov, alle quali sorridevamo come di fronte agli imbecilli, quando dicevano che sarebbe stata l’Europa a fallire.

Beh, dati e fatti alla mano, c’è poco da ridere adesso.

La Francia, la nostra cugina guidata dal nuovo Napoleone altero e nucleare, si scopre improvvisamente nuda, fragile, sull’orlo di una crisi sistemica che intreccia politica ed economia in un abbraccio mortale.

Tutto precipita con una mossa che sa di disperazione.

Il Primo Ministro che annuncia un voto di fiducia per l’8 settembre. Un atto dovuto, si dirà. Invece è una mossa politica con carte pessime in mano.

E i mercati, che hanno il fiuto di uno squalo per l’odore del sangue, non hanno atteso un istante. Hanno votato. E hanno votato la sfiducia. E non sembrano esserci appelli.

IL TERMOMETRO DEI MERCATI: QUANDO LA BORSA VOTA PRIMA DELLE URNE

I numeri sono più spietati di qualsiasi editoriale. Sono la verità distillata in cifre. Cosa che sia l’Italia di Berlusconi sia la Grecia conoscono bene.

Le banche francesi hanno bruciato quasi il 10% del loro valore in un paio di sedute. Puff. Volatilizzati miliardi di capitalizzazione come neve al sole di agosto.

Ma il vero segnale, il sismografo che non mente mai, è lo spread.

Il differenziale tra i titoli di stato decennali francesi e i loro omologhi tedeschi, il benchmark della stabilità europea, è esploso.

80 punti base. Un’enormità. Per contestualizzare, per i non addetti ai lavori che ancora credono alle favole dell’Europa unita, questo significa che prestare soldi alla Francia è diventato improvvisamente molto più rischioso.

Un rischio che non si percepiva con tale intensità dai tempi bui della crisi dei debiti sovrani del 2011. Dieci anni di illusioni spazzati via in poche ore. Questo non è un dato. È una sentenza.

CRISI POLITICA: L’ANATOMIA DI UN GOVERNO LOGORATO

Ma perché questa fuga dal rischio-Francia? Perché i capitali scappano?

La risposta è nel teatrino della politica parigina, dove un esecutivo “fortemente logorato” – un eufemismo per dire clinicamente morto – tenta di sopravvivere aggrappandosi a compromessi che non reggono più.

Il governo Macron, nato per essere né di destra né di sinistra, e contro il volere del suo stesso popolo, che ha votato chiunque pur di non votare il suo partito, si ritrova oggi senza l’una e senza l’altra, paralizzato da una maggioranza che è un castello di carte pronto a crollare al primo soffio di vento.

E il vento sta soffiando forte.

Il voto di fiducia non è altro che il pretesto per chiedere al popolo francese, tramite i suoi rappresentanti, di accettare l’inevitabile: austerità. Tagli feroci alla spesa pubblica. Un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese già stremate. Sacrifici, insomma.

Altro che marciare su Mosca!

Un fronte compatto del “No” è già pronto.

Dalla cosiddetta “estrema destra” alla cosiddetta “estrema sinistra”, le opposizioni hanno fiutato l’occasione e hanno già annunciato che voteranno contro.

È un accerchiamento. Il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, non ha usato mezzi termini, chiedendo le dimissioni immediate di quello che ha definito, non a caso, “Napoleone Bonaparte Macron”.

Macron diceva che Putin aveva i mesi contati, invece è lui a essere finito.

I NUMERI DEL MALESSERE: UN DEBITO CHE DIVORA IL FUTURO

La crisi politica è solo la febbre. La malattia è nei conti pubblici, devastati da anni di gestione allegra e promesse insostenibili. E, ovviamente, dalle spese pazze per la guerra.

Il Deficit Pubblico viaggia oltre il 5%, il doppio della media europea.

Il Debito Pubblico ha raggiunto il 114% del PIL. Una montagna che pone la Francia nel club poco esclusivo dei grandi malati d’Europa, subito dopo Grecia e Italia. Le agenzie di rating, non a caso, hanno già declassato il debito francese.

