PAPA LEONE XIV CONDANNA LA DITTATURA DELL’OCCIDENTE

I media occidentali sembrano essersi dimenticati che esiste il Vaticano. Non ricordano neppure il Papa.

Eppure, quando Francesco si piegava alla narrazione ufficiale, o quando Giovanni Paolo II era funzionale alla lotta al Comunismo, erano sulle prime pagine e nei Tg di ogni giorno.

Oggi, invece, sembra regnare uno strano silenzio tra i marmi gelidi di San Pietro. Non è il silenzio della preghiera, quel sussurro leggero che sale verso le cupole; somiglia più al silenzio pesante di chi ha appena ricevuto uno schiaffo in pieno volto e non sa ancora se porgere l’altra guancia o cercare i denti per terra.

Robert Francis Prevost, oggi Leone XIV, ha smesso di fare il cagnolino delle élite occidentali e ha deciso di fare il diplomatico. Almeno lui.

Nei suoi recenti discorsi, il Papa ha dimostrato come l’Occidente sia malato di un’ipertrofia dell’aggettivo e di un’atrofia della sostanza.

L’Occidente è sempre più una dittatura. Ne siamo immersi fino al collo. Una dittatura che non usa i carri armati nelle strade – non ancora, almeno non qui, anche se altrove le forze di polizia somigliano a polizia di regime, come l’ICE – ma che ha schierato i carri armati dentro i nostri vocabolari.

È una tirannia soffice, profumata di lavanda e di buoni sentimenti, che ti stringe la gola con un guanto di velluto finché non smetti di respirare la verità per inalare solo l’ideologia di turno.

IL LINGUAGGIO COME CAMPO DI CONCENTRAMENTO DIGITALE

Leone XIV lo ha capito prima degli altri.

Mentre i governi si riempiono la bocca di “inclusività”, il Papa vede le recinzioni che vengono alzate intorno a chiunque osi ancora chiamare le cose con il loro nome.

Perché se la parola non coincide più con la cosa, la realtà evapora. E quando la realtà evapora, resta solo il potere. È sociologia elementare applicata a un mondo post-umano: se controllo il perimetro di ciò che puoi dire, controllo il perimetro di ciò che puoi pensare. Perciò controllo ciò che puoi fare ed essere. In pratica, ti impongo una dittatura.

Oggi, l’inclusione è diventata il meccanismo di esclusione più raffinato della storia moderna. È un gioco di specchi deformanti dove la tolleranza è obbligatoria, ma solo verso chi si omologa al coro. Chi dissente non è un interlocutore, è un guasto nel sistema, un errore 404 della morale corrente.

Il Papa ha denunciato questo sapore orwelliano non per nostalgia del passato, non per ricordare il fascismo e il nazismo, ma per terrore del futuro, visto un presente che somiglia molto a un secolo fa. Un futuro dove l’uomo è un algoritmo senza peccato perché non ha più le parole per definirlo, il peccato. O per definire la grazia.

Se l’uomo giusto e corretto è colui che non dissente, allora il dissenso non esiste più, non perché realmente non esiste, ma perché è imposto dalla dittatura di ritenerlo non normale, non adeguato, non giusto. Proprio come accade in qualsiasi dittatura del mondo.

E lo stiamo vedendo in Europa. Gabriele Nunziati è stato licenziato in Italia, non in Russia. Sigfrido Ranucci ha subito un attentato in Italia, non in Cina. I conti di Jacques Baud, ex ufficiale svizzero, sono stati chiusi in Europa, non in Corea del Nord. I conti di Frédéric Baldan sono stati chiusi in Europa, per aver criticato la Presidente della Commissione europea, non in qualsiasi altra dittatura nel mondo.

Senza dimenticare il green pass e le discriminazioni di stampo fascista e nazista, vissute in Italia, e senza dimenticare gli omicidi dell’ICE per le strade degli USA, non dell’Iran.

IL FERVORE BELLICO E L’ECONOMIA DEL SANGUE PULITO

Ma non è solo una questione di dizionari, di questioni irrisolte e di incoerenza. C’è dell’altro, ed è più cupo.

Leone XIV ha puntato il dito contro quel “fervore bellico” che sembra essere diventato l’ultimo gadget irrinunciabile delle cancellerie occidentali, per cui la guerra è tornata di moda, ma con un trucco di marketing, perché oggi non la chiamano più “guerra” bensì “esportazione di stabilità” o “difesa dei valori”, mentre le fabbriche d’armi macinano dividendi che fanno impallidire i sogni più bagnati di Wall Street.

Ok, qualcuno osserverà che, almeno, hanno il pudore di non definirla più “esportazione di democrazia” come sono state definite tutte le precedenti violazioni del Diritto internazionale da parte dell’Occidente, in Iraq, in Jugoslavia, in Libia, solo per citarne alcune.

Dal punto di vista dell’economia internazionale, siamo di fronte a un paradosso, perché l’Occidente predica la decrescita felice e la sostenibilità green, mentre investe miliardi nel modo più insostenibile possibile per l’ambiente: la distruzione fisica di territori e popoli con bombe, missili, carri armati, aerei. Sprigionano tutti soltanto vapore acqueo??!!

Forse, per salvare il pianeta, basterà che tu venda l’auto di vent’anni che ti ostini a non cambiare perché non hai i soldi, e acquisti una bella auto elettrica con cui ti sposti a malapena in periferia, non è funzionale alle tue esigenze, ma… chi se ne importa: a inquinare ci sono già missili e carri armati. Vorrai mica aggiungerci anche i tuoi interessi?!

Leone XIV vede questa schizofrenia.

Vede leader che firmano trattati sul clima con la mano destra e autorizzano l’invio di missili con la sinistra. E vede gli stessi leader firmare pacchetti di sanzioni alla Russia, perché viola il Diritto internazionale, e appoggiare Israele e Stati Uniti quando violano il Diritto internazionale. È una dittatura della coerenza apparente che nasconde un nichilismo pratico.

Se la realtà fosse un software, questo sarebbe un errore, un bug da risolvere.

L’OCCIDENTE ALLO SPECCHIO: UNA CIVILTÀ SENZA VOLTO

Il Papa ai diplomatici, in un suo recente discorso, non ha chiesto solo pace, ma onestà intellettuale. Ha chiesto di smetterla di truccare le carte. Perché se “pace” significa “prepararsi meglio al prossimo conflitto”, allora abbiamo già perso.

Se “libertà” significa “obbligo di aderire al pensiero unico”, allora la democrazia è solo un marchio registrato, un logo su una scatola vuota. O, peggio, un vestito da sfoggiare a Carnevale, per vestire un ruolo che non ci appartiene.

C’è una solitudine terribile in questo Papa, la solitudine che accumuna milioni di persone, quella di chi si ostina a usare la logica in un’epoca che si nutre di impulsi emotivi e di indignazione a comando, di stupidità manifesta e di incapacità di attivare qualcosa in più di un manipolo di neuroni tanto per fagocitare quanto ottriato dai media della propaganda.

Soltanto in pochi si rendono conto di come Leone XIV sia il professore che ti boccia perché non hai studiato la realtà, ma preferisce darti una possibilità di recupero prima che suoni la campana dell’ultima ora.

L’Occidente sta morendo di narcisismo semantico e perché sepolto dal dio danaro, unico vero leader al comando.

Se l’Occidente si specchiasse e ragionasse sull’ICE, su Nunziati, su Baldan, sul Venezuela, su Gaza, sul passato, non vedrebbe più il suo volto, ma solo la maschera di Carnevale con su scritto DEMOCRAZIA che ha deciso di applicarsi sul volto per sembrare più buono, più giusto, più inclusivo.

Nella speranza che nessuno, nemmeno un Papa, si accorgesse dell’inganno.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL BLUFF DI TRUMP CONTRO IL REALISMO DI EXXON

Il fumo delle esplosioni tattiche dell’Operazione “Absolute Resolve” si è diradato, lasciando dietro di sé i resti del Diritto internazionale polverizzato con il rapimento di Maduro, portato via in catene, prigioniero di un blitz che ha riscritto le regole del concetto di democrazia.

Eppure, a poco più di dieci giorni dal rapimento che ha scioccato il mondo, la vittoria militare di Donald Trump si sta scontrando con un nemico molto più insidioso di una giunta rivoluzionaria: l’aritmetica.

IL GRANDE RIFIUTO DI DARREN WOODS

Dall’alto dell’Air Force One, tra una nuvola e l’altra sopra West Palm Beach, Trump ha lanciato il suo anatema contro ExxonMobil, rea di non aver ceduto all’entusiasmo patriottico-estrattivo.

Darren Woods, l’uomo che siede al vertice della più grande macchina petrolifera statunitense, ha pronunciato la parola che ogni populista teme: “uninvestable”.

Non è possibile investire in Venezuela. Woods non parla per ideologia, ma per logiche di bilancio. Il Venezuela non è un Paese, oggi, ma un cumulo di macerie istituzionali dove mancano tutele legali, garanzie fiscali e, soprattutto, una logica contrattuale che non sia il capriccio del momento.

