FOTOGRAFIA, UN MONDO DA SCOPRIRE. TRA IDEE, INVENZIONI E INNOVAZIONE.

Non gradisco che mi riprendiate nemmeno di schiena mentre sto copulando con Belen! Non è bello né elegante!

Lo so, non succederà mai, ma giusto per solleticare l’immaginario collettivo pruriginoso, parto così alla grande! E poi, quale Belen?

MA COS’È LA FOTOGRAFIA? 

La fotografia è come fermare un attimo. Ma è molto di più. È Arte, documento, informazione, denuncia, passione e pensiero.

Lo dice Giuseppe Santagata, che ne sa certo più di me, ma che mi piace condividere. La fotografia è arte e quindi la possiamo ospitare su TZ. 

E, sempre per citare Santagata, la fotografia è la fusione di due attimi indissolubili e distanti tra di loro. È forse la più coerente fra le varie spiegazioni.

NASCITA DELLA MACCHINA FOTOGRAFICA 

Era l’anno di grazia 1826 quando Joseph Nicephore Niepce scatta la prima fotografia della storia utilizzando una macchina primitiva. La fotografia si intitolava “vista della finestra di Le Gras”. 

In realtà era un foglio di peltro rivestito di bitume.  Per fare quella foto occorsero molte ore, ma era l’inizio di una nuova era. 

Nel XIX secolo però, tutto cambia: sia macchine fotografiche sia la produzione di pellicole evolvono. 

Nel 1888 Kodak inventa la prima fotocamera a rullino e così la fotografia diventa accessibile a un pubblico molto ampio e oggi, grazie agli smartphone, dove la fotocamera è digitale, la fotografia è diventata più accessibile che mai. 

Ma al di là della tecnica la fotografia è e resterà sempre una forma d’arte.

LA FOTOGRAFIA OGGI

Potrebbe essere facile a dirsi; è sempre una forma d’arte. Catturiamo momenti preziosi e li conserviamo per sempre.

La fotografia inizia con la cattura dell’immagine, magari rubata con un dispositivo smartphone, come elemento di base, poi può essere salvata ed elaborata.

Se vogliamo possiamo stamparla o digitalizzarla e ne facciamo una storia, magari da condividere on line. 

Ormai abbiamo abbandonato le belle stampe in bianco e nero e i bei racconti che si possono vedere quasi esclusivamente durante le mostre di settore o nei musei.

Più semplicemente, ma solo ultimamente, può essere che ci siamo abituati ad una comunicazione visiva legata al mondo della quotidianità che esprime le nostre sensazioni

Catturando le immagini in un editing fotografico in concomitanza con un software che ne modifica spesso contenuti, atteggiamenti, significati.

Cambiando e montando sfondi a secondo dell’occasione – o necessità – cioè mistificando la realtà dello scatto fotografico, raccontiamo un’altra storia.

I FOTOGRAFI E I LORO RACCONTI 

Chi ha fatto della fotografia la propria professione si è dedicato generalmente a settori specifici per raccontare una verità: la propria. 

Così esistono i fotografi specializzati nella moda, nel gossip, nello sport, nello spettacolo, nei ritratti, nella natura, nel raccontare la guerra…

E poi c’è chi intorno a quelle fotografie ricama le storie, i racconti, le tragedie, a volte le bugie.

Perché un gossip non è bello se non c’è un presunto fatto di corna (non di cronaca), una cena rubata clandestina, un bacio sulla guancia raccontato, presentato dalla foto come un prossimo abbandono di coppia.

Sì, perché così si interpretano meglio la foto e la notizia pubblicata.

Poi magari il tutto ha bisogno di smentite e quindi giù a scrivere e a farsi leggere.

C’È FOTO E FOTO

La foto di guerra non è significante se non c’è un cadavere (leggere: una persona morta) squartato dalle bombe del nemico, un bambino orfano da far vedere e poi sbattere in prima pagina, una esplosione accecante, un cannone fumante.

Ci sono le foto dei vincitori e dei perdenti nello sport (tutto) per alimentare cronaca e business.

