Piazza Castello ha visto secoli di passi regali e cortei operai. Ma il 24 ottobre, l’aria sapeva di tutt’altro. Di gomma bruciata, del respiro corto di diecimila persone compresse come legna da ardere e di quella sensazione acre, inconfondibile, che precede sempre il disastro.
Una Citroën C3 bianca. Compare dal nulla.
Non procede a passo d’uomo. Taglia dritto, scarta a zig-zag tra gli striscioni contro il caro vita, i cartelli contro i data center, gli slogan contro i soldi per le armi e le giacche a vento dei ragazzi.
Qualcuno urla, convinto sia un attentato.
I corpi si scansano d’istinto, franando sui sanpietrini, mentre il muso del veicolo punta verso le fontane a raso terra, poi compie una retromarcia rabbiosa, prima che una linea di caschi blu e giubbotti con la scritta POLIZIA si materializzi non per fermare il folle alla guida, ma per proteggerla, scortandola fuori dall’imbuto come si fa con un pezzo da novanta.
Non era un civile smarrito.
Mauro Berruto, deputato del Partito Democratico che in quella piazza ci stava con i piedi e con gli occhi, lo ha messo a verbale senza perifrasi: quell’area era sigillata da ore, blindata da furgoni e transenne, impermeabile a qualunque passante a piedi. Figuriamoci un’auto.
Quella targa fantasma apparteneva alla Digos di Torino. Un’auto civetta mandata a monitorare gli umori della folla e rimasta intrappolata perché il corteo aveva deviato, improvvisando un tracciato mai notificato alla Questura.
Panico su panico.
L’onorevole Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra l’ha definita senza mezzi termini «gestione criminale dell’ordine pubblico», presentando un’interrogazione parlamentare d’urgenza a Matteo Piantedosi.
Il Viminale ha preso tempo, ha sfumato, ha evitato il confronto immediato in Aula. Perché quando un’auto delle forze dell’ordine accelera nel cuore di una manifestazione pacifica, il confine tra controllo e delirio diventa sottile come una lama di rasoio.
Per capire l’isteria di Torino, bisogna riavvolgere il nastro di sette giorni e spostarsi duecento chilometri più a est, nel cuore di Milano.
Il “17 ottobre” non è nato nelle stanze di una cellula sovversiva, come la propaganda ha cercato di raccontare, ma negli scontrini della spesa, negli stipendi da fame, negli affitti per soli ricchi, nei soldi per le armi che si trovano sempre, anche in una notte, mentre per sanità, scuola e carovita non ci sono; nella rabbia sorda vomitata dentro TikTok e Telegram sotto la sigla di “Italia in piazza”.
A Roma, la CGIL sfilava in giacca e cravatta per la sua “Via Maestra”, un corteo ordinato, recintato, composto da oltre cento sigle storiche. A Milano no. A Milano sono scesi marciapiedi e periferie, ragazzini di seconda generazione, studenti precari, gente che i centri sociali non li ha mai visti nemmeno in fotografia.
Le locandine digitali giravano senza padroni, come fogli di carta strappati dal vento. Poi sono arrivate le cariche, il fumo acre dei lacrimogeni, le vetrine scheggiate, il panico.
Al potere non piace il caos anonimo.
Il caos anonimo non ha un numero di matricola, non si può arrestare, non si può mostrare alle telecamere delle venti.
Perciò, serviva un volto. Un colpevole. Un nome da spendere. Per deviare l’attenzione dai motivi delle proteste.
E il nome è arrivato: Youssef Siher.
Trent’anni, ricercatore, attivista instancabile dei comitati pro-Palestina, piglio deciso e una voce che sui social network bucava lo schermo.
Purtroppo, non sono riusciti a cucirgli addosso anche le etichette di putiniano e novax, ma era comunque un capro espiatorio credibile. Quasi perfetto.
Nei giorni successivi agli scontri, quando il fermento rischiava di svanire, Siher aveva battezzato la pagina Instagram e il canale Telegram “Movimento 17 Ottobre”. Voleva dare uno sbocco politico, una direzione ideologica a quella marea disordinata.
Per la Procura di Milano e per il pool antiterrorismo, però, quel giovane uomo non era un megafono: era l’architetto di quanto accaduto il fine settimana precedente alla creazione della sua pagina. Chissà, forse era in grado di viaggiare nel tempo?
Il 24 ottobre, lo stesso giorno in cui la Citroën bianca della polizia zigzagava tra la folla torinese, scattavano le manette. Ma non per il folle alla guida dell’auto, ma per Siher.
Il giovane veniva condotto a San Vittore. L’accusa era da brividi: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, combinata con il neonato reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche previsto dal recente pacchetto sicurezza.
Come già scritto in un post precedente, si trattava di accuse che non sembravano poggiare su fondamenta solide. Ma per il procuratore Marcello Viola e la PM Francesca Crupi, Siher parlava a 150mila persone con l’obiettivo di alimentare uno «stato di intimidazione della popolazione», teorizzando un piano eversivo contro il governo Meloni.
