Aprite la credenza della cucina.
Le vedete le scatolette di tonno impilate?
Le bottiglie d’acqua minerale comprate in offerta, la torcia elettrica dimenticata in un cassetto insieme a qualche banconota da cinquanta euro infilata tra le pagine di un vecchio libro?
Per decenni, quel piccolo inventario domestico rappresentava la nostra pigrizia o una modesta prudenza familiare. Oggi, invece, se vivete a Londra, è diventato un consiglio della politica.
Il governo britannico continua a invitare i propri cittadini a fare scorte.
Cibo a lunga conservazione, litri d’acqua, radio a manovella e contanti. Banconote vere, di carta.
Sì, lo so, fa sorridere che siano proprio loro, i custodi della modernità bancaria, quelli che per dieci anni ci hanno spiegato che il denaro contante appartiene agli evasori e al Medioevo, improvvisamente riscoprono il fascino della dei soldi di carta, sporchi, pieni di germi, cattivissimi.
Perché se salta la rete elettrica, se un algoritmo ostile spegne i server, il vostro prezioso portafoglio digitale diventa una sequenza di pixel morti. E, quand’anche voi foste miliardari, diventereste senzatetto dalla sera alla mattina, all’età della pietra in meno di un secondo.
La paura comincia sempre così, a bassa intensità.
Nelle stesse ore in cui Downing Street diffondeva i suoi consigli di sopravvivenza, più di venti aerei civili solcavano i cieli d’Europa con a bordo passeggeri ignari e il fantasma di un ordigno nella stiva. Alcuni decollavano dall’Italia, altri ci stavano atterrando.
Lettere anonime, rivendicazioni deliranti siglate da oscure sigle maschiliste russe, allarmi che poi si sono rivelati infondati, ma hanno costretto gli aerei a terra, mandando in tilt i radar continentali.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’ha definita una “guerra sottosoglia”. Nel novantanove per cento dei casi, dice il ministro, i colpevoli non si troveranno mai.
Lucio Caracciolo, che di mestiere non fa né lo scribacchino della propaganda né l’analista da bar, ma studia la geopolitica da decenni, ha detto che siamo dentro una gigantesca psicosi indotta.
Il campo della guerra informatica e delle provocazioni ibride ha una caratteristica che la diplomazia finge di ignorare.
Chi attacca ha un vantaggio strutturale immenso. Costa poco, non risponde a leggi, non ha opinioni pubbliche da rassicurare e non lascia impronte digitali incontrovertibili. Chi si difende, invece, è condannato a spendere cifre iperboliche per proteggere una superficie infinita, sapendo che la difesa presenterà sempre una crepa.
È un campo minato dove le operazioni sotto falsa bandiera prosperano e dove l’identità del nemico diventa intercambiabile a seconda delle convenienze di giornata dei vari protagonisti.
Ma se davvero non sappiamo chi ha piazzato la mina, a chi giova questo rumore di fondo che toglie il sonno alle popolazioni?
C’è una teoria, vecchia quanto la gestione del potere, che Naomi Klein battezzò “dottrina dello shock”. E funziona sempre.
Quando getti una comunità in uno stato di allarme perenne, la sua capacità di giudizio critico evapora. Addirittura, chi critica viene spesso visto come complottista da chi a fatica riesce a porsi domande esistenziali che vadano al di là del colore dell’auto nuova del vicino.
La paura frantuma i punti di riferimento. Un cittadino spaventato è un cittadino docile, disposto a barattare quote sanguinose di libertà personale e di benessere economico pur di sentirsi protetto dal nemico di turno.
Lo abbiamo visto con la gestione dell’emergenza pandemica, quando la litania quotidiana dei bollettini di morte preparava il terreno a qualunque decreto emergenziale, così abbiamo visto persone che consideravamo perbene trasformarsi in fascisti dalla sera alla mattina, pronti a discriminare come balilla cresciuti, contenti e fieri di esserlo.
E lo stiamo rivedendo oggi, su scala geopolitica, dove le analisi da bar si sprecano. Semplici, banali, categoriche, come solo chi non sa riesce a partorire.
Perché la paura, oltre a disciplinare le masse, soprattutto di cittadini medi, costa. E qualcuno deve pur pagare il conto.
Mentre l’Europa deindustrializza a ritmi vertiginosi, con il settore dell’auto tedesco e continentale strangolato dalle sue stesse illusioni “green”, i vertici comunitari di Bruxelles e i ministri dei governi nazionali indicano la via d’uscita nella riconversione delle fabbriche per produrre carri armati, munizioni, missili.
Tutte cose per cui chi ha avuto e ha interessi nelle fabbriche di armi non può che tifare.
Ursula von der Leyen stanzia miliardi per la comunicazione istituzionale mentre i bilanci dei paesi membri vengono riscritti con l’accetta.
Solo l’Italia si prepara a sborsare quattordici miliardi di euro nel riarmo. Quattordici miliardi sottratti a una sanità pubblica che cade a pezzi, a una scuola che perde studenti e insegnanti, a un welfare che non sostiene più le famiglie falciate dal carovita.
Ma se provi a chiedere conto di questa follia, la risposta è già pronta, preconfezionata dal megafono mediatico mainstream: “C’è la minaccia russa. Volete che Putin arrivi a Lisbona?”.