Le foto raccontano le devastazioni delle guerre (deglutiamo più danni materiali che vite umane), le tragedie del mare, gli effetti dei terremoti, gli incendi delle foreste (e mai dei piromani), la natura violentata (mai i violentatori.

Sì, ci sono anche le foto dei reali d’Inghilterra, della nascita del leoncino allo zoo, del nuovo amore fra un ricco fortemente datato e la novella pulzella con la nuova travolgente storia d’amore (leggi: l’età di lei e la durata dell’innamoramento), e altre storie memorabili. 

Insomma ce n’è per tutti i gusti. Ricordando tra le tante anche le foto pubblicitarie dell’azienda dei maglioncini rigorosamente a tinta unita proposte dall’irriverente fotografo di turno.

DOVE E COME TI IDENTIFICHI IN QUESTE DEFINIZIONI?

Vorrei chiudere con una serie di citazioni di persone illustri, o meno, nelle quali potreste ritrovarvi o dissentire. Io ve le propongo. A voi la scelta.

Marcel Proust. La fotografia acquista un po’ della dignità che le manca quando cessa di essere una riproduzione della realtà e ci mostra cose che non esistono più.

Helmut Newton. Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare: tre concetti che io sono l’arte della fotografia.

Giorgio Rodger. Ogni cosa che vedi in basso, sul vetro della tua Rolleiflex è la realtà-le cose come sono. La fotografia è cosa deciderà di farne di tutto ciò.

Richard Avedon. Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia e come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.

Robert Doisneau. Non mi sono mai chiesto perché scattassi delle foto. In realtà la mia è una battaglia disperata contro l’idea che siamo tutti destinati a scomparire. Sono deciso ad impedire al tempo di scorrere. È una pura follia.

Henri Cartier-Bresson. La fotografia può raggiungere l’eternità attraverso il momento.

Preda. La fotografia è un furto di identità. Riconoscersi in una foto scattata da altri fa venire i brividi rispetto alla conservazione di quel momento che vorresti fosse solo tuo. Ma, in fondo, ti piace.

DANZA. UN MONDO, UN CONCETTO, UNA FILOSOFIA

La danza non è il ballo. Il balletto non è la danza.

I movimenti del corpo sono danze? In discoteca si balla? C’è una danza dell’anima, della mente? Non vorrei aver contribuito ad affossare un concetto lirico per eccellenza.

Certo ha mille sfaccettature e molte proposte di lettura. Ecco, allora è meglio fare innanzitutto un po’ di chiarezza su cosa si intende per danza e recuperare qualche testo sacro.

Ma la danza è innanzitutto una forma d’arte e come tale, per noi, ha pieno titolo per essere ospitata in TZ (tamagozine.org). 

Nell’ immaginario collettivo ha sempre rappresentato una forma di espressione con dei significati molto diversi a seconda di chi la pratica, di chi la interpreta e del significato che vuole trasmettere.

Chiaro quindi anche che dobbiamo porci nell’aspettativa di chi vede, sente, interpreta o magari partecipa all’atto scenico. Ma il palcoscenico su cui si dipana la danza è il racconto dell’anima, delle relazioni, dei desideri, dell’io dei protagonisti. 

LEGGERE LA DANZA 

O può essere la rappresentazione della rabbia delle mie frustrazioni, delle mie incapacità, dei miei tormenti, dei miei fallimenti. Ma non è la stessa cosa di quando io provo a mettere per iscritto quello che ho già “descritto” sopra? No. 

Nella danza raggiungo qualcosa che deve essere immediatamente vista, recepita, interpretata, macerata, digerita. Pronta per un nuovo quadro.

È un momento, non ho il tempo per riflettere come quando sto leggendo e rileggendo una pagina di un libro di cui non ho compreso appieno il significato. Quel tempo è già passato e la pagina del libro della danza diventa un altro racconto.

Nessuna distrazione ammissibile. Nessun libretto accompagnatorio che ti indichi la via giusta per comprendere il significato. Devi essere tu a capirla. Altrimenti è meglio che resti a casa. Ci sono altri modi saggi per occupare il tempo. 

