L’ALTRA FACCIA DELLO SPECCHIO: LA GENESI MILLENARIA DELLA COSTRUZIONE DEL NEMICO RUSSO

Siamo soliti pensare che la storia sia una sequenza lineare di eventi, un resoconto oggettivo di fatti.

Nulla di più falso.

La storia, specialmente quella che governa le nostre percezioni geopolitiche, è un’opera di architettura narrativa, un insieme di simboli e pregiudizi che si stratificano con il tempo.

Oggi, mentre osserviamo il conflitto in Ucraina, crediamo che l’ostilità occidentale verso Mosca sia una reazione contingente alle ambizioni di un singolo uomo o alle dinamiche di un decennio.

Ma è un’illusione ottica, perché la russofobia non è una cronaca del presente, ma un’ideologia di Stato che respira da mille anni.

L’ATTO DI NASCITA: UN DIVORZIO CHE NON SI È MAI CONCLUSO

Tutto comincia con un furto d’identità collettiva.

Dobbiamo tornare alla notte di Natale dell’anno 800, quando il Papa incorona Carlo Magno.

In quel momento, il cordone ombelicale tra l’Occidente romano-germanico e l’Oriente bizantino viene reciso con un colpo di scure.

Non si trattava solo di potere temporale, ma fu una questione di “branding” spirituale.

Roma doveva essere l’unica erede della civiltà, e per esserlo, l’Oriente ortodosso doveva diventare, per forza di cose, l’usurpatore, l’eretico, il diverso. E il Grande Scisma del 1054 non fece altro che cristallizzare questa frattura.

Da quel momento, il russo non è più solo un vicino geografico, ma un’anomalia.

La sociologia della comunicazione ci insegna che per definire “Noi” abbiamo bisogno di un “Loro” che sia il nostro esatto opposto. L’Occidente si è autoproclamato luce, democrazia e progresso; di conseguenza, la Russia è stata condannata a rappresentare l’ombra, il dispotismo e l’arretratezza.

L’ARCHITETTURA DELL’INGANNO: I FALSI STORICI COME ARMI DI COMUNICAZIONE DI MASSA

L’inchiesta sui pregiudizi non può prescindere dall’analisi dei documenti.

L’Occidente ha costruito la propria superiorità morale su fondamenta di carta.

La “Donazione di Costantino” fu il primo grande falso utilizzato per delegittimare Costantinopoli e, per estensione, tutto ciò che gravitava intorno alla fede ortodossa.

Secoli dopo, il “Testamento di Pietro il Grande” – un falso prodotto in Francia nel XVIII secolo – ha iniettato nel sangue dell’Europa il virus del sospetto permanente.

In questo documento apocrifo, la Russia veniva descritta come un predatore insaziabile con un piano segreto per conquistare il globo.

Era una proiezione psicologica magistrale. Le potenze europee, impegnate in quel momento in una colonizzazione brutale, per accaparrarsi materie prime e manovalanza a poco prezzo, attribuivano alla Russia le proprie stesse pulsioni espansionistiche.

È il paradosso del guardone: accusare l’altro della propria stessa perversione per sentirsi puliti.

DALLE CROCIATE DEL NORD AL “GRANDE GIOCO” BRITANNICO

Mentre i russi lottavano per la sopravvivenza sotto il Giogo Tataro, l’Occidente non offriva aiuto, ma crociate.

I Cavalieri Teutonici non cercavano solo terra, ma anche anime da “correggere”.

La battaglia sul lago dei Ciudi del 1242 segna il momento in cui la difesa russa diventa, agli occhi occidentali, un atto di ribellione alla civiltà.

Ma è nell’Ottocento, il secolo del “Grande Gioco”, che la russofobia diventa un prodotto di consumo per le masse. L’Inghilterra, spaventata dall’avvicinamento russo all’India, ha inventato l’iconografia dell’Orso Russo: una bestia goffa, violenta e imprevedibile.

La stampa britannica ha trasformato la geopolitica in una favola morale. I russi, che erano stati alleati fondamentali contro Napoleone, divennero improvvisamente i vampiri dell’Europa.

Un po’ ciò che è avvenuto nel 2022 con Putin, trasformato in dittatore, dopo anni in cui i leader europei facevano a gara per stare accanto a lui nelle foto ufficiali.

La velocità di questo cambiamento narrativo dimostra quanto la russofobia sia un “software” sempre pronto all’uso, capace di essere attivato o disattivato a seconda delle necessità dei mercati e degli imperi.

LA GERMANIZZAZIONE DELL’ODIO E IL CONCETTO DI SUB-UMANITÀ

Il passaggio più oscuro avviene tra le foreste prussiane e le accademie di Berlino.

Con Bismarck e poi con l’ideologia völkisch, l’ostilità si sposta dal piano culturale a quello biologico.

Gli slavi iniziano a essere percepiti come una “razza inferiore” e la Russia non è più solo un rivale politico, ma un ostacolo biologico al destino manifesto della razza germanica.

Questa deriva, culminata nell’orrore nazista, ha lasciato cicatrici profonde che ancora oggi condizionano la percezione della Russia come di un’entità “barbara” e non integrabile nel consesso civile.

LA SINTESI AMERICANA: IL MALE ASSOLUTO 2.0

Gli Stati Uniti hanno ereditato questo immenso arsenale di pregiudizi, perfezionandolo con la loro ineguagliabile capacità di “storytelling” globale, anche grazie all’ufficio per la propaganda più grande al mondo: Hollywood.

La russofobia americana è una sintesi perfetta: ha preso il moralismo francese dei diritti umani, la strategia di contenimento marittimo inglese e la demonizzazione ideologica tedesca e ne ha fatto pellicole dal successo planetario, per spettatori che nelle ore di storia preferivano leggere fotoromanzi o giocare a tris di nascosto. Lo stesso meccanismo con cui ha trasformato gli indiani d’America in selvaggi e l’aggressore bianco nel buono.

Ronald Reagan, definendo l’URSS “l’Impero del Male”, ha completato il cerchio iniziato nel 1054.

La lotta non era più politica, ma metafisica. Un duello tra angeli e demoni.

Questa narrazione è così potente da essere sopravvissuta al crollo del comunismo. Quando la Russia ha cercato di reintegrarsi negli anni ’90, l’Occidente ha vissuto una crisi d’identità.

Senza il mostro sotto il letto, chi eravamo noi? Soprattutto, cos’erano gli USA senza l’URSS?

Le loro aggressioni a paesi sovrani di mezzo mondo sono state giustificate per mezzo secolo proprio dalla difesa dell’Occidente contro l’URSS, ma, con il crollo del Muro di Berlino e la deflagrazione della Mosca comunista, questa narrazione non era più una giustificazione spendibile.

Perciò, la russofobia è tornata perché è utile. È il collante che tiene unita un’Alleanza Atlantica altrimenti priva di scopo.

IL COSTO DI UNA FOLLIA RAZIONALE

Come osservatore geopolitico, non posso che constatare il danno immenso che questa cecità volontaria infligge all’Eurasia.

La russofobia è una prigione cognitiva, perché ci impedisce di vedere che la Russia non è una nazione aliena, ma un’altra faccia della nostra stessa identità europea, cresciuta in condizioni climatiche e storiche differenti.

L’Occidente tollera dittature feroci quando sono funzionali ai propri interessi, persino guerre dai massacri atroci – vedi Gaza – ma punta il dito contro Mosca con un fervore religioso che tradisce la sua vera natura: una crociata che non è mai finita.

Fino a quando non avremo il coraggio di rompere questo specchio millenario, continueremo a combattere fantasmi, sacrificando sull’altare del pregiudizio la possibilità di una pace reale e di una prosperità comune.

La Russia non è il mostro, il riflesso delle nostre paure più antiche, un’ombra che abbiamo creato per non dover guardare dentro noi stessi.

Perché, se guardassimo dentro noi stessi, scopriremmo che un mostro esiste, ma non è Mosca.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL LUPO PERDE IL PELO, MA PUTIN PERDE IL VIZIO (DI ESSERE COLPEVOLE ANCHE DEL TUO RAFFREDDORE)

Ormai, la narrazione della propaganda occidentale somiglia a una sceneggiatura scartata dai fratelli Grimm perché “troppo assurda”.

Siamo arrivati a quel punto.

