VENEZIA – Un dialogo tra il cielo e la terra, tra l’innocenza infantile e la più profonda malinconia.
Questa è la sintesi della Quarta Sinfonia di Gustav Mahler, opera che il Teatro La Fenice di Venezia ha affidato all’estro del direttore Daniele Rustioni e alla voce del soprano Rosa Feola.
Dopo il successo della prima del 5 settembre, la replica andata in scena sabato 6 settembre è stata un appuntamento speciale, interamente dedicato a un pubblico under35.
Un’occasione unica per accostarsi a un capolavoro che non smette di interrogare l’anima.
UN CAPOLAVORO DI TRANSIZIONE: TRA INCANTO E DISINCANTO
Composta tra il 1899 e il 1900, la Quarta Sinfonia di Mahler rappresenta un punto di svolta essenziale nella sua produzione, poiché chiude il ciclo delle sinfonie ispirate alla raccolta poetica Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo).
Allo stesso tempo, inaugura un nuovo ciclo, caratterizzato da una scrittura più essenziale, da un contrappunto severo e da un’orchestrazione trasparente ed esaustiva.
La sua genesi, però, è più lunga e intricata. Il movimento finale, il lied Das himmlische Leben (La vita celestiale), fu infatti composto nel 1892, ben otto anni prima.
Un brano che non è una semplice conclusione, ma il seme da cui germoglia l’intera sinfonia.
Mahler costruisce i tre movimenti precedenti come un immenso preludio tematico e spirituale a quella visione finale, capovolgendo la logica sinfonica tradizionale. Il paradiso, con tutte le sue ambiguità, diventa il punto di partenza e al contempo l’approdo.
L’ANALISI: UN VIAGGIO NELL’ANIMA TRA SONAGLI E VIOLINI MACABRI
IL PRIMO MOVIMENTO (BEDÄCHTIG. NICHT EILEN) si apre con un tintinnio di sonagli. Un suono fanciullesco, ma che il filosofo Theodor W. Adorno leggeva come un segnale d’ironia: «nulla di ciò che state ascoltando è vero».
È l’ingresso in un mondo di finzione, di ricordi o forse di sogno.
La struttura è quella classica della forma-sonata, ma il trattamento è tutto mahleriano: gli strumenti sono usati in modo “improprio”, i temi si intrecciano in una complessa polifonia che maschera un’inquietudine sottile sotto un velo di serenità.
IL SECONDO MOVIMENTO (IN GEMÄCHLICHER BEWEGUNG. OHNE HAST) è uno Scherzo grottesco. Il ritmo è quello di un Ländler, una danza popolare, ma resa sinistra e spettrale.
Il protagonista è un violino solista accordato un tono sopra il normale, il cui suono acuto e stridente imita il violino dei suonatori ambulanti.
Una figura allegorica della morte nella tradizione tedesca, che qui guida i bambini in una danza macabra verso l’aldilà.
IL TERZO MOVIMENTO (RUHEVOLL) è un Adagio di struggente bellezza. Lo stesso Mahler lo considerava tra le pagine meglio riuscite di tutta la sua produzione.
È una melodia serena e triste al tempo stesso, costruita su una serie di variazioni. Momenti di quiete assoluta si alternano a passaggi oscuri, spettrali, fino a un improvviso e traumatico fortissimo degli ottoni che squarcia il velo e anticipa il tema del paradiso.
È la crisi prima della (presunta) redenzione.
IL QUARTO MOVIMENTO (SEHR BEHAGLICH) è la voce del cielo. Il soprano entra in scena per intonare Das himmlische Leben. La voce deve avere un’«espressione infantilmente serena, assolutamente senza parodia».
Il testo, visto attraverso gli occhi di un bambino, descrive un paradiso fatto di delizie gastronomiche: pane, vino, pesci che appaiono miracolosamente, angeli che infornano il pane.
Ma è un’innocenza perturbante, che mescola immagini giocose a dettagli macabri (si macella un agnello senza che soffra).
Non c’è un trionfo eroico, ma una visione ambigua, sospesa, che apre a una crisi esistenziale più che chiuderla.
RUSTIONI, FEOLA E L’ENERGIA UNDER35: UN CONCERTO NECESSARIO
Affidare questa sinfonia così intima e complessa al Maestro Daniele Rustioni è stata una scelta azzeccata. La sua direzione, chiara, energica e attenta alla trasparenza delle trame orchestrali, è stata una guida ideale per districare i molti piani emotivi della partitura.
Al suo fianco, un’interprete d’eccezione: Rosa Feola, soprano tra i più acclamati della sua generazione, dalla tecnica impeccabile e dalla rara capacità di donare purezza e profondità a ogni frase.
La sua voce è stata lo strumento che ha dato vita all’ambigua innocenza del finale.
La scelta di dedicare la replica di sabato 6 settembre al pubblico under35 non è stata solo una brillante operazione di marketing, ma soprattutto un’estroflessione della stessa sinfonia, poiché questa particolare opera di Mahler, con le sue domande sull’infanzia, sulla perdita, sulla ricerca di un paradiso forse irraggiungibile, parla direttamente alle nuove generazioni.
È musica che non offre certezze, ma costringe all’ascolto attivo, alla riflessione.
Il Teatro La Fenice si conferma così non solo tempio della tradizione, ma luogo vivo e aperto al futuro, dove la complessità di Mahler può trovare un nuovo, vitale, pubblico.
E dove la Musica vera dimostra anche all’era superficiale e digitale che esiste un’alternativa all’oblio culturale.
Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e la parata militare cinese segnano una svolta simbolica e pratica verso un ordine mondiale più multipolare e competitivo con l’Occidente.
Una dimostrazione di potenza a cui l’Europa ha contrapposto la bufala dell’interferenza al sistema GPS sul volo di Ursula von der Leyen, esempio evidente dell’escalation dei rapporti tra l’Europa e questa parte di mondo.
UN MONDO CHE CAMBIA VELOCEMENTE
31 agosto 2025, data simbolica di un mondo che si sta riorganizzando.
Le istituzioni che hanno governato la politica internazionale per sette decenni non sono sparite, ma la loro centralità è stata messa in discussione da una miriade di attori e piattaforme alternative. Alla radice di questa trasformazione c’è la costruzione di architetture multilaterali alternative guidate da Pechino e sostenute da Mosca e da partner regionali sempre più numerosi nel mondo.
Le immagini del vertice SCO, con la parata a Tiananmen, e della perdita del segnale GPS su un aereo istituzionale europeo non sono eventi scollegati, ma formano un mosaico coerente di potenza, pressione, persuasione e propaganda.
IL VERTICE DELLA SCO: UN’ALTERNATIVA ORGANIZZATA
La Shanghai Cooperation Organisation, piattaforma che oggi include attori dai pesi demografici, energetici e militari assai rilevanti, è stata utilizzata da Pechino come palcoscenico per promuovere alternative di governance economica e finanziaria a livello mondiale.
Al summit di Tianjin, i leader principali (Xi, Putin, Modi) hanno trattato di temi concreti, tra cui la proposta di una banca di sviluppo SCO, l’emissione congiunta di strumenti finanziari e progetti infrastrutturali legati all’energia e alla connettività euroasiatica.
Si tratta di iniziative che mirano a creare capacità autonome di credito e sviluppo, riducendo la dipendenza dalle strutture occidentali.
Il messaggio politico è chiaro: non si tratta solo di cooperazione commerciale o simbolica, ma di costruzione di alternative istituzionali, di reti finanziarie, infrastrutturali e di sicurezza, che riducono il peso delle istituzioni guidate da Washington e, soprattutto, da Bruxelles.
In questo contesto, le dichiarazioni russe sulla necessità di affrontare l’espansione della NATO e la difesa della “sicurezza eurasiatica” assumono una doppia visione, come deterrente militare e come leva diplomatica per legittimare nuove architetture sullo scacchiere mondiale.
LA SFILATA DI TIANNAMEN: IMMAGINE E SOSTANZA DI POTERE
Pochi giorni dopo il summit, la grande parata militare a Pechino ha ulteriormente calibrato il messaggio di potenza: nuovi missili, droni avanzati, mezzi blindati, e, soprattutto, la presenza dei leader ritenuti “ostili” all’ordine occidentale, tutti su un medesimo palcoscenico per far capire a USA ed UE che è giunta l’ora di comportarsi da adulti e non più da bambini capricciosi come fatto negli ultimi secoli.
L’evento non è stato una pura esibizione, ma una dichiarazione di intenti politico-strategici che combina deterrenza, propaganda e networking tra regimi e partner strategici.
Come a dire “Cari occidentali, ci siamo anche noi e non siamo più disposti a vederci portare via materie prime a poco prezzo né vogliamo più essere solo le vostre officine a basso costo. E siamo pronti a batterci per affermare la nostra dignità. Con ogni mezzo.”
La parata è servita al pubblico interno, per la narrazione della grande rinascita, ma anche all’esterno, per inviare un messaggio alle capitali occidentali: la Cina ha capacità militari e tecnologiche avanzate, nonché alleanze politiche potenti.
Questo non significa che un conflitto armato sia inevitabile, ma alzare costantemente l’asticella, come fanno USA ed Europa, aumenta il rischio di errori di calcolo e di un’escalation incontrollata.
TECNICHE IBRIDE. GPS JAMMING, GUERRA ELETTRONICA E OPERAZIONI “IN ZONA GRIGIA”
La politica del potere oggi non è fatta solo di carri armati e sanzioni; è fatta di interruzioni di segnale, manipolazione informativa, blackout di infrastrutture digitali. Ed è fatta di propaganda.
La bufala de sistema GPS dell’aereo con a bordo la presidente della Commissione europea è solo uno dei tanti episodi in cui la propaganda ha tentato di costruire narrazioni, nemici, situazioni per giustificare politiche di escalation e riarmi in Europa.
E le implicazioni di una simile politica, portata avanti dalla Commissione von der Leyen, sono molteplici, a cominciare dai rischi legati allo scoppio di una guerra mondiale potenzialmente nucleare.
Di come l’episodio dell’aereo di von der Leyen sia una fake, abbiamo ampiamente discusso, con dati e fatti, qui.
È pur vero che la guerra “di quarta generazione” si gioca in parte oltre il dominio convenzionale ed è fatta di un continuo sviluppo che unisce cyber, informazione/propaganda, economia e coercizione marittima.