Ma se pensi che la danza sembra sia nata almeno 11.000 anni fa in India nelle incisioni rupestri di Bhimbetka e che poi ha subito tutte le variazioni e i suoi significati sono mutati a seconda delle interpretazioni, possiamo ben dire che ad essa vengono attribuiti molteplici e benefici fattori.

SOLO DANZA O ANCHE BENESSERE?

Contribuisce al benessere fisico, alle interazionI con il prossimo, fa rinascere nuove emozioni, ritma la vita, aiuta a liberare la mente…

Cioè è la terapia del benessere, e sembra l’antidoto a tutti i mali. 

Se fosse così non avremmo bisogno di altro. Ne di medicine, ne di stregoni, ne delle distorte relazioni moderne.

Si danza con riti propiziatori, invocando la pioggia, la salute, la maternità che non arriva o per invitare gli spiriti (buoni o cattivi) a compiere la loro missione.

“La danza nasce come momento sacro e di aggregazione divenendo nel corso del tempo una forma di intrattenimento e spettacolo sempre più compiuta”. Sembra essere questa la definizione che ho preso il prestito che forse più si adatta alla realtà.

Ma se facciamo un salto indietro verso il diciassettesimo secolo è proprio in Francia che la danza comincia ad assumere la forza che gli riconosciamo oggi.

Ma danza e musica sono un tutt’uno. La musica strumentale di quell’epoca si sposa perfettamente con le rappresentazioni esibite nelle corti europee e comincia a diventare raffinata ed esclusiva. Nell’Ottocento, in occidente, conobbe il massimo splendore. 

LA DANZA NEL TEMPO

La danza classica ad esempio ha origine nel 1661 in Francia quando Luigi XIV fondò a Parigi una delle più prestigiose accademie di danza per razionalizzare i movimenti e codificare le cinque posizioni che anche oggi si studiano nella danza classica. Si fissarono le regole dell’esecuzione dei principali passi con una denominazione in francese.

Ma ancora oggi esiste l’obbligo di un abbigliamento rigoroso imposto allora e valido anche come l’uso di scarpette a punta ed il tutù ad iniziare fin dall’età giovanile. 

La danza moderna invece esibisce un minor rigore e rappresenta quasi una sorta di ribellione ai rigidi dettami classici. Si danno più spazio alle sensazioni provate liberandole in un flusso di passione e armonia. 

E notevoli sono le coreografie e le improvvisazioni. In Europa in America chi non ricorda Isadora Duncan che ha definito la danza contemporanea. Era la fine della seconda Guerra mondiale e la definizione era proprio quella di una rivolta verso l’accademismo, liberando la filosofia del movimento, introducendo un’armonia del corpo lontano dal rigore formale.

Un’ampiezza di comportamenti favoriva e determinava il fluttuare del corpo sul palcoscenico. Era il corpo il centro della nuova dimensione della danza e l’improvvisazione era l’accompagnamento perfetto sottolineata dalla musica. Ecco il connubio perfetto: le musa ispiratrici intorno alla quale ruotava la performance.

E OGGI?    

Ma facciamo ancora un passo in avanti ricordando ad esempio la danza sportiva, le danze caraibiche latino americane, il jazz o più recentemente hip hop, break dance, la disco o la Urban dance che si riferisce a performance che danno origine a esibizioni fortemente coreografiche in spazi pubblici. 

La più famosa rappresentazione è della break dance nata nel Bronx intorno al 1975 ad opera dei giovani afroamericani che venivano emarginati dalla società.  Qui si entra in contatto diretto con lo spettatore ed è ormai diffusa in tutto il mondo con esibizioni sempre più spettacolari e quasi a diventare uno stile di vita. 

Particolare attenzione va forse rivolta alla musica latino americana con movimenti pittoreschi, taglienti e sessualmente coinvolgenti come samba, rumba, tango, paso doble o l’innovativa Kizomba che combina elementi della Samba con stili musicali derivati dalle Isole caraibiche francesi.

Queste danze sono un trionfo di bellezza e sensualità. Nel tango, ad esempio, sguardo e movimenti del corpo ipnotizzano e rendono palpabile l’alchimia che affascina i ballerini e chiunque ne ammiri la coreografia o semplicemente l’esibizione.

