LE NOSTRE ARMI E LA COMPLICITÀ DELL’ITALIA

PERCHÉ I MEDIA NON VOGLIONO USARE LA PAROLA “GENOCIDIO”?

Non è una questione di opinione politica, ma di Diritto. Di legge internazionale violata, sistematicamente e consapevolmente.

Mentre i media mainstream dibattono sull’opportunità o meno di utilizzare un termine come “genocidio”, nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dai fatti, un silenzioso trasferimento di morte continua a fluire dai porti e dalle fabbriche italiani verso Israele, con armi e mezzi che provocano stragi e uccidono migliaia di persone.

Ora, potete definire i fatti genocidio, danni collaterali, crimini di guerra o uccisioni, ma la gente muore, compresi tanti, troppi bambini. E anche questo non è un’opinione, ma un fatto.

Munizioni, esplosivi, tecnologie dual-use. Materiali che, volenti o nolenti, hanno contribuito a commettere crimini atroci nella Striscia di Gaza o, comunque, non possiamo avere certezza che i materiali acquistati dall’Italia non siano utilizzati in quelle operazioni di guerra.

Inoltre, va ricordato che nei confronti della Russia esiste un embargo, oltre a diciannove pacchetti di sanzioni economiche, per atti di guerra di molto inferiori sia per atrocità sia sotto il profilo prettamente numerico.

L’intervento del Professor Triestino Mariniello, docente di Diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool, pronunciato al Senato l’8 luglio 2025, non lascia spazio ad ambiguità e si aggiunge alle tesi di tantissimi giuristi.

Quello del Prof. Mariniello è stato un atto di accusa giuridicamente ineccepibile.

Il nostro Paese, i suoi governanti e gli industriali coinvolti nella filiera bellica sono seduti su una polveriera giuridica e potrebbero essere accusati di complicità non più soltanto da milioni di cittadini italiani.

VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI PREVENZIONE: LO STATO ITALIANO SAPEVA

Il genocidio non si previene solo condannandolo a parole o con un post di Giorgia Meloni, ma si previene agendo.

L’articolo I della Convenzione del 1948 è chiaro e non ammette deroghe.

La Corte internazionale di giustizia, nel caso Bosnia vs. Serbia, lo ha ribadito: l’obbligo di prevenzione scatta nel momento in cui uno Stato “apprende o avrebbe dovuto apprendere dell’esistenza di un rischio serio di genocidio”.

La data spartiacque per l’Italia è il 26 gennaio 2024.

Quel giorno, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso la prima ordinanza cautelare contro Israele, riconoscendo il “rischio reale e imminente” di atti genocidari a Gaza.

Da quel momento, ogni esportazione italiana di materiale bellico è diventata giuridicamente insostenibile, perciò andava bloccata per legge.

L’Italia, invece, contravvenendo alle norme giudiziarie del Diritto internazionale, ha continuato. Ha inviato componenti per armamenti, nitrato di ammonio, che è un precursore di esplosivi, cordoni detonanti.

Il governo si è trincerato dietro la sterile esistenza di “Licenze rilasciate prima del 7 ottobre”. Una scusa “assolutamente irrilevante” per il diritto internazionale e non utilizzabile in qualunque aula di giustizia.

L’obbligo stabilito dalla legge è cogente e immediato: le esportazioni verso Israele vanno bloccate. Subito. Senza se e senza ma. Imporre un embargo, sospendere gli accordi, revisionare le licenze non è una scelta, ma un imperativo di legge.

Non farlo significa violare palesemente il proprio dovere di governare e di rispettare le norme internazionali.

Quelle stesse norme che l’Italia dice di voler proteggere contro Putin, al quale si imputa il non rispetto del medesimo Diritto internazionale.

IL PARERE STORICO DEL 19 LUGLIO 2024 E IL DOVERE DI NON ASSISTENZA

Alla gravità della violazione dell’obbligo di prevenzione, si somma un’altra colpa.

Il 19 luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico, constatando come l’occupazione israeliana dei territori palestinesi sia palesemente illegale.

Di conseguenza, tutti i paesi hanno l’obbligo di non riconoscerla e, soprattutto, di non contribuire al suo mantenimento. Ciò significa sospendere qualsiasi forma di cooperazione militare, tecnologica, politica o scientifica.

Il parere è chiaro, vincolante e rivoluzionario.

Ma l’Italia, con le sue continue forniture e la sua collaborazione logistico-industriale, anche attraverso colossi come Leonardo Spa, non solo ha ignorato questo monito, ma ha continuato ad alimentare direttamente la macchina dell’occupazione. Perché ogni contratto, anche quelli in essere, è una pugnalata alla legalità internazionale.

Equivale a vendere armi e altri materiali a Mosca, con l’unica differenza che i crimini commessi in Ucraina sono molti meno e di minore entità.

COMPLICITÀ IN GENOCIDIO: QUANDO L’ASSISTENZA DIVENTA CORRESPONSABILITÀ

Qui si entra nel campo della responsabilità diretta, una macchia imbarazzante per l’Italia.

Il diritto internazionale consuetudinario (Art. 16 del Progetto sugli Articoli sulla responsabilità degli Stati) prevede che uno Stato sia complice se fornisce aiuto a un altro Stato nella commissione di un atto illecito, essendone a conoscenza.

Perciò parlare di complicità dell’Italia è perfettamente logico e stabilito dal Diritto internazionale consuetudinario, su cui si fonda il diritto stesso.

Per il genocidio, la Cig ha precisato che serve un aiuto materiale che faciliti il crimine e la consapevolezza dell’intento genocidario dello Stato autore.

Ma attenzione: non serve condividere l’intento di sterminio. Quindi difendersi dicendo “ma noi non approviamo lo sterminio vendendo armi” è una strategia che non regge.

Basta anche solo sapere che quell’intento di sterminio esiste e che le proprie azioni lo stanno facilitando o potrebbero facilitarlo.

Le ordinanze della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024 sono la prova formale che l’Italia non poteva più “non sapere”.

Il trasferimento di armi dopo quella data è un atto materiale di complicità. Una complicità che dura da più di venti mesi. Quasi due anni.

Il precedente è drammaticamente attuale: il caso Nicaragua contro Germania alla Cig, dove Berlino è chiamata a rispondere proprio per aver fornito armi a Israele nonostante le misure cautelari.

L’Italia cammina sullo stesso identico filo del rasoio e rischia una condanna per crimini di guerra e contro i diritti umani.

RESPONSABILITÀ PENALE INDIVIDUALE: QUANDO I MANAGER RISCHIANO IL CARCERE

Ma la responsabilità non si ferma allo Stato e al solo governo del Paese.

Può – e deve – scendere fino al singolo individuo. Decisori politici, funzionari dei ministeri che autorizzano le licenze, amministratori delegati e dirigenti delle aziende fornitrici di armi e dispositivi che possono facilitare atti militari.

Il fondamento è l’articolo 25(3)(c) dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, il quale stabilisce che, per essere condannati per complicità in crimini internazionali (genocidio, crimini di guerra) serve:

Actus reus: un contributo significativo, come potrebbe esserlo aver fornito esplosivi usati per demolire ospedali.

Mens rea: la consapevolezza che il proprio contributo facilita il crimine; in tal senso, le ordinanze della Cig e i mandati d’arresto della CPI per Netanyahu e Gallant rendono questa consapevolezza INCONTESTABILE.

Il precedente è Frans van Anraat, l’imprenditore olandese condannato a 17 anni per aver fornito gas al regime di Saddam Hussein, sapendo che sarebbero stati usati contro i curdi. La Corte olandese stabilì che il suo era un “contributo deliberato”.

Proprio ciò che fanno gli imprenditori e le aziende italiani coinvolti negli affari su armamenti e prodotti militari venduti a Israele.

Ora, i dirigenti che autorizzano la vendita di nitrato di ammonio a Israele, sapendo che viene usato per demolizioni di massa che organizzazioni umanitarie considerano crimini di guerra – se proprio non si vogliono definire atti genocidari, – su quali basi si sentono al sicuro?

Se agiscono per profitto, ma sono pienamente consapevoli delle conseguenze, secondo un’ampia e autorevole corrente giurisprudenziale, ciò potrebbe bastare per la responsabilità penale.

UNA MACCHIA SULLA COSCIENZA E SULLA STORIA D’ITALIA

Nell’evento al Senato organizzato da Altraeconomia, il professor Mariniello ha delineato una condotta italiana non solo moralmente riprovevole, ma giuridicamente criminale sotto molteplici profili.

Una posizione di quadruplice responsabilità: violazione dell’obbligo di prevenzione del genocidio; violazione del dovere di non-assistenza all’occupazione illegale; complicità internazionale dello Stato in atti di genocidio; potenziale responsabilità penale individuale per i decision-maker.

Il tempo delle scuse è finito e quello delle giustificazioni politiche è scaduto.

Siamo nel campo del Diritto e le prove sono schiaccianti.

