OMBRE SUL FRONTE ORIENTALE. I DRONI FANTASMA CHE HANNO RISCHIATO DI INCENDIARE LA NATO

Mentre il mondo tratteneva il respiro temendo un attacco russo contro la Polonia e la Romania, le prove sul campo raccontavano una storia diversa. Una storia scomoda che noi di Tamago avevamo ipotizzato già all’indomani, mentre il mainstream parlava di attacco russo senza uno straccio di prova credibile.

(PUOI VERIFICARE IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ACCADUTO QUI.)

Un’inchiesta sulle anomalie tecniche, i calcoli strategici e il silenzio assordante che suggerirono una verità inconfessabile: una disperata operazione sotto falsa bandiera per trascinare l’Occidente in guerra.

L’ALLARME – L’ORA PIÙ BUIA DELLA NATO

Il buio non era solo meteorologico, sulla linea orientale dell’Alleanza Atlantica, ma un buio strategico, denso e soffocante.

Telefoni che squillavano nelle cancellerie di Washington, Bruxelles, Varsavia. Le agenzie battevano la notizia: “Droni russi in territorio NATO”.

Panico.

Era il momento che tutti temevano e che, segretamente, qualcuno forse attendeva.

L’ombra dell’Articolo 5 – quella clausola di mutua difesa che avrebbe trasformato un conflitto regionale in una guerra mondiale – si allungava sull’Europa. Il mondo tratteneva il fiato, mentre i pennivendoli che per tre anni hanno raccontato di pale e microchip aumentavano la lista di fake alla narrazione, parlando di attacco russo.

Poi, il miracolo. O forse, più prosaicamente, un frettoloso dietrofront.

Nel giro di poche ore, la narrazione ufficiale ha eseguito la più rapida inversione a U della storia recente. Da “attacco deliberato” a “incidente”, da “missile russo” a “probabile frammento della contraerea ucraina”.

Un raffreddamento così repentino da ustionare qualsiasi logica.

I toni si sono smorzati, le accuse evaporate, un velo di imbarazzato silenzio è calato sulla vicenda.

Cos’hanno visto gli analisti della NATO in quelle prime, frenetiche ore per premere con tanta urgenza il freno d’emergenza? Hanno visto i fatti. E i fatti, semplicemente, non tornavano.

L’ANOMALIA SUL CAMPO – LE PROVE CHE NON SONO STATE TROVATE PERCHÉ NON ESISTONO

Quando la propaganda si scontra con la fisica, la fisica, alla lunga, vince sempre. Per capire cos’era realmente accaduto, non bisognava ascoltare i portavoce e nemmeno i pennivendoli della propaganda, ma indagare sui rottami.

La prima, colossale anomalia, riguardava la natura stessa degli oggetti caduti. I droni recuperati in Polonia non erano armi, ma droni esca (decoys).

Oggetti leggeri, economici, costruiti con schiuma e compensato, progettati con un unico, umile scopo: farsi abbattere per saturare le difese aeree nemiche e permettere ai veri missili di passare.

Molti di questi relitti sono stati trovati quasi integri. Innocui.

Ora, fermiamoci un istante e usiamo quella facoltà apparentemente in disuso chiamata logica.

Quale stratega sano di mente, al Cremlino o altrove, avrebbe orchestrato una provocazione contro la più potente alleanza militare della storia usando delle pistole ad acqua?

Sarebbe stato come minacciare un T-Rex con un bastoncino. Un’azione del genere era da ritenere un’assurdità tattica dopo il primo secondo. Una barzelletta militare.

A meno che, ovviamente, l’obiettivo non fosse fare rumore, ma senza rompere nulla di veramente importante.

LA TRAIETTORIA IMPOSSIBILE: GEOGRAFIA CONTRO PROPAGANDA

Il secondo chiodo sulla bara della versione ufficiale si trova nella geografia. La matematica, a differenza della politica, non è un’opinione.

I modelli di drone esca in questione avevano un’autonomia stimata di circa 700-800 chilometri. Se avessimo tracciato questo raggio dalle più vicine basi di lancio russe conosciute, il territorio polacco sarebbe risultato al limite estremo, se non oltre, la portata operativa.

Un lancio rischiosissimo e destinato al fallimento.

Se però avessimo provato a spostare il compasso, posizionando il punto di partenza nell’Ucraina occidentale, improvvisamente, la traiettoria non era più solo possibile, ma diventava perfettamente logica, a conferma della nostra analisi sull’accaduto, che ipotizzava il coinvolgimento di Kiev.

I droni avrebbero avuto carburante a sufficienza per raggiungere l’obiettivo, volare per un po’ e cadere.

I SEGRETI SIGILLATI: IL RUMORE DEL SILENZIO

Le autorità polacche e rumene, dopo le dichiarazioni iniziali, si sono chiuse in un silenzio tombale. Un silenzio che fa più rumore di un’esplosione.

Quando le prove scagionano il tuo avversario e puntano il dito verso il tuo alleato, la migliore strategia comunicativa è, evidentemente, non comunicare affatto. Perché l’alternativa significherebbe accusare il vero colpevole: l’Ucraina.

IL CALCOLO STRATEGICO – A CHI È GIOVATA QUESTA ENNESIMA FAKE NEWS CONTRO LA RUSSIA?

Ogni analisi seria parte sempre da una domanda vecchia quanto il mondo: “chi ne trae beneficio?”

La Russia, impantanata in un conflitto estenuante e sotto sanzioni, avrebbe avuto tutto da perdere da un’escalation diretta con la NATO.

Soltanto un dilettante di geopolitica poteva avanzare l’ipotesi che Mosca volesse provocare l’Alleanza atlantica, dunque.

Un’operazione così grossolana, con droni innocui, sarebbe stata strategicamente idiota, offrendo alla NATO il pretesto perfetto per un intervento.

La smentita secca e immediata del Cremlino, in questo contesto, era paradossalmente più credibile del solito e, di certo, più credibile delle accuse mosse da chi ha raccontato di dita usate come baionette e di microchip smontati dalle lavastoviglie ucraine.

LA MOSSA DI KIEV: UN CAPOLAVORO DI DISPERAZIONE

Spostiamo ora lo sguardo su Kiev.

L’Ucraina, eroica nella sua resistenza, si trova in una posizione disperata. La controffensiva non è mai partita, le perdite umane sono immense e il flusso di aiuti occidentali, per quanto massiccio, non è infinito.

L’unica cosa che potrebbe salvare Kiev, come abbiamo ricordato nell’articolo sui droni in Polonia, è l’intervento diretto della NATO.

Ecco che l’ipotesi della false flag da noi esposto fin dal principio adesso smette di essere complottismo e diventava un’opzione strategica quasi obbligata.

D’altronde, le forze ucraine catturano regolarmente droni esca russi quasi intatti. È logico e sensato ipotizzare la cosa più ovvia, cioè che gli ucraini li abbino riprogrammati per una nuova missione e poi lanciati dal proprio territorio verso la Polonia e la Romania.

Una mossa geniale è stata utilizzare esclusivamente droni innocui, per non uccidere cittadini NATO – un atto che sarebbe stato imperdonabile e facilmente smascherabile, decretando la fine di ogni supporto – ma per creare l’incidente perfetto.

Un incidente che sembrasse un attacco russo, che generasse panico e che spingesse l’opinione pubblica occidentale a chiedere “più sicurezza”, quindi un maggiore coinvolgimento nella guerra in Ucraina.

IL SEGRETO INCONFESSABILE

Se l’ipotesi era così logicamente solida, perché ne abbiamo parlato solo noi e pochissimi altri?

Perché la verità è più esplosiva degli stessi droni. E la verità non piace.

Perché bisognerebbe attuare l’Art. 5, proprio come dopo l’attacco al Nord Stream. Ma, proprio come allora, i leader europei fanno finta di nulla. Altro che sicurezza per i cittadini europei!

IL DILEMMA DI WASHINGTON E BRUXELLES

Immaginiamo per un momento che i servizi segreti della NATO avessero capito tutto nel giro di poche ore. Cosa avrebbero dovuto fare?

Beh, smascherare pubblicamente l’alleato ucraino. Ma sarebbe stato un suicidio politico. L’ennesimo.

Il sostegno pubblico, già minato dal tempo e dai fatti, sarebbe imploso.

Come possono spiegare ai cittadini che si stanno svenando per un alleato che inscena attacchi per trascinarli in guerra?

Un’ammissione avrebbe fratturato la NATO. I paesi più cauti, come Germania e Francia, si sarebbero scontrati con i “falchi” Polonia e Baltici, con l’elmetto in testa da mesi.

Raccontare la verità avrebbe regalato a Putin la più grande vittoria propagandistica della sua vita.

Di fronte a questo scenario, la verità comoda dell’ennesima fake è diventata l’unica opzione per i nostri eroi.

Un “incidente” nebuloso, una colpa che si dissolveva nell’aria, una pagina da girare in fretta. Meglio un mistero irrisolto che una certezza catastrofica.

La narrazione dell’attacco russo a scapito della verità. Proprio come le quattro tipologie di cancro di Putin e i muli usati al posto dei mezzi corazzati.

La frontiera orientale della NATO non è stata solo il luogo di un incidente militare, ma il palcoscenico di una sofisticata operazione di guerra ibrida, dove i veri proiettili non erano nei droni, ma nelle narrazioni. Come assistiamo da tre anni e mezzo.

La domanda che resta, terrificante, non è tanto cosa sia caduto dal cielo, ma cosa accadrà la prossima volta che qualcuno, disperato, deciderà di forzare la mano.

Perché, se la disperazione porterà i colpevoli a utilizzare droni carichi, la prossima volta?

IN DEFINITIVA, I DRONI CADUTI IN POLONIA ERANO UN ATTACCO RUSSO?

No. Le prove disponibili lo rendevano altamente improbabile fin dall’inizio, proprio come avevamo ipotizzato.

Ancora una volta, il tempo e i fatti ci hanno dato ragione.

I droni erano del tipo “esca”, privi di esplosivo, e la loro traiettoria era più compatibile con un lancio dall’Ucraina. La narrazione di un attacco russo deliberato è stata ritrattata dalla stessa NATO.

Fine dei giochi. Almeno per ora. Fino alla prossima, disperata, provocazione.

FRANCISCO GOYA, L’ARTISTA DELLA COSCIENZA E IL DOVERE ETICO DELLA RIBELLIONE

Siamo immersi in un’epoca di rumore.

Un frastuono assordante di narrazioni contrapposte, di propaganda che si fa virale, di verità relativizzate fino all’annichilimento.

In tale contesto, la figura dell’artista – il vero artista – non può e non deve essere un semplice decoratore di salotti o un fornitore di intrattenimento. Deve essere la coscienza. Deve essere Goya.

Francisco José de Goya y Lucientes non fu solo un pittore, ma un analista sensibile e spietato che registrò le scosse più violente dell’animo umano, trasformando la tela in un tribunale morale.

La sua opera più emblematica, “Il 3 maggio 1808”, non è un semplice dipinto, ma una diagnosi sociologica ante litteram della violenza del potere costituito contro l’individuo.

Analizziamola, come faremmo con un testo mediatico di oggi.

Un uomo, il ribelle, in camicia bianca, braccia spalancate in un gesto che è insieme crocifissione e sfida disperata. La luce di una lanterna lo illumina, trasformandolo nell’epicentro della verità.

Di fronte, un plotone di esecuzione. Non si tratta di volti, non di uomini, ma di una squadra, di una macchina di morte. Un ingranaggio anonimo e disumano del potere militare.

Il fucile è pronto, puntato. È l’immagine della ragione di Stato che si fa irragionevole follia.

