L’ECLISSI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E IL VERO VOLTO DELL’OCCIDENTE

Il fumo sopra Caracas non ha l’odore di una rivoluzione, come scrive qualche servo della propaganda a stelle e strisce.

Sa di cherosene, di asfalto bruciato e di quella pretesa, squisitamente imperiale, di poter riscrivere la geografia del possesso con la forza di un bombardamento a tappeto.

Ha il sentore di quella spartizione del mondo che le superpotenze stanno portando avanti dall’incontro in Alaska in avanti, quando i soliti idioti della propaganda parlavano di fallimento e scrivevano ancora di muli, carriole e altre sciocchezze in Ucraina.

Mentre le prime luci dell’alba del 3 gennaio 2026 accarezzano i resti del complesso militare di Fuerte Tiuna, il mondo si svegliava in un’epoca che credevamo sepolta sotto i trattati diplomatici, scoprendo che la legalità internazionale non è che una sottile vernice pronta a scrostarsi sotto il calore del napalm, quello usato in Vietnam dagli amici e democratici americani.

Gli stessi che il Diritto internazionale lo hanno calpestato più volte, a cominciare dall’Iraq, Paese sovrano invaso sulla base della balla inventata dalla CIA sulle armi chimiche di Saddam Hussein, e in Kosovo, bombardato senza uno straccio di risoluzione ONU.

Donald Trump, in diretta da Mar-a-Lago, ha pronunciato le parole che hanno mandato in frantumi il Diritto e quattro anni di balle sulla Russia di Putin: Nicolás Maduro è in catene. Senza un processo, senza una sollevazione popolare.

«Maduro sarà processato» ha detto Trump. Beh, da chi? In nome di quale Diritto? Per cosa? In nome di quale mandato ONU o della CPI???

È stato sollevato da un’azione di guerra operata da una superpotenza che ha deciso di imporre i propri interessi in quel Paese sovrano. Proprio come la Russia in Ucraina.

Anzi, peggio, perché la Russia si limita a rivendicare le regioni russofone e non ha tentato azioni che portassero alla rimozione dei vertici di Kiev.

Ma la domanda è proprio questa: cosa direbbe l’Europa, cosa i volenterosi, se Mosca prelevasse Zelensky? Ecco, la risposta dovrebbe essere la stessa per Maduro e per Washington, così come la condanna dell’aggressione al Venezuela dovrebbe essere la stessa, con le medesime conseguenze, di quanto visto sull’Ucraina: sanzioni, armi, isolamento.

Ma non illudiamoci. Come abbiamo ampiamente scritto, l’Europa e i suoi leader sono solo zerbini al guinzaglio dell’impero americano e i prossimi giorni lo dimostreranno senza se e senza ma.

IL FANTASMA DI MONROE INDOSSA IL BERRETTO ROSSO

Quella che gli analisti di Washington chiamano”Dottrina Donald” è, in realtà, la versione dopata e priva di filtri della Dottrina Monroe. È il ritorno prepotente all’idea che l’emisfero occidentale sia una proprietà privata degli Stati Uniti.

Marco Rubio, l’architetto ideologico di questa mossa, ha impresso il suo marchio di fabbrica: una vendetta generazionale che mescola anticastrismo viscerale e cinismo energetico.

L’obiettivo dichiarato era la lotta al narcotraffico. Una panzana così sfacciata da risultare quasi poetica nella sua arroganza. I dati sono impietosi: il grosso della cocaina che avvelena le strade americane transita per l’Ecuador, il Messico e le rotte del Pacifico. Non dal Venezuela.

Il Venezuela è un comprimario nel teatro della droga, ma è il protagonista assoluto nel teatro del petrolio.

Washington non ha attaccato un cartello della droga; ha occupato la più grande stazione di servizio del pianeta. Il più grande giacimento di petrolio sul pianeta.

Volevano il greggio pesante, volevano le raffinerie che il chavismo aveva nazionalizzato, volevano estirpare i tentacoli cinesi e russi dal”loro” giardino. E se lo sono presi.

Perché gli USA sono un impero e una superpotenza atomica. Il resto, le sciocchezze su democrazia e stati liberali, è solo chiacchiera da bar, come dimostrano i fatti.

LA FINE MISERA DELL’IDEA BUONA DELL’OCCIDENTE, DA KIEV A CARACAS

Eccola la verità più urticante per noi, abitanti di un Occidente che ama cullarsi nel calore della propria superiorità morale.

Per anni abbiamo gridato allo scandalo per l’invasione russa dell’Ucraina. Abbiamo parlato di sovranità violata, di confini sacri, di diritto internazionale calpestato da Putin. E ora?

Ora gli Stati Uniti hanno fatto esattamente la stessa cosa.

Hanno invaso uno Stato sovrano, hanno catturato il suo capo di Stato e hanno annunciato che lo governeranno direttamente durante una”transizione” dai tempi indefiniti, al termine della quale, ovviamente, sarà messo un altro pupazzo di Washington, come dopo Maidan. E all’Europa non resterà che un altro”Fuck the Eu”. Non sarà ancora la Nuland a dirlo al telefono, ma un altro funzionario USA.

La maschera è caduta. Se condanniamo Putin, ma restiamo in silenzio davanti a Trump, non siamo difensori della libertà, ma semplici tifosi di un amico prepotente. Come già visto a Gaza, d’altronde.

Siamo i beneficiari ipocriti di un sistema che applica le regole solo agli altri, con tanti giornalisti della propaganda a tentare di spiegarci che Maduro è un dittatore, che gli USA hanno le loro ragioni e altre panzane prive delle più elementari norme di Diritto.

L’attacco a Caracas è la prova definitiva che il diritto internazionale è morto. O forse, più onestamente, non è mai esistito, se non come strumento di pressione per chi non ha abbastanza missili per ignorarlo. Uno strumento nelle mani dell’Occidente, per attaccare i nemici di turno.

La mossa americana dimostra implicitamente la logica delle”sfere di influenza”: io mi prendo il Venezuela, tu ti prendi l’Ucraina, e la Cina si prenderà Taiwan.

È un ritorno al feudalesimo globale, dove la sovranità degli Stati minori è solo un optional gentilmente concesso dai signori della guerra.

IL SILENZIO DEI GIGANTI E L’URLO DEGLI ESILIATI

Mentre a Madrid e Miami la diaspora venezuelana stappa champagne, celebrando la fine di un incubo durato un quarto di secolo, a Caracas il silenzio è interrotto solo dal sibilo dei droni. La città è paralizzata.

Non è la gioia della liberazione, ma stupore dopo il trauma.

La “boliborghesia”, quell’élite militare che ha banchettato sulle ceneri del Paese, sta ora decidendo se vendere la propria fedeltà al nuovo padrone o scatenare una guerra civile che trasformerebbe il Venezuela in una nuova Libia.

Le reazioni di Mosca e Pechino sono state sospettosamente protocollari.

Qualche condanna retorica, nessun movimento di truppe. È il cinismo del baratto.

Forse Maduro è stato la moneta di scambio per un altro pezzo di terra altrove. In questo Risiko di carne e petrolio, le vite dei civili sono solo rumore di fondo.

E poi c’è il fattore umano, quello che i comunicati del Pentagono tendono a dimenticare. Penso ad Alberto Trentini, il nostro connazionale che marcisce nelle carceri di Caracas da oltre un anno. Un ostaggio della storia, un pedone dimenticato in una partita tra titani. Quale sarà la sua sorte in questo caos programmato?

Chi si occuperà della giustizia visto che la giustizia è stata calpestata dai nuovi dittatori alla conquista del Venezuela?

L’IMPERO SENZA VELI

Siamo di fronte a un cambio di paradigma brutale. Gli Stati Uniti hanno deciso che la diplomazia è un costo inutile. Perché convincere quando puoi schiacciare con la forza i tuoi nemici? Perché negoziare quando puoi sequestrare?

L’articolo che sto scrivendo non è un elogio del regime di Maduro, ovviamente. Maduro è stato un leader corrotto che ha portato il suo popolo alla fame. Proprio come il regime di Kiev bombardava le zone russofone, vietava lo studio del russo e annaspava in un sistema di corruzione che si sta finalmente scoperchiando.

Ma, così come si è condannato l’uso della forza di Mosca, non si può non condannare con le stesse dinamiche il modo in cui Maduro è stato rimosso, modo che ci dice che il futuro non appartiene alla democrazia, ma alla forza delle armi.

Ma, se l’unica legge rimasta è quella del più forte, allora nessuno è al sicuro, soprattutto se nel sottosuolo ci sono giacimenti di materie prime fondamentali per gli imperi, come in quelli del Venezuela e dell’Ucraina.

Il petrolio venezuelano tornerà a scorrere verso nord, dopo che Maduro aveva chiuso i rubinetti per gli USA, i prezzi alla pompa negli USA scenderanno, e le multinazionali americane recupereranno i loro investimenti interrotti.

Il prezzo da pagare, però, è la nostra integrità morale e la nostra presunta superiorità democratica.

Abbiamo accettato che il mondo sia una giungla dove il leone americano può sbranare chi vuole, purché garantisca la nostra quota di preda. Perché chiunque tifi per l’attacco criminale degli USA approva quanto sta facendo Putin e, anzi, lo invita a rimuovere Zelensky e a porre fine alla guerra.

Caracas brucia e, con essa, brucia l’illusione di un mondo governato dalle regole dove l’Occidente era il secchione della classe.

Benvenuti nel 2026. Benvenuti nell’anno in cui l’Impero ha smesso di indossare la toga per mostrare, finalmente, la sua armatura insanguinata.

Benvenuti nell’anno in cui gli USA hanno dato il via libera alla Russia per prendersi l’Ucraina e alla Cina per fare lo stesso con Taiwan.

Perché chiunque parlasse ancora di Diritto e di democrazia apparirebbe come un idiota.

IL FUNERALE DELLA DIPLOMAZIA E IL GIORNO DEL GIUDIZIO CHE SI AVVICINA

Mentre la narrazione trionfalistica dell’Occidente si scontra con la verità spietata del fronte, ci troviamo sull’orlo di un di un precipizio che nessuno ha il coraggio di nominare.

Perché non è solo l’Ucraina a vacillare. È l’intero edificio della sicurezza europea, costruito su fondamenta di retorica ideologica e scommesse geopolitiche azzardate, che sta mostrando i segni di un cedimento strutturale irreversibile.