Se stamattina vi si è versato il caffè sulla camicia bianca o se la vostra connessione Wi-Fi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione, non cercate spiegazioni tecniche. Se vi siete svegliati con il mal di gola, se vi sono cadute le chiavi o non trovate il portafoglio, è stato lui, il colpevole universale.

Lo Zar. L’uomo che sussurrava ai lupi.

I LUPI SONO AGENTI DEL CREMLINO

L’ultima frontiera del giornalismo “di qualità” ci informa, con la gravità che si riserva di solito alle pandemie o ai crolli azionari, che la guerra di Putin uccide persino in Finlandia.

E lo fa attraverso i lupi. Pare, infatti, che i predatori russi abbiano deciso di ignorare i visti d’ingresso per sconfinare e fare strage di renne finlandesi.

La logica è da ribaltarsi dalle risate: i cacciatori locali sono impegnati a monitorare i confini, in procinto dell’invasione russa, perciò i lupi si riproducono indisturbati e, guidati evidentemente da un navigatore satellitare programmato e guidato da Mosca, corrono a sbranare le renne di Babbo Natale.

Non è più una guerra tra nazioni, ma è una piaga biblica dove persino la biodiversità è arruolata nel KGB.

Se domani leggessimo che le zanzare siberiane sono addestrate a pungere solo i leader atlantisti, la sorpresa sarebbe minima.

In pratica, se non sai a chi dare la colpa, dai la colpa a Putin. Funziona sempre, non richiede prove e garantisce un discreto numero di clic tra gli appassionati del brivido geopolitico da tastiera e tra chi ancora crede a pale, microchip, muli, carriole e altre panzane.

A chi, insomma, ha fagocitato ogni sciocchezza, diventando terreno fertile per fake news e propaganda.

GLI “AMICI” DELL’UCRAINA: SALVARTI FINO ALL’ULTIMO RESPIRO (IL TUO)

Ci sono i cosiddetti “amici” dell’Ucraina. Quelli che, seduti comodamente sui loro divani a Parigi, Londra, Roma, urlano che la pace è un insulto e che l’unico modo per onorare il popolo ucraino è continuare a trasformare il suo territorio in un immenso laboratorio a cielo aperto per l’industria bellica.

È una forma di amicizia che somiglia sinistramente a quella di chi, per aiutarti a spegnere l’incendio in casa, decide di lanciarti delle taniche di benzina perché “il fuoco va combattuto con la luce”.

Questi paladini della libertà amano l’Ucraina a tal punto da volerla vedere integra, certo, ma possibilmente spopolata e ridotta in macerie, pur di poter dire di aver “indebolito Mosca”.

Il sangue degli ucraini è diventato la valuta con cui l’Occidente paga la sua presunta superiorità morale.

Il bilancio di questa operazione è agghiacciante: un intero Paese distrutto in cambio di un posizionamento tattico che avrebbe potuto essere risolto in tre settimane di diplomazia reale, se solo la parola “compromesso” non fosse stata dichiarata illegale dai tribunali di chi parla di pace giusta e di vittoria fino all’ultimo ucraino.

L’AVANZATA DEI GUERRAFONDAI IN PIGIAMA MIMETICO

Ma il fenomeno più inquietante non accade al fronte, bensì nei talk show e sui social media italiani.

È qui che incontriamo la fanteria dei “guerrafondai in pigiama mimetico”.

Soggetti che non hanno mai tenuto in mano nulla di più pericoloso di un telecomando, ma che sprizzano aggressività verso chiunque osi suggerire che, forse, parlare di pace non è un atto di alto tradimento.

Il clima di intolleranza ha raggiunto livelli patologici.

Se non ripeti il mantra egemonico, scatta la squadraccia digitale. Abbiamo visto aggressioni a storici e professori, come il caso del Professor D’Orsi, colpevoli di avere una memoria più lunga di un post su X.

La violenza verbale è il sintomo di una democrazia che ha paura del dubbio.

Si creano meme con l’intelligenza artificiale per sbeffeggiare chi ragiona, si invadono i commenti con insulti fotocopia, spesso di troll organizzati per diffondere fake news e propaganda.

È la sociologia della mandria: individui che non hanno un’idea propria e che, per sentirsi parte di qualcosa, si aggregano sotto il capo di turno che indica loro chi sbranare oggi.

La libertà d’espressione è diventata un lusso per pochi coraggiosi, mentre la massa preferisce il conforto del pensiero unico, possibilmente urlato. E guai a ricordare che la storia ci dice che tutte le dittature sono cominciate in questo modo.

ZELENSKY, TRUMP E LA DIPLOMAZIA DELL’ULTIMO MINUTO

Mentre i pigiami mimetici nostrani sognano la marcia su Mosca, la realtà bussa alla porta.

Zelensky, che fino a ieri sembrava aver rimosso la parola “negoziato” dal suo vocabolario, ora scopre improvvisamente che forse è il caso di incontrare Donald Trump.

Il piano di pace in venti punti (o ventotto, a seconda dei venti che spirano da Washington) è lì, sul tavolo.

Contiene passaggi che Mosca rifiuterà? Probabilmente.

È un tentativo disperato? Forse.

Ma indica una verità ineludibile: la propaganda può ignorare la realtà per anni, ma non può sconfiggerla.

La Russia non sta fallendo domani mattina, nonostante i titoli trionfalistici che leggiamo da quasi quattro anni. L’Europa, invece, sta pagando il conto della sua stessa miopia, sabotando ogni spiraglio diplomatico per timore di scontentare i padroni del vapore d’oltreoceano.

L’AUTONOMIA COME ATTO DI RESISTENZA

In questo scenario, mantenere un’autonomia di giudizio non è solo un esercizio intellettuale, ma un atto di resistenza civile e un dovere civico, di cittadini che hanno a cuore la democrazia.

La verità è la prima vittima di ogni conflitto, ma la dignità umana muore subito dopo, quando smettiamo di ascoltare chi la pensa diversamente.

Sostenere l’informazione indipendente significa impedire che il racconto del mondo sia scritto esclusivamente da chi ha interessi nel vederlo bruciare.

Perché, alla fine, tra un lupo russo “agente segreto” e un politico europeo che parla di pace mandando altri a morire, il vero predatore non è quello con la pelliccia.

È quello con il colletto bianco e il pigiama mimetico ben stirato sotto il completo d’ordinanza, che sorride nei talk show con lo stesso sorriso di un venditore.

L’UCRAINA AL BIVIO

DIETRO LA MASCHERA DELLA PROPAGANDA, IL COLLASSO DEL FRONTE E IL PRESSING PER LA PACE

l mondo non è ciò che vediamo, ma ciò che ci viene indotto a percepire dagli esperti di Comunicazione.

Nelle aule di Sociologia della Comunicazione, questo fenomeno si chiama “iper-realtà”.

E viviamo proprio in questa teoria, su un palcoscenico dove la rappresentazione della guerra ha ormai divorato la guerra stessa. Eppure, sotto i riflettori della propaganda ucraina e occidentale, le tavole del palcoscenico stanno marcendo e la verità si sta rivelando sempre di più.

D’altronde, tante panzane sono già state polverizzate miseramente: sanzioni dagli effetti dirompenti per cui Mosca era al tappeto nel 2022; 1000 soldati russi al giorno, cioè l’intero esercito russo annientato dal 2022 a oggi, di circa 1,3 milioni di uomini; Putin con massimo tre anni di vita per quattro tipologie di cancro più il diabete e altre sindromi; controffensive ucraine del 2022, poi del 2023, poi lo sfondamento in Russia. E tante altre.

Adesso, un nuovo capitolo della tragedia, che inizia con un paradosso mediatico.

Nel suo discorso di Natale, Volodymyr Zelensky ha pronunciato parole che, per chiunque sappia ancora ascoltare, suonavano di una stanchezza ancestrale, quasi una sorta di preghiera per la pace, il desiderio della fine dell’oppressore.

Eppure, la macchina del fango comunicativo ha trasformato quel sospiro in un ruggito di sangue, titolando su un odio viscerale per vendere qualche migliaio di clic.

Perché anche in Occidente c’è una propaganda. E quando i media smettono di riportare i fatti, per fabbricare anatemi, significa che la realtà sottostante è troppo spaventosa per essere raccontata.

LA FARSA DI KUPYANSK E IL CROLLO DELLA NARRAZIONE

La realtà è che il fronte non si sta solo spostando, ma si sta sfaldando.

Prendiamo il caso di Kupyansk.