Le aule dei tribunali internazionali, sia quelli che giudicano gli Stati che quelli che giudicano gli individui, stanno già aprendo fascicoli i cui nomi potrebbero essere sbattuti sulle prime pagine dei quotidiani per decenni.

E no, la domanda non è se il governo italiano verrà chiamato a rispondere delle sue azioni, ma quando. E, soprattutto, chi pagherà il prezzo più alto per aver scelto il business sulla vita: i politici o i manager?

GLI OSCAR DELLA CENSURA E LA GUERRA PER L’ANIMA DELLA CULTURA

Mentre il rombo dei cannoni ridisegna i confini fisici dell’Europa e le macerie di Gaza gridano vendetta a un Occidente sordo e complice della follia di Israele, c’è un altro conflitto, più subdolo e forse più pericoloso, che infuria nei nostri salotti.

Una guerra silenziosa, che non si combatte con i droni, ma con i comunicati stampa. Non con le sanzioni economiche, ma con le epurazioni culturali.

Una battaglia contro il pensiero liberale che stiamo perdendo in modo spettacolare.

IL MANUALE DEL CENSORE: COLPA PER ASSOCIAZIONE

Prendiamo il caso, esemplare, del Maestro Valery Gergiev.

La sua colpa? Non certo quella di aver invaso la Crimea o di aver bombardato Mariupol. Nient’affatto.

La sua colpa è stata quella di essere amico di Vladimir Putin.

Eppure, la sua unica arma è una bacchetta da direttore d’orchestra, ma è stata giudicata troppo pericolosa per essere brandita sul palco della Reggia di Caserta.

Perciò l’Italia, Paese che giudichiamo democratico e inclusivo, lo ha cacciato. Lo ha silenziato.

La sua arte, considerata patrimonio mondiale, è stata improvvisamente contaminata dall’odio, dalla russofobia, dall’intolleranza, avvelenata da una colpa per associazione che non ammette appello. Come nelle peggiori dittature della storia.

Questo è il paradigma applicato all’orbita russa: una condanna collettiva. Un esilio culturale. Artista e Stato diventano un’entità unica, inscindibile.

L’arte è ridotta a mera propaganda, un nemico da estirpare dal corpo puro della nostra cultura.

La stessa cosa è accaduta nello sport, dove la Russia è stata bandita dai mondiali di Calcio e, negli altri sport, laddove gli atleti russi possono gareggiare, devono farlo senza inno e senza bandiera.

LA BUSSOLA MORALE CHE GIRA A 180 GRADI

Tuttavia, se puntiamola l’attenzione verso il Medio Oriente, quando 1500 artisti e intellettuali firmano un appello per Gaza, chiedendo al Festival di Venezia di non ospitare colleghi israeliani, è accaduto il miracolo.

L’intero establishment culturale è insorto con un grido unanime a difesa di un principio sacrosanto, riscoperto come un antico Vangelo: “La cultura deve restare libera! Gli artisti non possono e non devono pagare per le colpe dei loro governi!”.

Ma dai!

Solo che per Valery Gergiev è stato diverso. Perché?

La stessa ferocia con cui, solo poche settimane prima, quel principio era stato calpestato e sepolto, è stato poi riutilizzato per difendere gli artisti israeliani.

La contraddizione non è solo palese, ma anche assordante. È un capolavoro di dissonanza cognitiva istituzionalizzata. Per il russo, l’arte è politica e va cancellata, ma per l’israeliano, la politica non deve toccare l’arte, che va preservata.

La stessa bacchetta che nelle mani di Gergiev era un’arma, nelle mani di un israeliano diventa un innocuo ramoscello d’ulivo.

Perciò, è in atto una discriminazione evidente, perniciosa, di stampo fascista.

WOODY ALLEN E L’IMPERDONABILE CRIMINE DELLA COMUNICAZIONE

Il paradosso raggiunge il suo apice grottesco con il caso Woody Allen, un tempo icona intoccabile dell’intellettuale nevrotico, oggi degradato a “impresentabile” sulle stesse testate che lo celebravano fino a pochi mesi fa.

Ma il suo crimine non sono le vecchie accuse da cui è stato assolto due volte dai tribunali. No.

Il suo crimine, ancora più imperdonabile, è stato collegarsi in video con un festival cinematografico russo.

Ma dai! Non si fa. I russi sono sporchi e cattivi, orchi che mangiano i bambini. Non sono come gli israeliani, che a Gaza stanno solo scherzando, evidentemente.

In un istante, Allen è diventato complice di Putin. Un fiancheggiatore. Perché in questo nuovo manuale del censore orwelliano, l’atto di comunicare e di fare arte è diventato un atto di guerra se di mezzo ci sono i russi.

UNA SCHIZOFRENIA DA PAURA PROFONDA

Questa spaccatura schizofrenica nella coscienza occidentale rivela una debolezza abissale.

Incapaci di incidere realmente sulla brutalità della guerra fisica, combattiamo una sua versione edulcorata, a basso rischio, sul terreno più comodo della cultura.

Cancellare un concerto, d’altronde, è più facile che fermare un carro armato o un missile ipersonico.

Esiliare un regista è più semplice che negoziare una pace. È un’operazione di pulizia della coscienza, non un’autentica affermazione di principi.

Nella nostra moralista, quanto isterica, voglia di combattere l’autoritarismo di Putin, ne stiamo inconsapevolmente adottando i comportamenti peggiori, costruendo le nostre liste di proscrizione, in lunghi elenchi di pacifisti, intellettuali, saggi, persone ancora senzienti, non razziste, non russofobe, colte, che conoscono le vere origini della guerra in Ucraina.

Ma anche liste di oppositori al regime di Tel Aviv e al genocidio, di persone che chiedono sanzioni contro Israele e un aiuto ai palestinesi, in nome del Diritto internazionale e dei Diritti umani.

La cosa grottesca è che gli stessi censori di oggi sono quelli che ieri ti davano addosso quando incolpavi Putin come mandante delle uccisioni di alcuni giornalisti dissidenti, quando quelli come me venivano attaccati dai tanti che consideravano lo Zar come il meglio che potesse capitare all’Europa, mentre stavano in fila per un selfie con lui.

Giornalisti, intellettuali, politici da destra a sinistra.

Ma, con queste contraddizioni e con questa isteria, stiamo praticando la nostra forma di colpa collettiva e stiamo decidendo, con arroganza da inquisitori, chi ha il diritto di parola e chi deve essere messo a tacere. Proprio come accaduto durante la pandemia, quando le strategie della propaganda negavano i contraddittori.

Orami, la differenza tra le nostre decantate democrazie e quei regimi che diciamo ancora di voler combattere è sempre più sottile e, mentre applaudiamo a noi stessi per la nostra presunta purezza morale, per la nostra supponente superiorità sul pianeta, non ci accorgiamo della tragedia in atto né della nostra drammatica involuzione.

La bacchetta del direttore che abbiamo spezzato in nome della libertà era anche la nostra. Quelle bandiere russe che vietiamo, sono le nostre. Così come i crimini di Israele che approviamo e appoggiamo sono i nostri. Ne siamo complici.

Stiamo uccidendo il simbolo della nostra capacità di dirigere un’orchestra di voci diverse, anche dissonanti e in questo silenzio assordante che abbiamo creato, cancellando contraddittori, artisti e sportivi, l’unica musica che si sente è il suono straziante di una libertà che, per paura di morire, si sta lentamente suicidando.

Le uniche voci che ancora urlano sono quelle della propaganda che non smette di raccontarci di pale, microchip, muli, sanzioni dirompenti, droni, missili, sconfinamenti e altre sciocchezze pur di giustificare riarmi e il business della guerra.

UNA VOLTA C’ERANO LE SFILATE 

Chi se ne ricorda, ormai, è “fuori moda” e tradisce la sua età anagrafica.

Sì, perché, oggi, si presenta, celebra tutto in un altro modo. Il mondo cambia, è vero, ma un po’ di sguardo retrò non guasterebbe. 

SI PUÒ DIRE? IL POVERO GIORGINO…

Da quando Giorgio Armani ci ha lasciato con i suoi ricordi, con i suoi testamenti, con le sue affascinanti realtà stilistiche, con la sua voglia di dettare anche il futuro della Maison, ci siamo sentiti un po’ soli.

Quello che ci ricordiamo di lui ora è esposto in una mostra antologica a Brera, sul mezzo secolo di creazioni indossate dalle sue mannequin – ops! Ci sono ricascato – con le sue attenzioni maniacali durante le sfilate. Pardon, ho usato un’altra parola démodé.

FASHION SHOW 

Eccola la nuova definizione delle sfilate! Traduzione di show? Spettacolo.

Gli abiti – se si chiamano ancora così – passano in second’ordine. O almeno così sembra. 

Più importanti la location, il gioco, le esibizioni e, almeno questo è rimasto, le partecipazioni delle star. 

Una volta erano quelle del cinema. Ora rapper, influencer e in generale chi fa notizie nel momento dedicato alla presentazione delle collezioni. Fino al prossimo giro. Poi si vedrà. 

