11 SETTEMBRE. MISTERI, VERITÀ NASCOSTE E TEORIE DI COMPLOTTO

La versione ufficiale di quanto accadde martedì 11 settembre 2001 a New York è sintetizzabile in poche righe.

Il Boeing 767 AA11 dell’American Airlines si schiantò a Manhattan contro la Torre Nord del World Trade Center alle 8.46; dopo 17 minuti, alle 9.03, un altro Boeing 767, della United Airlines, il volo UA175, colpì la Torre Sud.

Alle 9.37, il Boeing 757 AA77 dell’American Airlines centrò il Pentagono; circa mezz’ora più tardi, un quarto aereo, il Boeing 757 UA93 della United Airlines, si schiantò in aperta campagna in Pennsylvania alle 9.37, mentre sembrava diretto verso la Casa Bianca.

Nel giro di poche ore, le televisioni di tutto il mondo raccontarono di dirottatori che avevano preso possesso dei quattro aerei abbattutisi sugli Stati Uniti come missili; si trattava di affiliati ad Al Qaeda, l’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, lo sceicco che aveva dichiarato guerra all’America.

Il popolo americano si strinse come mai prima intorno al presidente Bush, invitandolo a colpire ovunque nel mondo pur di vendicare le 2955 vittime degli attentati (esclusi i 19 attentatori).

L’amministrazione repubblicana non perse tempo, trascinando gli Stati Uniti e un gran numero di Paesi alleati in una guerra perenne al terrorismo, prima contro l’Afghanistan dei Talebani, poi contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Eppure, sono molteplici le circostanze che fanno ipotizzare che ciò che è accaduto quel giorno non sia stato affatto opera di Al Qaeda e di Osama Bin Laden.

11 SETTEMBRE. MISTERI E INCONGRUENZE

Innanzitutto, l’11 settembre non crollarono soltanto le due torri colpite dagli aerei, ma, pochi minuti dopo le 17.30, l’edificio numero 7 del World Trade Center si accartocciò su se stesso, proprio come era successo alle Torri Gemelle al mattino.  

La cosa singolare fu che, poco prima delle 17, la reporter della BBC World, Jane Standley, disse al pubblico televisivo che l’edificio numero 7 del World Trade Center era appena crollato, il terzo a cadere quel giorno a causa dei “presunti” attacchi terroristici.

Però, il grattacielo in questione era ancora ben visibile sopra la spalla sinistra della giornalista e lo fu durante l’intero servizio dal vivo, poi, come per magia, circa venti minuti dopo, l’edificio crollò effettivamente.

Come faceva la BBC a sapere che tutto ciò si sarebbe verificato? E quale fu la causa del crollo del WTC 7, visto che non era stato colpito da nessun aereo né da detriti?

Le stesse Torri Gemelle, secondo la versione ufficiale, sarebbero crollate perché il calore generato dall’incendio degli aerei avrebbe fuso i pilastri d’acciaio che formavano la struttura portante delle torri.

Tuttavia, per fondere l’acciaio di cui erano costituiti i pilastri, la temperatura avrebbe dovuto raggiungere i 1538 gradi centigradi, cosa improbabile per la gran parte degli esperti interpellati e resa impossibile dal fatto che i filmati di quel giorno mostrano delle persone attraverso gli squarci creati dagli aerei.

Nessun organismo umano avrebbe mai potuto restare in vita a temperature così elevate; si sarebbe liquefatto.

Quindi, che cosa fece crollare le Torri Gemelle?

Secondo diversi ingegneri edili e altrettanti esperti dei vigili del fuoco, il crollo delle Torri Gemelle presentava almeno dieci delle caratteristiche tipiche del genere di demolizione controllata noto come implosione, nella quale l’edificio sprofonda al suo interno.

Nel caso delle torri, entrambi i crolli iniziarono di colpo, sviluppandosi in perpendicolare, quindi procedettero alla velocità di caduta libera, producendo un’ingente quantità di polvere, caratteristica tipica delle demolizioni per mezzo di esplosivo, che polverizza il cemento in particelle minuscole.

Le Torri Gemelle raggiungevano 110 piani, ma entrambe si ridussero a un cumulo di macerie.

D’altronde, per sistemare delle cariche esplosive capaci di demolire le torri sarebbero stati necessari diversi giorni e uno studio tecnico accurato, altrimenti la caduta avrebbe potuto coinvolgere le costruzioni circostanti.

Anche a ciò, però, sembra esserci una spiegazione plausibile.

Il cugino del presidente Bush, Wirt Walker III, era responsabile di una delle società che si occupavano della sicurezza del Worl Trade Center; dal mese di luglio, il livello di allarme nelle Torri Gemelle fu diminuito a un livello inferiore e ciò comportò la fine dell’impiego dei cani poliziotto per fiutare eventuale esplosivo.

Perché il livello di guardia fu abbassato, per la prima volta dal 1993, anno in cui vi fu un primo drammatico attentato al World Trade Center?

Possibile che il cugino del presidente fosse a conoscenza di notizie particolari in merito?

Inoltre, i sopravvissuti ai presunti attentati raccontarono che nelle settimane precedenti era stato interrotto più volte l’approvvigionamento di energia elettrica per svariati lavori di manutenzione.

Un’altra circostanza alquanto singolare consiste nel fatto che, proprio quel giorno, fosse prevista un’esercitazione di esercito e aeronautica contro eventuali dirottamenti di aerei, che poi sarebbero stati utilizzati come missili sulle Torri Gemelle.

Quantomeno inquietante!

A detta degli ufficiali interrogati durante le numerose interviste successive al disastro, l’esercitazione ritardò di molto l’attivazione della difesa aerea di New York, visto che l’intera flotta di velivoli che ogni giorno assicuravano la sicurezza nei cieli della metropoli era stata inviata a più di cinquecento miglia di distanza.

Nel 2000 e nel 2001, in verità, furono molteplici le esercitazioni di simulazioni riconducibili a eventi simili, dalla sospensione della difesa aerea, allo smantellamento della sicurezza e del controspionaggio, dalla demolizione controllata di grattacieli in fiamme al lancio di missili Cruise telecomandati contro il Pentagono.

Per di più, alcune ore prima che le torri venissero colpite, gli Stati Uniti sembravano in prossimità di scatenare una guerra nucleare: i cacciabombardieri B-1 e B-52 erano in volo; i sottomarini nucleari più vicini a Russia e Cina erano in posizione di lancio e le basi di terra della ICBM (le basi missilistiche di terra) erano pronte al lancio.

Perché si verificò questa situazione?

Inoltre, gli istruttori di volo che tennero i corsi ai quali parteciparono anche i presunti attentatori, giurarono più volte che, per quanto avevano potuto appurare, nessuno di quegli uomini sarebbe stato in grado di pilotare un velivolo come uno dei Boeing che avevano abbattuto le Torri Gemelle.

Oltretutto, molto prima dell’11 settembre, l’intelligence americana ad Amburgo aveva posto sotto sorveglianza la maggior parte dei diciannove presunti autori della strage; eppure, quasi tutti ottennero il loro visto di ingresso per gli Usa.

Per quanto riguarda l’aereo precipitato in Pennsylvania, fece il giro del mondo la notizia di una telefonata strappalacrime effettuata da una sfortunata passeggera, ma, secondo i tabulati della compagnia telefonica, la telefonata in questione durò zero secondi; fu appurato anche che, a quelle velocità e a quelle altitudini, nel 2001 era impossibile una connessione di un cellulare con un altro cellulare.

L’aereo che sarebbe precipitato sul Pentagono, poi, è un altro mistero, in quanto non sono mai stati rinvenuti resti del velivolo o bagagli nelle immediate vicinanze.  

Inquietante è anche il fatto che, pochi giorni prima del disastro, i mercati azionari assistettero a pesanti perdite della Munich re e della Swiss re, due colossi assicurativi che garantivano le Torri Gemelle sui grandi rischi.

Moltissimi testimoni oculari, dislocati in mezzo mondo, assicurarono di aver visto alcuni dei presunti dirottatori vivi alcune settimane dopo l’11 settembre.

Ora, quest’ultima è più suggestione che notizia, ma, unita a tutte le altre incongruenze, acquista credito.

Perché la commissione d’inchiesta non ha preso in considerazione questi racconti? E perché non ha esaminato le numerose denunce alla polizia in merito a questi avvistamenti?

ALCUNE TESTIMONIANZE SULL’11 SETTEMBRE

Albert Stubblebine, ex capo del Comando di Sicurezza e Intelligence militare, nonché responsabile dell’interpretazione di immagini per l’Intelligence Tecnica e Scientifica durante la Guerra Fredda, dopo aver visionato le immagini del Pentagono, ha dichiarato che il buco presumibilmente provocato dal Boeing non poteva essere stato causato da alcun impatto con un aereo, bensì da un missile.

Karen U. Kwiatkowski, tenente colonnello dell’Air Force in congedo e membro dello staff direzionale della National Security Agency, nonché impiegata del Pentagono in servizio l’11 settembre, ha dichiarato:

«Sul prato, relativamente intatto, dove sono stata solo pochi minuti dopo lo schianto, c’era scarsità di rottami visibili. Oltre a questa strana assenza di rottami dell’aereo, nella struttura del Pentagono non c’era alcuna traccia del danno che ci si aspetterebbe dall’impatto di un enorme aereo di linea… Sul prato di fronte all’edificio non bruciava alcun frammento metallico dell’aereo o del carico, perché il fumo si levava dall’interno del Pentagono».

Guy S. Razer, tenente colonnello dell’Air Force in congedo, ex pilota di caccia ed istruttore di volo e tattica per oltre vent’anni, ha dichiarato:

«Sono convinto al cento per cento che gli attentati dell’11 settembre siano stati pianificati, organizzati e commessi da elementi sovversivi infiltrati ai vertici del nostro governo… Il crollo dell’edificio 7 mostra oltre ogni ragionevole dubbio che le demolizioni erano pianificate…».

Ted Muga, comandante di marina in congedo, ex aviatore navale e poi pilota di linea della Pan Am sui Boeing 707 e 727, ha dichiarato:

«La manovra al Pentagono era una stretta spirale che scendeva da settemila piedi, due chilometri circa. Per un aereo di linea, anche se strutturalmente in grado di gestire quella manovra, è molto, molto difficile ed è necessario un notevole addestramento… Occorrono dei piloti estremamente capaci, perché, quando un aereo di linea arriva così in alto, rasenta quello che viene definito “stallo ad alta velocità”… E’ assolutamente impossibile che una manovra simile sia stata compiuta da un dilettante… Inoltre è ridicolo ipotizzare che i quattro presunti aerei siano stati dirottati, poiché nessuno degli otto piloti ha mai digitato il codice di dirottamento, un codice semplicissimo, che si digita in una frazione di secondo…».

Le testimonianze come quelle riportate poc’anzi si contano a centinaia e tutte sono fornite da personale altamente qualificato.

Inoltre, è doveroso segnalare che la stessa commissione d’inchiesta nominata per fare luce sulla strage ha presentato moltissimi vizi di natura giuridica, primo fra tutti il fatto che ne fosse stato nominato presidente Philip Zelikow, intimo collaboratore di Condoleeza Rice, consigliera per la sicurezza nazionale nell’amministrazione in carica.

Secondo la legge statunitense, infatti, nessuna commissione d’inchiesta che abbia per oggetto indagini con probabile coinvolgimento della Casa Bianca può essere composta da membri che abbiano rapporti, di alcun genere, con funzionari della stessa amministrazione.

Perché la Commissione sull’11 settembre fu composta da membri vicini al governo, invece?

Le settimane immediatamente successive furono funestate da continui episodi di lettere contaminate con antrace; sembrava davvero che gli americani fossero sotto attacco.