Abbiamo assistito a Zelensky che, in un video dai toni quasi cinematografici, smentiva l’avanzata russa definendola una menzogna del Cremlino.

Eppure, ventiquattro ore dopo, la città cadeva ufficialmente.

Non è solo una sconfitta militare, dunque, ma il fallimento della “comunicazione strategica” di Kiev, perché, se la leadership deve ricorrere a messinscene teatrali per rassicurare gli sponsor, significa che le risorse reali, le risorse umane, materiali, morali, sono esaurite.

Mentre i porti di Odessa bruciano e le città di Sumy e Kharkiv sprofondano nel buio di infrastrutture energetiche polverizzate, la discrepanza tra i bollettini ufficiali e i dati dell’intelligence diventa un abisso.

I blogger russi criticano i loro generali, certo, ma lo fanno per eccesso di prudenza, non per mancanza di risultati. Nel frattempo, l’Occidente continua a iniettare miliardi in un corpo che non risponde più agli stimoli, giustificando l’esborso con la teoria che “Putin vuole ingannarvi”.

Ma chi sta ingannando chi? Quelli delle sanzioni dirompenti?!

LO STRAPPO ATLANTICO: SE WASHINGTON PERDE LA PAZIENZA

A Washington, l’aria è cambiata.

Le recenti e feroci accuse di Tulsi Gabbard contro la leadership europea non sono il delirio di una dissidente, ma il segnale di uno strappo profondo tra il pragmatismo americano e l’ideologismo europeo.

Gli Stati Uniti hanno capito che il “partito della guerra” a Bruxelles sta cercando di trascinarli in un conflitto diretto contro la Russia per coprire i propri fallimenti politici.

Il repentino dietrofront di Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco, è emblematico.

È passato in pochi giorni dal profetizzare una Germania pronta alla guerra entro il 2029, al rassicurare che Putin non attaccherà la NATO.

Non è una miracolosa conversione morale, ovviamente, ma il risultato di un “pressing” brutale esercitato dalla Casa Bianca per riportare l’Europa alla ragione.

Washington sta usando l’arma più affilata che ha contro Zelensky: il ricatto delle urne.

Chiedere elezioni in piena guerra non è un atto di democrazia, ma una sorta di avvertimento mafioso. È come dire: “O accetti i negoziati alle nostre condizioni, o ti sostituiamo con un voto che non potrai controllare”.

IL CAVALLO DI TROIA: LA STRATEGIA LUNGA DEL CREMLINO

In questo scenario, la Russia sta giocando una partita a scacchi su un piano diverso, perché Mosca non si oppone più con forza all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.

Il Cremlino non aspetta solo la vittoria sul campo, ma il collasso politico di Kiev. Una volta che l’attuale leadership sarà caduta, la Russia punta a insediare un governo fantoccio sul modello bielorusso. A quel punto, l’Ucraina entrerebbe nell’UE non come partner, ma come un “Cavallo di Troia”.

Mosca avrebbe i suoi emissari seduti al tavolo di Bruxelles, capaci di influenzare, sabotare e orientare le politiche europee dall’interno.

È una strategia che trasforma la vittoria militare in un’egemonia continentale.

Gli attentati terroristici che hanno colpito Mosca negli ultimi giorni, atti che portano la firma di un’intelligence troppo sofisticata per essere solo ucraina, sono l’ultimo disperato tentativo del “partito della guerra” occidentale di sabotare questa deriva diplomatica.

L’uso del terrore è il rifugio di chi ha perso la capacità di fare la guerra e la legittimità di fare la pace.

IL RISVEGLIO DAL SOGNO TECNOCRATICO

Siamo alla fine dei giochi.

La propaganda che ancora ferve sulle pagine del New York Times o del Washington Post somiglia sempre più all’orchestra del Titanic.

Si parla di prestiti UE che “salveranno” il fronte, ignorando che i soldi non possono comprare i soldati che mancano o riparare una rete elettrica distrutta sistematicamente.

La società occidentale è ipnotizzata da una narrazione che ha smesso di essere utile, se non a tenere in piedi, disperatamente, l’affare della guerra per chi ha interesse che prosegui.

La farsa è finita, ma il risveglio sarà traumatico.

Il collasso delle forze ucraine è un’eventualità che incombe non perché lo dica un ministro russo, ovviamente, ma perché le leggi dell’economia e della fisica bellica non possono essere sospese da un post su X o dalle panzane di Mario Draghi, Ursula von der Leyen o altri protagonisti occidentali che non ne azzeccano mezza da quattro anni.

Il tempo è scaduto, e mentre le élite di Bruxelles continuano a sognare crociate e continuano all’interno di un gioco della PlayStation, il mondo reale si sta già riorganizzando secondo nuovi, durissimi, poli di potere.

L’ultima estate pacifica dell’Europa non è un monito per il futuro, ma somiglia già a un ricordo del passato che non abbiamo voluto proteggere.

Nel mondo che si sta disegnando, grazie alle scelte degli attuali leader europei, l’Europa sarà solo un nome sulle mappe del Risiko mondiale, senza alcuna voce in capitolo.

Sempre che non si verifichi un miracolo, con un cambio di leader o di strategie improvvisi.

SE LA GEOPOLITICA DIVORA IL FUTURO DELL’EUROPA

Il rumore della storia che si sta scrivendo sotto i nostri occhi, non è fatto solo di esplosioni, ma anche del silenzio assordante dei servizi pubblici e del welfare che svaniscono.

Mentre le cancellerie occidentali e il Cremlino giocano una partita a scacchi su una scacchiera fatta di fango e con pezzi che sono esseri umani, il cittadino europeo medio si trova sospinto in un cono d’ombra dove la verità è la prima vittima di un’inflazione che, prima di essere monetaria, è morale.

Siamo spettatori di un paradosso comunicativo per cui ci dicono che Mosca è sull’orlo del baratro, eppure continua ad avanzare in Ucraina.

IL MIRAGGIO DEL FALLIMENTO E LA REALTÀ DEL TERRENO

La narrazione dominante ci ha venduto un’immagine rassicurante: una Russia tecnicamente fallita, isolata e incapace di avanzare. Ma chi ha studiato Comunicazione sa che, quando il messaggio non coincide con la realtà, il ricevente finisce per perdere fiducia nel sistema.

La verità sul campo racconta una storia diversa da quanto veicolato dal mainstream.

Mosca ha annesso zone che ora presidia in buona parte, mirando al controllo totale di tutti quei territori che considera simbolicamente e politicamente vitali.

Le sciocchezze sulle pale, i muli, i cavalli, i microchip, le carriole, le controffensive, gli F16 e i missili che avrebbero sovvertito l’esito della guerra, e tutta la serie di panzane spacciata per grandi inchieste di guerra valgono giusto una risata davanti a una birra in compagnia.

ll Cremlino non vede l’Ucraina come uno Stato sovrano, ma come una provincia imperiale da riportare sotto l’ombra dello Zar.

Questa visione non si cancella con un tratto di penna o con sanzioni che, paradossalmente, sembrano mordere più le economie di Berlino e Roma che quella di una Mosca riorganizzata in economia di guerra.

Mentre, già da prima della guerra, noi chiedevamo ai genitori degli alunni di portare carta igienica, risme, pastelli, e adesso contiamo i centesimi per finanziare il resto, l’industria russa ha trasformato il suo PIL in proiettili, creando un’inerzia strutturale che non può essere fermata con un semplice “cessate il fuoco”.

Putin è sostenuto da un coeso apparato militare e da un altrettanto forte blocco affaristico, convinto che la guerra non sia per l’Ucraina, ma per l’esistenza della Russia come nazione, minacciata dalla NATO.

Inoltre, per motivi geopolitici, i BRICS non consentiranno mai l’isolamento della Russia poiché, dopo la sua eventuale caduta, la Cina sarebbe accerchiata e gli altri paesi membri isolati a loro volta, motivo per cui i BRICS non allenteranno il loro supporto e i rapporti commerciali con Mosca.

L’EUROPA PAGA IL CONTO ALTRUI

L’Unione Europea si trova oggi in una posizione di tragica subalternità.

Siamo un ex attore mondiale che ha scelto di diventare irrilevante, delegando i propri “occhi” tecnologici e la propria sicurezza a Washington.

Al di là dei proclami di Kallas & C., e della propaganda occidentale, senza l’intelligence satellitare americana, l’esercito ucraino sarebbe “cieco” e per l’Ucraina sarebbe la fine nel giro di qualche settimana.