E se ti permetti di criticare, è pronta anche la replica, infarcita di etichette: “putiniano, complottista, al soldo di Mosca, ti pagano in rubli?”
D’altronde, chi non ha argomentazioni può solo usare etichette per non fare scena muta.
È una narrazione che poggia su fondamenta storiche ben più profonde di quanto la cronaca dei talk show voglia ammettere.
Jeffrey Sachs lo ha detto chiaramente al Parlamento Europeo: l’odio viscerale dell’apparato di potere anglosassone verso la Russia non nasce nel 2022 e nemmeno nel 2014, ma è un riflesso condizionato dell’imperialismo britannico che risale al 1840, consolidato nella Guerra di Crimea e proseguito all’indomani della sconfitta del nazismo, quando Winston Churchill ordinava ai suoi generali di preparare l’Operazione Unthinkable, un piano per invadere l’Unione Sovietica usando le truppe della Wehrmacht appena arrese.
La Gran Bretagna, oggi, è un regno ferito.
Lacerata dalla Brexit, con una successione grottesca di primi ministri che faticano a durare una sola stagione, minata dalle spinte separatiste scozzesi e nordirlandesi nonché travolta da una crisi istituzionale che lambisce persino la Corona nello scandalo Epstein, Londra ha un disperato bisogno di un nemico esterno.
Perché un nemico esterno è l’unica colla rimasta per tenere insieme i cocci. Perciò, non stupisce che proprio da lì arrivino i tamburi più assordanti contro la diplomazia, né che nel 2022 fu l’allora premier Boris Johnson a volare a Kiev per bloccare sul nascere l’accordo di pace tra Russia e Ucraina che era già stato intavolato a Istanbul.
E l’Italia dove si colloca?
Ce lo spiega, con il solito pragmatismo, Massimo Cacciari.
Il filosofo veneziano smonta l’alibi della “strategia della tensione” fine a sé stessa, poiché quello che sta scricchiolando sotto i nostri piedi non è un generico allarme di polizia, ma una crisi economica, sociale e culturale.
C’è un’Europa orientale in fiamme e un’Europa occidentale attraversata da un disagio sociale che bolle sotto la cenere, ignorato da un ceto politico autoreferenziale e complice di parte dei disastri causati negli ultimi anni.
L’Italia, osserva Cacciari, non ha più alcuna voce in capitolo perché ha abdicato al proprio ruolo geopolitico. Durante la Prima Repubblica, stretta nella morsa della Guerra Fredda, Roma aveva un peso.
C’era la Democrazia Cristiana ancorata all’Occidente, c’era il Partito Comunista più forte dell’Occidente legato a Mosca, e in mezzo c’era una classe dirigente capace di fare quel “doppio gioco” virtuoso che consentiva al nostro Paese di ritagliarsi spazi di manovra strategici nel Mediterraneo e nel mondo arabo.
Oggi, quell’autonomia è evaporata. L’Italia è stata degradata a provincia dell’impero e, come ogni provincia, ubbidisce senza fiatare agli umori di Washington.
Poco importa chi sieda alla Casa Bianca o chi governi a Palazzo Chigi: la nostra classe politica corre a mettersi la giacca del vincitore di turno. O il cappellino.
Sono stati trumpiani della prima ora con la spilla “Make America Great Again” al bavero; poi, non appena i venti elettorali sono cambiati, si sono riscoperti atlantisti nel giro di un pomeriggio, per poi ricalibrare gli sguardi sull’onda del ritorno del tycoon.
Agli Stati Uniti non importa chi governi l’Italia, purché la colonia esegua gli ordini e compri armi.
Il dramma vero è che i partiti tradizionali sono scomparsi. Non ci sono più organismi strutturati capaci di mediare il conflitto, formare pensiero o elaborare strategie a lungo termine.
Al loro posto, galleggiano “movimenti d’opinione liquidi”, aggregati occasionali tenuti insieme da slogan demagogici buoni per una campagna elettorale sui social media e destinati a sciogliersi al primo contatto con la realtà.
Manca una visione e anziché attuare l’articolo 53 della Costituzione con una politica fiscale seriamente progressiva per redistribuire la ricchezza, la politica recita. Si limita a inscenare un copione.
La classe dirigente occidentale vede il mondo andare in pezzi, percepisce il marciume che infetta lo Stato, si agita, declama, ma è strutturalmente incapace di rimettere ordine nel caos.
Ma quando chi governa si dimostra incapace di fare ordine a casa propria, quando la democrazia abdica alla propria funzione, trasformandosi in un eterno talk show sulla paura, prima o poi la porta del palazzo si spalanca e, da quella porta, tra il fumo della disillusione e il silenzio dei cittadini sfiniti, entra l’autorità esterna che non chiede il permesso, non cerca il consenso e ristabilisce l’ordine con le armi.
Le scatolette di cibo in cantina e le banconote nascoste nel cassetto non ci salveranno se continuiamo a non voler vedere l’elefante nella stanza.
La vera minaccia per l’Occidente non è un hacker a mille chilometri di distanza e non è il perfetto nemico costruito dagli esperti di Comunicazione, ma è il sonno della nostra politica, che accetta di vivere nel terrore pur di non dover ammettere di non essere in grado di pensare.
Ed è la cecità di chi scambia chiacchiere da bar per analisi geopolitiche.
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