Tuttavia, i risultati delle indagini, pubblicati sul Washington Post, confermarono che:

“anche se molti laboratori possiedono il ceppo di antrace Ames, coinvolto negli attacchi bioterroristici, finora cinque sono risultati avere spore geneticamente identiche a quelle contenute nelle lettere al Senato e tutti questi laboratori sono stati in grado di far risalire i loro campioni a un’unica fonte militare americana: il Medical Research Institute of Infectious  Disease (Usamriid) dell’esercito Usa, a Fort Detrick nel Maryland.”.

Dunque, le prove che l’11 settembre 2001 le cose non siano andate esattamente come i media ci hanno raccontato sono diverse e fondate.

Ma, se non è stata Al Qaeda a organizzare ed effettuare l’attacco alle torri e al Pentagono, allora, chi è stato e, soprattutto, a quale scopo?

CHI HA PROGETTATO DAVVERO L’11 SETTEMBRE?

Secondo un rapporto redatto da esperti economici del Partito Repubblicano nel 2000, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro forza finanziaria ed era estremamente necessario deviare dalla rotta politica intrapresa dall’amministrazione Clinton.

Così, George W. Bush fu nominato presidente da una risoluzione a maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti, mentre la conta dei voti in Florida dava per vincitore il suo avversario, Al Gore.

I media ne parlarono poco, ma George W. Bush non fu espressione del voto popolare, ma un’imposizione istituzionale. Se fosse capitato a Mosca, si sarebbe parlato di scandaloso comportamento da dittatura.

L’indagine economica effettuata nel 2000 fu aggiornata e resa nota soltanto nell’autunno del 2001, delineando una situazione preoccupante.

Gli Stati Uniti stavano attraversando una grave recessione, entrata nella sua fase critica nel marzo del 2001; in quel periodo, l’Economist scriveva che

“i profitti sono al livello più basso da mezzo secolo a questa parte e la capacità produttiva è per il 25% inutilizzata, come negli anni trenta.”

Dopo il crollo del Nasdaq, la Federal Reserve guidata da Greenspan aveva tagliato più volte i tassi di interesse, ma l’economia non si era ripresa; ogni altro intervento si era rivelato inefficace, tanto che alle 8.00 dell’11 settembre, Morgan Stanley scriveva:

“solo un atto di guerra potrà salvare il dollaro e l’economia.”

Ciò che avvenne l’11 settembre diede all’amministrazione Bush la possibilità di mettere le mani sull’iperbolica somma accantonata da Clinton per le future pensioni degli Americani, più di 200 miliardi di dollari soltanto nell’ultimo anno di presidenza. Quella somma fu destinata, invece, alle ingenti spese militari per finanziare la perenne guerra al terrorismo.

Questa mossa ridiede fiato all’economia americana, come già era accaduto sia con la Prima Guerra Mondiale, dopo la crisi provocata da J. P. Morgan nel 1907, sia con la Seconda Guerra Mondiale, dopo la crisi del ’29; la stessa Guerra Fredda fu un forte volano per l’economia americana.

Coincidenze, fortuna, strategie… chiamatele come vi sembra più logico.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, le spese militari erano state fortemente contratte dal Presidente Clinton e ciò aveva provocato la forte stagnazione economica.

D’altro canto, la stessa Germania nazista riuscì a rilanciare l’economia quando nel 1934 lo stato emise le cambiali Mefo, che finanziarono il riarmo; le cambiali scadevano nel 1939, ma proprio in quell’anno Hitler scatenò la guerra.

Nel 2001, è stato determinante l’operato dei servizi segreti, soprattutto per la messa in scena mediatica che ha resistito per diversi anni, prima di essere smascherata.

Chi ha progettato l’attacco alle Torri Gemelle, dunque?

Per rispondere a questa domanda, bisogna valutare chi ne ha tratto vantaggio.

Certamente nessuno in Medio Oriente, infatti nessuno sano di mente si sarebbe mai attirato l’ira dell’esercito più forte al mondo con un attentato così devastante.

Quindi, è favolistico credere che un tizio con una taglia milionaria sulla testa abbia comandato un esercito di sprovveduti, dal buio di una grotta a migliaia di chilometri di distanza, i quali avrebbero compiuto una missione da cellula d’intelligence operativa.

Lo stesso dirottamento degli aerei, con piloti incapaci a detta dei loro stessi istruttori, è un racconto fantasy che non trova alcuna conferma che non faccia ridere.

Per di più, non è mai stato chiarito in maniera credibile come sia stato possibile che le Torri siano crollate senza abbattere gli edifici adiacenti e come, a distanza di ore, sia crollato in maniera inspiegabile l’edificio 7, distante dalle Torri Gemelle.

A trarne beneficio, non v’è dubbio, è stato il governo di George W. Bush. Un governo nominato dalla Corte Suprema e non espressione del popolo americano.

Un governo che ha ottenuto il pretesto per aggredire e invadere l’Afghanistan, trascinando gli USA in una guerra dispendiosa da cui sono usciti sconfitti, con il ritorno dei talebani e la fuga dell’esercito a stelle e strisce che, per vincere, avrebbe dovuto usare solo le atomiche, situazione che avrebbe isolato Washington da tre quarti di mondo.

Infine, va ricordato che Al Qaeda è una creatura americana, creata, finanziata e addestrata per combattere l’URSS. Una succursale della CIA in Medio Oriente, insomma, prima di diventare nemica dell’America.

Un po’ come è accaduto all’attuale presidente della Siria, ricercato per anni con una taglia milionaria sulla testa, ma trasformato in democratico interlocutore dopo la cacciata di Assad.

L’11 settembre è stata una guerra mediatica, dove sono tante le cose che non tornano, che sono prive di logica, così come sono troppe alcune coincidenze favorevoli al governo Bush.

I servizi d’Intelligence americani, d’altronde, hanno registrato i primi successi “di guerra” già durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, perciò non è affatto scandaloso ipotizzare che vi possa essere una mano americana dietro l’attentato dell’11 settembre 2001.

Qualcuno parla di complottismo, ma la logica insegna che la cosa più ovvia è quasi sempre anche quella vera, inoltre, una delle strategie della propaganda più raffinata è creare esagerazioni complottistiche per additare chiunque metta in discussione la narrazione ufficiale.

Una strategia che alimenta l’idea che tutto ciò che è accostabile al complottismo sia svalutato, in modo da far passare come reale una narrazione ufficiale che non regge.

Una strategia che negli ultimi cinque anni è stata affinata e utilizzata per soffocare ogni criticità, ogni sollevazione del dubbio, ogni contraddittorio che porti al ragionamento.

L’11 settembre 2001 ha aperto una nuova era, in cui è la comunicazione a stabilire verità in cui si può credere e altre definite complottismo e fantasia.

È la comunicazione che crea eroi e nemici, trasforma tagliagole in democratici in giacca e cravatta e stabilisce che un attore capisca di vaccini più di un Premio Nobel per la medicina.

L’era della propaganda h24 è iniziata proprio con l’attentato alle Torri Gemelle, un attentato in cui non sono morte solo migliaia di persone innocenti, ma soprattutto l’idea che il dubbio sia il motore indispensabile al funzionamento della democrazia.

LA GUERRA IN UCRAINA, LA SCHIZOFRENIA EUROPEA E LE VERITÀ NASCOSTE DAL FRONTE

Mentre i leader europei accelerano sul riarmo ignorando la diplomazia, in Ucraina cresce il dissenso contro un conflitto senza obiettivi raggiungibili.

UN CONTINENTE IN STATO CONFUSIONALE

La psiche collettiva europea vive uno stato di dissonanza cognitiva patologica.

Da un lato, un coro unanime inneggia alla difesa dei valori democratici e della sovranità ucraina, dall’altro, si persegue con ferrea determinazione l’unica strategia che garantisce l’esatto opposto: l’escalation militare e il sistematico sabotaggio di ogni via diplomatica.

Questa è la schizofrenia strategica che definisce la nostra epoca. Ma perché i popoli d’Europa, storicamente capaci di sollevarsi contro politiche palesemente autolesioniste, oggi assistono in un silenzio quasi tombale?

IL PARADIGMA BELLICISTA EUROPEO: UNA SCELTA SENZA RITORNO?

La leadership europea, in coordinamento con Washington, ha intrapreso una serie di decisioni che definire scellerate è ancora poca cosa.

L’ABBANDONO DELLA DIPLOMAZIA.

Ogni spiraglio di dialogo viene spento prima ancora di poter brillare in nome di un dogmatismo bellicista che tratta la pace come un virus da debellare. La trattativa viene dipinta come una capitolazione, eliminando così ogni spazio per una soluzione politica.

Un po’ come se, anziché firmare l’armistizio dell’8 settembre, qualcuno avesse inneggiato alla pace giusta.

L’ACCELERAZIONE SUL RIARMO.

Invece di correre verso un negoziato, Bruxelles corre verso gli arsenali e sta alimentando artificialmente la paura di un “nemico immaginario” con la fantomatica imminente invasione russa dell’Europa, per normalizzare l’impensabile, secondo un perfetto schema da Finestra di Overton.

Così, l’invio di truppe NATO in Ucraina, un tempo considerato follia assoluta, è oggi discusso nei salotti politici come un’opzione concreta. È una profezia che si autoavvera: prepararsi ossessivamente alla guerra rende la guerra inevitabile.

Perciò, avvisate i vostri figli di non prendere impegni per i prossimi mesi. Ci sarà da morire per la scelleratezza degli attuali leader europei.

LA PROPAGANDA DI GUERRA.

L’ecosistema mediatico è saturo di narrazioni tossiche.

Ricordate l’”attacco ibrido” russo all’aereo della von der Leyen, presentato come un casus belli?

È stato perfettamente smentito.

Una fake news. Una delle tante veicolate dalla propaganda, dalle sanzioni dirompenti alle pale, passando per i muli al posto dei mezzi corazzati e per i microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini.

Eppure, lo scopo della propaganda russofoba è infiammare l’opinione pubblica e creare consenso per misure sempre più aggressive.

Le bugie sono il carburante di una macchina da guerra che deve convincere i suoi finanziatori di aver ragione, anche quando i fatti e la realtà la smentiscono.

LA REALTÀ DAL FRONTE UCRAINO: DISSENSO, REPRESSIONE E SFINIMENTO

Oltre la cortina fumogena della retorica eroica, l’Ucraina è un Paese allo stremo. L’unità nazionale è una finzione narrativa che si sbriciola sotto il peso di una realtà atroce.

L’esercito ucraino è in agonia demografica e spirituale e le scene da incubo degli arruolamenti forzati per strada, la caccia ai renitenti nascosti nei scantinati, le disperate testimonianze di comandanti al fronte parlano di reclute gettate in battaglia con un addestramento di due settimane: questo è il volto vero della guerra.

La domanda che osserva ogni soldato dal suo buco nel fango è semplice e terribile: “Per quale obiettivo preciso sto morendo?”.

La riconquista della Crimea? Un’utopia militare. Respingere i russi? L’avanzata è lenta e costosa, ma è un fatto, nonostante le armi e gli uomini NATO.

Si combatte per non perdere, senza più un piano per vincere perché si è capito che vincere è impossibile, ma non si vuole ammetterlo.

LA SVOLTA AUTORITARIA DI ZELENSKY.

Di fronte al collasso del consenso, il governo di Kiev ha scelto la repressione. Dopo aver annunciando un alleggerimento della legge marziale, ecco che, invece, ha inasprito pene e controlli sui soldati, trattando la diserzione non come un sintomo di disperazione, ma come un tradimento.

Ovviamente, si sono scatenate proteste nel Paese, soprattutto a Kiev, dove madri, mogli e gli stessi soldati urlano la loro opposizione.

Il leader democratico è ormai un comandante dispotico che cerca di mantenere una coesione che non esiste più.

È la fotografia di una nazione che, per salvare sé stessa dalla guerra, ha ucciso la democrazia.

L’ECONOMIA DI GUERRA: CHI VINCE E CHI PERDE DAVVERO?

Il campo di battaglia più decisivo non è nel Donbass, ma nei portafogli e nei bilanci nazionali. E qui le contraddizioni raggiungono il loro apice.