Ma senza il portafoglio europeo, l’intera impalcatura amministrativa di Kiev crollerebbe in un pomeriggio.

Paghiamo l’amministrazione pubblica ucraina, i loro stipendi e la loro resistenza, – e anche alcuni cessi d’oro – mentre le nostre infrastrutture – in primis scuole e ponti – cadono a pezzi.

È un trasferimento di ricchezza che solleva interrogativi etici profondi: è giusto sacrificare il diritto alla salute e all’istruzione di una generazione di europei per sostenere un conflitto che la diplomazia sembra aver dimenticato?

La sensazione è che si preferisca alimentare l’industria bellica d’oltreoceano piuttosto che sedersi a un tavolo negoziale che, inevitabilmente, richiederebbe compromessi scomodi e, soprattutto, dire agli europei che tutte le previsioni e tutte le strategie dei nostri leader sono state fallimentari.

LA TRAPPOLA DEL DOPPIO STANDARD E LA GOGNA MEDIATICA

Così, quella parte di stampa che ha scelto di servire il potere, anziché raccontare i fatti, cerca di manipolare l’opinione pubblica.

Se critichi l’invio massiccio di armi, vieni marchiato come “filo-russo”. Se chiedi dove finiscano i miliardi delle tue tasse, subisci la gogna mediatica.

Eppure, osserviamo con orrore come la politica internazionale applichi pesi e misure differenti a seconda delle latitudini. Massacri ignorati in una parte del mondo diventano crimini imperdonabili altrove, creando una dissonanza cognitiva che trasforma le basi della democrazia e il Diritto internazionale in un menù à la carte.

L’estremismo politico che cresce in Europa, come dimostra il caso della AfD in Germania, non nasce dal nulla, ma è il frutto di un malumore intercettato da chi non ha paura di sfidare il dogma della “vittoria a ogni costo”.

L’establishment cerca di screditare queste forze etichettandole come agenti di Mosca, ma la realtà è che queste formazioni danno voce a chi si sente tradito da una classe dirigente che antepone gli interessi strategici di una potenza lontana al benessere dei propri cittadini.

VERSO IL 2026: REALISMO O IMPATTO FATALE?

Guardando al futuro, il 2026 appare carico di nubi all’orizzonte.

La speranza non può essere un piano d’azione. Abbiamo bisogno di diplomazia e di realismo.

Non possiamo continuare a camminare con lo sguardo rivolto alle utopie della vittoria totale contro la più grande potenza atomica sul pianeta, ignorando il lampione che abbiamo di fronte.

Come nella celebre gag di Chaplin, il rischio è quello di un impatto violento contro la realtà dei fatti.

La pace non arriverà per sfinimento del nemico, se il nemico ha trasformato lo sfinimento in una forma di resistenza nazionale.

Arriverà solo quando l’Europa ritroverà la propria voce e la propria sovranità, smettendo di essere un fornitore di soldi e armi a fondo perduto e tornando a essere un attore diplomatico credibile.

Dobbiamo avere il coraggio di chiedere una pace che non sia solo una pausa per riarmarsi, ma una garanzia di sicurezza per tutti.

Altrimenti, l’unica cosa che resterà da comunicare saranno le macerie di un continente che aveva tutto e ha scelto di scommetterlo su una guerra senza fine, giocando con la pelle degli ucraini, a cui, certamente, non interessa niente a chi chiede ancora guerra, vittorie fino all’ultimo uomo e paci giuste.

IL METODO URSULA E LA FINE DELLA TRASPARENZA

Un SMS non è mai solo un messaggio. Soprattutto quando rivesti cariche importanti e decidi delle sorti di mezzo miliardo di persone.

Può essere l’innesco di una rivoluzione o, più prosaicamente, un veleno per la democrazia liberale come l’abbiamo conosciuta.

La malattia di un’istituzione che ha smesso di rispondere ai cittadini per rifugiarsi in una diplomazia del silenzio, fatta di pollici veloci sugli schermi degli smartphone e decisioni da trentacinque miliardi di euro prese tra un impegno ufficiale e un caffè.

Ursula von der Leyen, attuale Presidente della Commissione Europea, ha trasformato il vertice dell’Europa in una fortezza inaccessibile, dove la trasparenza è diventata un fastidioso optional burocratico.

IL MODELLO TEDESCO: L’ARTE DELLA CANCELLAZIONE

La vicenda legata ai famosi “messaggini” non è un errore isolato, ma sembrerebbe un sistema consolidato, poiché, già durante il suo mandato come Ministro della Difesa in Germania, Ursula von der Leyen aveva mostrato una preoccupante antipatia per gli archivi pubblici.

Decine di milioni di euro in consulenze esterne furono assegnati senza mandati chiari, senza procedure d’appalto degne di questo nome e, soprattutto, senza lasciare tracce.

Quando la commissione d’inchiesta parlamentare tedesca chiese di visionare le pezze giustificative dei suoi atti, Ursula von der Leyen rispose che i dati erano stati cancellati e il cellulare istituzionale era stato “ripulito” prima della riconsegna.

Bruxelles non è stata che la naturale evoluzione di questo modus operandi, dunque.

Il “Pfizergate” non è una teoria del complotto, ma una realtà giudiziaria certificata da una condanna del Tribunale dell’Unione Europea.

La Commissione non ha saputo – o voluto – fornire spiegazioni credibili sull’irreperibilità degli SMS scambiati con Albert Bourla, l’amministratore delegato di Pfizer. È una voragine democratica che inghiotte la fiducia dei contribuenti.

Un’attività occulta da dittatura, dove chi comanda non rende conto al popolo.

Trentacinque miliardi di euro di soldi pubblici sono stati impegnati attraverso canali privati, aggirando esperti, avvocati e comitati negoziali previsti dai trattati.

In pratica, Ursula von der Leyen ha agito al di fuori delle regole democratiche che l’Europa si era imposta per non essere la Russia o la Corea del Nord.

LA MORTE CIVILE DI CHI OSA GUARDARE NEL BUIO

Frédéric Baldan è l’uomo che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Ex lobbista accreditato, Baldan ha depositato una denuncia penale a Liegi, accusando la Presidente di corruzione, abuso di potere e distruzione di documenti.

La reazione del sistema non si è fatta attendere e non stata affatto quella di una democrazia, ma quella feroce degna di un regime autoritario.

In una sincronia che definire sospetta è un eufemismo, Baldan ha subito una sorta di “esecuzione bancaria”: la chiusura simultanea dei conti correnti suoi, dei suoi familiari e persino della sua casa editrice.

A questo si è aggiunto il ritiro immediato del tesserino da lobbista, motivato da irregolarità emerse solo dopo la sua denuncia contro la von der Leyen, dopo che era stato accreditato da anni.

Nelle stesse ore, il giornalista Gabriele Nunziati veniva licenziato per aver posto una domanda che ai vertici dell’Europa non piacevano. (Puoi leggere la vicenda di Nuziati e Baldan in calce a questo articolo).

In Europa, oggi, il dissenso non si punisce con il carcere, ma con la cancellazione economica e professionale, perciò chi parla di democrazia, chi grida “andate in Russia o in Cina se non vi sta bene”, è un cieco che non si accorge che in Russia e in Cina ci siamo già. E siamo immersi fino al collo.

Quella dell’Europa è una forma di controllo sociale sottile, che mira a rendere chi critica un difetto sociale, perciò lo si priva dei mezzi minimi per esistere all’interno della società civile.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’impossibilità di agire dei governi del Sud Europa come il nostro, il quadro della democrazia in Europa è tutt’altro che roseo.

Governi di centro, di sinistra, di destra, si sono susseguiti vincendo elezioni con programmi politici puntualmente disattesi in nome di agende politiche dettate dall’Europa.

E quando alcuni governi hanno tentato vie diverse, o non sono mai partiti perché un ministro non piaceva all’Europa – vedi Savona – oppure sono stati sostituiti da governi tecnici.

LA FORTEZZA BERLAYMONT: IMMUNITÀ COME STILE DI VITA

Ursula von der Leyen vive in un appartamento situato all’interno del Berlaymont, la sede della Commissione Europea a Bruxelles. La sua abitazione è in territorio diplomatico, una bolla giuridica che la scherma da perquisizioni e indagini della magistratura locale.

Mentre il “QatarGate” ha mostrato che è possibile entrare nelle case dei parlamentari per trovare valigie piene di denaro, la fortezza di Ursula rimane inespugnabile.