E questo non è un incidente di percorso, ma il risultato matematico delle politiche fallimentari dell’era Macron. È la zavorra che sta affondando la Grande Nation.

SCENARI FUTURI: TRA IL CAOS E L’UOMO FORTE

Cosa può accadere adesso? Gli scenari sono pochi e tutti inquietanti.

NUOVE ELEZIONI

La caduta del governo porterebbe quasi certamente a elezioni anticipate.

Con una probabile, ulteriore frammentazione o, peggio, la vittoria di quelle forze definite “estremiste” che i mercati tanto temono.

Un salto nel buio.

L’OPZIONE “CAESAR”: L’ARTICOLO 16.

Non va dimenticato un dettaglio cruciale della V Repubblica: l’Articolo 16 della Costituzione.

Un meccanismo che conferisce al Presidente poteri eccezionali in caso di “minaccia grave e immediata” all’integrità della nazione o al funzionamento delle istituzioni. Ma potrebbe un tracollo finanziario essere considerato tale?

Macron, messo all’angolo, potrebbe essere tentato dal trasformarsi da “Napoleone” a monarca repubblicano, governando per decreto. Un colpo di mano istituzionale che infiammerebbe il paese e porterebbe con probabilità a una guerra civile ai confini di casa nostra.

IL CONTAGIO È INEVITABILE

La Francia non è la Grecia.

Le sue banche sono interconnesse con l’intero sistema finanziario europeo, Italia in primis. Perciò un suo default controllato, o anche solo un lungo periodo di instabilità, avrebbe un effetto domino devastante.

Chi interverrà? La BCE? Il Fondo Monetario Internazionale? E a quale prezzo?

Stiamo assistendo in diretta alla fine di un’epoca. Al fallimento devastante della politica dei tecnici.

La fine dell’illusione che un’unione monetaria senza unione politica potesse funzionare.

La Francia, con la sua superbia e la sua fragilità, sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni del progetto europeo. La domanda, dunque, non è se la crisi francese avrà conseguenze per noi, ma quali e quanto saranno gravi.

Preparatevi. Perché quando Parigi starnutisce, l’Europa prende la polmonite.

E questa volta, l’aria gelida ha il sapore di un lungo inverno.

E no, non è quello glaciale di Mosca, ma quello dell’Europa che sta morendo a causa dell’incompetenza di quei tecnici che hanno creduto di potersi sostituire alla cultura dei politici della cultura, della ragione, della conoscenza dei popoli.

È giunto il tempo di mettere in discussione tutte le balle che ci hanno raccontato in questi tre anni e mezzo. Prima che sia troppo tardi.

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L’IRREALISMO DIPLOMATICO DELL’EUROPA E DI ZELENSKY SULLA GUERRA IN UCRAINA

Un’analisi delle richieste insostenibili e dei doppi standard che allontanano la pace, mentre si accelera verso il riarmo.

L’ESCALATION E LA RETORICA E MILITARE

Mentre i cieli di Kiev vengono nuovamente squarciati dai droni, la macchina burocratica di Bruxelles non si ferma.

Anzi, accelera. Si prepara il diciannovesimo pacchetto di sanzioni, si valuta l’invio di istruttori NATO in suolo ucraino, un atto che, per chi ha memoria storica, sa di fiammifero vicino alla polveriera.

Ogni missile, ogni vittima, non viene utilizzato come grido disperato per fermare le ostilità, ma diventa il pretesto per alzare ancora di più l’asticella dello scontro.

Stiamo assistendo a un pericoloso gioco delle parti.

Da un lato, una retorica bellicista e un riarmo senza precedenti. Dall’altro, proposte diplomatiche così platealmente irrealistiche da apparire volutamente costruite per fallire.

Perché solo uno squilibrato può pretendere che chi sta vincendo la guerra abbandoni i territori conquistati per fare un favore a chi è molto vicino alla sconfitta.

Questo non è il percorso verso la pace.

È un calcolo cinico, un gioco delle parole che usa le vite degli ucraini come pedine e come leva negoziale per giustificare un conflitto di lunga durata. È il trionfo della narrazione sulla sostanza, della propaganda sulla politica.

