“NON CHIEDO SCUSA”. LA SFIDA DI MICHELA PONZANI E IL CORTOCIRCUITO TRA POLITICA E CULTURA

di Pasquale Di Matteo

Winston Smith trascorreva le sue giornate al Ministero della Verità.

Il suo mestiere era riscrivere la storia. Quando il Grande Fratello decretava che una promessa non era mai stata pronunciata o che un vecchio alleato andava tramutato in un’ombra senza nome, Winston recuperava i numeri arretrati del Times, tagliava il paragrafo incriminato, riscriveva il pezzo e infilava il frammento originale nel buco della memoria.

Una fiammata breve, un mulinello di cenere, e la carta stampata tornava a essere perfetta. Fedele alla versione del padrone di turno.

Accade in “1984” di George Orwell, ma c’è qualcosa di tremendamente orwelliano nell’illusione che attanaglia anche alcuni uomini di potere quando i fantasmi del passato tornano a bussare sui loro tavoli.

Sembrano quasi credere che esista davvero quel condotto di ferro, quel camino inceneritore in cui far sparire i dettagli scomodi delle proprie radici.

E, chissà, forse auspicano che giornalisti e storici si comportino tutti come il buon Winston Smith.

Ma la realtà non è Londra sotto il socing. In una democrazia, gli archivi non bruciano a comando. A ricordarlo all’Italia intera, su La7, è stata la professoressa Michela Ponzani, che fa della Storia il suo mestiere.

Davanti alle telecamere di Otto e mezzo, durante un confronto serrato sulle recenti politiche di sicurezza, la storica ha riaperto una crepa profonda cinquant’anni, citando il ruolo di un giovanissimo Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato, – quindi vicepresidente della Repubblica, – in uno dei pomeriggi più tetri della Repubblica.

La reazione della seconda carica dello Stato è arrivata con toni che non sono quelli che ci si aspetterebbe dalla seconda carica dello Stato: mandato perentorio ai propri avvocati per denunciare, sdegno istituzionale, la pretesa di cancellare la definizione di corteo non autorizzato e, infine, la classica proposta che assomiglia a una grazia concessa dall’alto: “Pronto a ritirare la querela, ma solo se arrivano scuse immediate”.

La professoressa Ponzani ha fatto il contrario di quello che Winston Smith avrebbe fatto per sopravvivere. Non ha cancellato una sola virgola dal passato. È tornata in video e ha parlato ancora, forte delle fonti storiche.

Ha fatto sapere di aver affidato la propria tutela all’avvocato Fabio Anselmo, un legale che conosce il peso delle verità negate contro i colossi dello Stato, e ha rivendicato con orgoglio la sua cattedra, il suo essere professoressa universitaria e non semplice “signora” come l’aveva apostrofata il presidente La Russa.

Nessuna intenzione di attribuire omicidi al presidente del Senato, ha chiarito con freddezza. E non sarebbe potuto essere altrimenti, visto che le indagini dell’epoca hanno confermato la totale estraneità di La Russa nella morte di Marino. Ma una ferma determinazione a non farsi tappare la bocca mentre racconta i fatti.

La Russa era uno dei massimi esponenti di una manifestazione vietata che decise, deliberatamente, di non fermarsi. E questa è storia. Punto.

Ma cosa dice questa storia e perché La Russa non ci ha fatto una bella figura?

Milano. 12 aprile 1973. Giorno che passerà alla storia come “Giovedì nero di Milano”.

Il Movimento Sociale Italiano, il Fronte della Gioventù e diverse sigle della destra radicale hanno programmato una marcia per denunciare la “violenza rossa”. Un tragitto prestabilito, da piazza Cavour a piazza Tricolore, che inizialmente ottiene il via libera delle autorità.

Ma il clima è saturo di elettricità. Puzza di scontro imminente.