Ma in questo settembre 2025 ci saranno molti brand nuovi, molte figure di design/manager con un occhio molto attento alla credibilità commerciale delle proprie idee. E anche nuovi manager. Il che non guasta.

Speriamo.

Perché se quest’industria funziona, dovrebbe funzionare anche l’indotto. E il lavoro continuerebbe ad esistere.

LA CACCIA AL TESORO

Si, ci sarà anche quella a Milano nella imminente fashion week. Perché non è più necessario, utile solo ammirare i capi ma bisogna andarseli a cercare in giro per la città. Ovvio, con un premio.

Un’idea contro tendenza. Mi ricorda un po’ la sagra paesana in età giovanile organizzata dal parroco. Ora manca solo il palo della cuccagna. Chi arriva in cima si becca l’abito firmato. Ma ci divertivamo come matti.

Matti? O è l’idea giusta per ripensare alla moda in maniera diversa e più vicina allo stile di vita dei giovani d’oggi.

IL BUSINESS È ANCORA DI MODA? 

I fatturati nell’alta moda non sono proprio rose e viole. Sono poco odorosi e sfidano con difficoltà le realtà geopolitiche, i nuovi ambiti economici, le turbolenze sociali in atto. 

Uno dei nuovi attori è De Meo l’ex pupillo di Marchionne, cooptato in Kering e strappato a Renault Italia dove ricopriva il ruolo di ceo. Percepirà solo 20 milioni di euro. 

Però mi sembra che abbia le idee chiare. Rigore e disciplina, 65 ore di lavoro alla settimana, riunioni lampo, niente mail, solo WhatsApp.

Queste le dichiarazioni. Forse è quello che finalmente ci vorrebbe in un mondo così effimero che ci ha costumato a dollari e stravaganze estetiche. Ma tutto fa (o faceva moda).

Quindi buon(a) fashion show a tutti!

LA FABBRICA DEL CONSENSO. L’ISTERIA ANTIRUSSA GONFIA INCIDENTI DI ROUTINE PER GIUSTIFICARE IL RIARMO E AFFONDARE IL WELFARE

L’ALLARME CONTINUO E IL DUBBIO NECESSARIO

Caccia russi, cyberattacchi, droni.

Il martellamento mediatico è un bollettino di guerra perpetuo, una strategia di comunicazione adottata durante la pandemia, costruita per instillare un unico sentimento: la paura.

Una paura funzionale.

Questa sequenza di “provocazioni” non è affatto casuale. È una narrazione costruita ad arte per raggiungere obiettivi precisi: giustificare l’escalation militare, drenare risorse dal welfare verso le fabbriche d’armi e preparare l’opinione pubblica a un conflitto.

Mentre l’ecatombe di Gaza viene trattata con imbarazzante timidezza, ogni incidente di frontiera con la Russia diventa un caso mediatico.

Perché? La domanda è lecita: c’è qualcuno che a tutti i costi ci vuole trascinare in guerra? A ben guardare, si direbbe proprio di sì.

DECOSTRUIRE I “CASUS BELLI” GONFIATI

L’INCIDENTE ESTONE E LA SPREGIOUDICATEZZA DI KAJA KALLAS

La recente invocazione dell’articolo 4 del Trattato NATO da parte dell’Estonia di Kaja Kallas, Alto rappresentante UE, per uno sconfinamento aereo è l’esempio perfetto di isteria costruita.

I fatti? Un aereo russo in transito verso Kaliningrad nel corridoio aereo internazionale del Golfo di Finlandia, un’area nota per essere stretta e tecnicamente complessa.

La reazione è stata un putiferio politico-mediatico.

Eppure, analisti indipendenti smontano la retorica bellicista e ricordano che quello spazio aereo è afflitto da interferenze elettroniche e i piloti, spesso su velivoli meno moderni, navigano a “forza inerziale”, perdendo precisione e causando micro-sconfinamenti di pochi chilometri, prontamente corretti.

È un incidente tecnico, routine, ma trasformarlo in un casus belli è disinformazione pura.

La Russia, dal canto suo, nega con ferrea logica: hanno sorvolato solo acque neutrali.

LO SCHEMA RICORRENTE: DALLA POLONIA CON FURORE

Questo schema non è nuovo.

Ricorda da vicino la figuraccia polacca dei droni esplosi sul suo territorio, inizialmente urlata come attacco russo e poi rivelatisi probabilmente ucraini.

Eppure, la figuraccia non è bastata.

La Polonia ha recentemente schierato 40.000 uomini al confine con Bielorussia e Russia, un dispiegamento grottesco mentre, paradossalmente, ufficiali USA assistevano placidamente alle manovre congiunte con Minsk.

È un gioco delle parti, un teatrino dove l’isteria di alcuni membri NATO cerca costantemente il pretesto per un coinvolgimento diretto poiché non si rassegnano all’idea di un conflitto ucraino dove la NATO è solo spettatrice armata.

A CHI GIOVA? IL BUSINESS DELLA PAURA

La risposta è nei bilanci.

Questa paura orchestrata è il lubrificante perfetto per giustificare l’aumento mostruoso delle spese militari, miliardi che vengono sottratti a sanità, istruzione, welfare.

È un trasferimento di ricchezza epocale dai bisogni sociali al complesso militar-industriale.

Stiamo distruggendo il nostro stato sociale in nome di una “sicurezza” che, militarizzando i confini, rende più probabile il conflitto che dice di voler evitare.

Nel frattempo, i profitti di Leonardo, Rheinmetall e Dassault volano.

E il silenzio su Gaza?

È l’altra faccia della medaglia: il business delle armi deve proseguire senza intoppi, anche se il cliente è un alleato scomodo che compie stragi.

LA RESPONSABILITÀ DI RESISTERE ALL’IPNOSI

La conclusione è drammaticamente chiara.

Siamo sottoposti a un’operazione di ipnosi collettiva. Un incidente di routine diventa una minaccia esistenziale; un drone ucraino un attacco russo; un investimento sociale diventa una spesa superflua rispetto agli F-35. Persino il commento di Trump “Potrebbe essere un grosso problema” è studiato per mantenere alta la tensione senza impegnarsi.

Porsi domande è l’ultimo baluardo di sovranità mentale.

È decisivo per non bere tutto quello che la propaganda ci propina come purgante quotidiano per il nostro cervello, aggredito da veline riprodotte senza il minimo senso critico da chi ancora crede reali le dita usate come baionette e le storie sui microchip.

Non stiamo prevenendo una guerra. La stiamo forse costruendo, un pretesto alla volta, con i nostri stessi soldi e sulla pelle del nostro futuro.

Il vostro compito è non farvi ingannare. Il vostro dovere è ricordare. La vostra arma è la ragione critica.

Usatela.

LA GUERRA IN UCRAINA STA DIVENTANDO IL PIÙ GRANDE BUSINESS D’EUROPA

Un’inchiesta su sul perché l’Europa fa di tutto affinché naufraghi ogni tentativo di pace in Ucraina, diventata il laboratorio per il business del futuro.

TRA LOGORAMENTO E FUTURO

Settecentomila soldati russi ammassati lungo un fronte di centinaia di chilometri sono il simbolo di una guerra del ventesimo secolo, di logoramento, di trincea. Come ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Dall’altra parte, la risposta sembra uscita da un romanzo di William Gibson: un “muro di droni”. Un sistema integrato di veicoli aerei senza pilota, una barriera tecnologica e letale che Kiev vuole erigere per fermare l’avanzata di Mosca.

Un nuovo paradigma che ci porta alle guerre del futuro. Ma anche al business del futuro.

Mentre i leader occidentali parlano ancora, con una certa ingenuità, di “aiuti” e “sostegno”, l’Ucraina parla un’altra lingua, quella degli “investimenti” nella guerra.

L’Ucraina non è più solo un teatro di tragedia da terminare, ma è diventato il più grande incubatore di tecnologia militare al mondo, un laboratorio a cielo aperto dove si sperimentano strategie per il futuro, con un modello di business geniale e spietato, che vede i cittadini europei pagare il conto. Due volte.

“DATECI I SOLDI, VI VENDEREMO LE ARMI”. LA TRASFORMAZIONE DELL’AIUTO IN INVESTIMENTO

La dichiarazione del Presidente Volodymyr Zelensky è stata chiara, ma pochi ne hanno colto la portata rivoluzionaria.

Non è stata una supplica, ma una proposta commerciale il cui obiettivo dichiarato è triplicare la produzione nazionale di armi, in particolare di droni, per diventare “meno dipendenti” dai partner.

Lessico aziendale, non militare.

Come riportato da Associated Press, la chiave di volta geopolitica è semplice e spiazzante: poiché un ingresso formale nella NATO rimane un’ipotesi remota, la strategia occidentale si è evoluta.

L’obiettivo è trasformare l’Ucraina in una fortezza autosufficiente, un avamposto tecnologicamente avanzato e permanentemente armato ai confini della Russia.

