MORTE LADY DIANA. LE VERITÀ NASCOSTE DIETRO L’INCIDENTE DI PARIGI DEL 1997

LA PRINCIPESSA DEL POPOLO: QUANDO IL MONDO SI FERMÒ

Era una notte qualunque di fine estate, quella del 31 agosto 1997.

L’Europa dormiva, ignara che di lì a poche ore avrebbe appreso una notizia destinata a segnare per sempre la storia contemporanea.

Lady Diana Spencer, la “Principessa del Popolo”, perdeva la vita in quello che le cronache ufficiali definirono un tragico incidente stradale nel tunnel del Pont de l’Alma a Parigi.

Eppure, a distanza di quasi trent’anni, quella morte continua a sollevare interrogativi inquietanti, domande che gli investigatori ufficiali hanno liquidato troppo frettolosamente, lasciando dietro di sé una scia di dubbi che ancora oggi alimenta teorie alternative e sospetti di macchinazioni.

L’EUROPA DEL 1997: UN MONDO SENZA SMARTPHONE E SOCIAL MEDIA

Per comprendere appieno l’impatto di quella tragedia, dobbiamo riavvolgere il nastro della storia.

Nell’agosto del 1997, il mondo viveva ancora in un’era pre-digitale.

Gli smartphone erano fantascienza e i primi telefoni cellulari rappresentavano un lusso per pochi. Internet muoveva i suoi primi passi, sconosciuto alla maggior parte della popolazione mondiale.

Era l’epoca delle radio che trasmettevano incessantemente le hit delle Spice Girls, dei bar affollati dove si discuteva di calciomercato, delle gesta atletiche di Michael Jordan, mentre il Tamagotchi rappresentava l’ultima frontiera tecnologica per i giovani. In questo scenario di apparente normalità, la notizia della morte di Diana esplose come una bomba.

Dalle 2:55 del 31 agosto, i notiziari di tutto il mondo iniziarono a diffondere comunicati frammentari e sempre più drammatici: “La Principessa Diana ha subito un grave incidente”, poi “Lady Diana è in condizioni critiche”, fino all’annuncio finale che spezzò il cuore di milioni di persone: “Diana Spencer è morta”.

LA TRAGEDIA DEL TUNNEL: RICOSTRUZIONE DI UNA NOTTE MALEDETTA

I fatti, almeno quelli ufficialmente accertati, parlano di un incidente avvenuto alle 00:23 del 31 agosto 1997.

Una Mercedes S280 blindata, con a bordo Diana Spencer, Dodi Al-Fayed, il conducente e un uomo della scorta, si schiantava contro il tredicesimo pilastro del tunnel dell’Alma a una velocità stimata di 105 chilometri orari.

Al volante c’era Henri Paul, vice responsabile della sicurezza dell’Hotel Ritz, affiancato dalla guardia del corpo Trevor Rees-Jones.

L’impatto fu devastante: Henri Paul e Dodi Al-Fayed morirono sul colpo, mentre Diana, trasportata d’urgenza all’ospedale Pitié-Salpêtrière, spirò alle 4 del mattino per arresto cardiaco causato da emorragie interne.

L’unico sopravvissuto fu Trevor Rees-Jones, che riportò gravi fratture craniche, ma non conservò alcuna memoria dell’incidente. Una circostanza, questa, che molti considerano quanto meno sospetta.

L’AMNESIA DI TREVOR REES-JONES: IL TESTIMONE CHE NON RICORDA NULLA

La perdita totale di memoria di Trevor Rees-Jones rappresenta uno degli aspetti più enigmatici dell’intera vicenda.

La guardia del corpo, unico superstite dello schianto, non ha mai recuperato neanche un frammento di ricordo relativo ai momenti cruciali dell’incidente. Un’amnesia completa che ha privato gli investigatori dell’unica testimonianza diretta disponibile su quanto realmente accadde in quegli istanti fatali.

Dal punto di vista medico, l’amnesia traumatica può certamente verificarsi in seguito a gravi traumi cranici, come quelli subiti da Rees-Jones, tuttavia, la completezza e la persistenza di questa perdita di memoria sollevano interrogativi legittimi.

Solitamente, anche nei casi di amnesia post-traumatica più severi, alcuni frammenti mnemonici tendono a riaffiorare col tempo, specialmente quando si tratta di eventi emotivamente tanto intensi.

La coincidenza che l’unico testimone oculare dell’incidente non abbia potuto fornire alcuna informazione utile alle indagini appare quantomeno sospetta.

Rees-Jones non ha mai ricordato nulla: la velocità dell’auto, eventuali manovre anomale, la presenza di altri veicoli, l’eventuale fascio di luce accecante descritto da altri testimoni.

È come se quella notte cruciale fosse stata completamente cancellata dalla sua mente.

Questa circostanza ha inevitabilmente alimentato le speculazioni di chi vede nell’incidente qualcosa di più di una tragica fatalità, perché, di fatto, l’amnesia di Rees-Jones ha blindato per sempre i segreti di quella corsa mortale, lasciando spazio solo alle ricostruzioni tecniche e alle testimonianze indirette, contraddittorie o ignorate dagli investigatori ufficiali.

LADY DIANA SPENCER: DALLA FAVOLA REALE ALLA RIBELLIONE

Per comprendere le possibili motivazioni di un eventuale complotto, è necessario ripercorrere la parabola esistenziale di Diana Spencer.

Nata in una famiglia aristocratica storicamente legata alla Corona britannica, acquisì il titolo di Lady nel 1975 quando il padre divenne Conte Spencer.

Il matrimonio con Carlo d’Inghilterra, il 29 luglio 1981, nella Cattedrale di St. Paul, rappresentò un evento mediatico planetario, seguito da oltre 750 milioni di telespettatori.

Era l’inizio del mito di Lady D, ma anche l’origine di una trasformazione che avrebbe scosso le fondamenta della monarchia britannica.

Dietro il fascino delle cerimonie pubbliche si nascondeva però una realtà coniugale travagliata, caratterizzata da infedeltà reciproche e incompatibilità caratteriali sempre più evidenti.

La separazione ufficiale avvenne nel 1996 e segnò un punto di non ritorno: Diana mantenne il titolo di Principessa del Galles, ma perse l’appellativo di “Altezza Reale”.

Questa apparente diminuzione del suo status sortì l’effetto contrario rispetto alle aspettative della Corona, poiché, liberata dai vincoli protocollari più stringenti, Diana intensificò il suo impegno umanitario, trasformandosi in un’icona della compassione e della modernità, diventando famosa in tutto il mondo.

Il suo approccio diretto e umano alle cause benefiche contrastava nettamente con il rigido formalismo tradizionale della Casa Reale e offuscava l’immagine della Regina.

IL MODELLO DIANA: UNA MONARCHIA ALTERNATIVA CHE PREOCCUPAVA BUCKINGHAM PALACE

La crescente popolarità di Diana presso l’opinione pubblica internazionale iniziò a rappresentare un problema serio per la monarchia.

I sondaggi dell’epoca mostravano come la Principessa del Popolo godesse di consensi superiori a quelli della Regina Elisabetta II e dello stesso Carlo, l’attuale Re.

Il suo modo di interpretare il ruolo regale, fatto di abbracci ai malati di AIDS, visite nei campi minati dell’Angola, battaglie contro la povertà nel mondo, delineava un modello di monarchia moderna e socialmente impegnata che metteva in ombra l’approccio più conservatore della famiglia reale.

Fonti dell’epoca riferiscono di crescenti tensioni all’interno di Buckingham Palace, dove il protagonismo di Diana veniva percepito come una minaccia all’autorità tradizionale della Corona, poiché la sua influenza mediatica e il suo carisma personale stavano ridefinendo il concetto stesso di regalità nell’immaginario collettivo britannico e mondiale.

LA RELAZIONE CON DODI AL-FAYED: ULTIMO CAPITOLO DI UNA VITA SOTTO I RIFLETTORI

Nell’estate del 1997, Diana aveva intrapreso una relazione con Dodi Al-Fayed, figlio del magnate Mohamed Al-Fayed, proprietario dei celebri magazzini Harrods di Londra.

Secondo Paul Burrell, storico maggiordomo della principessa, questa liaison rappresentava più un capriccio che un vero amore, utilizzato per suscitare la gelosia del chirurgo cardiaco pakistano Hasnat Khan, considerato il grande amore della sua vita.

Tuttavia, indipendentemente dalle vere motivazioni sentimentali, la relazione con Al-Fayed aveva implicazioni potenzialmente esplosive per la Corona britannica, perché l’idea che l’ex moglie dell’erede al trono potesse avere figli con un uomo di origini arabe ed egiziane rappresentava uno scenario inaccettabile per i vertici della monarchia.

La coppia aveva trascorso alcuni giorni di vacanza a bordo dello yacht di famiglia Al-Fayed nel Mediterraneo, insieme ai figli di Diana, William ed Harry. Il 30 agosto decisero di fare tappa a Parigi, alloggiando al Ritz, proprietà della famiglia Al-Fayed.

LA NOTTE DELL’INCIDENTE: DETTAGLI CHE NON CONVINCONO

La sera del 30 agosto, Diana e Dodi cenarono al Ritz ma, assediati dai paparazzi, decisero di trasferirsi in un appartamento privato della famiglia Al-Fayed, anche se non vi arrivarono mai.

La Mercedes S280 blindata lasciò l’hotel poco dopo la mezzanotte, guidata da Henri Paul e scortata da Trevor Rees-Jones.

L’obiettivo era raggiungere l’appartamento privato evitando l’assedio fotografico, ma la corsa si trasformò in una fuga ad alta velocità attraverso le strade parigine, apparentemente tallonati da alcuni paparazzi.

Nel tunnel del Pont de l’Alma, secondo la ricostruzione ufficiale, il veicolo perse il controllo a causa dell’alta velocità e del presunto stato di alterazione del conducente, schiantandosi contro il tredicesimo pilastro.

Tuttavia, si tratta di una versione che presenta numerose incongruenze tecniche e testimoniali.

LE INDAGINI UFFICIALI: TROPPE LACUNE PER ESSERE CASUALI

L’inchiesta francese, guidata dal giudice Hervé Stephan, si concentrò immediatamente sulla figura di Henri Paul, identificandolo come unico responsabile della tragedia. Gli esami tossicologici rivelarono un tasso alcolemico tre volte superiore al limite legale e la presenza di un cocktail di sostanze stupefacenti e farmaci antidepressivi nel suo sangue.

Questa conclusione sembrava perfetta per consentire agli investigatori di archiviare rapidamente il caso come incidente stradale causato da guida in stato di ebbrezza, evitando imbarazzanti approfondimenti su possibili responsabilità istituzionali.

Tuttavia, già dai primi giorni emersero elementi che contraddicevano la versione ufficiale.

Le telecamere di sorveglianza del Ritz mostravano Henri Paul nelle ore precedenti l’incidente: camminava normalmente, si chinava per allacciarsi le scarpe e conversava lucidamente con i colleghi. Comportamenti incompatibili con lo stato di grave alterazione descritto dall’autopsia.

HENRI PAUL: IL CAPRO ESPIATORIO PERFETTO?

La figura di Henri Paul rappresenta uno degli aspetti più controversi dell’intera vicenda. Secondo i colleghi dell’Hotel Ritz, era un professionista serio e affidabile, con una lunga esperienza nel settore della sicurezza VIP.

Claude Garrec, suo intimo amico, lo descriveva come una persona che non avrebbe mai bevuto durante il servizio.

Emerse anche un particolare inquietante: Paul collaborava saltuariamente con vari servizi di intelligence internazionali, una circostanza che potrebbe spiegare molte incongruenze.

Eppure, nonostante questi collegamenti fossero noti negli ambienti della sicurezza parigina, John Stevens, capo delle indagini britanniche, dichiarò di non aver trovato alcuna traccia di Henri Paul negli archivi dell’MI6.

Come è possibile che un uomo con accesso ai più alti livelli della sicurezza internazionale, responsabile della protezione di personalità del calibro della Principessa Diana, non risultasse in nessun database ufficiale dei servizi segreti britannici?

LA MERCEDES MALEDETTA: UN VEICOLO CON UN PASSATO OSCURO

Anche la Mercedes S280 utilizzata quella notte presenta aspetti inquietanti.

Il veicolo apparteneva alla flotta dell’Hotel Ritz, ma aveva una storia particolare: era stata precedentemente rubata e ritrovata completamente distrutta, ciononostante, invece di essere demolita, fu riparata e rivenduta alla società di noleggio dell’hotel.

Gli altri autisti della compagnia confermarono che l’auto presentava gravi problemi meccanici: non riusciva a mantenere stabilmente l’alta velocità e aveva difetti al sistema frenante.

“Nessuno di noi avrebbe superato gli 80 km/h con quella macchina”, dichiararono i colleghi di Henri Paul.

Se Paul era sobrio, come dimostrano i video di pochi minuti prima, e conosceva i limiti tecnici del veicolo, come si può spiegare l’accelerazione fino a 105 km/h?

Chi o cosa ha causato quella folle corsa verso la morte?

I TESTIMONI SCOMODI: VOCI CHE NESSUNO VOLLE SENTIRE

Diversi testimoni oculari riferirono di aver visto una Fiat bianca e una motocicletta affiancare la Mercedes poco prima dello schianto.