A poche ore dalla partenza, il prefetto, Libero Mazza, intuisce che quella sfilata rischia di trasformarsi in una polveriera. Così, cancella l’autorizzazione per gravi ragioni di ordine pubblico. Mette il veto. Un divieto formale, esplicito e notificato.

I manifestanti avrebbero dovuto disperdersi, tornare a casa. Invece decidono di sfidare il decreto prefettizio e serrano i ranghi, si compattano e marciano dritti verso la sede della prefettura per urlare la loro rabbia.

Il corteo diventa una guerriglia a cielo aperto. Sanpietrini, urla, fumo. Poi, il rumore sordo e orribile di ordigni bellici: dalle file neofasciste partono bombe a mano contro i cordoni di polizia. Una di queste schegge dilania Antonio Marino, una guardia di pubblica sicurezza di appena ventidue anni.

Un ragazzo mandato a morire sul marciapiede. Per quell’omicidio la giustizia pronuncerà condanne definitive a carico dei militanti di estrema destra Vittorio Loi e Maurizio Murelli.

In mezzo a quella piazza inferocita c’è anche Ignazio La Russa, che ha ventisei anni e dirige il Fronte della Gioventù milanese; è tra coloro che hanno imbastito e guidato l’evento.

La sua presenza è scolpita nella storia. Nessuno, e men che meno la Ponzani, gli ha imputato il lancio di quella bomba o una complicità diretta nell’omicidio di Marino. Ma la sua partecipazione e il suo ruolo di coordinamento a una marcia illegale rimangono inchiodati agli atti.

È storia. Non opinione.

Ed è qui che il tentativo di riscrittura tentato dal presidente del Senato crolla davanti alla carta dei giornali dell’epoca.

Il suo portavoce sostiene che gli atti giudiziari escluderebbero persino la partecipazione a una manifestazione non autorizzata, ma è una ricostruzione che non corrisponde alle fonti. Infatti, Il Corriere della Sera titolava parlando senza ambiguità di manifestazione “non autorizzata dal Prefetto”.

Il Giorno batteva sulla stessa identica formula: “corteo non autorizzato”. Ogni cronaca dedicata alla tragedia dell’agente Marino descrive un evento prima concesso, poi categoricamente vietato e infine forzato con la violenza.

La realtà storica: il corteo partì sotto il segno dell’autorizzazione, ma lo stop di Libero Mazza lo rese fuorilegge prima che il primo striscione venisse alzato. Ignorare quel divieto è stato il motivo per cui quel giovedì è diventato una pagina nera d’eversione e non una semplice sfilata di partito.

Ma il colpo da genio sferrato da Michela Ponzani è stato un cortocircuito temporale, poiché ha preso quel ragazzo di ventisei anni e lo ha scaraventato nel presente, sotto i riflettori del Decreto Sicurezza varato dal governo presieduto da Giorgia Meloni.

Ha mandato in cortocircuito chiunque si sia mai trovato in un corteo in cui si sia anche solo danneggiato qualcosa e che ora trovi corretto il recentissimo decreto.

La frase della professoressa è risuonata come uno schiaffo: «se all’epoca fossero state in vigore queste leggi, probabilmente oggi l’Italia non avrebbe quel presidente del Senato.»

Un’iperbole politica? Forse. Ma radicata in un paradosso normativo impressionante.

Se provassimo ad applicare le nuove norme a quel giovedì milanese del 1973, il giovane dirigente missino si troverebbe di fronte a un percorso a ostacoli devastante: scatterebbe la nuova fattispecie di partecipazione violenta a una manifestazione, una condanna che arriva fino a 5 anni di carcere e 20.000 euro di sanzione per chi, inserito in un gruppo di almeno cinque persone, mette a repentaglio la sicurezza comune con atti di violenza, con aggravanti pesantissime se il volto è travisato o se ci sono feriti tra gli agenti.

Penderebbe sul suo capo il nuovo reato per chi promuove gruppi violenti, con pene dai 4 ai 12 anni di galera, applicabili persino per attività propagandistiche o telematiche.