Goya non ritrae un eroe, ritrae un uomo qualsiasi, colto nel momento più tragico della sua esistenza. È la disumanizzazione della macchina da guerra contro l’umanità vulnerabile della vittima.

Questo non è reportage, ma una denuncia fatta di colori e di sangue.

Ma cosa ci comunica Goya? Ci mostra che il potere, quando è indiscutibile, quando elimina il contraddittorio, quando si fa dogma, diventa mostruoso.

La sua serie “I disastri della guerra” è un’enciclopedia visuale dell’orrore prima dell’avvento della fotografia. È il lato oscuro della Storia, quello che i bollettini ufficiali e i comunicati stampa dei potenti cercano sempre di occultare.

E qui arriviamo al ruolo e al dovere dell’artista oggi.

L’artista con la A maiuscola non è un cantore del regime di turno e nemmeno un artigiano che abbellisce salotti.

Non è un pubblicitario di ideologie, perché il suo compito è quello di sollevare il tappeto sotto cui il potere nasconde la sua sporcizia.

Il vero artista è un anticorpo sociale contro il virus della propaganda, della guerra, della semplificazione tossica che soffoca il dialogo.

Oggi le fucilazioni sono più sottili. Sono disinformazione orchestrata. Sono narrazioni che demonizzano il diverso, l’avversario, il “ribelle” di turno. Sono ideologie che promuovono lo scontro, che erigono muri invece di costruire ponti.

L’artista deve forare questi muri con il trapano della sua visione.

Il suo dovere è lottare per la verità? No.

È più profondo. È lottare per la complessità. Per mostrare che il mondo non è bianco o nero, ma è fatto di infinite sfumature di grigio, di ragioni contrapposte, di dolori ugualmente legittimi. Il suo compito è ricordarci l’umanità dell'”altro”, quello che il potere ci chiede di odiare.

È un atto di resistenza umanizzata in un mondo che spinge verso la disumanizzazione.

Pensate alle immagini dei conflitti contemporanei e alle propagande.

Chi ce le mostra, chi le racconta?

Spesso sono algoritmi che ci mostrano ciò che vogliamo vedere, confermandoci i nostri pregiudizi.

L’artista deve essere l’interruzione di quel flusso. Deve costringerci a guardare. A sentire. A mettere in discussione.

Che sia attraverso un dipinto, una fotografia, un film, un’installazione, una performance.

Deve ricordarci il costo umano della retorica bellicosa. Deve essere il campione della pace non come idea astratta, ma come pratica faticosa, quotidiana, fatta di ascolto e accettazione del contraddittorio.

Goya non fermò la guerra con i suoi quadri, ma li ha lasciati a noi come un testamento, una mappa per navigare nell’oscurità.

L’artista moderno eredita quella mappa.

Il suo successo non si misura alle aste di Christie’s, ma nella capacità di piantare un seme di dubbio, di generare una domanda scomoda, di accendere una luce, per quanto fioca, sulle verità sgradevoli del nostro tempo.

Che si tratti di un pittore, di uno scrittore, di un cantautore, di un giornalista, di un attore… non cambia. Chiunque abbia il potere di comunicare può veicolare l’arte del vero.

Essere artisti oggi significa rifiutare la complicità con il silenzio e con le propagande.

Significa scegliere di essere, come Goya, testimoni scomodi. Perché in un’epoca di grandi menzogne, dire la verità è il più rivoluzionario degli atti. E l’arte è la sua arma più potente.

IO DRONO, TU DRONI, EGLI DRONA. COME UN DRONE DA 20.000 EURO DIVENTA L’INVASIONE DELLA NATO NEL CIRCO MEDIATICO, IN STILE ROBERTO MICOZZI

Dalla Romania alla Polonia, la strategia della “minaccia perpetua” ricorda la gag dei bersaglieri di “Io Tigro, Tu Tigri, Egli Tigra”.

Proprio come accaduto al manipolo di sgangherati in divisa, nella commedia comica con Enrico Montesano, anche nella nostra realtà, un non-evento viene trasformato in qualcosa che non esiste.

Tutto per giustificare riarmi e preparativi alla guerra.

Due caccia F-16 contro un drone. Uno soltanto.

Non è una barzelletta, ma l’ultimo atto del “circo mediatico” europeo, degno delle gesta maldestre di Roberto Micozzi, imbarazzante svalvolato interpretato da Enrico Montesano.

L’ILLUSIONE DELLA CRISI IMMINENTE

“Notte di terrore ai confini della NATO”. “Raid russi”. “Jet in volo per respingere la minaccia”.

Il copione sembra proprio quello del film “Io tigro, tu tigri, egli tigra”, recitato con una solennità che farebbe invidia a un telegiornale degli anni ’50.

Un brusio ansioso, un’atmosfera da ultimissima ora, da crisi imminente, costruita con il trapano dei titoli a ripetizione.

Ma cos’è successo davvero?

La risposta è così ridicola che, se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate.

E se non fosse per la macchina perfetta che trasforma un moscerino in un drago, per vendergli poi le armi per abbatterlo. È proprio il copione di “Io Tigro, Tu Tigri, Egli Tigra”, ma con conseguenze che vi costeranno miliardi anziché risate.

SEZIONE I: IL FATTO VS. LA NARRAZIONE – CRONACA DI UN NON-INCIDENTE

Facciamo quello che i nostri giornalisti “professionisti” non fanno più: il fact-checking.

Il fatto nudo e crudo è che un oggetto volante, classificato come “drone”, deviato dalle contromisure elettroniche ucraine, è finito per sconfinare di qualche centinaio di metri nello spazio aereo rumeno.

Da una parte, uno (1) drone. Costo stimato: 20.000 euro. Forse meno. ma fosse anche di più, cambierebbe poco.

Dall’altra, la risposta della NATO: due (2) caccia F-16 decollati in assetto da guerra. Costo di un’ora di volo per una simile operazione di decine di migliaia di euro.

Il bilancio dell’“attacco”?

Il drone, stanco di tanta attenzione, è scomparso dai radar riuscendo dallo spazio aereo rumeno.

Nessun abbattimento. Nessun danno. Nessuna vittima. Zero. Una perfetta metafora della guerra: tanto fragore per nulla, ma a caro prezzo.

Quanto raccontato dalle agenzie di stampa sulle parole del Ministro della Difesa rumeno è questo. Niente di più.

Poi andate a leggere i titoli dei nostri giornali e sembra la sceneggiatura di “Independence Day”.

La discrepanza tra la realtà e la sua narrazione è un abisso. E in quell’abisso, scavato a colpi di click, ci finisce la verità.

SEZIONE II: IL MANUALE DELLA PROPAGANDA – COME SI ALIMENTA “IL CIRCO”

Il metodo è scientifico e preoccupante.

Punto 1, L’Innesco (Il Drone).

Serve un pretesto per alimentare la paura e causare una guerra.

Deve essere piccolo, insignificante, ma perfettamente utilizzabile. Un drone da 20.000 euro è l’innesco perfetto: è “russo” (forse), è “volante”, evoca il pericolo remoto.

È il bersagliere interpretato da Montesano che sconfina in Svizzera. Una figura patetica di un manipolo di uomini che, nella narrazione cinematografica, diventa un intero battaglione.

Così, nella finzione della propaganda italica, un drone diventa una minaccia, la prova provata dell’aggressività della Russia e della sua intenzione di arrivare a Lisbona in tempi brevi.

Solo che non riescono neppure a fare pace col cervello, perché, mentre ci raccontano tali supercazzole, ci ricordano che la Russia non è una superpotenza in quanto è impantanata da tre anni in Ucraina.

Punto 2, il copione collaudato.

Nel 2022, toccava alla Polonia: un “razzo russo” cadde vicino al confine. Notizia martellante per giorni. Poi, le indagini smontarono la propaganda occidentale, perché si scoprì che il missile russo non era russo, ma ucraino.

Solo che nessuno invocò l’art. 5. Nemmeno il 4.

La notizia sparì con lo stesso silenzio che cala dopo una figuraccia.

Poi ci fu il Nord Stream 2, danneggiato seriamente dai russi. Anche in questo caso, tuttavia, la magistratura tedesca ha accertato che l’attentato è stato eseguito dagli ucraini. E anche in questo caso, nessun Art. 4 o 5 invocato.

La scorsa settimana, poi, i droni in Polonia. A ruota, ecco il drone in Romania.

Stessa sequenza: allarme, titoli, silenzio sulle smentite.

Si crea un pattern, un’illusione di continuità della minaccia. È la goccia che scava la pietra dell’opinione pubblica, seguendo quanto spiegato in maniera magistrale dalla teoria della Finestra di Overton.

Punto 3, l’escalation verbale. Si altera il linguaggio.

Non si parla di “oggetto”, ma di “drone da ricognizione”.

Non di “sconfinamento”, ma di “violazione dello spazio aereo”.

Non di “decollo di aerei”, ma di “risposta militare” e “vigilanza rafforzata”.

Ogni termine è scelto per massimizzare la percezione del pericolo e minimizzare l’assurdità della reazione. È la retorica della paura, quella che, con la parte di popolazione che non si informa su ciò che accade nel mondo da più fonti, funziona sempre.

SEZIONE III: CUI PRODEST? SEGUIRE IL DENARO E IL POTERE

A questo punto, anche uno studente poco sveglio dovrebbe porsi la domanda delle domande: “cui prodest? A chi giova?”

A giustificare il riarmo, è palese. Giova a chi deve vendere la necessità di spendere miliardi per l’industria bellica.

Un drone che sconfina?

Perfetto! Ecco la giustificazione per schierare 40.000 soldati alla frontiera orientale. Ecco il motivo per alzare i budget della difesa in tutta Europa. Ecco la scusa per rifornire l’Ucraina di sempre più armamenti, per quei 120 miliardi chiesti ancora da Zelensky.

Tuttavia, c’è un problema, una falla narrativa gigantesca.

Da un lato, ci raccontano di una Russia fallita, con soldati armati solo di pale, senza stivali, incapace di vincere nonostante tutto.

Dall’altro, questa stessa Russia sarebbe una minaccia esistenziale per la NATO, la più potente alleanza militare della storia, al punto che un suo drone, uno soltanto, costringe due F-16 a un inseguimento degno di uno sketch comico.

Le due cose non possono essere entrambe vere.

È una schizofrenia narrativa utile solo a giustificare qualsiasi spesa, qualsiasi intervento.

La Russia è forte e pericolosa quando serve a spaventare, ma è debole e patetica quando serve a giustificare l’invio di armi per “dare il colpo di grazia”.

Il prezzo di questa farsa lo paghiamo noi.

Mentre i nostri governi svuotano le casse pubbliche per comprare carri armati e aerei da caccia per inseguire fantasmi, la sanità crolla, le scuole cadono a pezzi, il costo della vita diventa insostenibile e si mettono in discussione le politiche di welfare.

Il vero raid ai nostri confini non è quello del drone, ma quello dei bilanci che vengono violati per finanziare un’economia di guerra che ha bisogno di nemici per sopravvivere.

Tutto per salvare il tintinnio di manette a politici che hanno fallito ogni politica possibile, ogni analisi, ogni ipotesi, ogni visione. E, in un mondo normale, dovrebbero pagarne il conto.

L’ECLISSI DELLA RAGIONE E IL PREZZO DELLA PAURA

Il vero pericolo, quindi, non è un drone fuori rotta.

Il vero pericolo per noi tutti è un sistema mediatico-politico che ha abdicato al suo dovere di informare per dedicarsi esclusivamente a suggestionare, a creare nemici e pericoli a fini politici e in favore di certe lobby.

