VI FANNO VEDERE I DRONI A MOSCA PER NASCONDERE CHE I PATRIOT SONO FINITI E CHE L’INDUSTRIA BELLICA EUROPEA È UNA FARSA

di Pasquale Di Matteo

Siamo a luglio e, se aprite un qualsiasi quotidiano nazionale, troverete la narrazione mediatica sintonizzata su un unico, trionfale ritornello: un drone ucraino ha colpito una raffineria russa a 2.500 chilometri di distanza.

Titoli a nove colonne. “Colpo storico”, “Mosca in ginocchio”, “Svolta nel conflitto”.

È una bellissima narrazione. Peccato che sia, nella migliore delle ipotesi, un’illusione; nella peggiore, una gigantesca operazione di distrazione di massa.

Mentre noi guardiamo il drone che brucia la cisterna nel cortile di Putin, sul fronte ucraino si sta consumando una catastrofe per cui non serve leggere i comunicati stampa della NATO, scritti con la consueta prosa da ufficio marketing, ma basta incrociare i dati, ascoltare i militari che non hanno carriere politiche da difendere e, soprattutto, saper fare le addizioni.

L’ARITMETICA DEL TERRORE NEI CIELI DI KIEV

Partiamo dai cieli.

Da settimane, la contraerea ucraina è un colabrodo. La Russia sta martellando Kiev e Odessa con regolarità e i missili passano. Tutti.

Ursula von der Leyen, con il solito piglio da maestrina dalla penna rossa, ha subito twittato che l’Europa «deve fornire a Kiev difese aeree adeguate».

Ottima idea, Ursula, tuttavia, c’è solo un piccolissimo, trascurabile dettaglio: non abbiamo le fabbriche per farlo.

Mario Florio, consulente per la sicurezza e analista militare di lungo corso, lo spiega con una lucidità che gela il sangue. La guerra in Ucraina è diventata una brutale gara di logoramento industriale, perché la Russia ha convertito la sua intera economia in un’immensa catena di montaggio per mezzi e armi.

Noi, europei, no. Non abbiamo la scala industriale per produrre sistemi Patriot o SAMP/T a ritmi sufficienti per sostenere un conflitto del genere. E non li avremo per anni.

Abbiamo i fondi – o, meglio, fingiamo di averli – ma i fondi non abbattono i missili se non c’è un operaio che assembla il razzo intercettore.

Inoltre, c’è un dettaglio ancora più macabro, evidenziato dagli analisti indipendenti che tracciano i voli radar ogni notte. Un dettaglio che sembra uscito da un romanzo di Stephen King, per quanto è freddo e ineluttabile: fino a qualche mese fa, i russi lanciavano sciami di 400, 500 droni o missili alla volta, per saturare le difese aeree ucraine. Oggi ne lanciano 100, al massimo 150, perché hanno capito che l’Ucraina ha finito i Patriot.

I generali di Mosca hanno fatto due conti: se il nemico ha zero intercettori, non serve sprecare mezzo migliaio di vettori per bucare uno scudo che non esiste più. Ne bastano un centinaio. Si ottiene la stessa distruzione, si risparmiano centinaia di milioni di rubli e si rade al suolo il bersaglio.

Intanto, mentre la Russia fa economia di scala sulla pelle dei civili ucraini, noi decantiamo il drone solitario a 2.500 chilometri.

Come la squadra retrocessa in B che festeggi di aver segnato almeno un goal nell’ultima gara persa.

IL BAZAR DI WASHINGTON E I SOLDI DEL MONOPOLY

Se il fronte militare piange, quello politico e finanziario scivola nel grottesco.

Ci avevano promesso un vertice NATO a Washington che avrebbe fatto tremare i polsi a Putin; il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, si era presentato con un piano ambizioso: obbligare ogni Paese membro a sborsare lo 0,25% del proprio PIL all’anno per l’Ucraina. Totale: 140 miliardi di euro freschi e sonanti. Un forziere illimitato.

Tuttavia, sembra sia finita a tarallucci e vino.

I Paesi europei si sono guardati in faccia, hanno guardato i propri bilanci sfondati e hanno iniziato a sfilarsi uno dopo l’altro.

