ENTRO IL 2030 SAREMO IN GUERRA? COME CI STANNO CONDIZIONANDO LA MENTE SENZA CHE CE NE ACCORGIAMO

Immagine dell'articolo di Tamagozine su come ci stanno abituando alla guerra.

di Pasquale Di Matteo

La storia non si studia per conoscere qualche data importante del passato, ma per evitare gli errori d chi ci ha preceduto. Perché, anche se la storia non si ripete mai identica, come sostiene qualcuno, presenta sempre gli stessi sintomi prima che accada l’inevitabile.

Guarda cosa sta succedendo intorno a noi.

Ci dicono che dobbiamo riarmarci. Ce lo ripetono ogni giorno nei telegiornali, nelle aule parlamentari, nei talk show serali dove gli opinionisti sorridono mentre snocciolano percentuali di PIL da destinare alla difesa.

Il 2%. Il 5%. Cifre astratte, fredde. Ma dietro quei numeri si nasconde un mostro antico, quel dilemma della sicurezza che è stata la paranoia che per secoli ha trascinato il mondo in guerra.

Funziona così. Tu compri un fucile perché hai paura del tuo vicino. Il tuo vicino vede che hai comprato un fucile, si spaventa a morte e compra una mitragliatrice. Tu vedi le sue mitragliatrici e decidi di piazzare un cannone in giardino.

Nessuno dei due vuole davvero sparare per primo, eppure entrambi hanno appena creato le condizioni perfette perché qualcuno, prima o poi, prema quel maledetto grilletto. Perché quando nel giardino del vicino ci sarà il carro armato, ai tuoi occhi ti sembrerà davvero di essere in pericolo.

È già successo. L’Europa del 1914 non è caduta nell’abisso per un’improvvisa follia collettiva, ma perché per trent’anni tutti si erano armati fino ai denti convinti che accumulare corazzate servisse a garantire la pace. Era diventato talmente normale che si scrivevano libri intitolati “La Germania e la prossima guerra”.

La guerra si respirava nei caffè, per le strade, nei circoli. Finché non è arrivata davvero.

Oggi sta accadendo di nuovo.

Sentiamo dire con disinvoltura terrificante che «entro il 2030 ci sarà la guerra».

Lo dicono i generali, lo dicono i ministri, lo scrivono i giornalisti, quelli che dovrebbero porsi domande, indagare a fondo, invece sono diventati lacchè del potere.

Ce lo buttano lì, tra una pubblicità e l’altra, anestetizzandoci, abituandoci all’idea che l’inferno sia inevitabile. Ci fanno credere che le armi siano una manna dal cielo perché Leonardo sigla accordi milionari in Ucraina e porterà lavoro.

E sì che noi, in Italia, avevamo un antidoto. Un’arma concettuale potentissima formattata sulle macerie del 1945: l’Articolo 11 della Costituzione.

L’Italia ripudia la guerra.

Non “disapprova”. Non “evita se possibile”. Ripudia.

Ripudia non ammette repliche. Significa “rifiutare in modo netto, categorico, senza se e senza ma”.

Quella parola fu scritta da donne e uomini che avevano negli occhi gli effetti dei bombardamenti, la carne putrefatta dei morti e le sofferenze dei mutilati. Avevano visto le proprie città rase al suolo e i propri figli fucilati contro i muri dei cimiteri per i capricci di qualche graduato.

Fu un atto di idealismo feroce, quasi scandaloso per l’epoca: stabilire unilateralmente che la violenza tra nazioni non è mai una soluzione legittima per risolvere le controversie.

Era un’utopia, certo. Ma era l’unica utopia capace di mantenerci umani.

Eppure, quando scavi nella memoria di un Paese, scopri che anche le cose più limpide nascondono crepe profonde. La Resistenza italiana ne è l’esempio più eclatante.

A scuola ci raccontavano la favola di un popolo intero che si leva compatto contro l’oppressore nazifascista, ma la realtà, come sa bene chiunque abbia il coraggio di guardarla negli occhi, era una giungla sanguinosa e contraddittoria.

Sulle montagne, a sparare ai tedeschi, c’erano gli operai comunisti che sognavano la rivoluzione sovietica, ma c’erano anche gli ufficiali di carriera dell’Esercito Regio, che erano di tutt’altro avviso. Uomini con le medaglie al valore guadagnate in Africa, monarchici convinti, anticomunisti viscerali come il colonnello Montezemolo o il marchese Cordero di Pamparato, finiti torturati o impiccati dalla barbarie nazista.

Persone divise da tutto, pronte a scannarsi il giorno dopo la liberazione, ma unite in quel momento da una scelta morale: stare dalla parte giusta contro l’invasore.

E qui si arriva al punto più scomodo della storia, quello che fa sudare freddo la politica. Dove passa, esattamente, la linea che separa un partigiano che lotta per la libertà da un terrorista che sparge sangue?

La risposta dura, cinica, spietata è una sola: la linea la traccia chi vince. Se avessero vinto i nazifascisti, i partigiani sarebbero le Brigate Rosse. Anzi peggio. Una piaga sociale. L’errore di un’epoca.

Per il Maresciallo Kesselring e il comando militare tedesco nel 1943, i partigiani italiani erano banditi, terroristi, fuorilegge da fustigare ed eliminare senza troppi scrupoli di coscienza.

Chi combatteva senza una divisa regolare violava le leggi di guerra dell’epoca ed era, a tutti gli effetti giuridici del Reich, un criminale. Giuseppe Mazzini, uno dei padri della nostra patria, l’uomo a cui intitoliamo le piazze delle nostre città, ai suoi tempi fu condannato a morte dal Regno di Sardegna come capo di un’organizzazione terroristica che piazzava bombe e assassinava civili.