IL VERTICE IMPOSSIBILE: UN ULTIMATUM, NON UN INVITO AL DIALOGO

Prendiamo la richiesta surreale lanciata nelle scorse ore: un vertice tra Putin e Zelensky entro lunedì.

La giustificazione?

Se non accadesse, “Trump sarebbe stato preso in giro da Putin”. Come se Trump e Putin non si sentissero ogni giorno e non avessero ben chiari gli sviluppi del mondo a cui gli europei non sono stati invitati.

Lo show messo in piedi dai leader europei non è un argomento da scuola di diplomazia, ma somiglia più alla caciara da bar. È un costrutto politico così pretestuoso che smaschera da solo la sua natura di mera operazione di pressione mediatica.

Qualsiasi studente al primo anno di Relazioni Internazionali sa che un vertice tra leader nemici in piena guerra è il coronamento di mesi, a volte anni, di trattative segrete, di scambi di documenti, di garanzie.

I leader non si incontrano per perdere tempo, ma solo quando manca soltanto la firma in calce ad atti preparati dalle rispettive delegazioni.

E oggi, di fronte alle richieste russe per giungere a una pace, che sono le stesse da tre anni, a cui si è aggiunta una porzione di territori in più, è fuori da ogni logica parlare di “pace giusta” e di resa di Mosca.

L’obiettivo dei leader europei è lampante e non è affatto ottenere il vertice.

L’obiettivo è poterne addossare la colpa del fallimento annunciato a Putin, dando nuova linfa alla propaganda russofoba di casa nostra e giustificando il diciannovesimo, il ventesimo, il ventunesimo pacchetto di sanzioni.

È un copione già scritto, già visto e recitato male.

Un copione che produrrà solo altri ucraini mandati al macello e altre terre conquistate da Mosca.

LA LOGICA INVERTITA DELLA TREGUA: CHIEDERE LA RESA PRIMA DELLA TRATTATIVA

L’Europa, quella stessa che definisce Putin “l’orco” (citazione testuale del Presidente Macron, degna della migliore retorica da osteria) e che inonda l’Ucraina di armamenti sempre più letali, chiede alla Russia di ritirarsi completamente da tutti i territori conquistati come precondizione solo per sedersi a un tavolo.

Stiamo sostanzialmente chiedendo alla parte che, sul campo, detiene il vantaggio strategico, di arretrare unilateralmente, di consegnare all’avversario una tregua per avere il tempo di riorganizzarsi, senza avere in cambio alcuna garanzia.

È una follia.

Non esiste un solo precedente storico in cui ciò sia avvenuto.

Questa non è una richiesta di tregua, ma di una resa incondizionata travestita da proposta di pace. È il trionfo della volontà ideologica sulla realtà dei fatti.

Ma i fatti, si sa, sono testardi.

Perciò non avverrà nessun incontro con Zelensky, semplicemente perché Putin ha il coltello dalla parte del manico e continua a pugnalare senza che né Zelensky né la Nato possano fare nulla per impedirgli di proseguire, come dimostrano i fatti.

I DUE PESI E LE DUE MISURE: LO SGUARDO DISTOLTO DAL MEDIORIENTE

Intanto, qualche migliaio di chilometri più in là, Israele continua il suo macabro gioco.

Perciò, da un lato, abbiamo lo zelo quasi maniacale contro “l’orco Putin”. Sanzioni su sanzioni, mobilitazione economica, retorica infuocata, definizioni da crociata. Persino l’idea di mandare soldati europei a morire in Ucraina.

Dall’altro, abbiamo lo sguardo distolto, imbarazzato, vigliacco, verso un altro scenario di atrocità: Gaza.

L’Europa, paladina del diritto internazionale quando le conviene, sta di fatto ignorando le conclusioni della Corte Penale Internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto per il Premier israeliano per crimini di guerra e contro l’umanità ben più gravi di quelli commessi da Mosca in Ucraina.

Dove sono le sanzioni? Dov’è la mobilitazione?

Dove è la retorica da crociata?