IL CUORE GALIZIANO E I POLMONI RUSSOFONI: UNA NAZIONE CONTRO SE STESSA

L’Ucraina non è mai stata un monolito, nonostante gli sforzi della propaganda per dipingerla come tale.

La tragedia sociologica di questo conflitto sta tutta nella negazione sistematica della forte divisione interna alla popolazione ucraina.

Da un lato, il “cuore galiziano”, quel nucleo nazionalista occidentale che ha cercato di imporre una visione identitaria esclusiva, quasi mistica. Dall’altro, una vasta popolazione che respira in russo, prega nelle chiese canoniche e affonda le radici in una storia condivisa con l’Oriente.

Quando il governo di Kiev, spinto dalle frange più radicali, ha deciso di trasformare la differenza in reato, ha firmato la condanna alla frammentazione interna. Perché non si costruisce una democrazia democratizzando l’odio.

Eppure, abbiamo assistito alla criminalizzazione della lingua russa e alla persecuzione di istituzioni religiose secolari, che hanno trasformato metà della popolazione in una “quinta colonna” immaginaria.

Questo non è stato un atto di sovranità o di democrazia, ma un’imposizione che ha alienato i cittadini dallo Stato proprio nel momento del massimo bisogno.

La lealtà non si compra con i decreti, ma si coltiva con l’inclusione. E, in Ucraina, c’è stato l’opposto.

ISTANBUL 2022: L’ULTIMO BIVIO PRIMA DELL’ABISSO

La storia guarderà all’aprile del 2022 come al momento del grande tradimento della ragione e del trionfo dell’idiozia sulle relazioni internazionali.

Le bozze di accordo a Istanbul rappresentavano una via d’uscita onorevole, un compromesso che avrebbe potuto salvare centinaia di migliaia di vite umane. Ma la diplomazia è stata messa a tacere dal cinismo atlantico.

Boris Johnson non è volato a Kiev per portare la pace, ma per vendere l’illusione di una vittoria totale che la matematica militare e conoscenza geopolitica smentivano già allora.

L’Occidente ha promesso all’Ucraina il sostegno “fino alla fine”, omettendo però di specificare di chi fosse quella fine.

Abbiamo alimentato una guerra di attrito con la generosità di chi non deve versare il proprio sangue e osserva dal divano di casa, garantendo un supporto vitale artificiale che ha impedito quel negoziato che avrebbe evitato migliaia di morti e di invalidi di guerra.

È stata una scelta politica deliberata: trasformare l’Ucraina in un laboratorio a cielo aperto per l’indebolimento di una superpotenza avversaria. Il prezzo di questo esperimento, tuttavia, è stato pagato esclusivamente in vite ucraine.

IL DELIRIO DI BRUXELLES E IL CROLLO DELLA MASCHERA EUROPEA

L’Unione Europea, nata come progetto di pace, ha subito una mutazione genetica inquietante. Leader non eletti hanno utilizzato l’emergenza bellica per centralizzare poteri che esorbitano dai trattati, ignorando sistematicamente il deficit democratico che sta erodendo il consenso popolare.

Consenso ai minimi, senza contare i milioni di ucraini che sono fuggiti all’estero, evidentemente contrari alla politica di Zelensky e contrari a mandare i propri figli a morire al fronte.

La promessa di un’adesione accelerata all’UE è una menzogna pietosa, un miraggio geopolitico agitato davanti agli occhi di una popolazione stremata per tenerla legata a quel fronte, da cui non usciranno vittorie, ma solo morti e invalidi, come la storia dimostra dal 2022.

Inoltre, la realtà economica non risponde ai tweet dei commissari.

Il collasso industriale della Germania, la crescente irrilevanza strategica della Francia e l’ascesa di movimenti di opposizione radicale in tutto il continente sono i sintomi di un rigetto sistemico.

I cittadini europei stanno iniziando a chiedere conto di un deficit finanziario che cresce proporzionalmente alla loro perdita di sovranità. La Commissione Europea ha creato un mostro di centralizzazione che ora teme la pace più della guerra, perché la pace porterebbe con sé il momento della rendicontazione.

Costringerebbe tutti i leader che hanno scommesso sulla guerra “fino all’ultimo ucraino” a scappare.

IL CULTO DELL’ODIO E L’IMPOSSIBILITÀ DELLA CATARSI

La parola chiave è catarsi. I greci sapevano che dopo la tragedia l’anima deve essere svuotata dalle passioni per poter accogliere la compassione.

In Ucraina, invece, l’odio è stato istituzionalizzato. Cosa accadrà quando i soldati torneranno dal fronte scoprendo che la vittoria promessa era una chimera?

La ricerca del colpevole sarà spietata. I nazionalisti cercheranno i “traditori” interni, i russofoni, coloro che si sono nascosti per evitare il massacro. Sarà una guerra civile dell’anima che durerà generazioni.

Altro che pace: l’Ucraina è destinata a una guerra civile violenta e sanguinaria per colpa dell’Occidente.

Quell’Occidente che, con la sua consueta agilità nel cambiare scenario, sta già preparando la narrazione della colpa.

Gli americani incolperanno la lentezza degli europei; gli europei incolperanno l’isolazionismo di Trump o l’insufficienza dei rifornimenti, o i putiniani che non si bevevano la propaganda fatta di pale, muli, sanzioni dirompenti e microchip smontati dalle lavastoviglie.

In questo gioco del cerino, l’unica certezza è che l’Ucraina verrà lasciata a gestire le macerie di un sogno che non era il suo, ma che ha pagato e continuerà a pagare a caro prezzo per decenni.

LA GEOPOLITICA DEL REALISMO: L’ULTIMA SPERANZA

È paradossale che segnali di realismo giungano dai vertici dell’intelligence militare ucraina, come Kyrylo Budanov.

La comprensione che il conflitto si risolverà solo attraverso un negoziato diretto tra le parti, scevro dalle interferenze ideologiche dei terzi, è l’unica fiammella di ragione rimasta.

Una pace duratura richiede il riconoscimento delle reciproche preoccupazioni di sicurezza. Non è una questione di buoni contro cattivi; è una questione di equilibrio tra forze.

L’architettura della sicurezza europea è in frantumi perché abbiamo smesso di credere nella diplomazia inclusiva, preferendo la deterrenza cieca e il contenimento aggressivo.

Abbiamo dimenticato che la sicurezza è indivisibile: nessuno è al sicuro se il suo vicino si sente minacciato. Questa è la lezione elementare che abbiamo ignorato per tre decenni e, in maniera imbarazzante, negli ultimi quattro anni.

VERSO UN NUOVO ORDINE O VERSO IL CAOS?

Siamo giunti alla fine di un’epoca. Il modello di un’Europa come protettorato morale e militare è naufragato nei campi di fango del Donbas. Quello che ci aspetta è un periodo di profonda instabilità, in cui le vecchie dinastie politiche europee verranno spazzate via dalla realtà che hanno cercato di occultare.

La storia non perdona chi scambia una crociata per una strategia e non perdonerà von der Leyen, Macron, Merz e tutti gli altri.

Se vogliamo evitare che il collasso ucraino diventi il collasso dell’Europa, dobbiamo ritrovare il coraggio dell’umiltà e del dare voce a chi conosce la storia e non le panzane da bar.

Dobbiamo guardare allo specchio e provare quell’imbarazzo storico di cui parlava Herbert Butterfield, cioè la consapevolezza che siamo tutti responsabili della tragedia.

Solo allora, dalle ceneri di questa geopolitica dei folli allo sbaraglio, potrà nascere qualcosa di simile a una pace vera. Ma il tempo della retorica è finito.

Ora inizia il tempo delle conseguenze.

E saranno drammatiche, anche per chi starà cercando su Google chi sia stato Herbert Butterfield per dare anche a lui del “putiniano”.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CRANS-MONTANA, IL GENOCIDIO DELL’INCOSCIENZA E DELLA MANCANZA DI PENSIERO

Non è stato il terrorismo a causare la strage di Capodanno in Svizzera, e nemmeno una fatalità, ma è stata l’assenza di pensiero a trasformare una festa in un mattatoio.

Nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, il bar “Le Constellation” di Crans-Montana non è stato solo il teatro di una tragedia colposa, ma è diventato il simbolo di una deriva antropologica che abbiamo finto di non vedere.

Almeno 47 morti – con 6 italiani dispersi, al momento in cui scrivo – in un seminterrato che, per logica e per legge, non avrebbe dovuto ospitare nemmeno la metà delle persone presenti. Anzi, non doveva neppure essere adibito a locale pubblico.

Centoquindici feriti che portano sulla pelle il marchio di un sistema che ha scambiato il glamour con la sicurezza, la mancanza di spirito critico per normalità e il gregge con la comunità.

L’ARCHITETTURA DEL MASSACRO

Entrare al “Le Constellation” significava immergersi in un rituale esclusivo. Era una sorta di bunker del lusso.

Eppure, un osservatore dotato di un pizzico d’intelligenza, di un briciolo di spirito critico, avrebbe avvertito immediatamente un brivido diverso da quello del freddo alpino.

Zero finestre. Un’unica rampa di scale larga appena un metro e venti. Nessuna ventilazione meccanica visibile. Una tomba pronta ad accogliere cadaveri, insomma.

In termini sociologici, abbiamo creato spazi che ricalcano la nostra attuale forma mentis: chiusi, claustrofobici, unidirezionali. Di una stupidità inaudita. E, si sa, ignoranza e stupidità causano tragedie.

All’01:28, quando il flashover ha trasformato l’ossigeno in una palla di fuoco alimentata da alcol e decorazioni infiammabili, la fisica non ha fatto sconti, perché la termodinamica non segue le mode del momento.

Il calore estremo ha trasformato quel locale chiuso, e lontano anni luce da qualunque norma di sicurezza, in una pentola a pressione umana.

Perché nessuno di quei ragazzi si è chiesto “come uscirò da qui se succede qualcosa?”.

Per leggerezza, certo, ma anche perché pensare è diventato un atto di resistenza faticoso, quasi d’élite. Persino da sfigati.

L’ANESTESIA DEL GREGGE: LA DITTATURA DEL “COOL” CONTRO L’ISTINTO

Viviamo in un’epoca in cui la percezione del rischio è stata declassata da un’anestesia sociale senza precedenti. I giovani presenti al “Le Constellation” non erano incolti nel senso accademico del termine; molti erano studenti di prestigiose università.

Eppure, erano privi della cultura fondamentale: quella del dubbio, della capacità di pensare, riflettere e criticare.

Il conformismo è un oppiaceo potente e, come in questo caso, è spesso una via che porta alla fine.