Trump, visceralmente infastidito, accusa Woods di “giocare a nascondino”, ma è lo scontro archetipico tra la volontà politica, che vuole piegare la realtà ai propri fini elettorali, e la fredda logica del capitale, che non si muove senza un perimetro di sicurezza.

IL PETROLIO SPORCO IN UN MONDO TROPPO PIENO

La Casa Bianca sta tentando di trasformare il Dipartimento di Stato nel nuovo ufficio commerciale della PDVSA, agendo come contraente diretto per bypassare il collasso dello Stato venezuelano. Ma qui la sociologia del potere incontra la geologia, perché il greggio venezuelano non è l’oro nero della leggenda, ma una poltiglia densa, che richiede infrastrutture titaniche per essere estratta e raffinata.

Le stime di Rystad Energy sono una doccia fredda: 183 miliardi di dollari. Questa è la cifra necessaria in un decennio per rimettere in piedi la produzione.

In un mercato globale saturato da un surplus di 2 milioni di barili al giorno e con prezzi che oscillano stancamente poco sopra i 60 dollari, l’equazione non torna. Il break-even in Venezuela tocca gli 80 dollari.

Chiedere a una major di bruciare miliardi in un progetto in perdita cronica, mentre il mondo cerca di slegarsi dai combustibili fossili, non è strategia, ma follia economica.

L’ORDINE ESECUTIVO: LO SCUDO DI CRISTALLO

Per rassicurare gli investitori terrorizzati dai fantasmi dei sequestri del passato, Trump ha firmato un ordine esecutivo che mira a blindare i proventi petroliferi, proteggendoli da qualsiasi pretesa giudiziaria.

È un tentativo di creare una “zona franca” legale sotto l’egida di Washington. Tuttavia, i mercati sanno che ciò che un ordine esecutivo crea, un altro può distruggere.

La stabilità economica e politica non si edifica per decreto, specialmente in una nazione che ha fatto del sequestro dei beni statali una prassi decennale. La “gestione” americana delle vendite di 30-50 milioni di barili precedentemente sanzionati appare più come un’operazione di recupero crediti che come un piano di rinascita nazionale.

L’OMBRA DI TAIWAN SULLE MACCHIE D’OLIO

Mentre Washington cerca di capire come gestire il bottino di Caracas, a Pechino il silenzio ha il sapore delle analisi.

L’operazione in Venezuela è un prototipo per Taiwan?

Sebbene i media cinesi abbiano iniziato a mormorare di una possibile replica su Taipei, la realtà smentisce il parallelismo. Taiwan non è il Venezuela. Non è uno Stato fallito con un esercito demoralizzato, ma una fortezza tecnologica con una società civile coesa e un apparato militare d’élite.

“Absolute Resolve” è stata un mix di guerra elettronica, precisione e intelligence che ha sfruttato la marcescenza interna del regime di Maduro.

Trasporre questo modello nel Mar Cinese Meridionale sarebbe un errore di calcolo fatale. Eppure, il segnale è stato inviato: gli Stati Uniti sono tornati a considerare il cambio di regime un’opzione tattica percorribile.

UNA VITTORIA SENZA MERCATO

Trump si trova in una posizione paradossale. Ha catturato il suo “trofeo” geopolitico, ha rimosso l’arcinemico Maduro e ha messo le mani sulle riserve petrolifere più vaste del pianeta, come un re vittorioso di tre secoli fa.

Ma non sa cosa farne.

Senza il supporto delle multinazionali che hanno il know-how e i capitali, il greggio venezuelano resterà intrappolato nel sottosuolo, insieme alle promesse di una ricostruzione rapida.

La narrazione della Casa Bianca si scontra con il muro della realtà industriale. Il Venezuela post-Maduro non è un Eldorado pronto all’uso, ma un pozzo senza fondo che richiede pazienza, investimenti abnormi, diplomazia e prezzi di mercato che oggi semplicemente non esistono.

Se Trump deciderà davvero di tenere Exxon fuori dal gioco, rischia di trovarsi con il controllo totale di un’industria fantasma, che costerà in maniera esponenziale rispetto al ritorno.

La storia ci insegna che si può conquistare un Paese con i carri armati, ma non si può gestire una raffineria con un ordine esecutivo.

Così come la Storia insegna che gli stolti non fanno mai una bella fine, anche quando potenti e, apparentemente, invincibili.

L’INVERNO PIÙ FREDDO PER L’UCRAINA

A Kiev, il tempo segna giorni battuti da un inverno che non perdona, con termometri che implodono verso i venti gradi sotto lo zero, mentre gli abitanti sono costretti a fare i conti con la realtà della guerra. Una realtà ben diversa dalla propaganda che ci hanno venduto in Occidente per quattro anni.

In Ucraina, si vive l’effetto di un’emergenza energetica e anche quello del fallimento della diplomazia occidentale, ridotta a un cerimoniale di invio di armamenti che, per quanto massiccio, non ha garantito quella vittoria promessa come il Messia da un’Europa che ha fallito ogni previsione.

Zelensky dichiara lo stato di emergenza, punta il dito contro il sindaco Klitschko e cerca di ricucire un tessuto sociale che il gelo e i droni russi stanno sfilacciando con precisione chirurgica.

Eppure, fuori dai confini ucraini, la percezione del conflitto subisce una distorsione sociologica senza precedenti, ancora immersi in una narrazione binaria, un codice digitale che non ammette sfumature: o sei un patriota incondizionato o un emissario di Mosca.

Questa semplificazione infantile uccide il pensiero critico, impedisce di vedere che la pace non è un’opzione morale, ma una necessità biologica per un popolo che sta svanendo. Impedisce agli esperti di argomentare e tutto è gettato in caciara da analisti da bar e fenomeni da circo.

L’INDUSTRIA DELLA DISTRUZIONE: IL BILANCIO CHE NON TORNA

La Russia ha compreso, molto prima della NATO, che la guerra moderna è una sfida di logistica industriale, non solo di valori sul campo. Produrre un drone o un missile a Mosca costa dieci volte meno che a Parigi o Berlino, con una capacità produttiva quattro volte superiore.

Mentre l’Europa stanzia 90 miliardi di euro, di cui 60 direttamente destinati al “business” bellico, non si accorge che questi fondi finiscono per foraggiare indirettamente l’egemonia industriale statunitense, lasciando le proprie tasche vuote e le scorte militari ucraine in uno stato di asfissia cronica.

Le conquiste territoriali russe non sono più “punti sulla mappa”, come sostenevano in tanti fino a poco tempo fa. Parliamo di 6.600 chilometri quadrati conquistati solo nel 2025, una superficie vasta quanto l’Umbria, che demolisce il mito mediatico di una Russia “impantanata”.

Non riconoscere questo avanzamento non è realismo, non è ottimismo, ma è cecità e mancanza di onestà intellettuale. Ci sarebbe anche l’ipotesi della stupidità, ma mi auguro che incida solo su una percentuale infinitesimale.

Gli analisti più accorti, quelli che non fanno solo chiacchiere da bar, notano un parallelismo inquietante con altre crisi globali, dove gli Stati Uniti operano cambi di regime in base al tornaconto energetico o geopolitico, incuranti di quello stesso Diritto internazionale di cui pretendono il rispetto da Mosca.

In Ucraina, il paradigma è invertito: si preferisce una guerra di attrito infinita che indebolisce l’Europa e impegna la Russia, ignorando che sul selciato restano i corpi e i sogni di una generazione ucraina che non tornerà più, morta, resa invalida o fuggita all’estero.

LA RETORICA DEL NULLA E LA CULTURA INCHIODATA SUL NOI O LORO

Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump ha affermato che lo stallo dei negoziati ricade sulla riluttanza di Zelensky e non su Putin, che sarebbe già pronto a sedersi al tavolo per firmare trattati.

Non si tratta di una semplice opinione, ma è il segnale di un cambio radicale nel “deep state” americano. Se l’ingresso nella NATO dell’Ucraina rimane la condizione minima richiesta da Kiev e dal sostegno europeo, la pace diventerà un orizzonte irraggiungibile.

Se n’è reso conto Trump. Ed è ciò che diciamo da quattro anni noi e, come noi, tutti quegli analisti ed esperti che non sono abituati alle analisi da bar, ma a quelle nelle aule universitarie e nei circoli culturali.

Eppure, da quattro anni, da parte europea non viene preso in considerazione nessun compromesso, mentre il fronte ucraino deve far fronte a soldati stanchi, talvolta persino malati, inviati in prima linea nel tentativo disperato di non cedere altri chilometri al rullo compressore di Mosca, lento, ma inesorabile.

In Italia e in Europa, l’opinione pubblica viene anestetizzata da notizie di scarso peso, come la gestione delle mense scolastiche nei territori occupati, usate per indignare senza mai analizzare il fallimento delle sanzioni.

E l’Europa si è impantanata perché abbiamo abbracciato una logica del “sissignore” verso Washington, ignorando i nostri interessi nazionali ed europei.

Se non si invertirà la rotta, tornando al buonsenso della diplomazia, mettendo all’angolo i burocrati della guerra, il rischio è di svegliarci in un mondo dove l’Ucraina sarà stata smembrata, l’Europa de-industrializzata e gli Stati Uniti avranno puntato il mirino verso il prossimo profitto bellico.