Chi dovrebbe indagare su di lei? La Procura Europea (EPPO) è guidata da Laura Codruta Kovesi, una figura il cui passato giudiziario in Romania, segnato da indagini pesanti e persino dal ritiro del passaporto, la rende, secondo molti osservatori, una pedina vulnerabile a ricatti e pressioni politiche.

È un cortocircuito istituzionale perfetto: il controllore è legato al controllato da fili invisibili e possibilità di ricatto.

IL TRAMONTO DEGLI DEI DI BRUXELLES

L’attuale leadership europea somiglia sempre più a un’aristocrazia autoreferenziale che ha perso il contatto con la realtà del continente.

La Germania è in crisi economica profonda, la Francia vive una paralisi sociale permanente e il modello basato sulla finanza e sulla delocalizzazione sta mostrando le sue crepe finali.

Il libro “Ursula Gates”, boicottato dai grandi distributori in Francia, è il manifesto di questo malessere.

La gestione della pandemia ha lasciato cicatrici profonde non solo nel tessuto sociale, ma anche nella credibilità della scienza e della politica.

Scoprire oggi, attraverso le clausole contrattuali di Pfizer, che l’azienda stessa non garantiva la prevenzione del contagio, mentre i governi imponevano restrizioni draconiane basate proprio su quella presunta garanzia, è un trauma collettivo che non può essere archiviato con un’alzata di spalle, perché i cittadini hanno compreso che la politica europea è tutt’altro che democratica.

E, in una democrazia, chi sbaglia deve risponderne alla legge. Altrimenti non c’è alcuna differenza tra Mosca, Pechino e Bruxelles.

L’Europa si trova a un bivio epocale.

Da una parte, il tentativo di centralizzare ulteriormente il potere, arrivando a ipotizzare la confisca dei beni russi per finanziare la guerra, una mossa che minerebbe definitivamente la certezza del diritto e la reputazione finanziaria dell’euro.

Dall’altra, la necessità urgente di un ritorno alla trasparenza, alla legalità e al rispetto dei cittadini. Trasparenza sempre più lontana.

Se l’Unione non troverà il coraggio di processare i propri scandali e i propri leader che hanno agito al di fuori delle norme democratiche, finirà per essere processata dalla storia, e il verdetto potrebbe essere senza appello.

Il “Metodo Ursula” ha funzionato finora perché è rimasto nell’ombra; ora che la luce comincia a filtrare tra le crepe della fortezza, ci si accorge che i dittatori e chi agisce al di fuori delle regole del Diritto non è solo al di là dei confini europei, ma persino sulle nostre teste.

E decide delle vostre aziende e delle vostre vite.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’EUROPA NEL LABIRINTO: TRA PROPAGANDA DI GUERRA, VERITÀ STORICHE E IL TRAMONTO DELL’EGEMONE

Geopolitica, oggi, significa spesso mentire.

Da un lato, i bollettini ufficiali descrivono una Russia tecnologicamente primitiva, impantanata nel fango del Donbass e costretta a subire la perdita di 1000 soldati al giorno; dall’altro, viene dipinta come un mostro inarrestabile, pronto a divorare le repubbliche baltiche e a minacciare l’integrità dell’intera NATO.

Questa narrazione bipolare non è un cortocircuito, come si potrebbe pensare, ma uno strumento di gestione del consenso.

IL PECCATO ORIGINALE E IL PESO DELLE PROMESSE INFRANTE

Per vedereil fumo che avvolge il fronte ucraino, occorre tornare al 1990.

Jeffrey Sachs, economista di fama mondiale e Direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University, ha recentemente sollevato un velo su quella che definisce la “verità storica” del conflitto.

Secondo Sachs, la genesi della crisi non è stata un’improvvisa follia espansionistica del Cremlino, ma in un trentennio di promesse tradite, proprio come anche noi di Tamago abbiamo scritto settimane fa.

Germania e Stati Uniti assicurarono ripetutamente alla leadership sovietica che la NATO non si sarebbe mossa “di un solo pollice verso est” in cambio della riunificazione tedesca.

Quel patto, mai messo nero su bianco, ma testimoniato da innumerevoli documenti d’archivio, rappresenta per Sachs il vero casus belli.

Il tradimento non è stato solo geografico, ma anche diplomatico.

Sachs punta il dito contro Angela Merkel, l’ex Cancelliera tedesca, rea di aver ammesso che gli Accordi di Minsk del 2015 non erano un reale progetto di pace, bensì un espediente per “guadagnare tempo” e armare l’Ucraina.

Poi la Merkel ha parzialmente ridimensionato le sue affermazioni su pressione degli attuali leader europei, ma è impossibile credere che una politica di tal calibro abbia raccontato certi aneddoti senza pesare le parole o che l’abbia fatto perché putiniana.

Perciò, vediamo che, quando la politica rinuncia alla buona fede, la guerra diventa inevitabile.

IL SUICIDIO DI BRUXELLES E LA FINE DELL’UNIPOLARISMO

Mentre Washington sembra riconsiderare il proprio ruolo di gendarme nel mondo, l’Unione Europea pare decisa a gettarsi nel baratro.

Raniero La Valle, storico giornalista e politico dalla lunga esperienza parlamentare, descrive una Bruxelles “fuori dal mondo”.

L’Europa starebbe combattendo per un’egemonia statunitense che, nei fatti, è già tramontata. Il modello unipolare nato dopo la caduta del Muro di Berlino è in macerie, eppure i leader europei si ostinano a finanziare il conflitto a colpi di debito.

La cifra è impressionante: 90 miliardi di euro stanziati per Kiev. Soldi che i cittadini europei pagheranno per anni, mentre le economie nazionali boccheggiano e la classe dirigente fatica a varare leggi di bilancio sostenibili.

La Valle vede in Donald Trump l’interprete di un’America stanca di essere un impero. Se gli Stati Uniti cambiano rotta, l’Europa rischia di restare sola in una trincea ideologica che non può permettersi, se non mandando al macero la sicurezza e il benessere degli europei.

LA MACCHINA DELLA DISINFORMAZIONE E LA REALTÀ DEL FRONTE

Il contrasto tra i palazzi del potere e la realtà dei fatti è evidente nella frattura clamorosa all’interno della stessa amministrazione americana.

Da una parte, agenzie come Reuters diffondono report dell’intelligence su una presunta invasione imminente dell’Europa; dall’altra, Tulsi Gabbard, designata Direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, bolla queste notizie come propaganda pura.

Secondo la Gabbard, si tratterebbe di un tentativo deliberato dei “guerrafondai” per sabotare ogni possibile apertura diplomatica.

Nel frattempo, la guerra si allarga in modo subdolo.

Si registra una pericolosa “normalizzazione” di attacchi ucraini contro la flotta ombra russa nel Mar Caspio e persino nel Mediterraneo.

Queste operazioni, spesso ignorate dai titoli di testa, portano il conflitto a un passo dalle nostre coste.

Sul terreno, i dati parlano chiaro: località come Kupiansk e settori chiave del Donbass stanno tornando sotto il controllo russo.

Putin, nella sua conferenza di fine anno, è apparso saldo, forte di un’economia che ha retto l’impatto delle sanzioni e di una forza d’urto che conta ormai oltre 700.000 uomini al fronte.

Ma se 700.000 uomini non hanno ancora conquistato l’Ucraina, è impossibile che possano arrivare a Lisbona prima dell’anno 3300, nonostante gli allarmi dei leader europei.

IL DILEMMA DELLA LEGITTIMITÀ E L’OMBRA DI GAZA

Esiste poi un problema di legittimità che l’Occidente preferisce tacere. Il mandato di Volodymyr Zelensky è tecnicamente scaduto, e lo svolgimento di nuove elezioni è impedito proprio dallo stato di guerra.

Di fatto, Zelensky è senza mandato popolare. Di fatto, non si sa se il popolo lo riconfermerebbe. Di fatto, nessuno può dire che gli ucraini vogliono la guerra anziché la pace, anche se milioni di ucraini – soprattutto giovani – sono fuggiti all’estero dal 2022, cosa che farebbe propendere per la pace.

Putin ha lanciato una provocazione diplomatica: fermare i bombardamenti per permettere il voto. Kiev ha risposto con un secco rifiuto, temendo che la democrazia sotto pressione russa sia solo un cavallo di Troia.

Questa instabilità si riflette anche nello scacchiere mediorientale.