Alcuni parlarono di un fascio di luce accecante puntato verso il parabrezza dell’auto di Diana, ma queste testimonianze furono sistematicamente ignorate dagli investigatori.

Una fotografia scattata pochi istanti prima dell’impatto mostra Trevor Rees-Jones che abbassa il parasole, in piena notte, un gesto inspiegabile, a meno che non fosse necessario proteggersi da una fonte luminosa artificiale.

Richard Tomlinson, ex agente dei servizi segreti britannici, rivelò l’esistenza di tecniche operative che prevedevano l’uso di dispositivi laser per accecare i conducenti e provocare incidenti. Secondo le sue dichiarazioni, questa tattica era stata utilizzata più volte nei Balcani durante gli anni Novanta.

IL CASO JEAN-PAUL ANDANSON: MORTE SOSPETTA DI UN TESTIMONE CHIAVE

Le indagini identificarono i resti di vernice bianca e frammenti di fanale trovati sulla scena dell’incidente come appartenenti a una Fiat Uno bianca. Il proprietario del veicolo era Jean-Paul Andanson, un paparazzo che si vantava con gli amici di aver fotografato Diana ancora agonizzante nella Mercedes.

Stranamente, Andanson fece immediatamente riverniciare l’auto e la rivendette in tempi record.

Nel 2000, quando gli investigatori privati ingaggiati da Mohamed Al-Fayed tentarono di interrogarlo, lo trovarono carbonizzato nella sua nuova automobile, nella brughiera di Larzac.

Le chiavi del veicolo non furono mai ritrovate, circostanza che suggerisce chiaramente un omicidio.

Tuttavia, le autorità francesi archiviarono il caso come suicidio, ma come può un uomo raggiungere un luogo isolato in automobile e poi bruciare vivo nella stessa auto, senza lasciare traccia delle chiavi?

Di conseguenza, chi lo ha ucciso, perché e perché la polizia parla di suicidio?

LA LETTERA PROFETICA: DIANA AVEVA PREVISTO LA SUA MORTE?

Nel 2003, Paul Burrell pubblicò il libro “A Royal Duty”, rivelando l’esistenza di una lettera scritta da Diana nell’ottobre 1996.

Nel documento, la principessa confessava di essere venuta a conoscenza di un piano per eliminarla attraverso un “incidente” automobilistico causato da manomissioni ai freni della sua auto.

Una coincidenza alquanto sospetta.

La lettera, che non è mai stata ufficialmente smentita, conteneva anche il nome della persona che secondo Diana avrebbe orchestrato il complotto.

Un documento che rappresenta una prova documentale inquietante che gli investigatori ufficiali hanno preferito non approfondire.

Perché?

IL SOLDATO N: IL KILLER FANTASMA DEI SERVIZI SPECIALI

Sue Reid, giornalista investigativa del Daily Mail, ha condotto per anni inchieste parallele sulla morte di Diana, identificando in un membro anonimo del SAS (Special Air Service) britannico, soprannominato “Soldato N”, il possibile esecutore materiale dell’omicidio.

Secondo fonti riservate all’interno dei servizi speciali britannici, esisterebbe un sistema informale che permetterebbe di indicare “bersagli” da eliminare e di richiedere compensi non tracciabili per l’esecuzione di operazioni clandestine. Una sorta di mercato nero della morte sponsorizzato dallo stato.

Il “Soldato N” avrebbe utilizzato dispositivi laser militari per accecare Henri Paul, causando la perdita di controllo del veicolo. Una tecnica sofisticata che spiegherebbe sia il parasole abbassato da Rees-Jones sia i racconti dei testimoni oculari sulla luce accecante.

L’IMPIANTO FRENANTE MANOMESSO: PROVE INSABBIATE

Gli investigatori ufficiali incaricarono un esperto di esaminare il sistema frenante della Mercedes, ma i risultati di questa perizia non furono mai resi pubblici, sebbene l’esperto consegnò le sue conclusioni, in cui riscontrò difetti e componenti mancanti che suggerivano una possibile manomissione.

Ma, stranamente, non fu mai chiamato a testimoniare durante il processo.

Anche l’analisi delle suole delle scarpe di Henri Paul, che avrebbe potuto chiarire se avesse effettivamente tentato una frenata d’emergenza, non fu mai eseguita.

Omissioni investigative che appaiono incomprensibili in un’inchiesta su un caso di tale rilevanza internazionale.

I POSSIBILI MANDANTI: CHI AVEVA INTERESSE CHE DIANA MORISSE?

Se accettiamo l’ipotesi che la morte di Diana non sia stata accidentale, allora dobbiamo identificare i possibili mandanti, ed è ovvio che i primi sospetti ricadano principalmente sulla Casa Reale britannica, che vedeva nella ex principessa una minaccia crescente alla stabilità istituzionale della monarchia.

Carlo d’Inghilterra, liberato dall’ingombrante presenza dell’ex moglie, poteva finalmente sposare Camilla Parker-Bowles senza subire il confronto impietoso con il carisma di Diana.

La Corona recuperava il controllo narrativo sulla famiglia reale, eliminando una voce critica sempre più influente.

Sempre più scomoda.

L’eventualità che Diana potesse avere altri figli, magari con Dodi Al-Fayed o con Hasnat Khan, rappresentava uno scenario inaccettabile per l’establishment britannico.

Figli mezzosangue dell’ex moglie del futuro Re avrebbero complicato ulteriormente i rapporti tra monarchia e opinione pubblica.

IL BILDERBERG GROUP: UN PONTE ECONOMICO-FINANZIARIO

Un altro possibile movente riguarda le attività umanitarie di Diana, che contrastavano con gli interessi di potenti lobby internazionali.

La principessa si era schierata attivamente contro il commercio delle armi, le mine antiuomo e lo sfruttamento del Terzo Mondo.

Numerosi membri della famiglia reale britannica, incluso Carlo, mantengono stretti legami con il Bilderberg Group, organizzazione che riunisce le élite economiche e politiche occidentali, ma gli ideali di giustizia sociale promossi da Diana erano in aperto contrasto con gli obiettivi di questo influente network di potere.

La sua crescente influenza mediatica e il suo impegno per cause umanitarie “scomode” potevano rappresentare un ostacolo per piani economici e geopolitici di più ampio respiro.

Diana non era solo una principessa ribelle, ma stava diventando un simbolo globale di opposizione al sistema neoliberista dominante.

ANALOGIE STORICHE: IL PRECEDENTE DEL DUCA DI KENT

Un particolare inquietante si trova nei registri storici della Casa Reale: anche il Duca di Kent, nel 1942, morì in circostanze misteriose durante un incidente aereo. Come Diana, anche lui aveva assunto posizioni considerate “problematiche” dall’establishment dell’epoca.

Entrambi i decessi avvennero nel mese di agosto, entrambe le figure erano membri della famiglia reale che si erano discostati dalla linea ufficiale della Corona.

Una coincidenza? Forse. Ma la storia insegna che certe circostanze non sono mai casuali quando riguardano i vertici del potere.

HENRI PAUL: L’UNICO COLPEVOLE CHE NON PUÒ DIFENDERSI

A oltre venticinque anni di distanza, Henri Paul rimane l’unico accusato ufficiale della morte di Diana Spencer.

Un capro espiatorio perfetto: morto nell’incidente, impossibilitato a fornire la sua versione dei fatti, con un passato nel mondo dell’intelligence che permetteva di giustificare ogni incongruenza come “segreto di stato”.

Dunque, la versione ufficiale parla di fatalità, di un conducente ubriaco e drogato che perse il controllo del veicolo mentre fuggiva dai paparazzi. Una spiegazione comoda che evita domande imbarazzanti su possibili responsabilità istituzionali o servizi deviati.

LA VERITÀ SEPOLTA: QUANDO IL SILENZIO DIVENTA COMPLICE

La morte di Lady Diana rappresenta uno dei momenti più iconici nella storia contemporanea, non solo per l’impatto emotivo che ebbe su milioni di persone in tutto il mondo, ma anche per le inquietanti zone d’ombra che ancora oggi circondano quella tragica notte parigina.

Le incongruenze investigative, i testimoni ignorati, le prove insabbiate, i possibili moventi politici ed economici delineano un quadro che trascende la semplice fatalità.

Diana Spencer potrebbe essere stata vittima di un complotto che affonda le radici nei meccanismi più oscuri del potere contemporaneo.

I morti, come diceva qualcuno, non possono raccontare la propria verità, ma i vivi hanno il dovere morale di continuare a fare domande, di non accontentarsi di risposte preconfezionate, di pretendere trasparenza quando si tratta della morte di una donna che aveva dedicato la sua vita alla giustizia e alla compassione.

La Principessa del Popolo merita di più di una Mercedes schiantata contro un pilastro e di un autista ubriaco.

Merita che la verità, tutta la verità, venga finalmente alla luce. Anche se questa verità dovesse scuotere le fondamenta di istituzioni che molti considerano intoccabili.

Perché Diana Spencer non era solo una principessa. Era un simbolo di speranza per milioni di diseredati in tutto il mondo.

E i simboli, quando diventano troppo potenti, possono diventare pericolosi per chi detiene il vero potere. Anche a costo di eliminarli fisicamente.

La verità su quella notte di agosto del 1997 potrebbe essere molto più scomoda di quanto l’opinione pubblica sia preparata ad accettare. Ma Diana se la merita.

E ce la meritiamo anche noi.

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ISRAELE IN RIVOLTA. LA PIAZZA SFIDA NETANYAHU PERCHÉ IL PREZZO DEL SANGUE DIVENTA INSOSTENIBILE

LA PARALISI DEL CONSENSO: MIGLIAIA IN STRADA CONTRO NETANYAHU

Migliaia di manifestanti bloccano autostrade, paralizzano aeroporti, assediano la residenza del primo ministro, e non sono pacifisti di professione o attivisti per i diritti umani.

Sono famiglie disperate che chiedono una cosa semplice, una cosa che il governo israeliano non è riuscito a fare, scegliendo l’odio anziché la diplomazia: riportare a casa i loro cari ancora prigionieri di Hamas.

Quando le élite politiche perdono il controllo della narrazione, la strada diventa l’ultimo tribunale del popolo e Netanyahu, dopo quasi due anni di crimini di guerra, pur senza vittorie decisive, sta scoprendo che anche la società israeliana ha i suoi limiti di sopportazione.

IL CALCOLO CINICO DELLA POLITICA: OSTAGGI COME PEDINE

L’accusa dei manifestanti non potrebbe essere più diretta: Netanyahu ha sacrificato la vita dei prigionieri per ragioni politiche, per tenere in vita una coalizione traballante.

D’altro canto, sono settimane che il presidente israeliano sostiene che, anche nel caso di liberazione degli ostaggi, l’avanzata dell’esercito non si placherebbe, dimostrando che a Netanyahu non è mai interessato liberare gli ostaggi, ma li ha semplicemente usati per i suoi scopi politici e di conquista.

Sono almeno vent’anni che pontifica di aggredire Gaza, così come sulla bomba atomica dell’Iran.

Unendo i “puntini” emerge sempre più la necessità di scavare a fondo nella vicenda del 7 ottobre, ancora satura di ombre e di non detti, per scoprire il ruolo dell’attuale governo israeliano nell’attentato.

Perché è poco credibile che il Mossad, uno dei migliori servizi d’intelligence al mondo, capace di orchestrare persino delitti mirati in paesi sovrani, sia arrivato a conoscere cosa aveva in mente Hamas solo a cose fatte, dopo altre agenzie e perfino dopo qualche giornalista.

Ma torniamo a oggi.

I numeri parlano chiaro e sono impietosi.

Duecentocinquanta rapiti il 7 ottobre 2023. Centoquaranta liberati tramite negoziati, otto salvati militarmente, cinquantasette corpi recuperati.

Restano una ventina di ostaggi vivi e almeno ventotto cadaveri nelle mani di Hamas. Ogni cifra rappresenta una famiglia distrutta, una speranza che si spegne, un governo che ha fallito nel suo dovere primario di proteggere i cittadini.

Ma i numeri parlano anche di oltre 62000 civili uccisi, di cui almeno 18000 sarebbero bambini e tra i quali ci sono anche centinaia di giornalisti.

L’ARTE DELL’EQUILIBRISMO POLITICO: TRA PIAZZA E KNESSET

Netanyahu si trova schiacciato in una morsa: da una parte la piazza che urla “basta”, dall’altra i partiti di estrema destra pronti a far cadere il governo se firmerà qualsiasi accordo con Hamas.

È il classico dilemma dei dittatori: mantenere il potere o servire il popolo?

La pressione internazionale si intensifica.

Emmanuel Macron scrive lettere diplomatiche che suonano come ultimatum, Qatar, Stati Uniti ed Egitto aspettano risposte che non arrivano, anche se sembrano teatrini messi in scena per soddisfare l’indignazione dei popoli e non certo azioni diplomatiche degne di nota.

Hamas ha accettato la proposta di cessate il fuoco, ma Israele tentenna, dimostrando il paradosso geopolitico per cui i “terroristi” sembrano più ragionevoli del governo da noi definito “democratico”.