I miliardi di euro e dollari inviati non servono solo a comprare proiettili per il fronte di oggi, ma servono a gettare le basi per l’industria della difesa ucraina di domani.

È un trasferimento di capitale di rischio. Un investimento con cui il debito si trasforma in leva finanziaria per costruire, da zero, un settore industriale ad alto valore aggiunto che sarà il perno della ricostruzione e della futura ricchezza della nazione.

L’UCRAINA COME LABORATORIO E IL MARCHIO “TESTATO IN RUSSIA”

Cosa distingue un drone fabbricato in Texas o in Francia da uno progettato e perfezionato a Kiev o Kharkiv?

Solo il certificato di qualità.

“Testato in combattimento reale contro un avversario di prim’ordine” è un vantaggio competitivo unico, inestimabile, che l’Ucraina sta costruendo.

Nessun poligono di prova al mondo può replicare l’intensità e la complessità del Donbas.

Prendete l’evoluzione dei droni.

All’inizio del conflitto, erano apparecchi commerciali modificati, un’ingegnosa soluzione dettata dalla disperazione.

Oggi, grazie a un afflusso massiccio di capitali e know-how occidentali, l’industria ucraina sta producendo sistemi d’arma autonomi e droni da ricognizione a lungo raggio e sofisticatissimi sistemi di guerra elettronica per neutralizzare gli stessi droni russi.

Questi prodotti hanno un valore di mercato che schizza alle stelle.

Una volta terminato il conflitto – o forse anche prima – queste tecnologie testate in battaglia saranno le più ricercate al mondo.

Chi saranno i primi, e più ansiosi, acquirenti?

Gli stessi eserciti NATO che ne hanno finanziato lo sviluppo. Eserciti che, osservando la guerra in Ucraina, si stanno rendendo conto della necessità disperata di modernizzare i propri arsenali per contrastare la minaccia russa del futuro.

L’Ucraina non sta solo combattendo, ma sta sviluppando il prodotto che venderà ai suoi stessi finanziatori. Ed ecco uno dei motivi per cui i leader europei stanno facendo di tutto perché non si arrivi mai a una pace.

IL CIRCOLO DELLA “TRUFFA PERFETTA”: CHI PAGA E CHI GUADAGNA

Il flusso del denaro delinea quello che alcuni analisti definiscono, non a torto, uno “schema Ponzi geopolitico”.

È un circolo quasi perfetto, in cui il contribuente occidentale ne è il motore inconsapevole.

In primo luogo, le nostre tasse e i nostri debiti – l’Italia ha appena chiesto 14 miliardi di finanziamento per acquistare armi – prelevati dagli stati, confluiscono in pacchetti di aiuti militari e finanziari destinati all’Ucraina.

Una parte significativa di questi fondi viene utilizzata per avviare e potenziare le fabbriche locali di droni e sistemi d’arma.

Ma poi pagheremo una seconda volta, perché, a conflitto ultimato, i nostri ministeri della Difesa, sempre con le nostre tasse e i nostri debiti, si troveranno a dover acquistare nuove armi e le uniche considerate realmente efficaci, testate sul campo, saranno proprio quelle ucraine.

I nostri governi diventeranno così i primi clienti di un’industria che noi stessi abbiamo finanziato.

Sotto la patina dell’aiuto umanitario e della solidarietà atlantica per vendere la cosa ai popoli senza che se ne accorgano, si nasconde un colossale trasferimento di ricchezza e know-how industriale.

L’Ucraina, tragicamente, sta capitalizzando la sua agonia per costruire il proprio futuro economico. È un business spietato mascherato da missione di pace.

FABBRICARE LA MINACCIA E ABBATTERE OGNI SOLUZIONE DI PACE

Affinché questo business funzioni, la domanda deve rimanere alta. Una pace incepperebbe il meccanismo e manderebbe al macero la strategia di business.

La percezione del pericolo deve essere costante. Ed ecco che la “minaccia russa” deve essere reale e perpetuamente narrata e amplificata.

In questo contesto, gli incidenti di confine assumono un ruolo cruciale.

I droni russi che, presumibilmente o realmente, violano lo spazio aereo della Polonia o della Romania sono eventi dal valore inestimabile.

La loro veridicità viene smentita o ridimensionata in seguito, ma il loro impatto politico e mediatico è immediato e potente.

Quanti leggono le smentite e il fatto che si tratti, nella maggior parte dei casi, di droni catturati dagli ucraini o di missili polacchi usati come casus belli?

La stessa bufala delle interferenze all’aereo di von der Leyen, – rimasta a terra per 9 minuti per problemi tecnici, nove minuti, – è stata utilizzata dalla propaganda europea per costruire la minaccia russa in funzione del business delle armi. Così i 9 minuti di ritardo del decollo per problemi tecnici sono diventati “ore di paura per attacco elettronico russo”.

Ogni violazione, anche se inventata, diventa la prova della necessità di riarmo, la giustificazione perfetta per stanziare altri miliardi per la difesa.

Questa costante “paura” è il carburante che alimenta la macchina del business, la stessa strategia che abbiamo visto applicare per spingere le persone a vaccinarsi durante la pandemia.

Una strategia che, in questo caso, crea una domanda politica e militare insaziabile per nuove armi, garantendo un mercato futuro redditizio e sicuro per i prodotti dell’industria bellica ucraina e occidentale.

La minaccia russa non è più solo la causa della guerra, ma è diventata la campagna marketing per il business che la guerra ha generato.

Fatte salve le responsabilità della NATO con il suo allargamento a Est, oltre i confini tedeschi, in barba ai patti siglati con l’URSS per il sì all’unificazione delle due Germanie.

QUANDO LA PACE DIVENTA IL PEGGIOR NEMICO DEL PROFITTO

La guerra in Ucraina sta quindi creando una potente e inedita lobby industriale il cui interesse economico è legato alla perpetuazione del conflitto o, quantomeno, a uno stato di permanente minaccia.

L’industria della difesa ucraina, costruita con capitali occidentali, avrà bisogno di vendere i suoi prodotti per sopravvivere, ma, per venderli, avrà bisogno di un mondo che continui a percepire la Russia come un pericolo imminente.

Perciò l’obiettivo strategico dell’Europa non è più vincere una guerra, ma costruire e mantenere redditizia un’industria delle armi.

L’Occidente non sta aiutando l’Ucraina a raggiungere una pace duratura, ma la sta trasformando in un avamposto armato, la cui futura stabilità economica dipenderà dalla perpetuazione dell’instabilità geopolitica.

Il “dividendo dei droni” esiste, è reale e sarà lucroso.

Ma qualcuno dovrebbe iniziare a chiedersi quale sia il suo prezzo morale finale.

Perché ogni dividendo, per definizione, ha un costo. E in questo caso, il costo è un’eterna ombra di guerra, oltre a decine di migliaia di giovani ucraini mandati al macero.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, Politiche Internazionali, Esperto di Comunicazione e critico d’arte.

USA, ISRAELE, EUROPA E LA CRISI DELLA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Quanto accaduto a Jimmy Kimmel non è un episodio isolato, ma un sintomo.

Un segnale d’allarme acutissimo che squarcia il velo di ipocrisia sul quale poggia, oggi, il dibattito sulla libertà di espressione nella cosiddetta “sfera democratica” occidentale.

La sospensione del conduttore da parte della Disney rappresenta l’atto conclusivo di una strategia d’intimidazione che parte dalla Casa Bianca e si riverbera, con efficacia agghiacciante, attraverso i colossi dell’intrattenimento e dell’informazione.

Stiamo osservando, in tempo reale, la normalizzazione di un meccanismo autoritario.

LA SOSPENSIONE DI KIMMEL: CRITICA POLITICA O APOLOGIA DELLA VIOLENZA? DECIDE TRUMP

Cosa è accaduto nel merito?

Jimmy Kimmel, a seguito dell’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, ha espresso una critica ferocemente politica, evidenziando, con il sarcasmo che gli è consueto, come l’universo MAGA stesse strumentalizzando la tragedia.

Non ha incitato all’odio, non ha giustificato l’omicidio.

Ha esercitato quello che, in qualsiasi democrazia sana, è un diritto-dovere del commentatore pubblico di analizzare le dinamiche di potere e denunciare l’ipocrisia.

La reazione è stata spropositata, una macchina del fango che ha dipinto le sue parole come pericolose, finché la Disney, nella sua proverbiale avversione al rischio e al conflitto, non ha ceduto, mettendo in panchina la sua star.

Il messaggio è chiarissimo: criticare Trump e il suo movimento comporta costi inaccettabili. Un assunto pericolosissimo e anche una similitudine con Mosca e Pechino che lascia interdetti.

INTIMIDAZIONE, CAUSE MILIARDARIE E LA NARRAZIONE DEL “NON TALENTO”

La dichiarazione di Donald Trump sulla vicenda è un capolavoro di manipolazione linguistica.

“Licenziato per mancanza di talento e ascolti bassi”.

