QUEL TELEFONO SQUILLATO A MOSCA HA FATTO IMPAZZIRE L’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Venti minuti, forse venticinque.

Una di quelle conversazioni programmate con il cronometro in mano, dove ci si scambia formule di rito, ci si misura il respiro a vicenda e poi si riaggancia con un comunicato stampa già pronto per rassicurare i mercati e i leader europei.

Lo so, di questi tempi, la parola “leader” è abusata e vilipesa, ma tant’è.

Alexander Stubb, il presidente finlandese dal sorriso telegenico, e Jonas Gahr Store, il navigato premier norvegese, avevano composto il prefisso di Mosca.

Volevano parlare con l’uomo nero. Con Vladimir Putin.

Quello che doveva morire per quattro tipologie di cancro almeno un anno fa, crollare nel 2022, schiacciato dalle nostre “sanzioni dagli effetti dirompenti”, ma che poi si è scoperto essere talmente potente da pilotare manifestazioni di piazza e perfino elezioni in tutta Europa. Ma solo quelle in cui non vincono i partiti che piacciono ai nostri leader, ovviamente.

Ebbene, i presidenti di Finlandia e Norvegia volevano saggiare il terreno prima che i grandi vertici autunnali ad Abu Dhabi prendessero forma. Avevano perfino avvertito Zelensky, incassando un assenso a denti stretti.

Poi il cronometro è andato in frantumi.

Venti minuti sono diventati quaranta. Poi un’ora. Poi novanta minuti estenuanti. E dall’altro capo del filo, a quanto pare, non c’era un autocrate all’angolo pronto a implorare una tregua, ma un uomo che si è accomodato sulla sua poltrona al Cremlino e ha cominciato a parlare.

A spiegare. A sezionare la storia, secolo dopo secolo, come un vecchio professore universitario che ha tutto il tempo del mondo e nessuna intenzione di farsi dettare la tabella di marcia dai suoi allievi.

Quando la cornetta è tornata sul suo alloggiamento, l’Europa si è svegliata con un brivido lungo la schiena.

Perché in politica estera ci sono due modi per distruggere un’illusione: perdere una battaglia sul campo oppure scoprire cosa pensa davvero il tuo nemico mentre tu fingi che non esista.

Il Financial Times ci ha messo poco a scoperchiare la pentola.

Tre fonti anonime, quelle che nei romanzi compaiono sempre nell’angolo buio di una tavola calda con la pioggia che batte sui vetri, hanno raccontato che Putin ha tenuto una vera e propria conferenza sulle origini medievali dei popoli slavi, sulle ragioni ancestrali di questo massacro, relegando l’idea di un cessate il fuoco immediato all’idiozia di chi fa politica da bar.

Apriti cielo. A Oslo, Store ha sudato freddo, precipitandosi davanti alle telecamere delle emittenti norvegesi VG e TV 2 per tentare un disperato salvataggio: «Non è vero, non ha parlato di Medioevo, parlava del periodo dopo il 2014!»

Ha perfino chiesto una smentita ufficiale al quotidiano londinese, che, al momento in cui scrivo, non c’è sata.

Ma il vero dramma non era il Medioevo. Il vero dramma è che qualcuno aveva osato alzare quel telefono.

A Copenaghen, Mette Frederiksen ha stretto i pugni.

La premier danese si è detta “estremamente scettica”, bollando il gesto come una sortita solitaria, un’avventura non concordata che rischia di incrinare la facciata del dogma occidentale.

Da Tallinn, il ministro degli Esteri estone, Margus Tsahkna, le ha fatto eco con il gelo tipico di chi confina con l’abisso russo: nessun dialogo, solo pressione, solo sanzioni, solo una forza d’urto tale da costringere Mosca a piegarsi.

Il solito disco rotto che, finora, ha cancellato intere generazioni di ucraini e ha reso l’Ucraina un Paese finanziariamente ed economicamente fallito, impossibilitato persino a pagare i dipendenti dello Stato senza i soldi dell’Europa, con una popolazione dimezzata e la forza lavoro scappata all’estero.

E da Stoccolma, Ulf Kristersson ha ribadito il ritornello che tutti ormai recitano a memoria per non finire sul banco degli imputati: la pace si farà solo alle condizioni dell’Ucraina.

Eh, certo. Quando si faranno alle condizioni del vincitore, tutti i leader europei dovranno spiegare parecchie scelte disastrose ai propri elettori.

Perché una pace alle condizioni di Kiev ci sarà solo nel mese di poi e nell’anno di mai.

Insomma, i grandi leader nordici hanno usato parole nobili. Bellissime per un discorso parlamentare o per un tweet con molti cuoricini. Perfino da eroi, se fossero collocate in un romanzo fantasy.

Peccato che la realtà, quella che puzza di cadaveri e di terra bruciata nel fango del Donbass, racconti una storia completamente diversa.

Guardate cosa è accaduto appena ventiquattro ore prima di quella telefonata.

Bruxelles, in una delle sue solenni liturgie burocratiche, ha sbloccato 4,9 miliardi di euro. Da dove arrivano quei soldi? Dal cosiddetto Fondo Europeo per la Pace.

Bisogna avere un grande senso dell’umorismo, perfino macabro, per battezzare un salvadanaio per l’acquisto di armi con la parola “Pace”.

Di quei quasi cinque miliardi, ben 4,7 andranno a rimborsare le armi che i paesi membri hanno spedito e continueranno a spedire al fronte.

È questo il paradosso spaventoso in cui l’Europa si è infilata, chiudendo a chiave la porta dall’interno.

Da un lato, pretendiamo che il Cremlino capitoli, che restituisca ogni centimetro di terra, che paghi i danni di tasca propria e che accetti la presenza della NATO alle porte di casa sua senza fiatare.

Dall’altro, però, ci rifiutiamo persino di ascoltare la voce del nemico, trattando ogni squillo di telefono come un tradimento della fede comune.

Ma mentre noi ci arroghiamo la purezza morale del silenzio, il mondo là fuori non aspetta le nostre crisi di coscienza.

Se l’Europa si rifiuta di sedersi al tavolo delle trattative con Vladimir Putin, chi credete che ci andrà?

Andranno gli americani, con le loro oscillazioni elettorali e il loro cinico pragmatismo. Andranno i cinesi. Andranno gli emiri del Golfo. E quando quei tre o quattro imperi avranno finito di spartirsi la mappa, all’Europa non resterà che pagare il conto delle sue scelte, raccogliendo i cocci e scoprendo che le condizioni del proprio futuro sono state decise da altri, sopra la sua testa, in stanze dove non è stata nemmeno invitata.

Stubb e Store, con un confine di oltre mille chilometri da difendere e l’inverno artico che incombe, sanno che il nemico non scompare solo perché ti copri gli occhi con le mani o lo chiedi a un comizio con la faccia truce di von der Leyen.

Puoi detestarlo, puoi combatterlo quel nemico, ma, a un certo punto, devi guardarlo negli occhi e sentire che rumore fa la sua voce.

Continuare a ripetere che il dialogo è una sconfitta, mentre sul campo muoiono generazioni di ucraini e si svuotano i depositi di munizioni, non è strategia, ma è stupidità che manda al macero la pelle degli altri.

È una paralisi travestita da eroismo.

E quando la Storia ti presenta il conto di novanta minuti di parole non ascoltate, di solito quel conto non si paga con le buone intenzioni, bensì con il sangue, o con l’irrilevanza.

E tra le due cose, non è ancora chiaro quale resterà in mano all’Europa.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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