Se Mazzini avesse perso del tutto, oggi nei libri di testo verrebbe studiato come un fanatico sovversivo e non come un eroe nazionale.

Il buono e il cattivo sono sempre definiti da chi vince le guerre.

Non esiste una definizione oggettiva di terrorismo che prescinda dal potere di chi la pronuncia. Quando un cittadino degli anni ’40 sparava a un ufficiale delle SS all’uscita da un bar, per i fascisti era un vile assassino; per noi era un atto di liberazione.

Quando negli anni ’70 un brigatista rosso faceva la stessa identica cosa contro un carabiniere, la Repubblica lo definiva un atto terroristico abominevole. Ma se chi stava dietro le BR avesse ottenuto ciò che voleva, i carabinieri uccisi sarebbero vili servi del potere caduti in nome di un’ideologia sbagliata e il brigatista un eroe a cui intitolare le piazze.

Il gesto è il medesimo: un uomo che spara a un altro uomo. È il contesto politico e l’esito finale della guerra a decidere chi riceverà una medaglia e chi marcirà sottoterra.

Questa non è una giustificazione della violenza, ma è l’approccio indispensabile per capire il mondo in cui viviamo.

Oggi assistiamo a una pericolosa deriva. Da un lato c’è il risentimento di chi non ha mai digerito la sconfitta del fascismo, quel rancore familiare e nostalgico che ha continuato a covare sotto la cenere per tre generazioni, fino a riemergere con arroganza nelle istituzioni.

Dall’altro c’è la progressiva assuefazione dell’opinione pubblica all’idea che l’uso della forza sia di nuovo l’unica moneta di scambio accettabile sullo scacchiere geopolitico.

Ci stanno convincendo che non ci siano alternative. Ci dicono che la pace è un lusso per tempi tranquilli, un’illusione da anime candide.

Ma la verità è l’esatto contrario.

E non c’entra niente parlare di difesa dell’aggressore perché l’abbiamo fatto anche noi. Ci sono tanti che accomunano l’Ucraina di oggi all’Italia della Seconda Guerra Mondiale. Ma non è corretto.

Innanzitutto, perché i contesti sono differenti. Oggi, abbiamo una Costituzione che allora non avevamo. E se accusiamo Putin di non rispettare il Diritto, significa che quel diritto vale qualcosa, perciò dobbiamo rispettare anche l’Art. 11 C. Altrimenti, ciascuno fa come gli pare e non si capisce perché Mosca non dovrebbe fare altrettanto.

In secondo luogo, se l’Ucraina è come l’Italia dell’epoca partigiana in quanto Paese aggredito per il Diritto internazionale, perciò bisogna inviare armi e, semmai, soldati, allora tutti i paesi aggrediti che non facciano parte dell’Europa né della NATO lo sono altrettanto.

A cominciare dal Venezuela, dove un presidente è stato rapito da un’azione di guerra di un altro Paese, senza alcun mandato internazionale. Gaza, una regione contesa da decenni dove, secondo l’ONU, Israele ha compiuto un genocidio. L’Iran, Paese sovrano aggredito da Stati Uniti e Israele. Senza dimenticare i paesi africani e tutte le innumerevoli guerre messe in piedi dagli americani nell’ultimo secolo.

Se il Diritto ha un valore, questo è tale se vale per tutti. Se è a intermittenza o se vale solo fino a un certo punto, come sostenuto dal ministro Tajani, allora è solo carta igienica. E la carta igienica ha un’unica funzione. Nobile, ma non risolve i problemi del mondo.

Se continuiamo a credere a chi sostiene che il diritto valga solo fino a un certo punto, a chi ci racconta sciocchezze di Mosca al tappeto e poi Mosca pronta a invadere l’Europa, per costruire un nemico che non c’è, mentre i nostri alleati creano un disastro a Hormuz e commettono genocidi, finiamo col diventare barzellette della storia.

Se smettiamo di considerare la guerra come un’anomalia inconcepibile e iniziamo ad accettarla come un temporale estivo inevitabile, il meccanismo si metterà in moto da solo. Se Kennedy o Krusciov avessero ragionato con l’arroganza e la presunzione dei leader europei di oggi o con la follia di Trump, noi tutti non saremmo mai esistiti.

Perché quando le rotative dei giornali e i feed dei social media avranno finito di fabbricare il nemico perfetto, ci ritroveremo in trincea a chiederci come sia potuto succedere di nuovo, nonostante, a differenza dei nostri nonni, avessimo istruzione e strumenti per capire.

A quel punto, non ci sarà più nessun politico in giacca e cravatta a spiegarci perché i morti e la distruzione. Non ci sarà nessun giornalista compiacente a raccontarci favole su pale e microchip.

Ci sarà solo il silenzio. E le macerie. E i morti.

Tuo figlio, tuo nipote, il vicino di casa. Tua moglie, tuo marito.

Tu.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Una opinione su "ENTRO IL 2030 SAREMO IN GUERRA? COME CI STANNO CONDIZIONANDO LA MENTE SENZA CHE CE NE ACCORGIAMO"

  1. Sarà così! Ma poi ci sarà una Novara pubblica, o un nuovo stato dittatoriale, una nuova carta costituzionale, un nuovo Parlamento o un nuovo Pinochet al comando, una nuova schiera dei politicamente caduti e i riciclati per spiegare come è stato il mondo e come sarà da allora in avanti. E riscriveremo una nuova pagina che fra altri 80 anni verrà letta e interpretata dagli storici di turno. La gente non cambia, la base sociale sarà meno pragmatica e meno incline a farsi turlupinare. O no.

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