LA RESILIENZA RUSSA.

Il tentativo di strangolare economicamente la Russia è fallito. Non solo non è collassata, ma cresce il triplo dell’Europa.

La sua industria bellica, deglobalizzata e potenziata, produce con ferrea autonomia.

Fonti ucraine – non certo propaganda russa – parlano di 2.700 droni prodotti al mese. Essendo un impero di materie prime, ha semplicemente dirottato i suoi flussi chiusi dall’Europa verso Cina, India e Turchia, trovando acquirenti felici di fare affari.

Anche perché, gran parte di quelle materie vengono raffinate e vendute all’Europa a prezzi maggiorati.

LA FRAGILITÀ EUROPEA.

L’Europa è sempre più in agonia.

La sua forza manifatturiera dipende da materie prime che non possiede e che ora paga a prezzi gonfiati. Spesso materie prime russe, ma acquistate da paesi intermediari per far finta di credere che possiamo fare a meno di Mosca.

La discussione sulla confisca dei 300 miliardi di asset russi congelati è l’esempio supremo di miopia strategica.

Come ha avvertito il Ministro degli Esteri belga, sarebbe un “terremoto” finanziario, un colpo letale alla credibilità dell’Euro come valuta di riserva globale.

Sarebbe la resa della nostra sovranità finanziaria. Perché chi si fiderebbe più del nostro continente?!

Senza dimenticare che esiste un Diritto internazionale per cui i nostri figli potrebbero ritrovarsi a pagare multe e interessi salatissimi a Mosca come risarcimento nei prossimi decenni.

IL BUSINESS DELLA GUERRA.

Allora, se tutti perdono, chi vince?

Il complesso militar-industriale anglo-americano vede i suoi profitti esplodere.

Gli Stati Uniti consolidano il controllo geopolitico su un’Europa indebolita e dipendente. L’obiettivo inconfessato non è la vittoria di Kiev, ma il logoramento a lungo termine della Russia, anche a costo di sacrificare l’ultimo soldato ucraino e l’ultimo euro dei contribuenti europei.

Siamo ingranaggi di una guerra per procura i cui veri beneficiari siedono lontano dalle trincee, mangiano caviale e bevono Champagne.

A CHI GIOVA LA GUERRA?

Le contraddizioni conducono a una conclusione ineluttabile. La strategia corrente non porterà alla liberazione dell’Ucraina, né alla sicurezza dell’Europa.

Produce solo tre risultati certi: la distruzione sistematica dello stato ucraino, l’impoverimento delle società europee e una pericolosa deriva autoritaria su entrambi i fronti.

Le scelte dei nostri leader appaiono del tutto illogiche se misurate con il metro del benessere dei loro cittadini, ma diventano tragiche e lucide se misurate con altri parametri: il profitto dell’industria degli armamenti, il consolidamento egemonico statunitense, la resa dei conti con un rivale strategico.

A chi giova questa guerra senza fine?

La risposta non si trova nei comunicati stampa di Bruxelles o di Kiev e nemmeno nella tanta, troppa propaganda veicolata per tre anni e mezzo.

Si trova seguendo i flussi di denaro, le oscillazioni dei titoli delle grandi corporation della difesa e le mappe geopolitiche ridisegnate nelle stanze del potere di Washington.

Noi, europei e ucraini, non siamo che pedine in questo grande gioco.

Fino a quando accetteremo silenziosamente questo ruolo, la schizofrenia diventerà la nostra unica, tragica, normalità.

E il futuro sarà una lunga lista di morti sacrificati sull’altare del dio denaro e del potere geopolitico.

LA QUARTA DI MAHLER ALLA FENICE: L’INFANZIA CELESTE DI RUSTIONI E FEOLA

VENEZIA – Un dialogo tra il cielo e la terra, tra l’innocenza infantile e la più profonda malinconia.

Questa è la sintesi della Quarta Sinfonia di Gustav Mahler, opera che il Teatro La Fenice di Venezia ha affidato all’estro del direttore Daniele Rustioni e alla voce del soprano Rosa Feola.

Dopo il successo della prima del 5 settembre, la replica andata in scena sabato 6 settembre è stata un appuntamento speciale, interamente dedicato a un pubblico under35.

Un’occasione unica per accostarsi a un capolavoro che non smette di interrogare l’anima.

UN CAPOLAVORO DI TRANSIZIONE: TRA INCANTO E DISINCANTO

Composta tra il 1899 e il 1900, la Quarta Sinfonia di Mahler rappresenta un punto di svolta essenziale nella sua produzione, poiché chiude il ciclo delle sinfonie ispirate alla raccolta poetica Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo).

Allo stesso tempo, inaugura un nuovo ciclo, caratterizzato da una scrittura più essenziale, da un contrappunto severo e da un’orchestrazione trasparente ed esaustiva.

La sua genesi, però, è più lunga e intricata. Il movimento finale, il lied Das himmlische Leben (La vita celestiale), fu infatti composto nel 1892, ben otto anni prima.

Un brano che non è una semplice conclusione, ma il seme da cui germoglia l’intera sinfonia.

Mahler costruisce i tre movimenti precedenti come un immenso preludio tematico e spirituale a quella visione finale, capovolgendo la logica sinfonica tradizionale. Il paradiso, con tutte le sue ambiguità, diventa il punto di partenza e al contempo l’approdo.

L’ANALISI: UN VIAGGIO NELL’ANIMA TRA SONAGLI E VIOLINI MACABRI

IL PRIMO MOVIMENTO (BEDÄCHTIG. NICHT EILEN) si apre con un tintinnio di sonagli. Un suono fanciullesco, ma che il filosofo Theodor W. Adorno leggeva come un segnale d’ironia: «nulla di ciò che state ascoltando è vero».

È l’ingresso in un mondo di finzione, di ricordi o forse di sogno.

La struttura è quella classica della forma-sonata, ma il trattamento è tutto mahleriano: gli strumenti sono usati in modo “improprio”, i temi si intrecciano in una complessa polifonia che maschera un’inquietudine sottile sotto un velo di serenità.

IL SECONDO MOVIMENTO (IN GEMÄCHLICHER BEWEGUNG. OHNE HAST) è uno Scherzo grottesco. Il ritmo è quello di un Ländler, una danza popolare, ma resa sinistra e spettrale.

Il protagonista è un violino solista accordato un tono sopra il normale, il cui suono acuto e stridente imita il violino dei suonatori ambulanti.

Una figura allegorica della morte nella tradizione tedesca, che qui guida i bambini in una danza macabra verso l’aldilà.

IL TERZO MOVIMENTO (RUHEVOLL) è un Adagio di struggente bellezza. Lo stesso Mahler lo considerava tra le pagine meglio riuscite di tutta la sua produzione.

È una melodia serena e triste al tempo stesso, costruita su una serie di variazioni. Momenti di quiete assoluta si alternano a passaggi oscuri, spettrali, fino a un improvviso e traumatico fortissimo degli ottoni che squarcia il velo e anticipa il tema del paradiso.

È la crisi prima della (presunta) redenzione.

IL QUARTO MOVIMENTO (SEHR BEHAGLICH) è la voce del cielo. Il soprano entra in scena per intonare Das himmlische Leben. La voce deve avere un’«espressione infantilmente serena, assolutamente senza parodia».

Il testo, visto attraverso gli occhi di un bambino, descrive un paradiso fatto di delizie gastronomiche: pane, vino, pesci che appaiono miracolosamente, angeli che infornano il pane.

Ma è un’innocenza perturbante, che mescola immagini giocose a dettagli macabri (si macella un agnello senza che soffra).

Non c’è un trionfo eroico, ma una visione ambigua, sospesa, che apre a una crisi esistenziale più che chiuderla.

RUSTIONI, FEOLA E L’ENERGIA UNDER35: UN CONCERTO NECESSARIO

Affidare questa sinfonia così intima e complessa al Maestro Daniele Rustioni è stata una scelta azzeccata. La sua direzione, chiara, energica e attenta alla trasparenza delle trame orchestrali, è stata una guida ideale per districare i molti piani emotivi della partitura.

Al suo fianco, un’interprete d’eccezione: Rosa Feola, soprano tra i più acclamati della sua generazione, dalla tecnica impeccabile e dalla rara capacità di donare purezza e profondità a ogni frase.

La sua voce è stata lo strumento che ha dato vita all’ambigua innocenza del finale.

La scelta di dedicare la replica di sabato 6 settembre al pubblico under35 non è stata solo una brillante operazione di marketing, ma soprattutto un’estroflessione della stessa sinfonia, poiché questa particolare opera di Mahler, con le sue domande sull’infanzia, sulla perdita, sulla ricerca di un paradiso forse irraggiungibile, parla direttamente alle nuove generazioni.

È musica che non offre certezze, ma costringe all’ascolto attivo, alla riflessione.

Il Teatro La Fenice si conferma così non solo tempio della tradizione, ma luogo vivo e aperto al futuro, dove la complessità di Mahler può trovare un nuovo, vitale, pubblico.

E dove la Musica vera dimostra anche all’era superficiale e digitale che esiste un’alternativa all’oblio culturale.

IL NUOVO ORDINE MULTIPOLARE PRENDE FORMA: CINA, RUSSIA E INDIA SFIDANO L’OCCIDENTE

Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e la parata militare cinese segnano una svolta simbolica e pratica verso un ordine mondiale più multipolare e competitivo con l’Occidente.

Una dimostrazione di potenza a cui l’Europa ha contrapposto la bufala dell’interferenza al sistema GPS sul volo di Ursula von der Leyen, esempio evidente dell’escalation dei rapporti tra l’Europa e questa parte di mondo.

UN MONDO CHE CAMBIA VELOCEMENTE

31 agosto 2025, data simbolica di un mondo che si sta riorganizzando.

Le istituzioni che hanno governato la politica internazionale per sette decenni non sono sparite, ma la loro centralità è stata messa in discussione da una miriade di attori e piattaforme alternative. Alla radice di questa trasformazione c’è la costruzione di architetture multilaterali alternative guidate da Pechino e sostenute da Mosca e da partner regionali sempre più numerosi nel mondo.

Le immagini del vertice SCO, con la parata a Tiananmen, e della perdita del segnale GPS su un aereo istituzionale europeo non sono eventi scollegati, ma formano un mosaico coerente di potenza, pressione, persuasione e propaganda.

IL VERTICE DELLA SCO: UN’ALTERNATIVA ORGANIZZATA

La Shanghai Cooperation Organisation, piattaforma che oggi include attori dai pesi demografici, energetici e militari assai rilevanti, è stata utilizzata da Pechino come palcoscenico per promuovere alternative di governance economica e finanziaria a livello mondiale.

Al summit di Tianjin, i leader principali (Xi, Putin, Modi) hanno trattato di temi concreti, tra cui la proposta di una banca di sviluppo SCO, l’emissione congiunta di strumenti finanziari e progetti infrastrutturali legati all’energia e alla connettività euroasiatica.

Si tratta di iniziative che mirano a creare capacità autonome di credito e sviluppo, riducendo la dipendenza dalle strutture occidentali.

Il messaggio politico è chiaro: non si tratta solo di cooperazione commerciale o simbolica, ma di costruzione di alternative istituzionali, di reti finanziarie, infrastrutturali e di sicurezza, che riducono il peso delle istituzioni guidate da Washington e, soprattutto, da Bruxelles.

In questo contesto, le dichiarazioni russe sulla necessità di affrontare l’espansione della NATO e la difesa della “sicurezza eurasiatica” assumono una doppia visione, come deterrente militare e come leva diplomatica per legittimare nuove architetture sullo scacchiere mondiale.