Ancora tutto impantanato in dichiarazioni poco chiare e riunioni perditempo.

Questa palese, oscena incoerenza non è un dettaglio.

È la prova che le azioni europee non sono guidate da un principio superiore di giustizia o di difesa della vita umana, ma da un calcolo geopolitico preciso e spietato: il contenimento della Russia a tutti i costi.

Le altre vite e gli altri crimini, evidentemente, contano di meno.

UNA PACE LONTANA, UNA GUERRA SEMPRE PIÙ VICINA

Dunque, ricapitoliamo.

Proposte diplomatiche surreali e irrealizzabili, concepite per fallire e fornire alibi.

Una postura militare sempre più aggressiva e pericolosa. Una coerenza morale inesistente, smascherata dal doppio standard applicato alle vittime di conflitti diversi.

Questo cocktail esplosivo non avvicina la pace di un solo millimetro. Al contrario, la rende un’ipotesi sempre più remota, un sogno sepolto sotto le macerie di Mariupol e di Gaza.

Ma si tratta di una strategia che intrappola il popolo ucraino in un conflitto di logoramento dove a essere logorate sono le sue città e i suoi figli.

Mentre i leader europei e ucraini “giocano” con la diplomazia, facendo richieste che sanno essere impossibili, e si preparano alla guerra totale, il prezzo lo stanno pagando le vite di chi quella guerra la subisce.

In nome di cosa?

Della sconfitta della Russia, a qualunque costo umano. Un esito impossibile, perché, qualora la Russia si trovasse mai in difficoltà, userebbe le armi atomiche, senza se e senza ma.

Putin è cinico, determinato, tenace e criminale quanto basta per poterne esserne certi.

Resta da vedere fino a che punto i leader europei, che finora non ne hanno azzeccata mezza, a cominciare dalle famose “sanzioni dirompenti”, saranno disposti a spingere questa partita.

La risposta che sembra emergere dai comunicati di Bruxelles, purtroppo, sembra dire fino all’ultimo europeo.

E sembra anche che i leader europei diano per scontato che i popoli dei 27 siano pronti a immolarsi in nome del riarmo e delle lobby delle armi.

E se, invece, costretti a combattere, scegliessero di marciare verso Bruxelles per chiedere conto ai tecnocrati dei loro fallimenti?

C’è chi spera che, prima o poi, la realtà dei fatti sovrasti la dimensione orwelliana in cui ci hanno incastrato a forza, ma, almeno per ora, non si vedono segnali che facciano sperare in un simile epilogo.

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GUERRA D’UCRAINA. TRA FUOCO SU KIEV, TREGUE IPOCRITE E LA FOLLIA DELL’EUROPA

Mentre la propaganda oscura una realtà militare sempre più critica per Kiev, le manovre diplomatiche di Zelensky, le minacce di Trump e le divisioni interne all’UE raccontano un conflitto dove l’unica certezza è che a pagare sono gli ucraini con la vita e gli europei con le tasche.

Kiev brucia ancora.

Nonostante per tre anni la propaganda russofoba ci abbia narrato di un esercito russo di scappati di casa e di una Mosca con le finanze al tappeto, la Russia fa in Ucraina ciò che vuole.

La notte del 27 agosto, una devastante “pioggia di fuoco” russa ha colpito oltre venti località della capitale, lasciando una scia di morte e distruzione.

Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno quattordici morti e quarantacinque feriti.

È il rituale macabro di una guerra che i nostri media ci raccontano con una selettività chirurgica in stile pandemia: le vittime ucraine finiscono giustamente in prima pagina, quelle causate dai bombardamenti di Kiev su città russe, invece, scompaiono in un buco nero informativo.

Perché non sia mai che qualcuno pensi che anche gli ucraini siano aggressori e si ricordino dei bombardamenti sul Donbass dal 2014.

In questo scenario, quasi surreale, fa specie l’appello del Presidente Zelensky, che invoca una tregua, dopo l’incontro in Alaska in cui Putin ha stabilito i punti da rispettare per giungere alla fine della guerra, ma che Zelensky, pur evidentemente sconfitto, non accetta.