È l’eclissi della ragione a favore dell’istinto primordiale della paura. E del dio denaro.

Si osserva, con preoccupante compiacimento, il fallimento sistematico di ogni via diplomatica, come se la guerra fosse l’unico destino possibile e, forse, persino desiderabile per chi ne trae profitto.

Chiudiamo allora con un appello alla ragione, quella che manca ai telegiornali e gran parte dei giornalisti italiani.

Mentre i nostri schermi si riempiono di minacce fabbricate e i nostri cieli di costosissimi jet a caccia di fantasmi, – alla faccia delle politiche green, – le nostre tasche si svuotano e la pace si allontana.

La domanda che dobbiamo porci non è più se siamo al sicuro dalla Russia, ma se siamo al sicuro da chi pretende di difenderci.

Che sia l’Europa il nemico di cui avere paura?

IL RUTILANTE MONDO DELLA MODA 

Sì, è un titolo anni ’60. Lo riconosco.

Ma rispetto a quello che sta succedendo ora nel mondo della moda, preferisco pensare che tutto sia ancora placidamente luccicante come a quel tempo. 

Credo che possiamo mettere la data dell’inizio della più profonda trasformazione e rivisitazione in ambito mondiale collocandola a fine 2024. 

Non è che prima fossero rose e viole, ma tutto ruotava nell’ambito delle acquisizioni dei brand famosi da parte dei due grandi raggruppamenti francesi o giù di lì: Kering e Lvmh.

I grandi e storici brand italiani della moda sono ancora tutti lì. Ma anche quelli più recenti. Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato, Fendi, Loro Piana…per citarne solo alcuni, sono in mano ai due gruppi francesi. 

Su oltre 30 Marchi storici della moda Italiana solo un terzo circa è ancora in mano ad imprenditori del Bel Paese.

È vero, ci sono le eccezioni. Prada, che si è recentemente ricomprato Versace, e Armani scomparso da poco, ma sulla cui eredità imprenditoriale sembrano aleggiare futuri non certi.

Parliamo pur sempre di un fatturato espresso in miliardi e di un Made in Italy legato a stilisti e manager che portano spesso un nome di casa nostra e ad una sartorialità riconosciuta e apprezzata in ambito mondiale. 

Ma anche gli italiani hanno fatto acquisizioni importanti nel tempo. La OTB di Renzo Rosso, ad esempio, ha nel proprio portafoglio Jil Sander, Marni, Margiela oltre ovviamente al brand storico Diesel.

I GIRI DI VALZER E LA CRISI IN ATTO

Come dicevamo all’inizio, noi abbiamo fatto risalire questo tourbillon alla fine del 2024, quindi meno di un anno fa. Da allora sono cambiati stilisti, designer, CEO, proprietà e soprattutto fatturati. In calo.

La crisi dei mercati asiatici, i dazi imposti dagli USA sulle esportazioni europee, le turbolenze di guerra hanno segnato profondamente la propensione all’acquisto. 

Ci sono poi da considerare la crescita delle produzioni interne dei nuovi colossi economici mondiali, rafforzata dalla potenziale numerica dei domestic buyer, un diffuso cambio di clima geopolitico e, non ultimo, la nascita di una nuova realtà sociale. 

Il trionfo del fast fashion ispirato comunque alle griffe che fanno tendenza, ha prodotto il resto.

L’online, con i distributori mondiali a farla da padrone, ha modificato anche l’atteggiamento dei consumatori nei confronti del prodotto e delle sue scelte commerciali. 

Non è un de profundis, ma una visione obiettiva, penso, dettata non dai rumors ma dai fatti che sono sotto gli occhi di tutti. Una incertezza globale dovrebbe far riflettere sugli stili di comportamento e di acquisto che cambiano rapidamente.

Anzi sono già cambiati! Nulla di male ad essere ricchi e permettersi ancora i lussi degli anni d’oro quando la moda era la moda e faceva la differenza. Una delle differenze sociali.

Gli altri a guardare e a farsi gli occhi lucidi.

Anche qui oggi, nulla di male a sperare di appartenere un giorno a quel mondo dorato e rutilante. Almeno non dobbiamo spendere per questo.

Non costa niente. Ma guai ad appartenere alla schiera degli inutili invidiosi. Preserviamoci il fegato. Ne vale la pena.

L’ASSASSINIO DI CHARLIE KIRK È FRUTTO DELLA POLARIZZAZIONE TOSSICA NELL’ERA DEI PENSIERI UNICI

UN ATTO BRUTALE CHE RISPECCHIA UNA SOCIETÀ DIVISA

Mercoledì scorso, all’Utah Valley University, non è morto solo un uomo, ma è stato assassinato un simbolo, un’idea di contraddittorio.

Non si è eliminato Kirk perché il Presidente degli USA è troppo protetto, come ha paventato qualcuno, – ma si è scelto di eliminare un modus operandi pericoloso per chi tifa per i pensieri unici.

Colpito al collo da un proiettile sparato da cento metri di distanza, Charlie Kirk è diventato istantaneamente il martire di una fazione e il demonio di un’altra.

La sua uccisione, ripresa e diffusa in tempo reale, è il sintomo più acuto e drammatico di una malattia sociale che corrode gli Stati Uniti d’America e gran parte dell’Occidente, compresa l’Italia: la polarizzazione tossica, alimentata e amplificata dalle logiche distorte dei social media, che sta sfociando in violenza fisica, e in “pensatori” che riescono persino a trovare giustificazioni dell’omicidio.

La reazione immediata e diametralmente opposta all’evento conferma questa frattura.

Da un lato, il cordoglio elevato a bandiera politica. Dall’altro, l’oltraggiosa e disumana giustificazione dell’atto, una sorta di “banditismo sociale” nell’era digitale, dove un assassinio diventa un simbolo da brandire per rafforzare l’identità di gruppo, alimentando le camere d’eco e giustificando l’ingiustificabile.

CHI ERA REALMENTE CHARLIE KIRK?

Per comprendere appieno l’impatto dell’evento, è necessario analizzare la vittima in modo neutro, distaccato e nella sua complessità.

Charlie Kirk era, senza dubbio, una figura profondamente polarizzante. Le sue idee erano radicali, conservatrici, spesso provocatorie e divisive.

Tuttavia, il suo metodo comunicativo rappresentava un paradosso interessante, poiché Kirk non rifuggiva il confronto, ma, al contrario, lo incoraggiava.

Il suo mantra “Prove Me Wrong” (dimostrami che mi sbaglio) era un invito aperto al dibattito, un tentativo di portare lo scontro ideologico fuori dalle bolle delle propagande, e delle ideologie, e dentro le piazze fisiche e digitali, sotto gli occhi di tutti.

Nei campus universitari, ambienti spesso percepiti come monoliticamente progressisti e vicini ai Democratici, la sua presenza era una sfida che incoraggiava gli studenti a contestarlo, a dialogare, anche aspramente.

Questo approccio, come sottolineato dal senatore Mike Lee, era spesso caratterizzato da una genuina decenza nel trattamento dell’interlocutore.

La sua radicalità stava nelle idee, non necessariamente nella modalità di interazione umana. Era un agitatore di consensi, non un soppressore di voci.

Questa distinzione è cruciale.

Perché a essere uccisa è stata una persona che chiedeva a chi la pensava diversamente di esprimersi. Chi lo ha ucciso, come si evince, persegue la logica fascista del tappare la bocca a chi pensa diversamente.

La sua morte, quindi, non è solo l’eliminazione di un avversario politico, ma il tentativo di annichilire un modello di confronto, per quanto aspro e polarizzato, che segna la terribile transizione dalla violenza verbale a quella fisica perpetrata da certi ambienti.

Ambienti che sono gli stessi in cui nascevano le Brigate Rosse.

LA SPIRALE DELL’ODIO: COME I SOCIAL MEDIA ALIMENTANO IL CONFLITTO

L’omicidio di Kirk è stato il detonatore, ma la polveriera era già colma. I social media hanno agito come moltiplicatori di potenza della polarizzazione, trasformando un atto criminale in una guerra narrativa.

Martirizzazione vs. Demonizzazione. Le piattaforme si sono immediatamente divise in due narrative opposte e irriconciliabili.

Da una parte, Kirk è stato elevato a martire della libertà di parola, un paladino ucciso per le sue idee. Dall’altra, sono emersi messaggi abietti che lo dipingevano come meritevole del suo destino. Due realtà parallele.

Tuttavia, balza subito all’occhio come soltanto una delle due giustifichi un atto atroce come l’omicidio e ciò fa inorridire.

Ma la violenza non porta mai nulla di buono e finisce con il rafforzare chi si vuole sconfiggere.

Per gli estremisti online, eventi del genere sono un’opportunità d’oro, poiché gruppi di frangia usano queste narrative per rafforzare la coesione interna (“vedete cosa ci fanno?”) e per reclutare nuovi membri radicalizzati, dipingendo il mondo come una guerra binaria tra Bene e Male.

È già accaduto nella Storia. L’incendio del Reichstag del 1933, appiccato dal comunista olandese Marinus van der Lubbe contro le idee di Hitler, fu usato dallo stesso Hitler come pretesto per sospendere i diritti civili, perseguitare gli oppositori politici e, di fatto, “uccidere definitivamente la democrazia tedesca”.

Allo stesso modo, l’omicidio di Kirk concede a Trump il pretesto per una stretta autoritaria.

La complessità umana di Kirk, con il suo essere al tempo stesso polarizzante e fautore del dibattito, è stata completamente cancellata perché il contraddittorio fa tremare chi tifa per i pensieri unici.

Nello scontro narrativo, non c’è spazio per le sfumature.

Solo bianco o nero. Con noi o contro di noi.

Una dicotomia sostenuta, incoraggiata e perpetrata da una certa stampa dalla pandemia a oggi, che ha cancellato il contraddittorio, visto come il male assoluto, e ha zittito qualunque voce dissonante, compresa quella di medici e perfino di Premi Nobel per la Medicina.

E quando la stampa sostiene e fa prevalere le idee dell’attore e dell’impiegato su quelle del medico Premio Nobel, l’affermazione dell’idiota è il passo successivo, compreso il killer che pensa di essere un salvatore più intelligente e “buono” di altri.

Perché i social danno facoltà di parola a tutti, come al bar, compresi quelli che non hanno studi e competenze nelle materie di cui pretendono di discutere.

E basta leggere i commenti sotto ai post per distinguere chi esprime opinioni, argomentando anche tesi differenti, e chi, invece, insulta e attacca l’autore del post pur di commentare.

IL CORTOCIRCUITO CULTURALE: FASCISMO, ANTIFASCISMO E LA TIRANNIA DEL PENSIERO UNICO

La riflessione più agghiacciante va oltre l’evento specifico.

Perché non è finito tutto con l’omicidio brutale di Kirk, ma stiamo assistendo a un pericoloso cortocircuito culturale.

Dalla pandemia in poi, si è affermata una perversa logica del pensiero unico che, paradossalmente, utilizza il linguaggio e le tattiche di chi nella storia ha attuato dittature.

Si professa antifascismo mentre si sdoganano logiche da dittatura: la gogna mediatica, la delegittimazione dell’avversario non in base alle idee, ma all’identità, l’etichettamento sistematico (novax, trumpiano, putinano…) per chiunque non si riesce a battere con le argomentazioni e, infine, la giustificazione – esplicita o implicita – dell’eliminazione fisica del dissenso.

È l’idea nazista che solo un certo pensiero sia lecito.

Questa deriva non ha colore politico, perché l’idiozia e la violenza sono apolitiche. Possono attecchire sia a destra che a sinistra, perché sono virus che infettano il discorso pubblico, distruggendo il tessuto della democrazia liberale che si fonda sul conflitto regolato e non violento.

