Ma la Russia non oveva essere al tappeto nel 2022 grazie alle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti?
Il rublo non era carta straccia? Putin non era in fin vita?
Ci avevano detto che le armi occidentali inviate a pioggia avrebbero ribaltato le sorti del conflitto nel volgere di qualche settimana e che la vittoria di Kiev fosse soltanto una questione di tempo e di pazienza.
Solo che le balle hanno fondamenta fragili.
IL COLLASSO ECONOMICO DI KIEV E I PORTI DEL MAR NERO
Partiamo dai fatti.
I continui e devastanti bombardamenti russi sulle infrastrutture portuali di Odesa e del Mar Nero hanno assestato un colpo fatale all’economia ucraina. L’accesso al mare, vitale per l’esportazione di grano, mais e materie prime minerarie, è di fatto azzerato.
Le navi mercantili non transitano più, paralizzate dai danni strutturali ai moli e da costi assicurativi diventati insostenibili per qualsiasi armatore sano di mente.
L’impatto finanziario è catastrofico. Si parla di perdite dirette per il solo settore agricolo comprese tra 1,5 e 3 miliardi di dollari all’anno, con picchi mensili di mancati introiti che gli analisti stimano attorno ai 2 miliardi.
E le famose “rotte alternative”, il tentativo di far viaggiare la merce via terra verso il continente europeo si è scontrato con la rivolta dei contadini polacchi ed europei, esasperati dalla concorrenza sleale del grano ucraino che ha prosciugato i mercati locali.
Il risultato è un’Ucraina finanziariamente fallita, tenuta in vita artificialmente soltanto dai miliardi dei contribuenti europei, soldi sottratti ad altre voci di spesa, tra cui scuola, ricerca, sanità, pensioni e servizi essenziali.
ARMI SENZA SCORTE E LA FAVOLA DEI PATRIOT
Nelle ultime settimane, durante i massicci attacchi balistici russi verso le infrastrutture strategiche, la contraerea ucraina ha registrato un tasso di intercettazione drammaticamente vicino allo zero, segno inequivocabile che i missili intercettori sono finiti.
Nel 2026, gli alleati occidentali hanno consegnato a Kiev appena un terzo – o la metà, a seconda delle versioni di un Volodymyr Zelensky sempre più contrariato – dei sistemi di difesa aerea promessi. Ma la spiegazione ufficiale fornita dalle diplomazie rasenta il ridicolo.
Fonti del Pentagono e report della CNN rivelano che gli Stati Uniti hanno consumato fino all’80% delle proprie scorte di missili di precisione e intercettori per proteggere sé stessi e le proprie basi nel Golfo durante la crisi con l’Iran, così l’America ha finito le munizioni e l’Europa non ha fabbriche in grado di produrne a breve termine.
Costruire una nuova batteria di missili Patriot richiede dai tre ai sette anni, dalla firma dei contratti e pretendere, oggi, che l’Occidente prosciughi le sue ultime riserve difensive equivale a chiedere ai paesi europei di rimanere disarmati di fronte a qualsiasi potenziale minaccia futura. Sarebbe follia pura.
SPIONAGGIO IN GERMANIA E LA SINDROME DEL “CAPRO ESPIATORIO”
In Turingia, Germania, un cittadino ucraino di 33 anni è stato arrestato dalle autorità tedesche con l’accusa di spionaggio e tentato sabotaggio all’interno di uno stabilimento bavarese che produce droni e sistemi d’arma per Kiev.
L’uomo è stato sorpreso a fotografare i locali e le linee di produzione per conto di un mandato esterno.
L’episodio è stato subito inquadrato nell’ormai celebre calderone dell’“attacco ibrido russo”. Perché, se lo spione è ucraino, la colpa è comunque di Mosca.
Neanche a pensare che si tratti dell’opposizione a Zelensky che cerca un modo per salvare il popolo ucraino dalla follia del suo leader, che nega le elezioni e sta portando il Paese alla distruzione.
Il cortocircuito è quello a cui il mainstream ci ha abituati in questi anni: quando un drone colpisce un edificio civile in territorio russo, la colpa è della contraerea di Mosca che lo ha deviato, ma quando i missili russi colpiscono bersagli militari in Ucraina senza essere intercettati, la colpa è dei missili balistici “imperfetti” forniti dalla Corea del Nord.
In pratica, la realtà viene sistematicamente ribaltata pur di proteggere un dogma politico sempre più insostenibile.
Intanto, le forze russe avanzano e stringono d’assedio la cintura fortificata nel Donetsk e costringono all’evacuazione di snodi come Kramatorsk, e la leadership di Kiev reagisce aumentando le pretese.
Zelensky non esita a criticare apertamente i partner europei, accusandoli di codardia e pretendendo di fissare lui stesso la soglia minima di scorte militari che i paesi NATO dovrebbero trattenere per sé, esigendo che tutto il resto venga spedito al fronte.
Un uomo disperato. E, come tutti gli uomini disperati, dice e commette follie.
Dall’altro lato, la Commissione Europea di Ursula von der Leyen continua a promettere nuovi pacchetti di aiuti da 1,4 miliardi di dollari attinti dai proventi dei beni russi congelati, cercando di tamponare con una pioggia di denaro una falla strategica e militare che ormai non è più chiudibile.
Il risultato di quattro anni e mezzo di balle e di cecità strategica e diplomatica di chi comanda in Europa e in America, oggi l’Occidente si trova intrappolato nella trappola che aveva preparato per altri, senza soldi, senza armi, con un’industria bellica incapace di reggere i ritmi di una guerra d’attrito e con un’opinione pubblica sempre più disillusa di fronte alle bugie di una propaganda arrivata al capolinea.
Perché alle sanzioni dagli effetti dirompenti, al rublo carta straccia, a Mosca senza missili e ad altre panzane non crede più nessuno, se non uno sparuto gruppetto di gente che vale quanto la sintassi dei loro commenti strampalati.