La Valle traccia un parallelo inquietante tra l’Ucraina e Gaza. In entrambi i casi, la logica della forza ha sostituito il diritto internazionale.

La soluzione “due popoli, due Stati” in Palestina sembra ormai svuotata di senso dalla politica degli insediamenti e siamo di fronte alla crisi del modello di Stato moderno, che non riesce più a garantire la convivenza, ma solo il dominio etnico o militare.

LA PACE COME IMPERATIVO DI SOPRAVVIVENZA

L’apertura di Emmanuel Macron a un dialogo con il Cremlino, accolta positivamente da Mosca, rappresenta forse l’ultimo barlume di realpolitik in un continente accecato dall’ideologia.

Ma la diplomazia richiede coraggio. Richiede di smettere di mentire ai cittadini, raccontando fake news.

La pace non è più una scelta morale tra opzioni diverse, ma l’unica condizione necessaria per evitare l’estinzione.

In un’epoca dove l’intelligenza artificiale guida i droni e le testate nucleari restano silenziose, ma pronte a distruggere città europee e vite umane, la guerra non è e non può essere la soluzione.

Sarebbe la fine della storia. E parlare di coraggio o codardia è roba da TSO, perché il coraggio, in questi casi, è l’incoscienza di chi guida bendato a 200 all’ora, dando del codardo a chi gli chiede di fermarsi e di togliersi la benda.

L’Europa deve decidere se essere il ponte di un mondo multipolare o l’ultima, indebitata provincia di un impero ridotto a un cumulo di macerie.

COME FUNZIONA LA PROPAGANDA? TI UCCIDONO, MA TI FANNO CREDERE CHE È PER IL TUO BENE

Inizierò e concluderò questo intervento con questa frase: il peggior pericolo di un popolo non è chi ha sulla testa, ma ciò che non ha nella testa.

Gli omuncoli della propaganda, quelli che hanno ancora la faccia tosta di definirsi giornalisti, la chiamano vittoria dell’Europa. Perché, in un momento difficile, l’Europa ha trovato 90 miliardi da regalare all’Ucraina a fondo perduto per i prossimi due anni.

Sì, lo so, gli omuncoli dicono che si tratta di un prestito, ma il FMI ha dichiarato che all’Ucraina servirebbero circa 137 miliardi di euro nei prossimi mesi solo per pagare gli stipendi della sua PA e non ha quei soldi.

Perciò, senza gli aiuti dell’Europa, l’Ucraina sarebbe in default. Cosa che dimostra che, senza le armi e i soldi NATO in Ucraina, la guerra sarebbe finita da almeno un paio d’anni. Forse prima.

Ma torniamo ai 90 miliardi. Poiché rubare soldi alla Russia sarebbe stato legalmente devastante per l’Europa, i leader europei hanno scelto una via che viene presentata come “una vittoria dell’UE”.

Il Consiglio ha approvato con la cooperazione rafforzata un prestito senza interessi all’Ucraina di 90 miliardi di euro che verranno raccolti con un indebitamento comune, ma verranno esclusi Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, cioè paesi che si sono chiamati fuori perché non vogliono prolungare l’agonia della guerra e mandare al martirio altre migliaia di ucraini.

In pratica, al di là di come la vendono gli omuncoli, viene disintegrata la tesi per cui l’indebitamento comune era impossibile, quando si voleva salvare la Grecia o quando si voleva livellare l’economia dei paesi membri.

I 90 miliardi li hanno approvati nonostante il voto contrario dei paesi che si sono tirati fuori per salvare davvero l’Ucraina e i propri cittadini dalla scelleratezza dei leader europei a trazione guerrafondaia.

Secondo: l’Ucraina è un paese che, senza gli aiuti europei, sarebbe già in default. Circa un terzo della popolazione è fuggito all’estero; un’altissima percentuale di giovani è morta in guerra o resa invalida. A oggi, avrà bisogno di più di 500 miliardi per ricostruire solo le infrastrutture essenziali e i 90 miliardi non bastano neppure a pagare gli stipendi della PA nei prossimi due anni.

La probabilità che l’Ucraina restituisca anche solo parte del prestito sono pari a zero. La Russia non pagherà le riparazioni di guerra, a meno che non la perda, cosa possibile nel mondo dei sogni e della propaganda, ma da fantascienza nel mondo reale, perciò questo prestito si convertirà in un sussidio.

Facendo due conti spannometrici, escludendo le tre nazioni che si sono tirate fuori e applicando gli interessi, possiamo desumere che all’Italia questo prestito/sussidio costerà tra i 14 e i 15 miliardi. Ricordando che le ultime due leggi finanziarie sono state intorno a 25 miliardi, potete cogliere la proporzione della somma che dovremmo restituire all’Europa.

Ora, un compagno di stanza di mio padre è stato mandato a casa dall’ospedale perché le terapie intensive sono piene. Dovrebbe subire lo stesso intervento: asportazione di parte dell’intestino per un cancro al colon. Non una cosuccia, insomma.

I medici dicono che le TI dovrebbero essere potenziate, ma non ci sono soldi e si impongono sempre più restrizioni.

Eppure, il governo italiano, invece di seguire le nazioni che hanno detto NO a prolungare la guerra, finanziandola con altri 90 miliardi, ha scelto di seguire le istituzioni europee guerrafondaie, tirando fuori quasi cento miliardi, che saranno coperti da maggiori tasse e da minori servizi per i cittadini italiani, già piegati da anni di de-industrializzazione e da 30 anni di stagnazione all’interno delle regole europee.

Insomma, i pasti gratis per qualcuno si trovano, ma poi li mettono in conto agli italiani.

Ora, lo so: i tifosi degli omuncoli della propaganda diranno che il mio pensiero è populista. Perché per loro il popolo sovrano è un concetto troppo grande, evidentemente.

Loro, al più, possono sventolare bandiere con su scritto “andrà tutto bene” per sentirsi cittadini modello e sovrani. Invece, rendersi conto di avere dei diritti e dei doveri nei confronti delle generazioni future, per loro, è troppo difficile, come si evince.

Beh, mancano pochi giorni a Natale.

Quale migliore occasione per regalare LA FABBRICA DELLA PAURA, un breve saggio che ho scritto per spiegare i meccanismi della Comunicazione moderna, in modo che si comprenda perché nei talk show ci sono sempre le stesse figure, presentate come ospiti, ma che ospiti non sono. Perché si alimentano le propagande e perché il giornalismo è diventato un tifo da stadio e non più un controllo del potere.

Costa 10 euro e qualche centesimo, un costo alla portata di chiunque. È volutamente scritto con un linguaggio scorrevole e senza troppi tecnicismi, in modo da essere fruibile anche a chi non ha una laurea.

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Il peggior pericolo di un popolo non è chi ha sulla testa, ma ciò che non ha nella testa. Cioè le conoscenze necessarie per comprendere cosa accade al di là della propaganda.

LA GEOPOLITICA DEL DEBITO E LA DISTRAZIONE ITALIANA

Come si spiega a un cittadino italiano che aspetta mesi per una tac che i fondi per la difesa sono “urgenti e illimitati”, mentre quelli per la sanità sono “compatibili con i vincoli di bilancio”?

Sarà un problema per la coalizione che tiene in piedi Giorgia Meloni, perché, mentre il mondo osserva la situazione in Ucraina con il fiato sospeso, in attesa di un accordo, tra i corridoi ovattati di Bruxelles si sta consumando un dramma che ridefinisce il concetto di sovranità e persino la priorità sociale.

Un dramma a cui l’Italia ha scelto di partecipare.

Da un lato, l’Europa sceglie la via del debito comune per armare prolungare la guerra; dall’altro, l’Italia arranca in una legge di bilancio che oscilla tra il tragico e il grottesco.

Il risultato è un’asimmetria comunicativa e una perdita di valori che merita un’analisi profonda, senza sconti.

IL PREZZO DELLA PACE E IL PARADOSSO DEGLI ASSET

Il Consiglio Europeo, alla fine, ha partorito il suo “compromesso”: 90 miliardi di euro in prestiti a tasso zero. Una dichiarazione di intenti finanziata attraverso Eurobond, ovvero debito che graverà sulle generazioni a venire.

90 miliardi che l’Ucraina non potrà restituire, visto che è finanziariamente al tappeto e tenuta in vita artificialmente da questi “prestiti”.