ECONOMIA, ENERGIA E ROTTE MARITTIME: LA VULNERABILITÀ DELLA GLOBALIZZAZIONE
Una detonazione sospetta nel Mar Rosso, rilevata il 31 agosto, ha ricordato quanto le rotte marittime siano terreno vulnerabile, perché ogni azione si ripercuote sulle catene di approvvigionamento energetiche e commerciali dell’Occidente e sui prezzi.
Il commercio transcontinentale dipende da corridoi marittimi stretti e da infrastrutture critiche, in stato di allarme costante; ogni incidente crea ricadute sulle economie importatrici. Cioè sulle nostre.
A questo si aggiungono le pressioni su materie prime e alimenti, come la “guerra del cibo”, ossia l’uso della sicurezza alimentare come strumento geopolitico, che è diventata una realtà in diverse aree del mondo.
TECNOLOGIA E POTERE: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME ASSE STRATEGICO
La competizione per l’IA non è più solo un dibattito accademico, ma una lotta per capacità economiche, militari e di controllo dell’informazione.
La Cina sta investendo cifre gigantesche nel settore, con piani pubblici e flussi di capitale privato che accelerano la capacità di sviluppo e diffusione, per competere con i colossi statunitensi.
Ma “vincere” in AI non è solo questione di spesa, poiché dipende da talenti, accesso a chip performanti e al mercato, così come è fondamentale la capacità di integrare modelli di infrastrutture critiche.
Le misure di controllo tecnologico tentate dall’Amministrazione Trump, come il freno alle esportazioni di chip e le sanzioni, rallentano la corsa di Pechino, ma non fermano il treno.
L’Occidente è sempre più in difficoltà nel mantenere un vantaggio tecnologico in questo ambito.
COSA SIGNIFICA PER L’ITALIA E PER L’EUROPA
L’Italia si trova in una posizione di vulnerabilità, ma anche di opportunità.
Da un lato, la marginalizzazione nelle dinamiche libiche e del Mediterraneo, le sensibili dipendenze energetiche e la pressione fiscale insostenibile per finanziare spese di guerra.
Dall’altro, potrebbe ricavarsi un ruolo strategico nel Mediterraneo, sfruttare capacità industriali specializzate e attivare piattaforme diplomatiche che potrebbero essere riconfigurate per dialogare sia con gli alleati occidentali sia con i paesi in ascesa capitanati dell’asse Mosca/Pechino.
I leader europei parlano di autonomia strategica, ma, nei fatti, l’Europa rimane ancora dipendente dal supporto statunitense su capacità critiche, a cominciare da armi ed energia.
L’Italia dovrà decidere se seguire una logica di rincorsa, distruggendo ogni forma di welfare, compresi il sistema pensionistico e la Sanità pubblica, per aumentare la spesa militare senza una chiara strategia, oppure una logica di capacità integrata, investendo in difesa, capacità digitale, diplomazia preventiva e cooperazione energetica.
Le scelte saranno dolorose, perché, nel primo caso, la popolazione sarebbe destinata a impoverirsi e, con una popolazione sempre più anziana, porterebbe al suicidio in pochi decenni, ma anche nella second ipotesi, il Paese dovrebbe rinunciare a essere zerbino degli USA, con tutti i vantaggi, ma anche gli svantaggi, del caso.
Tuttavia, rimandare sarebbe pericoloso in perdita di credibilità geopolitica, vulnerabilità economica e crescente rischio di escalation perpetrato dalle politiche di guerra di von der Leyen.
TRE SCENARI PROBABILISTICI (A BREVE/MEDIO TERMINE)
SCENARIO MODERATO
SCO e infrastrutture alternative cresceranno, ma restando complementari all’ordine esistente, con una competizione intensa, ma limitata a sanzioni, gare tecnologiche e zone di influenza.
Uno scenario che richiede diplomazia matura e regole di convivenza per cui servirebbero leader occidentali di ben altro spessore fagli attuali.
CONFRONTO STRUTTURALE
L’aumento delle operazioni ibride e gli incidenti inventati dalle propagande porteranno al rischio di crisi locali che potrebbero degenerare se la deterrenza fallisse.
Questo scenario necessita di rapidità decisionale e di investimenti in deterrenza multilivello. Ma anche di diplomatici attivi e di spessore, che, come per il primo scenario, non se ne vede traccia.
ESCALATION GENERALIZZATA
Basteranno una propaganda ancora più perniciosa e sfacciata, errori di calcolo, incidenti con vittime civili o attacchi a infrastrutture critiche per trascinarci a catene di rappresaglie.
L’esistenza di arsenali nucleari rende questo scenario catastrofico, perciò prevenirlo dovrebbe essere un obbligo politico e strategico.
Tuttavia, come per i primi due scenari, servirebbero statisti d’alto profilo di cui non v’è traccia né a Washington né in Europa.
COSA BISOGNEREBBE FARE?
Beh, con una classe dirigente all’altezza, l’Europa Investirebbe in difesa ibrida, combinando capacità militari convenzionali con squadre di risposta rapida cyber e unità per la contro-disinformazione.
Basterebbe spostare in tal senso quanto speso e fatto per veicolare propaganda su “dita usate come baionette, muli al posto dei mezzi corazzati, ubriaconi raccattati in Siberia perché Mosca non aveva più giovani da inviare al fronte” e tutte le altre panzane spacciate per notizie vere al fine di giustificare i miliardi spesi per inviare giovani ucraini al macero.
Poi, bisognerebbe sostituire von der Leyen, Kallas e chiunque abbia fallito su tutti i fronti, dalla guerra alle politiche green, sostituendole con diplomatici seri e capaci di attivare una cooperazione economica pragmatica, per mantenere canali di dialogo con i paesi del BRICS, senza rinunciare ai principi fondamentali di diritti umani e stato di diritto. Che, tuttavia, non devono valere solo per l’Ucraina, mentre si fa finta di nulla a Gaza e altrove.
VERSO DUE BLOCCHI? SÌ, MA NON SOLO
L’evoluzione in atto non è un ritorno perfetto alla Guerra Fredda con due blocchi monolitici, ma un processo più fluido, fatto di nuove alleanze, partenariati legati a interessi economici e di sicurezza, in una miscela di cooperazione e competizione.
La SCO e la parata di Pechino sono segnali di questa nuova configurazione.
L’Occidente può ancora reagire efficacemente scegliendo il dialogo e ammettendo le tante colpe di cui si è macchiato negli ultimi decenni, a cominciare dall’invasione dell’Iraq sulla base di una fake news, le famose, quanto inesistenti, armi chimiche di Saddam Hussein.
Al contrario, se la strategia dell’Occidente resterà quella delle fake e della propaganda, il futuro che ci attende è tutt’altro che luminoso.
È la rappresentazione pubblica di una crisi più mediatica che reale, orchestrata per consolidare un potere, demonizzare un avversario, giustificare spese folli o, semplicemente, per apparire sui giornali.
L’ultimo, patetico, sociodramma in ordine di tempo ha per protagonista una Presidente della Commissione Europea, un aereo e un presunto “attentato” degno di una sceneggiatura napoletana.
La trama racconta di una Russia che avrebbe manomesso il GPS del velivolo di Ursula von der Leyen in Bulgaria, costringendo l’eroico pilota a un atterraggio manuale con le mappe cartacee.
Roba da film demenziale in stile “Scuola di Polizia” degli anni Ottanta. La ricordate?
LA SMENTITA AGLI ATTI: FLIGHTRADAR24 CONTRO LA BUFALA DI VON DER LEYEN
Mentre i titoli dei giornali urlavano all’attacco russo, un’entità ben più affidabile di qualsiasi portavoce comunitario ha alzato il sopracciglio e ha pubblicato i fatti.
Flightradar24, il servizio che monitora il traffico aereo in tempo reale, ha fatto quello che ogni buon giornalista dovrebbe fare: ha controllato i dati. E su X ha demolito, con la pacatezza degli esperti, l’intera montatura.
We are seeing media reports of GPS interference affecting the plane carrying Ursula von der Leyen to Plovdiv, Bulgaria. Some reports claim that the aircraft was in a holding pattern for 1 hour.
Cosa dicono i dati dell’ADS-B, il transponder che raccoglie informazioni direttamente dall’aereo?
Il volo è durato 1 ora e 57 minuti, contro le 1 ora e 48 previste. Nove minuti di ritardo. Vi è mai capitato di atterrare a Fiumicino? Qui si parlava di “circuito di attesa di un’ora”.
Falso. La notizia che è stata data è falsa.
Il segnale GPS dell’aereo, misurato dal parametro NIC, è rimasto eccellente dal decollo all’atterraggio. “Buona qualità del segnale”, dicono loro.
Io direi “perfetto, inoppugnabile, imbarazzante per chi ha diffuso la fake news”.
Dunque, ricapitoliamo: la Commissione Europea e un giornale blasonato come il Financial Times costruiscono una narrazione da guerra fredda.
Poi arriva un sito internet con le palle – scusate il termine tecnico – e, numeri e fatti alla mano, dimostra che è tutto una grande BUFALA.
La domanda è perché i media hanno costruito quest’ennesima fake news, dopo le pale, i muli, le dita usate come baionette e altre sciocchezze in numero tale da scriverci un’enciclopedia?
A chi giova questo piccolo teatrino?
L’ANALISI TECNICA: PERCHÉ L’ATTACCO AL GPS È UNA STORIA PER CREDULONI
Un aereo di linea non è il drone di un per chi ha questo hobby.
Vola sotto “controllo positivo” del traffico aereo. I controllori lo guidano con una pletora di sistemi: radiofari VOR, segnali di avvicinamento, radar primari e secondari.
Il GPS è uno strumento, non lo strumento. È come dire che qualcuno ha manomesso l’orologio da polso del capitano di una portaerei e quindi la nave non ha potuto attraccare.
È una ridicolaggine.
I moderni sistemi di navigazione inerziale (INS) sono autonomi.
I transponder trasmettono la posizione indipendentemente dal GPS. Persino il tuo smartphone, in questo momento, può agganciare tre costellazioni satellitari diverse: l’americana GPS, la russa GLONASS e la cinese BeiDou.