L’accordo si è dimezzato: da 140 miliardi a 70 e persino dentro quei 70 miliardi si annidano i trucchi contabili. L’Italia, ad esempio, si vanta di un contributo di 2,8 miliardi.

Peccato che, a scavare tra le voci di bilancio, si scopra che sono in gran parte cifre farlocche, impegni verbali, riallocazioni di fondi già spesi. Soldi del Monopoly, stampati per salvare la faccia nella foto di rito a fianco di Trump.

IL GRANDE SCARICABARILE AMERICANO

Mentre Maria Zakharova e Dmitry Peskov, dal Cremlino, ringhiano contro la Polonia, accusandola di assemblare droni per Kiev, bisogna saper leggere tra le righe.

Il Generale Giuseppe Morabito sorride amaro di fronte a queste minacce da fine del mondo.

La Russia non vuole invadere la Polonia domani mattina.

Anche perché, secondo la narrazione del mainstream, non avrebbe più un esercito per una guerra, visto che sarebbero morti 1,4 milioni di uomini su 1,25 milioni di uomini di cui era formato l’esercito di Mosca a dicembre 2021.  

La Russia sta facendo guerra psicologica a buon mercato, per alzare la tensione prima del vertice NATO.

Ma il vero problema di Varsavia, e di tutta l’Europa, non è il ringhio di Putin, ma il silenzio di Washington. Gli americani hanno già fatto le valigie mentalmente. Il loro quadrante strategico è l’Indo-Pacifico. È la Cina. Sono i problemi generati dal fallimento della campagna in Iran.

Da dieci anni, il Pentagono cerca di disimpegnarsi dal Vecchio Continente. Gli Stati Uniti vogliono che l’Europa inizi a pagarsi la propria difesa e che, soprattutto, usi quei soldi per comprare armi dalle industrie americane.

Perché il grande progetto di Trump è la piena occupazione degli statunitensi a spese delle guerre generate da Washington e finanziate da Bruxelles. E su questo, va detto, Trump sta vincendo a mani basse per manifesta incompetenza dei leader europei, che si sono fatti trascinare nella guerra per procura, in Ucraina, per poi restare a pagare armi e danni.

È il grande scaricabarile. Ci lasciano soli con un vicino diventato un’economia di guerra, mentre le nostre acciaierie chiudono e i nostri leader firmano assegni scoperti.

LA TERRA FERMA E IL FRONTE UCRAINO NON MENTONO

Mentre scrivo, le truppe russe stanno rosicchiando chilometri quadrati in Donbass. Kupiansk, Kostiantynivka, Druzhkivka.

Nomi impronunciabili per il lettore medio, macchie di inchiostro sulle mappe tattiche, ma che rappresentano villaggi rasi al suolo e linee di difesa ucraine che arretrano.

Nel 2026, l’Ucraina non sta lanciando nessuna controffensiva, da mesi non avanza di un metro e Zelensky è costretto ad ammettere, seppur a mezza bocca, che i Patriot mancano più dell’aria.

I leader europei promettono sistemi d’arma che devono ancora essere costruiti in fabbriche che devono ancora essere aperte, pagati con soldi che non sono ancora stati stanziati.

D’altronde, sono gli stessi leader convinti che le sanzioni contro Mosca hanno avuto “effetti dirompenti”. Quelle del 2022.

E i pennivendoli della propaganda continuano a stampare titoli cubitali su un drone ucraino che, attraversando un cielo vuoto, ha colpito una cisterna in Russia. Un colpo da maestri, certo.

Solo che non si vince una guerra industriale bruciando un barile di petrolio mentre il nemico ti smonta il Paese, palazzo dopo palazzo, un missile calcolato alla volta.

Per di più, i trattati di Ginevra vietano severamente di posizionare obiettivi militari e siti di armi in prossimità dei centri abitati, mentre i bombardamenti su Kiev delle ultime notti stanno portando alla luce comportamenti del governo ucraino non proprio in linea con questi trattati e non certamente attuati con il fine di proteggere la popolazione civile.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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