LA SFILATA DI TIANNAMEN: IMMAGINE E SOSTANZA DI POTERE

Pochi giorni dopo il summit, la grande parata militare a Pechino ha ulteriormente calibrato il messaggio di potenza: nuovi missili, droni avanzati, mezzi blindati, e, soprattutto, la presenza dei leader ritenuti “ostili” all’ordine occidentale, tutti su un medesimo palcoscenico per far capire a USA ed UE che è giunta l’ora di comportarsi da adulti e non più da bambini capricciosi come fatto negli ultimi secoli.

L’evento non è stato una pura esibizione, ma una dichiarazione di intenti politico-strategici che combina deterrenza, propaganda e networking tra regimi e partner strategici.

Come a dire “Cari occidentali, ci siamo anche noi e non siamo più disposti a vederci portare via materie prime a poco prezzo né vogliamo più essere solo le vostre officine a basso costo. E siamo pronti a batterci per affermare la nostra dignità. Con ogni mezzo.”

La parata è servita al pubblico interno, per la narrazione della grande rinascita, ma anche all’esterno, per inviare un messaggio alle capitali occidentali: la Cina ha capacità militari e tecnologiche avanzate, nonché alleanze politiche potenti.

Questo non significa che un conflitto armato sia inevitabile, ma alzare costantemente l’asticella, come fanno USA ed Europa, aumenta il rischio di errori di calcolo e di un’escalation incontrollata.

TECNICHE IBRIDE. GPS JAMMING, GUERRA ELETTRONICA E OPERAZIONI “IN ZONA GRIGIA”

La politica del potere oggi non è fatta solo di carri armati e sanzioni; è fatta di interruzioni di segnale, manipolazione informativa, blackout di infrastrutture digitali. Ed è fatta di propaganda.

La bufala de sistema GPS dell’aereo con a bordo la presidente della Commissione europea è solo uno dei tanti episodi in cui la propaganda ha tentato di costruire narrazioni, nemici, situazioni per giustificare politiche di escalation e riarmi in Europa.

E le implicazioni di una simile politica, portata avanti dalla Commissione von der Leyen, sono molteplici, a cominciare dai rischi legati allo scoppio di una guerra mondiale potenzialmente nucleare.

Di come l’episodio dell’aereo di von der Leyen sia una fake, abbiamo ampiamente discusso, con dati e fatti, qui.

È pur vero che la guerra “di quarta generazione” si gioca in parte oltre il dominio convenzionale ed è fatta di un continuo sviluppo che unisce cyber, informazione/propaganda, economia e coercizione marittima.

ECONOMIA, ENERGIA E ROTTE MARITTIME: LA VULNERABILITÀ DELLA GLOBALIZZAZIONE

Una detonazione sospetta nel Mar Rosso, rilevata il 31 agosto, ha ricordato quanto le rotte marittime siano terreno vulnerabile, perché ogni azione si ripercuote sulle catene di approvvigionamento energetiche e commerciali dell’Occidente e sui prezzi.

Il commercio transcontinentale dipende da corridoi marittimi stretti e da infrastrutture critiche, in stato di allarme costante; ogni incidente crea ricadute sulle economie importatrici. Cioè sulle nostre.

A questo si aggiungono le pressioni su materie prime e alimenti, come la “guerra del cibo”, ossia l’uso della sicurezza alimentare come strumento geopolitico, che è diventata una realtà in diverse aree del mondo.

TECNOLOGIA E POTERE: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME ASSE STRATEGICO

La competizione per l’IA non è più solo un dibattito accademico, ma una lotta per capacità economiche, militari e di controllo dell’informazione.

La Cina sta investendo cifre gigantesche nel settore, con piani pubblici e flussi di capitale privato che accelerano la capacità di sviluppo e diffusione, per competere con i colossi statunitensi.

Ma “vincere” in AI non è solo questione di spesa, poiché dipende da talenti, accesso a chip performanti e al mercato, così come è fondamentale la capacità di integrare modelli di infrastrutture critiche.

Le misure di controllo tecnologico tentate dall’Amministrazione Trump, come il freno alle esportazioni di chip e le sanzioni, rallentano la corsa di Pechino, ma non fermano il treno.

L’Occidente è sempre più in difficoltà nel mantenere un vantaggio tecnologico in questo ambito.

COSA SIGNIFICA PER L’ITALIA E PER L’EUROPA

L’Italia si trova in una posizione di vulnerabilità, ma anche di opportunità.

Da un lato, la marginalizzazione nelle dinamiche libiche e del Mediterraneo, le sensibili dipendenze energetiche e la pressione fiscale insostenibile per finanziare spese di guerra.

Dall’altro, potrebbe ricavarsi un ruolo strategico nel Mediterraneo, sfruttare capacità industriali specializzate e attivare piattaforme diplomatiche che potrebbero essere riconfigurate per dialogare sia con gli alleati occidentali sia con i paesi in ascesa capitanati dell’asse Mosca/Pechino.

I leader europei parlano di autonomia strategica, ma, nei fatti, l’Europa rimane ancora dipendente dal supporto statunitense su capacità critiche, a cominciare da armi ed energia.

L’Italia dovrà decidere se seguire una logica di rincorsa, distruggendo ogni forma di welfare, compresi il sistema pensionistico e la Sanità pubblica, per aumentare la spesa militare senza una chiara strategia, oppure una logica di capacità integrata, investendo in difesa, capacità digitale, diplomazia preventiva e cooperazione energetica.

Le scelte saranno dolorose, perché, nel primo caso, la popolazione sarebbe destinata a impoverirsi e, con una popolazione sempre più anziana, porterebbe al suicidio in pochi decenni, ma anche nella second ipotesi, il Paese dovrebbe rinunciare a essere zerbino degli USA, con tutti i vantaggi, ma anche gli svantaggi, del caso.

Tuttavia, rimandare sarebbe pericoloso in perdita di credibilità geopolitica, vulnerabilità economica e crescente rischio di escalation perpetrato dalle politiche di guerra di von der Leyen.

TRE SCENARI PROBABILISTICI (A BREVE/MEDIO TERMINE)

SCENARIO MODERATO

SCO e infrastrutture alternative cresceranno, ma restando complementari all’ordine esistente, con una competizione intensa, ma limitata a sanzioni, gare tecnologiche e zone di influenza.

Uno scenario che richiede diplomazia matura e regole di convivenza per cui servirebbero leader occidentali di ben altro spessore fagli attuali.

CONFRONTO STRUTTURALE

L’aumento delle operazioni ibride e gli incidenti inventati dalle propagande porteranno al rischio di crisi locali che potrebbero degenerare se la deterrenza fallisse.

Questo scenario necessita di rapidità decisionale e di investimenti in deterrenza multilivello. Ma anche di diplomatici attivi e di spessore, che, come per il primo scenario, non se ne vede traccia.

ESCALATION GENERALIZZATA

Basteranno una propaganda ancora più perniciosa e sfacciata, errori di calcolo, incidenti con vittime civili o attacchi a infrastrutture critiche per trascinarci a catene di rappresaglie.

L’esistenza di arsenali nucleari rende questo scenario catastrofico, perciò prevenirlo dovrebbe essere un obbligo politico e strategico.

Tuttavia, come per i primi due scenari, servirebbero statisti d’alto profilo di cui non v’è traccia né a Washington né in Europa.

COSA BISOGNEREBBE FARE?

Beh, con una classe dirigente all’altezza, l’Europa Investirebbe in difesa ibrida, combinando capacità militari convenzionali con squadre di risposta rapida cyber e unità per la contro-disinformazione.

Basterebbe spostare in tal senso quanto speso e fatto per veicolare propaganda su “dita usate come baionette, muli al posto dei mezzi corazzati, ubriaconi raccattati in Siberia perché Mosca non aveva più giovani da inviare al fronte” e tutte le altre panzane spacciate per notizie vere al fine di giustificare i miliardi spesi per inviare giovani ucraini al macero.

Poi, bisognerebbe sostituire von der Leyen, Kallas e chiunque abbia fallito su tutti i fronti, dalla guerra alle politiche green, sostituendole con diplomatici seri e capaci di attivare una cooperazione economica pragmatica, per mantenere canali di dialogo con i paesi del BRICS, senza rinunciare ai principi fondamentali di diritti umani e stato di diritto. Che, tuttavia, non devono valere solo per l’Ucraina, mentre si fa finta di nulla a Gaza e altrove.

VERSO DUE BLOCCHI? SÌ, MA NON SOLO

L’evoluzione in atto non è un ritorno perfetto alla Guerra Fredda con due blocchi monolitici, ma un processo più fluido, fatto di nuove alleanze, partenariati legati a interessi economici e di sicurezza, in una miscela di cooperazione e competizione.

La SCO e la parata di Pechino sono segnali di questa nuova configurazione.

L’Occidente può ancora reagire efficacemente scegliendo il dialogo e ammettendo le tante colpe di cui si è macchiato negli ultimi decenni, a cominciare dall’invasione dell’Iraq sulla base di una fake news, le famose, quanto inesistenti, armi chimiche di Saddam Hussein.

Al contrario, se la strategia dell’Occidente resterà quella delle fake e della propaganda, il futuro che ci attende è tutt’altro che luminoso.

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MA QUALE ATTENTATO A VON DER LEYEN!

LA BUFALA GPS E L’ARTE DI CREARE SOLDI E GUERRE

Si chiama sociodramma.

È la rappresentazione pubblica di una crisi più mediatica che reale, orchestrata per consolidare un potere, demonizzare un avversario, giustificare spese folli o, semplicemente, per apparire sui giornali.

L’ultimo, patetico, sociodramma in ordine di tempo ha per protagonista una Presidente della Commissione Europea, un aereo e un presunto “attentato” degno di una sceneggiatura napoletana.

La trama racconta di una Russia che avrebbe manomesso il GPS del velivolo di Ursula von der Leyen in Bulgaria, costringendo l’eroico pilota a un atterraggio manuale con le mappe cartacee.

Roba da film demenziale in stile “Scuola di Polizia” degli anni Ottanta. La ricordate?

LA SMENTITA AGLI ATTI: FLIGHTRADAR24 CONTRO LA BUFALA DI VON DER LEYEN

Mentre i titoli dei giornali urlavano all’attacco russo, un’entità ben più affidabile di qualsiasi portavoce comunitario ha alzato il sopracciglio e ha pubblicato i fatti.

Flightradar24, il servizio che monitora il traffico aereo in tempo reale, ha fatto quello che ogni buon giornalista dovrebbe fare: ha controllato i dati. E su X ha demolito, con la pacatezza degli esperti, l’intera montatura.

Cosa dicono i dati dell’ADS-B, il transponder che raccoglie informazioni direttamente dall’aereo?

Il volo è durato 1 ora e 57 minuti, contro le 1 ora e 48 previste. Nove minuti di ritardo. Vi è mai capitato di atterrare a Fiumicino? Qui si parlava di “circuito di attesa di un’ora”.

Falso. La notizia che è stata data è falsa.

Il segnale GPS dell’aereo, misurato dal parametro NIC, è rimasto eccellente dal decollo all’atterraggio. “Buona qualità del segnale”, dicono loro.

Io direi “perfetto, inoppugnabile, imbarazzante per chi ha diffuso la fake news”.

Dunque, ricapitoliamo: la Commissione Europea e un giornale blasonato come il Financial Times costruiscono una narrazione da guerra fredda.

Poi arriva un sito internet con le palle – scusate il termine tecnico – e, numeri e fatti alla mano, dimostra che è tutto una grande BUFALA.

La domanda è perché i media hanno costruito quest’ennesima fake news, dopo le pale, i muli, le dita usate come baionette e altre sciocchezze in numero tale da scriverci un’enciclopedia?

A chi giova questo piccolo teatrino?

L’ANALISI TECNICA: PERCHÉ L’ATTACCO AL GPS È UNA STORIA PER CREDULONI

Un aereo di linea non è il drone di un per chi ha questo hobby.

Vola sotto “controllo positivo” del traffico aereo. I controllori lo guidano con una pletora di sistemi: radiofari VOR, segnali di avvicinamento, radar primari e secondari.