Se il locale è pieno, se la musica è quella giusta, se lo champagne scorre con le candele scintillanti fissate al collo della bottiglia, allora il pericolo non esiste. Perché lo fanno anche gli altri.

Perché lo fanno tutti. Perché se il locale è aperto, significa che qualcuno ha concesso i permessi, perciò è a norma. Perché se lo Stato lo consente, allora sarà sicuramente tutto a posto.

Perché se io dissento, vengo additato da tutti.

Si delega la propria sopravvivenza a un permesso comunale ottenuto chissà come, a un’ispezione superficiale del 2024 che ha ignorato l’assenza di dispositivi di sicurezza, alla politica distratta.

Abbiamo insegnato alle nuove generazioni che appartenere a un gruppo, seguire il trend e le mode del momento, essere “nel posto giusto” e non criticare, sia più importante di saper leggere la realtà circostante.

L’identità si costruisce per riflesso, mai per analisi, perciò è difficile che qualcuno possa scampare alla deriva sociale.

L’EROE DERISO: IL PREZZO DELLA SOPRAVVIVENZA È L’ESCLUSIONE

Immaginiamo, per un istante, se un ragazzo, quella notte, avesse guardato quel soffitto basso e quella scala angusta, e avesse detto ai suoi amici: “Ragazzi, qui siamo troppi, non c’è via d’uscita, io me ne vado”.

Cosa sarebbe successo?

Sarebbe stato deriso. Sarebbe stato l’amico “pesante”, quello paranoico, quello che rovina la festa.

Sarebbe stato lui quello sbagliato.

Avrebbe subito il micro-linciaggio sociale che oggi colpisce chiunque provi a esercitare un pensiero divergente rispetto alla massa.

Ma quel ragazzo, oggi, sarebbe vivo.

Questa è la lezione più brutale di Crans-Montana: lo spirito critico, il pensiero e il dubbio, salvano la vita.

La capacità di dire “no”, di sentirsi fuori luogo in un ambiente oggettivamente pericoloso, di non essere d’accordo con il pensiero dominante, o con la moda del momento, è ciò che separa un sopravvissuto da una vittima.

La cultura non è un accumulo di nozioni da spendere in un talk show, ma è l’arma che ti permette di decodificare le notizie, gli avvenimenti, lo spazio e il tempo. È la capacità di distinguere un’opportunità da una trappola, una verità da una menzogna.

IL FALLIMENTO DELLE ÉLITE E IL MATTATOIO AUTORIZZATO

Non possiamo però limitarci alla critica verso i giovani senza guardare al fallimento di chi quel “mattatoio” lo ha autorizzato.

La proprietà del “Le Constellation” ha operato in spregio alle norme OIBT 2016 e alla Direttiva 89/391/CEE, anteponendo il margine di profitto alla vita umana.

Si tratta di individui che hanno venduto l’illusione della sicurezza in cambio di un biglietto d’ingresso.

Le autorità locali, con le loro ispezioni sbrigative, hanno avallato un crimine annunciato, perché, quando l’economia diventa una religione, la sicurezza diventa un costo da tagliare. Anche quando si corre il rischio di mandare al creatore decine di persone.

Tutto per profitto. Perché, che si tratti di bar o di una guerra, il motivo è sempre legato ai soldi.

È la patologia del profitto rapido unita alla pigrizia intellettuale di chi non pensa e adotta la filosofia del “ma sì, cosa vuoi che succeda?”, tutto condito dall’inerzia di chi avrebbe dovuto vigilare e pretendere il rispetto delle norme sulla sicurezza.

Un mix letale che ha trasformato un borgo alpino in un inferno.

TORNARE A PENSARE PER NON MORIRE

Se non ripristiniamo l’uso del pensiero critico come valore fondamentale dell’educazione, continueremo a piangere morti evitabili.

Dobbiamo avere il coraggio di insegnare ai giovani che la cultura è la loro vera armatura. Che aver paura, che criticare, che mettere in discussione, quando tutti ridono, può essere l’atto più intelligente del mondo.

Bisogna insegnare ai giovani che dubitare di un’autorità o di un pensiero dominante non è un difetto, ma una strategia evolutiva che distingue gli sfigati della massa dalle persone dallo spessore superiore.

Quarantasette vite spezzate sono il prezzo di una società che glorifica il senso di appartenenza e la negazione del pensiero a scapito del senso di realtà.

Se vogliamo onorare quelle vittime, dobbiamo smettere di essere un gregge anestetizzato e ridare voce a chi sa ancora pensare fuori dal coro.

Dobbiamo tornare a guardare le uscite di sicurezza prima di guardare il menu; dobbiamo ascoltare chi dissente e chi pone domande scomode, anziché deriderli, licenziarli o chiudere i loro conti correnti.

Perché, alla fine, la differenza tra la vita e la morte non la fa un brindisi, non la fa una norma, non la fa la moda e nemmeno un pensiero unico, ma la capacità di pensare con la propria testa.

La cultura non serve a capire i libri che si sono letti e studiati, ma a non farsi bruciare vivi dalla stupidità collettiva.

Spesso la stupidità di chi è al potere.

L’ESTINZIONE DELLA PACE E L’EUROPA PIÙ LONTANA DALLA DEMOCRAZIA

Il 2025 non è stato solo un numero sul calendario, ma un precipizio di logica, di buonsenso e di informazione.

Per questo ho scritto La Fabbrica della Paura, libro che, con sole 10 euro e qualche centesimo, spiega in maniera semplice i meccanismi della propaganda.

Guardando indietro dall’alba del 2026, l’immagine che resta dell’Europa è quella di un pugile suonato che continua a colpire l’aria mentre il ring attorno a lui viene smantellato, il pubblico è andato via da un pezzo e gli addetti alle pulizie scuotono la testa e ridono.

Siamo entrati in un’era di “Keynesismo militare”, dove il benessere sociale è stato sacrificato sull’altare di una difesa che non serve per proteggere – contro missili atomici non esiste protezione, – ma consuma e produce ricchezza per chi ha interessi nelle fabbriche di armi.

La sociologia ci insegna che quando le élite perdono il contatto con la realtà, iniziano a produrre allucinazioni collettive. E la guerra in Ucraina è diventata un volano per alimentarle.

LA FABBRICA DEL CONSENSO E LE VERITÀ DI PLASTICA

L’informazione contemporanea opera ormai in maniera più simile a 1984 di Orwell che a una democrazia.

Abbiamo assistito al paradosso di una CIA che, tramite veline anonime e rapporti mai pubblicati, smentisce la paternità ucraina di attacchi contro ii palazzi di Putin, in un gioco di specchi. Si nega per concedere, si ammette per confondere.

Strano che la CIA che non sia intervenuta quando l’Ucraina puntava il dito contro Mosca dopo la distruzione del Nord Stream, che oggi sappiamo essere stato causato da Kiev grazie alla Magistratura tedesca.

Senza dimenticare che la CIA è quella che ha inventato l’esistenza di armi chimiche in Iraq per giustificare l’aggressione e l’invasione di quel Paese sovrano. Perché sì, gli USA aggrediscono nazioni da un secolo, ma li giudichiamo buoni perché la propaganda di Hollywood ha fatto bene il suo mestiere.

I media mainstream occidentali, trasformati in uffici stampa di un asse bellico, hanno diviso il globo in una dicotomia infantile tra buoni e cattivi, aggredito e aggressore. Il sangue dei civili ha smesso di avere lo stesso colore, infatti quello versato dalla “parte giusta” è invisibile, quello dell’avversario è un’arma retorica.

Ma il vero colpo di grazia alla credibilità occidentale è giunto proprio dal fondo del mare.

Il sabotaggio del Nord Stream, che fu subito attribuito con certezza granitica alla Russia, si è rivelato un’operazione interna all’asse occidentale, benedetta dal silenzio complice di Washington e dall’inerzia di Berlino.

È l’archetipo della “False Flag”: colpire sé stessi, o le proprie infrastrutture vitali, per cementare un odio necessario alla prosecuzione del conflitto. La propaganda è lo zucchero che serve a far ingoiare ai popoli il boccone amaro di un’economia di guerra che nessuno ha votato, sistematicamente imposta da una Commissione UE che gli europei non possono votare.

Poi le dittature sono altrove…

DAL WELFARE AL WARFARE: L’INDUSTRIA DELLA MORTE IN BORSA

Mentre le sale d’attesa degli ospedali europei si riempiono, i ponti crollano e le scuole cadono a pezzi, i titoli azionari della difesa registrano record storici.

Non è un caso. È una scelta politica ai danni dei cittadini comuni.

Abbiamo rinominato il riarmo con eufemismi rassicuranti, parlando di “Preserving Peace” e “Prontezza 2030”., boiate di proporzioni bibliche che solo una classe dirigente di fuori di mente poteva partorire.

La neolingua di orwelliana memoria è tornata a dominare i palazzi di Bruxelles. Ogni euro sottratto alla ricerca o alla sanità è un proiettile spedito in un fronte che, ormai, è una voragine senza fondo.

L’Europa è passata dall’essere un progetto di integrazione economica basato sulla pace a un’appendice geostrategica del Pentagono. Perché se c’è un unico vincitore in Ucraina, è chi incassa trilioni di dollari dalla vendita di gas, petrolio e armi. E non serve un disegnino per capire chi abbia aumentato in maniera esponenziale verso l’Europa questo flusso commerciale.

Abbiamo smesso di produrre tecnologia per la vita per diventare subappaltatori di sistemi d’arma americani.

È il trionfo del “Keynesismo militare”, per cui si stampa moneta e si crea debito non più per stimolare l’economia reale, ma per alimentare una distruzione che genera profitto solo per pochi oligarchi.

L’industria pesante europea sta morendo e sulle sue ceneri banchettano i produttori di droni e missili.

IL FALLIMENTO DELLA LEADERSHIP E IL REVISIONISMO DEL POTERE

La crisi dell’Unione Europea è, prima di tutto, una crisi di competenza.

Figure come Ursula von der Leyen e Kaya Kallas hanno guidato il continente verso un vicolo cieco, agendo come zerbini di una Casa Bianca che, nel frattempo, ci imponeva dazi e ci sottraeva investimenti.

Il revisionismo storico ha toccato vette grottesche: affermare che la Russia non sia mai stata attaccata da una nazione europea significa cancellare con un colpo di spugna la Guerra di Crimea, l’operazione Barbarossa e milioni di morti dell’URSS, in gran parte russi.