UN APPELLO ALLA RESPONSABILITÀ: OLTRE IL LUTTO, LA SCELTA

Condannare la violenza è il minimo indispensabile.

E chi in questi giorni ha detto e scritto “ma… però” andrebbe solo calcolato come soggetto pericoloso per la società e per la democrazia.

Ma non è sufficiente condannare la violenza.

La società civile, i leader politici e soprattutto le piattaforme digitali hanno una responsabilità monumentale e dovrebbero isolare, tutti, chiunque abbia applaudito a questo omicidio.

Dobbiamo rifiutare con fermezza assoluta chiunque esulti o giustifichi un assassinio, non per “partigianeria”, ma in difesa dei fondamenti umani della civiltà democratica.

Dobbiamo promuovere attivamente una cultura del dialogo che vada oltre la tolleranza passiva e diventi un confronto attivo e rispettoso.

E sì, per fare questo, bisognerebbe isolare anche quella stampa che veicola da cinque anni fake news e promuove l’odio e la negazione del contraddittorio, affibbiando etichette a chiunque dissenta.

L’uccisione di Charlie Kirk deve essere un campanello d’allarme per tutti.

Onorare la sua memoria, al di là delle sue idee, significa onorare il principio per cui si batteva: il diritto al dibattito, allo scontro ideologico anche duro, ma sempre all’interno di un patto di civiltà che esclude categoricamente la violenza.

Scegliere l’odio significa scegliere la barbarie. Scegliere il dialogo, per quanto difficile, significa scegliere la democrazia.

Una scelta difficile per chi ha menti troppo piccole per contenere il concetto enorme per cui non esiste la verità, ma una serie di verità diverse quanti sono i punti di vista.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, Politiche Internazionali, Esperto di Comunicazione e critico d’arte.

L’INDIGNAZIONE SELETTIVA CHE SVALUTA LA CREDIBILITÀ OCCIDENTALE

Un pugno di droni, forse persi, forse mal diretti, viola lo spazio aereo di un paese NATO e immediatamente, le cancellerie del mondo si infiammano.

Una casa sarebbe stata danneggiata da un drone, ma la smentita degli abitanti, che hanno spiegato come fosse danneggiata da mesi in seguito a una tempesta, testimonia l’ennesima fake news della propaganda russofoba.

Si parla di attacco deliberato, si invoca l’Articolo 4, si mobilitano caccia.

L’incidente, per quanto materialmente insignificante, poiché senza vittime e con danni irrisori, diventa un problema epocale per alcune ore.

Poi, il silenzio.

Un silenzio assordante che accompagna eventi di ben altra magnitudine.

L’INCIDENTE POLACCO È UN SINTOMO, NON LA MALATTIA

Analizziamo la reazione del Presidente Zelenskyy.

Non è frustrazione, ma una strategia.

La sua delusione per la “mancanza di una risposta ferma” da parte dell’Europa non è il lamento di una vittima, ma il tentativo di un abile operatore politico di utilizzare una leva, per quanto fragile, per raggiungere l’obiettivo che ha da tempo: l’intervento diretto della NATO.

I droni in Polonia sono stati visti come un’occasione d’oro per forzare la mano agli alleati, trasformando un incidente di frontiera in un potenziale casus belli.

Ammesso che non fosse, invece, un “incidente provocato da Kiev” per arrivare all’intervento NATO, come lo sono stati il missile in Polonia nel 2022 e il danneggiamento del NordStream.

L’Europa, dal canto suo, ha esitato.

Non per codardia, ma per un improvviso, brutale ritorno alla realtà.

La narrazione pubblica, satura di retorica morale, si è scontrata con la fredda realtà di una guerra diretta con la Russia che sarebbe un’opzione insostenibile.

Così, dopo l’iniziale sfoggio di fermezza, gli “spiriti bellicosi” si sono placati, trasformando l’attacco in un incidente, e l’indignazione in una più gestibile “preoccupazione”.

L’episodio, tuttavia, è servito a giustificare un’ulteriore accelerazione delle spese militari di fronte a un’opinione pubblica ora più suggestionabile. Soprattutto quella parte che ha creduto alle pale, ai microchip e ad altre sciocchezze della propaganda russofoba.

QUANDO IL SILENZIO DIVENTA COMPLICITÀ

Mail vero problema si incontra quando si confronta questo fragore mediatico con il silenzio che avvolge altre azioni.

Mentre l’Occidente la dipinge come il baluardo della democrazia, l’Ucraina adotta misure che in qualsiasi altro contesto verrebbero definite illiberali. In Russia, per esempio.

Un cameraman di una televisione di stato austriaca viene arrestato e detenuto per giorni senza spiegazioni.

Vengono avviati centinaia di procedimenti penali contro sacerdoti di una specifica confessione religiosa, di fatto limitando la libertà di culto.

Beh, queste non sono le azioni di una democrazia liberale sotto assedio, ma quelle di uno stato che sta consolidando il potere con metodi che stridono violentemente con la narrazione ufficiale.

Eppure, la condanna da parte dell’Europa è inesistente. Zero.

E le storielle sulla difesa della democrazia? E la difesa dei diritti umani?

Intanto, Israele, un partner strategico dell’Occidente, compie attacchi su territori sovrani di almeno tre nazioni diverse (Siria, Libano, Yemen) e bombarda un edificio diplomatico iraniano, un atto che secondo il diritto internazionale costituisce una palese violazione.

Uccide membri di Hamas durante negoziati di pace ospitati dal Qatar, di fatto sabotando il processo di mediazione.

Veri e propri atti di guerra deliberati, ma la reazione internazionale?

Un invito generico alla “de-escalation” e niente di più.

Il contrasto è sconcertante. Una decina di droni malandati in Polonia scatena quasi la Terza Guerra Mondiale, mentre atti di guerra conclamati in Medio Oriente o la soppressione di libertà civili in Ucraina vengono accolti con un’alzata di spalle.

LA GERARCHIA DELLA VITTIMA E LA GUERRA NARRATIVA

È chiaro come siamo di fronte a un fenomeno noto come guerra narrativa, ovvero l’impiego strategico dell’informazione e dell’inquadramento morale per raggiungere obiettivi geopolitici.

Assistiamo alla meticolosa calibrazione dell’indignazione come strumento di potere.

Si crea una gerarchia della vittima per cui un potenziale danno in un paese NATO per mano del “nemico designato” ha un valore narrativo infinitamente superiore a un danno reale inflitto da un “alleato” o da un “protetto”.

La morale, pertanto, non è più un principio universale, ma si trasforma in una risorsa tattica da schierare o ritirare a seconda della convenienza.

Questo meccanismo ha due funzioni primarie.

  1. La narrazione del “bene contro il male” semplifica una realtà complessa, unisce l’opinione pubblica e giustifica sacrifici economici e l’erosione delle libertà in nome della sicurezza.
  2. Amplificare la minaccia russa giustifica il riarmo e il sostegno illimitato a Kiev. Minimizzare altre violazioni permette di mantenere alleanze strategiche senza dover affrontare le loro scomode contraddizioni.

LE CONSEGUENZE: SVALUTARE LA FIDUCIA E PERDERE IL FUTURO

Qual è il risultato finale di questa strategia, però? A breve termine, può sembrare efficace. A lungo termine, è un suicidio geopolitico.

Se la “democrazia”, la “libertà” e la “sovranità” sono concetti applicabili solo quando conviene, perdono ogni potere di persuasione, perciò diventano gusci vuoti, percepiti dal resto del mondo come l’ennesimo strumento dell’egemonia occidentale.

La credibilità dell’Europa, infatti, è ridotta ai minimi termini.

Il diritto internazionale è una farsa, un menù à la carte da cui ogni potenza sceglie le regole da rispettare e quelle per cui sbraitare contro la Corte Penale Internazionale.

L’incidente dei droni in Polonia non sarà l’ultimo perché Kiev può contare solo sullo scoppio della Terza Guerra Mondiale per salvarsi, se non scenderà a patti con Mosca. E non si vedono grandi menti tra i consiglieri di Zelensky, perciò i patti li vedo assai lontani.

Assisteremo ad altre crisi, altri “incidenti”, altre indignazioni calibrate, altri silenzi strategici, mentre ulteriori ucraini saranno mandati a morire al fronte.

Per questo motivo non dobbiamo mai smettere di domandarci “A chi giova? Chi trae beneficio da questo episodio?”

“Quali altre storie, altrettanto o più gravi, vengono deliberatamente ignorate?”

Perché dai droni e dal missile in Polonia, così come dal danneggiamento del NordStream, Mosca ha solo da perdere, mentre Kiev è l’unica che possa guadagnarci qualcosa.

La vera guerra, oggi più che mai, si combatte con la Comunicazione, l’arma più potente in assoluto.

Perderla significa perdere molto più di un territorio.

Significa perdere l’autorità morale di definire il futuro.

DRONI IN POLONIA: INCIDENTE, ERRORE O PROVOCAZIONE? L’OMBRA DI KIEV DIETRO L’ULTIMO CASUS BELLI

Dai microchip al “missile russo” in Polonia, dalle pale dell’Ottocento fino al Nordstream danneggiato da Mosca e al GPS dell’aereo di von der Leyen, abbiamo assistito a una lunga scia di disinformazione che rischia di trascinare la NATO in guerra.

Mentre l’Occidente condanna Mosca per “presunti” droni russi, i fatti presentano una realtà più complessa e inquietante.

I cieli polacchi sono diventati teatro di droni “non identificati” che hanno violato lo spazio aereo NATO.

Il buonsenso avrebbe richiesto un’indagine per accertare la reale provenienza di questi droni prima di sbilanciarsi, invece, si è subito scatenata una reazione dei media occidentali contro Mosca, come fosse un’azione propagandistica preparata da tempo.

Ma non esistono prove che i droni siano russi, se non presunte scritte in cirillico sui rottami che potrebbero essere state applicate da chiunque, così come l’esercito di Kiev avrebbe potuto facilmente utilizzare droni catturati al nemico.

Inoltre, questi droni vagavano senza bersagli, come smarriti per un’interferenza, perciò parlare di attacco è una fake news.

Varsavia parla di “violazione senza precedenti”. Von der Leyen annuncia 6 miliardi di aiuti e un’alleanza sui droni con l’Ucraina.

I falchi occidentali gridano all’aggressione russa. Zelensky accusa Mosca di attaccare direttamente la NATO e punta tutto sulla guerra mondiale, la sola cosa che potrebbe salvare la sua carriera politica.

Ma tante cose non tornano.

I droni russi erano privi di testata esplosiva, perciò non regge la tesi dell’attacco deliberato.

Il Ministero della Difesa russo nega qualsiasi obiettivo in Polonia, inoltre, le forze bielorusse hanno avvertito Varsavia in tempo reale, avvisando di droni fuori controllo, cosa incompatibile con un attacco coordinato. E anche i sassi sanno che se la Russia volesse colpire e far male alla Polonia, basterebbero un paio dei suoi missili ipersonici caricati con testate vere.

Perciò, fa sorridere sentire tesi per cui la Russia vorrebbe testare le capacità di risposta della NATO, in primo luogo perché Washington e Mosca hanno apparati che conoscono il nemico in maniera quasi chirurgica, in second’analisi, Mosca ha a disposizione missili ipersonici imprendibili per i sistemi di difesa NATO, motivo per cui la Russia non ha bisogno di provare alcunché.

Per quale motivo, dunque, la Russia dovrebbe colpire la Polonia? Quale vantaggi otterrebbe?