Il GPS è uno strumento, non lo strumento. È come dire che qualcuno ha manomesso l’orologio da polso del capitano di una portaerei e quindi la nave non ha potuto attraccare.

È una ridicolaggine.

I moderni sistemi di navigazione inerziale (INS) sono autonomi.

I transponder trasmettono la posizione indipendentemente dal GPS. Persino il tuo smartphone, in questo momento, può agganciare tre costellazioni satellitari diverse: l’americana GPS, la russa GLONASS e la cinese BeiDou.

Potremmo disturbare tutto? Impossibile.

E anche se fosse, ci sono i backup dei backup. L’atterraggio manuale con le mappe, inoltre, è una pratica standard, non un’eroica impresa da Walaker Texas Ranger.

IL TIMING SOSPETTO E L’IPOTESI ALTERNATIVA (E MOLTO PIÙ LOGICA)

Il sociodramma è scattato mentre a Tianjin, in Cina, si teneva il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

C’erano Xi, Putin, Modi. C’era mezzo mondo con Putin, mentre la NATO – guarda caso – sembrava vittima di un cyberattacco russo.

Che coincidenza straordinaria.

Ma è proprio la Russia l’unica sospettata?

La Bulgaria, dove è avvenuto il tutto, è un paese NATO.

Intorno a Plovdiv ci sono basi aeree militari bulgare (Graf Ignatievo, Krumovo) e il quartier generale della sessantottesima Brigata delle Forze Speciali.

È molto più plausibile che fossero in corso esercitazioni militari con disturbatori (jamming) per simulare scenari di guerra elettronica: un drone da disturbare, una prova tecnica da effettuare in uno scenario reale…

L’aereo di von der Leyen potrebbe essere stato semplicemente un effetto collaterale, un disturbo temporaneo e localizzato ingigantito per creare la narrazione della “minaccia russa”.

Anche perché, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti e abbia aperto almeno un libro di Storia alle scuole media sa bene che Mosca non avrebbe nulla da guadagnare da un gesto così plateale e idiota.

Kiev, invece, e i suoi alleati, guadagnano molto su questi punti: rilanciare la narrativa del pericolo imminente, giustificare invii di armi, tenere alta l’attenzione.

E… immaginate Kiev senza armi occidentali? Ecco, ogni immagine che vi viene in mente è una risposta alla domanda “a chi giova?”.

E dopo l’attentato ucraino al Nord Stream, nulla sorprende e nulla ci sorprenderebbe.

La bufala del GPS: l'aereo di von der Leyen non è mai stato attaccato. I dati di Flightradar24 smontano la narrativa europea. Un'analisi sarcastica e spietata della comunicazione politica manipolatoria.

LA COMUNICAZIONE COME ARMA E LA NECESSITÀ DEL PENSIERO CRITICO

Questa ennesima sceneggiata è un caso studio di come la Comunicazione possa creare mostri, nemici, guerre e storie parallele alla realtà dei fatti.

Dimostra come un potere narrativo tenti di sovrascriverla la realtà.

Si crea un frame, una cornice di vittimizzazione e minaccia, e si spera che la gente ci caschi, senza verificare.

La verità è spesso noiosa, tecnica, piena di numeri. Il dramma è elettrizzante, emozionante, piena di cattivi e buoni.

Flightradar24 ha fatto il lavoro che il giornalismo mainstream ha dimenticato: ha preferito i dati ai titoli e alle sciocchezze sparate da qualche potente.

Noi cittadini, e soprattutto chi si occupa di informazione e comunicazione, abbiamo il dovere di essere anticorpi contro questo virus della disinformazione, che da oltre tre anni narra una storia parallela.

Perciò, no, quello a von der Leyen non è stato un attentato.

È stato, nella migliore delle ipotesi, un disguido tecnico dovuto a un’esercitazione.

Nella peggiore, una montatura calcolata per giustificare riarmi e una corsa scellerata verso la guerra contro la Russia per non dover fare le valigie, ammettendo di aver fallito ogni previsione in Ucraina.

In entrambi i casi, la risposta è una sola: studiare, verificare, diffidare.

E, soprattutto, ridere di chi ci crede.

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VERBALI CTS, LA RAGION DI STATO E LA RAGION SCIENTIFICA. STORIA DELLA COSTRUZIONE DEL CONSENSO

La pubblicazione dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico rappresenta il più formidabile caso studio degli ultimi decenni, perché non sono post o documenti di qualche strampalato complottista, ma materiale ufficiale.

Sono la radiografia di un trauma nazionale, la mappa di come un Paese possa essere condotto, attraverso la comunicazione, ad abdicare al proprio spirito critico e alla sua stessa Costituzione, in nome di una presunta superiore necessità.

«L’HA DETTO IL CTS» LA SACRALIZZAZIONE MEDIATICA DI UN ORGANISMO CONSULTIVO

La prima, potentissima, lezione è la costruzione di un totem mediatico.

La ripetizione martellante, H24, dei mantra «L’ha detto il Cts», «C’è il parere del Cts» non era informazione, ma un rituale di sacralizzazione.

In sociologia, questo meccanismo è noto: si prende un’entità complessa (un comitato di esperti), la si riduce a un simbolo monolitico (“la Scienza”) e la si spaccia per oracolo indiscutibile.

Il presidente Franco Locatelli, con la sua insistenza sulla «posizione unitaria del comitato», agiva come un sommo sacerdote che reprime l’eterodossia.

Ogni posizione dissonante non era un dibattito scientifico, ma diventava un’eresia da tacitare.

In questo modo, il dibattito interno (sano, vitale, scientifico) veniva, di fatto, occultato per proiettare all’esterno un’immagine di unanimità perfetta, necessaria a legittimare scelte politiche draconiane.

Mentre tanti giornalisti affibbiavano etichette di complottisti, novax e persino epiteti più volgari a quei medici che dissentivano su provvedimenti e vaccini.

IL TRADIMENTO ETICO IN NOME DELLE ISTITUZIONI

C’è una frase che risulta agghiacciante e che dimostra come la mancanza di attributi possa fare del male a un’intera nazione: «Do una mia approvazione non convinta, CHE NON RESTI A VERBALE».

È l’ammissione di un conflitto interiore: “Io rimango fermamente convinto delle evidenze che non supportano una decisione politica e scientifica come questa”.

L’esperto è ancora tale, riconosce il primato dell’evidenza scientifica.

Tuttavia, prevale l’invocazione di un principio distorto, di un insegnamento che ci aspetteremmo più dalla Russia o dalla Cina e non certo ci saremmo aspettati da una democrazia: “Mi hanno insegnato che le istituzioni si servono e non ci si serve delle istituzioni”.

Una teoria che stride sull’intero impianto della Costituzione italiana che si erge proprio sul principio contrario, di sovranità del popolo. Non delle istituzioni.

Inoltre, nel pensiero del Prof. Locatelli avviene uno slittamento etico, poiché servire le istituzioni non significa accondiscendere ciecamente a un esecutivo, come in Corea del Nord, ma servire i principi costituzionali e il bene comune che quelle istituzioni dovrebbero incarnare.

Quindi, viene confuso il fine (la Repubblica) con il mezzo (il governo in carica).

L’approvazione formale c’è, per “evitare lacerazioni”, ma la verità viene confinata in una confessione tra iniziati, che non deve apparire a verbale, non deve essere ufficiale.

È la quintessenza della “Ragion di Stato”, cioè la creazione di una verità pubblica e di una verità privata (il dubbio, la coercizione). Una creazione per cui la scienza è stata sacrificata sull’altare dell’unità politica.

Questo non è servire lo Stato, ma è servire un potere.

E la differenza è abissale.

L’INGEGNERIA DEL CONSENSO: INFODEMIA, MARGINALIZZAZIONE E SOVRAESPOSIZIONE SELETTIVA

Per imporre un regime come il Green Pass, che condizionava le libertà fondamentali all’adesione a un trattamento medico, serviva un consenso bulgaro.

La società non era concorde? Allora la si sarebbe resa tale attraverso un’operazione di ingegneria sociale precisa, come si è applicata attraverso alcuni processi.

  1. Aumento dell’Infodemia, inondando il dibattito pubblico di informazioni contraddittorie, complesse, non filtrate. Lo scopo non era chiarire, ma confondere. Una popolazione confusa è più incline a cedere la propria sovranità cognitiva a un “esperto” televisivo.
  2. Colpevolizzazione ed emarginazione dei critici. I medici dissenzienti non erano interlocutori, ma venivano presentati come eretici, untori, no-vax da scomunicare e radiare. D’latronde, la sociologia studia da sempre il potere del capro espiatorio come cemento di un gruppo. Il mecico critico diventava il nemico esterno da abbattere per consolidare l’identità del gruppo interno (“noi, i vaccinati, i buoni”).
  3. Sovraesposizione degli “entusiasti”. Si è creata una cassa di risonanza mediatica per pochi personaggi, spesso con conflitti d’interesse mai dichiarati, che sostituivano il dibattito scientifico con il mantra rassicurante e non verificabile dell'”è sicuro, è efficace”. Chi non aveva mai letto un report aveva più spazio di chi sollevava perplessità basate su dati.

LA COMMISSIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE CONTRO LA RAGION DI STATO

Ora, il nodo arriva al pettine.

La Commissione parlamentare di inchiesta Covid non dovrà interrogare solo scienziati, ma sfidare un sistema e un paradigma culturale per cui l’”Imperativo Politico” ha superato la Scienza – quella vera – e l’etica.

La vera “Ragion di Stato” che è emersa dalla divulgazione dei documenti ufficiali è da brividi, perché la vita dei singoli (la giovane di 18 anni che ha creduto nella narrazione ed è morta, così come le migliaia di danneggiati) è stata un danno collaterale accettabile per il perseguimento di un obiettivo politico più grande, per mostrare un’unità di intenti, un controllo ferreo della situazione, un’immagine di forza.

Insomma, per mettere sotto chiave la democrazia per diversi mesi.

L’assordante silenzio mediatico-politico di fronte a queste rivelazioni ne è la conferma. Perché queste notizie dirompenti dovrebbero essere più martellanti delle narrazioni ottriate h24 durante la pandemia.

Invece, il sistema si autoprotegge perché chi dovrebbe gridare allo scandalo è parte integrante del meccanismo.

DAL FANGO, LA RICHIESTA DI GIUSTIZIA

Quello che è emerso è, pura immondizia.

Una palude in cui istituzioni, politica, media e parte della comunità scientifica e medica hanno nuotato, tradendo il mandato di servire il popolo per servire interessi e narrative.

Ma l’immondizia, per essere smaltita, ha bisogno di azioni decise. Ha bisogno di Verità e della Giustizia.

Il potere si nutre di opacità. Il primo atto di liberazione è portare questa opacità alla luce e quei verbali sono luce.

Le parole agghiaccianti di quella riunione sono luce, per quanto bruciante e umiliante per chiunque creda ancora nella democrazia e nell’etica.

Ora, i nomi e i cognomi ci sono, così come le responsabilità di chi ha fatto, detto e deciso che cosa.

Perciò tali responsabilità devono essere accertate. La Giustizia non può e non deve essere inerte. Non può diventare parte del sistema, altrimenti la Costituzione non sarebbe stata soltanto sospesa per un lungo periodo, ma diventerebbe carta straccia.

Non si tratta di vendetta, ma di far riconquistare un minimo di fiducia nelle istituzioni, che si costruisce solo con la trasparenza, non certo occultando e facendo finta che nulla sia accaduto.

E, certamente, non alimentando altre narrazioni farlocche.

Si tratta di onorare la memoria di chi non c’è più e di restituire dignità a chi è stato danneggiato sulla base di scelte politiche che, come ci dicono i verbali, non avevano alcuna base scientifica a sostegno.

Con la speranza che non accada mai più che la Ragion di Stato, così cinicamente intesa, soffochi il dubbio scientifico, la voce della coscienza e il diritto a un consenso informato e veritiero.