LA STRATEGIA DEL DOPPIO BINARIO: GUERRA E NEGOZIATI

Mentre le famiglie manifestano, l’esercito israeliano riceve ordini per accelerare l’offensiva terrestre su Gaza City, nel più classico dei doppi binari, per cui si negozia con una mano e si bombarda con l’altra.

Strategia che funziona nei manuali militari, meno nella realtà dove ogni bomba uccide la possibilità di un accordo.

IL GENOCIDIO DEI TESTIMONI. QUANDO I GIORNALISTI DIVENTANO BERSAGLI

L’eliminazione sistematica dei giornalisti a Gaza è un altro elemento che rende i crimini di Netanyahu ben altra cosa rispetto alla guerra in Ucraina.

Oltre 240 morti dall’inizio del conflitto. Alcune fonti parlano di oltre 300. Più che in tutte le guerre del Novecento messe insieme.

Definire questi atti figli di un Paese democratico è illogico.

L’ultimo massacro all’ospedale Nasser, dove cinque giornalisti sono stati uccisi mentre documentavano la verità, i fatti, la realtà, ciò che certi colleghi italiani tentano di celare, revisionare, perfino negare.

Hussam al-Masri stava trasmettendo in diretta quando è stato bombardato dall’esercito israeliano.

LA LETTERA DI MARIAM: QUANDO LA VERITÀ COSTA LA VITA

Mariam Abu Daqqa, una dei cinque giornalisti ammazzati l’altro giorno dall’esercito israeliano, aveva scritto una lettera testamento al figlio dodicenne, sapendo di avere un mirino puntato alla testa, visto che il mondo restava in silenzio di fronte alle atrocità commesse dal governo Netanyahu.

“Ghaith, cuore e anima di tua madre, sei tu. Ti chiedo di non piangere per me, ma di pregare per me così che io possa restare serena.
Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, e che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio. Non dimenticare che io facevo di tutto per renderti felice, a tuo agio e in pace, e che tutto ciò che ho fatto era per te.
Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me.
Tu sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e mio figlio. Colui che mi fa alzare la testa con orgoglio.
Sii sempre felice e conserva una buona reputazione. Ti prego, Ghith: la tua preghiera, poi ancora la tua preghiera, e poi ancora la tua preghiera.”.

Mariam Abu Daqqa – uccisa dall’esercito israeliano

Parole che squarciano il velo dell’indifferenza.

Leggendole, viene da chiedersi se l’amore di questa madre per suo figlio non fosse identico a quello delle mamme di Auschwitz, in fila verso le camere a gas.

Mariam Abu Daqqa sapeva che raccontare la verità su Gaza equivaleva a una condanna a morte, ma a continuato comunque.

Questo è giornalismo, raccontare la verità anche a rischio della tua vita. Il resto è propaganda.

Le scuse dell’esercito israeliano sono patetiche: “danni collaterali”, “obiettivi non intenzionali”.

Fosse stato un caso isolato, come accaduto, per esempio, in Ucraina, e dove pure si è inveito contro la Russia, sarebbe credibile, ma Israele ha raso al suolo diversi ospedali e ha preso di mira più volte ambulanze e auto mediche, dichiarando che lo fa perché lì si nascondono i terroristi.

Un po’ come se, dopo le stragi del ’92, l’esercito italiano avesse bombardato i quartieri di Palermo perché era lì che si nascondevano i mafiosi.

Bombardare ospedali resta un crimine di guerra, anche quando lo si fa “per sbaglio” o perché si usano i civili come scudi umani. E, soprattutto, quando lo “sbaglio” si ripete 240 volte, diventa sistema. Diventa scelta strategica.

Diventa crimine contro l’umanità, senza se e senza ma.

L’ANATOMIA DEL CONSENSO IN CRISI: ANALISI SOCIOLOGICA

Dal punto di vista sociologico, assistiamo alla classica erosione del consenso che precede le grandi crisi politiche. Il contratto sociale israeliano si basava sull’assunto di sicurezza in cambio di libertà.

Ma quando la sicurezza non viene garantita e la libertà si trasforma in licenza di uccidere, il patto si rompe.

Le manifestazioni israeliane non sono episodi isolati, ma rappresentano la punta dell’iceberg di una società che inizia a interrogarsi su ciò che fino a ieri era narrazione intoccabile.

Sebbene io non escluda che qualche “genio” di casa nostra possa parlare di antisemitismo anche in questo caso.

LA SINDROME DEL BUNKER: NETANYAHU E L’ISOLAMENTO DEL POTERE

Netanyahu mostra tutti i sintomi della “sindrome del bunker”: isolamento crescente, percezione distorta della realtà, incapacità di leggere i segnali sociali, odio e arroganza.

Classico degli autocrati che confondono il silenzio del terrore con il consenso popolare.

La coalizione israeliana si regge su equilibri sempre più precari.

I partiti religiosi e di estrema destra ricattano quotidianamente il premier, minacciando la caduta del governo a ogni accenno di compromesso, cosa che dimostra in maniera inequivocabile quanto la democrazia sia ostaggio degli estremisti.

LA COMPLICITÀ INTERNAZIONALE: L’OCCIDENTE VEDE SOLO LA RUSSIA.

Ma il vero scandalo è la complicità internazionale.

Stati Uniti ed Europa continuano a fornire armi agli aggressori israeliani mentre fingono di chiedere moderazione e mentre sanzionano la Russia e forniscono armi all’Ucraina.

Ipocrisia geopolitica allo stato puro: si deplora pubblicamente quello che si finanzia privatamente in Medio Oriente, ma si fa l’esatto contrario in Ucraina.

Francesca Albanese, relatrice Onu, implora sanzioni ed embargo militare, ma resta una voce che grida nel deserto di una diplomazia sorda e complice e, addirittura, viene sanzionata con minacce e ripicche che ricordano metodi mafiosi, per essersi permessa di denunciare crimini, colpevoli e complici.

Perché ammettere il genocidio significherebbe ammettere la propria complicità. Cosa che, tuttavia, è evidente a chiunque abbia ancora un briciolo di dignità umana.

I NUMERI DELL’ORRORE: 62MILA MORTI NON SONO STATISTICA

Oltre 62mila morti a Gaza, l’83% civili, secondo i dati dell’esercito israeliano pubblicati dal Guardian.

Cifre che sfuggono alla comprensione umana.

Stalin diceva che una morte è una tragedia, un milione è statistica. A Gaza siamo oltre la statistica, siamo nell’abisso morale a cui i nostri leader europei partecipano con un silenzio complice.

VERSO LA “SOLUZIONE FINALE”: LE PAROLE DI SMOTRICH

Bezalel Smotrich, ministro israeliano, ha detto ai vertici militari: “Potete assediarli, non permettete a nessuno di restare. Senza acqua, senza elettricità, possono morire di fame o arrendersi”.

Parole che riecheggiano fantasmi nazisti che l’Europa pensava di aver sepolto per sempre.

Parole che sono criminali, ma che qualche giornalista di casa nostra riporta come “democratiche” e da contestualizzare, in quel mondo dispotico, in stile orwelliano, in cui stiamo scivolando sempre più.

La “soluzione finale” per Gaza è iniziata: deportazione verso sud, segregazione in campi di concentramento a cielo aperto.

Il linguaggio conta, le parole feriscono, la Storia giudica, ma i nostri leader sembrano incapaci – o del tutto consapevoli, ma, allora, complici – di accorgersi che il nazismo è tornato in tutta la sua drammatica evidenza.

IL PREZZO DELLA VERITÀ IN TEMPO DI GUERRA

Le proteste israeliane rappresentano molto più di una rivolta contro Netanyahu. Sono il sintomo di una società che inizia a fare i conti con l’inaccettabile, con la verità celata per troppo tempo dalla menzogna.

Quando i cittadini scendono in piazza per chiedere la pace, significa che la propaganda di guerra ha fallito.

Ma la vera battaglia si combatte tra chi vuole documentare la verità e chi preferisce eliminarla insieme ai testimoni.

A Gaza, impugnare una telecamera è diventato più pericoloso che imbracciare un fucile. Perché le immagini uccidono più delle bombe: distruggono narrazioni, smascherano menzogne, rivelano la barbarie sotto la patina della civiltà.

E smontano la narrazione dello Stato democratico e dell’antisemitismo.

Questo è nazismo. Punto.

La lettera di Mariam Abu Daqqa al figlio Ghaith resterà nella Storia come testimonianza di un’epoca che ha scelto il silenzio di fronte al nazismo, anziché combatterlo.

Mentre in Occidente ci indigniamo per i giornalisti arrestati in Russia, a Gaza gli israeliani li uccidono direttamente, ma, al di là di qualche post indignato, nessuna sanzione, nessun ammonimento, nessuna arma agli aggrediti. Anzi, le armi continuiamo a venderle agli aggressori.

Almeno Putin ha il pudore di usare le manette, e noi sanzioniamo, ma Israele usa le bombe e noi non facciamo nulla.

Il consenso di Netanyahu si sgretola, la piazza israeliana si ribella, l’Occidente finge di non vedere ed etichetta chiunque apra gli occhi come antisemita.

Ma la Storia vede tutto, registra ogni crimine, giudica ogni complicità. E quando il sipario calerà su questa tragedia senza fine, nessuno potrà dire “non sapevo”.

Non un leader, non un cittadino comune.

Non un giornalista.

IL COMPLESSO DI MACRON. LA RETORICA NASCONDE LA PAURA DEL SORPASSO ITALIANO

La diatriba scatenata dalle parole del ministro Salvini hanno scaldato gli animi del presidente francese, che in patria è sempre più isolato, perciò è costretto a dedicare anima e corpo alla politica estera per mantenere alto il suo ego.

Salvini gli ha praticamente detto che, se proprio vuole andare in guerra, che vada lui al fronte.

Certamente, avrebbe potuto usare parole più consone a un ruolo istituzionale, ma il leader della Lega ha più volte dimostrato di non essere un campione di Comunicazione e Relazioni internazionali.

Tuttavia, il concetto espresso da Salvini è condiviso dalla quasi totalità degli italiani, e sono convinto che anche tanti interventisti da tastiera, che applaudono ad armi e sanzioni, qualora arrivasse il precetto militare per sé o per i figli, si provocherebbero gravi lesioni pur di non partire.

MA DAVVERO MACRON SE L’È PRESA PER IL TRAM?

Macron, si sa, ha un ego elevatissimo, come dimostra in ogni occasione, pur senza ottenere un grande successo.

Ma la politica è un palcoscenico dove si recita una commedia per distrarre il pubblico dal vero dramma che si consuma in platea e l’ultima, scomposta, reazione di Emmanuel Macron alle colorite esternazioni di Matteo Salvini – il cui invito ad attaccarsi “al tram” suona più da spogliatoio che da ministero – ne è la prova lampante.

Il presidente francese, con un’opposizione interna che avanza e un popolo che lo ripudia, ha bisogno di un nemico esterno per restare a galla, un cattivo da additare per distogliere l’attenzione dai suoi fallimenti politici.

Salvini gli ha offerto un assist.

Ma la verità, quella nuda e cruda che i numeri raccontano senza sconti per nessuno, è un’altra e afferma che Macron non ci attacca perché ci disprezza, ma perché, per la prima volta dopo decenni, ci teme.

NON È GEOPOLITICA, È PSICOLOGIA. L’EGO FERITO DI UNA POTENZA IN DECLINO

Salvini, si sa, non è un maestro di diplomazia.

Avrebbe potuto imbastire una nota formale o un comunicato per sostenere che l’Italia ripudia la guerra e sta già andando ben oltre i dettami costituzionali con il caso Ucraina.

Avrebbe potuto usare un linguaggio degno di un ruolo istituzionale, invece ha scelto la ruvidezza dell’uomo di piazza, tuttavia, al di là dei limiti del personaggio, proviamo a non perdere tempo a fissare il dito e osserviamo il firmamento della sostanza.

Il concetto espresso da Salvini tocca un nervo scoperto che ogni italiano, nel suo intimo, percepisce come vero: l’Italia e gli italiani ripudiano la guerra. E se Macron non vede l’ora di partire, che si arruoli pure, o mandi i suoi giovani.

Ma Macron polemizza per ben altra ragione.

Polemizza perché vede sfumare l’egemonia francese sul Vecchio Continente, un’egemonia culturale, economica e militare data per scontata per generazioni, ma che oggi vacilla.

IL SORPASSO ITALIANO NEI FATTI, NON NELLE PAROLE

La retorica si combatte con i dati. E qui la Francia perde a mani basse.

IL DEVASTANTE DIVARIO COMMERCIALE ITALIA-FRANCIA

Nel 2023, l’Italia ha chiuso con un avanzo commerciale record di oltre 36 miliardi di euro. La Francia, ex locomotiva d’Europa, ha registrato un deficit mostruoso, di quasi 100 miliardi.

Mentre noi produciamo ed esportiamo, loro consumano e importano.

Nel settore energetico, la strategia di ENI è un caso studio in tutte le business school del mondo.

Concessionarie in Mozambico, gasdotto EastMed, accordi in Algeria e Libia… ENI naviga da padrona nel Mediterraneo, mentre la francese TotalEnergies arranca, intrappolata in margini ridotti e difficoltà a competere a livello internazionale.

E no, non è un caso che sia una delle aziende con forti interessi in Ucraina. Non è un caso nemmeno che Macron sia così a favore della guerra.

