L’EUROPA SULL’ORLO DELL’ABISSO. I GUERRAFONDAI SONO UNA CONDANNA A MORTE

di Pasquale Di Matteo

Bisogna tracciare una linea netta, sottile come una lama di rasoio, che separa le nostre poltrone comode dalle trincee di fango gelido in cui l’Ucraina sta morendo, centimetro dopo centimetro.

Tutto mentre i prezzolati giornalai della propaganda ci decantano ancora, a fasi alterne, la sconfitta russa, ma, al tempo stesso, Mosca pronta a invadere l’Europa, a seconda della convenienza del momento.

E ai nostri leader piace pensare di essere immuni. Come se le bombe fossero entità astratte capaci di distruggere e uccidere solo sotto cieli diversi dal nostro.

Ma la verità è che l’Europa è un morto a cui manca solo la data del decesso. Un morto che ha dimenticato cosa significhi guardare l’oscurità e vederla ricambiare lo sguardo. Un morto che ha tradito la sua vocazione al dialogo, alla diplomazia e, soprattutto, all’idea di popoli.

Oggi, infatti, quando i popoli votano contro le attuali leadership, il sentimento è quello della chiusura, della non accettazione, della negazione della democrazia. “Sbagliano”, “interferenze esterne”. Qualunque scusa per non prendere atto del fatto che i popoli non vogliano seguire le politiche della follia di questa classe dirigente.

D’altronde, i leader attuali sono quei falliti che hanno scommesso tutto sulla guerra, convinti che con le sanzioni “dagli effetti dirompenti” la Russia si potesse sconfiggere.

Ma oggi, che i fatti e la realtà confermano, senza ombra di dubbio, che Mosca non è crollata a Natale 2022 come promettevano i falliti, che non è isolata nel mondo e che Putin non è morto – tutte cose che scrivevano i giornalai della propaganda – i nostri leader sono disperati.

Perché se si trovasse un accordo diplomatico con Mosca e la guerra in Ucraina finisse, questi leader dovrebbero spiegare ai loro popoli le bollette alle stelle, i tagli, i sacrifici in cambio di una vittoria rimasta solo nelle balle raccontate fino a oggi tra favole sui soldati russi senza calzini, a dorso di muli e morti al ritmo di mille al giorno, per cui, matematica alla mano, l’intero esercito russo sarebbe stato azzerato almeno un anno fa.

Perciò, questi leader falliti spingono per una guerra globale che resetti tutto, pur di non farsi da parte. Pur di non staccarsi dalle poltrone del potere.

Ma non siamo pronti né a una guerra che ci vedrebbe sconfitti in mezza giornata dai missili ipersonici né a un’azione di diplomazia matura. Non lo siamo, nonostante le tre generazioni di pace che ci hanno cullato, trasformandoci in creature viziate da un benessere che credevamo eterno.

La diplomazia non è una bacchetta magica.

È un esercizio di potere, ma, in questo momento, quel potere è una moneta che non ha più corso legale in un teatro di guerra dominato solo dalla violenza cieca e dagli interessi di chi fa soldi a palate dalla vendita di armi e dall’escalation che porta al riarmo. E da chi, ritirandosi dalla guerra, dovrebbe fare le valigie il giorno stesso. (Ah, dite a Burioni che il plurale di valigia si scrive con la “i”).

Da chi ha tutto l’interesse nel proseguire la guerra per non doversi confrontare con il proprio popolo.

Mentre discettiamo di mediazioni, di corridoi umanitari e di patti scritti sulla carta che vola via al primo soffio di vento, c’è chi sta riscrivendo la geografia con il sangue.

La Russia di Putin non sta giocando a scacchi; sta giocando alla roulette russa con le nostre vite, consapevole che la nostra reazione, se mai arrivasse, sarebbe frammentata, indecisa, soffocata dal timore di un’apocalisse nucleare che trasforma ogni nostra mossa in un azzardo mortale.

E gli Stati Uniti? Quelli invincibili nella propaganda di Hollywood?

Sono un anziano signore che inviti al banchetto funebre giusto per cortesia. Hanno usato l’Ucraina come uno scudo, ma ora sembrano stanchi, come un attore che ha dimenticato la battuta finale perché la memoria non è più quella di una volta.

Senza munizioni e messi in scacco dall’Iran, che credevano di domare in poche settimane perché credevano reali le favole di Hollywood con cui sono riusciti a fare il lavaggio del cervello persino a sé stessi.

È un ex impero che sta scoprendo che la sua presunta superiorità era tale solo nelle pellicole cinematografiche e si sta finalmente rendendo conto che l’ultima guerra vinta risale al 1945, quando, unico caso nella storia, gli USA utilizzarono non una, ma ben due bombe atomiche.

Il punto non è più “se” la guerra finirà, ma in che modo verrà svuotato ciò che resterà dopo.

Nel 2022, all’epoca degli accordi tentati in Turchia, l’Ucraina era un Paese di 51 milioni di anime, mentre oggi è una nazione di rovine, finanziariamente ed economicamente fallita e con oltre un terzo della popolazione morta in guerra o fuggita all’estero. E questo è un fatto, non opinione.

Chi prenderà in mano i cocci?

L’Europa, con i suoi leader fuori di testa che sbraitano al primo drone nemico, – ma senza mostrare le prove, – ma tacciono ancora per la distruzione del NordStream?

O la Cina, che nell’ombra, come un ragno paziente, aspetta solo di tessere la tela sul cadavere del vecchio continente?

Non c’è romanticismo, in questa analisi, lo so.

C’è solo la brutale realtà di una scacchiera dove noi, semplici pedoni, crediamo ancora di essere i re di un mondo che, almeno per metà, ci vede come capricciosi mafiosi che nel quartiere non contano più niente.

La nostra è un’estetica pacifista, un modo per lavarci la coscienza senza sporcarci le mani. Ma la guerra, quella vera, non ha bisogno del nostro permesso per distruggerci. Bastano le provocazioni dei nostri leader squilibrati per farci piovere un missile ipersonico con una testata nucleare sulla testa.

E no, non è colpa della Russia che ha aggredito l’Ucraina. Quella è la favola che la propaganda racconta a chi nelle ore di storia giocava a tris con il compagno di banco. La storia è più complessa. Ed è fatta di decenni di atti occidentali che la propaganda dimentica di ricordare a chi legge.

Anche perché, se la favola dell’aggressore e dell’aggredito fosse la realtà da tenere presente, dove sono le sanzioni contro gli USA per le aggressioni all’Iran e al Venezuela? Dove sono le sanzioni contro Israele per Gaza e la Cisgiordania? E le armi e i soldi agli aggrediti?

È arrivato il momento di guardare oltre le ombre e di crescere.

Perché quando il fumo si diraderà e il silenzio tornerà, non troveremo più il mondo che abbiamo lasciato, ma solo il conto da pagare per essere stati, per troppo tempo, spettatori distratti della nostra fine.

E il conto, ve lo assicuro, non sarà pagato con le parole.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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