Potremmo disturbare tutto? Impossibile.
E anche se fosse, ci sono i backup dei backup. L’atterraggio manuale con le mappe, inoltre, è una pratica standard, non un’eroica impresa da Walaker Texas Ranger.
IL TIMING SOSPETTO E L’IPOTESI ALTERNATIVA (E MOLTO PIÙ LOGICA)
Il sociodramma è scattato mentre a Tianjin, in Cina, si teneva il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.
C’erano Xi, Putin, Modi. C’era mezzo mondo con Putin, mentre la NATO – guarda caso – sembrava vittima di un cyberattacco russo.
Che coincidenza straordinaria.
Ma è proprio la Russia l’unica sospettata?
La Bulgaria, dove è avvenuto il tutto, è un paese NATO.
Intorno a Plovdiv ci sono basi aeree militari bulgare (Graf Ignatievo, Krumovo) e il quartier generale della sessantottesima Brigata delle Forze Speciali.
È molto più plausibile che fossero in corso esercitazioni militari con disturbatori (jamming) per simulare scenari di guerra elettronica: un drone da disturbare, una prova tecnica da effettuare in uno scenario reale…
L’aereo di von der Leyen potrebbe essere stato semplicemente un effetto collaterale, un disturbo temporaneo e localizzato ingigantito per creare la narrazione della “minaccia russa”.
Anche perché, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti e abbia aperto almeno un libro di Storia alle scuole media sa bene che Mosca non avrebbe nulla da guadagnare da un gesto così plateale e idiota.
Kiev, invece, e i suoi alleati, guadagnano molto su questi punti: rilanciare la narrativa del pericolo imminente, giustificare invii di armi, tenere alta l’attenzione.
E… immaginate Kiev senza armi occidentali? Ecco, ogni immagine che vi viene in mente è una risposta alla domanda “a chi giova?”.
E dopo l’attentato ucraino al Nord Stream, nulla sorprende e nulla ci sorprenderebbe.
LA COMUNICAZIONE COME ARMA E LA NECESSITÀ DEL PENSIERO CRITICO
Questa ennesima sceneggiata è un caso studio di come la Comunicazione possa creare mostri, nemici, guerre e storie parallele alla realtà dei fatti.
Dimostra come un potere narrativo tenti di sovrascriverla la realtà.
Si crea un frame, una cornice di vittimizzazione e minaccia, e si spera che la gente ci caschi, senza verificare.
La verità è spesso noiosa, tecnica, piena di numeri. Il dramma è elettrizzante, emozionante, piena di cattivi e buoni.
Flightradar24 ha fatto il lavoro che il giornalismo mainstream ha dimenticato: ha preferito i dati ai titoli e alle sciocchezze sparate da qualche potente.
Noi cittadini, e soprattutto chi si occupa di informazione e comunicazione, abbiamo il dovere di essere anticorpi contro questo virus della disinformazione, che da oltre tre anni narra una storia parallela.
Perciò, no, quello a von der Leyen non è stato un attentato.
È stato, nella migliore delle ipotesi, un disguido tecnico dovuto a un’esercitazione.
Nella peggiore, una montatura calcolata per giustificare riarmi e una corsa scellerata verso la guerra contro la Russia per non dover fare le valigie, ammettendo di aver fallito ogni previsione in Ucraina.
In entrambi i casi, la risposta è una sola: studiare, verificare, diffidare.
La pubblicazione dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico rappresenta il più formidabile caso studio degli ultimi decenni, perché non sono post o documenti di qualche strampalato complottista, ma materiale ufficiale.
Sono la radiografia di un trauma nazionale, la mappa di come un Paese possa essere condotto, attraverso la comunicazione, ad abdicare al proprio spirito critico e alla sua stessa Costituzione, in nome di una presunta superiore necessità.
«L’HA DETTO IL CTS» LA SACRALIZZAZIONE MEDIATICA DI UN ORGANISMO CONSULTIVO
La prima, potentissima, lezione è la costruzione di un totem mediatico.
La ripetizione martellante, H24, dei mantra «L’ha detto il Cts», «C’è il parere del Cts» non era informazione, ma un rituale di sacralizzazione.
In sociologia, questo meccanismo è noto: si prende un’entità complessa (un comitato di esperti), la si riduce a un simbolo monolitico (“la Scienza”) e la si spaccia per oracolo indiscutibile.
Il presidente Franco Locatelli, con la sua insistenza sulla «posizione unitaria del comitato», agiva come un sommo sacerdote che reprime l’eterodossia.
Ogni posizione dissonante non era un dibattito scientifico, ma diventava un’eresia da tacitare.
In questo modo, il dibattito interno (sano, vitale, scientifico) veniva, di fatto, occultato per proiettare all’esterno un’immagine di unanimità perfetta, necessaria a legittimare scelte politiche draconiane.
Mentre tanti giornalisti affibbiavano etichette di complottisti, novax e persino epiteti più volgari a quei medici che dissentivano su provvedimenti e vaccini.
IL TRADIMENTO ETICO IN NOME DELLE ISTITUZIONI
C’è una frase che risulta agghiacciante e che dimostra come la mancanza di attributi possa fare del male a un’intera nazione: «Do una mia approvazione non convinta, CHE NON RESTI A VERBALE».
È l’ammissione di un conflitto interiore: “Io rimango fermamente convinto delle evidenze che non supportano una decisione politica e scientifica come questa”.
L’esperto è ancora tale, riconosce il primato dell’evidenza scientifica.
Tuttavia, prevale l’invocazione di un principio distorto, di un insegnamento che ci aspetteremmo più dalla Russia o dalla Cina e non certo ci saremmo aspettati da una democrazia: “Mi hanno insegnato che le istituzioni si servono e non ci si serve delle istituzioni”.
Una teoria che stride sull’intero impianto della Costituzione italiana che si erge proprio sul principio contrario, di sovranità del popolo. Non delle istituzioni.
Inoltre, nel pensiero del Prof. Locatelli avviene uno slittamento etico, poiché servire le istituzioni non significa accondiscendere ciecamente a un esecutivo, come in Corea del Nord, ma servire i principi costituzionali e il bene comune che quelle istituzioni dovrebbero incarnare.
Quindi, viene confuso il fine (la Repubblica) con il mezzo (il governo in carica).
L’approvazione formale c’è, per “evitare lacerazioni”, ma la verità viene confinata in una confessione tra iniziati, che non deve apparire a verbale, non deve essere ufficiale.
È la quintessenza della “Ragion di Stato”, cioè la creazione di una verità pubblica e di una verità privata (il dubbio, la coercizione). Una creazione per cui la scienza è stata sacrificata sull’altare dell’unità politica.
Questo non è servire lo Stato, ma è servire un potere.
E la differenza è abissale.
L’INGEGNERIA DEL CONSENSO: INFODEMIA, MARGINALIZZAZIONE E SOVRAESPOSIZIONE SELETTIVA
Per imporre un regime come il Green Pass, che condizionava le libertà fondamentali all’adesione a un trattamento medico, serviva un consenso bulgaro.
La società non era concorde? Allora la si sarebbe resa tale attraverso un’operazione di ingegneria sociale precisa, come si è applicata attraverso alcuni processi.
Aumento dell’Infodemia, inondando il dibattito pubblico di informazioni contraddittorie, complesse, non filtrate. Lo scopo non era chiarire, ma confondere. Una popolazione confusa è più incline a cedere la propria sovranità cognitiva a un “esperto” televisivo.
Colpevolizzazione ed emarginazione dei critici. I medici dissenzienti non erano interlocutori, ma venivano presentati come eretici, untori, no-vax da scomunicare e radiare. D’latronde, la sociologia studia da sempre il potere del capro espiatorio come cemento di un gruppo. Il mecico critico diventava il nemico esterno da abbattere per consolidare l’identità del gruppo interno (“noi, i vaccinati, i buoni”).
Sovraesposizione degli “entusiasti”. Si è creata una cassa di risonanza mediatica per pochi personaggi, spesso con conflitti d’interesse mai dichiarati, che sostituivano il dibattito scientifico con il mantra rassicurante e non verificabile dell'”è sicuro, è efficace”. Chi non aveva mai letto un report aveva più spazio di chi sollevava perplessità basate su dati.
LA COMMISSIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE CONTRO LA RAGION DI STATO
Ora, il nodo arriva al pettine.
La Commissione parlamentare di inchiesta Covid non dovrà interrogare solo scienziati, ma sfidare un sistema e un paradigma culturale per cui l’”Imperativo Politico” ha superato la Scienza – quella vera – e l’etica.
La vera “Ragion di Stato” che è emersa dalla divulgazione dei documenti ufficiali è da brividi, perché la vita dei singoli (la giovane di 18 anni che ha creduto nella narrazione ed è morta, così come le migliaia di danneggiati) è stata un danno collaterale accettabile per il perseguimento di un obiettivo politico più grande, per mostrare un’unità di intenti, un controllo ferreo della situazione, un’immagine di forza.
Insomma, per mettere sotto chiave la democrazia per diversi mesi.
L’assordante silenzio mediatico-politico di fronte a queste rivelazioni ne è la conferma. Perché queste notizie dirompenti dovrebbero essere più martellanti delle narrazioni ottriate h24 durante la pandemia.
Invece, il sistema si autoprotegge perché chi dovrebbe gridare allo scandalo è parte integrante del meccanismo.
DAL FANGO, LA RICHIESTA DI GIUSTIZIA
Quello che è emerso è, pura immondizia.
Una palude in cui istituzioni, politica, media e parte della comunità scientifica e medica hanno nuotato, tradendo il mandato di servire il popolo per servire interessi e narrative.
Ma l’immondizia, per essere smaltita, ha bisogno di azioni decise. Ha bisogno di Verità e della Giustizia.
Il potere si nutre di opacità. Il primo atto di liberazione è portare questa opacità alla luce e quei verbali sono luce.
Le parole agghiaccianti di quella riunione sono luce, per quanto bruciante e umiliante per chiunque creda ancora nella democrazia e nell’etica.
Ora, i nomi e i cognomi ci sono, così come le responsabilità di chi ha fatto, detto e deciso che cosa.