Se chi guida l’Europa non conosce la storia, è condannato a trasformare il futuro in un cimitero.

Siamo diventati pedine di una guerra per procura che gli Stati Uniti hanno alimentato per decenni, spingendo la NATO fin sotto le finestre del Cremlino.

La pace era possibile a Istanbul nel 2022, quando l’Ucraina non era ancora martoriata, non contava centinaia di migliaia di giovani invalidi e di morti e la sua economia non era al collasso.

Zelensky era pronto alla neutralità. Ma l’asse anglo-americano ha preferito il massacro alla diplomazia, scommettendo su una vittoria militare che la realtà dei fatti ha poi smentito.

Oggi, l’Ucraina è un Paese esausto, governato da una leadership che ha sospeso l’opposizione e la democrazia per sopravvivere alla propria stessa strategia fallimentare.

L’OMBRA DI TRUMP E IL RISVEGLIO DEL MONDO MULTIPOLARE

Il pragmatismo di Donald Trump, per quanto brutale, sta forzando l’Europa a guardarsi allo specchio. Trump non cerca l’egemonia morale, ma l’accordo economico.

Questo approccio potrebbe porre fine al conflitto ucraino semplicemente riconoscendo l’ovvio: la Russia non arretrerà dai territori conquistati e l’allargamento della NATO è stato un errore fatale.

Mentre l’Occidente si chiudeva nel suo fortino, il resto del mondo ha accelerato. Il blocco BRICS non è più una teoria economica, ma un’alternativa geopolitica concreta a cui ogni mese qualcuno nel mondo chiede di partecipare.

La Russia, lungi dall’essere isolata, ha trovato proprio nei BRICS, soprattutto nella Cina e nell’India, partner che hanno reso inutile il regime delle sanzioni.

Abbiamo perso la parità geostrategica sperperando il nostro capitale etico e finanziario in una guerra per procura che ha solo accelerato la nostra deindustrializzazione.

LA RESISTENZA COME UNICA VIA D’USCITA

Il 2026 ci pone davanti a un bivio. Possiamo continuare a vagare come sonnambuli in questa arena gladiatoria, o possiamo scegliere la via della resistenza intellettuale e politica.

La resistenza non è solo un atto di opposizione, ma di esistenza. Significa rifiutare la logica del nemico a ogni costo e pretendere il ritorno a una democrazia reale, dove il denaro venga socializzato per il bene comune e non per la distruzione dell’altro.

Una democrazia in cui non si congelano i conti di chi dissente e si licenziano giornalisti che pongono domande scomode, come accade sempre più spesso in Europa. (Vedi, tra gli altri, Nunziati e Baldan).

Dobbiamo guardare al “modello Alto Adige” come a una lezione di convivenza: l’autonomia e il rispetto delle minoranze sono le uniche armi che non producono cadaveri.

L’Europa deve smettere di essere un suddito dell’America per tornare a essere un attore.

Se non saremo in grado di sognare un futuro oltre il Keynesismo militare, la nostra unica eredità sarà un continente silenzioso, popolato solo da fantasmi e armamenti obsoleti.

Il tempo della diplomazia non è scaduto; è solo la nostra volontà di praticarla che è stata sequestrata da burocrati incompetenti che pensano di giocare alla PlayStation poiché è l’unico modo in cui riescono a esercitare un ruolo.

Per il bene dei nostri figli, è tempo di riprendere la volontà della diplomazia, prima che il futuro venga cancellato dalla follia delle armi e dell’incompetenza allo sbaraglio.

SE LO STATO SI APPROPRIA DELL’ULTIMA FRONTIERA INDIVIDUALE

Il silenzio che segue una tempesta non è mai sintomo di pace, ma spesso è l’annuncio di un mutamento climatico irreversibile. È il silenzio che racconta dei morti e della devastazione.

Ebbene, la recente sentenza della Corte Costituzionale somiglia a quel silenzio, perché è l’annientamento di un patto sociale che credevamo scolpito nel marmo e che è alla base di ogni democrazia che si rispetti.

Abbiamo vissuto decenni convinti che la nostra pelle fosse il confine invalicabile tra il potere e l’essere, un santuario protetto dall’Articolo 32.

Oggi, quel confine è stato cancellato da un colpo di penna che trasforma il cittadino in un ingranaggio della manutenzione ospedaliera e la democrazia in carta straccia.

IL DIRITTO DIVENTA CONTABILITÀ: LA RISCRITTURA DELL’ARTICOLO 32

La Consulta ha compiuto un salto carpiato logico che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia a cuore la libertà.

Non si tratta più soltanto di proteggere la comunità dal contagio, un principio che, seppur dibattibile, possedeva una sua coerenza. No. La novità è più sottile e brutale: lo Stato può ora importi un trattamento sanitario per proteggere te stesso da te stesso, o peggio, per evitare che tu diventi un “costo” o un “peso” per il sistema sanitario.

È la fine dell’autodeterminazione. Se il criterio per limitare la libertà individuale diventa la gestione del “carico ospedaliero”, abbiamo smesso di essere persone e siamo diventati unità di occupazione di posti letto. La salute non è più un bene prezioso dell’individuo, ma un asset di bilancio pubblico.

Viene da chiedersi, allora, che fine faranno gli obesi e i fumatori che, dato il loro stile di vita, sono fortemente a rischio per le malattie cardiovascolari, perciò candidati a essere un costo per il sistema sanitario.

IL PARADOSSO DELLA MORTE E IL DIVIETO DELLA CURA

Viviamo in un’era di schizofrenia giuridica senza precedenti.

Da un lato, il sistema celebra il diritto al suicidio assistito, elevando l’autodeterminazione estrema a traguardo di civiltà.

Dall’altro, lo stesso sistema ti nega il diritto di scegliere come curarti o a quali rischi biologici sottoporre il tuo organismo.

Quindi, puoi scegliere di morire, ma non puoi scegliere come vivere se la tua scelta non coincide con i protocolli di Stato.

Questa non è solo un’incongruenza, ma un segnale del fatto che lo Stato non è interessato alla tua vita, ma al controllo della tua biologia. Il corpo umano è diventato territorio di conquista amministrativa e la tua libertà è solo quella di ucciderti. Almeno ti togli dalle palle. Sembra questa la sintesi, brutale, ma logica.

IL PRECEDENTE CHE CI CONDANNA

Aprite gli occhi sul domani che questa sentenza ha appena autorizzato.

Se il principio cardine è la prevenzione del sovraccarico delle strutture pubbliche, cosa impedirà, tra cinque o dieci anni, di rendere obbligatorie le statine per chi ha il colesterolo alto? O di imporre diete forzate e farmaci anti-obesità per decreto ministeriale?

Chi vieterà un TSO a un obeso che non volesse mettersi a dieta e a un fumatore che non volesse smettere?

La logica è la medesima: “Fallo per non pesare sul sistema”.

È un piano inclinato che scivola verso un autoritarismo dove ogni debolezza fisica diventa un crimine contro l’efficienza statale. Abbiamo accettato che il rischio di effetti avversi gravi, persino letali, sia un “prezzo accettabile” per l’ordine collettivo.

Ma chi decide quel prezzo? Non tu, non il tuo medico di fiducia, ma un burocrate che guarda un foglio Excel e nemmeno il popolo sovrano, che non è sovrano da un pezzo.

LA SCIENZA COME DOGMA E IL SACRIFICIO DELL’INDIVIDUO

La decisione si stende anche sulla ricerca scientifica, trasformata da processo critico in dogma indiscutibile.

Abbiamo visto ignorare studi che mostravano fragilità nei dati, abbiamo visto nascondere sotto il tappeto le storie di chi, dopo un’imposizione, ha perso la vista, la salute o la vita.

Ma quando la magistratura decide che la “salute pubblica” annulla la dimensione individuale, sta di fatto autorizzando il sacrificio dei pochi per il presunto beneficio di molti. Peccato che una società che accetta di sacrificare i propri figli sull’altare dell’efficienza burocratica abbia già perso la propria anima.

La tua integrità fisica è ora un bene disponibile, un prestito che lo Stato può revocare in qualsiasi momento in nome di un’emergenza che, per definizione, può essere dichiarata all’infinito.

L’ULTIMO RIFUGIO È SOTTO ATTACCO

Non dormite sonni tranquilli pensando che l’emergenza sia finita.

L’emergenza sanitaria è stata solo il laboratorio per un esperimento di ingegneria sociale molto più vasto, potenzialmente già pronto all’orizzonte.

Ciò che resta è una Costituzione mutilata e un cittadino inerme di fronte al potere.

Il futuro che si prospetta è un panorama di obblighi farmacologici ciclici, dove il consenso informato è diventato un’ironica reliquia del passato.

La domanda che ogni uomo libero dovrebbe porsi non è se il vaccino fosse giusto o sbagliato, ma se siamo pronti a consegnare le chiavi del nostro sangue e delle nostre cellule a un’autorità che non risponde più della nostra integrità, ma solo della propria sopravvivenza economica.

La risposta segnerà il destino delle prossime generazioni. E la paura che provate non è irrazionale: è l’ultimo rintocco della coscienza prima che cali il sipario sulla libertà di essere umani e diventiamo tutti automi, ingranaggi di un sistema che deciderà per noi ogni aspetto delle nostre vite.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’UCRAINA E IL TRAMONTO DELLA RAGIONE IN UN DISASTRO ANNUNCIATO

Esiste una zona d’ombra, tra il bianco e il nero della propaganda di guerra, dove la verità smette di essere uno slogan e diventa un intreccio scomodo di economia, sociologia e cruda lotta di potere che i fatti hanno l’ardire di mostrarci in tutta la loro brutalità.

La narrazione che oggi domina i media occidentali sembra rassicurante: un popolo che lotta per la libertà contro un tiranno. Ci sono un aggredito e un aggressore.

È un racconto manicheo, perfetto per il consumo rapido sui social media per un target di pubblico con scarsa cultura storica, sociologica e antropologica.

Tuttavia, per chi ha passato la vita a studiare i flussi della comunicazione, la storia e la geopolitica, questo quadro appare come un tappeto posizionato sulla polvere.

L’attuale tragedia ucraina non è un evento fortuito e non è colpa di un aggressore. Al contrario, è il risultato di un’azione straniera, di quello che possiamo definire un esperimento geopolitico fallito, dove la sovranità di una nazione è stata calpestata per soddisfare interessi che poco avevano a che fare con quelli degli ucraini.