Il leader ucraino – ancora in carica in virtù della mancanza di elezioni per la legge marziale – si rivolge alla Cina, che ha, però, insultato a più riprese perché amica di Mosca, e all’Ungheria, le cui infrastrutture energetiche vengono sistematicamente colpite dai suoi stessi droni.

Se non fosse un comico di professione, potremmo dire che Zelensky ha un futuro come autore di cabaret.

Il suo comportamento illogico è la fotografia perfetta della disconnessione tra la retorica pubblica e la spietata realtà di un conflitto che non è più solo una guerra per il territorio, ma un complesso e pericoloso doppio gioco.

Un gioco orchestrato da sponsor occidentali che, mentre fingono di cercare la pace a casa di Trump, la temono come la peste perché stanno preparando l’escalation e, soprattutto, il “dopo Zelensky”.

LA GUERRA DELLE NARRAZIONI E LA REALTÀ SUL FRONTE

La prima vittima di ogni guerra è la verità e in Ucraina è stata giustiziata da tempo.

Prendiamo l’ultimo “gesto umanitario” di Kiev: consentire agli uomini tra i 18 e i 22 anni di lasciare il Paese.

Commovente. Peccato che sia l’equivalente di chiudere il cancello quando i buoi sono già scappati da un pezzo. Quei giovani, minorenni all’inizio del conflitto, non erano soggetti al divieto. Chi poteva, e voleva, è già altrove.

Non a caso, l’Ucraina ha visto milioni di emigrati in Europa, passando da una popolazione di 43 milioni, nel 2022, a 35 di oggi.

La mossa, perciò, serve solo alla propaganda, a mascherare la disperata caccia a nuove reclute – che ha visto diverse proteste contro il governo di Kiev – e a far dimenticare le passate, inquietanti richieste di rimpatrio dei minori rifugiati all’estero.

La cortina fumogena si estende ancor di più al campo di battaglia, perché, mentre il governo ucraino nega categoricamente la caduta di città strategiche come Pokrovsk, fonti militari interne e think tank occidentali come l’ISW (Institute for the Study of War) dipingono un quadro ben diverso.

Secondo queste fonti, infatti, le forze russe avanzano, lentamente, ma inesorabilmente, a Ocheretyne, a Donetsk, a Kharkiv.

Si ammette la loro presenza nei centri urbani, ma se ne nega la conquista. Un esercizio di semantica che non ferma i proiettili. E nemmeno il corso della storia.

In tale contesto, si inserisce il più palese dei doppi standard: gli attacchi ucraini con droni sulle raffinerie in profondità nel territorio russo – fino a Samara, a 900 km dal confine – e persino sulla centrale nucleare di Kursk, vengono presentati dai nostri media come una legittima strategia per “costringere Putin a negoziare”.

Quando, invece, la Russia colpisce le infrastrutture energetiche ucraine, lasciando al buio Poltava e Sumy, si grida al terrorismo. E, in quel caso, non vale la teoria per cui Putin voglia spingere Zelensky a negoziare.

La moralità di un missile, a quanto pare, dipende dalla bandiera che sventola sul drone che lo sgancia.

IL BURATTINAIO BRITANNICO E L’ESCALATION MILITARE

Se la spinta diplomatica sembra arenata dopo il vertice Putin-Trump, è perché alcuni attori non hanno alcun interesse a fermare il gioco. Anzi, molti stanno facendo di tutto perché non si fermi la guerra.

E mentre gli Stati Uniti di Trump appaiono ambivalenti, la Gran Bretagna si è ritagliata, come da sua secolare tradizione, il ruolo del burattinaio che muove i fili restando nell’ombra.

L’arma del caos è un nuovo, letale missile a lungo raggio ucraino, il “Flamingo”, con una gittata di 3.000 chilometri, capace di colpire quasi ovunque nella Russia europea. Ma, attenzione, anche in Europa.

Cosa da tenere in considerazione, visto che sono uomini di Kiev quelli che hanno danneggiato il NordStream2. Perciò, che l’Ucraina attacchi l’Europa non è un’ipotesi, ma è già storia confermata dalla magistratura tedesca.