È tragico e comico allo stesso tempo, perché è la tipica negazione plausibile dell’autocrate.

Non si ammette mai la vera ragione, politica, perché sarebbe un’ammissione di debolezza, perciò si costruisce una contro-narrativa che umilia l’avversario, lo delegittima nel merito e ne svuota il potenziale simbolico di martire.

È la stessa logica delle cause faraoniche.

I 15 miliardi di dollari chiesti al New York Times non sono una richiesta legale seria; sono un’arma di distrazione di massa e, soprattutto, un segnale intimidatorio a tutti gli altri media: “Guardate cosa vi aspetta se osate sfidarci”. È l’occupazione dello spazio mentale attraverso la paura.

IL PARADOSSO VANCE: IL FREE SPEECH MAGA E LA LEZIONE AGLI EUROPEI SULLA DEMOCRAZIA DIMENTICATA

Il culmine dell’assurdo sociologico lo ha raggiunto il Vicepresidente JD Vance a Monaco di Baviera, imputando agli europei di aver dimenticato i principi base della democrazia, a cominciare dalla libertà di espressione.

È una retorica che definire cinica è poco. È la proiezione. È l’accusa speculare a ciò che si sta meticolosamente costruendo in casa propria.

Il “free speech” nella versione MAGA sta diventando sempre di più la libertà di propagandare il pensiero unico del capo. Stop.

È la libertà di chi è allineato. È l’opposto della libertà di pensiero critico, che per sua natura è scomodo, destabilizzante e dissacrante.

La lezione di Vance è la perfetta incarnazione del doppio pensiero orwelliano: la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

IL CONTESTO GLOBALE: L’OCCIDENTE ALLO SPECCHIO DEI SUOI MOSTRI (GERMANIA E ISRAELE)

La deriva non è solo americana e Vance non aveva tutti i torti.

Lo abbiamo visto durante la pandemia e con la guerra in Ucraina: pensieri unici, negazione del contraddittorio, etichette per chiunque dissentisse.

E oggi, il cancelliere tedesco Merz annuncia un giro di vite per chi sostiene i palestinesi in nome dell’appoggio incondizionato a Israele. È la criminalizzazione del dissenso attraverso l’equiparazione tra critica politica e antisemitismo.

Ma l’episodio più disumano, sociologicamente mostruoso, è la richiesta di “definire cosa sia un bambino” da parte di un esponente israeliano chiamato a rispondere delle migliaia di morti minorenni.

QUANDO BISOGNA DEFINIRE COSA SIA UN BAMBINO, L’UMANITÀ HA GIÀ PERSO

Quella frase sarà ricordata come un monumento alla disumanizzazione del nemico.

È il punto di non ritorno di qualsiasi conflitto.

Quando si deve mettere in discussione l’evidenza ontologica di un bambino – l’archetipo stesso dell’innocenza, della vita non ancora corrotta dall’odio – significa che la macchina della propaganda ha eroso ogni residuo di empatia.

Significa che si è creato un “noi” così puro e un “loro” così assolutamente malvagio che persino le categorie fondamentali dell’umano vengono sospese quando ci si riferisce a loro.

Una società che arriva a questo ha, effettivamente, smarrito la sua anima. Sta commettendo un suicidio etico.

GLI ANTICORPI DELLA DEMOCRAZIA E LA NOSTRA RESPONSABILITÀ

Allora, cosa sta accadendo alla libertà di espressione?

Sta subendo una trasformazione autoritaria sotto la pressione coordinata di poteri illiberali. USA ed Europa stanno davvero assomigliando sempre di più a quelle realtà che dichiarano di avversare, adottando gli stessi meccanismi di controllo, intimidazione e distorsione della realtà.

Ma la storia, quella vera, non è mai lineare.

Gli anticorpi delle democrazie sono stati storicamente più resilienti del previsto.

I 12 milioni di abbonati del New York Times, le voci popolari come quelle di Colbert e Kimmel (prima o poi torneranno, più forti di prima), la società civile che si ribella alle definizioni disumane: questa è la forza che gli autocrati sottovalutano sistematicamente.

E ne sono una prova quanti non si piegano al nazismo disumano applicato da Israele, non solo a Gaza, ma nei paesi sovrani limitrofi e in tutto il mondo, con la loro campagna di propaganda.

La nostra responsabilità, come studiosi della comunicazione e come cittadini, è diagnosticare con precisione questa patologia del discorso pubblico.

Denunciare senza paura il doppio standard di cittadini, politici e giornalisti.

E, soprattutto, rifiutare con tutte le nostre forze qualsiasi “definizione” di bambino, di umanità, di verità che non sia quella dettata dalla coscienza critica e dall’empatia.

La libertà d’espressione si difende ogni giorno, proteggendo il diritto di un comico come Jimmy Kimmel a dire che il Re è nudo e quello di chiunque di trattare come bestia chiunque pretenda definizioni di bambino.

GAZA & DINTORNI

Mancano pochi giorni alla scadenza del 7 ottobre, data che racconta la ricorrenza in cui i terroristi di Hamas hanno ucciso, in territorio israeliano, 1200 persone e ne hanno catturate circa 250, diventando così ostaggi.

Pochi di questi sono ancora ufficialmente in vita. Sembra 24.

Al di là dell’esecrabile evento e delle immaginabili terribili condizioni di detenzione degli ostaggi, molti dubbi sul 7 ottobre sono ancora da chiarire.

Il primo è certamente quello di scoprire che il Mossad, servizio di intelligence israeliano ritenuto fra i più aggressivi e preparati del mondo, sia riuscito a farsi beffare con una iniziativa quasi tragicomica.

Tragicomica se non fosse per le conseguenze immediate, per gli eventi successivi e quelli conseguenti.

Viene quasi il sospetto, se non la certezza, che si sia voluto accettare il fatto, anche se le autorità nazionali israeliane sembra fossero state avvertite dell’imminenza dell’attacco, per provare poi ad eliminare definitivamente Hamas.

È un’ipotesi, ma non da scartare e nemmeno da sottovalutare.

Dall’8 ottobre, cioè dal giorno successivo all’attacco, gli israeliani hanno iniziato una offensiva che di giorno in giorno, oltre a non riuscire a liberare gli ostaggi, ha provocato nei bombardamenti, fino ad ora, sembra più di 62.000 morti fra i civili palestinesi.

Poi, come abbiamo detto più volte, i numeri dei bambini morti sotto le macerie sono in percentuale rispetto agli adulti molto più elevati. Va anche però indicata l’elevata natalità nelle popolazioni palestinesi e quindi un’età media molto bassa.

Sei figli sono un numero quasi standard fra le nascite per famiglia palestinese.

Esporre nelle statistiche dei morti un numero di bambini così elevato ha indubbiamente un effetto mediatico rilevante, ma è pur sempre la verità, anche se, come detto, la media delle nascite per famiglia è abnorme rispetto al mondo occidentale.

Quindi, parlando solo di statistiche, questa sproporzione risulta evidente. 

Ma tutto aiuta per mostrare quanto questa situazione sia condannabile ed inviti il mondo a prendere una posizione ferma senza esitazioni. 

Difficile pensare che il massacro nei territori palestinesi non possa definirsi genocidio. In passato abbiamo gridato al genocidio per numeri decisamente più bassi. 

Netanyahu non sembra sentire ragioni, imbrigliato com’è dalle posizioni dei suoi ministri estremisti.

È condannato a subire i loro diktat per far rimanere a galla il suo governo perpetuando così il suo mandato elettorale, forse anche guidato dal tentativo di evitare una condanna penale considerando che è indagato e certamente il tribunale prima o poi dovrà emettere una sentenza. 

L’Europa, l’ONU, la Russia, la Cina, il BRICS nel suo complesso, l’America, e anche i paesi arabi sembrano soffrire di strabismo geopolitico: al di là di generiche condanne e qualche minima irrisoria ritorsione non si arriva.

Sembra più per compiacere le anime interne che per emettere una risposta adeguata.

E, visto che questa è la posizione di fatto, Israele si permette di eliminare, fuori dal suo territorio, i leader che ritiene responsabili di attacchi contro il suo popolo o il suo credo.

In Iran, Sudan, Siria Libano, Iraq, e ultimamente in Qatar le “ire” sioniste si sono abbattute con particolare precisione e ferocia.

Non solo: qualcuno ricorda i ”cerca persona” israeliani esplosivi, andati tutti a buon fine con la morte di chi li ha fatti (incautamente, ma senza colpa) squillare? La popolazione civile che subisce l’infernale ritmo della morte non ha colpe.

Se i regimi non si mobilitano ufficialmente, si mobilita il popolo. 

La coscienza del Popolo, con animo autonomo o con qualche suggerimento partitico o populistico, si mobilita e scende in piazza a gridare il suo dissenso. 

Ormai chi non conosce la bandiera della Palestina, il movimento ProPal, gli slogan in favore del popolo palestinese con un “Free Palestine” gridato a squarciagola dai manifestanti nostrani addobbati con la kefiah.

