All’alba di venerdì 6 novembre, la cartina degli Stati Uniti proiettata sugli schermi delle redazioni non assomiglia affatto a quella che lo staff di Mar-a-Lago aveva immaginato.
È un mosaico sfasato, un colpo d’ascia che spacca in due le certezze del trumpismo trionfante e della filosofia MAGA.
Camera e Senato scivolano via dalle mani dei repubblicani con una forza che non si vedeva dai tempi del post-Watergate: 240 seggi democratici a 147 alla Camera, 54 a 44 al Senato.
Una punizione che non ammette replica. Un’onda anomala, una marea in cui un pezzo consistente di elettorato conservatore ha deciso di impugnare la matita come un pugnale per colpire l’uomo che considerava ormai un imbarazzo.
A dare voce al funerale politico non è stato un rivale democratico, ma il suo stesso vice.
J.D. Vance ha affidato a un post su X, amaro e tagliente come una lametta, l’epigrafe della disfatta: «Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra. Se vuoi sostenere che perdere il Senato per i prossimi sei anni ne valeva la pena per via dell’Iran, allora fallo. Ma almeno sii onesto».
La guerra in Iran, appunto. Quell’escalation decisa nello Studio Ovale scavalcando il Congresso, senza uno straccio di voto parlamentare, coperta da decreti d’emergenza e alimentata da una fedeltà cieca alle ambizioni di Benjamin Netanyahu, con un barboncino al guinzaglio del padrone.
Una sudditanza che ha presentato il suo conto peggiore: lo Stretto di Hormuz sigillato, le petroliere ferme, il barile schizzato alle stelle e l’inflazione che morde le caviglie della classe media.
Il calcolo era elementare, eppure a Washington lo hanno ignorato con la superbia tipica di chi crede di poter riscrivere la realtà con un comizio. Solo che puoi sventolare tutte le bandiere del patriottismo che vuoi, ma se per andare al lavoro spendi il doppio del mese prima, il giorno del voto quel rancore lo scarichi nell’urna.
Così, l’America profonda ha fatto saltare il banco. Compresa l’America dei conservatori.
Ha eletto democratici dove non si vedevano da generazioni. Nel Kansas agricolo, dove un senatore democratico non metteva piede dal 1932, ha vinto Adam Hamilton.
Nel Texas delle trivelle e delle grandi chiese, feudo repubblicano apparentemente blindato da quarant’anni, a trionfare è stato James Talarico, un ex insegnante che si è formato in un seminario presbiteriano e che ha parlato di sanità pubblica, scuola e salari usando il linguaggio del Vangelo, disinnescando la retorica dei miliardari e la religione da circo vista alla Casa Bianca.
In Michigan, la comunità ha spedito a Washington Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo di origini egiziane, il primo senatore musulmano, sopravvissuto a una campagna d’odio spietata, rispondendo colpo su colpo con la proposta di una sanità accessibile a tutti.
E no, non adora il patriarcato solo perché la moglie ha scelto di accudire i figli. Perché proprio la libertà di scegliere fa la differenza.
In Ohio la prima governatrice donna democratica, Amy Acton, ha ricordato dal palco che «la guarigione comincia oggi», mentre in South Carolina, a strappare il seggio è stata la pediatra Annie Andrews, parlando di figli, malati e costi vivi.
Ma se l’Iran ha distrutto la fiducia che gli americani riponevano in Trump, gli omicidi dell’ICE sono stati il colpo di grazia, generando una rete di solidarietà sotterranea nei quartieri, una mobilitazione civile porta a porta che si è trasformata in valanga elettorale.
E adesso?
Ma attenzione a pensare che sia una vittoria democratica, perché non lo è. Gli statunitensi hanno ancora negli occhi i disastri in politica estera di Biden, che, infatti, avevano silurato dando fiducia a Trump.
Tra due anni, non è detto che chi votava repubblicano non scelga il candidato di quel partito.
Inoltre, chi pensa che Donald Trump esca di scena in silenzio non conosce l’uomo né l’animale politico che lo abita.
Gli restano due anni alla Casa Bianca, non poche settimane. Due anni lunghi, densi di trappole, in cui il controllo del Pentagono, della diplomazia e delle armi rimane nelle sue mani, schermato dal Trade Act del 1974 per manovrare i dazi e dal potere di veto presidenziale contro qualsiasi legge approvata dal nuovo Congresso.