Vi immaginate la risposta di Meloni a Trump, se il cinico capo dell’impero americano dovesse dire «Senti, Giorgia, abbiamo assoluto bisogno della Sicilia… della Sardegna. O ce la compriamo, oppure non saranno i vostri quattro soldati a poterla difendere»?

Anche allora, la nostra premier sarebbe pronta a parlare di “legittima difesa”?

Ovviamente, è per sorridere un po’, almeno fino a che non si trovino terre rare o petrolio in Sardegna o Sicilia, o all’America non servano le nostre isole per chissà quale disegno.

CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

Possiamo continuare a ignorare il fumo nero che sale dalle centrali ucraine, oppure possiamo avere il coraggio di affrontare la realtà, di vedere come la tecnologia russa ha imparato a beffare la contraerea occidentale, rendendo il cielo ucraino un soffitto fragilissimo.

Sì, perché è da troppo tempo che si vendono ai cittadini ucraini illusioni democratiche pagate con il prezzo del loro stesso sangue, mentre l’Occidente si gode lo spettacolo del conflitto a debita distanza. Anche se le tasche degli europei sono sempre più vuote, le industrie arrancano e il futuro è sempre più cupo.

È necessario spezzare il binomio del conformismo. Dobbiamo pretendere la via diplomatica, che non significa resa, ma ammettere la constatazione razionale del possibile.

Perché quando si spengono le luci a Kiev e l’unica fonte di calore è la frizione della pelle sui cappotti logori e le coperte consunte, i grandi discorsi sui valori universali evaporano, lasciando posto al freddo vuoto di una verità che non abbiamo voluto raccontare.

Soprattutto quando ai padrini di Washington è consentito comportarsi come gangster il cui quartiere è il mondo. Soprattutto quando il pericolo di una terza guerra mondiale non viene da Mosca, ma dalle pretese imperiali di Washington sull’Iran, il Venezuela, Cuba, Messico, la Groenlandia.

La storia ci giudicherà, non per quanti droni abbiamo inviato, ma per quanti ucraini siamo riusciti a lasciare al buio in nome di una geopolitica senza anima, di un Diritto internazionale diventato barzelletta e di una coerenza presa a calci e resa meno credibile della già compromessa dignità dei nostri leader.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

PERCHÉ CHIARA FERRAGNI CI STA VENDENDO UN’ASSOLUZIONE CHE NON ESISTE

La vicenda giudiziaria di Chiara Ferragni si è chiusa con un proscioglimento che, nelle mani del suo apparato comunicativo, si è già trasformato in un’assoluzione, in modo tale da veicolare l’idea di una sfolgorante vittoria morale.

Ma tra le pieghe del diritto e i riflessi degli smartphone, la realtà è molto più complessa e inquietante di un semplice titolo di giornale.

Assistiamo al tentativo di ricostruire una verginità commerciale attraverso un tecnicismo procedurale, mentre sullo sfondo resta il cadavere martoriato di una reputazione data in pasto ai lupi.

Va detto che il “linciaggio mediatico” subito dall’influencer è stato un esercizio di barbarie collettiva. È il lato oscuro dell’economia dell’attenzione, un tribunale della plebe che non cerca giustizia, ma espiazione attraverso il sangue digitale.

Perché la gente è invidiosa di chi ha successo e sa godere delle disgrazie altrui, quando l’altro è ricco e famoso.

Nessun essere umano, per quanto strutturato o consapevole della propria sovraesposizione, merita di essere maciullato in una piazza pubblica dove i giudici sono algoritmi e i giurati sono mossi dal risentimento sociale.

Questo meccanismo è un veleno che infetta la nostra democrazia, trasformando il dissenso in ferocia e la critica in annientamento della persona.

Tuttavia, proprio qui si inserisce l’ultima, magistrale operazione mediatica di Chiara Ferragni.

La parola “ASSOLTA”, urlata ai quattro venti, è un proiettile d’argento sparato contro la memoria collettiva.

Il termine viene usato per veicolare un’idea di purezza originaria, di “errore giudiziario” finalmente riparato, di innocenza.

Ma la verità processuale è meno poetica e molto più cinica: la Procura ha fallito il colpo grosso della truffa aggravata, l’unico reato che le avrebbe permesso di procedere d’ufficio. Perciò, semplicemente, non ha potuto processarla.

Caduta l’aggravante, è rimasta la truffa semplice, un reato che si spegne se la parte offesa ritira la querela.

E le querele sono state ritirate non per un’improvvisa illuminazione dei consumatori, o perché chi querelava ha creduto alla buona fede di Ferragni, ma per una poderosa operazione di risarcimento economico orchestrata dai legali dell’influencer mesi fa.

Non è un’assoluzione nel merito, ma un’estinzione del reato per via negoziale.

C’è un abisso tra l’essere “innocenti” perché non si è fatto nulla e l’essere “prosciolti” perché si è avuto il capitale necessario per disinnescare la disputa legale prima del verdetto. Eppure, la narrazione della Ferragni punta a colmare questo abisso con la retorica del “fine dell’incubo”.

Ci sta come difesa e come strategia, ovviamente, ma i fatti non cambiano.

È un tentativo di ritorno reputazionale per cui si usa il sigillo del tribunale per cancellare l’opacità di una comunicazione che l’Antitrust ha già bollato come ingannevole.

L’influencer ringrazia commossa chi non l’ha abbandonata, ma il suo sguardo è rivolto altrove. È rivolto alle multinazionali, ai contratti di licenza, ai fondi di investimento. Per loro, la parola “assolta” serve a timbrare i nuovi contratti, a fingere che il Pandoro-gate sia stato solo un brutto sogno collettivo e non un comportamento ingannevole, che ha leso rapporto di fiducia tra influencer e follower.

La tragedia di questa storia è che non ci sono vincitori.

Non vince la giustizia, che si è persa nei tecnicismi. Non vince il pubblico, che resta vittima di una manipolazione semantica.

E non vince nemmeno Chiara Ferragni, che pur riacquistando una libertà legale, resta prigioniera di un modello di vita che lei stessa ha creato, una perenne storia Instagram dove persino un verdetto diventa un filtro per nascondere le macchie.

Si chiude il faldone, ma resta l’amarezza. Abbiamo visto una donna sacrificata sull’altare del populismo digitale e, un istante dopo, quella stessa donna usare il diritto come uno scudo per venderci una purezza che non può più esistere.

La verità non è un post, ma in quest’era in cui le incongruenze e l’incoerenza la fanno da padrone, il mercato sembra averlo dimenticato.

IL “GIARDINO” AL BUIO, L’INCUBO TRUMP E LA BANCAROTTA MORALE DELL’OCCIDENTE

Odessa arranca a meno diciotto gradi. È un gelo di quelli che ti spaccano le ossa, ma è soprattutto il termometro di un fallimento politico che l’Occidente si ostina a voler truccare sotto lo spesso strato di una propaganda ormai logora e fallimentare.

Mentre a Kiev il sindaco suggerisce ai propri concittadini la fuga o la sopravvivenza a colpi di stufe a legna, le cancellerie europee continuano a recitare lo spartito della “vittoria inevitabile”, nonostante le prime crepe che abbiamo evidenziato ieri.

Ma dietro la facciata dei “valori non negoziabili”, restano solo macerie, blackout e una corruzione che mastica miliardi di aiuti senza emettere un sibilo.

IL RISVEGLIO TARDIVO DEI SONNAMBULI

Ci volevano le proteste di piazza in Olanda o il realismo tardivo di una certa politica europea per “scoprire”, all’alba del 2026, – meglio tardi che mai – che Stepan Bandera non era esattamente un seguace di Gandhi.

All’improvviso, l’Europa, che si è nutrita di retorica antifascista per ottant’anni, apre gli occhi sulla simbologia neonazista dei battaglioni ucraini e sulla glorificazione di collaborazionisti dello sterminio.

Un risveglio quasi magico.

Dov’erano questi scrupoli mentre i monumenti ai nazionalisti complici dell’Olocausto venivano eretti in ogni piazza da Leopoli in giù? Dov’erano quando la verità storica è stata messa in cassa integrazione per esigenze belliche di Biden?

Oggi che la stanchezza da guerra della popolazione ha svuotato le armerie e i portafogli, quel passato imbarazzante torna utile come pretesto diplomatico per giustificare l’abbandono.

Perché l’incoerenza non è un incidente di percorso per questo sistema, ma è il suo carburante.

MAZZETTE A KIEV E PASSIVITÀ A ROMA

Mentre i contribuenti europei stringono la cinghia nel nome dello “stato di diritto”, a Kiev le agenzie anticorruzione mettono i sigilli agli uffici di Yulia Tymoshenko, con un’accusa che è una secchiata d’acqua gelida per tutti quelli che ci davano dei putiniani quando accennavamo alla grande corruzione ucraina: voti comprati sistematicamente in Parlamento per pilotare leggi e appalti bellici. Un mercato delle vacche al tempo delle bombe.