MANIFATTURA E LUSSO, IL MADE IN ITALY TRIONFA IN BORSA

Il miracolo silenzioso è la nostra manifattura, che vale il 20% del PIL, il doppio di quella francese, tuttavia è nel tempio del capitalismo, la Borsa, che il verdetto è impietoso.

I colossi del lusso italiano, come Ferrari, Moncler, Armani.., surclassano per valutazioni e moltiplicatori i giganti d’Oltralpe e il mondo è disposto a pagare il premium price per il sogno italiano, mentre quello francese stanca e/o arranca.

I MERCATI TEMONO PIÙ PARIGI DI ROMA

E questo è il dato più umiliante per Parigi.

L’Italia, con un debito pubblico mostruoso, che ha sfondato i 3000 miliardi con il governo Meloni, mantiene uno spread stabile, tra 110 e 145 punti base, perché l’economia produce, cresce ed esporta.

La Francia, che ha sempre pontificato sui nostri conti, rischia di chiudere il 2025 con un debito superiore a 3.340 miliardi di euro, oltre il 115% del PIL.

Leonardo, che ha superato Dassault per valore complessivo e ordini acquisiti, ha chiuso il primo semestre 2025 con ordini pari a circa 11,2 miliardi di euro, con + 9,7% sugli ordini e + 12,9% sui ricavi, rispetto allo stesso periodo del 2024, raggiungendo un portafoglio ordini complessivo di circa 45-46 miliardi di euro.

I mercati, quei mercati spietati che Macron ama citare spesso, stanno dicendo che, oggi, il rischio default è più concreto a Parigi che a Roma.

La “croissant-economy” ha le ore contate, perciò Macron è così nervoso.

FONTI: Public Senat; Insee; Banca d’Italia; Finanza Digitale; Leonardo.

IL NERVO SCOPERTO. L’AFRICA NON È PIÙ FRANCESE

Ma il vero, grandissimo, nervo scoperto di Macron è la perdita dell’“Africa Francese”.

Per decenni, Parigi ha trattato il continente come il suo cortile di casa, un serbatoio di risorse e un mercato per i suoi prodotti.

Oggi, la pragmatica diplomazia italiana, fatta di investimenti, partnership paritarie, energia e infrastrutture, sta scalzando la presenza coloniale francese.

Ogni accordo firmato da Roma in Algeria, in Libia, in Mozambico, è una pugnalata al cuore di un modello di egemonia obsoleto, ancora legato all’epoca coloniale degli imperi.

Macron polemizza sull’immigrazione e sulla Libia perché vede sfumare il suo ultimo, grande, giardino di casa, il che si traduce in perdite di leadership, economiche, industriali, e di peso politico.

LA PAURA DI MACRON È UN’AMMISSIONE DI DEBOLEZZA

Macron non inveisce contro l’Italia per le parole di Salvini, ma perché l’Italia non è quella che vorrebbe. Non solo perché non segue la sua linea bellicista, ma anche, e soprattutto, perché è un competitor commerciale più forte del previsto.

Non è questione di Salvini, o di Meloni, o di chiunque sia al governo. È questione di trend. Di forza economica. Di visione.

Macron ci attacca perché non sa più come competere sul campo. Usa la retorica perché i numeri non gliela danno vinta, né a livello economico e nemmeno in Ucraina.

Il suo “treno dei volenterosi” è inconsistente contro la Russia, che sta vincendo in Ucraina; il suo partito è stato preso a calci nelle ultime elezioni, dove i francesi hanno votato per estrema destra ed estrema sinistra pur di non votare per Macron.

E l’Africa sta scappando da Parigi.

Perciò, il suo nervosismo non è per Salvini, ma per la sua lenta caduta.

La vera notizia, dunque, non è che la Francia ci detesta, ma che, finalmente, ci teme. E quando un avversario che ha paura comincia a offendere, significa che ha già perso metà della partita.

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MARIO DRAGHI CRITICA L’EUROPA. IL REGISTA CHE RIDICOLIZZA IL SUO STESSO FILM

È uno spettacolo che solo l’Italia poteva offrire.

Surreale, persino fantozziano.

Il boia, dopo aver affilato la mannaia e averla utilizzata con metodo sull’industria italiana, si presenta al meeting di Rimini per divulgare i risultati dell’autopsia eseguita sul cadavere.

Per spiegarci, con la pacatezza del professore, come e perché sia morto.

Stiamo parlando, ovviamente, di Mario Draghi. “Super” come lo definiscono in tanti, quelli che a ogni bugia applaudono come avesse parlato l’oracolo.

Dopo mesi di lontananza dalla scena politica, degna dei migliori latitanti, l’ex Presidente del Consiglio e della BCE ha deciso di graziarci con la sua analisi sulla politica estera europea, dicendo cose di cui scriviamo da tempo e con un ritardo di tre anni. Un’inezia.

Come commentare il perché di una disfatta alla prima di campionato solo a campionato concluso.

La critica di Draghi, in sé, è anche condivisibile, sebbene scontata e comprensibile già anni fa a chi non fosse “super”.

L’Europa è marginale e goffa. Un nano geopolitico che si illude di essere un gigante.

Ma il vero problema non è la diagnosi, ma è il medico. Draghi che critica la creatura che ha contribuito a inventare è come un piromane che tenesse una conferenza sulla prevenzione antincendio.

Da quale pulpito viene la predica?!

L’ARCHITETTO DEL DECLINO ORA NE SPIEGA LE RAGIONI

L’impietosa analisi di Draghi svilisce le competenze di Ursula von der Leyen e Josep Borrell.

Giusto.

Ma qualsiasi imprenditore che si ritrova a pagare bollette alle stelle per le scelte di politica estera e qualsiasi concessionario d’auto che non vende per colpa delle politiche green dicono la stessa cosa già dal 2020.

Inoltre, l’analisi viene proprio da chi, da Presidente del Consiglio, ha operato per la progressiva marginalità dell’Ue.

Ha scelto ministri degli Esteri per appartenenza politica, non per competenza. Si ricordi un certo Luigi Di Maio, capolavoro di meritocrazia.

Ha sempre e comunque sostenuto la deriva ideologica più folle: il Green Deal. Quella colossale operazione di decarbonizzazione che, nella sua irrealizzabilità dogmatica, sta conducendo l’Europa al suo suicidio industriale.

Draghi ha cooperato, deliberatamente, alla distruzione del settore industriale europeo. In primis l’automotive. Anche se il suo capolavoro lo firmò da direttore generale del Tesoro.

Era il 1992. Luglio 1992.

Mentre il finanziere George Soros speculava sulla lira e sulla sterlina, il governo Amato, in cui Draghi era braccio destro operativo – decise di smantellare l’Italia in un mese.

L’11 luglio, il decreto per la privatizzazione dell’intero sistema produttivo pubblico. Diede il via allo smantellamento metodico e alla svendita del Paese a multinazionali straniere.

Il colpo di grazia arrivò il 31 luglio, con l’accordo con i sindacati che piegò la testa dei lavoratori: abolizione della scala mobile, blocco dei contratti, precarietà, taglio delle pensioni.

Da lì, i salari italiani iniziarono una caduta libera che non si è più fermata.

L’Italia di oggi è stata programmata in quel luglio 1992.

LA CURA DRAGHI PER L’EUROPA: PIÙ TECNOCRAZIA PER CURARE I MALI DELLA TECNOCRAZIA

Il colmo dei colmi è, però la perfezione della circonvoluzione retorica di Mario Draghi, perché la sua ricetta per guarire l’Europa dai malanni causati dalla tecnocrazia è una super-dose dello stesso veleno: più Europa.

Più integrazione. Più tecnocrazia. Più debito comune, ovviamente non gestito dai governi, ma da super tecnici. Come lui.

Cioè, è come se un pilota d’aerei incapace, dopo l’ennesimo disastro causato si candidasse a diventare il pilota dell’anno.

L’ha detto senza pudore: il 2025 sarà l’anno in cui è evaporata l’illusione che la dimensione economica dell’Ue – 450 milioni di consumatori – si traducesse in potere geopolitico.

Vero. Verissimo. Ne scrivo da sempre. E da sempre mi davano del complottista.

Ed è stato proprio l’asse franco-tedesco, di cui Draghi è sempre stato il miglior allievo, a svendere la sovranità industriale europea alla Cina in nome del libero scambio e del dogma globalista, come sostenevo, insieme a tanti altri “complottisti”.

La Germania ha delocalizzato tecnologie e produzioni in Estremo Oriente, facendo la fortuna dei suoi bilanci aziendali e il deserto strategico del continente. E Draghi, allora, dov’era?

Al Tesoro, in BCE, a Palazzo Chigi. A firmare decreti e a sostenere le politiche che ci hanno portato qui, a elencare i mali dell’Europa prodotti proprio da Draghi e dai suoi colleghi burocrati.

Ora ci dice che il mondo è cambiato. Ma dai?!

Che Trump è una “sveglia brutale”. Che Putin tratta direttamente con Washington, saltando a piè pari un’Europa che non conta nulla, come dimostrano le chiacchiere sull’Artico e l’Alaska.

E ha ragione, Draghi. E gli dico, era ora! Le cose che ha detto a Rimini le dico da una dozzina d’anni.

Ma la soluzione proposta da Draghi è agghiacciante: “stringiamoci tutti insieme”.

In che modo? Sotto che bandiera? Quella della stessa Unione che ha calpestato i valori che dice di difendere?!

Draghi elenca i valori fondanti: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità.

Poi li calpesta con la prossima frase. “Lo scetticismo dei cittadini”, dice, “non è verso questi valori, ma verso la capacità dell’Ue di difenderli.”

FALSO. È proprio l’Ue ad averli sistematicamente violati.

Dov’era la democrazia quando la Troika ha massacrato la Grecia per derubarla dei suoi asset migliori?

Dov’è la libertà quando i tribunali rumeni annullano elezioni e alti funzionari Ue se ne rallegrano, come ha denunciato J.D. Vance?

Dov’è la sovranità quando la Commissione di Bruxelles impone diktat su migranti, green pass o motori a scoppio senza che nessuno li abbia votati?

Quando in Francia e Germania si minaccia di vietare partiti scomodi con il ricorso a pratiche da Stasi?

Draghi vede lo scetticismo ma non ne vede la causa: l’Ue è un mostro tecnocratico e antidemocratico.

E la sua ricetta è renderlo più forte, più integrato, più verticale.

È la soluzione di chi ha creato il problema e ora chiede più poteri per risolverlo.

“Distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più”, sentenzia.

Per Mario Draghi, l’unica salvezza è la prigione in cui già ci troviamo.

“Abbandonate ogni velleità di autodeterminazione.”

La sua è una candidatura palese. Si propone come guida di questa nuova, iper-tecnocratica, super-verticalizzata Unione Europea. Il farmaco che propone per curare i mali della tecnocrazia è più tecnocrazia. Amministrata da lui, o da qualcuno come lui.

Ma la vera risposta, quella che Draghi non darà mai, è un’altra.

L’unico modo per “cambiare marcia e anche direzione” è mettere da parte il Trattato di Maastricht e i suoi derivati, per aprire una fase costituente che cancelli l’attuale mostro burocratico e restituisca la sovranità ai popoli, in una confederazione di nazioni libere e cooperanti o, semplicemente, tornare alla CEE.

Tutto il resto, compresi i discorsi a Rimini, le analisi sull’irrilevanza, le invocazioni al “debito comune”, è il gioco delle tre carte di un tecnocrate che vuole eternare il sistema che lo ha reso potente.

I colpevoli non solo spiegano il delitto. Si offrono anche come giudici e giustizieri.

IL MONDO ALLA ROVESCIA: I COLPEVOLI SPIEGANO IL DELITTO

Draghi, il motore politico della transizione da potenza industriale a economia del turismo, ci spiega i danni della dipendenza dalla Cina.

Draghi, il sostenitore delle sanzioni “dirompenti” contro la Russia – una balla colossale smontata dai fatti – ci parla di inefficacia della politica estera Ue.

Draghi, l’uomo del “volete la pace o il condizionatore?”, che azzerò ogni spazio per una diplomazia, ora sembra averlo scoperto.

Il suo endorsement al folle piano da 800 miliardi per il riarmo europeo, finanziato tagliando del 20% i fondi all’agricoltura, è la ciliegina sulla torta. Proprio ora che il trattato Mercosur esporrà i nostri agricoltori alla concorrenza sleale del Sud America.

È il trionfo dell’ideologia sulla competenza. La stessa che lo ha portato a mentire spudoratamente sui green pass “servono a creare luoghi sicuri” e a descrivere sanzioni autolesioniste come un’arma micidiale.

In Italia, e ora in Europa, gli architetti del disastro sono chiamati a spiegarne le ragioni. I colpevoli ci illustrano la scena del delitto, con il sangue ancora sulle mani.

Non si assumono la responsabilità dei loro crimini. No.

Ci offrono una conferenza in cui ammettono, confessano, e ci dicono che la ricetta per guarire è dare ai carnefici ancora più potere e più spazio di manovra.

Ma il problema non è Draghi.

Non è nemmeno von der Leyen.

Il problema sono quelli che ancora voterebbero per l’uno e per l’altra. Sono quelli che ancora lo definiscono “super”.

