L’argento si ossida, se lo lasci al buio, si mangia da solo, diventa nero come una notte senza luna. Ma se gli spari contro una luce, riflette tutto. Non perdona. Ti ributta in faccia ciò che sei.
In Sabrina Certuti, l’argento non è un orpello, ma uno specchio, così come specchi sono le sue tele. Devi avvicinarti per capirlo davvero.
Non sono opere che si comprendono limitandosi a scrollare una foto sullo schermo del telefono. Devi mettere il naso a un palmo di distanza da quella pittura materica. Devi sentire l’odore del colore steso dalle emozioni, con urgenza, come se il tempo stesse per scadere e lei avesse solo pochi secondi per salvare una vita.
Il linguaggio artistico di Sabrina Ceruti è un enigma chiuso in una stanza blindata di cui lei ha buttato la chiave.
Da una parte, hai queste figure femminili. Solo donne. Donne che spesso ti voltano le spalle.
Se ne stanno sedute tra i papaveri, o si allontanano. Un profano ti direbbe che è timidezza. Un critico d’arte da enciclopedia parlerebbe di “introspezione”.
Ma in Sabrina Ceruti, quella è una sfida.

Quelle donne ti stanno voltando le spalle perché di te non gliene frega niente. Sono sopravvissute a qualcosa di indicibile. Il loro corpo non è dipinto, ma assemblato da macchie cromatiche che sono tessere di un puzzle.
Anziché accarezzare la tela, Ceruti la incide. Quei rossi violenti, quei blu che sanno di annegamento, quei gialli acidi che guizzano sono la loro pelle, sono i lividi che sono diventati medaglie, le cicatrici che si sono messe a urlare.
Queste donne ci dicono che si può essere spezzate e, proprio per questo, restare magnifiche.
Quando Sabrina Ceruti decide di mostrarti un volto, che sia dietro un paio di occhiali rosa da Lolita pop, con delle cuffie enormi calcate sulle orecchie, o semplicemente con due occhi azzurri che ti trapassano il cranio, capisci che non sei tu a guardare il quadro. È il quadro che sta facendo l’autopsia a te.
Quegli occhi non sbattono mai le palpebre. Ti fissano dal centro di quel vuoto d’argento, da quell’universo metallico che non ha né spazio né tempo. Una dimensione sospesa in cui il colore esplode come una bomba a mano.
La genialità di Sabrina Ceruti sta tutta qui, in questo dolcissimo contrasto.
Da un lato c’è la perfezione quasi sacrale del fondo. Un recupero dell’oro bizantino, un’eco di qualcosa di eterno, come se volesse intrappolare l’amore di una madre in un santuario inattaccabile dai secoli. E poi, dall’altro lato, c’è la carne. Il caos. L’errore umano. L’istante che si consuma.
Non è una pittura figurativa, ma nemmeno astrattismo. È sismografia.
Sabrina Ceruti registra i terremoti che ci spaccano il petto alle tre di notte, quando la casa è silenziosa e i fantasmi vengono a sedersi sul bordo del letto.
E la verità è che noi vorremmo essere scogli. Vorremmo essere come quell’argento di fondo: imperturbabili, perfetti, lisci.
Ma la Ceruti ci sbatte in faccia che siamo fatti di quell’ammasso di pennellate caotiche, di colori che sanguinano l’uno nell’altro, di ombre e di luci sfacciate. Di emozioni, situazioni, ricordi… vissuti che ci rendono ciò che siamo.
Ci spiega che l’arte che cura non è quella che ti mette un cerotto color carne per nascondere la ferita, ma quella che riempie la ferita di colore puro e la fa brillare al sole.
E mentre te ne vai dalla mostra, mentre volti le spalle anche tu a quelle donne fatte di macchie cromatiche e di luce, te ne rendi conto. Ti passi una mano sul braccio e ti accorgi che stai tremando.
Perché Sabrina Ceruti non ha dipinto donne qualsiasi.
Ha dipinto te.
La mostra di Sabrina Ceruti prenderà il via domenica 20 settembre, a Robecco sul Naviglio e sarà fruibile fino al 27.