E noi italiani assistiamo a questo teatro piegati a novanta gradi. Tutto mentre in Italia, la stessa coerenza da quattro soldi ci offre una riforma della giustizia che corre come un treno sui binari delle forzature costituzionali, con date referendarie fissate d’imperio prim’ancora di aver contato le firme.

Il tutto accompagnato dal silenzio complice di una TV pubblica, la Rai, che ha definitivamente divorziato dal concetto di pluralismo per celebrare le nozze con la comunicazione di Palazzo Chigi.

Ma su come funzionano comunicazione e propaganda, ho scritto il libro La Fabbrica della Paura. Puoi scoprirne di più cliccando QUI.

L’INCOERENZA TRUMP: LO SPECCHIO DI UNA CRISI

In questo caos di etica e di diritti, Donald Trump irrompe come il Mostro di Frankenstein creato da decenni di doppiopesismo internazionale. Si grida al sacrilegio perché Trump “passa ogni limite”, perché minaccia i dazi e ricorda a tutti che, presto, l’articolo 5 della Nato potrebbe servire proprio per difenderci dall’impero degli USA.

Ma il suo è solo il volto sfacciato di un ordine che l’Occidente ha già violato decine di volte, da Belgrado a Baghdad, ogni volta che la legge internazionale non serviva a proteggere i nostri profitti. E lo ha fatto inventando balle su balle, dall’Iraq alla Libia. Ogni volta che la legge internazionale era d’intralcio agli interessi americani.

Trump non è il problema, è il punto esclamativo alla fine di un ordine. Ma l’ordine è il medesimo dei suoi predecessori: “agire per comandare il mondo”.

L’unica differenza tra Trump e i suoi predecessori è che agisce senza competenze politiche e senza esprimersi attraverso il “politichese”, perciò è incapace di nascondere ricatti e trame che hanno sempre caratterizzato gli Stati Uniti nel mondo.

Vediamo la diplomazia del genero, Kushner, volare a Mosca con piani di pace che promettono garanzie equivalenti alla NATO per un’Ucraina ormai militarmente esausta, ma che sono una beffa, considerando che l’allargamento della Nato a est è stata la polveriera su cui abbiamo ballato per anni, ignorando gli avvertimenti russi.

E ora, Trump incita i patrioti iraniani a rovesciare le istituzioni, ignorando che sono le nostre sanzioni che stanno strangolando il popolo, non gli ayatollah.

E non manca molto a che il bullo di Washington si autoproclami anche presidente dell’Iran, dopo aver rivendicato lo scettro del Venezuela.

Certo, qualcuno parlerà di dittatura, di popolo ridotto alla fame e altre fantasticherie da analisti del bar.

È la solita, stantia promessa di “esportare democrazia”, una merce che l’Occidente produce ancora in grandi quantità, ma che nessuno, nel resto del mondo, ha più voglia di acquistare perché ha scoperto che è un prodotto avariato.

Gli USA e i loro alleati producono povertà e carestia nei paesi posti sotto sanzione, poi incolpano i regimi al potere e offrono la cura, finanziando chi fomenta la folla e proponendo sempre uomini che poi diventano i nuovi capi. Ovviamente, galoppini sul loro libro paga.

La chiamano democrazia, spesso persino libertà. Solo che si tratta di controllo e sfruttamento delle materie prime e di interessi geopolitici di quella regione.

Infatti, gli USA si guardano bene dall’intervenire in quei regimi dittatoriali che non hanno nulla da offrire, nulla da sfruttare. E sì che di dittature nel mondo ce ne sono circa sessanta, perciò non manca da dove cominciare.

Eppure, gli USA si muovono sempre e solo dove ci sono gas, petrolio, ricchezze e situazioni geopolitiche di interesse. Altrimenti, di dittatori, fame e popoli che subiscono angherie non glene importa una beata fava.

L’ERA DEL SILENZIO COMPLICE

L’elemento più inquietante di questa congiuntura non è la brutalità della guerra russa, né la guerra totale americana, ma l’atroce afasia dell’Europa, condannata all’irrilevanza.

Abbiamo trasformato la geopolitica in una questione morale, perdendo così sia l’una che l’altra.

Chi osa guardare la realtà oltre i talk-show vede la Russia che avanza sistematicamente, al di là delle tantissime balle raccontate dalla propaganda in questi quattro anni, mentre noi continuiamo a parlare di carri armati “a forma di riccio”, sanzioni dirompenti, pale ottocentesche e altre supercazzole, come se la guerra fosse un set di cartoni animati e non carneficina vera.

La cosa tragica è che tanti occidentali, moltissimi italiani, si sono bevuti queste balle e tanti vi credono ancora.

Figli di una narrazione schizofrenica che esige il rispetto del diritto internazionale solo dai nostri nemici, mentre gli amici rapiscono presidenti, minacciano di annettere isole e altre nazioni, bombardano paesi sovrani senza neppure provare a chiedere uno straccio di mandato dell’ONU.

Perché agli USA, dell’ONU, della NATO e del Diritto internazionale non è mai interessato nulla di più del semplice interesse nazionale.

È una decadenza morale totale, a cui nulla possono fare i tanti, troppi discorsi da salotto. Una decadenza accompagnata dal ghiaccio che sta gelando le ultime speranze di una popolazione civile usata come avamposto sacrificabile.

Se la libertà ha un prezzo, la nostra incoerenza l’ha resa una moneta svalutata.

Forse Trump è l’unico regalo che ci meritiamo in questo 2026, perché non siamo stati capaci di comprendere cosa fosse davvero la politica americana dell’ultimo secolo. Una politica di conquiste, di interessi nazionali a discapito di chiunque, amico o nemico che fosse.

E, mentre ancora continuiamo a puntare il dito contro la Russia, pretendendo il rispetto del Diritto internazionale da Mosca, senza vergognarci, i comportamenti dell’America, interni ed esterni, ci sbattono in faccia l’immagine di quanto l’Occidente si sia scoperto piccolo, rumoroso e spaventosamente vuoto. Lo specchio di quelle dittature che tanto ci fanno paura, ma che tanto tifiamo senza nemmeno rendercene conto.

Mentre continuiamo, in maniera complice, a definirle democrazie.

L’AMERICA RISCHIA LA GUERRA CIVILE? SE L’AUTORITÀ SI NASCONDE, LO STATO È GIÀ CADUTO

C’è un eccesso di tensione a Minneapolis e il sibilo del vento gelido del Minnesota non riesce a coprirlo.

Questo silenzio è fatto di rabbia e paura e ha raggiunto le intercapedini tra gli uffici federali dell’ICE e le strade gelide dove, solo poche settimane fa, Renee Nicole Good ha esalato l’ultimo respiro.

L’immagine che definisce l’America del 2026 non è più la bandiera che sventola sopra un edificio governativo, ma quella di un agente federale che, terminato il turno, si toglie l’uniforme nel retro di un furgone blindato per indossare una felpa anonima.

Le forze che rappresentano la massima autorità dell’Amministrazione Trump hanno paura. Ed è una paura atavica, primordiale.

L’ordine esecutivo dai piani alti è stato chiaro: non mostrate i simboli del potere fuori dal servizio.

Ma quando i guardiani di un impero devono nascondere la propria identità per non subire il linciaggio da parte della cittadinanza che dovrebbero proteggere, significa che il contratto sociale non è stato solo violato.

Quel contratto è stato polverizzato e l’autorità non è più tale, ma solo il peggior incubo di quella cittadinanza.

Lo stesso incubo vissuto dai nativi americani quando gli invasori li sterminarono, salvo trasformarli in selvaggi assassini nei film di Hollywood, per giustificare uno dei più grandi massacri della storia e indossare il mantello della più grande democrazia del mondo.

L’OMICIDIO DI RENEE GOOD: LA SCINTILLA NELLA POLVERIERA

Tutto ha avuto inizio il 7 gennaio. Renee Good, 37 anni, tre figli, una voce che tramite la poesia cercava di ricucire le ferite di una nazione lacerata, è stata giustiziata.

Non trovo termine più preciso, dal punto di vista giornalistico e sociologico, al di là delle balle sulla legittima difesa, sul tentativo di fuga, o addirittura di investire l’agente. Perché sparare al volto non lo fai per legittima difesa, ma per uccidere. E uccidere una persona disarmata che, al più può scappare, è omicidio.

Jonathan Caldwell, un agente dell’ICE incaricato di eseguire i raid anti-immigrazione potenziati dal neopresidente Trump, ha esploso tre colpi attraverso il vetro di un SUV. Tre proiettili sul volto di una donna disarmata che aveva appena sussurrato: “Non ce l’ho con te”.

I video che circolano compulsivamente sui social, che ho analizzato con il rigore di chi deve distinguere la propaganda dalla realtà, non lasciano spazio all’ambiguità. Renee non stava accelerando contro di lui.

Quella donna aveva l’unica colpa di far parte di una ronda di quartiere dotata di semplici fischietti, un esercizio di monitoraggio civico contro i pericoli della cittadinanza. E quei pericoli erano proprio gli eccessi di una forza federale percepita ormai come un corpo d’occupazione straniero.

Un corpo violento e omicida, come evincono i fatti.