Presentato come un miracolo dell’ingegneria autoctona, il missile puzza di bruciato lontano un miglio. Come nota persino The Economist, è “troppo bello per essere vero”.

Sviluppare un simile vettore in soli nove mesi, da parte di una nazione senza esperienza nel settore, è pura fantascienza, perciò la spiegazione più plausibile, offerta dalla giornalista ucraina Patrica Marins, non dalla propaganda russa, è che Kiev stia semplicemente assemblando kit già pronti.

Probabilmente forniti da aziende come la emiratina-britannica Milanion, per aggirare i trattati che vietano l’esportazione di tali armi.

L’obiettivo non è vincere la guerra, ma provocare una reazione incontrollata di Mosca per far naufragare definitivamente qualsiasi trattativa.

Ma Londra non lavora solo sui missili, infatti è attiva anche sulla politica.

È in atto una vera e propria operazione per preparare il successore di Zelensky: l’ex Capo di Stato Maggiore Valery Zaluzhny, oggi strategicamente posizionato come ambasciatore a Londra.

La campagna è iniziata a luglio, con un agiografico articolo su Vogue che lo dipingeva come un “novello Churchill”, per poi proseguire ad agosto con il Guardian, che ne pronosticava la vittoria elettorale.

Voci sempre più insistenti parlano di un suo ufficio elettorale già operativo a Kiev, mentre, guarda caso, è stato appena firmato un memorandum d’intesa tra la commissione elettorale ucraina e l’organismo di controllo britannico.

Tempismo impeccabile, non c’è che dire.

Il profilo di Zaluzhny è, tuttavia, inquietante: elogia apertamente l’eroismo del battaglione neonazista Azov e addita Israele come “modello” da seguire, “a dispetto delle attuali operazioni sanguinarie a Gaza”, come nota con tragica ironia lo stesso Guardian.

In buona sostanza, Londra sembrerebbe lavorare per sostituire a Kiev un comico con un pazzo. C’è di che stare tranquilli per il futuro, perché, se con un comico la terza guerra mondiale è un’ipotesi, con un pazzo manca solo la data dello scoppio.

ZELENSKY IN TRAPPOLA E IL REALISMO CINICO DI TRUMP

Perché gli europei – Londra in testa – si agitano per scaricare al più presto Zelensky?

Perché, nell’incontro con Trump, è apparso troppo remissivo, troppo flessibile, rispetto alle sparate di qualche mese fa.

Un atteggiamento che deve aver irritato i suoi sponsor più oltranzisti. Ecco perché gli europei rilanciano l’illogica richiesta di ritiro dai territori occupati da Mosca e la presenza di soldati europei in Ucraina.

Si tratta di punti già accantonati nelle trattative tra Putin e Trump e che non sono più sul tavolo delle discussioni. Lo sanno i russi e gli americani. Lo sanno gli ucraini e anche gli europei.

Proprio per questo i leader bellicisti punzecchiano Putin, perché hanno una paura bestiale della pace, che spazzerebbe via ogni pretesa di riarmo europeo e tanta manna per le tasche di certuni.

L’operazione Zaluzhny e la minaccia, neanche troppo velata, pubblicata dal Times di Londra – “se Zelensky cede territori, si ritroverà cadavere”, – suonano come un chiaro avvertimento.

Un’intimidazione per ricordare al “venditore”, come lo ha definito Trump, chi comanda davvero.

E che a Kiev non comandi Zelensky, lo scriviamo dal 2022.

E Trump?

Le sue dichiarazioni sono, al solito, un caotico flusso di coscienza. Ma le sue azioni parlano più forte. E sono chiare.

Bloccando gli aiuti diretti e costringendo l’Europa a comprare armi americane per Kiev, ha, di fatto, ridotto il flusso bellico.

Dietro le quinte, la sua amministrazione lavora a una soluzione. L’inviato Steve Witkoff lo ha ammesso candidamente: «Parliamo con i russi ogni giorno».

E qualcuno ci raccontava di Putin isolato…

La previsione americana è di chiudere il conflitto entro fine anno.