E per chi semplicemente sfila disattendendo il divieto della questura o ignora l’ordine di scioglimento della folla?

Le vecchie contravvenzioni sono state depenalizzate, ma gonfiate fino a diventare multe amministrative mostruose, comprese tra 10.000 e 20.000 euro.

A tutto questo si aggiungerebbe il divieto accessorio, impartito dal giudice, di presenziare a qualsiasi riunione pubblica per un lungo periodo, oltre alla scure del fermo preventivo esteso fino a 24 ore per chi turba la sicurezza in zone a forte assembramento.

Ciò che nel 1973 fu una violazione delle regole, ma gestita come tappa di militanza politica, con le leggi scritte oggi dalla sua stessa maggioranza avrebbe potuto trasformarsi in una fedina penale a brandelli, tra perquisizioni, sanzioni pecuniarie esorbitanti e l’interdizione dalla vita pubblica.

Ovviamente, utilizzo il condizionale, ma, stando alle nuove norme, sarebbe plausibile. Perciò, le parole della professoressa trovano fondamenta solide.

I giuristi sanno bene quali siano i paletti formali di questo ragionamento. Il diritto non viaggia all’indietro: il decreto non ha valore retroattivo e la tesi della Ponzani ha una natura controfattuale e politica, non una validità processuale per fatti vecchi di cinquant’anni, che, infatti, nessuno ha preteso, men che meno la Ponzani.

Inoltre, calcare una strada interdetta non equivale automaticamente a commettere il reato di partecipazione violenta, per il quale serve la prova rigorosa della condivisione degli atti materiali di scontro e del pericolo generato.

E su questo, il presidente La Russa ha tutte le ragioni di inalberarsi. Ma non con Ponzani. Dovrebbe arrabbiarsi contro il riflesso morale della contraddizione accecante. Perché tutti i distinguo appena evidenziati non possono non valere anche per i giovani nei cortei di oggi.

La reazione di La Russa è stata quantomeno esagerata. Infatti, la mossa legale del presidente del Senato, – la minaccia di adire le vie legali – ha provocato un’ondata di indignazione.

L’Associazione Italiana di Public History (AIPH) ha preso posizione con un comunicato netto del suo Consiglio direttivo: difendere la libertà di ricerca e la discussione scientifica è un dovere non negoziabile. “La storia”, hanno sottolineato gli storici, “si fa confutando le tesi con i documenti d’archivio, non trascinando i ricercatori davanti a una sbarra penale. L’ombra di una querela mossa dalla seconda autorità dello Stato ha il sapore amaro dell’intimidazione, un monito preventivo capace di paralizzare lo studio e la libera docenza”.

Parole potentissime e pesanti. E anche le aule parlamentari hanno tremato.

I senatori del Partito Democratico Dario Parrini, Francesco Verducci e Walter Verini hanno denunciato, senza mezzi termini, il pericolo di “querele intimidatorie” architettate per zittire la memoria.

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha chiesto a La Russa di fermarsi e fare un passo indietro, ribadendo che una carica di garanzia, quale dovrebbe essere quella della presidenza del Senato, non può brandire la magistratura contro una storica per punire un’opinione politica.

Entrambi i partiti d’opposizione hanno chiesto formalmente il ritiro immediato dell’azione giudiziaria.

Inoltre, sarebbe alquanto grottesco, agli occhi dei cittadini, vedere la seconda carica dello Stato impegnato a spiegare una versione di una storia raccontata da un’infinità di fonti per decenni, quando le piazze esplodono per problemi seri e gravi.

La Russa, vista la carica che ricopre, dovrebbe ispirare fiducia e saggezza, non gettare benzina sul fuoco, soprattutto nell’Italia di oggi e a pochi mesi dalle elezioni, quando gli italiani dovranno decidere chi sia all’altezza e chi no di governare il Paese.