Perciò tali responsabilità devono essere accertate. La Giustizia non può e non deve essere inerte. Non può diventare parte del sistema, altrimenti la Costituzione non sarebbe stata soltanto sospesa per un lungo periodo, ma diventerebbe carta straccia.
Non si tratta di vendetta, ma di far riconquistare un minimo di fiducia nelle istituzioni, che si costruisce solo con la trasparenza, non certo occultando e facendo finta che nulla sia accaduto.
E, certamente, non alimentando altre narrazioni farlocche.
Si tratta di onorare la memoria di chi non c’è più e di restituire dignità a chi è stato danneggiato sulla base di scelte politiche che, come ci dicono i verbali, non avevano alcuna base scientifica a sostegno.
Con la speranza che non accada mai più che la Ragion di Stato, così cinicamente intesa, soffochi il dubbio scientifico, la voce della coscienza e il diritto a un consenso informato e veritiero.
Perché la costruzione del consenso, quando calpesta l’etica, il contraddittorio, i diritti umani e l’evidenza, non è democrazia.
Il conflitto in Ucraina infiamma il confine orientale del continente, mentre le tensioni con la Cina ridisegnano le catene del valore nel mondo intero.
In tale contesto, l’Unione Europea recita un ruolo ambiguo, dissonante, profondamente schizofrenico, senza una linea definita.
Un nano politico, un attore che dovrebbe dettare l’agenda ma che, invece, subisce le strategie di potenze ben più grandi e influenti.
La tesi centrale che intendo sviluppare, riprendendo e amplificando le lucidissime analisi del Professor Jeffrey Sachs, economista di Columbia University e consigliere ONU, è che l’Europa è prigioniera delle proprie scelte, di una politica estera dettata dalla paura, ed è subalterna agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Una prigionia che sta sistematicamente erodendo la sua prosperità economica, la sua coesione sociale e, paradossalmente, la sua sicurezza a lungo termine.
DIAGNOSI DELLA CRISI: I COSTI DI UNA POLITICA ESTERA FALLIMENTARE
Il professor Sachs delinea con precisione chirurgica la Triade della Vulnerabilità europea, dovuta a un sistema di dipendenze patologiche.
Ostilità verso la Russia, trasformata da partner energetico e commerciale in un nemico esistenziale, con costi immediati e catastrofici.
La diffidenza reciproca con la Cina, che rischia di disaccoppiare l’economia europea dal suo più grande mercato di riferimento per il futuro.
L’estrema dipendenza dagli USA; la sicurezza e la bussola strategica dell’Europa sono delegate a Washington, un potere che non ha come priorità assoluta il benessere dei cittadini europei, bensì dei propri.
I costi economici e sociali di queste scelte politiche sono già sotto gli occhi di tutti.
Il crollo delle esportazioni verso la Russia ha devastato interi distretti industriali, così come l’aumento vertiginoso dei costi energetici ha scatenato un’ondata inflazionistica senza precedenti, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e strangolando la competitività delle imprese.
Il rallentamento della crescita industriale, in particolare nel settore automobilistico e chimico tedesco, è un campanello d’allarme drammatico.
Inoltre, i costi militari e strategici sono ancor più insidiosi.
L’ossessione per il raggiungimento della fatidica quota del 5% del PIL per la spesa militare, su input NATO, drena risorse preziose che potrebbero essere investite nella transizione ecologica, nell’istruzione, nella sanità e in quel welfare che, invece, stanno smantellando ovunque, per finanziare la guerra alla Russia.
Ogni euro speso per un carro armato è un euro sottratto alle pensioni e ai servizi dei cittadini europei.
Ma il costo maggiore è la perdita di autonomia decisionale. L’Europa si ritrova ad essere pedina, non giocatore, in una partita giocata da altri.
DECOSTRUIRE LA NARRATIVA OCCIDENTALE: IL “FALSO PRESUPPOSTO” DELL’IMPERIALISMO RUSSO
La giustificazione ideologica della trappola strategica è una narrativa potente e semplicistica, che combina la perniciosità della propaganda alla chiacchiera da bar, per cui la Russia sarebbe un impero espansionista e aggressivo.
Sachs, e con lui una schiera di storici realisti, tra cui anche molti italiani, smonta questo assunto pezzo per pezzo.
La Storia ci ricorda che la Russia è stata ripetutamente invasa dall’Occidente. Napoleone, Hitler due volte.
La memoria storica russa è plasmata dalla ricerca di profondità strategica e sicurezza dei confini, non da un desiderio di conquista imperialistica in Europa e la ricerca di una “zona cuscinetto” spiega le azioni di Mosca non come mera aggressione, ma come una reazione prevedibile, seppur tragicamente violenta, a oltre trent’anni di provocazioni occidentali che sono ampiamente documentate dai fatti.
L’espansione ad est della NATO, contraria alle promesse americane ai leader sovietici alla fine della Guerra Fredda, è percepita a Mosca come un accerchiamento diretto, per cui l’invasione dell’Ucraina è l’apice di un’escalation, non il suo punto di partenza.
Ed è qui che si smonta miseramente tutta la propaganda russofoba, quella narrazione occidentale sull’orco russo.
I falchi della Guerra Fredda, soprattutto nelle amministrazioni USA, hanno sistematicamente ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, scegliendo la logica del vincitore su quella della cooperazione multipolare, in nome di quel Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che vedeva proprio nell’accerchiamento alla Russia un modus operandi per annientare Mosca.
Hanno alimentato quello che la teoria delle relazioni internazionali definisce un classico “Dilemma della Sicurezza”, per cui dove le misure difensive di una parte (la NATO che si “difende” espandendosi) sono percepite come profondamente offensive dall’altra, innescando una spirale di sfiducia e conflitto.
Un po’ ciò che accadde agli inizi del Novecento, quando la Germania investì molto sulla sua flotta navale, spingendo il Regno Unito ad aumentare la forza della sua flotta. Di conseguenza, anche la Francia, avvertendo un pericolo, investì nel suo esercito.
Bastò una miccia e l’Europa s’incendiò.
UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA: DIECI PASSI VERSO L’AUTONOMIA STRATEGICA
La diagnosi del professore è inappellabile, ma Sachs non si limita alla critica, infatti propone una roadmap concreta, un decalogo per la sovranità, il cui principio guida è lapalissiano: rimettere la diplomazia al centro e agire esclusivamente sulla base degli interessi europei.
La politica al centro, dunque, non i tecnici.
RIPRENDERE LA DIPLOMAZIA E PACIFICARE I CONFLITTI
Aprire canali diplomatici diretti e continui con Mosca è un atto dovuto. Perseverare con il muro è suicida e il silenzio è il miglior alleato dell’escalation.
Prepararsi attivamente per una pace negoziata in Ucraina, la cui soluzione dovrà inevitabilmente includere garanzie di sicurezza per Kiev e un impegno formale e irrevocabile alla non-espansione della NATO verso est.
È no, non si tratta di concessione a Putin, ma di realpolitik.
RIDEFINIRE LE RELAZIONI CON LE POTENZE GLOBALI
Rifiutare la militarizzazione dei rapporti con la Cina perché Pechino è un competitor economico, non un nemico militare. Semmai, è indispensabile attivare un dialogo sulla cooperazione sul clima, sul commercio e sulla finanza globale.
Collaborare strategicamente con l’Unione Africana, investendo massicciamente in istruzione e formazione, per costruire un partenariato paritario e di lungo periodo, cosa che gioverebbe anche sul fronte migratorio.
Collaborare con i BRICS+ per costruire un vero ordine mondiale multipolare, basato sul diritto internazionale e non sull’egemonia unipolare del blocco statunitense.
RIORIENTARE LE RISORSE E LE ALLEANZE
Dissociare formalmente la politica estera dell’UE dalla NATO, perché le due organizzazioni devono avere obiettivi e priorità distinti.
La prima per la diplomazia e lo sviluppo, la seconda per la difesa collettiva, in attesa di un esercito UE che non può nascere prima di un’unione politica. Perché chi lo comanderebbe e chi sarebbe disposto a ubbidire agli ordini dell’Italia o della Grecia? O dell’Olanda o della Germania? Quale soldato vedrebbe l’Europa come patria e non più la propria nazione?
Poi bisogna ridirezionare le risorse dagli aumenti di spesa militare NATO al finanziamento del Green Deal Europeo (EGD). La vera sicurezza del XXI secolo è energetica, climatica e sociale. Non bombe e droni che uccidono.
Collaborare con la Cina per co-finanziare infrastrutture nei paesi in via di sviluppo e non competere. Nella competizione si esce sconfitti, mentre la cooperazione fa crescere.
COSTRUIRE UN QUADRO ISTITUZIONALE EFFICACE
Semplificare e potenziare il meccanismo decisionale per la politica estera europea. L’unanimità nel Consiglio Europeo è un veto camuffato alla sovranità. Serve un sistema a maggioranza qualificata per le questioni di politica estera, ma non prima di aver costruito una unione dove i popoli hanno voce in capitolo e possono votare i propri rappresentati della Commissione, compreso il presidente.
Senza un’Europa nazione, l’Unione resta un mostro di tecnocrazia che impone e viene percepita da tanti europei come una sorta di dittatura leggera.
Sviluppare una capacità militare europea indipendente e credibile, con costi contenuti e ben al di sotto del 5% del PIL. Una forza di difesa che risponda esclusivamente al Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo.
Ma, anche in questo caso, serve prima la costruzione di una identità europea di nazione comune. Altrimenti nessun francese accetterà mai di restare agli ordini di un tedesco o di un greco.
LA SCELTA TRA SUBALTERNITÀ E SOVRANITÀ
L’attuale politica estera europea è costosa, pericolosa e fondata su presupposti storici e strategici errati, nonché illogici.
Questa Europa ci sta conducendo verso un vicolo cieco fatto di stagnazione economica, insicurezza perpetua irrilevanza geopolitica.
La visione alternativa esiste ed è pragmatica, coraggiosa e necessaria.
L’Europa ha ancora la possibilità, forse l’ultima, di diventare il polo di pace, stabilità e innovazione sostenibile in un mondo multipolare e può scegliere di basare la sua azione sulla diplomazia intelligente, sul diritto internazionale, sulla cooperazione eurasiatica e su uno sviluppo che non lasci indietro nessuno.
È giunto il momento di una profonda e dolorosa rivalutazione degli interessi nazionali e continentali.