IL PECCATO ORIGINALE DELL’ILLUSIONE LIBERALE

John Mearsheimer, autorevole politologo americano, docente all’Università di Chicago, voce del realismo nelle relazioni internazionali, ripete da anni che l’Occidente è vittima di una “delusione liberale”.

Abbiamo creduto, con un’arroganza da fede religiosa, che nel XXI secolo la logica delle sfere d’influenza fosse morta, sepolta dal diritto internazionale e dai mercati globalizzati.

Ma la geopolitica è una materia che non perdona gli smemorati e nemmeno gli ignoranti.

L’allargamento della NATO verso Est, iniziato negli anni ’90, fino alla promessa di Bucarest del 2008, è stato percepito da Mosca come una minaccia esistenziale e, per capire la posizione della Russia, immaginate, per un istante, la reazione di Washington se la Cina decidesse di costruire un’alleanza militare e schierare batterie missilistiche lungo il confine tra il Texas e il Messico.

La risposta non sarebbe un invito al dialogo, ma un intervento immediato in nome della Dottrina Monroe, proprio come accadde nel 1962 con le pretese di Kennedy su Cuba.

Perché dovremmo aspettarci che la Russia si comporti in modo diverso? Questa non è una giustificazione dell’aggressione, ovviamente, ma una diagnosi fredda delle sue cause strutturali. Gli USA farebbero lo stesso con Messico e Canada e avrebbero fatto lo stesso con l’Ucraina.

Ma la domanda delle domande è: l’Europa avrebbe inviato armi e soldi all’Ucraina se, invece di Putin, ci fossero stati Biden e poi Trump?

2014, QUANDO LA SOVRANITÀ È DIVENTATA OUTSOURCING

Se vogliamo capire il presente, dobbiamo tornare al 2014 senza le fake news della propaganda di oggi, che cerca di raccontare una storia smentita e ri-smentita da fatti, studi e analisi.

Piazza Maidan fu certamente il teatro di una protesta popolare, ma fu anche il palcoscenico di un’ingerenza occidentale senza precedenti. A confermarlo, senza possibilità di smentita, c’è la telefonata intercettata tra Victoria Nuland, all’epoca Assistente Segretario di Stato USA, e l’ambasciatore Geoffrey Pyatt.

In quella conversazione, mentre le barricate erano ancora fumanti, i due funzionari discutevano di chi dovesse guidare il nuovo governo come se stessero selezionando i quadri di una loro filiale aziendale. “Yats è il ragazzo giusto”, sentenziava la Nuland. Poche settimane dopo, Arseniy Yatsenyuk diventava Primo Ministro, dimostrando in maniera puntuale quanto Maidan fu un episodio pilotato dall’Occidente.

Ma l’interferenza non si fermò alla politica e si estese alle casse dello Stato.

Nel dicembre 2014, contrariamente a ogni logica di sovranità nazionale, Natalie Jaresko, cittadina americana ed ex funzionaria del Dipartimento di Stato, ottenne la cittadinanza ucraina “espresso” per diventare Ministro delle Finanze.

Altro che democrazia! Jaresko non fu una scelta del popolo, ma il frutto di una ricerca affidata a società di cacciatori di teste finanziate dalla International Renaissance Foundation di George Soros.

Quale altra prova serve per dimostrare la mano degli americani nell’affare Ucraina?!

Lo so, molti di voi leggerennano della Jaresko soltanto in queste righe. Ed è proprio questo il punto: senza conoscenza storica, non si può comprendere al meglio il motivo dell’invasione russa e dell’escalation del 2022 della guerra in Ucraina scoppiata nel 2014.

L’OMBRA LUNGA DEI CAPITALI PRIVATI

George Soros non è un fantasma evocato dai complottisti, come tanti scribacchini della propaganda hanno dato da credere, ma un attore finanziario che ha ammesso apertamente di aver speso miliardi per “promuovere la democrazia” in Ucraina sin dal 1989.

Attraverso una ragnatela di ONG, media indipendenti e think tank, la sua Open Society ha creato un’infrastruttura parallela capace di condizionare l’opinione pubblica e, come abbiamo visto, di selezionare direttamente i membri del governo.

Qualcuno, a questo punto, dirà che Soros ha poi ritrattato in parte alcune dichiarazioni. Ma se provate a fare un salto in qualunque carcere, troverete solo persone che si dichiarano innocenti. Perciò, certe difese vanno prese per ciò che valgono.

Questo intreccio tra alta finanza e governi solleva domande inquietanti. Un ministro scelto da una fondazione straniera risponde ai cittadini ucraini o ai suoi architetti finanziari?

L’Ucraina post-2014 è diventata l’esempio perfetto di “governo in appalto”, un esperimento di ingegneria sociale volto a integrare forzatamente il paese nel sistema euro-atlantico, staccandolo con la violenza dalle sue radici storiche e geografiche.

Ignorare questo fatto serve solo ad avallare la propaganda di chi parla di aggressore e aggredito.

IL SUICIDIO STRATEGICO DELL’EUROPA

In questo scacchiere, l’Unione Europea ha giocato il ruolo dell’utile idiota. L’Europa ha commesso un suicidio economico e diplomatico per seguire un’agenda dettata da Washington. Tagliandosi fuori dalle risorse energetiche russe, l’industria europea – e quella tedesca in particolare – ha perso la sua competitività, scivolando in una dipendenza totale dagli Stati Uniti.

Ma il fallimento più grave è quello diplomatico.

I leader europei hanno abdicato al loro ruolo di mediatori, sabotando attivamente ogni possibilità di accordo, come accaduto nei negoziati di Istanbul del 2022. Con il famoso milione di sterline a Boris Johnson.

La scelta di Kaja Kallas e di altri falchi europei di chiudere ogni canale di dialogo con Putin non è un atto di coraggio, ma una rinuncia alla politica che ha il profumo dell’idiozia.

Senza diplomazia, resta solo la guerra. Una guerra di logoramento che potrebbe concludersi tra pochi mesi con il collasso morale e materiale dell’Ucraina, un Paese che sta finendo letteralmente le persone da mandare al fronte.

Sempre che non si affretti la “Finestra di Overton” con cui in Europa di parla di leva e di nemico alle porte, inviando i nostri figli in Ucraina. Ipotesi tutt’altro che campata in aria, visto che in Francia, poche mesi fa, altissimi funzionari dell’esercito avvisavano i francesi di doversi rassegnare a perdere qualcuno dei loro figli in guerra.

IL PREZZO DELLE AMBIZIONI ALTRUI

L’Ucraina è oggi un campo di battaglia dove si scontrano ambizioni che non le appartengono, ambizioni che non erano degli ucraini, ma degli americani. E di alcune aziende francesi, inglesi e tedesche del settore energetico, a cominciare da TotalEnergies e Shell.

Gli Stati Uniti, mentre si preparano a un lungo braccio di ferro con la Cina, usano Kiev come uno strumento per indebolire la Russia “fino all’ultimo ucraino”, perché, in caso di guerra contro Pechino, Mosca sarebbe il primo alleato della Cina.

L’Europa, priva di una visione strategica, si aggrappa a sanzioni che si sono rivelate un boomerang, mentre il resto del mondo, il cosiddetto Sud globale, osserva con crescente distacco, accelerando processi di dedollarizzazione che mineranno il primato occidentale nei decenni a venire.

VERSO UNA SOLUZIONE REALISTA

Possiamo continuare a invocare una vittoria totale che non arriverà mai, credendo di poter mettere in ginocchio la più grande potenza atomica al mondo, una nazione con una banca centrale autonoma, con una propria moneta, con un’infinità di materie prime nel sottosuolo e dotata di un’industria dalle capacità belliche irraggiungibili per l’Occidente, come dimostrato in questi anni, oppure possiamo tornare alla realtà.

La strada per la pace non passa per altre armi, come vanno dicendo i pennivendoli della propaganda, ma per il riconoscimento di una verità elementare: l’Ucraina deve tornare a essere un ponte, non un avamposto. E il suo governo deve tornare a essere espressione del popolo ucraino, anche di quello fuggito all’estero, e non un consiglio di amministrazione per società occidentali.

Una neutralità garantita internazionalmente, sul modello austriaco della Guerra Fredda, è l’unica via per salvare ciò che resta dell’Ucraina.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che il 2014 è stato un errore tragico e vergognarcene. Senza questa consapevolezza e senza questa ammissione, resteremmo a parlare, come scapestrati al bar, di aggressore e aggredito.

Dobbiamo ammettere che la sovranità non può essere delegata ai fondi d’investimento o decisa al telefono da funzionari stranieri perché gli USA vogliono comandare il mondo.

Solo quando l’Ucraina smetterà di essere il laboratorio delle velleità atlantiche e tornerà a essere uno Stato sovrano e neutrale, il sangue smetterà di scorrere.

Fino ad allora, continueremo a parlare di libertà e di diritto internazionale senza sapere neppure di cosa stiamo parlando.

SE LA DEMOCRAZIA MUORE DI CONSENSO COATTO

Il Vecchio Continente non ha più l’immagine della culla del diritto e del libero pensiero, ma quella di un’entità politica smarrita.

La Commissione von der Leyen ha deciso di puntare tutto sul collasso della Federazione Russa, una mossa che non tiene conto della situazione geopolitica mondiale né della situazione economica e strutturale della Russia.

Industria di guerra, materie prime infinite, banca centrale e moneta propria sono condizioni per cui, prima di fallire, ne devono passare di capodanni. Nel mentre, diversi paesi europei sono alla frutta e i loro cittadini e le imprese sono strozzati dal caro vita e dal costo dell’energia alle stelle.

Non si tratta più soltanto di una contrapposizione militare con Mosca, ma di un progressivo scollamento dagli stessi interessi strategici degli Stati Uniti, in un gioco di specchi dove l’Europa rischia di rimanere l’unica a pagare il conto di una visione geopolitica cristallizzata.

La strategia ricalca errori già commessi, reiterati con una irrazionalità tragicomica, quasi che l’ammissione di un fallimento potesse far crollare l’intera architettura burocratica di Bruxelles.

LA FABBRICA DEL CONSENSO

L’apparato mediatico occidentale ha smesso di essere il cane da guardia della democrazia per trasformarsi in un megafono acritico di narrazioni prefabbricate, come ho spiegato nel mio libro La Fabbrica della Paura.

Moltissimi giornalisti, anziché informare e fare inchieste su chi comanda, sono diventati leccapiedi del potere e loro portavoce, dispensando fake news e propaganda pur di avallare ogni scelta.

Siamo immersi in una “disinformazione di ritorno” che scivola nel grottesco.