Nessuno. Ecco perché anche solo ipotizzare un attacco russo è analisi da bar.

La NATO e Tusk, dopo le prime parole irresponsabili, ora sembrano meno convinti e parlano di “provocazione”, non più di “attacco”.

Ma cosa è accaduto in maniera più probabile?

Proviamo a valutare i fatti.

Kiev è in difficoltà militare quasi tragica. La sua unica speranza è un intervento diretto della NATO. E questo è dimostrato dal campo di battaglia.

I droni in Polonia, territorio NATO, potrebbero fornire il pretesto perfetto per un’escalation.

Le “scritte in cirillico”, facilmente falsificabili o applicate su droni catturati alla Russia, e la rapida diffusione di video allarmistici da parte di provocatori ucraini in Polonia suggeriscono un’operazione preparata nei minimi particolari, in netto contrasto con quanto ci si aspetterebbe in casi del genere, cioè riprese concitate dopo la scoperta improvvisa di oggetti non identificati nei cieli.

LA LUNGA SCIA DELLE “FAKE NEWS” RUSSOFOBE

D’altronde, quelli che in queste ore parlano di attacco russo sono gl stessi che hanno raccontato frottole per tre anni.

Si può ancora credere loro?

Il missile del 2022, piovuto in Polonia, fu inizialmente identificato come russo, poi si accertò che era ucraino. Il danneggiamento del Nord Stream, attribuito inizialmente a Mosca, è stato, invece, un atto terroristico ucraino, come accertato dalle indagini tedesche.

Poi, dai microchip rubati dagli elettrodomestici alle pale dell’800, di panzane ne hanno raccontate così tante che la loro credibilità è pari a quella di un baro professionista.

IL DOPPIO STANDARD GEOPOLITICO

Droni disarmati che violano lo spazio aereo senza una meta precisa, perciò, se fossero davvero russi, è chiaro che avevano perso il controllo e che si è trattato di un incidente, ma ecco che l’Europa grida compatta all’atto di guerra.

Intanto, Israele viola la sovranità del Qatar per omicidi mirati, ma non ci sono riunioni né sanzioni, neppure un avvertimento concreto, se non parole di fuoco e post ai quali, per ora, non è seguito niente di tangibile.

Lo stesso recente discorso di von der Leyen, che ha annunciato lo stop all’accordo commerciale con Israele, non trova riscontro reale tra la volontà dei governi europei.

Anche un cerebroleso comprende che si applicano due pesi e due misure, accanendosi contro la Russia e cercando ogni pretesto per alimentare lo scontro, mentre si perdona tutto a Israele.

Il che dimostra perché è molto probabile che i droni con le presunte scritte in cirillico non siano affatto partiti dall’esercito russo, ma che si tratti di un ennesimo tentativo di attirare la NATO nel conflitto e di giustificare spese per armi e politiche belliciste che servono a salvare dal fallimento gli attuali leader europei.

Si dice che la tesi più logica e più semplice sia anche la più probabile, perciò l’incidente dei droni in Polonia appare come un pericolosissimo tentativo di provocazione orchestrato da chi avrebbe tutto da guadagnare e niente da perdere da un ingresso della NATO nel conflitto ucraino.

E c’è solo un governo che corrisponde a questo profilo. E no, non è affatto quello di Mosca, che da un coinvolgimento della NATO avrebbe solo da perdere.

L’Occidente, accecato dalla retorica russofoba, rischia di cadere in una trappola che potrebbe trascinarlo in una guerra mondiale e, con questa cecità politica, la domanda non è più “se” accadrà l’incidente decisivo, ma “quando”.

E se saremo abbastanza lucidi da riconoscere una provocazione di chi sta cercando con ogni mezzo di trascinarci in guerra per salvarsi.

Forse, invece di invocare l’art. 4 per droni che vagano senza meta, sarebbe stato il caso di invocare l’art. 5 per l’aggressione all’Europa con l’attentato al NordStream?

Ma ciò avrebbe distrutto le politiche del riarmo e la narrazione bellicista del nemico russo a ogni costo.

GUERRA FREDDA AI TROPICI. LA SCACCHIERA VENEZUELANA E L’OMBRA DEL NUOVO ORDINE MONDIALE

Dietro la cortina fumogena della lotta al narcotraffico, Stati Uniti e Francia ridisegnano la mappa del potere in America Latina. Un’inchiesta sulle reali poste in gioco, dalle immense riserve petrolifere alla nascita di un nuovo, pericoloso, paradigma delle relazioni internazionali.

L’ATTACCO, PROLOGO ALL’ABISSO

Un sottomarino nucleare classe Virginia, un mostro tecnologico da 3,5 miliardi di dollari, fende le acque calde dei Caraibi come un pugnale invisibile di una flotta da guerra che conta sette navi e 4.500 soldati.

A sorpresa, si unisce alla danza la Tonnerre, nave d’assalto anfibia francese della classe Mistral.

La narrazione ufficiale parla di lotta al narcotraffico che ha il sapore agrodolce di una fiaba per ingenui. La Francia giustifica il suo intervento con la necessità di proteggere i propri interessi e i territori d’oltremare nella regione, come la Guadalupa e la Martinica.

Ciò a cui stiamo assistendo è la prima, fragorosa mossa su una scacchiera grande quanto il pianeta che si sta riorganizzando. Una partita silenziosa per l’egemonia, dove il Venezuela, la sua crisi umanitaria e le sue ricchezze sono la posta in gioco.

Il primo capitolo di una nuova Guerra Fredda.

LA SCINTILLA NEI CARAIBI. ANATOMIA DI UN DISPIEGAMENTO SENZA PRECEDENTI

La storia si ripete, ma lo fa con un armamentario nuovo e una cinica consapevolezza. Il dispiegamento militare nell’Atlantico occidentale non è un’esercitazione, ma un messaggio in codice indirizzato al mondo.

La task force inviata dall’amministrazione Trump non è solo una squadra di polizia antidroga, ma uno strumento di proiezione di potenza puro, per esibire muscoli d’acciaio.

La sua composizione parla un linguaggio inequivocabile: il sottomarino nucleare, capace di condurre operazioni clandestine e di intelligence; le fregate e i cacciatorpediniere, scudi per la difesa aerea e di squadra; i 4.500 marines, una forza d’invasione in miniatura.

Sembra l’architettura di un blocco navale, di un’operazione di “pressione massima” che ha il solo vero obiettivo di strangolare un paese sovrano senza dichiarare formalmente guerra.

L’ENIGMA FRANCESE, IL CAVALIERE OSCURO DELL’UNIONE EUROPEA

L’arrivo della Tonnerre è la variabile che trasforma la crisi regionale in un conflitto geopolitico mondiale.

Perché la Francia, potenza mediterranea e atlantica, dovrebbe impegnarsi così a sud-ovest in un momento in cui è in crisi finanziaria e politica?

Per diversi motivi.

Primo: la difesa degli Départements et Régions d’Outre-Mer (DROM) di Martinica e Guadalupa, avamposti europei nei Caraibi, vulnerabili a qualsiasi destabilizzazione e a flussi migratori incontrollati.

Secondo, e più cruciale: Parigi sta giocando una partita di potere all’interno della NATO e dell’UE.

Allineandosi pubblicamente e militarmente a Washington, Macron cerca di ritagliarsi il ruolo di leader europeo più influente, acquistando capitale politico da spendere in future trattative, in un calcolo pericoloso, che segna una frattura nell’ambigua posizione europea sul Venezuela.

L’ESCALATION VERBALE: OLTRE LA LINEA ROSSA DIPLOMATICA

La retorica è sempre stata un’arma. Trump l’ha trasformata in un’atomica diplomatica. La minaccia esplicita di “abbattere e distruggere” gli F-16 venezuelani che osassero molestare le navi USA non è una sparata casuale, ma la deliberata distruzione di ogni protocollo di de-escalation.

Equipara un’aeronautica militare di uno stato sovrano a dei criminali da eliminare, proprio come fatto in Iran.

Questo linguaggio, studiato e rilasciato tramite Twitter, ha l’obiettivo di normalizzare l’idea di un conflitto armato, preparando l’opinione pubblica nazionale e internazionale all’inevitabile. È la militarizzazione della percezione.

IL VELO DEL NARCOTRAFFICO. LA VERITÀ UFFICIALE E I SUOI BUCHI NERI

La lotta al narcotraffico è il pretesto più nobile e conveniente della geopolitica moderna. Funziona sempre.

Ma analizziamo i dati.

Secondo la DEA statunitense, meno del 4% della cocaina diretta verso gli USA transita attraverso le rotte venezuelane. La stragrande maggioranza passa ancora per il Pacifico, dal Centroamerica e dal Messico.

Perciò, giustifica questa percentuale marginale il più grande dispiegamento militare USA nella regione dagli anni ’80?!

La risposta è, ovviamente, no.

L’operazione è sproporzionata per il fine dichiarato. È come usare un martello pneumatico per schiacciare una formica.

Esperti di sicurezza, come il venezuelano Rocío San Miguel o l’analista statunitense William Brownfield, hanno più volte sottolineato la natura prevalentemente corruttiva e non istituzionale del narcotraffico in Venezuela.

Non è uno “stato narco”, ma uno stato le cui istituzioni fragili sono penetrate dalla criminalità. Una distinzione cruciale che viene appiattita per giustificare l’intervento.

L’ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP: LA LICENZA DI UCCIDERE

Trump emana un ordine esecutivo che equipara il narcotraffico al terrorismo, un cambiamento di paradigma legale dalle conseguenze devastanti.

In termini di regole d’ingaggio, autorizza le forze statunitensi a trattare i sospetti trafficanti come combattenti nemici, applicando una forza letale senza le limitazioni del diritto penale internazionale.

Di fatto, è una “licenza di uccidere” che bypassa le convenzioni sui diritti umani e il diritto internazionale umanitario.

Crea una zona grigia giuridica dove qualsiasi azione può essere giustificata a posteriori con la scusa della lotta al terrore. È lo stesso framework giuridico usato nei teatri di guerra mediorientali, ora importato nel “cortile di casa” americano.

IL COLPO A SORPRESA: IL SILENZIO DEI MEDIA

Quanto è stata amplificata la notizia della partecipazione francese dai grandi network internazionali? Poco. Molto poco. Quasi per nulla.

Questo silenzio mediatico non è casuale, ma una chiara volontà di non inquadrare la crisi per quello che è realmente: un’internazionalizzazione di un conflitto interno.

Includere una potenza NATO europea complica enormemente la narrazione, introducendo il fantasma di un nuovo colonialismo euro-atlantico.

È molto più comodo mantenere la facciata di un’operazione di polizia guidata dagli USA per una causa “universale” come la lotta alla droga.

Minimizzare il ruolo francese significa controllare la percezione dell’evento ed evitare di accendere pericolosi dibattiti sull’erosione della sovranità nazionale in America Latina.

“IT’S THE OIL, STUPID!”. IL VERO NOCCIOLO DEL CONFLITTO

Come mi insegnò un mio vecchio professore, nella geopolitica, seguire sempre i soldi. E i soldi, qui, sono neri, viscosi e giacciono nel sottosuolo venezuelano.

IL TESORO NERO DEL VENEZUELA: L’ELDORADO PROIBITO

Il Venezuela detiene un primato imbarazzante per le potenze globali: 304 miliardi di barili di petrolio accertati, la riserva più grande del pianeta.

In un’era come la nostra, di transizione energetica, questo non è un vantaggio, ma un’arma strategica.

Chi controllerà quella riserva controllerà una leva fondamentale sull’economia globale per i prossimi 50 anni. Forse, i prossimi 100.

