TRUMP AL TAPPETO, SCONFITTO DALL’IRAN, DAI CAPRICCI DI NETANYAHU E DAL SILENZIO SUI FILE EPSTEIN

di Pasquale Di Matteo

Quando da noi era già la notte del 4 novembre 2026, la mappa geografica degli Stati Uniti è stata sommersa dal blu dei DEM.

Quello che doveva essere il trionfo dell’inossidabile seconda era trumpiana si è trasformato, ora dopo ora, in una resa dei conti a cielo aperto, in una vendetta del popolo tradito nei confronti del traditore.

Ventiquattr’ore prima, i fedelissimi avevano ancora il coraggio di parlare di vittoria, ma, il mattino dopo, i funzionari della Casa Bianca fissavano i numeri dell’Associated Press con lo sguardo di chi si trova davanti ai rottami di un treno deragliato.

228 seggi democratici alla Camera contro 139 repubblicani, secondo BBC e NYT, con risultati ancora in aggiornamento; CNN proietta almeno 245 seggi democratici. 54 al Senato.

Entrambi i rami del Parlamento perduti. Fine dei giochi. Fine dell’era MAGA.

Tant’è che sono diventati virali gli sfottò con i cappellini che hanno sostituito la scritta MAGA con VETO, nuova e unica soluzione di governo per Trump, che ha reagito come ha sempre fatto, cercando il riflesso della propria voce dentro lo schermo di uno smartphone prima dell’alba.

Ha scritto che i sondaggi erano spazzatura, ha promesso che si sarebbe trasformato in un implacabile commentatore politico, ma l’immagine più eloquente l’ha consegnata con la foto di un berretto da baseball rosso. Non recava la classica promessa di grandezza, bensì proprio la parola VETO.

È un riflesso condizionato, quasi infantile nella sua disperata arroganza da immaturo viziato a cui i troppi soldi hanno dato il potere di diventare presidente.

Ma a Washington, tutti sanno che il diritto di veto è l’arma di chi si è barricato dentro il fortino, non di chi governa.

L’ambasciatore Marco Carnelos ha detto che con ordini esecutivi si può tentare di aggirare l’ostacolo per un po’, ma non si possono stampare i soldi. E la borsa, nella democrazia americana, appartiene in via esclusiva al Congresso.

La presidenza entra in una palude congelata. Senza fondi non c’è politica estera, non ci sono sussidi, non c’è manovra.

Peggio ancora, il veto non ha alcun potere contro un voto di impeachment. E i Democratici, adesso, hanno numeri sufficienti per trasformare la Pennsylvania Avenue in un tribunale permanente.

Eppure, a guardare da vicino le macerie lasciate dal voto, la vera domanda è capire cosa abbia spezzato il patto tra l’uomo di Mar-a-Lago e la sua sterminata platea di operai, camionisti e madri di provincia che gli avevano dato fiducia.

Marcello Foa lo ha spiegato senza mezzi termini: l’epica cede sempre il passo al conto della spesa.

Si può promettere una mitica “Età dell’Oro”, si possono arringare folle oceaniche promettendo che l’inflazione evaporerà con uno schiocco di dita, ma quando il prezzo del gasolio alla pompa schizza alle stelle e la busta paga si consuma prima del venti del mese, l’illusione non perdona.

I dati dei sondaggi post-voto sono lapidari: un’alta percentuale degli americani ha bocciato senza appello la gestione del costo della vita. La rabbia popolare, la stessa che nel 2024 aveva punito l’establishment democratico per i disastri in politica estera, si è semplicemente capovolta.

Trump aveva giurato che non ci sarebbero state nuove guerre. Aveva promesso di porre fine alle guerre di Biden, per un disimpegno, l’isolazionismo muscolare di chi fa paura senza bisogno di sparare, accarezzando persino la bizzarra chimera di un Nobel per la Pace.

Invece, ha rapito il presidente di una nazione sovrana, in barba al Diritto internazionale; ha sanzionato membri della Corte Penale internazionale; ha iniziato una guerra contro Teheran con cui giurava di portare al cambio di regime in Iran, invece, è stata l’ennesima sconfitta militare di una superpotenza la cui ultima vittoria netta e incontrovertibile risale al 1945.

Vittoria che arrivò solo dopo due bombe atomiche. Le uniche della storia, fino a oggi.

Trump ha trascinato il Medio Oriente di nuovo in fiamme e gli elettori che, attoniti, si sono scoperti invischiati nell’ennesimo pantano senza fine, hanno emesso il loro verdetto.

La base del movimento MAGA si è sentita tradita nel modo più crudele dal proprio profeta.

E quando l’elettorato ha capito che dietro lo slogan America First c’era l’ennesima cambiale in bianco staccata a vantaggio degli interessi esteri, Israele in primis, la punizione nell’urna è diventa devastante.

Infatti, queste elezioni hanno aperto una clamorosa crepa nel potere della lobby filo-israeliana.

Per decenni considerata un totem intoccabile della politica d’oltreoceano, l’AIPAC esce da questa consultazione con le ossa frantumate.

