Una volta, accendevi la televisione per guardare i Mondiali e sapevi già come sarebbe andata a finire. Le squadre africane facevano colore, quelle asiatiche servivano da sparring partner per i tabellini dei bomber europei o sudamericani e per farsi qualche risata.
Era un copione già scritto, rassicurante, in cui noi, italiani ed europei, i custodi del bel gioco e della tattica, impartivamo lezioni a chi provava timidamente ad affacciarsi sul nostro palcoscenico.
Oggi, invece, il pallone rotola e ci sbatte in faccia la nostra arrogante, patetica presunzione.
Il mondo è cambiato.
E noi, seduti sul divano, restiamo con le nostre illusioni.
Le squadre “esotiche” non esistono più, quelle a cui davi cinque goal di scarto giocando con le riserve.
Sono tutte ostiche, organizzate, spietate, e hanno tutte almeno un giocatore devastante.
Abbiamo visto persino l’Argentina di Messi, campione in carica – faticare come una provinciale fino ai tempi supplementari contro una nazionale allestita in una nazione di 560.000 abitanti. Un minuscolo fazzoletto di terra.
È un po’ come se Genova, da sola, avesse mandato una squadra ai Mondiali e avesse tenuto in scacco i campioni del mondo.
Roba che, se la ipotizzavi negli anni Novanta, ti ricoveravano in Psichiatria.
IL CROLLO DEGLI DEI: BRASILE, GERMANIA E IL NUOVO ORDINE CALCISTICO
E ieri, il Brasile, spazzato via senza pietà dalla Norvegia.
Una squadra, quella scandinava, che un tempo consideravamo tuttalpiù ruvida e spigolosa, temibile solo sui calci d’angolo.
Oggi è una macchina perfetta, gioca un calcio di alto livello ed è guidata da un centravanti che è semplicemente un marziano.
E cosa dire della Germania?
La corazzata del calcio europeo, forte dei miliardi e del blasone delle sue squadre di club in Champions League, che è stata umiliata tatticamente e fisicamente dal Paraguay, metafora della sua industria, polverizzata dallo strapotere cinese.
I sudamericani non si sono fermati lì e hanno fatto vedere i sorci verdi anche alla Francia, la superpotenza stellare per eccellenza, che è riuscita a strappare una vittoria solo con un goal risicato e sudato.
Poi c’è il Giappone, uscito a testa alta contro il Brasile, piegato solo da una rete subita allo scadere, all’ultimo respiro.
E l’Olanda che tanti “esperti” di casa nostra davano come favorita per il titolo?
Eliminata da quel Marocco già semifinalista agli ultimi mondiali.
Il mondo è cambiato, e lo ha fatto usando le nostre stesse armi.
Per decenni abbiamo mandato i nostri giocatori a svernare a fine carriera in quei Paesi, per “insegnare calcio” in cambio di contratti milionari. Abbiamo esportato i nostri allenatori, i nostri tattici, i nostri preparatori atletici. Abbiamo insegnato loro come si sta in campo. E i risultati, oggi, presentano il conto.
Hanno imparato. E hanno imparato così bene che i loro talenti, oggi, sono le colonne portanti delle compagini più forti in Inghilterra, in Francia, in Spagna, in Germania.
Quanti portieri o difensori asiatici o africani giocavano nei club più forti in Europa negli anni di Maradona?
Quasi nessuno e chi giocava faceva notizia. Oggi sono tantissimi. Giocano nel calcio che conta, quello dei club europei, e poi tornano in nazionale per distruggere le nostre certezze.
Il Marocco, già clamorosamente semifinalista in Qatar, si appresta a incontrare di nuovo la Francia. E se credete che l’esito di questa partita sia scontato, siete fermi al secolo scorso.
DALLA TOYOTA COROLLA AL PALLONE, IL DECLINO DEL NOSTRO SAPER FARE
Se ci pensate bene, è la stessa identica parabola che abbiamo subìto nel settore automobilistico.
Ricordate le prime auto giapponesi? O quelle coreane?
Ricordate la Toyota Corolla dei primi anni Novanta? Erano affidabili, forse, ma c’era da coprirsi entrambi gli occhi a guardarla.
Accarezzavamo le nostre berline europee, convinti della nostra inarrivabile superiorità stilistica, mentre quei Paesi ingaggiavano i nostri designer, davano vita a joint-venture e assumevano fior di ingegneri occidentali per imparare i nostri segreti e costruire modelli al livello di quelli europei.
Oggi, mentre i cinesi invadono il mercato con auto elettriche tecnologicamente superiori e dal design accattivante, noi annaspiamo cercando di proteggere le nostre fabbriche che chiudono.
Siamo rimasti al palo. Solo la nostra mentalità non è cambiata. Quella presunzione, tossica e letale, di crederci intimamente i migliori per diritto divino.
Siamo ancora lì, abbarbicati all’idea che sventolare l’etichetta del Made in Italy, che ricordare al mondo che abbiamo vinto quattro Coppe del Mondo, che il nostro stile, la nostra moda e il nostro design, contino qualcosa in automatico.
Non abbiamo capito che, nel mondo di oggi, si guarda solo e unicamente al presente. Il passato è carta straccia se lo usi solo per pavoneggiarti.
Il passato non serve assolutamente a nulla, a meno che non diventi il carburante per rafforzare ciò che sei adesso. E noi, adesso, siamo stanchi, vecchi e seduti sugli allori.
Ma se il calcio e l’industria smascherano la nostra debolezza, è la politica a certificarne l’ipocrisia.
Perché questa stessa arroganza che mostriamo sul campo da gioco, la replichiamo nei palazzi del potere, dove siamo convinti di essere i migliori anche a livello politico.
Noi siamo i democratici. Noi siamo i giusti. Il resto del mondo, fuori dai nostri confini, è un assembramento di dittature brutte e cattive a cui dobbiamo esportare la civiltà, all’occorrenza a suon di bombe.
Ci autoproclamiamo i supremi custodi del Diritto Internazionale, grazie al lavaggio del cervello che Hollywood ci ha fatto per decenni.
Poi, però, Israele massacra migliaia di innocenti a Gaza, mette in atto quello che per mezzo mondo, e per l’ONU, è un genocidio, e non battiamo ciglio, o, al più, perdiamo tempo sulla definizione di “bambino” o di “genocidio”.
Giriamo la testa dall’altra parte, farfugliando scuse imbarazzanti sul “diritto a difendersi”.
Invece, quando si tratta dell’Ucraina, interveniamo a gamba tesa, mobilitiamo miliardi ed eserciti, stracciandoci le vesti per difendere – dicono – quello stesso identico diritto, quello che per Tajani “conta, ma solo fino a un certo punto”.
Infatti, solo quando ci fa comodo che conti.
È una narrazione per bambini.
È la versione che diamo in pasto ai telegiornali della sera per non ammettere che la morale non c’entra nulla. Per non ammettere che stiamo solo difendendo i cinici interessi geopolitici americani e i bilanci delle grandi aziende energetiche e belliche inglesi, tedesche e francesi.
Usiamo i diritti umani come un interruttore: lo accendiamo quando ci conviene, lo spegniamo quando a premere il grilletto è un nostro alleato.
Il mondo cambia e, mentre cambia, ci guarda, ci giudica e svela, giorno dopo giorno, partita dopo partita, guerra dopo guerra, quanto siamo diventati sempre più piccoli. Sempre più soli.
Sempre più disperatamente insignificanti.