Ricordo che, in passato, altri esponenti sono stati accusati di fatti non proprio piacevoli della nostra storia, ma con risposte assai più composte e consone a un’alta carica istituzionale.

Massimo D’Alema, per esempio, fu accusato di lanciare molotov nei cortei sessantottini. Rispose ammettendo che era vero e contestualizzando gli episodi.

Il nodo che stringe questa vicenda tra un’alta carica dello Stato e una docente non riguarda una scaramuccia da tv, ma riguarda noi. Riguarda l’aria che respiriamo quando parliamo del nostro passato.

La storia non è una proprietà privata che si difende con le diffide degli avvocati.

Se le carte dicono che quel corteo fu vietato da un prefetto preoccupato per il sangue, – e lo dicono – nessun comunicato stampa potrà trasformarlo in una scampagnata autorizzata. Nessuna minaccia, nessuna querela né un’eventuale sentenza di qualche giudice che nutrisse un’idiosincrasia nei confronti della storia.

Michela Ponzani ha ribadito la differenza fondamentale tra la responsabilità per un omicidio, – che nessuno ha mai attribuito a Ignazio La Russa, – e la responsabilità politica di aver marciato dentro un divieto che finì in tragedia.

La storica ha svolto il suo compito. Senza paura di chi può farsi forte per avere a disposizione le scorte e i codici.

Perché, a differenza dei mondi cupi immaginati da Orwell, la memoria libera non si butta nei tubi pneumatici. Resta lì, stampata nelle fonti, ad aspettare chiunque abbia ancora il coraggio di leggerla.

Infine, consiglio al presidente La Russa di riflettere con attenzione su chi gestisce la sua immagine.

Episodi come questi vanno al di là dell’ideologia di ciascuno e rischiano di causare danni d’immagine enormi, soprattutto quando, per indole, una persona è sanguigna come il presidente.

Ma a questo servono gli esperti di comunicazione. A far respirare, pensare, riflettere.

Un qualsiasi esperto di comunicazione degno di tal nome avrebbe evitato al presidente certe affermazioni più di pancia che di testa. E sono convinto che un politico navigato qual è La Russa avrà già certamente intuito di essere scivolato in un atteggiamento che sarebbe discutibile se fatto da un semplice capo partito, figuriamoci il presidente del Senato.

Se, invece, è stato qualcuno a consigliare certe prese di posizione, o non lo ha invitato a desistere, fossi nel presidente La Russia, qualche pensiero sulla professionalità di chi gestisce la sua immagine lo farei.

Perché, in un momento come questo, di tensione e turbolenze, le alte cariche dello Stato dovrebbero essere un esempio di ascolto, educazione e tolleranza.

Esacerbare i toni, invece, non può essere atteggiamento da politici con la P maiuscola e che, in futuro, potrebbero addirittura ambire al ruolo di Presidente della Repubblica.

ALCUNE FONTI STORICHE

  1. Fonte primaria istituzionale: Resoconto stenografico della Camera del 13 aprile 1973, per il divieto della questura e le motivazioni di ordine pubblico.documenti.camera
  2. Fonti documentarie d’archivio: Questura e Prefettura di Milano, Archivio centrale dello Stato, per i provvedimenti originali.documenti.camera
  3. Fonti giudiziarie: atti e sentenze sul caso Marino, per gli atti violenti e le responsabilità penali accertate.thevision+1
  4. Fonti storiografiche e memoriali: Calore, Fondazione Pol.i.s., ricostruzioni de Il Giorno, Corriere della Sera, Fanpage e altre.
  5. Fonti giornalistiche di oggi: https://video.corriere.it/cronaca/la-storica-ponzani-a-otto-e-mezzo-tutelero-le-mie-ragioni-in-tribunale-nella-querela-presentata-da-la-russa/232b634d-ab23-421d-997b-c17c0ef35xlk

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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