La Russia e gli USA chiuderebbero la guerra domattina, ma l’Europa chiede che la Mosca restituisca tutti i territori conquistati, neanche fossimo in un film comico e come se i leader europei non avessero mai aperto un libro di storia, non dico all’università, ma almeno delle scuole medie.

VERSO UN COLLASSO CONTROLLATO?

Siamo di fronte a un drammatico gioco su più livelli.

La Russia avanza sul campo e sono tre anni che dimostra che prenderà con le armi tutto ciò che chiede a livello diplomatico.

L’Ucraina chiede una tregua, ma senza voler cedere nulla in cambio ai vincitori, lontana da ogni logica e ogni contesto storico, dichiarando che la tregua servirebbe solo a riarmarsi prima di tornare a combattere.

Ma, tra altri tre anni di guerra, ci ritroveremmo solo a trattare su una porzione di Ucraina ben maggiore rispetto a oggi e dopo altre migliaia di giovani ucraini mandati a morire al fronte.

Ma l’Ucraina risponde con una propaganda sempre più slegata dalla realtà e con attacchi disperati, mentre una fazione occidentale, con Londra in prima linea, fornisce gli strumenti per un’escalation che serve solo a sabotare le trattative che un’altra fazione, quella di Trump, porta avanti in segreto.

Tutto raccontato dalla propaganda russofoba, media asserviti ai leader bellicisti, quegli stessi media che hanno veicolato fake news sbugiardate dal tempo: dai soldati russi senza armi, agli ubriaconi a dorso di muli, fino ai microchip smontati dai tiralatte. E come dimenticare le dita usate come baionette?

Dopo oltre tre anni, sappiamo che erano solo sciocchezze sparate perché gli europei non si rendessero conto della realtà: una superpotenza atomica può permettersi di giocare per anni e, qualora si trovasse in difficoltà, userebbe qualcuna delle sue 6000 testate nucleari per mandare tutti a nanna.

Zelensky appare ormai come un re nudo, scaricato dai suoi stessi padrini, perché il comico non è più in grado di reggere il loro gioco redditizio. – Sì, perché, con le guerre, c’è chi fa soldi a palate.

Un possibile collasso del fronte ucraino, obiettivo dell’attuale offensiva russa, potrebbe essere il pretesto per accelerare un accordo di pace dettato non dalle esigenze dell’Ucraina, ma dagli equilibri tra Washington e Mosca.

In questo tragico circo, la retorica bellicista dei leader europei sulla “vittoria a ogni costo” e sulla “pace giusta” serve solo a giustificare gli enormi profitti dell’industria bellica e a presentare un conto salatissimo ai cittadini europei.

La pace, se e quando arriverà, non sarà il trionfo della giustizia, ma il risultato di un cinico calcolo di potere, scritto sulle vite degli ucraini e pagato da tutti noi.

Sia in termini di soldi sia di credulità di certuni.

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GLI AMERICANI E L’ITALIA (A VICENZA)

L’Italia ospita, da subito dopo la seconda Guerra mondiale, una serie di basi americane. Cito le tre forse più famose che sono posizionate a Sigonella, Napoli e a Vicenza.

La prima è diventata famosa perché da lì sarebbero dovuti partire gli aerei americani verso la Libia ai tempi di Gheddafi, per impartire una lezione al generale libico, ma Craxi ne proibì l’uso.

La seconda è sede del quartier generale della sesta flotta navale degli Stati Uniti, con competenza sulle altre attività navali Usa dell’Europa e del nord Africa.

Poi esiste un’altra base logistica, per la verità più decentrata, perché è vicino a Gricignano di Aversa.

IL BLITZ IN ROMANIA

La terza è la caserma Ederle ed è su questa che voglio soffermarmi per due vicende che reputo particolari.

Notizie recentissime (26/08/25) narrano del “recupero” del  figlio di un dipendente americano impegnato come avvocato nella caserma (e dimessosi dall’esercito USA in maggio di quest’anno) e di una donna rumeno-americana che la mamma aveva deciso di trasferire, senza consenso del padre, in Romania.