Non si tratta solo di estrarre petrolio oggi; si tratta di controllare il picco della domanda futura e di dettare i prezzi.

Il potenziale del Venezuela, se sviluppato da capitali e tecnologia stranieri, potrebbe frantumare il potere di cartelli come l’OPEC+ e ridisegnare la geografia energetica mondiale.

Washington lo sa. Parigi lo sa. Pechino lo sa. E lo sa anche Mosca.

E… davvero pensate che Putin e Trump si siano incontrati in Alaska per discutere solo di Zelensky e dei fenomeni alla guida dei paesi europei?

LA GUERRA SILENZIOSA DELLE SANZIONI: L’ASSEDIO ECONOMICO

Prima delle portaerei, sono arrivati i decreti.

Le sanzioni USA non sono misure punitive, ma un’arma di guerra economica sofisticata e letale.

Il caso emblematico è la revoca delle licenze “oil-for-debt” a compagnie europee come l’italiana ENI e la spagnola Repsol.

Queste licenze permettevano alle compagnie di caricare petrolio venezuelano per ripagare i debiti contratti da Caracas nei loro confronti. Una misura umanitaria che teneva in vita un settimo dell’industria nazionale.

La revoca ha avuto un duplice, diabolico, effetto: 1) ha strangolato l’ultimo afflusso di dollari nell’economia venezuelana, accelerandone il collasso; 2) ha tagliato fuori l’Europa dall’accesso a quel petrolio, consegnando il monopolio futuro alle compagnie americane – come Chevron, a cui invece è stata rinnovata una licenza speciale – una volta che il governo Maduro sarà stato estromesso.

È un capolavoro di geopolitica economica che punisce il nemico e gli alleati simultaneamente. Ma per Trump non ci sono alleati. Ci sono solo gli americani.

CONSEGUENZE A CASCATA: IL COLLASSO UMANO

I numeri della crisi sono apocalittici.

Un’inflazione che nel 2023 ha toccato il 238%, una svalutazione del Bolivar che lo ha reso carta straccia, una dollarizzazione de facto tramite criptovalute come il USDT che segna la resa totale della sovranità monetaria.

La popolazione sopravvive, non vive.

Il dispiegamento militare non è la causa di questo collasso, ne è il colpo di grazia. È il momento in cui l’assedio economico si trasforma in un assedio fisico, militare, finale.

Il messaggio è chiaro: non ci sarà tregua, non ci sarà via d’uscita, finché la testa del regime non cadrà.

LA SCACCHIERA. CHI GIOCA E CHI STA A GUARDARE

Il Venezuela è solo una scacchiera dove si fronteggiano scacchisti. I giocatori sono molti e le loro mosse qui detteranno le regole per i prossimi decenni.

LA NUOVA DOTTRINA MONROE: IL “DESTINO MANIFESTO” DEL XXI SECOLO

L’azione di Trump non è un’anomalia, ma l’ultima, violenta, espressione della Dottrina Monroe, il principio per cui le Americhe sono di competenza esclusiva degli Stati Uniti.

Ma c’è una svolta. Se storicamente la dottrina era difensiva (“l’America agli americani”), ora è offensiva e unilaterale (“l’America agli Stati Uniti”).

L’obiettivo non è solo il Venezuela, ma è un monito chiaro e brutale a tutte le potenze regionali: il Brasile, l’Argentina, la Colombia.

Il “cortile di casa” è sotto nuova, ferrea, amministrazione. Qualsiasi velleità di autonomia o di partnership con rivali internazionali (Cina) sarà stroncata.

L’ISOLAMENTO DI MADURO: GLI ALLEATI FANTASMA

L’asse bolivariano è fragile. Cuba è stremata dalla crisi economica e dipendente dal petrolio venezuelano che non arriva più.

Il Nicaragua di Ortega è un regime paria, senza peso geopolitico. La Bolivia ha virato decisamente a destra, privando Maduro del suo alleato più importante e strategico nel continente.

Il sostegno è frammentato, retorico, ma privo di una reale capacità di proiezione militare o economica.

Maduro è solo, circondato da un cerchio di fuoco che si stringe sempre di più.

IL SILENZIO ASSORDANTE DEI GIGANTI: LA PARTITA DELLE SUPER-POTENZE

A questo punto, sorge spontanea una domanda: «Perché Russia e Cina, tradizionali sostenitori di Caracas, tacciono?»

La risposta si trova in un calcolo strategico glaciale, quanto spietato.

Per Pechino e Mosca, il Venezuela è una pedina sacrificabile in una partita molto più grande.

Il loro silenzio è un messaggio cifrato a Washington: “Non interferiremo nel tuo cortile di casa, in cambio, tu non interferirai nel nostro”. Significa mani libere per la Russia nella sua sfera d’influenza (Ucraina, Bielorussia) e per la Cina nella sua (Mar Cinese Meridionale, Taiwan).

È il ritorno alle sfere d’influenza dell’Ottocento, un baratto cinico sulla pelle dei venezuelani e degli ucraini.

Il multilateralismo è morto. Sono tornate le grandi sfere di potere.

L’ALBA DEL NUOVO ORDINE. IL MONDO AL BIVIO DEL 2030

La crisi venezuelana non è un evento isolato. È il sintomo più acuto della febbre che sta consumando l’ordine globale.

UN MONDO DI CONFLITTI CRESCENTI: LA GRANDE FRAMMENTAZIONE

Stiamo entrando in un’era di “disordine ordinato”.

La fine del predominio unipolare USA ha creato un vuoto di potere e, in quel vuoto, emergono attori regionali e super-potenze rivali che competono per stabilire nuove sfere di influenza.

Il Venezuela è il primo campo di battaglia di questa nuova era. Ma non sarà l’ultimo.

Guardate all’Ucraina, al Mar Cinese Meridionale, alla Libia, alla Siria. Lo schema è identico: pressione ibrida, guerra economica, guerre per procura e, infine, l’uso della forza militare mascherata da altre motivazioni (lotta al terrorismo, peacekeeping, intervento umanitario).

OLTRE IL VENEZUELA: I PROSSIMI CAMPI DI BATTAGLIA

Dove si replicherà questo schema?

L’Africa è il candidato principale. Un continente ricco di risorse naturali, con stati fragili e una presenza sempre più assertiva di Russia (con il Gruppo Wagner) e Cina (con la Belt and Road Initiative).

Il prossimo scontro per le risorse critiche – terre rare, cobalto, litio… – avverrà lì e userà lo stesso copione: destabilizzazione, intervento per “riportare l’ordine”, controllo delle risorse.

DOMANDE APERTE: SULL’ORLO DEL BARATRO IN VENEZUELA?

L’operazione porterà a un’invasione diretta?

Probabilmente no. Un’invasione sarebbe un pantano logistico e umanitario senza fine. Perciò, l’obiettivo è più sottile: un blocco navale de facto, un lento strangolamento che porti a una rottura interna dell’esercito venezuelano e a un colpo di stato.

Il punto di non ritorno sarà superato quando la prima nave petroliera iraniana o russa cercherà di forzare il blocco per portare aiuti a Caracas.

Quel giorno, nei Caraibi, non si tireranno più i grilletti per colpire dei narcos, ma per dare il via alla Terza Guerra Mondiale, combattuta a pezzi, un conflitto per procura alla volta.

La partita a scacchi giocata con portaerei e sottomarini nucleari nei Caraibi non deciderà solo il destino del Venezuela, ma sta già decidendo il futuro del pianeta.

E, per ora, lo sta decidendo senza il nostro consenso.

11 SETTEMBRE. MISTERI, VERITÀ NASCOSTE E TEORIE DI COMPLOTTO

La versione ufficiale di quanto accadde martedì 11 settembre 2001 a New York è sintetizzabile in poche righe.

Il Boeing 767 AA11 dell’American Airlines si schiantò a Manhattan contro la Torre Nord del World Trade Center alle 8.46; dopo 17 minuti, alle 9.03, un altro Boeing 767, della United Airlines, il volo UA175, colpì la Torre Sud.

Alle 9.37, il Boeing 757 AA77 dell’American Airlines centrò il Pentagono; circa mezz’ora più tardi, un quarto aereo, il Boeing 757 UA93 della United Airlines, si schiantò in aperta campagna in Pennsylvania alle 9.37, mentre sembrava diretto verso la Casa Bianca.

Nel giro di poche ore, le televisioni di tutto il mondo raccontarono di dirottatori che avevano preso possesso dei quattro aerei abbattutisi sugli Stati Uniti come missili; si trattava di affiliati ad Al Qaeda, l’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, lo sceicco che aveva dichiarato guerra all’America.

Il popolo americano si strinse come mai prima intorno al presidente Bush, invitandolo a colpire ovunque nel mondo pur di vendicare le 2955 vittime degli attentati (esclusi i 19 attentatori).

L’amministrazione repubblicana non perse tempo, trascinando gli Stati Uniti e un gran numero di Paesi alleati in una guerra perenne al terrorismo, prima contro l’Afghanistan dei Talebani, poi contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Eppure, sono molteplici le circostanze che fanno ipotizzare che ciò che è accaduto quel giorno non sia stato affatto opera di Al Qaeda e di Osama Bin Laden.

11 SETTEMBRE. MISTERI E INCONGRUENZE

Innanzitutto, l’11 settembre non crollarono soltanto le due torri colpite dagli aerei, ma, pochi minuti dopo le 17.30, l’edificio numero 7 del World Trade Center si accartocciò su se stesso, proprio come era successo alle Torri Gemelle al mattino.  

La cosa singolare fu che, poco prima delle 17, la reporter della BBC World, Jane Standley, disse al pubblico televisivo che l’edificio numero 7 del World Trade Center era appena crollato, il terzo a cadere quel giorno a causa dei “presunti” attacchi terroristici.

Però, il grattacielo in questione era ancora ben visibile sopra la spalla sinistra della giornalista e lo fu durante l’intero servizio dal vivo, poi, come per magia, circa venti minuti dopo, l’edificio crollò effettivamente.

Come faceva la BBC a sapere che tutto ciò si sarebbe verificato? E quale fu la causa del crollo del WTC 7, visto che non era stato colpito da nessun aereo né da detriti?

Le stesse Torri Gemelle, secondo la versione ufficiale, sarebbero crollate perché il calore generato dall’incendio degli aerei avrebbe fuso i pilastri d’acciaio che formavano la struttura portante delle torri.

Tuttavia, per fondere l’acciaio di cui erano costituiti i pilastri, la temperatura avrebbe dovuto raggiungere i 1538 gradi centigradi, cosa improbabile per la gran parte degli esperti interpellati e resa impossibile dal fatto che i filmati di quel giorno mostrano delle persone attraverso gli squarci creati dagli aerei.

Nessun organismo umano avrebbe mai potuto restare in vita a temperature così elevate; si sarebbe liquefatto.

Quindi, che cosa fece crollare le Torri Gemelle?

Secondo diversi ingegneri edili e altrettanti esperti dei vigili del fuoco, il crollo delle Torri Gemelle presentava almeno dieci delle caratteristiche tipiche del genere di demolizione controllata noto come implosione, nella quale l’edificio sprofonda al suo interno.

Nel caso delle torri, entrambi i crolli iniziarono di colpo, sviluppandosi in perpendicolare, quindi procedettero alla velocità di caduta libera, producendo un’ingente quantità di polvere, caratteristica tipica delle demolizioni per mezzo di esplosivo, che polverizza il cemento in particelle minuscole.

Le Torri Gemelle raggiungevano 110 piani, ma entrambe si ridussero a un cumulo di macerie.