E, per la verità, in tutti i paesi in cui la libertà di espressione è ammessa senza rischio di essere incarcerati.

E non parliamo solo di cortei che si vedono nelle piazze, che si snodano fra le vie dei centri storici, ma anche nei luoghi simbolo del cattolicesimo, con le interruzioni delle celebrazioni religiose.

Sembra un movimento generalizzato. Lo vediamo, ad esempio, con l’annullamento dell’ultima tappa del giro ciclistico di Spagna 2025, la Vuelta, che non si è svolta in ossequio ai martiri di Gaza. 

In tutto questo sostegno palpabile e reale, perché insieme ai fatti simbolici vanno considerati gli aiuti alimentari e di medicinali generati dagli organismi internazionali indipendenti, gli interventi di “Medici senza frontiere”, quelli delle altre organizzazioni internazionali, come l’ONU, dove si è scoperto che operavano anche terroristi che avevano partecipato all’azione del 7 ottobre, con la distribuzione di aiuti gestita da Hamas, con l’uccisione di chi andava a cercare cibo e acqua per la propria famiglia…..

I punti interrogativi ci stanno, secondo noi, perché il racconto sarebbe inutilmente lungo e non privo di deviazioni interpretative perché le fonti, che per la maggior parte sono arabe e/o dovute al ministero della salute palestinese, ci fanno pensare che anche i giornalisti fra i 210 rimasti vittime delle bombe potevano raccontare solo quello che gli era consentito. 

Un po’ come a quella giornalista italiana de “La Stampa”, Francesca del Vecchio, fatta sbarcare in fretta e furia da una nave della flottiglia Sumud perché, secondo chi aveva organizzato il tutto, non aveva diritto di raccontare la sua verità, quella che vedeva o avrebbe visto quando avrebbe potuto navigare a bordo dell’imbarcazione che gli era stata assegnata.

Un po’ come è capitato a Greta Thumberg, che non fa più parte del direttivo della flottiglia Sumud.

Traslocata su un’altra barca più piccola, per divergenze sulla gestione delle informazioni, secondo la versione ufficiale.

Sì, perché fra strani incendi a bordo di qualche nave della flottiglia, disorganizzazione palese, espulsioni di imbarcati non graditi, ritardi subiti o voluti, mancanza di carburante, richieste di protezione internazionale per un’iniziativa totalmente privata, – anche se con molte sigle dell’arcipelago associazionista, ma non ufficialmente appartenenti ad alcun governo, – e qualche ritiro, il genocidio va avanti.

Domanda legittima: si può sapere qualcosa di più, che sia vero e indipendente, della flottiglia Sumud? E non ditemi che sapete già tutto.

Ma è lecito farsi qualche domanda?

L’eventuale conquista di Gaza sarà l’ultimo atto di questa guerra?

Gli ostaggi ancora in mano ad Hamas verranno liberati o diventeranno scudi umani?

O verranno suicidati?

Hamas sarà definitivamente sconfitta? Ci saranno due popoli e due stati?

L’esodo biblico dei palestinesi verso il sud della striscia di Gaza si interromperà/fermerà? Ritornerà la pace? Anche se armata?

E se qualcuno, esterno al conflitto, dicesse basta?

DRONI GONFIABILI DISEGNANO LA MARCIA DELL’EUROPA VERSO LA GUERRA

Un drone di polistirolo. Intatto. Adagiato morbidamente sull’erba di un campo polacco.

Poco più in là, il tetto di un casolare scoperchiato, con le assi rimosse con una precisione quasi chirurgica, lasciando le travi portanti illese.

Queste immagini, deboli e quasi surreali, non sono i resti di un attacco devastante. Lo capisce anche un bambino.

Eppure, sono diventate la scintilla che minaccia di incendiare un continente.

Mentre i leader da Bruxelles a Washington tuonano contro la “deliberata provocazione russa”, ciò a cui stiamo assistendo non è una reazione a un’aggressione, ma l’esecuzione di un copione già scritto.

“L’Europa è già in guerra contro la Russia,” ha dichiarato Medvedev.

Non era una minaccia. Era una constatazione. Un’osservazione agghiacciante sulla nostra realtà di cancro del mondo, che ci rifiutiamo di vedere.

ANATOMIA DI UNA PROVOCAZIONE

Analizziamo le prove.

I droni gonfiabili, più simili a giocattoli da ricognizione che a strumenti di morte, non hanno lasciato crateri.

Non hanno scalfito la terra arata su cui sono atterrati. Il tetto della casa polacca sfida le leggi della fisica di qualsiasi esplosione conosciuta. Sembra più l’opera di smantellamento di una squadra di operai che l’impatto di un ordigno bellico.

Dov’è la devastazione? Dov’è il fuoco? Dov’è la prova inconfutabile che giustifichi la mobilitazione di decine di migliaia di soldati e lo schieramento di caccia da combattimento?

Non c’è. Resta solo la propaganda dei nostri pennivendoli. Quelli che vi hanno raccontato di pale e microchip, e ora pretendono di raccontarvi come stanno le cose.

E proprio questa assenza di prove concrete è l’indizio più schiacciante.

Ci è stato servito un pretesto debole, quasi offensivo nella sua ingenuità, perché non era pensato per resistere a un’analisi forense, ma per essere creduto ciecamente da chi si è bevuto le pale e le dita usate come baionette perché Mosca non aveva soldi per le munizioni.

Per dare in pasto ai media e a un’opinione pubblica spaventata una ragione per ritenere necessario tagliare su Sanità, Scuola e Pensioni e indebitarci a vita per armi e guerra.

LA REAZIONE ORCHESTRATA: IL VIA LIBERA PER “SENTINELLA DELL’EST”

La velocità della risposta è stata sbalorditiva. In poche ore, Varsavia ha gridato all’attacco, la NATO ha attivato i protocolli di difesa e i media, come il prestigioso Le Monde, hanno pubblicato titoli che parlavano di “incursioni” e della necessità di “proteggere l’Europa”.

Una reazione così rapida e coordinata non suggerisce improvvisazione, ma preparazione e messa in scena di un copione. Anche perché, si tratta degli stessi che su Israele ancora non sono riusciti a trovare la quadra per un solo misero pacchetto di sanzioni.

Questo “incidente” – o messa in scena – è stato la parola d’ordine per attivare l’operazione “Sentinella dell’Est”. Un piano di militarizzazione massiccia e senza precedenti lungo tutto il fianco orientale dell’alleanza, dalla Finlandia fino al Mar Nero.

Non è una difesa, ma un posizionamento offensivo che da Mosca non può essere visto in maniera diversa di una minaccia concreta ai suoi confini.

Decine di migliaia di soldati si stanno muovendo, le basi si stanno riempiendo e la tensione, per le famiglie che vivono lungo quel confine, diventa ogni giorno più palpabile.

I leader europei stanno costruendo il teatro di guerra, pezzo per pezzo, in attesa dell’incidente definitivo, quello che renderà lo scontro inevitabile.

A CHI GIOVA TUTTO QUESTO?

Per capire chi ha scritto questo copione, basta chiedersi chi ne trae profitto.

Non certo gli europei, che stanno già pagando un prezzo altissimo. Mentre le bollette strangolano le famiglie da Lisbona a Vilnius e le industrie tedesche chiudono per i costi insostenibili dell’energia, il nostro continente si indebolisce economicamente e si lega mani e piedi alla protezione militare ed energetica degli Stati Uniti.

Il vantaggio per Washington, invece, è doppio: logora la Russia, il rivale storico, e al tempo stesso de-industrializza e sottomette l’Europa, da sempre concorrente economico.

E lo fa usando l’Ucraina come strumento. Alla faccia di quelli che davano dell’incompetente a Trump.

Poi ci sono i pazzi europei, quei leader che non ne hanno azzeccata mezza neppure di striscio, dalle sanzioni dirompenti in avanti, e che ora, non avendo più nulla da perdere, sono disposti alla guerra mondiale pur di non dover restituire agli europei i miliardi bruciati per la loro scelleratezza e passare il resto della vita in prigione.

Kiev, ormai, non combatte più per la propria sovranità. La guerra l’ha persa da mesi. Combatte perché noi paghiamo. Il paziente è tenuto in vita solo dalle macchine e se si stacca la spina, si scopre che è morto.

La richiesta di 120 miliardi di dollari entro il 2026, come richiesto da Zelensky, non è solo un appello disperato per la sopravvivenza, ma è il budget necessario per continuare a sostenere una guerra per procura.

Una guerra in cui i soldati ucraini mettono i corpi, gli americani le armi e i cittadini europei i soldi.

I leader dei paesi dell’Est Europa, dal canto loro, giocano una partita ambigua.

Spinti da una legittima memoria storica di oppressione, si offrono come l’avamposto più aggressivo della NATO, guadagnando una rilevanza politica e strategica che non hanno mai avuto, ma rischiando di trasformare le loro nazioni nel primo, devastante campo di battaglia.