Quando leggiamo di soldati russi ridotti al cannibalismo per fame o di droni abbattuti da canti popolari, assistiamo alla morte dell’intelligenza.

Senza dimenticare i soldati russi armati solo di pale dell’800, mandati a morire al ritmo di 1000 al giorno, cioè oltre un milione di morti dal 2022 a oggi.

Calcolando che l’intero esercito russo contava, nel 2022, 1.250.000 uomini, risulta chiaro il livello della sciocchezza veicolata come notizia attendibile.

E senza dimenticare i “microchip smontati dalle lavastoviglie per armare droni, carri armati e missili.” Anche qui, basterebbe andare a vedere quanti milioni di dollari spendono gli americani in Ricerca e Sviluppo per il settore della Difesa, per rendersi conto della castroneria spacciata per verità.

Queste non sono notizie, ma veline psicologiche destinate a un’opinione pubblica che si vuole, in primo luogo, fortemente ignorante, poi anestetizzata e incapace di distinguere il fatto dalla caricatura.

La demonizzazione dell’avversario ha raggiunto vette tali da ignorare persino la logica elementare e la demenzialità è diventata la nuova normalità.

È la parabola dei lupi russi che mangiano solo renne finlandesi: una narrazione che tratta il cittadino come un cretino, come il destinatario di una fiaba macabra invece che come il sovrano di un sistema democratico.

Eppure, questa deriva non è ridicola, ma pericolosa, perché quando il giornalismo abdica al suo ruolo di verifica, la verità diventa un accessorio inutile, persino fastidiosa per la propaganda.

IL GRIDO NEL DESERTO: LA SOLITUDINE DEL DISSENSO

In questo scenario di fervore bellicista, persino la figura del Pontefice risulta un’anomalia fastidiosa, un granello di sabbia negli ingranaggi della macchina da guerra.

Papa Leone XIV è stato vittima di un processo di marginalizzazione mediatica senza precedenti. Chi oggi osa invocare il disarmo o la via diplomatica non viene confutato con argomenti, ma espulso dal discorso pubblico attraverso l’arma del ridicolo o l’accusa infamante di collaborazionismo.

Definire “filo-russo” un Papa che cerca di fermare un massacro è il sintomo di una patologia sociale profonda. È la dimostrazione che il mainstream non accetta più zone grigie, né istanze morali che non siano funzionali all’escalation. La pace è diventata una parola sovversiva per i leader della guerra.

IL MIRAGGIO ECONOMICO E IL FALLIMENTO DELLE PROFEZIE

Osserviamo con costernazione la discrepanza tra i dati reali e le promesse di collasso imminente che ci sono state somministrate negli ultimi quattro anni.

Ci avevano assicurato che il rublo sarebbe diventato carta straccia, che l’economia di Mosca sarebbe implosa sotto il peso del primo pacchetto di sanzioni dagli effetti dirompenti, (Siamo arrivati a 19 pacchetti, da allora, e la Russia, non solo è ancora in piedi, ma adesso pare in grado di invadere l’Europa).

Che il peso del nostro pacchetto di sanzioni lo aveva assicurato, a maggio 2022, l’allora premier italiano, Mario Draghi, che aveva annunciato che “le sanzioni imposte alla Russia hanno avuto effetti dirompenti, ma il momento di massimo impatto di tutte le sanzioni fin qui approvate nei confronti della Russia sarà da questa estate in poi”.

Nel 2022, il Pil russo calò del 2,1%, meno di quanto fosse stato pronosticato. Addirittura, nel 2023 lo stesso Pil russo crebbe del 3,6% (più di quello Usa e di quello Ue).

L’anno scorso è cresciuto del 4,3% e nel 2025 tra lo 0,6 e l’1%.

Qualcuno potrebbe dire che nel 2025 il PIL russo ha subito un rallentamento fortissimo, ma il PIL dell’Italia, Paese non in guerra e non sanzionato, dovrebbe essere dello 0,5% secondo le stime Istat o dell’1,6% secondo quelle Bce.

Ci avevano assicurato che Putin avrebbe finito i missili in poche settimane e che fosse in fin di vita per ben quattro tipologie di cancro diverse.

I fatti, però, raccontano una storia diversa: una Russia che cresce più della zona euro, che diversifica i propri mercati e che mantiene una stabilità interna che i nostri leader avevano escluso categoricamente.

Federico Fubini ha più volte suonato il de profundis per una moneta russa che invece ha mostrato una capacità di resistere inaspettata.

Sbagliare una previsione è umano, e ci mancherebbe, ma trasformare l’errore in un dogma e perseguitare chi lo aveva previsto è, invece, il segnale di una deriva autoritaria. Significa vivere nel mondo dispotico di 1984 di Orwell.

IL MINISTERO DELLA VERITÀ E IL CASO JACQUES BAUD

Il punto di non ritorno è stato superato con la persecuzione amministrativa del dissenso scientifico e analitico. Dopo i casi Nunziati e Baldan, di cui abbiamo già discusso e sui quali trovate gli articolo in calce, il caso di Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzera, è un monito agghiacciante per tutti.

Quando l’Unione Europea ha deciso di congelare i beni e limitare la libertà di movimento di un analista perché le sue tesi sono “non conformi”, siamo entrati ufficialmente nell’era dell’illiberalismo burocratico.

Una cosa che non accade a Pechino o a Mosca, ma in Europa.

E non è stato un tribunale a condannarlo, ma un ufficio politico.

Questo è il metodo Orwell applicato alla realtà: se non puoi confutare l’analisi, distruggi l’analista.

La libertà di parola in Europa non è più un diritto inalienabile, ma una concessione condizionata all’allineamento con i desiderata di Kaja Kallas e dei vertici di Bruxelles. È il principio del “colpirne uno per educarne cento”, un’eredità dei regimi totalitari che pensavamo di aver consegnato alla storia.

Di fatto, siamo entrati in una dittatura, perché quanto sta accadendo non ha alcun fondamento giuridico.

L’UCRAINIZZAZIONE DELL’EUROPA: IL PARADOSSO DEI VALORI

Stiamo assistendo a un fenomeno sociologico inquietante: per difendere la democrazia ucraina, l’Europa sta adottando i tratti meno democratici di quel sistema.

La messa fuori legge di undici partiti di opposizione, la cancellazione della lingua russa, il rogo dei libri e la glorificazione di figure storiche controverse come Bandera vengono accettati dall’UE senza battere ciglio.

Al contempo, sugli intellettuali europei si adotta un clima da caccia alle streghe.

Il caso di alcune dimissioni dal comitato scientifico di Limes, volte a colpire l’indipendenza di Lucio Caracciolo, è la prova che la pressione per il conformismo sta soffocando anche le voci più autorevoli e storicamente bilanciate.

È tutto già visto, durante il Ventennio. Lo stiamo vivendo di nuovo. E, come allora, chiunque lo denunci viene deriso, se non emarginato a sua volta.

UNA PAURA REALE PER UN FUTURO OPACO

Quello che mi spaventa non è solo la guerra ai confini, ma la guerra interna che stiamo conducendo contro la nostra stessa identità liberale.

Se la libertà di pensiero viene sacrificata sull’altare della sicurezza o della “vittoria a ogni costo”, cosa resterà dell’Europa quando i cannoni taceranno?

Il rischio è di trovarci in un continente impoverito, non solo economicamente, ma moralmente, dove il dubbio è un reato e l’analisi critica è considerata tradimento.

La gestione della comunicazione in questo conflitto ha creato un precedente pericolosissimo: abbiamo legittimato la censura come strumento di politica estera.

Come studioso e come cittadino, sento il peso di un’oppressione che si fa sottile, burocratica, pervasiva, perniciosa.

Stiamo costruendo un muro che non è fatto di mattoni e filo spinato, ma di pregiudizi e silenzi obbligati con la forza.

Se non recuperiamo la capacità di guardare alla realtà per quella che è, senza il filtro deformante della propaganda, l’eclissi della ragione in Europa diventerà una notte perenne, dalla quale sarà difficile risvegliarsi.

IL PARADOSSO DI UNA PACE CHE NON VUOLE FINIRE

La guerra è l’unico mercato dove il fallimento dei venditori viene pagato con il sangue degli acquirenti.

Sarà brutale, ma è incontrovertibile.

Mentre le cancellerie europee si esercitano in una retorica sterile, fatta di “paci giuste” e “vittorie finali”, la realtà geografica e il diritto bellico vengono sistematicamente ignorati, come se il desiderio fosse una categoria della fisica nucleare.

Abbiamo trasformato il conflitto in un talk show permanente, dimenticando che dietro ogni pixel di una mappa che si sposta, c’è il terrore di morire di un diciottenne che non ha mai chiesto di essere un martire della geopolitica, che se ne frega di Zelensky, Putin, Macron e di Trump.

LA TRAPPOLA DELLA “PACE GIUSTA” E IL CIMITERO DEL REALISMO

Inseguiamo l’illusione di una “pace giusta”, senza capire che, storicamente, la pace è solo l’istantanea scattata al termine di un massacro. Fotografie in cui chi ha combattuto non compare mai, ma compaiono solo quelli che hanno parlato, magari seduti al tavolo di club esclusivi.

La pace non è un atto di giustizia distributiva, ma il riconoscimento di un nuovo equilibrio di forza.

Chi oggi invoca la giustizia assoluta come precondizione per il cessate il fuoco, in realtà, sta firmando la condanna a morte di migliaia di soldati. Se esistesse una pace giusta in assoluto, l’Italia dovrebbe rivendicare Nizza e la Savoia, o l’Istria e la Dalmazia.

Non lo facciamo perché sappiamo che i trattati sono scritti con la logica della sconfitta o della vittoria, non della morale.

Oggi, l’Occidente vive in uno stato di cortocircuito cognitivo patologico. Crediamo che fornire armi equivalga a fornire vita, mentre i dati dell’Institute for the Study of War descrivono una realtà diversa: un’inesorabile avanzata russa contro un eroico, ma disperato, arretramento ucraino.

È il paradosso di Kiev. Più cerchiamo di aiutare militarmente l’Ucraina senza un piano diplomatico, più la condanniamo a una forma di suicidio assistito. Stiamo dissanguando un popolo per non ammettere che la prima potenza nucleare del mondo, piaccia o meno, non può essere cancellata dalle mappe.

LA RETORICA DELLE CLASSI DIRIGENTI E L’EROSIONE DELLO “JUS IN BELLO”

Il dramma sociologico di questo tempo sta nella totale assenza di un’intenzione che non sia la guerra.