Perché la costruzione del consenso, quando calpesta l’etica, il contraddittorio, i diritti umani e l’evidenza, non è democrazia.

È la sua negazione.

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LA PROPOSTA DI JEFFREY SACHS PER UNA POLITICA ESTERA EUROPEA SOVRANA

Il conflitto in Ucraina infiamma il confine orientale del continente, mentre le tensioni con la Cina ridisegnano le catene del valore nel mondo intero.

In tale contesto, l’Unione Europea recita un ruolo ambiguo, dissonante, profondamente schizofrenico, senza una linea definita.

Un nano politico, un attore che dovrebbe dettare l’agenda ma che, invece, subisce le strategie di potenze ben più grandi e influenti.

La tesi centrale che intendo sviluppare, riprendendo e amplificando le lucidissime analisi del Professor Jeffrey Sachs, economista di Columbia University e consigliere ONU, è che l’Europa è prigioniera delle proprie scelte, di una politica estera dettata dalla paura, ed è subalterna agli interessi strategici degli Stati Uniti.

Una prigionia che sta sistematicamente erodendo la sua prosperità economica, la sua coesione sociale e, paradossalmente, la sua sicurezza a lungo termine.

DIAGNOSI DELLA CRISI: I COSTI DI UNA POLITICA ESTERA FALLIMENTARE

Il professor Sachs delinea con precisione chirurgica la Triade della Vulnerabilità europea, dovuta a un sistema di dipendenze patologiche.

  1. Ostilità verso la Russia, trasformata da partner energetico e commerciale in un nemico esistenziale, con costi immediati e catastrofici.
  2. La diffidenza reciproca con la Cina, che rischia di disaccoppiare l’economia europea dal suo più grande mercato di riferimento per il futuro.
  3. L’estrema dipendenza dagli USA; la sicurezza e la bussola strategica dell’Europa sono delegate a Washington, un potere che non ha come priorità assoluta il benessere dei cittadini europei, bensì dei propri.

I costi economici e sociali di queste scelte politiche sono già sotto gli occhi di tutti.

Il crollo delle esportazioni verso la Russia ha devastato interi distretti industriali, così come l’aumento vertiginoso dei costi energetici ha scatenato un’ondata inflazionistica senza precedenti, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e strangolando la competitività delle imprese.

Il rallentamento della crescita industriale, in particolare nel settore automobilistico e chimico tedesco, è un campanello d’allarme drammatico.

Inoltre, i costi militari e strategici sono ancor più insidiosi.

L’ossessione per il raggiungimento della fatidica quota del 5% del PIL per la spesa militare, su input NATO, drena risorse preziose che potrebbero essere investite nella transizione ecologica, nell’istruzione, nella sanità e in quel welfare che, invece, stanno smantellando ovunque, per finanziare la guerra alla Russia.

Ogni euro speso per un carro armato è un euro sottratto alle pensioni e ai servizi dei cittadini europei.

Ma il costo maggiore è la perdita di autonomia decisionale. L’Europa si ritrova ad essere pedina, non giocatore, in una partita giocata da altri.

DECOSTRUIRE LA NARRATIVA OCCIDENTALE: IL “FALSO PRESUPPOSTO” DELL’IMPERIALISMO RUSSO

La giustificazione ideologica della trappola strategica è una narrativa potente e semplicistica, che combina la perniciosità della propaganda alla chiacchiera da bar, per cui la Russia sarebbe un impero espansionista e aggressivo.

Sachs, e con lui una schiera di storici realisti, tra cui anche molti italiani, smonta questo assunto pezzo per pezzo.

La Storia ci ricorda che la Russia è stata ripetutamente invasa dall’Occidente. Napoleone, Hitler due volte.

La memoria storica russa è plasmata dalla ricerca di profondità strategica e sicurezza dei confini, non da un desiderio di conquista imperialistica in Europa e la ricerca di una “zona cuscinetto” spiega le azioni di Mosca non come mera aggressione, ma come una reazione prevedibile, seppur tragicamente violenta, a oltre trent’anni di provocazioni occidentali che sono ampiamente documentate dai fatti.

L’espansione ad est della NATO, contraria alle promesse americane ai leader sovietici alla fine della Guerra Fredda, è percepita a Mosca come un accerchiamento diretto, per cui l’invasione dell’Ucraina è l’apice di un’escalation, non il suo punto di partenza.

Ed è qui che si smonta miseramente tutta la propaganda russofoba, quella narrazione occidentale sull’orco russo.

I falchi della Guerra Fredda, soprattutto nelle amministrazioni USA, hanno sistematicamente ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, scegliendo la logica del vincitore su quella della cooperazione multipolare, in nome di quel Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che vedeva proprio nell’accerchiamento alla Russia un modus operandi per annientare Mosca.

Hanno alimentato quello che la teoria delle relazioni internazionali definisce un classico “Dilemma della Sicurezza”, per cui dove le misure difensive di una parte (la NATO che si “difende” espandendosi) sono percepite come profondamente offensive dall’altra, innescando una spirale di sfiducia e conflitto.

Un po’ ciò che accadde agli inizi del Novecento, quando la Germania investì molto sulla sua flotta navale, spingendo il Regno Unito ad aumentare la forza della sua flotta. Di conseguenza, anche la Francia, avvertendo un pericolo, investì nel suo esercito.

Bastò una miccia e l’Europa s’incendiò.

UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA: DIECI PASSI VERSO L’AUTONOMIA STRATEGICA

La diagnosi del professore è inappellabile, ma Sachs non si limita alla critica, infatti propone una roadmap concreta, un decalogo per la sovranità, il cui principio guida è lapalissiano: rimettere la diplomazia al centro e agire esclusivamente sulla base degli interessi europei.

La politica al centro, dunque, non i tecnici.

RIPRENDERE LA DIPLOMAZIA E PACIFICARE I CONFLITTI

Aprire canali diplomatici diretti e continui con Mosca è un atto dovuto. Perseverare con il muro è suicida e il silenzio è il miglior alleato dell’escalation.

Prepararsi attivamente per una pace negoziata in Ucraina, la cui soluzione dovrà inevitabilmente includere garanzie di sicurezza per Kiev e un impegno formale e irrevocabile alla non-espansione della NATO verso est.

È no, non si tratta di concessione a Putin, ma di realpolitik.

RIDEFINIRE LE RELAZIONI CON LE POTENZE GLOBALI

Rifiutare la militarizzazione dei rapporti con la Cina perché Pechino è un competitor economico, non un nemico militare. Semmai, è indispensabile attivare un dialogo sulla cooperazione sul clima, sul commercio e sulla finanza globale.

Collaborare strategicamente con l’Unione Africana, investendo massicciamente in istruzione e formazione, per costruire un partenariato paritario e di lungo periodo, cosa che gioverebbe anche sul fronte migratorio.

Collaborare con i BRICS+ per costruire un vero ordine mondiale multipolare, basato sul diritto internazionale e non sull’egemonia unipolare del blocco statunitense.

RIORIENTARE LE RISORSE E LE ALLEANZE

Dissociare formalmente la politica estera dell’UE dalla NATO, perché le due organizzazioni devono avere obiettivi e priorità distinti.

La prima per la diplomazia e lo sviluppo, la seconda per la difesa collettiva, in attesa di un esercito UE che non può nascere prima di un’unione politica. Perché chi lo comanderebbe e chi sarebbe disposto a ubbidire agli ordini dell’Italia o della Grecia? O dell’Olanda o della Germania? Quale soldato vedrebbe l’Europa come patria e non più la propria nazione?

Poi bisogna ridirezionare le risorse dagli aumenti di spesa militare NATO al finanziamento del Green Deal Europeo (EGD). La vera sicurezza del XXI secolo è energetica, climatica e sociale. Non bombe e droni che uccidono.

Collaborare con la Cina per co-finanziare infrastrutture nei paesi in via di sviluppo e non competere. Nella competizione si esce sconfitti, mentre la cooperazione fa crescere.

COSTRUIRE UN QUADRO ISTITUZIONALE EFFICACE

Semplificare e potenziare il meccanismo decisionale per la politica estera europea. L’unanimità nel Consiglio Europeo è un veto camuffato alla sovranità. Serve un sistema a maggioranza qualificata per le questioni di politica estera, ma non prima di aver costruito una unione dove i popoli hanno voce in capitolo e possono votare i propri rappresentati della Commissione, compreso il presidente.

Senza un’Europa nazione, l’Unione resta un mostro di tecnocrazia che impone e viene percepita da tanti europei come una sorta di dittatura leggera.

Sviluppare una capacità militare europea indipendente e credibile, con costi contenuti e ben al di sotto del 5% del PIL. Una forza di difesa che risponda esclusivamente al Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo.

Ma, anche in questo caso, serve prima la costruzione di una identità europea di nazione comune. Altrimenti nessun francese accetterà mai di restare agli ordini di un tedesco o di un greco.

LA SCELTA TRA SUBALTERNITÀ E SOVRANITÀ

L’attuale politica estera europea è costosa, pericolosa e fondata su presupposti storici e strategici errati, nonché illogici.

Questa Europa ci sta conducendo verso un vicolo cieco fatto di stagnazione economica, insicurezza perpetua irrilevanza geopolitica.

La visione alternativa esiste ed è pragmatica, coraggiosa e necessaria.

L’Europa ha ancora la possibilità, forse l’ultima, di diventare il polo di pace, stabilità e innovazione sostenibile in un mondo multipolare e può scegliere di basare la sua azione sulla diplomazia intelligente, sul diritto internazionale, sulla cooperazione eurasiatica e su uno sviluppo che non lasci indietro nessuno.

È giunto il momento di una profonda e dolorosa rivalutazione degli interessi nazionali e continentali.

La scelta è tra continuare a essere un vicario, un vassallo di un potere transatlantico in relativo declino, o prendere in mano il proprio destino.

La via della diplomazia e dell’autonomia non è una garanzia di successo, ma la subalternità è una garanzia certa di fallimento, come dimostrano le scellerate scelte con la guerra in Ucraina, che hanno portato tre anni e mezzo di morte e distruzione per ritrovarci al punto di partenza, ma con carte in mano meno forti di quelle del 2022.

La sovranità è l’unica via per una sicurezza duratura e una prosperità condivisa.

Ma servirebbero leader con forti competenze sociologiche e culturale, invece abbiamo tecnici più o meno super, bravissimi a chiederci di scegliere tra condizionatori o pace e a raccontarci narrazioni distanti anni luce dalla realtà presentata dal tempo e dai fatti.

Diciamocelo: si prevedono tempi bui.

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LA TEMPESTA PERFETTA: OCCIDENTE STRETTO TRA IL CROLLO DEL DEBITO E UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Mentre i rendimenti dei Titoli di Stato esplodono, minacciando una crisi finanziaria sistemica, la Cina di Xi Jinping disegna una governance alternativa, lasciando l’Europa a sfilare tra fili spinati e narrazioni belliciste.

USA, CINA E RUSSIA RIDISEGNANO IL MONDO, L’EUROPA PREPARA LA GUERRA

Il mondo occidentale si trova in una morsa senza precedenti.

Sul fronte interno, una bomba a orologeria finanziaria, costruita con decenni di decisioni miopi, sta per detonar.;

Il debito pubblico è una montagna che non smette di crescere, i rendimenti dei titoli di Stato sono esplosi perché i mercati, per rifinanziare i debiti sovrani, chiedono sempre di più, situazione che è il preludio a una nuova, devastante ondata inflazionistica destinata a polverizzare i risparmi di intere generazioni.

Dei gravi problemi della Francia, abbiamo parlato in questo articolo: https://tamagozine.org/2025/08/31/doveva-fallire-la-russia-invece-rischia-il-fallimento-la-francia-di-macron/

Il Giappone, poi, ha problemi strutturali che potrebbero trascinare l’Occidente a picco, come ho raccontato in questo articolo: https://www.linkedin.com/pulse/il-dominio-silenzioso-pasquale-di-matteo-tenxf/?trackingId=%2BzepMdKXRcK4D9aEyARAFg%3D%3D

Sul fronte esterno, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), un colosso geopolitico guidato da Cina e Russia, non si limita più a osservare e lancia una sfida diretta, quanto esistenziale, all’egemonia occidentale, proponendo un modello di “governance globale” alternativo, costruito su principi che scardinano l’ordine post-bellico a guida americana.

