La gioia ha preso il posto della disperazione.
A Gaza, suonano i festeggiamenti, dopo le bombe criminali israeliane.
Regna il mormorio incredulo di una folla che si riversa per strada non per protestare, non per seppellire i bambini uccisi dagli invasori, ma per cantare la vita.
Un’esplosione di esultanza davanti a un ospedale, un luogo di morte trasformato in epicentro di speranza.
Sono la cronaca cruda e potentissima della fine di un incubo. Un incubo lungo due anni.
Dopo due anni di crimini di guerra e contro l’umanità, i primi raggi di luce filtrano tra le macerie.
“Ci avete restituito quello che pensavamo di aver perso,” sussurrano le famiglie degli ostaggi israeliani, mentre anche a Tel Aviv si stappano bottiglie e si sventolano bandiere.
Due popoli, nemici irriducibili, uniti per un istante da un unico, primordiale sentimento: il sollievo.
Ma non lasciamoci ingannare dalla retorica consolatoria, perché questa non è la pace dei trattati firmati con penne d’oro, ma è la pace della resa. Ed è stata imposta da un solo uomo: Donald Trump.
IL TEATRO DELL’ASSURDO: GAZA RINGRAZIA TRUMP
Le immagini più dirompenti non arrivano da Tel Aviv, ma da Gaza. Giovani palestinesi, con gli occhi ancora velati dal fumo e dalla polvere, guardano in camera e pronunciano parole che mandano in cortocircuito decenni di narrazioni geopolitiche.
“Grazie a Dio, il presidente Trump ha annunciato la fine della guerra”. Lo ripetono. Non una, ma più volte. Un ringraziamento diretto, quasi affettuoso, all’architetto degli Accordi di Abramo, al presidente americano più visceralmente filo-israeliano della storia moderna.
È un paradosso che disintegra ogni analisi convenzionale. Com’è possibile?
Mera logica di potere.
Per due anni, il mondo ha assistito a una carneficina orchestrata con precisione chirurgica, iniziata dopo un attacco, quello del 7 ottobre, la cui dinamica puzza ancora di negligenza calcolata, di “porte aperte” lasciate socchiuse da chi sapeva che un trauma di quella magnitudine avrebbe fornito il pretesto perfetto per una soluzione finale che Netanyahu insegue da diversi anni.
L’amministrazione Biden, impantanata nelle sue stesse ambiguità morali e incapace di esercitare una vera pressione, ha permesso che il massacro continuasse, alimentandolo con armi e condannandolo con parole vuote, prive di reale senso di umanità.
Poi, è tornato in scena Donald Trump. Il bullo. L’uomo forte. Il negoziatore transazionale che non si cura dei principi, ma solo dei risultati.
E il risultato è arrivato.
IL BISTURI DELLA REALPOLITIK: L’UOMO FORTE COME UNICO MEDIATORE
A differenza della diplomazia europea, fatta di comunicati stampa e appelli al diritto internazionale, Trump usa il bisturi della Realpolitik.
Non chiede, ordina. Non suggerisce, minaccia. Non implora, impone. Si muove come un elefante in una cristalleria, ma sa che se i proprietari si lamentano, può schiaffeggiarli e andare via fischiettando in faccia alla polizia.
Ha capito una verità fondamentale che le anime belle dell’Occidente si rifiutano di accettare: in Medio Oriente, come in molti altri scacchieri, la forza non rispetta la ragione e nemmeno il Diritto internazionale, ma solo una potenza di fuoco superiore.
Trump non ha portato la pace perché è un filantropo, ma perché un conflitto prolungato danneggiava gli interessi strategici americani che lui intende ricostruire, perché destabilizzava i suoi alleati nel Golfo e, soprattutto, perché dimostrava al mondo intero chi comanda davvero.
Il suo annunciato discorso alla Knesset israeliana non sarà una supplica, ma un avvertimento: l’accordo si rispetta, punto. Ha disinnescato la bomba non con l’acqua santa della diplomazia multilaterale, ma spegnendo la miccia con gli stivali.