Hanno riversato 40 milioni di dollari in una singola campagna in Michigan per sbarrare la strada ad Abdul El-Sayed, il primo senatore musulmano dello Stato, conducendo una battaglia all’ultimo sangue; eppure, El-Sayed ha trionfato.

Il The Guardian ha registrato quello che a Capitol Hill molti ammettono solo a microfoni spenti: l’appoggio sfacciato alle politiche del governo di Benjamin Netanyahu è diventato un fattore tossico. Ed è strano che i nostri giornalisti, sempre attenti a parlare di ingerenze russe, non si siano accorti di questa.

Molti americani dichiarano che l’influenza di Israele sulle scelte di Washington è eccessiva. Persino l’ex capo dello staff di Barack Obama, Rahm Emanuel, figura legata al potere tradizionale, ha dovuto rompere il silenzio, chiedendo lo stop alle armi a getto continuo.

Netanyahu, che aveva scommesso la propria sopravvivenza politica sull’asse con Trump, anticipando le elezioni interne per blindarsi, si ritrova ora in seria difficoltà, aggrappato a una sponda americana che non ha più i voti parlamentari per garantirgli un assegno in bianco e allo schiaffo ricevuto in patria, dove non ha più i numeri per governare.

Nel frattempo, dietro le quinte del GOD, si è scatenata la corsa a salvare sé stessi.

L’aria è pesante. Settecento milioni di dollari: a tanto ammonta la montagna di denaro che miliardari come Elon Musk hanno bruciato in questa campagna elettorale per sostenere candidati trumpiani presi a schiaffi nelle urne.

Musk, da solo, ne ha messi oltre quattrocento sul piatto, ritrovandosi in mano un pugno di mosche e aziende che adesso tremano di fronte ai controlli delle commissioni d’inchiesta che i Democratici sono già pronti a istituire.

La dinamica è di quelle in cui il tiranno viene abbandonato come una nave destinata ad affondare.

Il bersaglio più facile, il capro espiatorio già apparecchiato per il sacrificio, risponde al nome di Pete Hegseth. L’ex conduttore televisivo promosso al vertice del Pentagono tra polemiche feroci rischia di essere il primo pezzo a cadere: i Democratici hanno già annunciato di volerlo trascinare davanti alle commissioni parlamentari, e Trump, maestro consumato nell’arte di scaricare i propri collaboratori, difficilmente sprecherà capitale politico per difenderlo.

Ma la frattura più profonda, quella che ridisegnerà la corsa alla Casa Bianca del 2028, spacca a metà la cerchia ristretta del tycoon.

Da una parte JD Vance, il vicepresidente designato a raccogliere l’eredità spirituale del trumpismo, uscito con le ali spezzate. Il suo Ohio ha mostrato crepe inquietanti, mentre il secondo Stato più potente dell’Unione, il Texas, ha vissuto un terremoto che lo ha visto sfuggire alla morsa repubblicana dopo quasi quarant’anni di dominio incontrastato.

Dall’altra parte, Marco Rubio, che, blindando la Florida, si è candidato a guida della restaurazione moderata e neoconservatrice.

Vance ha capito l’antifona, infatti, già nei giorni precedenti al voto ha iniziato a modulare le parole, allontanandosi dalle posizioni più estreme, fiutando che restare legato al corpo morente di Trump significherebbe condannarsi al ruolo di semplice comparsa nel 2028.

Ma c’è un ultimo fantasma, il più cupo, che aleggia sopra l’intera vicenda: Jeffrey Epstein.

Nel 2024, il candidato Trump aveva fatto della desecretazione totale dei file sul finanziere pedofilo una bandiera morale contro il presunto “Stato profondo”.

Una promessa tradita, inghiottita dal buio una volta varcata la soglia dello Studio Ovale.

A Washington, repubblicani ribelli come Thomas Massie tentano di forzare la mano assieme al deputato democratico Ro Khanna per scoperchiare il vaso di Pandora, ma la verità è che su quel dossier vige una mutua omertà bipartisan.

Da John Podesta e la cerchia dei Clinton fino ai frequentatori dei salotti dorati di Palm Beach, il legame con la rete di ricatti intessuta da Epstein attraversa trasversalmente l’intera classe dirigente globale.

Aprirlo non significherebbe colpire Trump o Bidem o i loro nemici, ma far esplodere l’intero apparato.

I due anni che separano Washington dal 2028 non saranno una semplice transizione, ma un lungo, estenuante assedio.

Con un Congresso ostile, un’opinione pubblica disillusa e i propri fedelissimi pronti a pugnalarlo alle spalle pur di sopravvivere, Donald Trump si prepara ad affrontare la tempesta con l’unica certezza che gli è rimasta: un berretto rosso con la scritta Veto appoggiato sulla scrivania, mentre fuori, alla finestra, il vento ha smesso da un pezzo di soffiare a suo favore.

E quel vinto ostile, lo ha alimentato lui, con scelte bizzarre, quanto scellerate, e ignorando le sue stesse promesse.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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