Un popolo di allocchi che sa solo applaudire a ciò che fino a ieri etichettava come fake news e complottismo. Solo perché a spiegare la realtà della malattia stavolta non è un complottista, ma uno degli stessi colpevoli.

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IL SABOTAGGIO DEL NORD STREAM E QUEL PEZZO MANCANTE DEL PUZZLE CHE INCOMINCIA A PARLARE TEDESCO

Ricordate cosa accadde dopo che fu seriamente danneggiato il NOrdStream2? Mesi e mesi di narrazione in cui la Russia era cattiva perché tagliava il gas all’Europa. Una ricostruzione che peccava di logica, perché nessuno sano di mente taglia i contatti con un cliente.

Infatti, la magistratura tedesca già da un anno e mezzo ha individuato una pista ucraina dietro l’atto terroristico che ha messo in ginocchio l’economia europea, spiccando un mandato d’arresto per un altro sabotatore ucraino, Volodymyr Z, fuggito proprio in Ucraina per scampare all’arresto in Polonia.

In Italia è stato arrestato l’ucraino Serhii Kuznietsov, presunto coordinatore del commando. Un nome, un fascicolo, un punto di svolta.

Mentre i titoli di giornale lo liquidano come “un sospetto”, le indagini tedesche lo dipingono come l’architetto operativo del più spudorato attentato alla libertà economica dell’Unione Europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream non è stata una bravata di qualche gruppo oscuro, ma un’operazione di precisione, pianificata, eseguita e, soprattutto, ampiamente conosciuta in anticipo.

Mentre i politici di mezza Europa – e i loro galoppini dell’informazione – indicavano Mosca e ci dicevano che erano le uniche azioni possibili per un esercito armato solo di pale dell’800, il puzzle investigativo cominciava a comporsi mostrando un’immagine ben diversa.

Scomoda. Imbarazzante.

E forse, per questo, tenuta prudentemente in ombra.

L’OPERAZIONE “ANDROMEDA”. DA UN PORTO TEDESCO AL FONDO DEL BALTICO CON LA FARSA DELLO YACHT.

Ricordate quella storia dello yacht “Andromeda” che partì il 18 settembre 2022 dall’isola di Rügen?

In Germania. Sì, avete capito bene. Dalla Germania.

Un bel gioiellino di 15 metri, noleggiato da una società ombra, carico di attrezzatura subacquea e di un equipaggio che non sapeva nemmeno tenere la barra dritta, tanto da lasciare un trail di prove digitali e testimoniali che farebbe arrossire un aspirante terrorista da operetta.

Il mandato di arresto tedesco descrive meticolosamente il viaggio, i falsi documenti, le immersioni sospette sopra le condotte. Il paradosso è così grottesco da sfidare ogni logica, perché un attacco contro un’infrastruttura vitale per la Germania è stato lanciato dal suo stesso territorio.

Con la complicità e/o l’ignavia di qualche tedesco che conta? Con l’incompetenza colossale dei suoi servizi di sicurezza?

Ogni opzione è ugualmente devastante per la sovranità totale della Germania e per quella economica e politica dell’Europa.

“ZELENSKY SAPEVA” E FECE FINTA DI NIENTE

Ma la storia sembra una tragedia divisa in tre atti.

Giugno 2022, tre mesi prima delle esplosioni, i servizi segreti occidentali, quelli che a volte per sbaglio funzionano, intercettano le conversazioni che delineano il piano.

Non si tratterebbe di un gruppo di fuoco separatista, ma di un’unità delle forze speciali ucraine.

La notizia è una bomba. Roba da prima pagina, tanto che la CIA, in un estremo tentativo di evitare un disastro geopolitico senza precedenti, invia un suo funzionario di alto rango a Kiev. Il messaggio è chiaro e tassativo: “Fermate questo piano. Abbiamo saputo tutto”.

D’altronde, come avrebbe fatto l’Amministrazione Biden a spiegare agli europei che dovevano finanziare un Paese che compiva atti terroristici contro l’Europa?

Fonti dei servizi americani, riportate dalle inchieste del Washington Post e del New York Times, sono lapidarie e sostengono che la leadership ucraina, incluso il Presidente Zelensky, era al corrente dell’operazione terroristica contro il NordStream2.

La reazione di Zelensky pare fu un fastidioso riconoscimento di un piano che era sfuggito di mano.

L’eroe democratico d’Europa, il destinatario di miliardi in aiuti militari, sapeva e non fece abbastanza per fermare un’azione che avrebbe minato la sicurezza dei suoi stessi alleati.

IL COLPO DI GRAZIA ALL’ECONOMIA CONTINENTALE.

Gli strateghi da salotto parlarono di “genio geopolitico”, perché la dipendenza energetica dalla Russia era finalmente spezzata.

Ma a quale prezzo, le imprese e le famiglie italiane lo hanno capito bene. Purtroppo

Il sabotaggio ucraino all’infrastruttura europea ha sancito la morte cerebrale della strategia tedesca portata avanti da Schröder a Merkel, quella che puntava a energia russa a basso costo come volano per l’industria manifatturiera tedesca e per una garanzia di stabilità geopolitica.

Il risultato, come sappiamo, è stato un’impennata dei costi energetici che ha gettato la potenza industriale tedesca in una recessione tecnica e tutti gli altri paesi in grosse difficoltà, tra cui l’Italia, non solo per i costi dell’energia, ma soprattutto perché ha strozzato l’indotto italiano.

Le fabbriche chiudono, le famiglie non riescono a pagare le bollette e l’inflazione divora il potere d’acquisto.

Un virus che sta divorando l’Europa. Un virus creato da un’azione terroristica dell’Ucraina.

La beffa finale è che l’Europa non acquista più gas russo a buon mercato via tubo, ma gas naturale liquefatto (GNL) americano, molto più costoso, trasportato via nave.

In un caso di omicidio, si cercano gli esecutori e i mandanti e, per scovare questi ultimi, si indaga su chi ha vantaggi dall’eliminazione del deceduto.

Ebbene, chi ha guadagnato dall’atto terroristico ucraino contro l’Europa?

I colossi energetici statunitensi. Non è una prova inoppugnabile, lo so, ma se tutti sapevano, se la CIA sapeva, tanto che avvisò Kiev mesi prima, permettetemi di nutrire più di qualche dubbio sulla fedina pulita di Biden.

Chi ci ha rimesso?

Beh, le industrie e i cittadini europei. Quelli a cui i nostri illuminati leader vogliono sottrarre altri 100 miliardi per comprare armi dagli USA e regalarle a Zelensky, quello che sapeva dell’attentato contro l’Europa e non ha mosso un dito.

CHI ALTRO SAPEVA? LA SCOMODA VERITÀ SUI SERVIZI E I GOVERNI

Proviamo a porgere le domande scomode che i giornali da pale e microchip non pongono.

È plausibile che il BND, il potente servizio segreto tedesco, fosse completamente all’oscuro di un’operazione partita da un porto sotto il loro naso, con mezzi noleggiati in modo così palesemente sospetto?

O sapevano, ma hanno taciuto per non imbarazzare un governo impegnato a suonare la marcia bellicista?

O, peggio, il governo tedesco ha chiesto di chiudere entrambi gli occhi?

Qual è stato il vero ruolo degli USA? Si sono limitati a un “cortese avvertimento” a Kiev o, come suggeriscono alcuni analisti, quell’avvertimento era in realtà un “messaggio in codice” per altre agenzie, una regia più sottile e complessa?

I governanti europei, Italia compresa, sapevano? E, se sapevano, hanno scelto di ignorare le informazioni per non incrinare il fronte unito a sostegno dell’Ucraina?

Hanno, cioè, sacrificato la verità e gli interessi economici dei loro cittadini sull’altare di una narrazione comoda a Biden e von der Leyen?

Se fosse andata così, si tratterebbe del più grande tradimento del mandato politico dalla fondazione dell’Unione.

UN PREZZO TROPPO ALTO PER UNA LIBERTÀ ILLUSORIA

In buona sostanza, un’operazione condotta da un commando ucraino, pianificata e nota ai servizi occidentali con mesi di anticipo, lanciata dal territorio tedesco, ha inferto un colpo mortale all’economia industriale europea, regalando il mercato del gas agli Stati Uniti.

Il paradosso è agghiacciante, perché l’Europa ha finanziato con decine di miliardi la guerra in Ucraina.

Ha aperto le sue porte a milioni di profughi e, soprattutto, ha imposto sanzioni che hanno danneggiato gli stessi paesi europei.

E in cambio, ha visto i suoi interessi economici e strategici vitali essere sabotati da chi chiedeva di essere difeso e anche di entrare nella UE, oltre che nella NATO.

La fragilità e l’inconsistenza della sovranità europea non è mai stata così evidente.

Siamo un continente che paga chi danneggia i suoi flussi vitali di energia, poi paga di nuovo per comprare il sangue altrove.

Geniale.

La ricerca della verità sul Nord Stream non è solo una questione giudiziaria, ma si dimostra sempre di più come un test fondamentale per il futuro stesso dell’Unione.

È la prova che siamo ancora capaci di difendere i nostri interessi, la nostra economia, la nostra sovranità.

A che serve un esercito europeo se non siamo in grado di difenderci da chi aggredisce le nostre strutture vitali e ci facciamo anche prendere in giro dagli stessi colpevoli?

Se davvero vogliamo difenderci, cominciamo a combattere contro la propaganda. Perché già capire chi siano i nostri veri amici e quali i nemici sarebbe un primo passo.

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PERCHÉ L’ESERCITO EUROPEO È INCONSISTENTE E IL RIARMO RISCHIA DI RENDERLO ANCHE PEGGIORE

Oggi, nessuna narrazione è più pervasiva e, al contempo, più fragile di quell’Europa dipinta come unita e risoluta, pronta a fronteggiare la minaccia russa.

Si tratta di una retorica feroce dai toni da crociata, ma nega l’evidenza.

Infatti, i dati, quelli veri, dipingono un quadro di sconcertante inconsistenza.

Scavando nel Military Balance 2025, si nota che la stragrande maggioranza delle nazioni europee, quelle più veementi nell’esortare al riarmo contro Mosca, non dispone in realtà di forze da combattimento credibili.

Siamo di fronte a un bluff colossale, a un castello di carte costruito sulla presunzione che la deterrenza sia un atto più linguistico che reale.

IL NORD EUROPA, EMBLEMA DI UNA RETORICA ALTA CON NUMERI BASSI

Prendiamo il Nord Europa, spesso dipinto come il baluardo della resistenza contro l’orso russo.

La Finlandia, con i suoi 1.340 km di confine con la Russia, ha scelto di diventare una “cortina di ferro”.

Una scelta comprensibile, guardando alla storia, ma, in sostanza, il suo esercito conta su appena 22.000 soldati in servizio attivo, dei quali 13.000 sono coscritti.

Numeri che diventano irrisori se paragonati alla vastità del suo territorio.

Sono forze insufficienti a presidiare in modo credibile un solo settore critico come quello di Pokrovsk, figuriamoci per una guerra contro Mosca.

La Norvegia, fianco nord della NATO, schiera soli 27.000 militari; la Svezia, una nazione grande una volta e mezza l’Italia, con una tradizione militare secolare, oggi conta su meno di 34.000 soldati in servizio attivo permanente; la Danimarca, tra le più attive nel sostegno a Kiev, ha compiuto un gesto generoso, ma strategicamente avventato, donando tutta la sua artiglieria all’Ucraina.

Oggi il suo esercito conta 22800 militari, di cui sarebbero addestrati a una guerra meno della metà.

Dall’altra parte, la Russia vanta tra 1,3 e 1,5 milioni di soldati, a cui vanno aggiunto oltre 2 milioni di riservisti. Un paragone insostenibile.

Il paradosso raggiunge l’apice con gli Stati Baltici, con l’Estonia, patria della commissaria UE Kaja Kallas, una delle voci più veementi contro il Cremlino, che possiede un esercito di appena 4.200 soldati. Zero carri armati. Zero aerei da combattimento.

Un gattino che vuole sfidare un leone.

Come può la Kallas sbraitare contro Mosca con un esercito così insignificante?

La stessa identica situazione vale per Lettonia e Lituania. La loro sovranità aerea è interamente affidata ai partner NATO, eppure, le loro leadership politiche proferiscono dichiarazioni di una sicurezza e una determinazione assolute che mettono in pericolo l’intera coalizione.

Questo divario tra percezione e realtà è una patologia endemica in Europa e anche in Italia, dove molti italiani sono convinti davvero che si possa fare una guerra contro la Russia. Ma con quali uomini, quali armamenti e quali eserciti, senza USA?

A Washington, Giorgia Meloni ha posto proprio questa domanda a Macron, quando il presidente francese ha paventato ancora l’eventualità di inviare soldati europei in Ucraina per garantirne la sicurezza.

«Quanti dovremmo inviarne, visto che la Russia può contare su 1,3 milioni di soldati?»

Domanda legittima e di buonsenso.

10.000? 30.000? 100.000?

Sarebbero comunque pochi. E se, in caso di un incidente o di una incomprensione, o di un atto terroristico di chi volesse scatenare una guerra mondiale, ucraino o russo che fosse, venisse ucciso un soldato della NATO in Ucraina, scatterebbe l’Art. 5 sull’intervento NATO?

Anche perché, al di là dei paesi baltici, la situazione non migliora altrove.