Secondo la tradizione filosofica e il diritto medievale, la guerra è giustificabile solo se la sua intenzione profonda è la costruzione di un trattato di pace. Ma come si può negoziare con uno “spettro” o con un “cadavere”?

Se l’obiettivo dichiarato è l’annientamento totale dell’avversario, la pace diventa logicamente impossibile. Non si firma un accordo con un nemico che si vuole eliminare fisicamente e politicamente.

Siamo finiti in una barbarie comunicativa dove lo “jus in bello”, il diritto nella guerra, è evaporato. Non ci sono più regole, solo sterminio. E la cosa più inquietante è che questa irrazionalità non appartiene alle masse, ma alle élite.

Quando i leader perdono il contatto con il principio di realtà, la catastrofe è inevitabile.

Come notava Tolstoj, il destino dei popoli è spesso nelle mani di sei o sette individui; se questi individui decidono di mettersi le dita nelle orecchie per non sentire il rumore della verità, il risultato è Guernica di Picasso.

Ovviamente, ciò che ha permesso a Picasso di realizzare quell’opera straordinaria nella sua poetica spiazzante.

IL PIANO TRUMP E L’IPOCRISIA EUROPEA: COMPRARE TEMPO CON LA VITA DEGLI ALTRI

L’Europa non ha una politica estera; ha solo una delega in bianco firmata a favore di Washington.

Compriamo gas americano a prezzi quadruplicati, acquistiamo armi americane per regalarle al fronte e subiamo i dazi di chi ci dovrebbe proteggerci.

La verità è che il cosiddetto “Piano Trump”, per quanto possa apparire cinico o “sporco”, è l’unico elemento di realismo rimasto sul tavolo. Prevede compromessi territoriali, rinunce alla NATO e il congelamento delle posizioni.

È un’offerta che Putin non può rifiutare, ma è anche l’unica che può salvare l’ottanta per cento dell’Ucraina che ancora resta in piedi.

Invece, le classi dirigenti europee preferiscono la propaganda. Parlano di “vittoria finale” perché ammettere la sconfitta significherebbe ammettere un errore strategico colossale. Preferiscono che gli ucraini continuino a morire per “prendere tempo”, come se il tempo fosse una risorsa infinita e non una clessidra riempita di vite umane.

È una forma di crudeltà burocratica: costringere un popolo a un’agonia prolungata per non dover affrontare il trauma di un compromesso necessario.

L’ESTREMO MONITO: VERSO UN NUOVO ESERCIZIO DELLA VIOLENZA LEGITTIMA

Se non recuperiamo la lucidità, il passo successivo sarà l’abisso.

Già oggi, la narrazione bellicista sta preparando il terreno per l’accettazione della violenza legittima degli Stati contro i propri cittadini.

Potrebbe sembrarci incredibile, ma siamo a un passo dal veder tornare la coscrizione obbligatoria, il momento in cui lo Stato ti impone di marciare verso un nemico che non ti riguarda per una causa che è stata decisa in un ufficio climatizzato di Bruxelles o di Washington.

Dobbiamo scegliere: o accettiamo la “pace sporca” dei realisti, o continuiamo a tifare per la “guerra pulita” degli ideologi, quella che si combatte sui social ma che si conclude nelle fosse comuni.

Il silenzio dei pacifisti è stato comprato con l’accusa di tradimento, mentre il rumore dei tamburi di guerra è l’unica colonna sonora ammessa.

Ma la storia non perdona chi scambia i propri desideri per la realtà. E la realtà, oggi, è un grido che squarcia il velo di ipocrisia di un Occidente che ha smesso di pensare per limitarsi a reagire.

È tempo di tornare alla “recta intentio”, cioè all’intenzione di giungere alla fine della guerra. È tempo di capire che un cattivo trattato è sempre, infinitamente meglio, di una qualsiasi guerra, anche di una guerra “giusta”. Perché non esistono guerre giuste. Solo guerre che uccidono migliaia di giovani innocenti. Sempre e comunque.

Torniamo a dare voce al pensiero, alla filosofia, alla maturità della diplomazia. Prima che il giovane mandato a morire sia tuo figlio.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL PESO DEL SANGUE SULL’ALTARE DI MAR-A-LAGO: SE IL 90% DI UNA PACE VALE IL SACRIFICIO DI UNA GENERAZIONE

Mentre le fronde delle palme di Mar-a-Lago oscillano pigramente sotto il sole della Florida, a migliaia di miglia di distanza il fango delle trincee del Donbass inghiotte l’ultimo respiro di giovani che non vedranno mai la primavera del 2026.

È un paradosso geografico e morale che definisce il nostro tempo: il destino di un popolo viene tracciato tra i marmi di un club esclusivo, mentre la realtà del fronte macina carne umana con la precisione di un orologio svizzero.

Volodymyr Zelensky è volato da Donald Trump con la postura di chi non ha più tempo per l’orgoglio, portando con sé un’Ucraina che, rispetto al 2022, è un organismo ferito, privato di milioni di suoi figli fuggiti altrove e segnato indelebilmente da centinaia di migliaia di giovani corpi spezzati, oggi prigionieri di una sedia a rotelle o di un trauma che nessuna diplomazia potrà mai curare.

Una forza lavoro che non c’è più, così come non ci sono più porzioni di territorio che nel 2022 c’erano ancora, quando il leader di Kiev fu spinto a combattere da Boris Johnson e i leader europei, al suono di «andate e combattete. Fino alla vittoria finale contro Mosca.»

L’ACCORDO POSSIBILE E L’OMBRA DI FEBBRAIO

Il linguaggio del potere è improvvisamente mutato.

Non si parla più di “vittoria totale”, ma di percentuali di fattibilità. Lo stesso Zelensky, al termine di un colloquio che ha il sapore di un’ultima chiamata, ha dichiarato che il piano di pace in venti punti è stato ormai «concordato al 90%», sottolineando come le «garanzie di sicurezza sono una pietra miliare fondamentale per il raggiungimento di una pace duratura».

È un’ammissione di realismo. Il 90% è una cifra che profuma di speranza, ma quel 10% mancante è un abisso fatto di terra, sovranità e orgoglio nazionale.

Donald Trump, con la sua consueta arroganza da negoziatore che non teme il conflitto, ha rilanciato con un ottimismo che sfida la logica del campo di battaglia: «Se le cose vanno bene potrebbero volerci un paio di settimane».

Eppure, la pace non è un contratto immobiliare, ma un processo che richiede il consenso di chi, a Mosca, continua a scommettere sul logoramento dell’Ucraina e dei paesi che la sostengono militarmente ed economicamente, visto che Kiev non ha più nemmeno i soldi per pagare la Pubblica Amministrazione, senza gli aiuti dell’Europa.

COSA RESTA DELL’UCRAINA?

Da un punto di vista sociologico, l’Ucraina odierna è un Paese profondamente diverso da quello che, nel febbraio 2022, stava per siglare accordi in Turchia.

Allora, i confini erano più ampi, le città erano popolate da una classe media in fermento e il futuro, seppur minacciato, appariva integro, con una classe politica legittimata e dotata di un peso specifico maggiore.

Oggi, Kiev si sta piegando sotto il peso degli scandali finanziari, milioni di ucraini sono fuggiti all’estero, altre migliaia hanno disertato, chilometri di territori non ci sono più e, ogni metro di terra riconquistato o perduto, viene pagato con un debito demografico che l’Ucraina piangerà per i prossimi cinquant’anni.

Mandare ventenni a morire per spostare una linea di confine di pochi chilometri, mentre la popolazione civile evapora verso l’Europa occidentale, è una strategia criminale e scellerata che non sta più in piedi.

L’economia della guerra ha i suoi ritmi, ma anche il grado di sopportazione di un popolo ha il suo.

È tempo di riconoscere che la diplomazia non è una resa, come, invece, hanno fatto credere i maestri della propaganda guerrafondaia, ma è l’unico atto di amore rimasto verso una gioventù che merita di costruire il futuro, non di essere sepolta.

IL REALISMO GELIDO DI KYRYLO BUDANOV

Mentre i politici cercano la foto perfetta, la mente dell’intelligence ucraina, Kyrylo Budanov, getta acqua gelida sui facili entusiasmi.

Per il capo del GRU, la guerra ha una sua inerzia cinetica che ignora le strette di mano in Florida.

Budanov individua in febbraio il «periodo più favorevole» per un accordo, non per una questione di buona volontà, ma per ragioni tattiche e climatiche. Tuttavia, il suo sguardo si spinge più in là, verso un 2026 che Mosca ha già pianificato a tavolino, prevedendo il reclutamento di altri 409mila uomini.

«Putin dice che la Russia avanza? Ma qual è il prezzo di questi progressi? Vi immaginate più o meno quanto costa un giorno di guerra? È costoso anche per gli standard della Russia», osserva Budanov con la freddezza di chi analizza un bilancio aziendale.

La Russia non si fermerà per bontà d’animo, ma per esaurimento. E l’Ucraina deve decidere se può permettersi di aspettare che quel momento arrivi, come vorrebbero i leader europei, per non perdere la faccia di fronte ai rispettivi elettori e sponsor.

EUROPA E USA: UNA CONVERGENZA NECESSARIA

Il ruolo dei “Volenterosi”, guidati da Emmanuel Macron e monitorati da Ursula von der Leyen, sarebbe quello di fornire lo scheletro alle garanzie di sicurezza che Trump ha promesso a Kiev.

La premier italiana Giorgia Meloni è stata netta nel richiamare la Russia alle sue responsabilità: «Spetta alla Russia dare prova di senso di responsabilità e apertura al negoziato».

Ma la verità è che il tavolo delle trattative è oggi un palcoscenico dove l’Europa cerca di non restare schiacciata tra l’isolazionismo potenziale di Washington e l’imperialismo muscolare di Mosca. Von der Leyen ha ribadito che servono «garanzie di sicurezza incondizionate sin dal primo giorno», perché una pace senza protezione è solo una tregua per permettere all’aggressore di ricaricare le armi.

Più o meno, lo stesso concetto ribadito da quattro anni anche da Mosca, che non vuole un cessate il fuoco che serva solo a Kiev e volenterosi per ricaricarsi.

IL DOVERE MORALE DELLA FINE

Non possiamo più permetterci il lusso di analisi geopolitiche distaccate.

Ogni ora spesa a limare quel 10% mancante dell’accordo è un’ora in cui un chirurgo a Kiev deve amputare un arto a un ragazzo che avrebbe dovuto essere all’università.