In un mondo normale li chiameremo pazzi.

IL FRONTE SILENZIOSO E LA DISPERAZIONE DI KIEV

Mentre la propaganda occidentale festeggia improbabili vittorie, sbandierate in pompa magna dai nostri pennivendoli – sempre quelli delle pale e dei microchip, la cui credibilità è pari a zero – la realtà sul campo è un’altra.

Il fronte ucraino sta crollando. Le perdite sono insostenibili e la situazione è disperata. Non è un caso che lo stesso Zelensky, l’eroe della resistenza, sia tornato a invocare un incontro con Putin un minuto dopo aver chiesto 120 miliardi per sostenere la guerra.

È un segnale inequivocabile che la via militare è un vicolo cieco.

Un segnale che i suoi sponsor occidentali, però, continuano a ignorare, spingendo per una guerra fino all’ultimo ucraino, perché, altrimenti, Macron, Meloni, von der Leyen e Merz dovrebbero dare conto agli europei dei miliardi bruciati e dei costi dell’energia alle stelle per una sconfitta prevedibile già nel 2022 da chiunque avesse aperto almeno un libro di storia contemporanea nella sua vita.

La vera minaccia per l’Europa non è un’invasione russa.

Questa narrazione serve solo a giustificare l’escalation. È pura propaganda.

La vera minaccia è l’ostinazione a prolungare un conflitto che sta distruggendo una nazione, destabilizzando l’economia globale e trascinando l’Europa sull’orlo di un conflitto diretto, le cui conseguenze sarebbero inimmaginabili.

La vera minaccia per gli europei è questa Europa.

IL PREZZO DELL’OBBEDIENZA

I droni di cartapesta in Polonia non sono stati un attacco, ma un invito. Un invito ad accettare una narrazione che ci conduce, passo dopo passo, verso il baratro.

Una narrazione che serve a mascherare il fallimento delle sanzioni e di ogni politica degli attuali leader europei, e a giustificare un coinvolgimento sempre più diretto in un conflitto che non abbiamo scelto, ma che è l’unica strada percorribile da quei leader per salvarsi il fondoschiena.

L’Europa è davvero già in guerra.

Ma non sta combattendo per i propri valori o per la propria sicurezza, ma per mantenere in vita un ordine mondiale unipolare che sta morendo, sacrificando la propria prosperità e la propria pace sull’altare di interessi che non le appartengono.

Mentre i nostri leader parlano di difesa e sicurezza, ma non specificano che l’unica difesa e l’unica sicurezza che paventano è la loro.

Non stiamo affatto proteggendo il nostro futuro, ma semplicemente iniziando a pagare il conto in denaro, stabilità e, presto, forse, in vite umane, per le strategie fallimentari di una classe dirigente improponibile e per quelle furbe di Washington che, dall’incompetenza manifesta dei nostri leader da reparto psichiatrico ha solo da guadagnare.

OMBRE SUL FRONTE ORIENTALE. I DRONI FANTASMA CHE HANNO RISCHIATO DI INCENDIARE LA NATO

Mentre il mondo tratteneva il respiro temendo un attacco russo contro la Polonia e la Romania, le prove sul campo raccontavano una storia diversa. Una storia scomoda che noi di Tamago avevamo ipotizzato già all’indomani, mentre il mainstream parlava di attacco russo senza uno straccio di prova credibile.

(PUOI VERIFICARE IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ACCADUTO QUI.)

Un’inchiesta sulle anomalie tecniche, i calcoli strategici e il silenzio assordante che suggerirono una verità inconfessabile: una disperata operazione sotto falsa bandiera per trascinare l’Occidente in guerra.

L’ALLARME – L’ORA PIÙ BUIA DELLA NATO

Il buio non era solo meteorologico, sulla linea orientale dell’Alleanza Atlantica, ma un buio strategico, denso e soffocante.

Telefoni che squillavano nelle cancellerie di Washington, Bruxelles, Varsavia. Le agenzie battevano la notizia: “Droni russi in territorio NATO”.

Panico.

Era il momento che tutti temevano e che, segretamente, qualcuno forse attendeva.

L’ombra dell’Articolo 5 – quella clausola di mutua difesa che avrebbe trasformato un conflitto regionale in una guerra mondiale – si allungava sull’Europa. Il mondo tratteneva il fiato, mentre i pennivendoli che per tre anni hanno raccontato di pale e microchip aumentavano la lista di fake alla narrazione, parlando di attacco russo.

Poi, il miracolo. O forse, più prosaicamente, un frettoloso dietrofront.

Nel giro di poche ore, la narrazione ufficiale ha eseguito la più rapida inversione a U della storia recente. Da “attacco deliberato” a “incidente”, da “missile russo” a “probabile frammento della contraerea ucraina”.

Un raffreddamento così repentino da ustionare qualsiasi logica.

I toni si sono smorzati, le accuse evaporate, un velo di imbarazzato silenzio è calato sulla vicenda.

Cos’hanno visto gli analisti della NATO in quelle prime, frenetiche ore per premere con tanta urgenza il freno d’emergenza? Hanno visto i fatti. E i fatti, semplicemente, non tornavano.

L’ANOMALIA SUL CAMPO – LE PROVE CHE NON SONO STATE TROVATE PERCHÉ NON ESISTONO

Quando la propaganda si scontra con la fisica, la fisica, alla lunga, vince sempre. Per capire cos’era realmente accaduto, non bisognava ascoltare i portavoce e nemmeno i pennivendoli della propaganda, ma indagare sui rottami.

La prima, colossale anomalia, riguardava la natura stessa degli oggetti caduti. I droni recuperati in Polonia non erano armi, ma droni esca (decoys).

Oggetti leggeri, economici, costruiti con schiuma e compensato, progettati con un unico, umile scopo: farsi abbattere per saturare le difese aeree nemiche e permettere ai veri missili di passare.

Molti di questi relitti sono stati trovati quasi integri. Innocui.

Ora, fermiamoci un istante e usiamo quella facoltà apparentemente in disuso chiamata logica.

Quale stratega sano di mente, al Cremlino o altrove, avrebbe orchestrato una provocazione contro la più potente alleanza militare della storia usando delle pistole ad acqua?

Sarebbe stato come minacciare un T-Rex con un bastoncino. Un’azione del genere era da ritenere un’assurdità tattica dopo il primo secondo. Una barzelletta militare.

A meno che, ovviamente, l’obiettivo non fosse fare rumore, ma senza rompere nulla di veramente importante.

LA TRAIETTORIA IMPOSSIBILE: GEOGRAFIA CONTRO PROPAGANDA

Il secondo chiodo sulla bara della versione ufficiale si trova nella geografia. La matematica, a differenza della politica, non è un’opinione.

I modelli di drone esca in questione avevano un’autonomia stimata di circa 700-800 chilometri. Se avessimo tracciato questo raggio dalle più vicine basi di lancio russe conosciute, il territorio polacco sarebbe risultato al limite estremo, se non oltre, la portata operativa.

Un lancio rischiosissimo e destinato al fallimento.

Se però avessimo provato a spostare il compasso, posizionando il punto di partenza nell’Ucraina occidentale, improvvisamente, la traiettoria non era più solo possibile, ma diventava perfettamente logica, a conferma della nostra analisi sull’accaduto, che ipotizzava il coinvolgimento di Kiev.

I droni avrebbero avuto carburante a sufficienza per raggiungere l’obiettivo, volare per un po’ e cadere.

I SEGRETI SIGILLATI: IL RUMORE DEL SILENZIO

Le autorità polacche e rumene, dopo le dichiarazioni iniziali, si sono chiuse in un silenzio tombale. Un silenzio che fa più rumore di un’esplosione.

Quando le prove scagionano il tuo avversario e puntano il dito verso il tuo alleato, la migliore strategia comunicativa è, evidentemente, non comunicare affatto. Perché l’alternativa significherebbe accusare il vero colpevole: l’Ucraina.

IL CALCOLO STRATEGICO – A CHI È GIOVATA QUESTA ENNESIMA FAKE NEWS CONTRO LA RUSSIA?

Ogni analisi seria parte sempre da una domanda vecchia quanto il mondo: “chi ne trae beneficio?”

La Russia, impantanata in un conflitto estenuante e sotto sanzioni, avrebbe avuto tutto da perdere da un’escalation diretta con la NATO.

Soltanto un dilettante di geopolitica poteva avanzare l’ipotesi che Mosca volesse provocare l’Alleanza atlantica, dunque.

Un’operazione così grossolana, con droni innocui, sarebbe stata strategicamente idiota, offrendo alla NATO il pretesto perfetto per un intervento.

La smentita secca e immediata del Cremlino, in questo contesto, era paradossalmente più credibile del solito e, di certo, più credibile delle accuse mosse da chi ha raccontato di dita usate come baionette e di microchip smontati dalle lavastoviglie ucraine.

LA MOSSA DI KIEV: UN CAPOLAVORO DI DISPERAZIONE

Spostiamo ora lo sguardo su Kiev.