La scelta è tra continuare a essere un vicario, un vassallo di un potere transatlantico in relativo declino, o prendere in mano il proprio destino.
La via della diplomazia e dell’autonomia non è una garanzia di successo, ma la subalternità è una garanzia certa di fallimento, come dimostrano le scellerate scelte con la guerra in Ucraina, che hanno portato tre anni e mezzo di morte e distruzione per ritrovarci al punto di partenza, ma con carte in mano meno forti di quelle del 2022.
La sovranità è l’unica via per una sicurezza duratura e una prosperità condivisa.
Ma servirebbero leader con forti competenze sociologiche e culturale, invece abbiamo tecnici più o meno super, bravissimi a chiederci di scegliere tra condizionatori o pace e a raccontarci narrazioni distanti anni luce dalla realtà presentata dal tempo e dai fatti.
Mentre i rendimenti dei Titoli di Stato esplodono, minacciando una crisi finanziaria sistemica, la Cina di Xi Jinping disegna una governance alternativa, lasciando l’Europa a sfilare tra fili spinati e narrazioni belliciste.
USA, CINA E RUSSIA RIDISEGNANO IL MONDO, L’EUROPA PREPARA LA GUERRA
Il mondo occidentale si trova in una morsa senza precedenti.
Sul fronte interno, una bomba a orologeria finanziaria, costruita con decenni di decisioni miopi, sta per detonar.;
Il debito pubblico è una montagna che non smette di crescere, i rendimenti dei titoli di Stato sono esplosi perché i mercati, per rifinanziare i debiti sovrani, chiedono sempre di più, situazione che è il preludio a una nuova, devastante ondata inflazionistica destinata a polverizzare i risparmi di intere generazioni.
Sul fronte esterno, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), un colosso geopolitico guidato da Cina e Russia, non si limita più a osservare e lancia una sfida diretta, quanto esistenziale, all’egemonia occidentale, proponendo un modello di “governance globale” alternativo, costruito su principi che scardinano l’ordine post-bellico a guida americana.
Anche se, di questi tempi, potremmo addirittura spingerci a parlare di ordine pre-bellico, viste le spinte belliciste dei leader europei.
Dunque, stiamo vivendo due crisi, una finanziaria e una geopolitica, che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso, disegnando i contorni di un futuro che è già qui.
IL FRONTE INTERNO: LA BOMBA A OROLOGERIA DEL DEBITO PUBBLICO
Per decenni, i Titoli di Stato sono stati il pilastro su cui si reggevano i portafogli dei risparmiatori e la stabilità delle nazioni. Un porto sicuro.
Oggi, quel porto è in fiamme. I rendimenti dei bond in Europa, Stati Uniti e persino in Giappone stanno raggiungendo vette che non si vedevano da un quarto di secolo.
Nel 2025, le obbligazioni britanniche a 30 anni, per fare un esempio, hanno superato la soglia critica del 5,6%, un record dal 1998.
Questo non è un semplice dato per addetti ai lavori, ma è il sintomo febbrile di una malattia sistemica. E, quando i rendimenti salgono, il valore dei titoli già in circolazione precipita.
Tradotto: il costo per gli Stati di finanziare il proprio colossale debito pubblico diventa insostenibile. La fiducia, vero e unico collante del sistema finanziario, si sta sgretolando.
Le radici del problema nascono dalla crisi pandemica.
Il blocco totale dell’economia globale fu affrontato con l’unica ricetta di una creazione di moneta senza precedenti. Sussidi, bonus, finanziamenti garantiti; una droga monetaria iniettata direttamente nelle vene del sistema.
La cura, però, è diventata il veleno, poiché questa liquidità artificiale ha prodotto la prima, violenta, ondata di inflazione, erodendo il potere d’acquisto e costringendo le Banche Centrali a una repentina inversione di rotta.
Per combattere la crescita dei prezzi, hanno iniziato ad alzare i tassi di interesse in modo aggressivo, mossa che ha innescato l’attuale catastrofe sui bond, rendendo il debito, già gigantesco, una bestia ancora più affamata e costosa da nutrire.
Di fatto, un sistema intrappolato.
IL FRONTE ESTERNO: LA SFIDA DI UN NUOVO ORDINE MONDIALE
Mentre l’Occidente è impegnato a tamponare le proprie emorragie finanziarie, a Samarcanda e Tianjin si disegna la mappa del futuro.
Il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha segnato un punto di non ritorno.
Non più un forum regionale, ma il cervello di un blocco che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale.
Le parole del Presidente Xi Jinping sono state di una chiarezza disarmante: “Serve una nuova governance globale”.
Parole che non hanno bisogno di parafrasi e che non lasciano spazi a dubbi.
Una sfida diretta all’ordine mondiale a guida USA, basata su principi come l’uguaglianza sovrana e un multilateralismo autentico, volto a colmare “il gap tra Nord e Sud”.
La SCO, ha affermato Xi, deve diventare “un catalizzatore per la riforma del sistema di governance globale” e “una forza di stabilità in questo mondo instabile”. Un discorso che segna la fine dell’egemonia occidentale.
In questo blocco, la Russia è tutt’altro che isolata, come dimostra il dialogo tra Putin e il premier indiano Modi, perciò un mondo multipolare non è più una teoria, ma una realtà operativa e in divenire.
L’EUROPA IN AFFANNO: TRA NARRAZIONI BELLICISTE E FRAGILITÀ SISTEMICA
La risposta dell’Europa è una patetica sfilata.
Ursula Von der Leyen, al fianco del leader polacco Tusk, posa davanti a muri e filo spinato al confine con la Bielorussia.
L’obiettivo è chiaro: alimentare una narrazione bellicista, mantenere vivo un clima emergenziale che giustifichino le politiche dell’era von der Leyen, altrimenti fallimentari, e addirittura, se necessario, la sospensione di ulteriori libertà dei cittadini europei.
L’immagine che ne esce dalla differenza tra le strette di mano dei leader asiatici e quella di von der Leyen in mezzo ai soldati è quella di un barboncino che ringhia rabbioso al cospetto di un molosso di 80 chili, annoiato e sonnolento.
Il quadro assume i contorni della farsa quando leggiamo dell’incidente “fantozziano” occorso proprio all’aereo della Presidente della Commissione, costretto, secondo le cronache, ad un atterraggio d’emergenza per un presunto attacco informatico russo che ha mandato in tilt i GPS.
L’atterraggio, si dice, è avvenuto usando le vecchie mappe di carta. Perché anche il fato, talvolta, sa essere sarcastico.
Il contrasto è spietato: da un lato, un blocco che progetta il futuro; dall’altro, un’élite che naviga a vista con strumenti del secolo scorso e con gli ultimi anni passati a non azzeccarne mezza.
LA TEMPESTA PERFETTA, QUANDO DUE CRISI SI INCONTRANO
Qui i due fronti, quello interno e quello esterno, si fondono in una tempesta perfetta.
La debolezza finanziaria dell’Occidente crea un vuoto di potere che il blocco della SCO è pronto a colmare.
La pressione geopolitica, a sua volta, spinge l’Occidente a spendere di più in difesa, aggravando ulteriormente la crisi del debito in un circolo vizioso letale.
La via d’uscita è una sola: per evitare il default a catena, le Banche Centrali saranno costrette a fare l’unica cosa che sanno fare: intervenire, creando dal nulla trilioni di nuova moneta per acquistare quei titoli di Stato che il mercato ormai rifiuta. Sarà un Quantitative Easing sotto steroidi.
Questo intervento salverà momentaneamente i bilanci degli Stati, ma presenterà il conto ai cittadini, perché innescherà una seconda, inarrestabile, ondata di inflazione monetaria, un gigantesco e silenzioso trasferimento di ricchezza.
I risparmi, fermi in banca, verranno svalutati fino a diventare carta straccia. Il potere d’acquisto crollerà.
A prendere il volo saranno gli asset speculativi, come azioni di qualità, Bitcoin e oro.
CHI AVRÀ LA MEGLIO? LA PARTITA SI GIOCA SUL VOSTRO PATRIMONIO
La domanda, a questo punto, non è più se accadrà, ma quando. E chi avrà la meglio in questo riassetto globale?
In questo scenario, l’era della stabilità, del posto fisso e dei BTP come investimento sicuro, è definitivamente finita.
È iniziata quella della consapevolezza, della diversificazione e della strategia. La partita per la sopravvivenza economica si gioca adesso, e le regole sono cambiate per sempre.
L’Europa corre a tutta velocità verso una guerra che salvi i propri leader dal dover spiegare ai cittadini gli effetti dei loro fallimenti.
Tutto mentre c’è ancora qualcuno convinto che il problema sia Putin, oppure Trump.
La guerra a Gaza è una sorta di infinita tragedia che dura da oltre 70 anni. Non voglio distinguere tra chi sia il buono e chi il cattivo ma è notorio che nessuno dei due belligeranti sia “buono”.
Democratico (?) uno, Israele, il cui Parlamento è eletto certamente in maniera democratica, diciamo all’occidentale, e uno anarchico (?), una accezione certamente impropria ma che potrebbe dare l’idea, pur eletto ufficialmente dal popolo di Hamas, il cui governo è esercitato con una gestione del potere e dei territori molto “sui generis”.
I NUMERI DELLA GUERRA
E qui inevitabilmente i numeri parlano dei morti, dei rapiti, degli affamati, dei malati, degli sfollati come fossero pendolari sbattuti da una parte all’altra di Gaza a seconda delle attività dei soldati israeliani in quelle aree.
Ma anche dei camion con gli aiuti umanitari, cibo e medicinali, dei chilometri di gallerie scavate sotto Gaza, del numero dei tunnel fatti saltare da Israele…
NON TUTTI I MORTI SONO UGUALI
Perché un conto è parlare di soldati morti in combattimento, israeliani e palestinesi, un conto sono i morti della popolazione civile deceduti sotto le bombe israeliane che hanno avuto solo la colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Poi ancora i morti più innocenti, quelli che vanno a cercare qualcosa da mangiare che trovano solo la fine.
Quei bambini palestinesi denutriti, sempre palestinesi, destinati poi a scomparire dalla faccia della terra.
Scompaiono sotto le bombe israeliane, i giornalisti che tentano di raccontare la loro verità,..