D’altronde, per sistemare delle cariche esplosive capaci di demolire le torri sarebbero stati necessari diversi giorni e uno studio tecnico accurato, altrimenti la caduta avrebbe potuto coinvolgere le costruzioni circostanti.

Anche a ciò, però, sembra esserci una spiegazione plausibile.

Il cugino del presidente Bush, Wirt Walker III, era responsabile di una delle società che si occupavano della sicurezza del Worl Trade Center; dal mese di luglio, il livello di allarme nelle Torri Gemelle fu diminuito a un livello inferiore e ciò comportò la fine dell’impiego dei cani poliziotto per fiutare eventuale esplosivo.

Perché il livello di guardia fu abbassato, per la prima volta dal 1993, anno in cui vi fu un primo drammatico attentato al World Trade Center?

Possibile che il cugino del presidente fosse a conoscenza di notizie particolari in merito?

Inoltre, i sopravvissuti ai presunti attentati raccontarono che nelle settimane precedenti era stato interrotto più volte l’approvvigionamento di energia elettrica per svariati lavori di manutenzione.

Un’altra circostanza alquanto singolare consiste nel fatto che, proprio quel giorno, fosse prevista un’esercitazione di esercito e aeronautica contro eventuali dirottamenti di aerei, che poi sarebbero stati utilizzati come missili sulle Torri Gemelle.

Quantomeno inquietante!

A detta degli ufficiali interrogati durante le numerose interviste successive al disastro, l’esercitazione ritardò di molto l’attivazione della difesa aerea di New York, visto che l’intera flotta di velivoli che ogni giorno assicuravano la sicurezza nei cieli della metropoli era stata inviata a più di cinquecento miglia di distanza.

Nel 2000 e nel 2001, in verità, furono molteplici le esercitazioni di simulazioni riconducibili a eventi simili, dalla sospensione della difesa aerea, allo smantellamento della sicurezza e del controspionaggio, dalla demolizione controllata di grattacieli in fiamme al lancio di missili Cruise telecomandati contro il Pentagono.

Per di più, alcune ore prima che le torri venissero colpite, gli Stati Uniti sembravano in prossimità di scatenare una guerra nucleare: i cacciabombardieri B-1 e B-52 erano in volo; i sottomarini nucleari più vicini a Russia e Cina erano in posizione di lancio e le basi di terra della ICBM (le basi missilistiche di terra) erano pronte al lancio.

Perché si verificò questa situazione?

Inoltre, gli istruttori di volo che tennero i corsi ai quali parteciparono anche i presunti attentatori, giurarono più volte che, per quanto avevano potuto appurare, nessuno di quegli uomini sarebbe stato in grado di pilotare un velivolo come uno dei Boeing che avevano abbattuto le Torri Gemelle.

Oltretutto, molto prima dell’11 settembre, l’intelligence americana ad Amburgo aveva posto sotto sorveglianza la maggior parte dei diciannove presunti autori della strage; eppure, quasi tutti ottennero il loro visto di ingresso per gli Usa.

Per quanto riguarda l’aereo precipitato in Pennsylvania, fece il giro del mondo la notizia di una telefonata strappalacrime effettuata da una sfortunata passeggera, ma, secondo i tabulati della compagnia telefonica, la telefonata in questione durò zero secondi; fu appurato anche che, a quelle velocità e a quelle altitudini, nel 2001 era impossibile una connessione di un cellulare con un altro cellulare.

L’aereo che sarebbe precipitato sul Pentagono, poi, è un altro mistero, in quanto non sono mai stati rinvenuti resti del velivolo o bagagli nelle immediate vicinanze.  

Inquietante è anche il fatto che, pochi giorni prima del disastro, i mercati azionari assistettero a pesanti perdite della Munich re e della Swiss re, due colossi assicurativi che garantivano le Torri Gemelle sui grandi rischi.

Moltissimi testimoni oculari, dislocati in mezzo mondo, assicurarono di aver visto alcuni dei presunti dirottatori vivi alcune settimane dopo l’11 settembre.

Ora, quest’ultima è più suggestione che notizia, ma, unita a tutte le altre incongruenze, acquista credito.

Perché la commissione d’inchiesta non ha preso in considerazione questi racconti? E perché non ha esaminato le numerose denunce alla polizia in merito a questi avvistamenti?

ALCUNE TESTIMONIANZE SULL’11 SETTEMBRE

Albert Stubblebine, ex capo del Comando di Sicurezza e Intelligence militare, nonché responsabile dell’interpretazione di immagini per l’Intelligence Tecnica e Scientifica durante la Guerra Fredda, dopo aver visionato le immagini del Pentagono, ha dichiarato che il buco presumibilmente provocato dal Boeing non poteva essere stato causato da alcun impatto con un aereo, bensì da un missile.

Karen U. Kwiatkowski, tenente colonnello dell’Air Force in congedo e membro dello staff direzionale della National Security Agency, nonché impiegata del Pentagono in servizio l’11 settembre, ha dichiarato:

«Sul prato, relativamente intatto, dove sono stata solo pochi minuti dopo lo schianto, c’era scarsità di rottami visibili. Oltre a questa strana assenza di rottami dell’aereo, nella struttura del Pentagono non c’era alcuna traccia del danno che ci si aspetterebbe dall’impatto di un enorme aereo di linea… Sul prato di fronte all’edificio non bruciava alcun frammento metallico dell’aereo o del carico, perché il fumo si levava dall’interno del Pentagono».

Guy S. Razer, tenente colonnello dell’Air Force in congedo, ex pilota di caccia ed istruttore di volo e tattica per oltre vent’anni, ha dichiarato:

«Sono convinto al cento per cento che gli attentati dell’11 settembre siano stati pianificati, organizzati e commessi da elementi sovversivi infiltrati ai vertici del nostro governo… Il crollo dell’edificio 7 mostra oltre ogni ragionevole dubbio che le demolizioni erano pianificate…».

Ted Muga, comandante di marina in congedo, ex aviatore navale e poi pilota di linea della Pan Am sui Boeing 707 e 727, ha dichiarato:

«La manovra al Pentagono era una stretta spirale che scendeva da settemila piedi, due chilometri circa. Per un aereo di linea, anche se strutturalmente in grado di gestire quella manovra, è molto, molto difficile ed è necessario un notevole addestramento… Occorrono dei piloti estremamente capaci, perché, quando un aereo di linea arriva così in alto, rasenta quello che viene definito “stallo ad alta velocità”… E’ assolutamente impossibile che una manovra simile sia stata compiuta da un dilettante… Inoltre è ridicolo ipotizzare che i quattro presunti aerei siano stati dirottati, poiché nessuno degli otto piloti ha mai digitato il codice di dirottamento, un codice semplicissimo, che si digita in una frazione di secondo…».

Le testimonianze come quelle riportate poc’anzi si contano a centinaia e tutte sono fornite da personale altamente qualificato.

Inoltre, è doveroso segnalare che la stessa commissione d’inchiesta nominata per fare luce sulla strage ha presentato moltissimi vizi di natura giuridica, primo fra tutti il fatto che ne fosse stato nominato presidente Philip Zelikow, intimo collaboratore di Condoleeza Rice, consigliera per la sicurezza nazionale nell’amministrazione in carica.

Secondo la legge statunitense, infatti, nessuna commissione d’inchiesta che abbia per oggetto indagini con probabile coinvolgimento della Casa Bianca può essere composta da membri che abbiano rapporti, di alcun genere, con funzionari della stessa amministrazione.

Perché la Commissione sull’11 settembre fu composta da membri vicini al governo, invece?

Le settimane immediatamente successive furono funestate da continui episodi di lettere contaminate con antrace; sembrava davvero che gli americani fossero sotto attacco.

Tuttavia, i risultati delle indagini, pubblicati sul Washington Post, confermarono che:

“anche se molti laboratori possiedono il ceppo di antrace Ames, coinvolto negli attacchi bioterroristici, finora cinque sono risultati avere spore geneticamente identiche a quelle contenute nelle lettere al Senato e tutti questi laboratori sono stati in grado di far risalire i loro campioni a un’unica fonte militare americana: il Medical Research Institute of Infectious  Disease (Usamriid) dell’esercito Usa, a Fort Detrick nel Maryland.”.

Dunque, le prove che l’11 settembre 2001 le cose non siano andate esattamente come i media ci hanno raccontato sono diverse e fondate.

Ma, se non è stata Al Qaeda a organizzare ed effettuare l’attacco alle torri e al Pentagono, allora, chi è stato e, soprattutto, a quale scopo?

CHI HA PROGETTATO DAVVERO L’11 SETTEMBRE?

Secondo un rapporto redatto da esperti economici del Partito Repubblicano nel 2000, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro forza finanziaria ed era estremamente necessario deviare dalla rotta politica intrapresa dall’amministrazione Clinton.

Così, George W. Bush fu nominato presidente da una risoluzione a maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti, mentre la conta dei voti in Florida dava per vincitore il suo avversario, Al Gore.

I media ne parlarono poco, ma George W. Bush non fu espressione del voto popolare, ma un’imposizione istituzionale. Se fosse capitato a Mosca, si sarebbe parlato di scandaloso comportamento da dittatura.

L’indagine economica effettuata nel 2000 fu aggiornata e resa nota soltanto nell’autunno del 2001, delineando una situazione preoccupante.

Gli Stati Uniti stavano attraversando una grave recessione, entrata nella sua fase critica nel marzo del 2001; in quel periodo, l’Economist scriveva che

“i profitti sono al livello più basso da mezzo secolo a questa parte e la capacità produttiva è per il 25% inutilizzata, come negli anni trenta.”

Dopo il crollo del Nasdaq, la Federal Reserve guidata da Greenspan aveva tagliato più volte i tassi di interesse, ma l’economia non si era ripresa; ogni altro intervento si era rivelato inefficace, tanto che alle 8.00 dell’11 settembre, Morgan Stanley scriveva:

“solo un atto di guerra potrà salvare il dollaro e l’economia.”

Ciò che avvenne l’11 settembre diede all’amministrazione Bush la possibilità di mettere le mani sull’iperbolica somma accantonata da Clinton per le future pensioni degli Americani, più di 200 miliardi di dollari soltanto nell’ultimo anno di presidenza. Quella somma fu destinata, invece, alle ingenti spese militari per finanziare la perenne guerra al terrorismo.

Questa mossa ridiede fiato all’economia americana, come già era accaduto sia con la Prima Guerra Mondiale, dopo la crisi provocata da J. P. Morgan nel 1907, sia con la Seconda Guerra Mondiale, dopo la crisi del ’29; la stessa Guerra Fredda fu un forte volano per l’economia americana.

Coincidenze, fortuna, strategie… chiamatele come vi sembra più logico.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, le spese militari erano state fortemente contratte dal Presidente Clinton e ciò aveva provocato la forte stagnazione economica.

D’altro canto, la stessa Germania nazista riuscì a rilanciare l’economia quando nel 1934 lo stato emise le cambiali Mefo, che finanziarono il riarmo; le cambiali scadevano nel 1939, ma proprio in quell’anno Hitler scatenò la guerra.

Nel 2001, è stato determinante l’operato dei servizi segreti, soprattutto per la messa in scena mediatica che ha resistito per diversi anni, prima di essere smascherata.

Chi ha progettato l’attacco alle Torri Gemelle, dunque?

Per rispondere a questa domanda, bisogna valutare chi ne ha tratto vantaggio.

Certamente nessuno in Medio Oriente, infatti nessuno sano di mente si sarebbe mai attirato l’ira dell’esercito più forte al mondo con un attentato così devastante.

Quindi, è favolistico credere che un tizio con una taglia milionaria sulla testa abbia comandato un esercito di sprovveduti, dal buio di una grotta a migliaia di chilometri di distanza, i quali avrebbero compiuto una missione da cellula d’intelligence operativa.