Gli inquirenti descrivevano l’anello di congiunzione tra l’autonomia operaia, i collettivi studenteschi e la rabbia delle periferie milanesi.
Così, la macchina propagandistica ha iniziato a macinare titoli: “Preso il capo della rivolta”.
Il copione sembrava chiuso. Mancava solo la firma della magistratura per sigillare la cella.
Ma, come avevo anticipato pochi giorni fa, si trattava solo di quella che in comunicazione si chiama distrazione.
Il 28 ottobre, infatti, la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni ha preso in mano il fascicolo dell’accusa. Ha letto le chat. Ha scandagliato le perizie forensi prodotte dagli avvocati difensori Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar.
Oltre diecimila messaggi analizzati. Con quale esito?
Percentuale di incitamenti concreti alla violenza fisica, meno dell’un per cento, e nessuno, nemmeno una sillaba, vergato dalla mano di Siher. La gip ha firmato un’ordinanza che smonta la propaganda degli ultimi giorni: fermo non convalidato, nessuna misura cautelare, scarcerazione immediata. Libero.
Le motivazioni della giudice Landoni sono un trattato di diritto costituzionale gettato sul tavolo della propaganda dei grandi pennivendoli e delle comparse dei talk show d’avanspettacolo che qualcuno ha l’ardire di definire giornalisti ed esperti.
Le frasi incendiarie attribuite a Siher, come quel drammatico «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame», non sono affatto ordini paramilitari, come avrebbe potuto notare chiunque conosca anche solo la lingua italiana.
Non c’è alcun disegno terroristico. Non c’è alcuna banda di cinque persone pronte a colpire, se non nelle intenzioni di chi voleva creare il mostro da sbattere in prima pagina, contando sulla credulità popolare delle masse.
Quella, scrive la giudice, è «critica aspra, a tratti volgare, rivolta contro lo Stato, il governo e i media», ma protetta dall’articolo 21 della Costituzione. Non c’è reato se non c’è pericolo tangibile, e non c’è terrore dentro una metafora politica, per quanto sgradevole possa suonare a chi è al potere oggi.
La risposta della politica è stata un urlo scomposto.
Giorgia Meloni, si è affidata a un video al vetriolo sui social, definendo la scarcerazione «vergognosa» e parlando apertamente di una ferita per le forze dell’ordine.
Neanche una parola, invece, per le ferite causate dall’auto bianca che zigzagava tra la folla, in quello che sembra sempre più un distacco tra il governo e il popolo italiano.
Uno scontro frontale con l’ordine giudiziario che non si vedeva da tempo, consumato sulla pelle di un trentenne che fino a poche ore prima rischiava anni di galera per le parole scritte sullo schermo di un telefono e per il tentativo di certuni di creare il mostro a ogni costo da dare in pasto all’opinione pubblico, in modo tale da distogliere l’attenzione dai veri e gravi problemi del popolo.
Adesso rimettete insieme i pezzi del puzzle. Guardateli dall’alto, come un cronista che non si accontenta delle veline d’agenzia.
Da un lato avete un’automobile fantasma che carica i manifestanti a Torino nel silenzio imbarazzato del Viminale. E senza un video della premier al riguardo. Dall’altro avete un ragazzo sbattuto in carcere con l’etichetta del terrorista, salvo poi scoprire che l’impalcatura accusatoria era una panzana mediatica priva di fondamenta giuridiche.
Non siamo davanti a due fatti di cronaca isolati, ma dentro lo stesso sintomo.
C’è un Paese reale che si muove a tentoni, impoverito, frammentato, arrabbiato, privo di deleghe e di sindacati che sappiano contenerlo e c’è un potere politico che, incapace di rispondere alla radice di quella fame, sceglie la scorciatoia più vecchia del mondo: stringere la morsa della sicurezza, inventare nemici su misura, alzare la tensione nelle piazze per poi gridare all’emergenza democratica.
Ma la piazza di Torino non era telecomandata. E Youssef Siher non era il capo di alcuna legione oscura.
Mentre l’auto impazzita sulla folla era guidata da qualcuno. E qui Giorgia Meloni e il suo ministro dell’Interno devono spiegazioni al popolo, che, Costituzione alla mano, è ancora sovrano.
Le indagini a Milano andranno avanti, certo. La procura continuerà a scavare a caccia di una prova che non faccia ridere.
Si spera anche a Torino.
Ma per ora, nelle strade d’autunno, restano solo due immagini indelebili: i video di una vettura di Stato impazzita tra i manifestanti sbigottiti e protetta dai poliziotti che avrebbero dovuto fermarla e arrestare il criminale alla guida, e la porta di ferro di San Vittore che si spalanca per restituire il mostro creato dalla propaganda alla sua libertà.
Il resto è distrazione di massa. È fumo.
E il fumo, prima o poi, si dissipa.