Nei Balcani, nazioni come Bulgaria, Croazia, Montenegro e Slovenia presentano eserciti esigui, tecnologicamente obsoleti e, in alcuni casi, privi persino di un’aviazione da combattimento degna di questo nome.

Paesi fondatori e ricchi come l’Olanda hanno un esercito di 53.000 uomini che, incredibilmente, è privo di carri armati. Il Belgio può contare su appena 32.000 soldati.

Pare che contando tutti i soldati in servizio attivo in tutta Europa, si possa arrivare a 1,5 milioni di unità, perciò, almeno in linea teorica, potremmo fronteggiare la Russia, che, tra soldati attivi e riservisti, conterebbe circa 3,5 milioni di unità.

Ma a questi, non è detto che la Russia non possa contare sull’aiuto degli alleati più potenti militarmente, come la Corea del Nord e, soprattutto, la Cina.

Senza dimenticare che la società russa è abituata al sacrificio e può svoltare a un’economia di guerra in un batter d’occhio, mentre gli europei vivono in un’altra dimensione, fatta di diritti, di rispetto delle diversità di genere, di ricerca dell’edonismo.

Non tenere conto di queste diversità antropologiche è un errore strategico devastante.

Inoltre, quanto a produzione di mezzi, armi e munizioni, è stato più volte sottolineato da diverse fonti che la Russia produce a velocità superiori rispetto all’Europa, perciò l’idea di una guerra alla Russia, somiglia alle velleità di acquistare una casa del tizio che spera nella vincita alla lotteria.

Ma c’è un’altra questione che non viene affrontata, quella della leadership e della difesa della patria.

La Russia ha una regia e quei 3,5 milioni di soldati e riservisti fanno capo a Mosca e tutti combattono per la loro nazione. Tutti i soldati europei a chi dovrebbero rispondere e per chi combatterebbero?

Con quale spirito un giovane greco, maltrattato e umiliato da Bruxelles, dovrebbe combattere per l’Europa?

Con quale spirito dovrebbero farlo i giovani dei paesi meridionali, sempre additati da Olanda, Danimarca e baltici.

Con quale spirito dovrebbero farlo gli spagnoli, i tedeschi, i francesi…?

AUTONOMIA STRATEGICA O SERVITÙ VOLONTARIA?

I numeri presentano una verità che la retorica non può più nascondere.

La gran parte delle nazioni europee più impegnate a propugnare il riarmo possiede capacità di combattimento irrilevanti, per cui, i loro capricci chiamano necessariamente in causa i grandi paesi, come Germania, Francia e Italia.

Ma i grandi paesi sono anche alle prese con gravi crisi economiche ed esposizioni debitorie sempre più insopportabili.

La deterrenza di chi urla contro Mosca, perciò, è un’illusione.

Questa constatazione spiega, meglio di qualsiasi analisi politica, l’inconsistenza delle loro velleità e la natura delle pressioni che esercitano su Roma, Berlino e Parigi. È una richiesta di delega della propria sicurezza. Anzi, della propria sovranità.

Ma questo deficit di capacità militare si traduce direttamente in un deficit di autonomia geopolitica.

La dipendenza dagli Stati Uniti non è solo operativa, ma è psicologica e politica. Noi, oggi, non possiamo fare guerra a nessuno. Ma, ancor più grave, non potremmo difenderci da soli da nazioni dotate di eserciti ben addestrati e armati di armi all’avanguardia.

La retorica bellicista diventa quindi pericolosa e arrogante.

Parlare di “sconfiggere la Russia”, di aiutare l’Ucraina fino alla vittoria finale contro Mosca”, è un azzardo che fa quasi rima con irresponsabilità.

Anche perché, qualsiasi scenario di sconfitta convenzionale per Mosca riaccenderebbe inevitabilmente il dibattito sull’uso tattico delle armi atomiche. È quando parliamo della potenza nucleare più devastante sul pianeta, si tratta di un calcolo che non si può ignorare, ma che Kallas & Co, spesso dimenticano.

La via d’uscita è una sola.

Da un lato, un rafforzamento serio, coordinato e immediato degli eserciti europei, ma non per brama di guerra, bensì per un elementare istinto di sopravvivenza e per affermare una vera autonomia strategica.

Se gli USA, legittimamente, decidono di orientare le loro risorse altrove, chiudendo i rubinetti per la nostra Difesa, l’Europa deve essere in grado di garantire da sé la propria difesa.

Ma essere autonomi nella difesa significa essere autonomi nelle decisioni politiche e anche più forti a livello geopolitico. Significa smettere di essere vassalli e tornare a essere attori protagonisti della storia.

Tuttavia, il riarmo non può essere finalizzato ad acquistare armi dagli USA per alimentare una guerra contro la Russia, perché ciò non aumenta la nostra capacità di difesa e dissangua gli europei.

Non serve un riarmo, ma una logica di difesa comune orientata ad avere una deterrenza in grado da farci rispettare da Cina, Russia e USA, altrimenti l’Europa sarà sempre quella da informare a cose fatte, o quella a cui applicare dazi a doppia cifra, per poi darle un contentino.

Ma riarmarsi solo per spaventare la Russia servirebbe solo a costringere Mosca a investire ancora di più nelle armi, proprio come accadde tra ‘800 e ‘900, quando la Germania investì ingenti somme per aumentare la potenza della sua flotta navale e la Gran Bretagna aumentò a sua volta le spese per la sua flotta, in modo da non perdere la leadership.

Gli investimenti di entrambi, spinsero anche la Francia e altri stati a riarmarsi, così l’Europa si ritrovò piena di armi e bastò davvero poco per scatenare la Grande Guerra.

L’Europa ha bisogno di un sistema di difesa comune, ma prima di costruire anche un esercito ingente e addestrato fino ai denti, serve costruire un’identità europea, una patria, perché senza patria, non può esservi difesa.

E, oggi, la patria dei tedeschi è la Germania; quella degli italiani è l’Italia, così per gli spagnoli, i greci, i portoghesi…

Non è l’Europa. Soprattutto, non è questa Europa dei burocrati.

Il tempo delle chiacchiere è finito. Sarebbe il caso che finisse anche quello di chi sbraita sciocchezze.

Ora servono i fatti e i leader con competenze e attributi, non quelli che sbraitano e nemmeno quelli da scampagnata a Washington.

E servirebbero il prima possibile, prima che la storia ci presenti il conto.

FONTI: INFO DATA; EURONEWS; CORRIERE MILITARI; OSSERVATORIO UNIV. CATTOLICA; EURISPES;

COME TRUMP HA SMONTATO L’EUROPA CON LA PROSSEMICA E UN CAPPELLINO

I nostri aulici giornalisti della propaganda anti russa, quelli che per tre anni ci hanno cullato con favole su pale come uniche armi di un esercito russo allo sbando, microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini poiché l’economia russa era al tappeto in virtù delle sanzioni dirompenti, oggi ci propinano un nuovo cartoon.

Quello degli Avengers europei, compatti e trionfanti, uniti nel compito di spiegare a Trump “come va il mondo”.

Lo so, fa cadere dalla sedia dal ridere, ma è questa la narrazione dei russofobi, che ci propinano l’ennesima balla colossale. Ridicola quanto le loro precedenti previsioni fallite.

D’altro canto, chi ha toppato ieri è difficile che ne azzecchi qualcuna domani, perciò, il consiglio è di seguire solo chi ha sempre formulato analisi dimostrate dal tempo.

La verità, che i loro occhi non sanno, o non vogliono, vedere, non emerge dalle dichiarazioni ufficiali, ma, come sempre, dalla grammatica del potere non verbale.

Quello che si è consumato alla Casa Bianca non è stato un vertice, ma un caso studio di dominanza comunicativa.

Al di là delle chiacchiere da bar, al di là della retorica bellicista e guerrafondaia di certe testate, l’incontro tra Donald Trump e i supplicanti europei, con il povero Zelensky come trofeo vivente, è un manuale pronto per essere studiato.

Un trattato di sociologia politica vissuto in diretta, con esiti impietosi per l’Europa.

I leader europei sono usciti da quel bunker mediatico non solo a mani vuote, ma fortemente ridimensionati almeno per tre cardini su cui gli esperti di comunicazione della Casa Bianca hanno costruito la loro umiliazione.

1. LA GEOMETRIA DELLA SOTTOMISSIONE: CHI STA DIETRO LA CATTEDRA, COMANDA.

La foto di gruppo nello Studio Ovale è un’icona senza tempo di sottomissione gerarchica.

Trump, saldo, immobile, dietro la sua scrivania. Quel mobile non è un oggetto d’arredo, ma è un archetipico simbolo del potere. La cattedra del professore, il banco del giudice, il trono del monarca. Da lì si ordina, si giudica, si amministra.

Di fronte, su sedie allineate come in una festicciola di partito, i leader europei, tutti in posizione di ascolto, di attesa. Di supplica.

L’asimmetria visiva è voluta, calcolata, chirurgica, e il messaggio è chiaro: per equiparare un leader USA, servono sette leader europei.

Non è soltanto una dimostrazione di forza, ma è la fotografia della frammentazione e dell’irrilevanza politica di un continente. Un’ammissione di debolezza strutturale, veicolata da una semplice disposizione degli spazi e della prossemica.

2. LA REGIA DELL’ATTENZIONE: CHI CONTROLLA LA NARRATIVA, È IL PADRONE

La mossa più geniale, da manuale di comunicazione strategica, è stata l’incontro esclusivo con Zelensky, mentre gli altri erano parcheggiati in un’altra stanza. Come valigie.

Questa non è scortesia, ma è il linguaggio del potere nella sua forma più pura.

Trump ha stabilito, in mondovisione, chi fosse il protagonista della storia e chi le semplici comparse.

A lui interessava Zelensky, per impartirgli “idee” su come chiedere 90/100 miliardi all’Europa per acquistare armi americane che il vecchio amico Donald non vede l’ora di vendergli.

Il presidente americano ha controllato il flusso mediatico dall’istante zero. Fin da quando i leader europei sono stati accolti fuori dalla Casa Bianca dal suo staff, mentre lui era all’interno. Come fa un medico con gli informatori.

Ha dettato l’agenda, ha scelto il testimone privilegiato, Zelensky, utile pupazzo della narrazione bellicista, ha relegato i “colleghi” europei a ruoli di accompagnatori che hanno atteso il suo permesso per parlare.

Sono stati reificati, trasformati in oggetti della scena in cui lui è stato l’unico protagonista.

3. IL RITO DELLA DOMINANZA: I CAPPELLINI E L’INFANTILIZZAZIONE DELL’AVVERSARIO

L’immagine più rivelatrice, quella che i giornalisti superficiali hanno bollato come “spacconata”, è quella dei cappellini. Una geniale comunicazione.

Costringere i tuoi ospiti, in un contesto di massima formalità geopolitica, a osservare la tua collezione di gadget personali non è da “bullo”.

È molto, molto più sottile. È un rito di sottomissione. È forzare interlocutori che dovrebbero essere pari a ricoprire un ruolo infantile. Un po’ come quando, durante una cena, mostri i giocattoli che usava tuo figlio ai bimbi di tuoi ospiti.

È il padre che mostra i suoi trofei ai figli. È il gesto che rompe ogni parvenza di parità e stabilisce una relazione di tipo paternalistico, quando non apertamente dominante.

E già all’arrivo, la partita era segnata. Nessun picchetto d’onore. Nessuna presenza fuori dalla Casa Bianca, nessun abbraccio come in Alaska.

Trump ha dimostrato, senza proferir parola, il valore differenziale che attribuisce a Macron, Scholz & C. rispetto a un vero interlocutore come Putin. Per gli europei, non si scomoda neppure a uscire dalla Casa Bianca. Per Putin è volato in Alaska.

E questi sono fatti, non opinioni.

LA MENZOGNA VERBALE E LA VERITÀ DEGLI INDICALI CHE SPIEGANO PERCHÉ L’EUROPA HA GIÀ PERSO

La geopolitica matura non si fa ascoltando le dichiarazioni.

I leader mentono. Sempre.

La verità sta nei segni indicali, quelli che non possono mentire: la gestione dello spazio, la prossemica, la cronemica, l’abbigliamento. Elementi che definiscono l’esito di una relazione ancor prima che si apra la bocca.

E ciò che abbiamo visto alla Casa Bianca dice una cosa semplice e terribile: l’Europa ha perso.

Ha perso credibilità, autonomia, la propria sovranità in cambio di una promessa di protezione da un alleato volatile che la considera, nel migliore dei casi, un fastidioso vassallo.

Sono andati lì per sostenere Zelensky, la cui fragile democrazia, infarcita dell’ideologia nazista di Bandera, attacca oleodotti e mente spudoratamente.

I leader si sono incontrati prima all’ambasciata ucraina per elaborare una strategia comune per pugnalare Trump alle spalle, per convincerlo a respingere qualsiasi accordo di pace con Putin.

Perché a loro della pace non importa nulla, da quanto rivelano le loro azioni di questi anni. L’incontro a Washington non ci sarebbe stato senza Trump. E lo dimostra il fatto che gli europei hanno avuto tre anni per sedersi intorno a un tavolo, ma non lo hanno mai fatto.

Perché non ha nessuna intenzione di ascoltare le ragioni della Russia, ma punta sempre e solo alla favolistica vittoria ucraina con il ritiro totale di Mosca.