Questo approccio, che fa inorridire i salotti buoni di Bruxelles e Washington, è l’unico che i popoli stremati dalla guerra riescono a comprendere. Non chiedono giustizia. Chiedono di smettere di morire. E se per farlo devono ringraziare il diavolo in persona, lo faranno con le lacrime agli occhi.
L’AMARA MEDICINA DELLA PACE: DA GAZA ALL’UCRAINA, IL PREZZO DELLA SOPRAVVIVENZA
Ed è qui che la lezione di Gaza dimostra ciò che ripetiamo da quasi quattro anni, scontrandoci contro la follia dei leader europei e dei loro tifosi belligeranti.
È qui che si connette, in modo doloroso e necessario, al dramma dell’Ucraina.
Da anni, l’Occidente ripete a Kiev il mantra della “pace giusta”.
Una pace che implica la vittoria totale, la riconquista di ogni centimetro di terra, la punizione dei colpevoli. Un obiettivo nobile. Giusto. E assolutamente irrealistico, tanto che nemmeno in un film di fantascienza potrebbe realizzarsi.
Un obiettivo che sta costando centinaia di migliaia di vite umane, la distruzione di un’intera nazione e il rischio concreto di un’escalation nucleare per il mondo intero.
La storia è una maestra spietata e ci ricorda che le guerre combattute fino all’ultimo uomo per un “principio” non hanno mai prodotto paci durature né giuste, ma solo deserti pieni di croci.
La Pace di Vestfalia non fu giusta, ma pose fine a trent’anni di massacri religiosi. La fine della guerra in Vietnam non fu giusta per nessuno, ma fermò il contatore dei morti. E… non esiste una sola pace nella storia che non sia stata ingiusta.
Anche a Gaza la pace non è giusta. È una resa mascherata. I palestinesi hanno perso. Hanno perso territorio, potere, autonomia e decine di migliaia di vite. Ma oggi, i loro figli sono vivi. Oggi non cadono bombe. Domani, forse, potranno iniziare a ricostruire. Questa è l’unica vittoria che conta per chi ha visto l’inferno.
L’Ucraina si trova davanti allo stesso bivio.
Può continuare a sacrificare la sua gioventù sull’altare di una vittoria che ogni giorno appare più lontana, inseguendo la chimera di una “pace giusta” applaudita da leader occidentali che mandano armi e fanno soldi, ma non i loro figli al fronte.
Oppure, può accettare l’amara medicina di una pace imperfetta. Una pace che potrebbe significare la perdita di territori e la fuga di Zelensky e di tutti coloro che dalla guerra ricevono soldi e potere.
Una resa, sì. Ma una resa che condannerebbe la politica ucraina, ma salverebbe ciò che resta della nazione: il suo popolo.
Quanti altri orfani servono per difendere un confine su una mappa?
Quanti altri morti perché i leader europei smettano di dare evidenti segni di squilibrio mentale?
OLTRE L’IPOCRISIA: SCEGLIERE LA VITA
La narrazione dominante ci ha insegnato a idolatrare la resistenza eroica e a disprezzare il compromesso, etichettandolo come codardia.
Ma si tratta di una trappola morale letale. La vera leadership, quella che trascende l’ideologia e si fonda sull’umanità, non chiede ai suoi cittadini di morire per la patria. Chiede loro di vivere per essa.
Quella che vediamo oggi in Medio Oriente non è la pace dei poeti, ma la pace dei sopravvissuti, mediata da un imprenditore pragmatico e senza scrupoli. È brutta, sporca, ingiusta. Ma è reale.
Ed è infinitamente preferibile alla giustizia dei cimiteri e alle logiche squilibrate dei leader europei.
Forse è tempo che anche a Kiev, e soprattutto nelle capitali europee che ne telecomandano il destino, qualcuno inizi a far funzionare quel poco di neuroni che, si spera, saranno rimasti dopo questi anni da manicomio.
Prima che non resti più nessuno da salvare. Perché alla fine, l’unica vittoria che conta davvero è il battito del cuore del giorno dopo. Il resto è aria fritta.

Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




















