La propaganda sa urlare, ma, spesso, anche restare in silenzio. UN silenzio viscido, pesante come una coperta bagnata, che si stende sulle cose quando tutti sanno che scoperchiare la scatola significa far uscire qualcosa di mostruoso.
Prendete una sala del Parlamento. Quella in cui si riunisci la Commissione Covid.
Al centro del tavolo, con le spalle leggermente curve e un bicchiere d’acqua minerale a fargli da scudo, siede Roberto Speranza.
Lo ricordate?
Per anni, è stato il demiurgo delle nostre vite, nel senso filosofico del termine: una divinità benevola, secondo il suo punto di vista. L’uomo che con una firma decideva se potessimo abbracciare una madre, fare una corsa all’alba o lavorare per portare a casa la pagnotta.
Poteva decidere persino se il caffè lo bevevi in piedi o per forza seduto. Prima l’una, poi l’altra. E dipendeva dall’orario. Fino alle diciotto seduto, poi in piedi, poi il contrario.
Lo so, vi fa ancora rabbia questa follia, ma lui era una divinità buona. Lo faceva per tutti noi.
Oggi Speranza non decide più nulla. Oggi deve rispondere.
Dall’altro lato della trincea c’è la deputata Alice Buonguerrieri che non sorride. Non ha l’aria di chi è lì per fare prigionieri. Ha lo sguardo affilato di chi ha aspettato anni per guardare negli occhi l’incarnazione di una stagione che per milioni di italiani ha il sapore amaro dell’ingiustizia, dell’isolamento, della perdita. La stagione più buia, distopica e dispotica della storia repubblicana.
«Lei si è autoincensato», dice lei. La voce è un bisturi. «Nessuna autocritica. Nessuna parola per i morti, nessuna per chi ancora oggi soffre per gli effetti avversi. Le chiedo: non prova un po’ di vergogna?»
La parola è atterrata sul tavolo con il tonfo di una grossa pietra. Vergogna.
In quell’istante, la maschera del rigore ministeriale cede. Speranza scatta. Le mani cercano l’aria, le dita gesticolano nervose, il tono si alza d’un colpo solo: «È propaganda! Questa è propaganda becera contro le istituzioni!»
Ecco il punto di rottura. Il momento in cui il passato smette di essere un fascicolo archiviato e torna a bussare alla porta con la violenza di un temporale estivo.
Speranza agita settantatré pagine. Tre circolari. Dice che la famigerata “Tachipirina e vigile attesa” non è mai esistita nei termini in cui la gente la ricorda, che è un’invenzione dei cosiddetti novax, che c’erano i tecnici, che c’era Rezza, che c’era Urbani, che i pareri dello Spallanzani e le linee guida dell’OMS dicevano proprio quello.
Parla in fretta. Cita il JAMA, cita l’America, cita i pareri depositati per smentire le perizie che oggi inchiodano il suo ministero.
Ma il trucco, ed è un trucco vecchio come il mondo, non regge.
Il presidente della Commissione, Marco Lisei, lo ascolta con la pazienza che si riserva a chi sta cercando di risalire un pendio scivoloso. Poi lo gela con una precisione chirurgica: gli antinfiammatori non erano nel corpo della circolare. Erano sepolti a pagina dodici, in una tabellina minuscola, mentre ai medici di famiglia arrivava il messaggio perentorio di aspettare che la febbre salisse prima di fare qualunque cosa.
La scienza, gli ricorda Lisei, è dubbio continuo, non un dogma di Stato calato sulla pelle dei cittadini.
Eppure, mentre in quell’aula volano parole feroci, mentre si sfiora la rissa procedurale tra deputati che urlano all’ordine dei lavori e si arriva alla sospensione della seduta per evitare che la tensione trasformi l’inchiesta in un corpo a corpo, fuori accade qualcosa di ancora più sinistro.
Il vuoto.
I telegiornali della sera scivolano via leggeri, tra la cronaca spicciola, le solite dichiarazioni sul colpevole inventato per le vetrine a Milano e altre cose di poco conto. Ovviamente, si parla dei violenti, mica dei motivi delle proteste di piazza. E si parla di Garlasco.
Nessuna prima pagina per Speranza. Nessun talk show di prima serata che apra con le urla di quell’aula in cui l’ex divinità viene messo con le spalle al muro. Lui e la sua politica distopica e dispotica.
Come ha fatto notare con amara lucidità Marcello Foa, siamo di fronte a una colossale congiura del silenzio. Una censura non dichiarata, ma perfettamente sincronizzata.
Perché parlare di quanto davvero accaduto durante il Covid disturba tutti i partiti che hanno approvato quelle porcherie.