CORPO, AMORE, SANTI E MENTE

Quindi per ritornare all’incipit di questa divagazione sulla danza possiamo dire che è la forma d’arte che più si accosta all’assoluto, al Divino capace di abbattere i confini spazio temporali regalando attimi di eternità ed unendo l’anima esecutrice e quella spettatrice attraverso bellezza e amore.

Sembra esserci un binomio inscindibile tra danza e amore. A questa alleanza è stata dedicata anche una giornata mondiale, il 29 aprile, nell’intento di mettere insieme bellezza e amore che possono salvare al mondo. 

Ma prendiamo a prestito pure i santi. Sant’Agostino per esempio diceva “lodo la danza perché libera l’uomo dalla pesantezza delle cose e lega l’individuo alla comunità punto. Lodo la danza che richiede tutto, favorisce la salute e la chiarezza di spirito eleva l’anima”. 

Ed è certamente vero perché la danza è il connubio tra mente e corpo che dobbiamo sempre più coltivare. Il ballo può essere quindi uno strumento di esplorazione, indagine e comprensione del nostro mondo interno. 

Sempre per scomodare i saggi, nel 2017 uno studio ha dimostrato che chi esegue un programma di apprendimento di danza, aumenta in modo significativo la materia grigia fattore di crescita neuronale e il volume della regione dell’ippocampo. 

Quindi, secondo questo studio, danza e sviluppo del cervello sono fortemente interconnessi. Ma il movimento non propriamente inteso come danza produce cambiamenti nel cervello e viceversa. 

Leggendo il corpo si può risalire allo stato emotivo. Per chi sa leggere questi movimenti si possono riconoscere emozioni e i comportamenti illuminano il pensiero e lo traducono. Un esempio per tutti: quando un atleta vince una competizione, esulta in generale alzando le braccia al cielo godendo così di un momento magico mentre la classica postura di sconfitta si esprime con schiena curva che chiude il corpo. 

Qualcuno obietterà che tutto questo non c’entri nulla con la danza. Niente di più falso ed è stato dimostrato anche scientificamente: la danza può aiutare il corpo a comunicare con il cervello e gli effetti di questo connubio possono essere utili a implementare lo sviluppo intellettivo a proteggere, rallentare e migliorare le condizioni cognitive in alcune patologie degenerative (lo dicono i saggi). 

L’ANIMA DANZA? 

Ma c’è un’altra lettura olistica della danza chiamata Anima che avanza dove le braccia si muovono in maniera completamente indipendente dalla volontà del suo proprietario e sono loro che sentono le forze che lo avviluppano andando a caccia di nuove sensazioni. 

Non sono io a dirlo ma cito: “il corpo tutto si fonde con la musica e quando questo accade l’anima si accende e si connette con la fonte, con il tutto, con il divino. Comunque ti piaccia chiamarlo.”

In sostanza, secondo questa visione, i molti che animano la stanza in cui ci “esibiamo” non urtano da nessuna parte, arrivano vicinissimi a pareti, mobili ad altri che sono in compagnia ma non vanno mai a sbattere, non inciampano, non credono che quanto sembra che stia per accadere, all’ultimo istante il corpo scarta l’ostacolo e si rimette in equilibrio. Noi non vediamo ma lui quando siamo connessi vede per noi. 

Sempre secondo questa lettura ci sentiamo come se avessimo 4 anni e insieme quaranta anni. E insieme quattro secoli o millenni; ci sentiamo come se esistessimo da sempre e per sempre presenti in ogni istante del tempo. 

È l’anima che danza baby! E le virgolette danzano nella mente che non è un termine tecnico, specifico, rituale in un campo particolare come la danza ma può essere interpretata in diversi modi in base al contesto.  Generalmente si riferisce a un’esperienza di movimento mentale spesso associata alla creatività all’immaginazione alla consapevolezza e al flusso di pensieri.

NEUROSCIENZA E DANZA: UN’ ALTRA VISIONE

È una possibilità bella e seducente che può farci comprendere la dimensione dell’umanità per scoprire come da una sillaba nasca il suono guidata dal battito del cuore di una madre e le architetture nervose di un nuovo piccolo cervello lo condurrà fino alla gerarchia di valori dell’essere umano.