E LE FONTI DEI NUMERI?
E qui il caos regna totale. È chiaro che in una situazione così complicata non può esserci una ricerca e una descrizione all’unità numerica.
Le fonti sono IDF (esercito israeliano), Hamas con il suo ministero della salute e l’ufficio stampa, Al Jazeera ed altri.
A Gaza, per l’Onu, i morti sono 6000, per Hamas 62000. In questi numeri i bambini morti o feriti sono, su 2,2 milioni di abitanti a Gaza, per il 40% sotto i 14 anni e il 5% sopra i 60 anni.
In questo totale 18.000 sono i bambini morti, 6000 sono le donne uccise.
Invece 600 sono i camion bloccati da Israele con cibo che non può essere distribuito per contrasti su chi debba esercitare la distribuzione.
Per Hamas parla il ministero della salute, ma anche l’ufficio stampa, come si diceva. Ma quella è la fonte che viene considerata ufficiale dalla parte palestinese.
A parte la tragicità dei numeri, La maggior parte di quali si riferisce alle morti sotto le bombe israeliane, quello che è sintomatico è l’irrilevanza prestata alla verità.
L’abbiamo già detto, è difficile in situazioni come quelle attuali, attribuire certezza ai dati forniti dalle parti in guerra.
Quello che sembra certo e che i numeri esibiscono una nuova lettura della guerra.
Hamas ha ammesso candidamente che più morti palestinesi ci sono, più la loro causa nel mondo progredisce. E il resto del mondo partecipa a modo suo e partorisce spesso interpretazioni ufficiali fuorvianti. Nessuno escluso.
Durante le guerre ci sono morti e atrocità. In tutte. Ma in una guerra è sempre stato così e sempre sarà così.
La guerra mediatica che forse è la più infame perché gode di impunità e immunità e da sempre favorisce il miglior comunicatore che, quasi sempre, sta dalla parte che viene giudicata vessata.
Nella percezione collettiva, Il debole deve vincere sempre perché nell’immaginario del popolo Davide contro Golia ha sempre la possibilità di vincere. Ma la storia ci racconta una realtà diversa.
Perché contro uno più forte di te non hai scampo se ti metti a guerreggiare. Allora se non puoi rispondere, partecipare attivamente facendo sentire la voce delle tue armi, devi fidarti alla mediazione politica gestita, offerta da terzi super partes.
Allora gridi all’infamia dell’aggressore o difendi per partito preso l’aggredito o rispondi con azioni individuali suggerite dal tuo status e dalla tua presunta capacità di dare risposte alla voglia di incidere, anche da lontano, partecipando ai loro conflitti e prendendo le difese di Israele o di Hamas.
IL MONDO RISPONDE A MODO SUO
A parte le proposte formulate da mediatori internazionali o dalle organizzazioni sovranazionali, le relazioni tra Israele e il resto del mondo sono spesso considerate un veicolo o da salvaguardare o da contrastare.
Come inevitabile, a seconda di come consideriamo le vicende ebraiche e lo stato che le rappresenta, Israele, le posizioni sono molto distanti.
Il mondo arabo non si fa sentire se non con qualche timido assaggio bellico dell’Iran e di qualche gruppo terroristico sostenuto dagli Ayatollah come gli Houthi nello Yemen o altri gruppi della galassia terroristica.
IL SILENZIO DEI FORTI O DEI DEBOLI?
Per il resto silenzio compiaciuto o attendista.
Noi siamo abituati a pensare che in una guerra come quella farà Israele e Hamas, al di là delle vicende belliche, il mondo debba occuparsi di disinnescare le armi. Salvo poi continuare a fornirle ai contendenti.
Chi pensa che non sia più necessario fornirle, chi pensa sia meglio affidarsi alla politica, chi partendo dal popolo, pensa che ognuno debba fare la propria parte.
Per cui partono attività di boicottaggio, disinvestimento… Quello che fa ad esempio BDS Italia.
Penso che pochi conoscano BDS Italia, ma il loro sito è chiaro e illuminante.
Una visita può fornirci qualche spunto di dialogo e critica. Oltre di qualche riflessione seria.
GLI EFFETTI NEGATIVI DEL BOICOTTAGGIO
Pochi però pensano quale possa essere l’effetto negativo che alcune di queste attività di contrasto rispetto al mondo imprenditoriale e produttivo israeliano possono produrre anche nei paesi in cui questi investimenti sono stati realizzati e ora, alla luce di una guerra economico finanziaria strisciante, possono esserci degli effetti fortemente negativi.
È di questi giorni la notizia che Teva, il produttore di medicinali e dei principi attivi israeliano che ha stabilimenti anche in Italia, ha deciso di ridurre, se non chiudere qualche stabilimento nel nostro paese. Sono 1500 i dipendenti di Teva in Italia ma si prevedono altre riduzioni di personale.
Un conto è non comperare più frutta esotica prodotta in Israele, un conto è contrastare la produzione industriale realizzata in altri paesi con effetti nefasti sull’occupazione.
Sono lontani i tempi in cui si chiedeva di non comperare i pompelmi perché prodotti in Israele.
Quello era un boicottaggio simbolico e di bassa lega, ma dove ognuno, esercitando il proprio diritto di scelta, pensava che ci fosse un messaggio chiaro e definitivo nei confronti della politica espansionistica di Israele.
ERANO ALTRI TEMPI: SOLO PIÙ ROMANTICI?
Niente di più fallace e di meno simbolico. Ma ogni azione allora contava per esprimere la propria contrarietà.
Oggi ci vuole molto di più e non credo che il boicottaggio di Teva e di altre aziende che hanno rapporti con Israele e sono dislocate sul nostro territorio o su quello di altri paesi abbiano significato reale rispetto al Pil del Paese Israele.
O meglio, sì, quello che si ritorce contro chi l’ha decretato. Se volete una voce in più, magari scomoda, ISREAELE360.com.
Vi rimanderà su Facebook e lì potrete leggere un’altra versione. Io lì non ho trovato niente sulla guerra israelo- palestinese, ma sulle azioni conseguenti (partecipazioni ad eventi, cancellazioni di iniziative che coinvolgevano Israele,…).
Collegati a questo pezzo vi sono alcune letture che penso possano essere illuminanti quantomeno per fare dubitare che esista una sola realtà. Fake news a parte. Buona lettura e buone riflessioni.
La guerra si combatte con le armi, ma si vince con le parole.
No, non è una massima filosofica, ma la cruda realtà strategica del XXI secolo. Della nostra contemporaneità.
Ogni comunicato, ogni rapporto, ogni immagine diventa munizione in un conflitto che si estende ben oltre le trincee fisiche e le pallottole o i missili si sparano a ogni ora.
Il 4 agosto 2022, Amnesty International ha lanciato una notizia che è diventato un detonatore mediatico e strategico di portata mondiale.
Il suo comunicato diceva: “Ucraina: le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo i civili”.
Un’evidenza che ha scosso il fronte occidentale, armato la propaganda russa e sollevato interrogativi fondamentali sul ruolo degli osservatori neutrali in un mondo brutalmente polarizzato.
Questo articolo non si limita a ripercorrere la cronaca di una controversia, ma intende condurre un’autopsia del testo, del contesto e del pretesto.
IL CONTESTO DIPLOMATICO – UN DIALOGO TRA SORDI
Per comprendere l’impatto del rapporto di Amnesty, bisogna prima capire il palcoscenico su cui è caduto, un palcoscenico desolatamente vuoto di diplomazia.
Da un lato, Mosca insiste per affrontare le “cause profonde” del conflitto, un linguaggio in codice per discutere l’architettura di sicurezza europea e l’espansione della NATO a Est; dall’altro, l’Occidente, e in particolare l’Europa, si aggrappa all’idea di un cessate il fuoco, una soluzione che congelerebbe il conflitto senza risolverne le radici.
In mezzo i volenterosi belligeranti, da Macron a Kallas, che vaneggiano, pretendendo che la Russia si ritiri dai territori conquistati.
La diplomazia è ferma e se questo stallo continuerà, la soluzione non sarà trovata al tavolo dei negoziati, ma imposta sul campo di battaglia dalla potenza più forte: la Russia.
L’Occidente ha perso la ragione, oltre alla guerra.
L’ACCUSA – IL “MODELLO” UCRAINO SECONDO AMNESTY
Il 4 agosto 2022, Amnesty ha pubblicato le sue scoperte.
L’organizzazione accusava le forze ucraine di aver adottato un “modello” di tattiche che violava il DIU e metteva a rischio i civili.
I punti salienti dell’accusa erano molteplici.
I ricercatori avevano documentato almeno 19 casi in città e villaggi dove le forze ucraine avevano stabilito basi e operato con sistemi d’arma all’interno di aree residenziali popolate.
Nello specifico, l’esercito ucraino è stato accusato di usare 22 delle 29 scuole visitate e 5 ospedali come “basi militari de facto”, trasformando di fatto queste strutture protette in obiettivi militari legittimi.
Amnesty, inoltre, ha dichiarato di non essere a conoscenza di casi in cui i militari ucraini avessero chiesto o assistito i civili ad evacuare le aree circostanti, venendo meno al dovere di prendere “tutte le precauzioni possibili”.
Questi posizionamenti, secondo il comunicato, avevano direttamente provocato attacchi russi che avevano ucciso civili e distrutto infrastrutture.
La Segretaria Generale, Agnès Callamard, ha chiosato: “Essere in una posizione difensiva non esenta l’esercito ucraino dal rispetto del diritto umanitario internazionale”.
Una frase legalmente ineccepibile, ma politicamente esplosiva, che cambiava la narrazione dell’aggressore e dell’aggredito, tanto caro alla propaganda russofoba.
Perciò, ai volenterosi non poteva andare giù.
L’AUTOPSIA LEGALE – FATTI CORRETTI, CONCLUSIONI AFFRETTATE
La reazione fu immediata e feroce.
Per placare le acque, Amnesty International commissionò una revisione a un comitato di cinque tra i più autorevoli esperti di DIU al mondo.
Il loro rapporto è stato un capolavoro di analisi forense, che distingue nettamente tra fatti, interpretazioni e comunicazione. Ma, ancor di più, un capolavoro di politichese, che, di fatto, edulcora le conclusioni dello studio a favore della narrazione della propaganda occidentale.