Una pretesa da “Scemo e più Scemo” o da dilettanti di geopolitica.

L’UE, è ben lontana dall’idea di un’unione di popoli e somiglia sempre più a un mostro burocratico nato male, che crollerà economicamente anche senza una guerra per procura che indebolisca la Russia. (Vedi politiche green che stanno uccidendo l’automotive e lavorando a favore della Cina).

I leader europei si sono incastrati nel disastro ucraino, convinti che Mosca sarebbe capitolata in pochi mesi. E ora, puntano tutto sulla possibilità di trasformare l’Ucraina in una grande fabbrica per prodotti militari USA a basso costo.

100 miliardi per finanziare l’operazione, ovviamente a debito degli europei, che promettono soldi che non hanno, per acquistare armi che ancora non sono state prodotte, per mandare altri giovani ucraini a farsi ammazzare al fronte. Giovani che l’Ucraina comincia a non avere più.

Allora, la loro prospettiva coinvolge anche i giovani europei.

Perché i leader che Trump ha trattato come studenti in visita alla Casa Bianca stanno giocando con miliardi di vite per un progetto politico fallito.

La NATO propaganda una Russia debole perché i nostri leader credono che la guerra non arriverà mai a casa loro, che Putin non premerà mai il pulsante rosso dei missili nucleari.

Sono talmente irrilevanti da non capire che quando si ha a che fare con la distruzione totale della propria nazione, qualsiasi pulsante è buono da premere.

E se Putin si trovasse mai davvero in difficoltà, da dittatore qual è, da mandante degli omicidi di molti oppositori e giornalisti, -cosa che scrivevo quando c’era la fila di politici e giornalisti italiani per un selfie con lo zar- non esiterebbe a schiacciare pulsanti per inviare atomiche su Roma, Parigi o Berlino.

Solo su Washington avrebbe qualche esitazione, così come l’avrebbe il presidente USA con Mosca, perché entrambi sanno bene che sarebbe la fine del mondo.

Negli europei non c’è alcuna intenzione di pace che non sia la sconfitta della Russia e la vittoria dell’Ucraina, situazione da film di fantascienza.

Questi non sono leader alla guida di popoli, ma traditori di quei popoli che in ogni elezione degli ultimi anni hanno fatto vincere schieramenti contrari alla guerra.

Sono guerrafondai in doppiopetto e tailleur che si sono recati a Washington per assicurarsi una sola cosa: la Terza Guerra Mondiale.

Non ne fanno mistero. Basta ascoltare le minacce di Macron e von der Leyen e osservare i piani di riarmo. Basta scrutare la loro mimica facciale, dove non c’è mai vera distensione.

E Trump, che pure ha parlato di pace “a lungo termine”, lo sa benissimo.

Li ha lasciati parlare, li ha adulati con complimenti da Zelig, ha elogiato persino Ursula per l’accordo sui dazi e lei era felice, li ha fatti sedere come scolari, li ha fatti aspettare e li ha intrattenuti con i suoi cappellini.

Come bambini che dicono sciocchezze alle quali sorridi, mostri un giocattolo, poi, quando gli ospiti se ne vanno, torni alla tua vita da adulto.

Perché quando la comunicazione non verbale è così chiara, le parole sono solo rumore di fondo.

E qui è evidente il rumore di fondo di un’Europa che, ancora una volta, ha scelto di non essere l’attore protagonista, ma il cattivo. Una pedina molto, molto sacrificabile.

Perché si sa, il cattivo è astuto e spesso sfugge al bene e riesce a farla franca. Tuttavia, alla fine del film, il cattivo perde sempre.

L’Europa ha scelto di contare come il nulla cosmico e/o di recitare ancora per un po’ il ruolo del cattivo, al di là della propaganda russofoba.

Ma anche per stabilire questo, bisognerà attendere cosa decideranno Trump e Putin, gli unici che abbiano davvero in mano le carte del gioco.

Soprattutto il dittatore russo, che non ha nessuna necessità urgente di cessare una guerra che sta vincendo e che non può perdere.

L’ITALIA DOVREBBE PRECEDERE GLI ALTRI PER IL BENE DELLE NOSTRE IMPRESE

Il pensiero critico non accetta narrazioni comode, non si accontenta di pale e microchip, ma scava oltre la superficie, fino a smascherare le strutture di potere.

Il recente vertice di Washington non è stato un semplice incontro diplomatico, ma una sorta di teatro dove la realpolitik ha mostrato il suo volto spietato, un momento di chiarezza brutale, se vogliamo, un terremoto geopolitico che ridisegnerà gli equilibri continentali per i prossimi decenni.

Un gioco di scambi cinico e calcolato, dove i prodotti sono nazioni e il prezzo è la sovranità.

IL SACRIFICIO DELL’UCRAINA, DA NAZIONE SOVRANA A RETROVIA INDUSTRIALE BELLICA

La prima conclusione drammatica è l’aborto definitivo del progetto atlantico dell’Ucraina. È assai improbabile che possa vedere la luce, almeno nei prossimi vent’anni.

L’ingresso nella NATO è, ormai, un’arma retorica, svuotata di ogni sostanza.

Trump ha delineato il destino di Kiev così come lo ipotizzavo già nel 2022, quando altri mi davano del pazzo o del putiniano, cioè uno Stato-cuscinetto, permanentemente militarizzato, la cui funzione primaria è servire da diga contro la Russia e, simultaneamente, da avamposto produttivo per il complesso militare-industriale americano.

La discussione tra Zelensky e Trump sul pacchetto da 90/100 miliardi di dollari in armamenti è stata illuminante, non a caso si è tenuta prima di incontrare gli altri leader.

Espediente che ha fatto capire chi fosse protagonista, per Trump, e chi soltanto degli accompagnatori.

90/100 miliardi. Si tratta di una cifra colossale, ma ad essere un capolavoro è il meccanismo finanziario che ricorda l’era delle egemonie imperiali, perché il 90% di questi fondi sarebbe coperto dall’Europa. Dagli accompagnatori.

In pratica, i contribuenti tedeschi, francesi, italiani pagheranno circa 30 miliardi l’anno per acquistare armi americane, cioè una cifra che è il budget annuale della difesa italiana, che è poco sotto quella cifra, interamente devoluto a Washington.

L’Europa finanzierebbe le armi, senza avere nulla in cambio, mentre la ricaduta industriale, la tecnologia, il profitto, resterebbero saldamente nelle mani statunitensi.

Secondo l’idea di piano trapelato dall’incontro dei leader europei da Trump, droni, armamenti e munizioni dovrebbero essere prodotti su suolo ucraino, da manodopera a basso costo, per alimentare il mercato USA e le sue strategie globali.

Le industrie europee della difesa, se così fosse, verrebbero relegate a margine, spettatrici impotenti di un banchetto a cui non sono invitate. Una sorta di neocolonialismo industriale di precisione.

L’EUROPA: IL FINANZIATORE PASSIVO NEL GRANDE GIOCO DEGLI STATI UNITI

L’Unione Europea è uscita dal vertice con la dignità di una colonia amministrativa, perché il suo ruolo è stato definitivamente ridotto a quello di cassa di compensazione, con l’unico compito di pagare, tacere e, naturalmente, obbedire.

Lo si è visto nello Studio Ovale, dove sono stati trattati da Trump come scolaretti, tutti seduti di fronte alla cattedra, dove il professore spiegava la lezione.

L’unico lampo di intuizione strategica continentale sembra sia venuto a Giorgia Meloni, con la proposta di garanzie di sicurezza “stile Articolo 5” per Kiev. Una mossa per tentare di ancorare l’Ucraina a un perimetro occidentale, pur nella consapevolezza della non-integrazione nella NATO.

Ma, come era logico attendersi, Putin ha respinto tale proposta già nell’immediata telefonata di Trump con il dittatore russo, che ha sempre preteso che in Ucraina non vi siano eserciti appartenenti alla NATO.

Il silenzio assordante di Macron, Scholz e Von der Leyen durante i negoziati è stato un sintomo clinico della paralisi dell’Europa, già incapace di inviare un unico leader a rappresentare tutti.

Se l’idea delle armi prodotte in Ucraina passasse, in cambio di questo maxi-finanziamento, l’Europa otterrebbe lo sdoganamento dei commerci con la Russia.

Ma ogni Stato membro dovrà correre per ricucire le relazioni economiche strappate due anni fa.

Mosca, da nemica assoluta, viene rapidamente riabilitata da Trump a pedina fondamentale in una strategia anti-cinese. Perché a Trump non interessa nulla dell’Ucraina, ma persegue solo due cose: Premio Nobel per la pace e condizioni di favore per puntare alla Cina.

L’obiettivo del tycoon è quello di spezzare l’asse eurasiatico, depotenziare i BRICS, e contenere Pechino.

La Russia è la leva per farlo. È un gioco di scambi monumentale: l’Ucraina viene sacrificata, l’Europa ridotta a finanziatore, la Russia reinserita nei circuiti globali come partner economico (ma non politico) dell’Occidente.

Trump porterebbe a casa industria, influenza mondiale e un vantaggio strategico nel contenimento della Cina. L’Unione Europea resterebbe con il conto da pagare e con una profonda crisi identitaria.

LA PROSPETTIVA ITALIANA, TRA REALISMO, INTERESSE NAZIONALE E L’OPPORTUNITÀ STORICA

In questo quadro non proprio roseo, di incapacità di visione, all’Italia non rimane che la strada del realismo politico.

Dobbiamo giocarci fino in fondo il rapporto con Trump, l’unico attore che in questo momento detiene il potere decisionale effettivo. (A parte Putin).

La missione deve essere chiara: riaprire i canali commerciali con la Russia prima di tutti gli altri in Europa.

Energia, manifatturiero, agroalimentare, lusso. Il nostro interesse nazionale deve essere rimesso al centro della nostra azione diplomatica con una ferocia che non ci appartiene da decenni. D’altronde, l’Europa è in coma e non è in grado di garantire accordi lungimiranti.

Dobbiamo usare il nostro peso all’interno della NATO e il nostro potenziale di ponte nel mediterraneo per diventare il primo interlocutore europeo di Mosca.

Questo non è anti-americanismo, ma il più alto grado di pragmatismo. È riconoscere la nuova mappa del potere e posizionarvisi con intelligente cinismo per trarre vantaggi enormi sul lungo termine a favore delle nostre imprese.

Servono equilibrio, freddezza e una visione chiara di quelli che sono i nostri interessi.

E servirebbe rivedere il sistema dell’informazione in Italia, perché le narrazioni propagandistiche fanno credere reali fake news, cambiano le percezioni e, di conseguenza, influenzano i mercati.

Sostenere che la Russia avesse perso la guerra, che non ci fosse speranza per Mosca contro 40 democrazie, come sosteneva Beppe Severgnini nel 2022, o raccontarci di pale e microchip smontati dalle lavastoviglie, ha dato davvero l’impressione a tanti che una superpotenza atomica si potesse battere militarmente.

Qualcuno è stato persino convinto che Mosca potesse crollare con delle sanzioni, una nazione che commercia con tre quarti di mondo che ha isolato l’Occidente, che ha una moneta propria ed è piena di giacimenti e miniere di qualunque materia prima.

Perciò, nuovi orizzonti industriali, nuova visione politica e revisione dell’informazione, valutando chi ha raccontato falsità e chi analisi che si sono rivelate fondate come hanno sempre fatto, ed è un vanto, chi scrive per Tamago-Zine.

Il resto sono discorsi superficiali.

La Storia bussa alla porta. Sta a noi decidere se aprire per primi o raccogliere le briciole che lasceranno gli altri.

TRUMP FRENA GLI EUROPEI DELLA “PACE GIUSTA”. “PUTIN VUOLE FARE LA PACE PER ME”

Nessun tappeto rosso, nessun aereo a sfrecciare nei cieli, né tour in pompa magna sulla “Bestia”. E già questi elementi sono una comunicazione dirompente.

L’incontro di ieri alla Casa Bianca è stato comunque un secondo passo verso una pace vera, anche se non si vede ancora nulla di positivo all’orizzonte, se non la possibilità concreta di un faccia a faccia tra Mosca e Kiev.

I punti chiesti da Putin in Alaska sono chiari e inequivocabili. L’Europa, invece, parla di “pace giusta”, anche se tutti i leader europei, compreso Zelensky, sono stati piuttosto generosi di complimenti nei confronti di Trump e anche attenti a non farlo alterare.

Lo stesso presidente ucraino ha abbandonato la felpa e si è presentato con un completo scuro, sebbene senza cravatta.

Trump dice che Putin ha accettato le sue proposte di garanzie per l’Ucraina, ma Mosca ha ribadito in ogni occasione che non accetterà mai forze NATO in Ucraina.

Perciò è impossibile l’ipotesi di eserciti europei o di una sorta di articolo 5 per l’Ucraina, proposto dall’Italia, ma con forze diverse dalla NATO, che significherebbero Terza Guerra Mondiale.

Il fatto che gli europei insistano su questo elemento dimostra che non è la pace ciò a cui puntano.

Putin, d’altronde, non ha nessun motivo per terminare una guerra che sta vincendo sul campo, senza avere in cambio gran parte delle sue richieste. Anche perché, in patria, sarebbe vista come una sconfitta.