Un risultato scientifico della neuroscienza è che il rapporto tra significante e significato è il medesimo in qualsiasi lingua: ogni parola stimola le stesse aree cerebrali e l’incontro inaspettato della voce dell’arte e della poesia nel recinto della scienza, diventa una danza quindi di parole e semantica di un progetto che danza con le parole. 

Un sogno della scienza lungo come dodici volte la distanza tra la terra e luna. Perché ballare, danzare, muoversi anche in maniera scoordinata, al ritmo della vita è il meglio che possiamo fare. Se usiamo anche il cervello. Il ballo del qua-qua è un’altra cosa.

Non lo dico certo solo io ma lo ricordo.  Volentieri. 

Può essere? why not. 

L’ARTE È AZIONE. PAROLA DI PREDA

È dai primi anni del secondo decennio del XXI secolo che il mondo si confronta con esercizi di geopolitica che a volte sembrano fantapolitica.

Pandemie, guerre più o meno dichiarate, genocidi reali ma non dichiarati, mandati di cattura internazionale nei confronti di criminali di guerra mai eseguiti, caduta verticale della percezione di sicurezza, organi di rappresentanza collettiva incapaci di far rispettare le regole che loro stessi hanno dettato.

In questo terribile, ma autentico baillame, l’arte ha o deve ricavarsi un ruolo che la possa proiettare verso un palcoscenico di autenticità sociale.

Preda ritorna con una nuova serie che riflette sul rapporto contraddittorio tra soggetti e situazioni e sfrutta l’ironia per svelare le incongruenze del presente d’oggi. 

ARTE E FILOSOFIA.

Socrate diceva che l’ironia è “l’arte di fare domande” e come tale è uno strumento unico che permette agli uomini di avere uno sguardo più lucido e disincantato sulla realtà poiché è in grado di svelare anomalie e contraddizioni. L’arte è questo, pena la sua estinzione! 

Già il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (2016) individuava una possibilità di salvezza dell’arte esercitando un “destino ironico” e descriveva le nuove correnti artistiche come “un fenomeno di indole equivoca perché equivoci sono tutti i grandi fatti di questi anni in corso “. 

REALTÀ ED APPARENZA. 

Ma già agli inizi del XIX secolo qualcuno aveva dichiarato che l’ironia è la più alta categoria estetica ed aveva eletto il poeta moderno come l’ironista per eccellenza. Quest’ultimo infatti dopo aver sottoposto ad una attenta critica i materiali tradizionali prodotti (oggi frutto di un consumismo sfrenato) li utilizza e li trasforma radicalmente conducendo l’arte verso l’indistinzione fra apparenza e verità fra il serio e lo scherzoso. 

Nel suo perenne tentativo di creazione di un orizzonte reale, l’arte non si libera del suo concetto di verità ma questa viene semplicemente trasferita in un altrove cui si risale non già perché sia possibile raggiungerla ma perché il risalimento è compito fine a se stesso.

Ed è per questo che le persone che si rifiutano di riconoscere nella farsa l’essenziale vocazione dell’arte, sconcerta maggiormente la loro sensibilità. 

PREDA E LE NUOVE CONSAPEVOLEZZE

Spunto per queste riflessioni è la nuova serie di Preda che esercita un confronto fra opere di artisti famosi che hanno avuto felice accesso all’ironia e al sarcasmo messi a confronto con le sue realizzazioni che richiamano comunque l’originale di quell’artista. 

Così scomodiamo inizialmente Piero Manzoni, Arturo Carmassi, Neri Pozza giusto per iniziare. 

L’IRONIA DI PREDA 

Sia chiaro, nessun intento dissacratorio nei confronti di questi Maestri che sono e restano grandi ispiratori e i protagonisti del mercato, ma semplicemente la voglia di ironizzare giocando il ruolo del confronto fra le varie anime degli artisti che di volta in volta verranno presi come esempio di Alta arte messa a confronto con l’opera di Preda che ha il solo scopo di recuperare i valori degli autori originali riconoscendo il ruolo che hanno e continuano ad avere nel panorama artistico internazionale. 