Anche se, di questi tempi, potremmo addirittura spingerci a parlare di ordine pre-bellico, viste le spinte belliciste dei leader europei.

Dunque, stiamo vivendo due crisi, una finanziaria e una geopolitica, che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso, disegnando i contorni di un futuro che è già qui.

IL FRONTE INTERNO: LA BOMBA A OROLOGERIA DEL DEBITO PUBBLICO

Per decenni, i Titoli di Stato sono stati il pilastro su cui si reggevano i portafogli dei risparmiatori e la stabilità delle nazioni. Un porto sicuro.

Oggi, quel porto è in fiamme. I rendimenti dei bond in Europa, Stati Uniti e persino in Giappone stanno raggiungendo vette che non si vedevano da un quarto di secolo.

Nel 2025, le obbligazioni britanniche a 30 anni, per fare un esempio, hanno superato la soglia critica del 5,6%, un record dal 1998.

Questo non è un semplice dato per addetti ai lavori, ma è il sintomo febbrile di una malattia sistemica. E, quando i rendimenti salgono, il valore dei titoli già in circolazione precipita.

Tradotto: il costo per gli Stati di finanziare il proprio colossale debito pubblico diventa insostenibile. La fiducia, vero e unico collante del sistema finanziario, si sta sgretolando.

Le radici del problema nascono dalla crisi pandemica.

Il blocco totale dell’economia globale fu affrontato con l’unica ricetta di una creazione di moneta senza precedenti. Sussidi, bonus, finanziamenti garantiti; una droga monetaria iniettata direttamente nelle vene del sistema.

La cura, però, è diventata il veleno, poiché questa liquidità artificiale ha prodotto la prima, violenta, ondata di inflazione, erodendo il potere d’acquisto e costringendo le Banche Centrali a una repentina inversione di rotta.

Per combattere la crescita dei prezzi, hanno iniziato ad alzare i tassi di interesse in modo aggressivo, mossa che ha innescato l’attuale catastrofe sui bond, rendendo il debito, già gigantesco, una bestia ancora più affamata e costosa da nutrire.

Di fatto, un sistema intrappolato.

IL FRONTE ESTERNO: LA SFIDA DI UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Mentre l’Occidente è impegnato a tamponare le proprie emorragie finanziarie, a Samarcanda e Tianjin si disegna la mappa del futuro.

Il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha segnato un punto di non ritorno.

Non più un forum regionale, ma il cervello di un blocco che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale.

Le parole del Presidente Xi Jinping sono state di una chiarezza disarmante: “Serve una nuova governance globale”.

Parole che non hanno bisogno di parafrasi e che non lasciano spazi a dubbi.

Una sfida diretta all’ordine mondiale a guida USA, basata su principi come l’uguaglianza sovrana e un multilateralismo autentico, volto a colmare “il gap tra Nord e Sud”.

La SCO, ha affermato Xi, deve diventare “un catalizzatore per la riforma del sistema di governance globale” e “una forza di stabilità in questo mondo instabile”. Un discorso che segna la fine dell’egemonia occidentale.

In questo blocco, la Russia è tutt’altro che isolata, come dimostra il dialogo tra Putin e il premier indiano Modi, perciò un mondo multipolare non è più una teoria, ma una realtà operativa e in divenire.

L’EUROPA IN AFFANNO: TRA NARRAZIONI BELLICISTE E FRAGILITÀ SISTEMICA

La risposta dell’Europa è una patetica sfilata.

Ursula Von der Leyen, al fianco del leader polacco Tusk, posa davanti a muri e filo spinato al confine con la Bielorussia.

L’obiettivo è chiaro: alimentare una narrazione bellicista, mantenere vivo un clima emergenziale che giustifichino le politiche dell’era von der Leyen, altrimenti fallimentari, e addirittura, se necessario, la sospensione di ulteriori libertà dei cittadini europei.

L’immagine che ne esce dalla differenza tra le strette di mano dei leader asiatici e quella di von der Leyen in mezzo ai soldati è quella di un barboncino che ringhia rabbioso al cospetto di un molosso di 80 chili, annoiato e sonnolento.

Il quadro assume i contorni della farsa quando leggiamo dell’incidente “fantozziano” occorso proprio all’aereo della Presidente della Commissione, costretto, secondo le cronache, ad un atterraggio d’emergenza per un presunto attacco informatico russo che ha mandato in tilt i GPS.

L’atterraggio, si dice, è avvenuto usando le vecchie mappe di carta. Perché anche il fato, talvolta, sa essere sarcastico.

Il contrasto è spietato: da un lato, un blocco che progetta il futuro; dall’altro, un’élite che naviga a vista con strumenti del secolo scorso e con gli ultimi anni passati a non azzeccarne mezza.

LA TEMPESTA PERFETTA, QUANDO DUE CRISI SI INCONTRANO

Qui i due fronti, quello interno e quello esterno, si fondono in una tempesta perfetta.

La debolezza finanziaria dell’Occidente crea un vuoto di potere che il blocco della SCO è pronto a colmare.

La pressione geopolitica, a sua volta, spinge l’Occidente a spendere di più in difesa, aggravando ulteriormente la crisi del debito in un circolo vizioso letale.

La via d’uscita è una sola: per evitare il default a catena, le Banche Centrali saranno costrette a fare l’unica cosa che sanno fare: intervenire, creando dal nulla trilioni di nuova moneta per acquistare quei titoli di Stato che il mercato ormai rifiuta. Sarà un Quantitative Easing sotto steroidi.

Questo intervento salverà momentaneamente i bilanci degli Stati, ma presenterà il conto ai cittadini, perché innescherà una seconda, inarrestabile, ondata di inflazione monetaria, un gigantesco e silenzioso trasferimento di ricchezza.

I risparmi, fermi in banca, verranno svalutati fino a diventare carta straccia. Il potere d’acquisto crollerà.

A prendere il volo saranno gli asset speculativi, come azioni di qualità, Bitcoin e oro.

CHI AVRÀ LA MEGLIO? LA PARTITA SI GIOCA SUL VOSTRO PATRIMONIO

La domanda, a questo punto, non è più se accadrà, ma quando. E chi avrà la meglio in questo riassetto globale?

In questo scenario, l’era della stabilità, del posto fisso e dei BTP come investimento sicuro, è definitivamente finita.

È iniziata quella della consapevolezza, della diversificazione e della strategia. La partita per la sopravvivenza economica si gioca adesso, e le regole sono cambiate per sempre.

L’Europa corre a tutta velocità verso una guerra che salvi i propri leader dal dover spiegare ai cittadini gli effetti dei loro fallimenti.

Tutto mentre c’è ancora qualcuno convinto che il problema sia Putin, oppure Trump.

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UNA VOLTA ERANO I POMPELMI 

La guerra a Gaza è una sorta di infinita tragedia che dura da oltre 70 anni. Non voglio distinguere tra chi sia il buono e chi il cattivo ma è notorio che nessuno dei due belligeranti sia “buono”.

Democratico (?) uno, Israele, il cui Parlamento è eletto certamente in maniera democratica, diciamo all’occidentale, e uno anarchico (?), una accezione certamente impropria ma che potrebbe dare l’idea, pur eletto ufficialmente dal popolo di Hamas, il cui governo è esercitato con una gestione del potere e dei territori molto “sui generis”.

I NUMERI DELLA GUERRA

E qui inevitabilmente i numeri parlano dei morti, dei rapiti, degli affamati, dei malati, degli sfollati come fossero pendolari sbattuti da una parte all’altra di Gaza a seconda delle attività dei soldati israeliani in quelle aree.

Ma anche dei camion con gli aiuti umanitari, cibo e medicinali, dei chilometri di gallerie scavate sotto Gaza, del numero dei tunnel fatti saltare da Israele…

NON TUTTI I MORTI SONO UGUALI 

Perché un conto è parlare di soldati morti in combattimento, israeliani e palestinesi, un conto sono i morti della popolazione civile deceduti sotto le bombe israeliane che hanno avuto solo la colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. 

Poi ancora i morti più innocenti, quelli che vanno a cercare qualcosa da mangiare che trovano solo la fine. 

Quei bambini palestinesi denutriti, sempre palestinesi, destinati poi a scomparire dalla faccia della terra. 

Scompaiono sotto le bombe israeliane, i giornalisti che tentano di raccontare la loro verità,..

E LE FONTI DEI NUMERI?

E qui il caos regna totale. È chiaro che in una situazione così complicata non può esserci una ricerca e una descrizione all’unità numerica. 

Le fonti sono IDF (esercito israeliano), Hamas con il suo ministero della salute e l’ufficio stampa, Al Jazeera ed altri.

A Gaza, per l’Onu, i morti sono 6000, per Hamas 62000. In questi numeri i bambini morti o feriti sono, su 2,2 milioni di abitanti a Gaza, per il 40% sotto i 14 anni e il 5% sopra i 60 anni. 

In questo totale 18.000 sono i bambini morti, 6000 sono le donne uccise.

Invece 600 sono i camion bloccati da Israele con cibo che non può essere distribuito per contrasti su chi debba esercitare la distribuzione. 

Per Hamas parla il ministero della salute, ma anche l’ufficio stampa, come si diceva. Ma quella è la fonte che viene considerata ufficiale dalla parte palestinese. 

A parte la tragicità dei numeri, La maggior parte di quali si riferisce alle morti sotto le bombe israeliane, quello che è sintomatico è l’irrilevanza prestata alla verità. 

L’abbiamo già detto, è difficile in situazioni come quelle attuali, attribuire certezza ai dati forniti dalle parti in guerra.  

Quello che sembra certo e che i numeri esibiscono una nuova lettura della guerra. 

Hamas ha ammesso candidamente che più morti palestinesi ci sono, più la loro causa nel mondo progredisce. E il resto del mondo partecipa a modo suo e partorisce spesso interpretazioni ufficiali fuorvianti. Nessuno escluso. 

Durante le guerre ci sono morti e atrocità. In tutte. Ma in una guerra è sempre stato così e sempre sarà così. 

La guerra mediatica che forse è la più infame perché gode di impunità e immunità e da sempre favorisce il miglior comunicatore che, quasi sempre, sta dalla parte che viene giudicata vessata.

Nella percezione collettiva, Il debole deve vincere sempre perché nell’immaginario del popolo Davide contro Golia ha sempre la possibilità di vincere. Ma la storia ci racconta una realtà diversa.

Perché contro uno più forte di te non hai scampo se ti metti a guerreggiare. Allora se non puoi rispondere, partecipare attivamente facendo sentire la voce delle tue armi, devi fidarti alla mediazione politica gestita, offerta da terzi super partes.

Allora gridi all’infamia dell’aggressore o difendi per partito preso l’aggredito o rispondi con azioni individuali suggerite dal tuo status e dalla tua presunta capacità di dare risposte alla voglia di incidere, anche da lontano, partecipando ai loro conflitti e prendendo le difese di Israele o di Hamas.

IL MONDO RISPONDE A MODO SUO 

A parte le proposte formulate da mediatori internazionali o dalle organizzazioni sovranazionali, le relazioni tra Israele e il resto del mondo sono spesso considerate un veicolo o da salvaguardare o da contrastare. 

Come inevitabile, a seconda di come consideriamo le vicende ebraiche e lo stato che le rappresenta, Israele, le posizioni sono molto distanti. 

Il mondo arabo non si fa sentire se non con qualche timido assaggio bellico dell’Iran e di qualche gruppo terroristico sostenuto dagli Ayatollah come gli Houthi nello Yemen o altri gruppi della galassia terroristica.

IL SILENZIO DEI FORTI O DEI DEBOLI? 