L’amministrazione Trump, con la consueta spavalderia che ignora il Diritto internazionale e calpesta le prerogative del Congresso, ha tentato di ribaltare la narrativa diffondendo filmati parziali, ma i testimoni sul posto sono concordi nel parlare di esecuzione, omicidio, tragedia che si poteva evitare.

Ormai si è superato il punto di non ritorno dove la percezione collettiva diventa una forza cinetica inarrestabile. Minneapolis non è più una città, ma il Ground Zero di una frattura psicosociale che sta separando l’America dal suo governo centrale.

L’ARCHITETTURA DEL TERRORE NELLE SQUADRACCE FEDERALI

Gli agenti non sono più orgogliosi bracci armati della sovranità, ma sono uomini e donne braccati dal livore popolare.

Gli assedi agli hotel che ospitano il personale federale, gli insulti sistematici nei negozi, lo sguardo accusatore di un intero Paese hanno trasformato la vita di queste “squadracce” – termine duro ma sociologicamente corretto per descrivere unità che operano al di fuori del controllo democratico – in un incubo quotidiano.

Parliamo di isolamento.

Quando il tuo vicino di casa scopre che lavori per l’ICE e smette di salutarti, o peggio, inizia a documentare ogni tuo spostamento, la sicurezza interna si sgretola, ma è il mostro che si ritorce contro chi lo ha usato fino a ieri.

Il Sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito l’ICE una fonte di “caos”.

La violenza gratuita di Caldwell non ha solo ucciso una madre, una donna disarmata e non pericolosa, ma ha anche delegittimato l’istituzione a un livello tale che il recupero della fiducia sembra impossibile.

IL PARADOSSO DI TITOR E LA FISICA DELLA DISGREGAZIONE

Mentre scrivo, non posso fare a meno di ripensare alla figura enigmatica di John Titor.

Nel 2000, quella che sembrava una narrazione distopica nata nei bassifondi della rete, profetizzava una Seconda Guerra Civile Americana. Titor parlava di un conflitto nato tra città e zone rurali, alimentato dall’erosione dei diritti costituzionali e da una presidenza dispotica.

Tutti elementi che ritroviamo oggi in America.

Le date del presunto crononauta erano errate, ma come ci spiega la teoria scientifica delle stringhe, il tempo non è una linea retta, bensì un groviglio di probabilità che collassano in realtà differenti.

Se accettiamo la possibilità di dimensioni parallele, del tutto simili alla nostra, potremmo trovarci su una stringa gemella a quella descritta da Titor, perciò con qualche modifica rispetto ai suoi ricordi.

Sull’argomento, ho pubblicato un romanzo qualche anno fa, Il Lato Oscuro del Tempo, disponibile ovunque online e ordinabile in qualunque libreria tradizionale.

La tensione del 2026 non è dissimile dai parametri predittivi del 2004 di Titor: una polarizzazione così violenta da trasformare il vicino di casa in un nemico.

Tuttavia, qui non ci sono russi che intervengono per decapitare il governo federale.

Il collasso che stiamo osservando è un cancro che divora la democrazia dall’interno, nutrito dall’impunità e da un’amministrazione che usa il raid migratorio come uno strumento di branding politico, ignorando le norme umanitarie e lo sdegno globale che circonda il nome di Renee Good.

CRONACHE DI UNA GUERRA CIVILE LATENTE

Non vedremo necessariamente trincee nei campi della Virginia o di Omaha. La guerra civile moderna è molecolare. Si combatte nei licenziamenti preventivi, negli sguardi carichi di odio al supermercato, nella paura di un agente federale di essere linciato per aver bevuto un caffè in pubblico.

È una guerra civile delle identità, dove un’uniforme non è più vista come fonte di sicurezza, ma con l’odio di chi ne ha paura.

Dallo scorso settembre, l’ICE ha sparato nove volte in raid simili, provocando quattro morti.

Una media che fa della violenza omicida la norma, non l’eccezione.

La reazione del Dipartimento di Sicurezza Interna è stata quella di blindare la propria arroganza, sottraendo l’inchiesta alle autorità locali di Minneapolis per chiuderla dentro un recinto federale dove la verità è la prima vittima collaterale.

In pratica, si tenterà la stessa strada percorsa per giudicare i crimini dei marines commessi in Medioriente, con condanne da far ridere anche i cetrioli.

Questa opacità sta creando dei martiri.

E un sistema che ha bisogno di uccidere i propri poeti per sopravvivere è un sistema che ha già smesso di essere una repubblica, per somigliare molto da vicino a quelle dittature che dice di voler combattere.

Infatti, ci sono tutti i segnali di un crollo sempre più imminente: investimenti in stabilità che si volatizzano, paralisi operativa, fuga di cervelli, paura nei confronti delle forze dell’ordine.

L’UMANITÀ NELL’ORA DELLE TENEBRE

Abbiamo bisogno di un ritorno prepotente al Diritto. Quello che accade oggi a Minneapolis è il presagio di un incendio globale.

L’Amministrazione Trump deve capire che non si può governare una nazione trattando la sua metà più attiva come un parassita da estirpare. Ogni proiettile in faccia a una Renee Good è un chiodo nella bara della democrazia.

La sicurezza dei vostri agenti non dipenderà dalle raccomandazioni di anonimato o dal non indossare l’uniforme. La sicurezza dipende dal consenso sociale. E il consenso si guadagna con la giustizia, non con l’imposizione brutale.

Se l’America non troverà il coraggio di processare se stessa davanti allo specchio insanguinato di quel SUV, la profezia di Titor, o di chiunque veda nel disordine il destino dei popoli, smetterà di essere fantascienza.

Diventerà cronaca nera. E nel silenzio che segue i tre colpi di Jonathan Caldwell, stiamo perdendo molto più della dignità.

Stiamo perdendo l’ultimo brandello di un futuro democratico e comune.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

GEOPOLITICA DELLA DISSONANZA E L’ALGORITMO DELLA VERITÀ

La propaganda occidentale sta mostrando i primi segni di logoramento, non per un crollo improvviso, ma per uno scricchiolio che si avverte tra le fessure di una narrazione che per troppi mesi è stata spacciata come monolitica e indiscutibile.

Lo stupore provato davanti alle recenti ammissioni di Paula Pinho, voce della Commissione Europea, non riguarda solo la sostanza diplomatica, che imporrebbe un dialogo con Vladimir Putin, ma svela un fenomeno sociologico ben più profondo: la fine dell’ubriacatura ideologica a favore di un ritorno, brusco e quasi violento, alla Realpolitik.

LA DIPLOMAZIA DEL “DOPO”

Per mesi, le cancellerie europee e la Commissione von der Leyen hanno dispensato una retorica bellicista senza precedenti. Chiunque osasse sussurrare la parola “negoziato” veniva immediatamente relegato ai margini del dibattito civile, bollato come un disertore del pensiero unico atlantista, come putiniano, come amico del nemico.

Oggi, però, la realtà ha bussato alle porte della Commissione e le dichiarazioni di Paula Pinho hanno il profumo di un segnale di fumo inviato per tastare il polso di un’opinione pubblica stanca.

La portavoce ammette ciò che la logica suggeriva fin dal primo giorno: la pace non si fa con gli amici, ma con i nemici. È sempre stato così nella storia, anche se i leader europei hanno tentato di riscriverla.

E il nemico ha un nome, un cognome e siede sul più potente deposito di armi nucleari del pianeta, oltre ad avere a disposizione missili imprendibili per gli attuali dispositivi NATO.

Si osserva così una dissonanza cognitiva collettiva. Leader come Meloni e Macron, dopo aver vestito ripetuto più volte di voler sostenere l’Ucraina fino alla vittoria finale, iniziano a ricalibrare il tiro, consci che il prolungamento infinito di un conflitto di logoramento non sta distruggendo solo il fronte ucraino, ma anche la stabilità economica del Vecchio Continente.

E, visto che Kaja Kallas non siederà mai al tavolo con Putin, viste le continue sparate contro Mosca che hanno azzerato la sua credibilità diplomatica, l’Italia potrebbe ritagliarsi un fondamentale ruolo di mediatrice se solo Meloni abbandonasse definitivamente il copione di scendiletto di Washington e tornasse ad abbracciare lo spirito pacifista della nostra Costituzione.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY: TRA EROISMO E CRISI DI LEGITTIMITÀ

Volodymyr Zelensky dimostra di vivere in un mondo parallelo e l’Europa ha un “problema Zelensky” che va oltre la sua capacità di mobilitare le masse attraverso lo schermo. La sua legittimità politica, blindata dalla legge marziale e dalla proroga indefinita delle elezioni, sta diventando un’arma a doppio taglio.

Un leader che non rinnova il proprio mandato popolare è un interlocutore fragile intorno a un tavolo negoziale internazionale, perché non è affatto detto che gli ucraini lo rivoterebbero.

Ogni sua firma, ogni suo impegno, potrebbe essere impugnato domani da una Russia che non aspetta altro che minare la base giuridica di un eventuale accordo. Inoltre, i suoi piani di pace in dieci o venti punti appaiono sempre più come dei sabotaggi diplomatici preventivi, studiati per essere rifiutati e per garantire la prosecuzione di un conflitto che è diventato, tragicamente, il suo unico modo per restare alla guida del suo Paese.