Così come, per esempio, abbiamo sacrificato una autentica “Merda d’artista” di Piero Manzoni (n. 89 editata dalla Fondazione nel 2013 in occasione del 50° anniversario della morte), per passare ad un collage “BandPataBitte” opera autentica del Maestro Arturo Carmassi (archivio numero 0013/2015) e poi ad un altro collage, produzione poco nota, di Neri Pozza, incisore, scrittore, editore la cui opera più rappresentativa e nota è stata certamente quella dell’incisione. 

IL VALORE DELLE OPERE D’ARTE. 

Nulla togliamo al loro valore, alla loro impronta artistica, alla loro quotazione di mercato e alla simbologia che hanno rappresentato e che continuano a rappresentare. Perché sono tre Maestri indiscussi e particolarmente rappresentativi sul fronte dell’ironia e del sarcasmo con i loro trascorsi artistici ben definiti.  

Per ognuno di loro, è ben impressa la volontà di usare le armi proprie dello humor, muovendosi sul registro del grottesco e della caricatura. Così facendo invece viene delegittimata l’arte intesa come oggetto di mercato e quindi come semplice valore capitalistico. 

IO E PIERO (MANZONI). PROVOCAZIONE DI PREDA

Chi più irriverente di lui all’inizio del XX secolo. Sottratto alla vita troppo giovane, (aveva trent’anni) , dall’inizio della sua attività artistica fino alla sua morte ha saputo ricordarci quanto effimera sia l’esistenza e vuoto il nostro cammino. 

Meglio una forte ironia come ha potuto esprimere Arturo. Ma ancora più ironica sembra la caricatura di Preda che scaturisce dal confronto. “Cibo” e “Merda” hanno la stessa matrice

I TABÙ NELL’ARTE.

Rompiamo ancora più pesantemente e, speriamo, definitivamente il rapporto fra opera, firma, valore intervenendo su un’operazione artistica che di per sé è mistificatoria. 

LA PRODUZIONE IRONICA DI PREDA

Qui presentiamo inizialmente due opere per ogni artista sopra citato messe a confronto, consapevolmente diverse in termini temporali, di valore e con autori ovviamente diversi ma unite da un forte senso di irriverenza e sarcasmo. In tutti i casi sembra prevalere l’ironia. 

DISNEY E TOPOLINO. 

Epoche diverse, uguali nei confronti di un mondo consumistico dove gli oggetti dell’attenzione sono inizialmente i lettori più piccoli, i più esposti, manovrati inconsapevolmente dalla grande editoria e dal pensiero dominante di allora (anche di ora?).

DISNEY E LA RICCHEZZA

Disney imperava, Disney era il ricco zio d’America, Disneyland era il parco giochi più grande del mondo, era la ricchezza, il benessere! Per definizione. 

Ma se ci fermiamo su quello che è rappresentato dalle icone di Paperino, Pluto e soprattutto Paperone che popolano le superfici delle due opere, nulla ci sembra che sia cambiato e che in qualche maniera faccia riferimento ad un vissuto diverso: un distacco temporale così ampio non cambia il ritmo. 

ARTE E MERCIFICAZIONE.

La stessa mercificazione, spesso inconsapevole, attenta solo al lato estetico, induce a leggere solo questo conosciuto dimenticandosi di rappresentare lo stesso grido di facciata. 

IO E ARTURO.

Arturo Carmassi ha passato diverse fasi artistiche. Inquieto sperimentatore, utilizzatore di molti materiali, di molte tecniche, di molti linguaggi ma mai fini a se stessi. In questo c’è una comunanza non casuale tra Preda e Carmassi.

Nulla di irriverente da parte dell’autore contemporaneo ma un desiderio sfrenato di verità e di confronto con un mondo che cambia solo di facciata. È impossibile non appartenere a questo girotondo curioso e inquietante e non approfondire con uno sguardo critico e profondamente preoccupato rispetto al quadro dell’oggi che stiamo solo subendo. 

AGIRE AL DI LÀ DELL’ARTE. L’IMPERATIVO IMPERANTE.