L’Ucraina, eroica nella sua resistenza, si trova in una posizione disperata. La controffensiva non è mai partita, le perdite umane sono immense e il flusso di aiuti occidentali, per quanto massiccio, non è infinito.

L’unica cosa che potrebbe salvare Kiev, come abbiamo ricordato nell’articolo sui droni in Polonia, è l’intervento diretto della NATO.

Ecco che l’ipotesi della false flag da noi esposto fin dal principio adesso smette di essere complottismo e diventava un’opzione strategica quasi obbligata.

D’altronde, le forze ucraine catturano regolarmente droni esca russi quasi intatti. È logico e sensato ipotizzare la cosa più ovvia, cioè che gli ucraini li abbino riprogrammati per una nuova missione e poi lanciati dal proprio territorio verso la Polonia e la Romania.

Una mossa geniale è stata utilizzare esclusivamente droni innocui, per non uccidere cittadini NATO – un atto che sarebbe stato imperdonabile e facilmente smascherabile, decretando la fine di ogni supporto – ma per creare l’incidente perfetto.

Un incidente che sembrasse un attacco russo, che generasse panico e che spingesse l’opinione pubblica occidentale a chiedere “più sicurezza”, quindi un maggiore coinvolgimento nella guerra in Ucraina.

IL SEGRETO INCONFESSABILE

Se l’ipotesi era così logicamente solida, perché ne abbiamo parlato solo noi e pochissimi altri?

Perché la verità è più esplosiva degli stessi droni. E la verità non piace.

Perché bisognerebbe attuare l’Art. 5, proprio come dopo l’attacco al Nord Stream. Ma, proprio come allora, i leader europei fanno finta di nulla. Altro che sicurezza per i cittadini europei!

IL DILEMMA DI WASHINGTON E BRUXELLES

Immaginiamo per un momento che i servizi segreti della NATO avessero capito tutto nel giro di poche ore. Cosa avrebbero dovuto fare?

Beh, smascherare pubblicamente l’alleato ucraino. Ma sarebbe stato un suicidio politico. L’ennesimo.

Il sostegno pubblico, già minato dal tempo e dai fatti, sarebbe imploso.

Come possono spiegare ai cittadini che si stanno svenando per un alleato che inscena attacchi per trascinarli in guerra?

Un’ammissione avrebbe fratturato la NATO. I paesi più cauti, come Germania e Francia, si sarebbero scontrati con i “falchi” Polonia e Baltici, con l’elmetto in testa da mesi.

Raccontare la verità avrebbe regalato a Putin la più grande vittoria propagandistica della sua vita.

Di fronte a questo scenario, la verità comoda dell’ennesima fake è diventata l’unica opzione per i nostri eroi.

Un “incidente” nebuloso, una colpa che si dissolveva nell’aria, una pagina da girare in fretta. Meglio un mistero irrisolto che una certezza catastrofica.

La narrazione dell’attacco russo a scapito della verità. Proprio come le quattro tipologie di cancro di Putin e i muli usati al posto dei mezzi corazzati.

La frontiera orientale della NATO non è stata solo il luogo di un incidente militare, ma il palcoscenico di una sofisticata operazione di guerra ibrida, dove i veri proiettili non erano nei droni, ma nelle narrazioni. Come assistiamo da tre anni e mezzo.

La domanda che resta, terrificante, non è tanto cosa sia caduto dal cielo, ma cosa accadrà la prossima volta che qualcuno, disperato, deciderà di forzare la mano.

Perché, se la disperazione porterà i colpevoli a utilizzare droni carichi, la prossima volta?

IN DEFINITIVA, I DRONI CADUTI IN POLONIA ERANO UN ATTACCO RUSSO?

No. Le prove disponibili lo rendevano altamente improbabile fin dall’inizio, proprio come avevamo ipotizzato.

Ancora una volta, il tempo e i fatti ci hanno dato ragione.

I droni erano del tipo “esca”, privi di esplosivo, e la loro traiettoria era più compatibile con un lancio dall’Ucraina. La narrazione di un attacco russo deliberato è stata ritrattata dalla stessa NATO.

Fine dei giochi. Almeno per ora. Fino alla prossima, disperata, provocazione.

FRANCISCO GOYA, L’ARTISTA DELLA COSCIENZA E IL DOVERE ETICO DELLA RIBELLIONE

Siamo immersi in un’epoca di rumore.

Un frastuono assordante di narrazioni contrapposte, di propaganda che si fa virale, di verità relativizzate fino all’annichilimento.

In tale contesto, la figura dell’artista – il vero artista – non può e non deve essere un semplice decoratore di salotti o un fornitore di intrattenimento. Deve essere la coscienza. Deve essere Goya.

Francisco José de Goya y Lucientes non fu solo un pittore, ma un analista sensibile e spietato che registrò le scosse più violente dell’animo umano, trasformando la tela in un tribunale morale.

La sua opera più emblematica, “Il 3 maggio 1808”, non è un semplice dipinto, ma una diagnosi sociologica ante litteram della violenza del potere costituito contro l’individuo.

Analizziamola, come faremmo con un testo mediatico di oggi.

Un uomo, il ribelle, in camicia bianca, braccia spalancate in un gesto che è insieme crocifissione e sfida disperata. La luce di una lanterna lo illumina, trasformandolo nell’epicentro della verità.

Di fronte, un plotone di esecuzione. Non si tratta di volti, non di uomini, ma di una squadra, di una macchina di morte. Un ingranaggio anonimo e disumano del potere militare.

Il fucile è pronto, puntato. È l’immagine della ragione di Stato che si fa irragionevole follia.

Goya non ritrae un eroe, ritrae un uomo qualsiasi, colto nel momento più tragico della sua esistenza. È la disumanizzazione della macchina da guerra contro l’umanità vulnerabile della vittima.

Questo non è reportage, ma una denuncia fatta di colori e di sangue.

Ma cosa ci comunica Goya? Ci mostra che il potere, quando è indiscutibile, quando elimina il contraddittorio, quando si fa dogma, diventa mostruoso.

La sua serie “I disastri della guerra” è un’enciclopedia visuale dell’orrore prima dell’avvento della fotografia. È il lato oscuro della Storia, quello che i bollettini ufficiali e i comunicati stampa dei potenti cercano sempre di occultare.

E qui arriviamo al ruolo e al dovere dell’artista oggi.

L’artista con la A maiuscola non è un cantore del regime di turno e nemmeno un artigiano che abbellisce salotti.

Non è un pubblicitario di ideologie, perché il suo compito è quello di sollevare il tappeto sotto cui il potere nasconde la sua sporcizia.

Il vero artista è un anticorpo sociale contro il virus della propaganda, della guerra, della semplificazione tossica che soffoca il dialogo.

Oggi le fucilazioni sono più sottili. Sono disinformazione orchestrata. Sono narrazioni che demonizzano il diverso, l’avversario, il “ribelle” di turno. Sono ideologie che promuovono lo scontro, che erigono muri invece di costruire ponti.

L’artista deve forare questi muri con il trapano della sua visione.

Il suo dovere è lottare per la verità? No.

È più profondo. È lottare per la complessità. Per mostrare che il mondo non è bianco o nero, ma è fatto di infinite sfumature di grigio, di ragioni contrapposte, di dolori ugualmente legittimi. Il suo compito è ricordarci l’umanità dell'”altro”, quello che il potere ci chiede di odiare.

È un atto di resistenza umanizzata in un mondo che spinge verso la disumanizzazione.

Pensate alle immagini dei conflitti contemporanei e alle propagande.

Chi ce le mostra, chi le racconta?

Spesso sono algoritmi che ci mostrano ciò che vogliamo vedere, confermandoci i nostri pregiudizi.

L’artista deve essere l’interruzione di quel flusso. Deve costringerci a guardare. A sentire. A mettere in discussione.

Che sia attraverso un dipinto, una fotografia, un film, un’installazione, una performance.

Deve ricordarci il costo umano della retorica bellicosa. Deve essere il campione della pace non come idea astratta, ma come pratica faticosa, quotidiana, fatta di ascolto e accettazione del contraddittorio.

Goya non fermò la guerra con i suoi quadri, ma li ha lasciati a noi come un testamento, una mappa per navigare nell’oscurità.

L’artista moderno eredita quella mappa.

Il suo successo non si misura alle aste di Christie’s, ma nella capacità di piantare un seme di dubbio, di generare una domanda scomoda, di accendere una luce, per quanto fioca, sulle verità sgradevoli del nostro tempo.

Che si tratti di un pittore, di uno scrittore, di un cantautore, di un giornalista, di un attore… non cambia. Chiunque abbia il potere di comunicare può veicolare l’arte del vero.

Essere artisti oggi significa rifiutare la complicità con il silenzio e con le propagande.

Significa scegliere di essere, come Goya, testimoni scomodi. Perché in un’epoca di grandi menzogne, dire la verità è il più rivoluzionario degli atti. E l’arte è la sua arma più potente.