L’IRAN E LA FABBRICA DEL “REGIME CHANGE”

La reazione di Zelensky alle proteste in Iran è emblematica di una visione del mondo riduzionista. Cavalcare l’onda del dissenso interno a Teheran solo perché i droni iraniani colpiscono Kiev è un esercizio di opportunismo geopolitico che ignora le lezioni della storia recente.

Abbiamo già visto questo film. Lo abbiamo visto in Ucraina nel 2014, con le rivolte di Piazza Maidan alimentate da spinte esterne che hanno trasformato una legittima aspirazione alla libertà in una guerra civile decennale.

Lo abbiamo visto in Venezuela, con il fallimentare esperimento di Guaidò e le sanzioni che hanno affamato un popolo senza scalfire minimamente il potere di Maduro.

Il “Regime Change” è un prodotto da esportazione che l’Occidente ha confezionato spesso, chiamandolo democrazia, ma che all’interno contiene quasi sempre lo stesso regalo: il controllo delle risorse energetiche e il riposizionamento delle sfere di influenza.

L’ipocrisia, dunque, è palpabile.

Ci commuoviamo per le donne iraniane se questo serve a indebolire un alleato di Mosca, ma chiudiamo entrambi gli occhi davanti alle teocrazie petrolifere “amiche” che calpestano i medesimi diritti con la stessa ferocia, a cominciare dal Qatar, perché hanno il vantaggio di essere nostri partner commerciali.

D’altro canto, anche Israele gode di una sorta di immunità dovuta alla nostra amicizia e al fatto che lo definiamo democrazia.

IL FEUDALESIMO DIGITALE: L’ALGORITMO COME CENSORRE SILENZIOSO

Tuttavia, la battaglia più insidiosa non si combatte con carri armati, i missili o i droni, ma nei server della Silicon Valley, per cui stiamo assistendo alla nascita di un nuovo feudalesimo digitale. Gli algoritmi di YouTube, TikTok e Instagram agiscono come inquisitori invisibili, capaci di silenziare il dissenso attraverso la tecnica dello shadowbanning.

Una strategia che anche noi di Tamago abbiamo subito più volte, soprattutto per articoli su Israele e gli USA.

Basta una parola chiave “sbagliata”, un riferimento critico a Israele, all’Iran o alle dinamiche della guerra, e il contenuto viene sepolto sotto strati di oblio.

Non è censura esplicita, nel senso che siamo abituati a conoscere, ma è evaporazione del messaggio.

E queste strategie creano una bolla informativa dove la complessità viene sacrificata sull’altare della “sicurezza pubblicitaria”.

Fare giornalismo indipendente, oggi, significa navigare in un mare infestato da mine algoritmiche, dove il successo economico di un canale, di un sito, di un magazine, dipendono dalla loro capacità di non disturbare il manovratore tecnologico.

UNA CHIAMATA ALLA RESISTENZA INTELLETTUALE

Possiamo continuare a essere spettatori passivi di un teatro delle ombre dove la diplomazia è una recita e la democrazia un pretesto economico, oppure possiamo esercitare il diritto al dubbio socratico.

La vera libertà non è quella che ci viene promessa dai droni o dalle rivoluzioni colorate progettate a tavolino, ma quella che nasce dalla capacità di decodificare il linguaggio del potere, di riconoscere la differenza tra un’aspirazione popolare e una strategia di destabilizzazione esterna.

Il mondo non è più diviso tra “buoni” e “cattivi”, ma tra chi accetta la narrazione preconfezionata e chi ha il coraggio di guardare oltre le propagande per cogliere anche verità scomode.

Ecco perché è fondamentale seguire e far crescere l’informazione indipendente, quella che non ha partiti alle spalle, né miliardari sulle teste. Sostenere l’informazione indipendente e libera è un atto di autodifesa cognitiva in un’epoca in cui la verità è l’unico bene che non può essere prodotto in serie, ma solo conquistato con fatica e onestà intellettuale.

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UCRAINA, IRAN E IL CORTOCIRCUITO DELLE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI

Mentre i missili ipersonici riducono al silenzio le reti elettriche ucraine e l’inflazione divora i bazaar persiani, il mondo scivola in una cecità collettiva nutrita dagli algoritmi di Tik Tok e dalla paura che la diplomazia possa portare alla pace.

In Ucraina, il sibilo del missile ipersonico Oreshnik ha tagliato il cielo come un bisturi, silenzioso e imprendibile per la contraerea di Zelensky già stremata dal freddo.

A migliaia di chilometri di distanza, l’Iran, dittatura seduta su oceani di petrolio e gas, annega in blackout sistematici e in una recessione che sa di paradosso venezuelano.

Questi due scenari, apparentemente distanti, in realtà, sono le due facce della stessa moneta; sono l’emblema del fallimento dell’architettura occidentale e la nascita di un’era in cui l’oscurità, fisica e intellettuale, è diventata l’arma definitiva.

IL PARADOSSO ENERGETICO: L’INGEGNERIA DELLA DISPERAZIONE

L’energia non è più un bene di consumo, ma un’arma psicologica. In Ucraina, la strategia russa è passata dal logoramento militare alla chirurgia infrastrutturale. Colpire i depositi di gas e le centrali elettriche non serve a conquistare territorio, ma a smantellare il contratto sociale.

Perché una popolazione al buio e al freddo è una popolazione che perde la percezione del futuro. Qui, la tecnologia ipersonica non viene usata per colpire reggimenti, ma per rendere l’Europa spettatrice impotente di un disastro umanitario programmato.

Dall’altra parte, l’Iran è il terzo produttore OPEC, eppure la sua gente fa la fila per beni di prima necessità mentre l’inflazione tocca punte del 70%.

Perché la ricchezza nel sottosuolo è inutile se la superficie è isolata dal mondo. Il calo del prezzo del greggio ha mandato in tilt il bilancio di Teheran, costringendo il regime a una pressione fiscale che è benzina sul fuoco delle proteste.

Quando una nazione che esporta energia non riesce a illuminare le proprie strade, significa che il sistema economico è entrato in una fase terminale di corruzione e di inefficienza, aggravata da sanzioni che, invece di colpire i vertici, strangolano la classe media.

LA DIPLOMAZIA DEI FANTASMI: IL CASO DRAGHI E IL JCPOA

In queste dinamiche da film thriller, l’Europa tenta di rispondere con il riciclo di figure del passato. L’ipotesi di Mario Draghi come inviato speciale dell’Unione Europea per mediare con Mosca è il simbolo di una disperazione diplomatica che non ha precedenti.

Draghi, l’uomo del “volete la pace o il condizionatore acceso?” e delle famose “sanzioni dagli effetti dirompenti”, è la figura meno indicata per dialogare con un Cremlino.

Riesumare figure tecniche per risolvere crisi esistenziali è come tentare di riparare una diga che crolla con un foglio di calcolo Excel.

Tuttavia, la colpa non è di Draghi, che è solo un abilissimo passacarte e dirigente di poteri ben più alti. Il vero problema nasce dal 2018, quando il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nucleare (JCPOA) è stato il colpo di grazia alla fiducia internazionale.

Quella firma stracciata ha trasformato l’Iran da un potenziale partner commerciale a una minaccia dietro l’angolo, spingendolo nelle braccia di Mosca e Pechino. Oggi, i tentativi di riaprire i negoziati, mentre Donald Trump alterna minacce di bombardamenti a inviti a cena, sono soltanto teatro di passa lega.

La diplomazia è diventata una messinscena per giustificare l’escalation militare che verrà. Le proposte di Macron e Starmer di inviare truppe in Ucraina dopo la pace, per stabilire basi permanenti sul territorio, sono, di fatto, sabotaggi preventivi: nessun governo russo, di Putin o di altri, accetterebbe un accordo che stabilisca la presenza di eserciti NATO ai propri confini.

In pratica, si parla di pace per preparare la prossima fase della guerra.

CRONACHE DALLA CARNEFICINA: IL DISSENSO SENZA VOLTO

Le strade di Teheran raccontano una storia che i media ufficiali faticano a inquadrare. Non si tratta di “infiltrati della CIA”, come vorrebbe la narrazione del regime, ma di un desiderio di cambiamento che attraversa dipendenti pubblici, commercianti dei bazaar e giovani nati in un mondo che non offre loro nulla se non restrizioni.

La repressione è brutale: cecchini sui tetti, arresti di massa e la minaccia della pena di morte come strumento pedante di esempio. Ma la fame e la sete (la crisi idrica iraniana è una bomba a orologeria peggiore del nucleare) non si fermano con le pallottole.

In Ucraina, la guerra dell’informazione è altrettanto feroce. Ogni attacco russo viene riletto dai media occidentali attraverso lenti deformanti, trasformando sconfitte tattiche in “prove di avanzata ucraina”, un’avanzata cominciata con la famosa controffensiva di Kiev del maggio 2023, ma che, a oggi, non ha portato neppure un metro quadro di terreno riconquistato.

Anzi, basta osservare la cartina della primavera 2022 e quella di oggi, per rendersi conto di quale sia la realtà.