La decisione di accantonare l’uso diretto degli asset russi immobilizzati, circa 200 miliardi di dollari, è giunta dopo che alcuni paesi hanno puntato i piedi, manifestando la paura che il sistema finanziario occidentale potesse perdere la sua aura di “porto sicuro”.

Immagine che scricchiola comunque per il solo fatto che von der Leyen e altri abbiano potuto pensare di compiere un furto e farla franca.

Confiscare i beni di una banca centrale straniera, per quanto di un Paese aggressore, significa infrangere un tabù che scatenerebbe un esodo di capitali dai mercati europei, perché nessuno si fiderebbe più dell’Europa.

Tuttavia, il costo della voglia di trovare a tutti i costi soldi per la guerra ricade direttamente sulle spalle dei cittadini europei e dei loro figli.

Per l’Italia, la quota di garanzia su questo debito bellico potrebbe superare i 10 miliardi di euro, una mezza finanziaria.

Perciò, ribadisco: come si spiega a un cittadino italiano che aspetta mesi per una tac che i fondi per la difesa sono “urgenti e illimitati”, mentre quelli per la sanità sono “compatibili con i vincoli di bilancio”?

Anche perché la retorica del “soldi oggi o sangue domani” è un’arma a doppio taglio che rischia di recidere il legame di fiducia tra istituzioni e popolo. Anche perché suona come “condizionatori o pace?”, il cui valore l’abbiamo visto tutti.

L’AMNESIA DEL MINISTRO E IL TEATRO DELLE PENSIONI

Se Bruxelles non spicca per lungimiranza e per scelte responsabili, a Roma la scena si fa anche più confusa.

Abbiamo assistito allo spettacolo surreale di un Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che sembrava ignorare i dettagli di un emendamento cruciale sulle pensioni uscito dal suo stesso dicastero, come se non avesse idea di cosa stia partorendo. Come chi guida a fari spenti.

La stretta sulle pensioni anticipate rimane un nervo scoperto. Nonostante le correzioni di facciata, il 75% dei tagli è ancora lì, a pesare su chi ha costruito il Paese con decenni di contributi. Tagli alle pensioni per finanziare la guerra in Ucraina.

Mentre si discute di sacrifici, il Presidente del Senato organizza concerti di Natale e si blindano le vacanze parlamentari, in una dissonanza cognitiva che alimenta il populismo più becero, ma che ha radici in una gestione della cosa pubblica che ha smarrito la bussola della realtà quotidiana da un pezzo, almeno dal governo Monti in avanti.

VENDERE LA BELLEZZA MENTRE IL FUTURO BRUCIA

In questo scenario, l’evoluzione della campagna “Open to Meraviglia” appare come l’emblema perfetto dell’estetica della distrazione.

La Venere di Botticelli che si trasforma in una modella in carne ed ossa per promuovere i borghi italiani è un’operazione che rasenta il kitsch istituzionale.

Si investono centinaia di migliaia di euro per “estetizzare” il declino, cercando di vendere un’immagine di perfezione a un Paese che fatica a garantire i servizi minimi e non arriva alla terza settimana del mese.

Il turismo è certamente una risorsa, ma non può essere l’oppio dei popoli e non può reggere un sistema che alimenta guerre, quando non ha ospedali adeguati a garantire tempi d’intervento di una nazione civile.

Non si può compensare la perdita di potere d’acquisto e la precarietà lavorativa con un post su Instagram o su X. La bellezza dell’Italia è un patrimonio che va difeso con infrastrutture e dignità sociale, non con un marketing per tinteggiare un muro che cade a pezzi.

VERSO UN ORIZZONTE DI INCERTEZZA

Siamo di fronte a un bivio. L’Europa ha scelto la via bellica attraverso la leva finanziaria, un esperimento senza precedenti che potrebbe portarci verso un’integrazione forzata o a un collasso del consenso.

L’Italia, dal canto suo, deve decidere se essere un attore consapevole di questo processo o un semplice spettatore che subisce le decisioni altrui, mentre si perde in beghe condominiali sulla riforma degli amministratori.

Zelensky avverte che senza sostegno il Paese non sopravvivrà. L’Occidente risponde ipotecando il proprio futuro economico.

Ma quale società stiamo difendendo?

Una società che trova miliardi per i cannoni, ma non i milioni per i medici, che decanta la propria “meraviglia” virtuale mentre taglia il futuro reale dei suoi pensionati e dei suoi giovani, è una società che sta già perdendo la sua battaglia più importante, senza che se ne renda conto.

Stiamo pagando il prezzo di un’assenza di visione strategica con una moneta fatta di debito e distrazione.

E il conto, purtroppo, non potrà essere saldato con un semplice click su un social media.

Adesso, più che mai, servirebbe una “direzione contraria” per rimettere al centro l’uomo, il cittadino, e i suoi diritti, così come servono politici che vogliano salvare gli ucraini e non solo i dividendi delle fabbriche di armi.

Serve una direzione adulta, matura e onesta, da grandi statisti, una visione che non abbia bisogno di filtri fotografici e retorica per essere accettata.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

TRIONFO DELL’ARTE A VILLA TEODOLINDA. EMOZIONI E TALENTO AL PRIMO ART CONTEST 2025 CURATO DA MURIEL VILLA E PHAOS

di Redazione TZ.

VILLA D’ADDA (BG) – Ci sono luoghi che sembrano attendere l’arte per rivelare la loro vera essenza, e Villa Teodolinda è indubbiamente uno di questi.

In un pomeriggio di dicembre, sospeso tra l’emozione della competizione e la cultura offerta dai diversi linguaggi stilistici in esposizione, si è svolta la premiazione del concorso artistico organizzato dall’Associazione PHAOS in stretta sinergia con l’artista e curatrice Muriel Villa.

SINERGIE E TERRITORIO: UNA SCOMMESSA VINTA

L’atmosfera nella sala era elettrica, carica di quella tensione positiva che precede i grandi eventi. Soprattutto quando si attende un verdetto.

A fare gli onori di casa è stato Danilo Merelli, presidente dell’Associazione PHAOS, che ha voluto sottolineare l’importanza della collaborazione tra enti privati e istituzioni pubbliche.

Un ringraziamento sentito è andato alla proprietà della villa per l’ospitalità e, in particolare, al Comune di Villa D’Adda, rappresentato dall’assessore Edoardo Siniscalchi.

Siniscalchi, figura chiave non solo come rappresentante istituzionale, ma anche come membro della giuria tecnica in virtù del suo dottorato in conservazione dei beni culturali, ha incarnato in maniera perfetta il legame tra amministrazione e valorizzazione estetica.

L’evento, reso possibile anche grazie al supporto di partner locali come Mia Lab, Paolo Rossi, Stefano Ferrari, Fabio Durani di Stil Posa e Forniture Edili di Villa D’Adda, ha dimostrato come la provincia possa trasformarsi in un palcoscenico d’eccellenza.

LA LEZIONE DI PASQUALE DI MATTEO: L’ARTE OLTRE L’INVIDIA

Il momento più intenso, quello della premiazione, è stato preceduto dalle parole del critico d’arte Pasquale Di Matteo.

Il suo intervento non si è limitato ai convenevoli di rito, ma è stato un vero e proprio manifesto filosofico, un pugno nello stomaco al conformismo e una carezza all’orgoglio degli artisti presenti, spronati a essere Artisti con la A maiuscola, cioè capaci di sviscerare il presente.

Di Matteo ha tracciato un parallelo potente e doloroso tra l’Italia e il Giappone, Paese con cui collabora da anni. Se nel Sol Levante l’artista è venerato come una figura quasi sacra, custode di un sapere superiore indipendentemente dal successo commerciale, in Italia si combatte ancora contro lo svilimento del mestiere creativo.

«L’artista ci mette l’ingegno, le ore di studio, le notti insonni», ha ricordato il critico, ammonendo contro la domanda più volgare che si possa porre a un pittore: quanto tempo ci hai messo?»

Il discorso ha toccato vette di profonda introspezione quando il critico ha affrontato il tema della «bestia dell’invidia», vero cancro del sistema artistico nostrano.

L’invito rivolto alla platea è stato chiaro, quasi rivoluzionario nella sua semplicità: essere funzionali alla società, cercare l’armonia (“Wa” nella cultura giapponese) e smettere di guardare il collega come un nemico da abbattere per sopraffarlo.

Citando geni incompresi come Van Gogh, Di Matteo ha esortato i creativi a cercare di essere “importanti” per la storia e per il messaggio che portano, piuttosto che ossessionati dall’essere ricchi o famosi.