Lo stesso dirottamento degli aerei, con piloti incapaci a detta dei loro stessi istruttori, è un racconto fantasy che non trova alcuna conferma che non faccia ridere.

Per di più, non è mai stato chiarito in maniera credibile come sia stato possibile che le Torri siano crollate senza abbattere gli edifici adiacenti e come, a distanza di ore, sia crollato in maniera inspiegabile l’edificio 7, distante dalle Torri Gemelle.

A trarne beneficio, non v’è dubbio, è stato il governo di George W. Bush. Un governo nominato dalla Corte Suprema e non espressione del popolo americano.

Un governo che ha ottenuto il pretesto per aggredire e invadere l’Afghanistan, trascinando gli USA in una guerra dispendiosa da cui sono usciti sconfitti, con il ritorno dei talebani e la fuga dell’esercito a stelle e strisce che, per vincere, avrebbe dovuto usare solo le atomiche, situazione che avrebbe isolato Washington da tre quarti di mondo.

Infine, va ricordato che Al Qaeda è una creatura americana, creata, finanziata e addestrata per combattere l’URSS. Una succursale della CIA in Medio Oriente, insomma, prima di diventare nemica dell’America.

Un po’ come è accaduto all’attuale presidente della Siria, ricercato per anni con una taglia milionaria sulla testa, ma trasformato in democratico interlocutore dopo la cacciata di Assad.

L’11 settembre è stata una guerra mediatica, dove sono tante le cose che non tornano, che sono prive di logica, così come sono troppe alcune coincidenze favorevoli al governo Bush.

I servizi d’Intelligence americani, d’altronde, hanno registrato i primi successi “di guerra” già durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, perciò non è affatto scandaloso ipotizzare che vi possa essere una mano americana dietro l’attentato dell’11 settembre 2001.

Qualcuno parla di complottismo, ma la logica insegna che la cosa più ovvia è quasi sempre anche quella vera, inoltre, una delle strategie della propaganda più raffinata è creare esagerazioni complottistiche per additare chiunque metta in discussione la narrazione ufficiale.

Una strategia che alimenta l’idea che tutto ciò che è accostabile al complottismo sia svalutato, in modo da far passare come reale una narrazione ufficiale che non regge.

Una strategia che negli ultimi cinque anni è stata affinata e utilizzata per soffocare ogni criticità, ogni sollevazione del dubbio, ogni contraddittorio che porti al ragionamento.

L’11 settembre 2001 ha aperto una nuova era, in cui è la comunicazione a stabilire verità in cui si può credere e altre definite complottismo e fantasia.

È la comunicazione che crea eroi e nemici, trasforma tagliagole in democratici in giacca e cravatta e stabilisce che un attore capisca di vaccini più di un Premio Nobel per la medicina.

L’era della propaganda h24 è iniziata proprio con l’attentato alle Torri Gemelle, un attentato in cui non sono morte solo migliaia di persone innocenti, ma soprattutto l’idea che il dubbio sia il motore indispensabile al funzionamento della democrazia.

LA GUERRA IN UCRAINA, LA SCHIZOFRENIA EUROPEA E LE VERITÀ NASCOSTE DAL FRONTE

Mentre i leader europei accelerano sul riarmo ignorando la diplomazia, in Ucraina cresce il dissenso contro un conflitto senza obiettivi raggiungibili.

UN CONTINENTE IN STATO CONFUSIONALE

La psiche collettiva europea vive uno stato di dissonanza cognitiva patologica.

Da un lato, un coro unanime inneggia alla difesa dei valori democratici e della sovranità ucraina, dall’altro, si persegue con ferrea determinazione l’unica strategia che garantisce l’esatto opposto: l’escalation militare e il sistematico sabotaggio di ogni via diplomatica.

Questa è la schizofrenia strategica che definisce la nostra epoca. Ma perché i popoli d’Europa, storicamente capaci di sollevarsi contro politiche palesemente autolesioniste, oggi assistono in un silenzio quasi tombale?

IL PARADIGMA BELLICISTA EUROPEO: UNA SCELTA SENZA RITORNO?

La leadership europea, in coordinamento con Washington, ha intrapreso una serie di decisioni che definire scellerate è ancora poca cosa.

L’ABBANDONO DELLA DIPLOMAZIA.

Ogni spiraglio di dialogo viene spento prima ancora di poter brillare in nome di un dogmatismo bellicista che tratta la pace come un virus da debellare. La trattativa viene dipinta come una capitolazione, eliminando così ogni spazio per una soluzione politica.

Un po’ come se, anziché firmare l’armistizio dell’8 settembre, qualcuno avesse inneggiato alla pace giusta.

L’ACCELERAZIONE SUL RIARMO.

Invece di correre verso un negoziato, Bruxelles corre verso gli arsenali e sta alimentando artificialmente la paura di un “nemico immaginario” con la fantomatica imminente invasione russa dell’Europa, per normalizzare l’impensabile, secondo un perfetto schema da Finestra di Overton.

Così, l’invio di truppe NATO in Ucraina, un tempo considerato follia assoluta, è oggi discusso nei salotti politici come un’opzione concreta. È una profezia che si autoavvera: prepararsi ossessivamente alla guerra rende la guerra inevitabile.

Perciò, avvisate i vostri figli di non prendere impegni per i prossimi mesi. Ci sarà da morire per la scelleratezza degli attuali leader europei.

LA PROPAGANDA DI GUERRA.

L’ecosistema mediatico è saturo di narrazioni tossiche.

Ricordate l’”attacco ibrido” russo all’aereo della von der Leyen, presentato come un casus belli?

È stato perfettamente smentito.

Una fake news. Una delle tante veicolate dalla propaganda, dalle sanzioni dirompenti alle pale, passando per i muli al posto dei mezzi corazzati e per i microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini.

Eppure, lo scopo della propaganda russofoba è infiammare l’opinione pubblica e creare consenso per misure sempre più aggressive.

Le bugie sono il carburante di una macchina da guerra che deve convincere i suoi finanziatori di aver ragione, anche quando i fatti e la realtà la smentiscono.

LA REALTÀ DAL FRONTE UCRAINO: DISSENSO, REPRESSIONE E SFINIMENTO

Oltre la cortina fumogena della retorica eroica, l’Ucraina è un Paese allo stremo. L’unità nazionale è una finzione narrativa che si sbriciola sotto il peso di una realtà atroce.

L’esercito ucraino è in agonia demografica e spirituale e le scene da incubo degli arruolamenti forzati per strada, la caccia ai renitenti nascosti nei scantinati, le disperate testimonianze di comandanti al fronte parlano di reclute gettate in battaglia con un addestramento di due settimane: questo è il volto vero della guerra.

La domanda che osserva ogni soldato dal suo buco nel fango è semplice e terribile: “Per quale obiettivo preciso sto morendo?”.

La riconquista della Crimea? Un’utopia militare. Respingere i russi? L’avanzata è lenta e costosa, ma è un fatto, nonostante le armi e gli uomini NATO.

Si combatte per non perdere, senza più un piano per vincere perché si è capito che vincere è impossibile, ma non si vuole ammetterlo.

LA SVOLTA AUTORITARIA DI ZELENSKY.

Di fronte al collasso del consenso, il governo di Kiev ha scelto la repressione. Dopo aver annunciando un alleggerimento della legge marziale, ecco che, invece, ha inasprito pene e controlli sui soldati, trattando la diserzione non come un sintomo di disperazione, ma come un tradimento.

Ovviamente, si sono scatenate proteste nel Paese, soprattutto a Kiev, dove madri, mogli e gli stessi soldati urlano la loro opposizione.

Il leader democratico è ormai un comandante dispotico che cerca di mantenere una coesione che non esiste più.

È la fotografia di una nazione che, per salvare sé stessa dalla guerra, ha ucciso la democrazia.

L’ECONOMIA DI GUERRA: CHI VINCE E CHI PERDE DAVVERO?

Il campo di battaglia più decisivo non è nel Donbass, ma nei portafogli e nei bilanci nazionali. E qui le contraddizioni raggiungono il loro apice.

LA RESILIENZA RUSSA.

Il tentativo di strangolare economicamente la Russia è fallito. Non solo non è collassata, ma cresce il triplo dell’Europa.

La sua industria bellica, deglobalizzata e potenziata, produce con ferrea autonomia.

Fonti ucraine – non certo propaganda russa – parlano di 2.700 droni prodotti al mese. Essendo un impero di materie prime, ha semplicemente dirottato i suoi flussi chiusi dall’Europa verso Cina, India e Turchia, trovando acquirenti felici di fare affari.

Anche perché, gran parte di quelle materie vengono raffinate e vendute all’Europa a prezzi maggiorati.

LA FRAGILITÀ EUROPEA.

L’Europa è sempre più in agonia.

La sua forza manifatturiera dipende da materie prime che non possiede e che ora paga a prezzi gonfiati. Spesso materie prime russe, ma acquistate da paesi intermediari per far finta di credere che possiamo fare a meno di Mosca.

La discussione sulla confisca dei 300 miliardi di asset russi congelati è l’esempio supremo di miopia strategica.

Come ha avvertito il Ministro degli Esteri belga, sarebbe un “terremoto” finanziario, un colpo letale alla credibilità dell’Euro come valuta di riserva globale.

Sarebbe la resa della nostra sovranità finanziaria. Perché chi si fiderebbe più del nostro continente?!

Senza dimenticare che esiste un Diritto internazionale per cui i nostri figli potrebbero ritrovarsi a pagare multe e interessi salatissimi a Mosca come risarcimento nei prossimi decenni.

IL BUSINESS DELLA GUERRA.

Allora, se tutti perdono, chi vince?

Il complesso militar-industriale anglo-americano vede i suoi profitti esplodere.

Gli Stati Uniti consolidano il controllo geopolitico su un’Europa indebolita e dipendente. L’obiettivo inconfessato non è la vittoria di Kiev, ma il logoramento a lungo termine della Russia, anche a costo di sacrificare l’ultimo soldato ucraino e l’ultimo euro dei contribuenti europei.

Siamo ingranaggi di una guerra per procura i cui veri beneficiari siedono lontano dalle trincee, mangiano caviale e bevono Champagne.

A CHI GIOVA LA GUERRA?

Le contraddizioni conducono a una conclusione ineluttabile. La strategia corrente non porterà alla liberazione dell’Ucraina, né alla sicurezza dell’Europa.

Produce solo tre risultati certi: la distruzione sistematica dello stato ucraino, l’impoverimento delle società europee e una pericolosa deriva autoritaria su entrambi i fronti.

Le scelte dei nostri leader appaiono del tutto illogiche se misurate con il metro del benessere dei loro cittadini, ma diventano tragiche e lucide se misurate con altri parametri: il profitto dell’industria degli armamenti, il consolidamento egemonico statunitense, la resa dei conti con un rivale strategico.

A chi giova questa guerra senza fine?

La risposta non si trova nei comunicati stampa di Bruxelles o di Kiev e nemmeno nella tanta, troppa propaganda veicolata per tre anni e mezzo.

Si trova seguendo i flussi di denaro, le oscillazioni dei titoli delle grandi corporation della difesa e le mappe geopolitiche ridisegnate nelle stanze del potere di Washington.

Noi, europei e ucraini, non siamo che pedine in questo grande gioco.

Fino a quando accetteremo silenziosamente questo ruolo, la schizofrenia diventerà la nostra unica, tragica, normalità.

E il futuro sarà una lunga lista di morti sacrificati sull’altare del dio denaro e del potere geopolitico.