LA DEMOCRAZIA NON È UN SOPRAMMOBILE DA LUCIDARE

di Pasquale Di Matteo

La democrazia non è un monumento di marmo da lucidare e recintare, magari chiedendo un biglietto per poterlo vedere. La democrazia è respiro. È il diritto sacrosanto di dire: «Non sono d’accordo e ho il diritto di farmi sentire se tu, che governi, mi ignori.»

Invece, in questi giorni, sento salire dal secolo scorso un vento freddo che non ha affatto il profumo di democrazia.

Vedo governi che hanno dimenticato – o non sanno – che la piazza è il cuore della polis; invece, la trattano come una minaccia batteriologica da disinfettare.

Vedo decreti scritti da chi ha occhi spiritati, vedo fermi preventivi, cariche indiscriminate su studenti inermi e seduti, e vedo multe da migliaia di euro a chi protesta pacificamente, senza spaccare niente. Multe in risposta a chi protesta per il carovita insostenibile.

Un insulto all’intelligenza che ricorda la follia degli ultimi reali di Francia.

È una violenza che cambia pelle, che non ha più solo la forma rigida del manganello, ma assume quella di una cartella esattoriale concepita per ipotecare il futuro di un ragazzo prima che abbia iniziato a viverlo.

Un modo per costringere un padre a dire a suo figlio: «Resta a casa. Non andare in corteo. Se ti fermano, non possiamo pagare.»

Questa non è gestione dell’ordine pubblico, ma è la criminalizzazione del futuro.

Poliziotti che fermano ragazzini senza neppure chiedere loro i documenti. «Perché ieri hanno spaccato tutto.» Solo che non hanno alcun elemento per stabilire che quei ragazzi fossero anche solo presenti in piazza il giorno prima.

Il problema è che mostrare i muscoli è deleterio non solo per l’immagine della democrazia, ma per la sua stessa tenuta. Perché, al di là dei motivi delle proteste (carovita, soldi alle armi e alle guerre, scuole e sanità al collasso), he spingono giovani, agricoltori, camionisti, madri e insegnanti in strada, all’interno dei cortei si intrufolano anche soggetti.

Della possibilità che vi siano poliziotti abbiamo già parlato in precedenti articoli. Ma ci sono anche altri gruppi di sovversivi che trovano sempre modo di sfruttare cortei e manifestazione di gente disperata, per spaccare vetrine, automobili, teste.

È un modo facile per alzare la tensione.

Se il governo abbocca, come ha abboccato, si fa il loro gioco. Loro bagnano le piazze di benzina e il governo ne aggiunge altra, anziché asciugarla.

Nelle democrazie, la piazza è il termometro del corpo sociale. Se non capisci questo, ti è facile ragionare come qualunque dittatore nella storia in termini di ordine pubblico. Ma il rischio di farti del male è elevato.

Se in piazza urla perfino gente che in piazza non protesta mai, significa che il Paese ha la febbre. Ma se tu spezzi il termometro e picchi il malato, non hai curato l’infezione. L’hai solo spinta più a fondo, nel buio, dove smette di fare rumore e inizia a incancrenire, diventando una malattia più grave.

Una malattia i cui effetti si sono visti in diverse nazioni, nei secoli scorsi.

Tra l’altro, basta riguardarsi qualche intervento alla Camera di Giorgia Meloni, quand’era all’opposizione, per rendersi conto che sposava in pieno quanto ho scritto finora.

Cos’è cambiato, ora che è al governo?

Sarebbe interessante domandarglielo, se non si trincerasse nelle conferenze stampa dalle domande confezionate e i video da social media manager.

Una classe dirigente che risponde alle domande dei propri giovani sguinzagliando la ferocia dei manganelli e del ricatto economico ha già firmato la propria resa morale. Significa che non ha più argomenti. O non può deviare dalle politiche imposte, evidentemente, da forze occulte, superiori a quelle della politica.

Ma una democrazia in cui i giovani hanno paura di sognare a voce alta è una di quelle dittature contro cui puntiamo il dito. Una di quelle narrate in capolavori come “Il mondo nuovo”, “1984” e “Kallocaina”.

Leggeteli. Sono libri pubblicati nel 1932, nel 1940 e nel 1949, ma raccontano ciò che sta accadendo oggi.

Nel “Mondo nuovo”, Aldous Huxley pensava che ci avrebbero addormentati con la chimica del piacere e l’obbedienza programmata. In “1984”, George Orwell era convinto che ci avrebbero piegati con paura, Neolingua e stivali sul volto.

In “Kallocaina”, Karin Boye temeva un siero verde iniettato in vena per costringerci a raccontare ogni segreto, anche i pensieri nascosti nel buio della nostra coscienza.

E oggi?

Telecamere a riconoscimento biometrico che non dimenticano un volto. Algoritmi predittivi che profilano le tue intenzioni e decreti per anestetizzare la volontà di manifestare. – Infatti, chi manifesta pacificamente viene identificato e multato profumatamente. – Fermi preventivi, sanzioni pecuniarie asfissianti che ricadono sui genitori, la piazza criminalizzata a priori, la dissidenza trasformata in fattispecie di reato.

Se ci pensate, il sistema è elegante nella sua spietatezza. Non arresta milioni di persone; gli basta alzare il prezzo del dissenso a una cifra che nessuno è disposto a pagare. Il mutuo. La reputazione. Il futuro dei tuoi figli.

È il grande gelo. La paura invisibile che scivola sotto le porte e ti sussurra all’orecchio: «Non esporti. Resta invisibile. Scorri il feed».

Nei thriller migliori, la vittima capisce di essere finita nella ragnatela solo quando sente il clic metallico della serratura alle proprie spalle.

Qui, invece, il clic è già risuonato.

A voi sembra ancora una democrazia normale questo Paese?

Prima di rispondere, andate a vedere come finiscono quei tre capolavori citati poc’anzi. Perché la letteratura non mente mai sul prezzo che si paga quando ci si arrende.

Finisce con John il Selvaggio, del mondo nuovo, che, per non piegarsi alla volgarità di un potere che lo tratta come un fenomeno da baraccone, si impicca nel silenzio di un faro, lasciando i suoi piedi a oscillare nel vuoto come l’ago di una bussola impazzita, mentre la folla continua a scattare foto e a chiedere spettacolo.

Finisce con Winston Smith, in 1984, che, dopo essere stato spezzato nella dignità, siede da solo al tavolo di un bar, a convincersi di «amare il Grande Fratello» pur di non sentire più il dolore del dissenso.

O forse finisce come in Kallocaina, con un uomo rinchiuso per sempre nel buio di una cella sotterranea, ma che affida alla carta una verità indistruttibile, che nessun decreto, nessun siero, nessuna multa e nessuna divisa potrà mai estirpare del tutto quel seme primitivo e ostinato che è il bisogno di libertà e di calore tra gli esseri umani.

Oggi siamo esattamente a questo bivio.

Possiamo fare la fine di John, fuggendo dalla realtà fino a soffocare.

Possiamo fare la fine di Winston, anestetizzandoci con la paura e imparando ad amare le catene di chi ci impoverisce e ci zittisce.

Ma difendere il diritto di gridare e di dissentire non è una scelta politica di parte. Non è di sinistra, di destra, di centro o di qualche altra definizione superata dal tempo, ma è l’ultimo riflesso incondizionato che ci separa dal silenzio del cimitero.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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