La politica internazionale deve smettere di essere un esercizio di posizionamento e tornare a essere l’arte di salvare esseri umani. Quanti più possibile.

Se l’incontro di Mar-a-Lago porterà davvero a un vertice a Washington in gennaio, quello dovrà essere il luogo in cui il pragmatismo economico di Trump e la necessità esistenziale di Zelensky percorreranno la via della responsabilità.

L’Ucraina ha già dato tutto ciò che poteva dare; chiederle di continuare a mandare a morire altri giovani per l’orgoglio e la scelleratezza dell’Occidente non è più una strategia, ma un crimine contro il futuro dell’Ucraina.

La pace non è solo l’assenza di bombe e lo stop a nuovi morti e nuovi mutilati, ma è soprattutto il ritorno alla possibilità di immaginare un domani che non sia scritto nel fango di una trincea.

Bisogna dare un seguito alle parole del Papa: «Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.»

Perché al fronte non ci sono “eroi” da copertina, ma ragazzi con la paura negli occhi, strappati ai loro sogni per diventare carne da macello in una guerra che non hanno scelto, ma che alti funzionari in giacca e cravatta e tailleur hanno voluto per propri interessi finanziari e geopolitici.

 Il grido del Papa non può e non deve restare un urlo solitario nel deserto.

La pace dà fastidio, inutile illuderci. Dà fastidio ai leader europei che, chiusi nei loro palazzi, continuano a soffiare sul fuoco del conflitto per interessi geopolitici e ciniche strategie di riarmo.

E dà fastidio ai giornalisti della propaganda, quelli per cui la guerra è ridotta ad “aggressore e aggredito” ancora oggi.

È facile parlare di “vittoria a ogni costo” quando il costo lo pagano i figli degli altri. È facile riempirsi la bocca di retorica mentre si mandano giovani vite a schiantarsi contro il muro della menzogna, mentre si sta comodi sul divano.

Ma è ora di fermarsi.

La pace non è una resa, è l’unico atto di coraggio e di saggezza rimasto per salvare ciò che resta dell’Ucraina.

Certamente, la pace è un crimine per chi ha puntato tutto sulla guerra, come i leader europei, e per chi tifa alla guerra dal divano di casa, dal calduccio dei talk show o dalle redazioni di chi ha veicolato fake su pale, muli e microchip.

E, proprio per questo, è l’unica cosa giusta da fare per tutti gli altri.

IL LABIRINTO DELLE VERITÀ, L’UCRAINA TRA MEMORIA DI SANGUE E TEATRO

Esiste un punto cieco nella visione geopolitica occidentale, una zona d’ombra dove la logica dei “buoni contro i cattivi” si sgretola contro il muro della storia.

Se vogliamo davvero comprendere l’abisso che separa Mosca da Kiev, non dobbiamo guardare solo i movimenti dei carri armati o le fluttuazioni del gas, ma dobbiamo scrutare dentro le ferite aperte di due popoli che ricordano l’orrore in modi diametralmente opposti.

Perché, in questo caso, la storia non è un libro di testo, ma un’arma che continua a sparare.

LA TRAPPOLA DELLA MEMORIA: QUANDO ENTRAMBI HANNO RAGIONE

Per comprendere il presente, bisogna scavare nelle macerie lasciate dal Novecento.

Nella memoria collettiva ucraina, l’evento fondamentale è l’Holodomor, la carestia che sterminò da 1,5 a 3,5 milioni di ucraini nelle zone rurali.

Gli storici non sono ancora concordi se fu dovuta alla rapida industrializzazione dell’URSS oppure se fu un’azione chirurgica di Stalin per eliminare il movimento indipendentista ucraino, ma sta di fatto che, per gli ucraini, milioni di contadini furono affamati metodicamente da Mosca per spezzare il sogno di un’identità nazionale.

Anche in questo caso, l’interpretazione del fatto è stata più brutale del fatto stesso.

Ed è questa interpretazione della carestia degli anni Trenta del secolo scorso che spiega perché, per un ucraino di oggi, la Russia non è un vicino, ma è l’aggressore esistenziale che ha già provato a cancellarli una volta.

Dall’altro lato del confine, la verità russa ha un sapore diverso, altrettanto amaro.

Per Mosca, il trauma supremo è l’invasione nazista. I russi non dimenticano che una parte della popolazione ucraina accolse la svastica come un vessillo di liberazione dal giogo sovietico, collaborando attivamente agli orrori della Shoah.

Quando il Cremlino parla di “denazificazione”, parla di una ferita ancora aperta, perché fa di tutti gli ucraini dei nazisti.

Due interpretazioni errate, o comunque forzate, di fatti realmente accaduti, spingono entrambi i popoli ad avere le loro ragioni.

Entrambi i popoli abitano stanze separate della stessa tragedia. Hanno entrambi ragione nei loro ricordi, ma quelle verità sono tossiche l’una per l’altra.

IL FANTASMA DELL’IMPERO E IL NODO DELLE MINORANZE

La dissoluzione dell’Unione Sovietica è stata, sociologicamente parlando, una compressione che ora sta esplodendo.

Per secoli, gli Zar prima e i Commissari poi hanno rimescolato i popoli come tessere di un mosaico.

Quando l’impero è crollato, i nuovi stati, dai Baltici alla Finlandia, fino alle repubbliche dell’Asia Centrale, hanno cercato di costruire la propria identità rimuovendo i segni del passato russo.

Ma nessuno si è posto il problema di che fine avrebbero fatto i milioni di russi etnici rimasti “dall’altra parte”.

Ed è proprio qui che nasce la radice della politica di Putin.

L’autocrate russo si muove su binari antichi: la missione di proteggere i russi fuori dai confini. È una visione che per noi appare obsoleta, quasi ottocentesca, ma che per la cultura politica russa è un imperativo morale e strategico. E se non riusciamo a comprenderlo, è una nostra mancanza, non russa.

È la stessa logica che portò l’Italia a morire per Trento e Trieste. Il problema è che questa protezione si trasforma inevitabilmente in invasione.

LA GUERRA SURREALE E IL FALLIMENTO DELL’INFORMAZIONE

Guardiamo al fronte di oggi, al caso quasi onirico di Kursk.

Un tempo, l’invasione del suolo russo avrebbe significato l’apocalisse nucleare in pochi minuti. Oggi, assistiamo a un’incursione gestita quasi come un evento che potremmo definire di marketing bellico, perché è miseramente fallita, nonostante l’evidente impiego di mezzi e uomini NATO, dall’inglese perfetto, ma qualcuno ne parla ancora come una grande conquista ucraina.

Se compariamo il conflitto ucraino con quello di Gaza, notiamo un dato sociologico spiazzante: il rapporto tra morti civili e militari in Ucraina è incredibilmente basso. È una guerra a “bassa intensità”, dove sembra esistere un limite non scritto che le parti temono di varcare.

Anche se la propaganda occidentale ha tentato di ridimensionare Gaza, per nascondere i crimini di Israele, e di esasperare la guerra in Ucraina per creare la paura del mostro russo, che serve a giustificare il riarmo e le politiche belliciste dei leader europei.

In tutto questo, il giornalismo moderno ha fallito.

Siamo inondati di dati, ma privi di comprensione.

A differenza della guerra del Kippur o delle Falkland, dove conoscevamo ogni movimento di brigata, oggi l’informazione è un muro di fumo denso oltre il quale si vede poco o nulla.

I mass media sono gestiti da figure prive di preparazione tecnica, spesso privi di lauree specifiche, incapaci di spiegare se un battaglione stia avanzando o stia semplicemente recitando una parte per i giornali di domani. Senza competenze storiche. Sappiamo tutto della superficie, nulla del nucleo.

Perché, come ho spiegato nel mio libro LA FABBRICA DELLA PAURA, oggi non interessa più informare, ma narrare ciò che serve al potere a cui si risponde.

L’UCRAINA COME GUERRA CIVILE POST-SOVIETICA

La tragedia finale è che questa, in fondo, è una guerra civile tra fratelli che hanno smesso di riconoscersi e hanno negato ogni tentativo di capirsi.

E la loro relazione è stata incancrenita dalle posizioni della NATO, che si è allargata sempre più a Est, e dai leader europei, che continuano a non ascoltare la voce dei milioni di ucraini che fuggono all’estero, si nascondono ai reclutatori e disertano.

Perché chi dice di voler aiutare gli ucraini non ha alcun interesse per ciò che pensano e vogliono davvero gli ucraini, ma perseguono interessi finanziari e geopolitici propri.

Quello dell’Ucraina è un territorio complesso. L’ovest, con Leopoli, non è mai stato russo. È stato austriaco, polacco, mitteleuropeo. La zona orientale, al contrario, è un “calderone” sovietico.

Putin ha scommesso sul fatto che i russi d’Ucraina lo avrebbero accolto come un liberatore, ma ha perso, in parte, la scommessa.

Perché trent’anni di indipendenza hanno creato qualcosa che Mosca non ha previsto, una nuova generazione che si sente ucraina non per etnia o per lingua, ma per cittadinanza.

Puoi parlare russo e sentirti ucraino.

Questo è il salto evolutivo che il Cremlino non riesce a processare.

Eppure, al tempo stesso, una parte di popolazione di quelle regioni, è profondamente ancorato alla Russia.

Ed ecco perché la situazione è complessa.

È come se fossimo in una lotta fratricida, in cui alcuni figli vogliono uccidere il padre per essere finalmente liberi, mentre altri lo difendono e lottano contro i fratelli visti come estranei.

È una tragedia greca recitata con armi moderne e con la spada di Damocle dei missili ipersonici e delle testate nucleari sulle teste, dove alla fine, indipendentemente da chi vincerà sul campo, la ferita tra le memorie sarà così profonda che ci vorranno secoli per rimarginarla.

Forse, non succederà mai.

Ecco perché, come è sempre accaduto nella Storia, è indispensabile dare spazio alla diplomazia. Anche perché non siamo più nell’era delle guerre combattute con la cavalleria, ma, in caso di reale difficoltà esistenziale, le superpotenze possono contare su armi in grado di annientare intere città in meno di un quarto di giro dell’orologio.

Motivo per cui non scoppierà mai una guerra vera tra USA e Russia, ma il rischio di un’escalation che estenda il territorio del conflitto inglobando l’Europa è sempre più elevato.

Qualora mi sbagliassi e scoppiasse una guerra vera tra Russia e USA, nessuno resterebbe vivo e nelle condizioni di rinfacciarmelo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.