Per il resto silenzio compiaciuto o attendista.

Noi siamo abituati a pensare che in una guerra come quella farà Israele e Hamas, al di là delle vicende belliche, il mondo debba occuparsi di disinnescare le armi. Salvo poi continuare a fornirle ai contendenti.

Chi pensa che non sia più necessario fornirle, chi pensa sia meglio affidarsi alla politica, chi partendo dal popolo, pensa che ognuno debba fare la propria parte. 

Per cui partono attività di boicottaggio, disinvestimento… Quello che fa ad esempio BDS Italia.

Penso che pochi conoscano BDS Italia, ma il loro sito è chiaro e illuminante. 

Una visita può fornirci qualche spunto di dialogo e critica. Oltre di qualche riflessione seria.

GLI EFFETTI NEGATIVI DEL BOICOTTAGGIO

Pochi però pensano quale possa essere l’effetto negativo che alcune di queste attività di contrasto rispetto al mondo imprenditoriale e produttivo israeliano possono produrre anche nei paesi in cui questi investimenti sono stati realizzati e ora, alla luce di una guerra economico finanziaria strisciante, possono esserci degli effetti fortemente negativi. 

È di questi giorni la notizia che Teva, il produttore di medicinali e dei principi attivi israeliano che ha stabilimenti anche in Italia, ha deciso di ridurre, se non chiudere qualche stabilimento nel nostro paese. Sono 1500 i dipendenti di Teva in Italia ma si prevedono altre riduzioni di personale. 

Un conto è non comperare più frutta esotica prodotta in Israele, un conto è contrastare la produzione industriale realizzata in altri paesi con effetti nefasti sull’occupazione. 

Sono lontani i tempi in cui si chiedeva di non comperare i pompelmi perché prodotti in Israele.

Quello era un boicottaggio simbolico e di bassa lega, ma dove ognuno, esercitando il proprio diritto di scelta, pensava che ci fosse un messaggio chiaro e definitivo nei confronti della politica espansionistica di Israele. 

ERANO ALTRI TEMPI: SOLO PIÙ ROMANTICI?

Niente di più fallace e di meno simbolico. Ma ogni azione allora contava per esprimere la propria contrarietà.

Oggi ci vuole molto di più e non credo che il boicottaggio di Teva e di altre aziende che hanno rapporti con Israele e sono dislocate sul nostro territorio o su quello di altri paesi abbiano significato reale rispetto al Pil del Paese Israele. 

O meglio, sì, quello che si ritorce contro chi l’ha decretato. Se volete una voce in più, magari scomoda, ISREAELE360.com

Vi rimanderà su Facebook e lì potrete leggere un’altra versione. Io lì non ho trovato niente sulla guerra israelo- palestinese, ma sulle azioni conseguenti (partecipazioni ad eventi, cancellazioni di iniziative che coinvolgevano Israele,…).

Collegati a questo pezzo vi sono alcune letture che penso possano essere illuminanti quantomeno per fare dubitare che esista una sola realtà. Fake news a parte. Buona lettura e buone riflessioni.

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UN RAPPORTO SUI DIRITTI UMANI HA RIVELATO LE COMPLESSE VERITÀ DEL CAMPO DI BATTAGLIA E LE TRAPPOLE DELLA GUERRA DELL’INFORMAZIONE.

La guerra si combatte con le armi, ma si vince con le parole.

No, non è una massima filosofica, ma la cruda realtà strategica del XXI secolo. Della nostra contemporaneità.

Ogni comunicato, ogni rapporto, ogni immagine diventa munizione in un conflitto che si estende ben oltre le trincee fisiche e le pallottole o i missili si sparano a ogni ora.

Il 4 agosto 2022, Amnesty International ha lanciato una notizia che è diventato un detonatore mediatico e strategico di portata mondiale.

Il suo comunicato diceva: “Ucraina: le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo i civili”.

Un’evidenza che ha scosso il fronte occidentale, armato la propaganda russa e sollevato interrogativi fondamentali sul ruolo degli osservatori neutrali in un mondo brutalmente polarizzato.

Questo articolo non si limita a ripercorrere la cronaca di una controversia, ma intende condurre un’autopsia del testo, del contesto e del pretesto.

IL CONTESTO DIPLOMATICO – UN DIALOGO TRA SORDI

Per comprendere l’impatto del rapporto di Amnesty, bisogna prima capire il palcoscenico su cui è caduto, un palcoscenico desolatamente vuoto di diplomazia.

Da un lato, Mosca insiste per affrontare le “cause profonde” del conflitto, un linguaggio in codice per discutere l’architettura di sicurezza europea e l’espansione della NATO a Est; dall’altro, l’Occidente, e in particolare l’Europa, si aggrappa all’idea di un cessate il fuoco, una soluzione che congelerebbe il conflitto senza risolverne le radici.

In mezzo i volenterosi belligeranti, da Macron a Kallas, che vaneggiano, pretendendo che la Russia si ritiri dai territori conquistati.

La diplomazia è ferma e se questo stallo continuerà, la soluzione non sarà trovata al tavolo dei negoziati, ma imposta sul campo di battaglia dalla potenza più forte: la Russia.

L’Occidente ha perso la ragione, oltre alla guerra.

L’ACCUSA – IL “MODELLO” UCRAINO SECONDO AMNESTY

Il 4 agosto 2022, Amnesty ha pubblicato le sue scoperte.

L’organizzazione accusava le forze ucraine di aver adottato un “modello” di tattiche che violava il DIU e metteva a rischio i civili.

I punti salienti dell’accusa erano molteplici.

I ricercatori avevano documentato almeno 19 casi in città e villaggi dove le forze ucraine avevano stabilito basi e operato con sistemi d’arma all’interno di aree residenziali popolate.

Nello specifico, l’esercito ucraino è stato accusato di usare 22 delle 29 scuole visitate e 5 ospedali come “basi militari de facto”, trasformando di fatto queste strutture protette in obiettivi militari legittimi.

Amnesty, inoltre, ha dichiarato di non essere a conoscenza di casi in cui i militari ucraini avessero chiesto o assistito i civili ad evacuare le aree circostanti, venendo meno al dovere di prendere “tutte le precauzioni possibili”.

Questi posizionamenti, secondo il comunicato, avevano direttamente provocato attacchi russi che avevano ucciso civili e distrutto infrastrutture.

La Segretaria Generale, Agnès Callamard, ha chiosato: “Essere in una posizione difensiva non esenta l’esercito ucraino dal rispetto del diritto umanitario internazionale”.

Una frase legalmente ineccepibile, ma politicamente esplosiva, che cambiava la narrazione dell’aggressore e dell’aggredito, tanto caro alla propaganda russofoba.

Perciò, ai volenterosi non poteva andare giù.

L’AUTOPSIA LEGALE – FATTI CORRETTI, CONCLUSIONI AFFRETTATE

La reazione fu immediata e feroce.

Per placare le acque, Amnesty International commissionò una revisione a un comitato di cinque tra i più autorevoli esperti di DIU al mondo.

Il loro rapporto è stato un capolavoro di analisi forense, che distingue nettamente tra fatti, interpretazioni e comunicazione. Ma, ancor di più, un capolavoro di politichese, che, di fatto, edulcora le conclusioni dello studio a favore della narrazione della propaganda occidentale.

I fatti elencati nel documento di Amnesty erano corretti, ma i fatti, da soli, non fanno il diritto.

Il comitato ha demolito, pezzo per pezzo, la solidità delle conclusioni legali di Amnesty.

Anche se restano intatti i fatti, inequivocabili. Che non cambiano di una virgola la prepotenza dei concetti espressi.

L’errore capitale di AI, per i revisori del documento, sarebbe stato affermare con certezza che l’Ucraina aveva violato il DIU.

Il concetto di “precauzioni fattibili” è complesso e dipende dal contesto, perciò, senza conoscere le valutazioni militari ucraine, sarebbe stato impossibile concludere categoricamente che esistessero alternative “ugualmente benefiche dal punto di vista militare”.

Amnesty avrebbe dovuto usare un linguaggio condizionale: “potrebbero aver violato”.

Semantica, solo semantica. E quando resta solo il gioco della semantica, significa che i fatti sono inoppugnabili. E fanno male alla narrazione della propaganda anti-russa.

Ma andiamo avanti nella rivisitazione dei fatti.

L’uso di termini come “modello” (pattern) e la struttura narrativa del comunicato avrebbero involontariamente creato una percezione di falsa equivalenza morale tra le azioni dell’aggressore (la Russia) e quelle del difensore (l’Ucraina), dando l’impressione che le vittime civili fossero una conseguenza quasi meccanica e ugualmente colpevole delle tattiche di entrambe le parti.

Anche in questo caso, si gioca sulle parole per cercare di sorvolare sui fatti, che, tuttavia, restano evidenti e incontrovertibili, tant’è che anche tentare di rivalutarli è stato impossibile, se non giocando sui tempi verbali e sulla semantica.

Il comitato ha poi criticato Amnesty per non aver intrapreso un “dialogo” con le autorità ucraine durante la fase investigativa, limitandosi a un formale “diritto di replica” a ridosso della pubblicazione.

Questo, sempre a detta del comitato, avrebbe impedito di raccogliere informazioni essenziali per un giudizio equilibrato.

Come non bastasse, sempre a giudizio del comitato, un comunicato stampa di 1700 parole sarebbe uno strumento inadatto per affrontare questioni legali e militari di tale complessità.

La necessità di sintesi avrebbe portato a una semplificazione eccessiva e a una perdita di precisione cruciale.

Un po’ ciò che è accaduto con le tante info da bar su pale e microchip, ma sorvoliamo.

LA GUERRA DELLA NARRATIVA E LE SUE VITTIME COLLATERALI

Ciò che questo episodio rivela va ben oltre i confini di Amnesty International, poiché dimostra la natura della guerra moderna, in un’epoca di guerra ibrida, dove l’informazione è un dominio operativo al pari di terra, mare e aria, e la neutralità è un’impresa quasi impossibile.

Il rapporto di Amnesty è diventato un’arma che piaceva poco all’Occidente, perché ne smontava la narrazione.

La Russia lo ha immediatamente brandito per giustificare i propri attacchi indiscriminati, – e nessuno nega l’aggressività russa, – sostenendo che erano le forze ucraine a nascondersi tra i civili.

La stessa scusa ripetuta più volte da Israele, dopo le sue numerose stragi compiute a Gaza. Solo che, in quel caso, l’Occidente non ha mai messo in discussione tali affermazioni.

L’Occidente, d’altra parte, anziché prendere consapevolezza della verità portata alla luce da Amnesty, l’ha accusata di fare il gioco del Cremlino, minando lo sforzo bellico di una nazione che combatte per la propria sopravvivenza.

Le vittime collaterali, qui, non sono state solo la reputazione di Amnesty International, la verità e il buonsenso, ma potenzialmente il concetto di monitoraggio imparziale dei diritti umani e la volontà di voler affrontare il concetto stesso di diritti umani.

Se anche un’organizzazione con decenni di esperienza viene messa in discussione quando porta alla luce verità che vengono percepite come scomode a una certa propaganda, quale speranza c’è per un’informazione equilibrata?

OLTRE LA CONTROVERSIA, UNA LEZIONE SULLA VERITÀ IN GUERRA

Le constatazioni fattuali dei ricercatori sul campo dimostrano che anche nella più giusta delle guerre difensive, la protezione dei civili rimane un obbligo sacro e complesso. Altrimenti, non sei diverso da chi consideri aggressore.

In guerra, la prima vittima è la verità, e la responsabilità di chi cerca di documentarla è immensa, così come i pericoli che corre, perché a tanti non piacciono certe conclusioni della verità.

Cosa che sanno molto bene quelli accusati di essere putiniani, filorussi o altre supercazzole sul tema. Ancora meglio, lo sanno le famiglie dei giornalisti ammazzati dall’esercito israeliano dal 2023 a oggi.

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