I fatti elencati nel documento di Amnesty erano corretti, ma i fatti, da soli, non fanno il diritto.
Il comitato ha demolito, pezzo per pezzo, la solidità delle conclusioni legali di Amnesty.
Anche se restano intatti i fatti, inequivocabili. Che non cambiano di una virgola la prepotenza dei concetti espressi.
L’errore capitale di AI, per i revisori del documento, sarebbe stato affermare con certezza che l’Ucraina aveva violato il DIU.
Il concetto di “precauzioni fattibili” è complesso e dipende dal contesto, perciò, senza conoscere le valutazioni militari ucraine, sarebbe stato impossibile concludere categoricamente che esistessero alternative “ugualmente benefiche dal punto di vista militare”.
Amnesty avrebbe dovuto usare un linguaggio condizionale: “potrebbero aver violato”.
Semantica, solo semantica. E quando resta solo il gioco della semantica, significa che i fatti sono inoppugnabili. E fanno male alla narrazione della propaganda anti-russa.
Ma andiamo avanti nella rivisitazione dei fatti.
L’uso di termini come “modello” (pattern) e la struttura narrativa del comunicato avrebbero involontariamente creato una percezione di falsa equivalenza morale tra le azioni dell’aggressore (la Russia) e quelle del difensore (l’Ucraina), dando l’impressione che le vittime civili fossero una conseguenza quasi meccanica e ugualmente colpevole delle tattiche di entrambe le parti.
Anche in questo caso, si gioca sulle parole per cercare di sorvolare sui fatti, che, tuttavia, restano evidenti e incontrovertibili, tant’è che anche tentare di rivalutarli è stato impossibile, se non giocando sui tempi verbali e sulla semantica.
Il comitato ha poi criticato Amnesty per non aver intrapreso un “dialogo” con le autorità ucraine durante la fase investigativa, limitandosi a un formale “diritto di replica” a ridosso della pubblicazione.
Questo, sempre a detta del comitato, avrebbe impedito di raccogliere informazioni essenziali per un giudizio equilibrato.
Come non bastasse, sempre a giudizio del comitato, un comunicato stampa di 1700 parole sarebbe uno strumento inadatto per affrontare questioni legali e militari di tale complessità.
La necessità di sintesi avrebbe portato a una semplificazione eccessiva e a una perdita di precisione cruciale.
Un po’ ciò che è accaduto con le tante info da bar su pale e microchip, ma sorvoliamo.
LA GUERRA DELLA NARRATIVA E LE SUE VITTIME COLLATERALI
Ciò che questo episodio rivela va ben oltre i confini di Amnesty International, poiché dimostra la natura della guerra moderna, in un’epoca di guerra ibrida, dove l’informazione è un dominio operativo al pari di terra, mare e aria, e la neutralità è un’impresa quasi impossibile.
Il rapporto di Amnesty è diventato un’arma che piaceva poco all’Occidente, perché ne smontava la narrazione.
La Russia lo ha immediatamente brandito per giustificare i propri attacchi indiscriminati, – e nessuno nega l’aggressività russa, – sostenendo che erano le forze ucraine a nascondersi tra i civili.
La stessa scusa ripetuta più volte da Israele, dopo le sue numerose stragi compiute a Gaza. Solo che, in quel caso, l’Occidente non ha mai messo in discussione tali affermazioni.
L’Occidente, d’altra parte, anziché prendere consapevolezza della verità portata alla luce da Amnesty, l’ha accusata di fare il gioco del Cremlino, minando lo sforzo bellico di una nazione che combatte per la propria sopravvivenza.
Le vittime collaterali, qui, non sono state solo la reputazione di Amnesty International, la verità e il buonsenso, ma potenzialmente il concetto di monitoraggio imparziale dei diritti umani e la volontà di voler affrontare il concetto stesso di diritti umani.
Se anche un’organizzazione con decenni di esperienza viene messa in discussione quando porta alla luce verità che vengono percepite come scomode a una certa propaganda, quale speranza c’è per un’informazione equilibrata?
OLTRE LA CONTROVERSIA, UNA LEZIONE SULLA VERITÀ IN GUERRA
Le constatazioni fattuali dei ricercatori sul campo dimostrano che anche nella più giusta delle guerre difensive, la protezione dei civili rimane un obbligo sacro e complesso. Altrimenti, non sei diverso da chi consideri aggressore.
In guerra, la prima vittima è la verità, e la responsabilità di chi cerca di documentarla è immensa, così come i pericoli che corre, perché a tanti non piacciono certe conclusioni della verità.
Cosa che sanno molto bene quelli accusati di essere putiniani, filorussi o altre supercazzole sul tema. Ancora meglio, lo sanno le famiglie dei giornalisti ammazzati dall’esercito israeliano dal 2023 a oggi.
LA FRANCIA AL CAPOLINEA: MACRON SFIDUCIATO DAI MERCATI PRIMA CHE DAL PARLAMENTO. CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO
CRISI POLITICA A PARIGI
Mentre l’Occidente attendeva con malcelata sufficienza il default di Mosca, grazie alle nostre “sanzioni dirompenti” – così ci aveva promesso Mario Draghi nel 2022, – il crac si è affacciato alla finestra di una delle capitali dell’Europa.
Il Primo Ministro francese convoca un voto di fiducia per l’8 settembre, ma il verdetto è già stato emesso, e non dalle aule parlamentari, ma dai terminali di Borsa.
Lo spread, infatti, schizza, le banche francesi affondano e “Napoleone” Macron si ritrova a contemplare le rovine di un’economia che doveva trainare l’Europa verso la vittoria contro Mosca e che, invece, ora rischia di trascinarla a fondo.
C’è un’ironia quasi tragica, una di quelle che solo la storia sa architettare, in ciò che sta accadendo oltralpe.
Doveva fallire la Russia. La stampa di casa nostra lo avrà ripetuto migliaia di volte in questi tre anni e mezzo.
Era il mantra, la profezia autoavverante recitata per mesi dai salotti buoni di Bruxelles e Washington.
Invece, a tremare non è il Cremlino, ma l’Eliseo. E vengono in mente le frasi di Putin e di Lavrov, alle quali sorridevamo come di fronte agli imbecilli, quando dicevano che sarebbe stata l’Europa a fallire.
Beh, dati e fatti alla mano, c’è poco da ridere adesso.
La Francia, la nostra cugina guidata dal nuovo Napoleone altero e nucleare, si scopre improvvisamente nuda, fragile, sull’orlo di una crisi sistemica che intreccia politica ed economia in un abbraccio mortale.
Tutto precipita con una mossa che sa di disperazione.
Il Primo Ministro che annuncia un voto di fiducia per l’8 settembre. Un atto dovuto, si dirà. Invece è una mossa politica con carte pessime in mano.
E i mercati, che hanno il fiuto di uno squalo per l’odore del sangue, non hanno atteso un istante. Hanno votato. E hanno votato la sfiducia. E non sembrano esserci appelli.
IL TERMOMETRO DEI MERCATI: QUANDO LA BORSA VOTA PRIMA DELLE URNE
I numeri sono più spietati di qualsiasi editoriale. Sono la verità distillata in cifre. Cosa che sia l’Italia di Berlusconi sia la Grecia conoscono bene.
Le banche francesi hanno bruciato quasi il 10% del loro valore in un paio di sedute. Puff. Volatilizzati miliardi di capitalizzazione come neve al sole di agosto.
Ma il vero segnale, il sismografo che non mente mai, è lo spread.
Il differenziale tra i titoli di stato decennali francesi e i loro omologhi tedeschi, il benchmark della stabilità europea, è esploso.
80 punti base. Un’enormità. Per contestualizzare, per i non addetti ai lavori che ancora credono alle favole dell’Europa unita, questo significa che prestare soldi alla Francia è diventato improvvisamente molto più rischioso.
Un rischio che non si percepiva con tale intensità dai tempi bui della crisi dei debiti sovrani del 2011. Dieci anni di illusioni spazzati via in poche ore. Questo non è un dato. È una sentenza.
CRISI POLITICA: L’ANATOMIA DI UN GOVERNO LOGORATO
Ma perché questa fuga dal rischio-Francia? Perché i capitali scappano?
La risposta è nel teatrino della politica parigina, dove un esecutivo “fortemente logorato” – un eufemismo per dire clinicamente morto – tenta di sopravvivere aggrappandosi a compromessi che non reggono più.
Il governo Macron, nato per essere né di destra né di sinistra, e contro il volere del suo stesso popolo, che ha votato chiunque pur di non votare il suo partito, si ritrova oggi senza l’una e senza l’altra, paralizzato da una maggioranza che è un castello di carte pronto a crollare al primo soffio di vento.
E il vento sta soffiando forte.
Il voto di fiducia non è altro che il pretesto per chiedere al popolo francese, tramite i suoi rappresentanti, di accettare l’inevitabile: austerità. Tagli feroci alla spesa pubblica. Un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese già stremate. Sacrifici, insomma.
Altro che marciare su Mosca!
Un fronte compatto del “No” è già pronto.
Dalla cosiddetta “estrema destra” alla cosiddetta “estrema sinistra”, le opposizioni hanno fiutato l’occasione e hanno già annunciato che voteranno contro.
È un accerchiamento. Il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, non ha usato mezzi termini, chiedendo le dimissioni immediate di quello che ha definito, non a caso, “Napoleone Bonaparte Macron”.
Macron diceva che Putin aveva i mesi contati, invece è lui a essere finito.
I NUMERI DEL MALESSERE: UN DEBITO CHE DIVORA IL FUTURO
La crisi politica è solo la febbre. La malattia è nei conti pubblici, devastati da anni di gestione allegra e promesse insostenibili. E, ovviamente, dalle spese pazze per la guerra.
Il Deficit Pubblico viaggia oltre il 5%, il doppio della media europea.
Il Debito Pubblico ha raggiunto il 114% del PIL. Una montagna che pone la Francia nel club poco esclusivo dei grandi malati d’Europa, subito dopo Grecia e Italia.Le agenzie di rating, non a caso, hanno già declassato il debito francese.
E questo non è un incidente di percorso, ma il risultato matematico delle politiche fallimentari dell’era Macron. È la zavorra che sta affondando la Grande Nation.