Disturba la sinistra, che di quella stagione ha fatto una religione basata sull’obbedienza cieca e sulla santificazione delle proprie scelte.
Disturba i media generalisti, che per più di due anni hanno fatto da megafono acritico a bollettini di guerra, cacciando dalle trasmissioni chiunque osasse sollevare una domanda di buonsenso, e trasformando il dissenso scientifico in tradimento della patria.
È lì che il giornalismo è deceduto.
E disturba, in fondo, persino una parte della maggioranza di governo, che preferisce non calcare troppo la mano per non disturbare gli equilibri con l’establishment sanitario e non farsi appiccicare addosso quell’etichetta di “complottismo” che a Roma brucia più dell’acido.
Da Roberto Speranza non ci si aspettava un passo indietro, né una crepa nella sua certezza di aver salvato la nazione.
Non si può credere, infatti, che chi ha fatto quel che ha fatto abbia la caratura per chiedere scusa. Altrimenti, avrebbe agito con più oculatezza e più rispetto per la scienza, quella vera, quella che si muove con dubbio e domande, mai con risposte certe e obblighi.
Ma l’audizione ha squarciato comunque il velo, poiché, per la prima volta, l’ex ministro non si trovava seduto nel salotto amico di un conduttore compiacente, pronto ad annuire a ogni suo sospiro. Era lì, costretto a rispondere a domande che non avevano il copione concordato.
Quando l’onorevole Buonguerrieri gli ha sbattuto in faccia il fantasma del Green Pass, quella misura fascista spacciata dall’allora presidente del Consiglio come la «garanzia di trovarsi tra persone non contagiose», una bugia che ha spinto milioni di individui a correre rischi inutili e a discriminare persino i propri fratelli, la stanza è diventata irrespirabile.
Quando gli è stato sbattuto in faccia che quella gestione ha prodotto decessi, la reazione è stata isterica. «Questo non glielo permetto!»
Infatti, è tornato quello che permetteva o no.
Per un attimo, Speranza ha tentato di tornare a essere un dio. È tornato a non guardare in faccia fatti e realtà. Perché guardarli, significherebbe scoprire che cosa ha fatto e perché verrà ricordato nei libri di storia.
La seduta è stata sospesa. Le carte sono rimaste sul tavolo. Ma il punto è che quelle carte non spariranno.
A guardare il video dell’audizione di Speranza, si nota un riflesso condizionato, quasi da manuale di psicologia forense, che scatta nell’ex ministro ogni volta che l’angolo di tiro si fa troppo stretto ed è il passo indietro del generale che si nasconde dietro le mostrine dei suoi colonnelli.
Quando l’aria si fa irrespirabile, Speranza scarica il barile sui tecnici. Butta sul tavolo i nomi di Gianni Rezza e Andrea Urbani come fossero amuleti contro la sfortuna, ripete che «un ministro dà solo l’indirizzo politico, mica scrive le ricette».
Ma è un gioco di prestigio che non incanta più nessuno.
Perché mentre i medici di base sono stati lasciati in trincea a mani nude, abbandonati per oltre otto mesi in una terra di nessuno senza uno straccio di linea guida ufficiale, e dal ministero non arrivava che un silenzio gravido di presunzione.
Addirittura, ci sono medici che sono stati sollevati per essersi permessi di curare i pazienti.
La politica, quella che in televisione si assumeva il merito di ogni chiusura e di ogni stretta liberticida sbandierando infallibilità morale, e si credeva aulica, si scopre improvvisamente cieca, sorda e notarile non appena deve rendere conto del conto dei danni che ha provocato.
Non è prudenza. È la vigliaccheria storica dell’apparato, quel tic burocratico per cui le vittorie hanno sempre il volto del leader in prima serata, mentre i fallimenti e le bare finiscono misteriosamente smistati nei faldoni anonimi delle commissioni tecniche e le colpe sono collettive. Se non di altri.
La propaganda può spegnere le telecamere dei grandi canali, i potenti che la controllano possono ordinare ai quotidiani di voltare pagina, possono far finta che quei due anni siano stati solo un brutto sogno collettivo da seppellire in fretta perché la gente non ricordi cos’hanno fatto Speranza, Draghi e chi li ha appoggiati.
Non funzionerà.
Perché anche le bugie istituzionali hanno le gambe corte e il respiro affannato.
E, prima o poi, quando l’eco della propaganda si sarà spento del tutto, resterà solo la memoria di una ferita che nessuno ha ancora avuto il coraggio di curare.
Perché, per curarla davvero, bisogna ammettere che esista. Ma c’è ancora troppa gente che preferisce distogliere lo sguardo.