Ha dalla sua il tempo, che, più passa, più il suo esercito avanza in Ucraina e gli alleati dei suoi avversari si dissanguano. (E, visto che certi giornalisti ci dicono che la Russia avrebbe le risorse per muovere guerra all’intera Europa…)

La nota positiva è che Zelensky si sia reso disponibile a concedere elezioni in Ucraina, riportando il Paese alla democrazia, e ciò dimostra come quello in Alaska sia stato un vertice vinto da Putin.

Il presidente ucraino si è detto anche disponibile ad acquistare 100 miliardi di armi americane, idea che cozza con le richieste russe di un esercito ucraino ridotto ai minimi termini.

“Putin vuole fare la pace per me”. È la frase rubata dai microfoni accesi, mentre Trump bisbigliava all’orecchio di Macron. Frase che dimostra l’egocentrismo del tycoon, ma è anche una luce di speranza.

Tuttavia, gli europei sembrano ancora fossilizzati sulla “pace giusta”, terminologia deliziosa che ripetono come un mantra anche certe redazioni italiane: “La Russia restituisca tutti i territori!”. “L’Ucraina non può accettare perdite di territori, altrimenti uscirebbe sconfitta dalla guerra.”

Ancora convinti che l’Ucraina e l’Europa non abbiano perso la guerra?!

Peccato che la storia non sia un libro dei sogni. Dai tempi di Roma antica, sono i vincitori a dettare le condizioni, non gli sconfitti. E quando mai un impero ha restituito territori conquistati perché “non era giusto”?

La Germania fu umiliata a Versailles e, nel 1945, fu addirittura spaccata in due.

Il Giappone, dopo due bombe atomiche, fu occupato per alcuni anni.

E Cuba nel ’62? Fu minacciata di bombardamento se non avesse smantellato i missili sovietici. E qui, le pretese di Kennedy erano simili a quelle di Putin.

Ma oggi, magicamente, la Russia dovrebbe fare marcia indietro perché qualche giornalista ha scritto un editoriale commovente o perché lo chiedono Macron e Merz?!

Beh, questo non è giornalismo, ma chiacchiera da bar. D’altronde, sono analisi fatte da chi ci ha raccontato di pale, microchip e Mosca al tappeto per le “sanzioni dirompenti” entro Natale 2022.

La situazione ucraina è molto complessa e non si può gestire con i vertici spettacolari né con le pretese di una “pace giusta”.

È vero che l’Ucraina ha ceduto armi nucleari in cambio di garanzie di difesa e che si tratta di una nazione sovrana, ma non si possono dimenticare la Nuland, Piazza Maidan e la guerra dal 2014 di cui nessuno parlava, ma per cui lo stesso presidente Mattarella, nel 2017, chiese a Putin di intervenire (FONTE).

2022: L’ACCORDO FANTASMA CHE AVREBBE SALVATO KIEV (MA BRUXELLES VOLEVA LA PACE GIUSTA)

Ricordate gli accordi di Istanbul del 2022?

No, certo. Saltarono perché l’Europa e la NATO li fecero saltare.

Kiev avrebbe rinunciato alla NATO e ridotto il suo esercito, è vero, ma ci sarebbero stati zero morti, zero città distrutte, zero milioni di profughi. Invece no. Biden, Von der Leyen & Co. spinsero Zelensky a rifiutare. 

“Resistete! Vi diamo noi armi!”. Armi pagate coi soldi degli europei, ma sorvoliamo.

Risultato? Oggi il 20% dell’Ucraina è russo. L’economia è a picco. L’esercito allo stremo. E Mosca ha semplicemente ripresentato le stesse richieste del 2022, aggiungendoci i nuovi territori.

Ironia della sorte: più l’Ucraina combatte, più la Russia chiede, più gli europei perdono potere d’acquisto.

I CIRCOLI MAGICI DELL’OCCIDENTE: “RESISTETE! (MA NOI STIAMO A CASA)”

Macron fa discorsi epici tra un buffet all’Eliseo e un incontro sul treno dei volenterosi. Von der Leyen promette armi con piani di riarmo da sceneggiatura fantozziana, ma nessuno di loro manderà mai i figli o i nipoti a morire nel Donbass.

Sono gli ucraini che devono combattere. E morire. Quelli sì, “eroi”, come li definiscono.

Peccato che un eroe morto resta morto.

E non se ne fa nulla di qualsiasi pace giusta!

Intanto, l’Europa, che in tre anni non è riuscita a fare ciò che Trump ha fatto in sei mesi, si illude di “logorare” la Russia con le sanzioni. Ignorando alcuni dettagli che fanno tutta la differenza del mondo.

  1. Mosca commercia con Cina, India e metà del globo. Perciò è impossibile da isolare.
  2. Il rublo è in mano alla Banca centrale di Mosca.
  3. La Russia è la nazione più grande al mondo e ha giacimenti di ogni materia prima.
  4. La Russia ha 6.000 testate nucleari ed è la forza nucleare più potente sul pianeta.
  5. Non esiste forza sul pianeta che possa battere la Russia in una guerra di logoramento.

LA BOMBA (ATOMICA) SOTTO IL TAVOLO: PERCHÉ L’UCRAINA NON È L’AFGHANISTAN

“Ma i partigiani hanno vinto contro il fascismo e il nazismo!” dice qualche giornalista.

Caro giornalista da “fake news su pale e microchip”, qui non siamo nel 1944. La Russia non è la Germania nazista. E, soprattutto, è la più grande potenza nucleare sul pianeta.

Il Giappone provò a resistere nel 1945 agli USA. Hiroshima e Nagasaki furono spazzate via.

Oggi, qualora la Russia si trovasse in difficoltà, basterebbero 2-3 missili ipersonici caricati con testate atomiche su Odessa o su Kiev.

L’Europa, al massimo può lanciare “sanzioni dirompenti”, frase vuota come un bicchiere di vodka svuotato.

Gli USA non muoverebbero un dito perché sanno che una guerra nucleare non ha vincitori, solo miliardi di morti. Anche americani.

LA PACE “INGIUSTA” CHE SALVA VITE: PERCHÉ TRATTARE NON È TRADIRE

La pace giusta non esiste. Esiste solo la pace possibile.

Continuare la guerra comporterebbe:

  • altri 3-4 anni di massacri;
  • un’Ucraina desertificata;
  • Kiev che perde non solo il Donbass, ma l’intera nazione.

“falchi” europei, Macron e Merz in testa, urlano: “No alla resa!”.

Ma non è resa. È realismo. È saggezza. È scegliere la vita e non la logica della guerra.

Nel 2022, l’Ucraina aveva un esercito integro. Oggi cerca disperatamente reclute strappando uomini dai marciapiedi e richiamando anche chi ha certificati medici.

I pacifisti, quelli che chiedevano trattative, venivano chiamati “putiniani”.

Eppure, se avessero vinto loro, oggi i morti ucraini sarebbero migliaia, non centinaia di migliaia; Kharkiv e Mariupol sarebbero ancora in piedi e non ci sarebbero milioni di profughi ucraini a vagare per l’Europa.

DIRITTO INTERNAZIONALE, UNA BARZELLETTA PER POTENTI

Il Diritto internazionale, poi, è quella fiaba dove i buoni vincono sempre.

Peccato che nella realtà gli USA bombardino chi vogliono (Jugoslavia, Iraq, Siria) spesso inventando anche scuse inesistenti (vedi armi chimiche di Saddam); Israele occupa territori palestinesi da 50 anni e commette genocidi senza alcuna conseguenza; l’Europa strizza l’occhio ai genocidi in Yemen.

Ma per l’Ucraina, improvvisamente, valgono altre regole. 

“I confini non si cambiano con la forza” dicono Macron, Meloni e Merz.

Intanto, la Crimea è russa dal 2014. E nessuno – dico nessuno – ha mai seriamente pensato di riprendersela.

E da quanto fa Israele da sempre, non sembra che il Diritto internazionale valga davvero qualcosa.

GLI UNICI VERI NEMICI DEGLI UCRAINI SONO QUELLI CHE GRIDANO “RESISTENZA!”

  • L’Europa ha spinto Kiev in una guerra persa in partenza per un’idea americana (approfondisci qui)
  • Ha trasformato l’Ucraina in un campo di macerie (con tanto di selfie di Zelensky in trincea).
  • Ora, per non ammettere l’errore, l’Europa vuole sacrificare un’intera generazione.

I veri nemici degli ucraini? Non sono Putin o i “traditori” che chiedono la pace. Non i putiniani. Ma i leader occidentali che giocano alla guerra con le vite altrui. Quelli che parlano di “Diritto internazionale” mentre fanno spallucce sui crimini di Israele.

L’unica pace giusta è quella che ferma le bare. Il resto è ipocrisia.
E a chi dice “meglio morti che sottomessi”, rispondo: mandate i vostri figli e nipoti in trincea. Senza scorta.

Perciò, ben vengano le persone animate dalla volontà di arrivare alla pace a ogni costo, ma non quelle che cercano solo disperatamente di non dimostrare ai propri elettori di aver perso una guerra nonostante “niente condizionatori”.

Con la speranza che il prossimo incontro possa essere un trilaterale, con un faccia a faccia tra delegazioni di Russia e Ucraina.

E con la speranza che gli Europei se ne stiano buoni e non si necessiti di un ulteriore incontro dal preside per capire come stanno le cose.

E SE FOSSE LA FINE?

Se nel business ci sono sempre stati alti e bassi, nell’alta moda il pendolarismo dei gusti e degli stili ha riflettuto il percorso della sua storia economica. Una cosa scontata, persino ovvia. Ovvio perché parliamo di effimero.

COSA VUOLE RAPPRESENTARE LA MODA E A CHI PARLA 

Sono stati scritti fiumi di saggi e giustificazioni credibili. Quindi non ne parlerò. Vi lascerò il gusto di ricercare: libri, riviste, mostre, on line,… Ma qualche riflessione va fatta.

La moda rappresenta se stessa o è chi la pensa e la propone che fa la moda?

Per se stesso, per la propria vanità, per il mercato, per il proprio conto in banca, per la collettività, per lasciare un segno, per trovare un posto nello Star System, per vestire le Super-Star presenti alle sfilate?

Il rischio è di parlarsi addosso. E fine della fiera delle vanità.

SENZA RISPOSTE

Oggi se non si tiene conto della rapidissima trasformazione dei mercati, dello stile, delle motivazioni d’acquisto influenzate da quello che succede sugli scenari internazionali, e anche quelli di casa nostra, si rischia il default. 

E qui sì, basta leggere i giornali. Non quelli di moda, ma i quotidiani locali con cronache di chiusura di laboratori e di licenziamenti conseguenti.

A quegli ex lavoratori bastava la paga regolare ogni mese. Paga da dipendente. Non certo per l’acquisto degli abiti di lusso che loro producevano, ma per vivere degnamente.

Errori di visione aziendale o miopia imprenditoriale che parte da lontano?

QUINDI, QUAL È IL TARGET? 

Come detto, l’imitazione senza criticità da parte del 90% di chi non se la può permettere (l’alta moda) è il risultato ovvio. Quel mondo (il 90%) fa sempre più fatica a mettere insieme le necessità quotidiane, e le illusioni ferragostane guardando i rotocalchi, forse, non bastano più.

NUOVI GESTORI ETICI 

Si va affermando una tendenza obbligatoria verso un minor consumo di inquinanti per la produzione dei tessuti e delle confezioni. La moda è fra i produttori industriali più inquinanti al mondo.

La tendenza alla riduzione è già in atto, ma la strada da fare è ancora molto lunga. Così vale per il consumo di energia e per l’uso di manodopera non sfruttata con filiere produttive controllate direttamente dal committente finale.

Ma questa è un’altra dimensione.

LA MODA DEL RIUSO, DEL RICICLO E DEL VINTAGE CHE SCONFIGGE LA MODA 

Si recuperano eccedenze di produzione, tessuti a magazzino non più utilizzabili, capi ora impossibili da vendere per ottenere filamenti per una nuova idea produttiva o per il vintage.

E Le istanze si moltiplicano. È un nuovo mercato molto gradito se si è andati incontro ad un aumento dell’11% in un solo anno, secondo i dati ufficiali, contro una tendenza in negativo rispetto al mercato tradizionale. 

LE VENDITE ONLINE 

L’affidabilità, la tracciabilità, la riduzione dei costi della logistica, e l’enorme disponibilità di offerta riscontrabile oggi, unitamente a prezzi di vendita vantaggiosi, stanno ridefinendo rapidamente le nuove tendenze e opportunità di acquisto.

C’È MODA E MODA

Evitiamo confusioni.

L’alta moda, con le sue regole auree (e le sue perdite), sembra soffrire di noia e dell’incapacità di individuare un orizzonte credibile. E non è un caso se spesso la descrizione delle nuove sfilate indica “ispirata a …”. 

Basterà il ricambio degli stilisti 2025 a riproporre qualcosa di nuovo o vinceranno gli uomini di marketing delle grandi case di moda?

Perché nuove collezioni di alta moda e vendite devono andare di pari passo. Anche perché, poi, le perdite diventano miliardarie.

E se fosse la fine dell’alta moda così come l’abbiamo concepita dal 1940 in poi? Si può parlare di inadeguatezza globale?