SCENARI FUTURI: TRA IL CAOS E L’UOMO FORTE
Cosa può accadere adesso? Gli scenari sono pochi e tutti inquietanti.
NUOVE ELEZIONI
La caduta del governo porterebbe quasi certamente a elezioni anticipate.
Con una probabile, ulteriore frammentazione o, peggio, la vittoria di quelle forze definite “estremiste” che i mercati tanto temono.
Un salto nel buio.
L’OPZIONE “CAESAR”: L’ARTICOLO 16.
Non va dimenticato un dettaglio cruciale della V Repubblica: l’Articolo 16 della Costituzione.
Un meccanismo che conferisce al Presidente poteri eccezionali in caso di “minaccia grave e immediata” all’integrità della nazione o al funzionamento delle istituzioni. Ma potrebbe un tracollo finanziario essere considerato tale?
Macron, messo all’angolo, potrebbe essere tentato dal trasformarsi da “Napoleone” a monarca repubblicano, governando per decreto. Un colpo di mano istituzionale che infiammerebbe il paese e porterebbe con probabilità a una guerra civile ai confini di casa nostra.
IL CONTAGIO È INEVITABILE
La Francia non è la Grecia.
Le sue banche sono interconnesse con l’intero sistema finanziario europeo, Italia in primis. Perciò un suo default controllato, o anche solo un lungo periodo di instabilità, avrebbe un effetto domino devastante.
Chi interverrà? La BCE? Il Fondo Monetario Internazionale? E a quale prezzo?
Stiamo assistendo in diretta alla fine di un’epoca. Al fallimento devastante della politica dei tecnici.
La fine dell’illusione che un’unione monetaria senza unione politica potesse funzionare.
La Francia, con la sua superbia e la sua fragilità, sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni del progetto europeo. La domanda, dunque, non è se la crisi francese avrà conseguenze per noi, ma quali e quanto saranno gravi.
Preparatevi. Perché quando Parigi starnutisce, l’Europa prende la polmonite.
E questa volta, l’aria gelida ha il sapore di un lungo inverno.
E no, non è quello glaciale di Mosca, ma quello dell’Europa che sta morendo a causa dell’incompetenza di quei tecnici che hanno creduto di potersi sostituire alla cultura dei politici della cultura, della ragione, della conoscenza dei popoli.
È giunto il tempo di mettere in discussione tutte le balle che ci hanno raccontato in questi tre anni e mezzo. Prima che sia troppo tardi.
Un’analisi delle richieste insostenibili e dei doppi standard che allontanano la pace, mentre si accelera verso il riarmo.
L’ESCALATION E LA RETORICA E MILITARE
Mentre i cieli di Kiev vengono nuovamente squarciati dai droni, la macchina burocratica di Bruxelles non si ferma.
Anzi, accelera. Si prepara il diciannovesimo pacchetto di sanzioni, si valuta l’invio di istruttori NATO in suolo ucraino, un atto che, per chi ha memoria storica, sa di fiammifero vicino alla polveriera.
Ogni missile, ogni vittima, non viene utilizzato come grido disperato per fermare le ostilità, ma diventa il pretesto per alzare ancora di più l’asticella dello scontro.
Stiamo assistendo a un pericoloso gioco delle parti.
Da un lato, una retorica bellicista e un riarmo senza precedenti. Dall’altro, proposte diplomatiche così platealmente irrealistiche da apparire volutamente costruite per fallire.
Perché solo uno squilibrato può pretendere che chi sta vincendo la guerra abbandoni i territori conquistati per fare un favore a chi è molto vicino alla sconfitta.
Questo non è il percorso verso la pace.
È un calcolo cinico, un gioco delle parole che usa le vite degli ucraini come pedine e come leva negoziale per giustificare un conflitto di lunga durata. È il trionfo della narrazione sulla sostanza, della propaganda sulla politica.
IL VERTICE IMPOSSIBILE: UN ULTIMATUM, NON UN INVITO AL DIALOGO
Prendiamo la richiesta surreale lanciata nelle scorse ore: un vertice tra Putin e Zelensky entro lunedì.
La giustificazione?
Se non accadesse, “Trump sarebbe stato preso in giro da Putin”. Come se Trump e Putin non si sentissero ogni giorno e non avessero ben chiari gli sviluppi del mondo a cui gli europei non sono stati invitati.
Lo show messo in piedi dai leader europei non è un argomento da scuola di diplomazia, ma somiglia più alla caciara da bar. È un costrutto politico così pretestuoso che smaschera da solo la sua natura di mera operazione di pressione mediatica.
Qualsiasi studente al primo anno di Relazioni Internazionali sa che un vertice tra leader nemici in piena guerra è il coronamento di mesi, a volte anni, di trattative segrete, di scambi di documenti, di garanzie.
I leader non si incontrano per perdere tempo, ma solo quando manca soltanto la firma in calce ad atti preparati dalle rispettive delegazioni.
E oggi, di fronte alle richieste russe per giungere a una pace, che sono le stesse da tre anni, a cui si è aggiunta una porzione di territori in più, è fuori da ogni logica parlare di “pace giusta” e di resa di Mosca.
L’obiettivo dei leader europei è lampante e non è affatto ottenere il vertice.
L’obiettivo è poterne addossare la colpa del fallimento annunciato a Putin, dando nuova linfa alla propaganda russofoba di casa nostra e giustificando il diciannovesimo, il ventesimo, il ventunesimo pacchetto di sanzioni.
È un copione già scritto, già visto e recitato male.
Un copione che produrrà solo altri ucraini mandati al macello e altre terre conquistate da Mosca.
LA LOGICA INVERTITA DELLA TREGUA: CHIEDERE LA RESA PRIMA DELLA TRATTATIVA
L’Europa, quella stessa che definisce Putin “l’orco” (citazione testuale del Presidente Macron, degna della migliore retorica da osteria) e che inonda l’Ucraina di armamenti sempre più letali, chiede alla Russia di ritirarsi completamente da tutti i territori conquistati come precondizione solo per sedersi a un tavolo.
Stiamo sostanzialmente chiedendo alla parte che, sul campo, detiene il vantaggio strategico, di arretrare unilateralmente, di consegnare all’avversario una tregua per avere il tempo di riorganizzarsi, senza avere in cambio alcuna garanzia.
È una follia.
Non esiste un solo precedente storico in cui ciò sia avvenuto.
Questa non è una richiesta di tregua, ma di una resa incondizionata travestita da proposta di pace. È il trionfo della volontà ideologica sulla realtà dei fatti.
Ma i fatti, si sa, sono testardi.
Perciò non avverrà nessun incontro con Zelensky, semplicemente perché Putin ha il coltello dalla parte del manico e continua a pugnalare senza che né Zelensky né la Nato possano fare nulla per impedirgli di proseguire, come dimostrano i fatti.
I DUE PESI E LE DUE MISURE: LO SGUARDO DISTOLTO DAL MEDIORIENTE
Intanto, qualche migliaio di chilometri più in là, Israele continua il suo macabro gioco.
Perciò, da un lato, abbiamo lo zelo quasi maniacale contro “l’orco Putin”. Sanzioni su sanzioni, mobilitazione economica, retorica infuocata, definizioni da crociata. Persino l’idea di mandare soldati europei a morire in Ucraina.
Dall’altro, abbiamo lo sguardo distolto, imbarazzato, vigliacco, verso un altro scenario di atrocità: Gaza.
L’Europa, paladina del diritto internazionale quando le conviene, sta di fatto ignorando le conclusioni della Corte Penale Internazionale, che ha emesso un mandato d’arresto per il Premier israeliano per crimini di guerra e contro l’umanità ben più gravi di quelli commessi da Mosca in Ucraina.
Dove sono le sanzioni? Dov’è la mobilitazione?
Dove è la retorica da crociata?
Ancora tutto impantanato in dichiarazioni poco chiare e riunioni perditempo.
Questa palese, oscena incoerenza non è un dettaglio.
È la prova che le azioni europee non sono guidate da un principio superiore di giustizia o di difesa della vita umana, ma da un calcolo geopolitico preciso e spietato: il contenimento della Russia a tutti i costi.
Le altre vite e gli altri crimini, evidentemente, contano di meno.
UNA PACE LONTANA, UNA GUERRA SEMPRE PIÙ VICINA
Dunque, ricapitoliamo.
Proposte diplomatiche surreali e irrealizzabili, concepite per fallire e fornire alibi.
Una postura militare sempre più aggressiva e pericolosa. Una coerenza morale inesistente, smascherata dal doppio standard applicato alle vittime di conflitti diversi.
Questo cocktail esplosivo non avvicina la pace di un solo millimetro. Al contrario, la rende un’ipotesi sempre più remota, un sogno sepolto sotto le macerie di Mariupol e di Gaza.
Ma si tratta di una strategia che intrappola il popolo ucraino in un conflitto di logoramento dove a essere logorate sono le sue città e i suoi figli.
Mentre i leader europei e ucraini “giocano” con la diplomazia, facendo richieste che sanno essere impossibili, e si preparano alla guerra totale, il prezzo lo stanno pagando le vite di chi quella guerra la subisce.
In nome di cosa?
Della sconfitta della Russia, a qualunque costo umano. Un esito impossibile, perché, qualora la Russia si trovasse mai in difficoltà, userebbe le armi atomiche, senza se e senza ma.
Putin è cinico, determinato, tenace e criminale quanto basta per poterne esserne certi.
Resta da vedere fino a che punto i leader europei, che finora non ne hanno azzeccata mezza, a cominciare dalle famose “sanzioni dirompenti”, saranno disposti a spingere questa partita.
La risposta che sembra emergere dai comunicati di Bruxelles, purtroppo, sembra dire fino all’ultimo europeo.
E sembra anche che i leader europei diano per scontato che i popoli dei 27 siano pronti a immolarsi in nome del riarmo e delle lobby delle armi.
E se, invece, costretti a combattere, scegliessero di marciare verso Bruxelles per chiedere conto ai tecnocrati dei loro fallimenti?
C’è chi spera che, prima o poi, la realtà dei fatti sovrasti la dimensione orwelliana in cui ci hanno incastrato a forza, ma, almeno per ora, non si vedono segnali che facciano sperare in un simile epilogo.