Un monito a lasciare un segno, un’eredità visiva che vada oltre la propria vita.

I VINCITORI E LE MENZIONI: IL PODIO DEL TALENTO

La giuria, composta tra gli altri anche da Marco Locatelli (Presidente dell’Associazione Ponte San Pietro – Fiume d’Arte) e dalla stessa Muriel Villa, l’anima propulsiva dell’evento per la sua instancabile dedizione, ha avuto l’arduo compito di selezionare i vincitori tra opere di stili e linguaggi eterogenei.

Il momento della premiazione è stato un susseguirsi di applausi scroscianti e qualche momento di genuina confusione gioiosa per le foto di rito, che ha reso tutto estremamente umano e vero.

Ecco la classifica finale che ha decretato i vincitori di questa prima edizione del concorso:

PIER GIORGIO NORIS – Primo Classificato.

ADRIANO CANTON – Secondo Classificato.

ADELIO BONACINA – Terzo Classificato.

FRANCESCO AVVISATI – Quarto Classificato.

DAVIDE FERRARI – Quinto Classificato.

Non sono mancate le menzioni d’onore, assegnate ad artisti che si sono distinti per la qualità della loro ricerca: Luca Bonadeo, Elio Roberti e Katia Villa.

Un riconoscimento speciale, la Menzione Comune di Villa D’Adda “Premio Teodolinda” per l’Art Contest 2025, è stato conferito a Danielle Dorrington, a suggellare un legame ancora più stretto con il territorio ospitante.

UN BRINDISI AL FUTURO

Tra scatti fotografici rubati, strette di mano vigorose e sorrisi che tradivano la tensione sciolta, la serata si è conclusa con un aperitivo conviviale e lo scambio degli auguri natalizi.

Quello che resta, a luci spente, non è solo la lista dei vincitori, ma la sensazione che a Villa Teodolinda sia stato piantato un seme importante.

Muriel Villa e l’associazione PHAOS non hanno solo organizzato un concorso, ma sono riusciti a dare vita a una comunità. E, come ha ricordato Di Matteo nel suo intervento, l’essere artista è proprio questo: avere la forza di dire cose importanti attraverso un’opera, creando connessioni che l’invidia non potrà mai spezzare.

L’appuntamento è già fissato, idealmente, al prossimo anno. Perché l’arte, quella vera, non si ferma mai.

Redazione TZ

IL GRANDE RISVEGLIO

Il mondo guarda alla Silicon Valley per l’innovazione e a Wall Street per la direzione del vento, eppure, se volgiamo lo sguardo a Oriente, lo puntiamo verso il tragitto che faranno ingenti capitali nel prossimo futuro.

Verso un Paese che, per trent’anni, ha vissuto un lungo periodo di deflazione e stagnazione. Quel Giappone che si è svegliato. E non è un risveglio gentile, ma un cambio di paradigma.

Perché quanto che sta accadendo a Tokyo non è una semplice “correzione tecnica”, bensì la fine di un’era finanziaria.

LA MORTE DELLA DEFLAZIONE E LA PSICOLOGIA DEL MERCATO

Per quindici anni, dal 1998 al 2013, il Giappone è stato prigioniero della certezza che domani i prezzi sarebbero stati più bassi di oggi, condizione che blocca i consumi e uccide l’innovazione.

Oggi il quadro si è capovolto.

L’inflazione “sottostante” viaggia al 3%. Le aziende, storicamente riluttanti, aumentano i salari. Non è un caso.

La Banca del Giappone (BoJ) ha orchestrato un capolavoro di ingegneria finanziaria: ha lasciato correre l’inflazione post-Covid invece di soffocarla subito come hanno fatto Fed e BCE, perché aveva bisogno di questo shock termico per bruciare le vecchie aspettative deflazionistiche.

Ora, il governatore Kazuo Ueda si prepara a normalizzare la situazione. Il tasso di interesse, inchiodato a zero o sottozero per un’eternità, si sta muovendo verso lo 0,75% e oltre. L’obiettivo è un tasso “neutrale” dell’1% entro l’estate del 2026.

Sembra poco, in un mondo abituato ai tassi statunitensi. Ma per il Giappone, passare da tassi negativi all’1% è come passare dalla bicicletta a un Frecciarossa.

Significa che il denaro ha di nuovo un costo. E quindi, un valore.

IL PARADOSSO DEL DEBITO: PERCHÉ IL 250% È UN NUMERO BUGIARDO

La narrativa mainstream vi dirà di scappare dal Giappone perché ha il debito pubblico più alto del mondo industrializzato: il 250% del PIL e oltre.

È una lettura superficiale. Perché quel debito è quasi interamente interno. Inoltre, il debito “netto”, ovvero quello che rimane dopo aver sottratto la liquidità e gli asset finanziari detenuti dal governo e dai fondi pensione, crolla intorno al 130%. Siamo ai livelli dell’Italia, non lontani dagli Stati Uniti.

E, a differenza dell’Italia, il Giappone non ha sprecato il suo debito, ma lo ha usato per comprare asset che rendono più di quanto costi il debito stesso. È una leva finanziaria su scala nazionale. E con quasi metà dei titoli di stato in pancia alla stessa BoJ, e gran parte del debito detenuto dagli stessi giapponesi, il rischio di un default tecnico è, in termini pratici, inesistente.

Il mercato obbligazionario si sta adeguando al successo della reflazione, non al panico del debito.

LO YEN: L’ASSET PIÙ SOTTOVALUTATO DEL PIANETA

Goldman Sachs stima che lo yen sia sottovalutato del 30% circa.

Dall’era Abe, lo yen ha perso oltre il 40% del suo valore. È stato il carburante dell’export, certo. Ma ora è diventato un problema politico e sociale a causa dell’inflazione importata. Con il differenziale dei tassi che si restringe, la Fed taglia, la BoJ alza e la gravità farà il suo corso.

Lo yen è una molla compressa pronta a scattare, ma un apprezzamento della valuta non ucciderà l’economia giapponese; cambierà solo i nomi dei vincitori in borsa. Le multinazionali esportatrici soffriranno nel breve termine, ma il potere d’acquisto interno esploderà.

LA PARTITA A SCACCHI DI SANAE TAKAICHI E KAZUO UEDA

Siamo di fronte a una dinamica affascinante tra politica fiscale e monetaria. Da un lato, abbiamo la prospettiva di una politica fiscale espansiva sotto la leadership del Primo Ministro Sanae Takaichi, pronta a iniettare liquidità, aumentando il deficit “temporaneamente” per sostenere la crescita. Dall’altro, la BoJ che toglie il piede dall’acceleratore monetario.

Sembra una contraddizione, ma non lo è.

La politica monetaria si ritira per evitare bolle speculative, mentre la politica fiscale interviene per garantire che la transizione non faccia deragliare l’economia reale. È un equilibrio precario, certo. Ma se eseguito correttamente, porterebbe il Giappone a una “normalità” che non vede dagli anni ‘80.

COSA SIGNIFICA PER LE IMPRESE OCCIDENTALI

Banche e assicurazioni giapponesi sono i veri beneficiari del rialzo dei tassi.

Per anni, hanno prestato a margine zero. Ora, i loro margini di interesse netti sono destinati a espandersi drasticamente. Ed è lì che si trova il valore.

In secondo luogo, il rialzo dei rendimenti a lungo termine, in particolare sui 30 anni, creerà scosse. Non è il momento di essere lunghi su bond giapponesi a lunga scadenza, senza copertura.

Infine, c’è un rischio per le economie occidentali che pochi calcolano. I fondi pensione giapponesi detengono trilioni in asset esteri (USA, Europa).

Se i rendimenti in patria diventeranno attraenti e lo yen si rafforzerà, potremmo assistere a un rimpatrio massiccio di capitali, una situazione che drenerebbe liquidità dai mercati occidentali proprio mentre ne hanno più bisogno. Situazione tutt’altro che rosea per Europa e USA.

IL CODICE GIAPPONE

Mentre l’Occidente – in particolare l’Europa – combatte con mancanza di soldi e incertezze politiche, il Giappone applica al Paese una ristrutturazione aziendale, vedendo la fine della deflazione e valutazioni ancora ragionevoli.

Il Giappone non dorme più. Si sta stiracchiando. E quando un’economia da trilioni di dollari cambia direzione, la terra trama in tutto il mondo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.