Questa distorsione della realtà non aiuta Kiev, ma la condanna a una resistenza infinita senza una strategia di uscita realistica, lasciando gli ucraini a morire al fronte, giorno dopo giorno, senza una meta precisa che non sia continuare a combattere sperando di non morire.

LA SOCIETÀ ZOMBIFICATA: IL COLLASSO DELLA SOGLIA DI ATTENZIONE

Purtroppo, siamo entrati nell’era degli “shorts”, di TikTok, dei ”reels”. Frammenti di realtà di pochi secondi che distruggono la nostra capacità di collegare i puntini, compiendo analisi più corpose di quindici o trenta secondi e ben al di là di buoni e cattivi.

La complessità della crisi energetica o della geopolitica iraniana viene ridotta a slogan binari. Destra contro sinistra. Pro-Putin o contro, Pro-NATO o contro.

Mentre l’opinione pubblica si accapiglia su tifoserie sterili, i problemi reali, come la sanità che crolla, le scuole senza carta igienica, le strade che cadono a pezzi, vengono ignorati.

Il cittadino moderno è iper-informato su fatti irrilevanti e totalmente analfabeta sui processi che governano la sua vita. Siamo entrati nell’era della “zombificazione” funzionale al potere, perché un popolo che non riesce a concentrarsi per più di un minuto su un articolo di fondo non potrà mai organizzare una resistenza critica efficace.

IL FIAMMIFERO NELLA STANZA BUIA

L’ONU osserva, celere nel condannare quando le telecamere sono accese, ma tragicamente impotente nel prevenire il massacro energetico o civile. Siamo arrivati a un punto di non ritorno dove la realtà dei rapporti di forza ha superato la finzione del diritto internazionale, quello che già avevamo calpestato ampiamente in Iraq, in Jugoslavia, in Libia…

In una stanza che si sta oscurando rapidamente, non importa chi ha gridato più forte o chi ha citato meglio i trattati del passato. Importa solo chi ha ancora un fiammifero per accendere la luce. Oggi, quei fiammiferi sono nelle mani di leader che hanno smesso di credere nella diplomazia e di una popolazione che ha smesso di esercitare il pensiero critico.

Se non recuperiamo la capacità di guardare oltre lo schermo del nostro smartphone, se non torniamo ad analizzare la realtà nella sua complessità, e non nell’analisi da asilo su aggressore e aggredito, l’oscurità che ha avvolto l’Ucraina e l’Iran diventerà presto il clima permanente di tutto l’Occidente.

E allora, non ci sarà nessun Draghi e nessun Trump capace di riattaccare l’interruttore della civiltà.

LA NUOVA FEBBRE BIANCA E L’ASSALTO AI GHIACCI DEL MONDO

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso i confini dell’Europa orientale e le dinamiche del Medio Oriente, si sta perpetrando una trasformazione radicale e silenziosa che sta ridisegnando la grammatica del potere sul pianeta.

È un conflitto che si percepisce appena, annunciato dal pericoloso scricchiolio dei ghiacciai che si ritirano.

L’Artico è diventato il nuovo scacchiere del XXI secolo. Qui, dove il freddo e la solitudine di spazi incontaminati dovrebbero imporre il silenzio, il rumore degli interessi geopolitici è assordante.

OLTRE IL MITO DEL PASSAGGIO A NORD-OVEST

Il leggendario Passaggio a Nord-Ovest, un tempo sogno proibito degli esploratori, oggi rappresenta una realtà commerciale che fa tremare le vecchie rotte.

La geografia sta cambiando pelle. Entro il 2040, l’oceano artico sarà ampiamente navigabile, aprendo autostrade d’acqua che riducono le distanze tra Amburgo e Shanghai di oltre il 40% rispetto al Canale di Suez.

Ma questo cambio geografico non è solo una questione di logistica, ma rappresenterà un terremoto economico. La rotta marittima settentrionale è un’arma geostrategica che la Russia sta già affilando con la sua flotta di rompighiaccio nucleari, come la mastodontica Sevmorput, l’unica nave portacontainer nel mondo a propulsione nucleare. 

Tuttavia, Mosca non è sola in questa scalata. Pechino, autoproclamatasi “Stato vicino all’Artico” con un’audacia semantica che mette a dura prova la geografia, ha già tracciato la sua “Via della Seta del Ghiaccio”.

IL NUOVO GOLFO PERSICO: UNA RICCHEZZA CHE BRUCIA

Le stime sono da capogiro: il 13% del petrolio e il 30% del gas naturale non ancora scoperti si troverebbero sotto il permafrost, quello strato di terra o di rocce lasciate a una temperatura pari o inferiore a 0°C per almeno due anni consecutivi, di cui sono ricche le regioni polari. 

Ecco perché l’Artico è diventato, a tutti gli effetti, il nuovo Golfo Persico.

Ma la vera partita non si gioca solo sul greggio. La Groenlandia, un gigante di ghiaccio sette volte più grande dell’Italia, ma popolato quanto un capoluogo di provincia, nasconde nel suo sottosuolo il 25% delle terre rare mondiali.

Questi minerali sono indispensabili nelle tecnologie verdi e nella difesa missilistica, poiché senza, la transizione ecologica sarebbe solo un castello di carta.

Gli Stati Uniti, con un ritardo strategico grave e colpevole, stanno cercando di recuperare il terreno perduto, a qualunque costo. Anche scatenando una guerra mondiale.

L’interesse quasi ossessivo di Donald Trump per l’acquisto dell’isola non è un capriccio immobiliare, ma una mossa di sopravvivenza industriale e, probabilmente, l’unica via rimasta per evitare di subire il sorpasso della Cina in tempi brevi.

LA SPORCA VERITÀ DELLA RAFFINAZIONE

Eppure, in questo gioco di geopolitica che va ben oltre Il Risiko, c’è un segreto che l’Occidente fatica ad ammettere.

Il vero potere della Cina non è il possesso delle materie prime, ma si trova tutto nel monopolio della loro raffinazione.

Infatti, Pechino controlla il 70% del mercato globale delle terre rare perché ha accettato di fare il “lavoro sporco”, quello che altri paesi non vogliono fare perché significa mandare in soffitta le politiche green e i loro parametri.

Raffinare questi minerali significa devastare l’ambiente e ignorare i diritti umani, standard che le democrazie liberali non possono o non vogliono sostenere.

L’idea di trasformare la Groenlandia in una “mini-Cina” risponde a un cinismo spaventoso, ma è anche di una logica spietatamente geniale, per cui gli USA sposterebbero l’inquinamento e lo sfruttamento in un giardino di casa controllato, pur di spezzare la catena di dipendenza da Pechino.

È la fine dell’ipocrisia geopolitica. Perché il giardino di casa americano non è più una prateria ordinata, ma una giungla dove la sopravvivenza impone scelte brutali, compreso l’uso della forza militare per ottenere ciò che esige l’impero.

OMBRE SUL PERMAFROST: IL COSTO UMANO DEL PROGRESSO

In questa corsa all’oro bianco, c’è chi non ha voce. Non si tratta solo del Diritto internazionale, che gli americani prendono a calci da decenni (Iraq, Jugoslavia, Libia…), salvo pretenderne il rispetto da Mosca, ma si tratta anche del popolo Sami e delle comunità indigene artiche, che vedono i loro pascoli di renne trasformarsi in basi militari e siti estrattivi.

Proprio come in uno di quei film d’azione americani, dove, tuttavia, i cattivi sono sempre privati cittadini a capo di organizzazioni criminali, mentre qui, nella realtà del mondo di oggi, i cattivi sono gli uomini al comando del potere politico.

Intanto, il governo americano prosegue la militarizzazione della zona, tra test missilistici e satelliti Starlink utilizzati come occhi nel gelo, senza consultazioni.

L’Artico viene raccontato come una terra di nessuno, ma, in realtà, sembra già tra le grinfie dell’impero. Un ecosistema fragile, per cui un errore di calcolo può significare un disastro ambientale irreversibile per l’intero pianeta. Rischio che gli americani non hanno nessuna intenzione di prendere in esame, attenti solo ai propri interessi nazionali.

L’EREDITÀ DI SEWARD E IL DESTINO DELL’OCCIDENTE

Nel 1867, l’acquisto dell’Alaska fu liquidato come la “follia di Seward”.

Oggi, quel milione e mezzo di chilometri quadrati garantisce agli Stati Uniti un posto al tavolo dei grandi dell’Artico. La storia è un cerchio che si chiude.

La sfida tra Washington e l’asse Mosca-Pechino non si risolverà probabilmente con una guerra aperta, ma con una battaglia di logoramento commerciale e tecnologico. La posta in gioco è l’autonomia del prossimo secolo.

Se l’Europa non sarà in grado di sviluppare una strategia artica integrata, che unisca difesa, economia e rispetto per le popolazioni locali, si ritroverà spettatore di un mondo dove il ghiaccio si è sciolto per lasciare spazio a un’egemonia asiatica.