Ma il terreno sotto i suoi piedi è friabile. I suoi grandi alleati della Silicon Valley, i tecnocrati come Peter Thiel ed Elon Musk che avevano scommesso sull’assalto allo Stato e sull’architettura oligarchica delle Big Tech, stanno già prendendo le distanze con la rapidità tipica dei consigli d’amministrazione quando i titoli crollano in borsa.
E, almeno per qualche mese, staranno a vedere dove tirerà il vento in vista delle presidenziali del 2028.
A Capitol Hill si prepara la resa dei conti. Le commissioni parlamentari, ora in mano democratica, diventeranno plotoni d’esecuzione: partiranno le ingiunzioni sui conflitti d’interesse, sui finanziamenti arabi, sulle speculazioni familiari.
Un po’ meno su quei mai sopiti dossier Epstein, rimasti come mine inesplose negli archivi federali, perché i nomi che potrebbero uscire mettono nei guai anche la marea blu.
Non si arriverà all’impeachment per mancanza dei numeri costituzionali al Senato, ma l’obiettivo dell’opposizione è logorarlo, delegittimarlo giorno dopo giorno, togliergli l’ossigeno mediatico e trasformarlo in un’anatra zoppa mentre sullo sfondo si profila già la corsa per la Casa Bianca del 2028, con figure come Jon Ossoff pronte a capitalizzare il vuoto.
Fuori dai confini statunitensi, lo scossone rimbalza con onde d’urto diseguali.
In Medio Oriente, la partita è a un bivio drammatico: i partiti arabo-israeliani alla Knesset hanno registrato un’affluenza storica e premono per far cadere Netanyahu e i suoi ministri più estremisti, soprattutto ora che non ha più l’appoggio della lobby sionista al Congresso americano, uscita dalle elezioni fortemente ridimensionata.
Mentre a Teheran sanno che le sanzioni e la guerra stanno sgretolando l’architettura dei petrodollari e la stabilità delle monarchie del Golfo.
L’Europa, dal canto suo, osserva, stretta nella sua perenne condizione di spettatrice pagante.
A Bruxelles e nelle capitali del Vecchio Continente l’aria è pesante.
Il vertice trilaterale annunciato ad Abu Dhabi tra emissari statunitensi, russi e ucraini rischia di certificare una realtà che le élite occidentali faticano a digerire: Vladimir Putin ha retto alla guerra economica, le sanzioni non hanno piegato Mosca, ma hanno eroso il potere d’acquisto degli europei e qualsiasi congelamento del fronte sul Dnipro passerà per la dolorosa rinuncia di Kiev alla NATO.
Sul fronte economico, poco cambierà, perché i dazi trumpiani piacciono anche alla sinistra protezionista americana, e l’obiettivo del 5% del PIL per le spese militari nella NATO farà felice il complesso militare-industriale di Washington, che continuerà a vendere armi ai governi europei mentre l’asse franco-tedesco traballa sotto la spinta del riarmo solitario di Berlino.
A Roma, intanto, il silenzio di Palazzo Chigi è quasi assordante. Giorgia Meloni, che ha cercato a lungo di cucirsi addosso l’abito della conservatrice moderata, ma tifando per l’epopea MAGA e per quel Trump a cui voleva dare il Nobel per la Pace, si ritrova con l’alleato d’oltreoceano ridotto a perdente patentato, privato della sua aura di invincibilità.
Anche chi crede che riprenderà l’impegno statunitense a favore della guerra in Ucraina sbaglia. Ora Trump, per ridare una possibilità al Partito repubblicano alle elezioni del 2028 ha solo un imperativo: giungere a una pace in Ucraina, qualsiasi essa sia, e uscire dal pantano di Hormuz.
Non esistono imperatori eterni quando il popolo decide che il prezzo da pagare per le loro ambizioni è diventato insostenibile.
Si può costruire una fortezza di propaganda, dominare i feed dei social network e alimentare il fuoco della paura per anni. Ma alla fine, quando le luci degli studi televisivi si spengono, rimane solo il rumore delle saracinesche che si abbassano, la fila alle banche alimentari e una cabina elettorale dove l’uomo comune ritrova all’improvviso la memoria.
Infine, un ultimo accenno all’esito delle elezioni americane, quelle per cui ci sarebbe quasi sempre la mano lunga di Mosca.
Chissà, forse Putin ha stretto un patto con i Dem. O era solo l’ennesima panzana della propaganda di casa nostra, da tirare fuori dall’armadio solo quando l’esito delle elezioni non è quello che soddisfa il palato di chi ha scambiato analisi e giornalismo per tifo e propaganda?