Ma l’arte ha bisogno di relazioni forti, intense, adulte. Se ci giriamo attorno non vediamo nulla di tutto questo. Meglio iniziare, meglio non far finta di niente. La storia ce lo insegna. Prima o dopo dovremo agire e prendere posizione. Meglio farlo ora. La vita, la nostra, non è una copia. È il nostro originale. Vissuto minuto per minuto con una visione univoca ed indipendente. Tutti possiamo, dobbiamo, essere artisti di noi stessi.

AI E SCRITTURA: IL MITO DEI RILEVATORI DI AI E L’IMPATTO SULL’ISTRUZIONE

Scopri perché i software di rilevamento AI falliscono nel distinguere testi umani da quelli generati da intelligenze artificiali. Un’analisi che rivoluziona il dibattito su educazione e professionalità.

Scopri perché i software di rilevamento AI falliscono nel distinguere testi umani da quelli generati da AI. Un’analisi che rivoluziona il dibattito su educazione e professionalità.

IL FALSO MITO DEI SOFTWARE DI DETECTION: PERCHÉ L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON È IL SOLO NEMICO

Da due anni, il panico sull’uso immorale di Chat GPT negli ambienti accademici e professionali ha raggiunto picchi d’isteria che sfociano nel tragicomico.

Insegnanti denunciano il “plagio digitale”, gli editori temono l’apocalisse della creatività umana e i media dipingono scenari da distopia alla Terminator.

Ma cosa succede quando gli strumenti progettati per “smascherare” l’AI diventano complici di un’illusione?

I TEST CHE SMONTANO L’AFFIDABILITÀ: QUANDO L’UMANO DIVENTA MACCHINA

Di recente, mi è capitato di leggere il post di un utente di Linkedin che raccontava di aver sottoposto al vaglio di diversi strumenti di rilevazioni di testi generati da AI alcuni articoli della Costituzione americana.

Ebbene, secondo i più conosciuti software “detective” di testi generati da intelligenza artificiale, anche la Costituzione americana è scritta da Chat Gpt.

Qualche dubbio sul funzionamento di questi strumenti l’avevo anche prima, ma ho voluto cimentarmi in un ulteriore esperimento.

Ho sottoposto a una decina di software di detection un articolo generato da AI, due miei pezzi scritti e caricati sul mio blog personale nel 2018 e nel 2019, alcune critiche d’arte che ho redatto tra il 2018 e il 2024.

Risultato?

Tutti i testi sono stati etichettati come “parzialmente o totalmente generati da AI”. Persino quelli scritti quando ChatGPT era fantascienza.

Perciò, posso definirmi un’intelligenza artificiale?

No, ovviamente.

La verità è che non esiste nessuna possibilità reale di verificare se un testo ben scritto e ben strutturato sia generato da AI o da un umano.

E i software che millantano di comprenderlo, in realtà sembrano più strumenti per raccattare soldi a destra e a manca, con la scusa di saper umanizzare testi generati da AI.

Perché lo schema è il solito: ti mostro un problema e ti offro la soluzione per risolverlo. Ma se non ti dimostro che il tuo testo ha un problema, come faccio a chiederti soldi per risolverlo?

Ma perché non esiste una vera, autentica e reale possibilità di scoprire se un testo è umano o di una AI, se scritto in maniera impeccabile?

Perché gli algoritmi cercano argomenti di alta cultura, sintassi complessa, lessico aulico, strutture logiche impeccabili. Ma questo non è il segno dell’AI, ma la firma di una persona acculturata che sa scrivere bene.

Professionisti della comunicazione, accademici di varie materie, giornalisti, critici d’arte… tutti condividono un determinato codice stilistico, a seconda dei diversi contesti, che l’AI ha semplicemente imparato a copiare e a replicare.

IL PARADOSSO DELL’ECCELLENZA: PIÙ SEI BRAVO, PIÙ SEMBRI UN ALGORITMO

Ecco il cortocircuito epistemologico.

L’AI non crea niente di nuovo, ma imita.