L’Artico è lo specchio del nostro futuro: freddo, conteso e terribilmente fragile, dove la Cina controlla i minerali e la loro raffinazione, mentre gli USA cercano disperatamente di non perdere il controllo dei flussi di energia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ILLUSIONE DELL’INVINCIBILITÀ AMERICANA, MA ANCHE LA PAURA DI NON ESSERE QUELLI DEI FILM DI HOLLYWOOD

Mentre Washington continua a proiettare l’immagine di superpotenza, le fondamenta dell’ordine internazionale scricchiolano e vacillano tante certezze di un tempo.

Il mondo del 2026 non è più una scacchiera unipolare, come dopo il crollo del Muro di Berlino, ma è diventato una giungla multipolare, un ritorno feroce alla storia, dove chi non siede a tavola per decidere il menù finisce per diventare una pietanza pronta da ordinare.

L’Europa, in questo scenario, è un commensale distratto, un treno in corsa verso un abisso di irrilevanza, convinto di essere il guidatore, mentre è solo un vagone destinato al deragliamento, senza locomotore e senza macchinisti.

L’ECLISSI DELLA GLOBALIZZAZIONE E IL RITORNO DEGLI IMPERI

La globalizzazione, quel sogno idilliaco di un mercato senza confini e di una pace perpetua garantita dal commercio, è ufficialmente defunta.

Al suo posto, sono emersi tre grandi imperi: Stati Uniti, Cina e Russia. E ognuno rivendica sfere d’influenza che non ammettono intrusioni.

Washington ha rispolverato una “Dottrina Monroe 2.0”, un segnale perentorio inviato a Pechino e Mosca: l’emisfero occidentale deve tornare a essere il giardino di casa americano.

Ma questo ritorno all’ordine non è un atto di forza, ma la mossa disperata di un impero in difficoltà, che sente gli scricchiolii dell’erosione del proprio dominio tecnologico ed economico.

In Venezuela, la strategia statunitense ha subito una mutazione genetica. Non si cerca più il classico colpo di Stato per sostituire un intero apparato, ma quella che potremmo definire “chirurgia geopolitica”: mantenere le strutture esistenti piegandole però agli interessi di Washington.

D’altronde, al di là della propaganda, gli USA sanno bene che la popolazione venezuelana è soltanto in parte a favore degli Stati Uniti. Le fasce più povere, quelle che con il governo Maduro hanno visto migliorare le proprie condizioni di vita sono ancora a favore dell’élite al potere e a tifare per Trump restano le ex fasce della borghesia, a cui sono state espropriate ricchezze.

Inoltre, – è giusto ribadirlo – l’obiettivo dei movimenti in Venezuela e Groenlandia degli USA non è la democrazia, ma il greggio.

Si tratta di una sostituzione coloniale hi-tech, dove le aziende anglo-francesi vengono estromesse per far posto ai giganti a stelle e strisce.

Tuttavia, Pechino osserva con la pazienza millenaria di chi sa che i debiti, prima o poi, vanno pagati.

La Cina ha investito miliardi in America Latina, creando un ponte infrastrutturale che da Shanghai arriva fino ai porti del Perù e alle stazioni spaziali argentine. Washington cerca di alzare un muro, ma il terreno sotto i suoi piedi è già stato venduto e il suo proprietario potrebbe farlo crollare da un momento all’altro.

IL PARADOSSO DELLA GUERRA: MEMORIA CONTRO PROPAGANDA

Per di più, esiste una differenza sociologica fondamentale tra l’America e i suoi rivali eurasiatici.

La Russia e la Cina sono nazioni nate dal trauma della guerra e battezzate nel sangue versato sul proprio suolo.

Mosca porta ancora i segni profondi della lotta contro il nazismo, pagato con milioni di morti, quasi trenta milioni di vite sovietiche, in gran parte proprio della Russia; Pechino ricorda ogni ferita dell’occupazione giapponese, ogni vittima, ogni stupro, violenza e ogni altro sopruso.

Per questi popoli, la guerra non è una sequenza di immagini lontane su uno schermo o un film di successo di Hollywood, ma è il ricordo dei figli morti tra le macerie della propria cucina, delle proprie case ridotte in cenere. Delle proprie città bombardate, con i quartieri trasformati in cimiteri.

È una cicatrice che impone prudenza, una saggezza tragica che Washington non ha mai conosciuto. Infatti, gli USA hanno sempre combattuto guerre, ma mai sul proprio suolo, all’interno dei propri confini.

Negli Stati Uniti, la guerra è diventata un prodotto d’esportazione. È qualcosa che accade “altrove”, inflitta a popolazioni lontane da élite che non hanno mai dovuto difendere la propria soglia di casa da un invasore.

Il governo americano è popolato da sempre da strateghi da poltrona, burocrati formati in prestigiose facoltà di scienze politiche e accademie militari, che confondono la realtà tattica con la retorica cinematografica.

Questi politici di professione e questi “generali da ufficio” giocano con il fuoco nucleare convinti che la tecnologia americana sia un’armatura impenetrabile, ma ignorano, o fingono di ignorare, che la corsa agli armamenti ha visto sorpassi tecnologici che non ammettono repliche.

Se il conflitto totale dovesse mai toccare il suolo americano, il risveglio sarebbe catastrofico per gli oltre quattrocento milioni di statunitensi.

L’invincibilità percepita è solo una presunzione destinata a infrangersi al primo impatto con la vera brutalità storica. Una propaganda che ha funzionato finché verteva su una realtà, seppur fragile, ma ora è campata in aria perché la realtà è profondamente mutata.

LA GUERRA ECONOMICA E IL DEBITO CHE CI DIVORA

Mentre i cannoni tuonano in Ucraina, la vera guerra si combatte nei database dei grandi fondi d’investimento.

Chi possiede realmente il mondo? Quando guardiamo ai debiti delle grandi potenze, scopriamo che i creditori non sono solo nazioni, ma entità sovranazionali come BlackRock.

Il sistema finanziario è diventato una ghigliottina pronta a cadere su chiunque perda il passo. La sovranità nazionale è diventata un concetto relativo in un mondo dove i flussi di capitale decidono la vita e la morte dei governi.

L’Europa è l’anello debole di questa catena. Schiacciata tra la necessità di risorse energetiche russe e la dipendenza tecnologica cinese, sta commettendo un suicidio strategico in nome di un atlantismo che la considera poco più di una pedina sacrificabile.

Le sanzioni alla Russia, lungi dal piegare Putin, hanno accelerato la de-industrializzazione del Vecchio Continente, favorendo paradossalmente l’industria americana e quella asiatica. È l’effetto drammatico dell’ipocrisia dei doppi standard, per cui si condanna il nemico per azioni che si giustificano per gli alleati, perdendo ogni residuo di autorità morale.

LA SFIDA DELL’INDOPACIFICO: LO STRANGOLAMENTO DI TAIWAN

Pechino non ha fretta.

La sua è una “Lunga Marcia” verso il centro del mondo. Mentre gli Stati Uniti si impantanano in Venezuela o tentano di annettere metaforicamente la Groenlandia per le sue terre rare, la Cina stringe il nodo scorsoio attorno a Taiwan.

Le esercitazioni di “strangolamento” della Guardia Costiera cinese non sono semplici parate, ma la prova generale di un blocco che potrebbe isolare Formosa in poche ore, mettendo l’Occidente di fronte a un bivio: accettare l’unificazione o rischiare la distruzione per un’isola che la stessa economia mondiale ha reso indispensabile, ma indifendibile?

Il Giappone, spaventato dall’ombra del dragone, minaccia interventi armati, ma la sua dipendenza dalle terre rare cinesi lo rende un leone senza artigli.

Pechino possiede le chiavi della tecnologia del futuro: dall’intelligenza artificiale all’informatica quantistica, fino ai minerali critici per le auto elettriche.

Washington ha perso la supremazia manifatturiera e ora scopre che la sua “invincibilità” digitale dipende da catene di approvvigionamento controllate dai suoi avversari. Ecco il perché di questi colpi di coda, che somigliano all’ultimo vagito di un leone prossimo a morire.

IL GIORNO DELLA REALTÀ

L’arroganza delle élite di Washington, alimentata da decenni di isolamento geografico e superiorità che, in gran parte, erano solo percezione e presunzione, sta conducendo l’umanità verso un punto di non ritorno.

Credere che la guerra sia un gioco a somma zero che si combatte sempre a casa degli altri è l’errore più letale della storia.

Se gli Stati Uniti dovessero forzare la mano fino a innescare un conflitto con potenze che conoscono il valore del sacrificio umano nelle guerre, il risultato non sarebbe quello delle pellicole di Hollywood, ma quello più triste della storia, dove gli USA non vincono una guerra dal 1945.

Con la differenza che, una volta portata la guerra sul territorio USA, non potrebbero né fuggire né trovare vie di fuga.

Sarebbe l’azzeramento della civiltà come la conosciamo.

Il tempo dei sogni hollywoodiani è finito. La realtà sta per cadere addosso a chi ha dimenticato che la terra è tonda e che il fuoco, una volta acceso, non distingue tra i palazzi del potere e le case dei cittadini comuni.

Il nuovo ordine mondiale non sarà scritto dai vincitori di una guerra, ma dai sopravvissuti di una follia collettiva.

L’America saprà guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti prima che sia la storia a imporglieli con la forza?