Al di là delle vicende legali che davano ragione al militare statunitense, con affido del minore ( 6 anni) al padre, quello che emerge è come il figlio sia stato riportato in Italia.

Un team composto da uno 007 italiano, un istruttore di volo, un veterano inglese e, ovviamente, dal padre, ha effettuato un blitz in Romania per recuperare il minore. 

Tutto si è risolto velocemente e positivamente, con transito, poi, dalla Romania in Bulgaria, dove un aereo partito da un ex aeroporto russo dismesso, ha riportato a casa, come ha voluto la legge italiana, il piccolo figlio “rapito”.

Tutto perfettamente legale, si sottolinea, grazie anche alla assistenza di un legale italiano e di un legale rumeno, utili per la conoscenza delle rispettive normative.

Per la verità avrei dovuto usare il femminile perché entrambi i legali erano donne. Ottima positiva assistenza.

Quanto raccontato sembra essere la trama di un film d’azione che spesso vediamo nelle trascrizioni cinematografiche o televisive, con tanto di lieto fine. Ma è esattamente quello che è successo questa volta.

NON È UN CASO ISOLATO 

In realtà la vicenda del “rapimento ” qui narrata, indipendentemente dal suo svolgimento, è purtroppo non infrequente e spesso senza risultati positivi.

L’AMICIZIA ITALIA – AMERICA 

Il secondo racconto parte da una vicenda che si concretizzerà dal 12 al 14 settembre prossimo sempre a Vicenza.

In quelle date si svolgerà l’Italia-America Friendship Festival, presentato come evento “culturale per i 70 anni di presenza delle basi militari americane in città “

Per i dettagli delle manifestazioni che accompagneranno i tre giorni celebrativi, vi invito ad andare online sul sito ufficiale: https://italiamericafestival.it/

Il calendario è fitto e, leggendolo, nasce certamente qualche interrogativo sulle scelte. Ma questa è un’altra storia, legata soprattutto al curatore quale incaricato dal sindaco della città.

13 SETTEMBRE. IL D-DAY  

Quello che invece vorrei sottolineare è la manifestazione indetta Il 13 settembre, dove è prevista una iniziativa che, riporto integralmente: “sfiliamo insieme in un corteo popolare, ampio e plurale per riaffermare con forza che siamo per una Vicenza libera dalle basi militari e dalle economie di guerra”. 

CHI SFILERÀ 

Nel volantino del proclama vengono citate sedici note sigle, protagoniste a più riprese della rivendicazione territoriale, a cui ora vanno aggiunte quelle legate alla negazione della guerra, ovviamente condivisibili, anche se mancano controindicazioni anche generiche, quelle sulla guerra a Gaza, ma vengono citati anche le guerre in Ucraina, Mar Rosso e Indopacifico.

NO TAV E, NO E BASTA!

Visto che ci siamo, ci mettiamo anche la TAV Verona/ Padova, se non altro perché “serve a integrare i trasporti con le infrastrutture militari, garantendo la mobilità rapida di uomini e mezzi in caso di crisi belliche”

Poi, ripeto, potete andare ad informarvi sul sito che vi ho citato.

L’impressione è che il 13 settembre prossimo possa diventare, a Vicenza, una giornata di “estrema” mobilitazione, che si svolgerà all’interno del centro storico, presumibilmente blindato e fortemente presidiato, come è naturale che debba essere in questi casi.

LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E DIRITTO DI MANIFESTARE

Anche se la militarizzazione delle manifestazioni contro la militarizzazione delle città, rappresentate dalla presenza delle basi USA, non dovrebbe avere ragione di esistere, se le manifestazioni fossero intense, ma pacifiche.

Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero, ovviamente, anche il proprio dissenso, ma nella maniera più spontanea, civile, partecipata, rumorosa possibile.

VICENZA 12, 13 ,14 SETTEMBRE. CITTÀ DELL’AMICIZIA FRA AMERICA E ITALIA O FRA ITALIA E AMERICA? 

Cambia poco o cambia tutto?

Intanto leggetevi il volantino integrale della manifestazione del 13 settembre. Senza censure che trovate qui.

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