E non imita chi è sgrammaticato, chi non sa usare la sintassi più opportuna o chi non sa come si struttura un testo per la SEO, ma, al contrario, proprio chi padroneggia l’arte della scrittura efficace.

Quella con ganci narrativi accattivanti, ritmo controllato, terminologia precisa e adeguata al contesto. Quella con cui si strutturano testi perfetti per un blog, un social, una critica, una lezione…

Dunque, più un testo è ben scritto e, soprattutto, strutturato in maniera eccellente, più è probabile che i software lo identifichino come “sospetto”.

Un docente che usa termini ricercati sembrerà utilizzare AI. Così un giornalista che strutturi un articolo in modo impeccabile o un critico d’arte che analizzi un’opera con lessico tecnico.

Persino un bellissimo articolo su questo tema, scritto da una docente dell’Università degli Studi di Torino, la Prof.ssa Carmelina Maurizio, risulta scritto in parte da AI, secondo questi software, come dimostra l’immagine sottostante.

Ovviamente, da parte mia non c’è il minimo dubbio: sono convinto che la Prof.ssa abbia scritto l’articolo senza ausilio dell’AI, ma l’evidenza dimostra perché non va tenuta in considerazione quanto stabilito da questi software.

LA TRAPPOLA PER GLI INSEGNANTI: PERCHÉ I COMPITI SCRITTI SONO INUTILI

Assegnare temi o saggi da sviluppare a casa è diventato un esercizio inutile.

I detection tool non distinguono tra uno studente brillante e una macchina, perciò rischiano di penalizzare proprio chi eccelle.

Quindi, la soluzione è tornare a interrogare oralmente i ragazzi. Magari con domande mirate a ogni lezione.

Interrogazioni a sorpresa, discussioni critiche in aula, verifiche scritte, ma solo in classe, che testino la capacità di rielaborare concetti in tempo reale.

Solo così si misura la preparazione autentica degli studenti.

PROFESSIONISTI DEL FUTURO: LA CRISI DI FIDUCIA CHE NESSUNO VUOLE AMMETTERE

Per chi scrive per lavoro, il dilemma è ancora più amaro.

Prima del 2023, la qualità era un certificato di autenticità. Perciò chi scrive e opera lavora da anni, ha già ampiamente dimostrato professionalità e capacità.

Purtroppo, non si può dire altrettanto per chi è uscito dopo. Perché qualsiasi testo impeccabile è sotto scrutinio: “L’hai scritto tu o ChatGPT? Dai, dì la verità!”

Chi è entrato nel mercato post-rivoluzione AI affronta un muro di scetticismo ingiusto, talvolta sgradevole, ma dettato dal clima di sfiducia che le intelligenze artificiali hanno alimentato.

E spesso, anche per chi come me lavora e scrive da anni, è difficile distinguere un giovane capace a scrivere e competente in ciò di cui tratta, dal ciarlatano la cui unica capacità è saper usare le AI.

ABBATTERE I PREGIUDIZI, COSTRUIRE NUOVE PRATICHE

Il problema non è l’AI, ma la nostra ossessione per il controllo.

Invece di demonizzare la tecnologia, dovremmo ridefinire cosa significhi “autenticità” nell’era digitale.

Agli insegnanti, per esempio, consiglio di smettete di cercare fantasmi e di interrogare ogni giorno gli studenti.

Ai professionisti, suggerisco di rivendicare la loro voce, anche se sembra sovrapporsi a quella di una macchina.

Infine, ricordo a tutti che l’eccellenza umana è caos, imperfezione, passione, sentimenti, memoria, vissuto… e quella scintilla imprevedibile che nessuna AI potrà mai replicare.

Articolo scritto da un umano.

Condividi questo articolo se credi che la vera intelligenza sia quella che non ha paura di confrontarsi con le macchine e tagga un insegnante o un professionista della comunicazione.

Il futuro della scrittura è una sfida che possiamo vincere. Insieme.

MASSIMILIANO CALDARONE, MAESTRO VETRAIO E ARTISTA DI LUCI

«La mia religione è la creatività. Il mio Dio si chiama amore.»

È così che l’artista del vetro Massimiliano Caldarone identifica il suo percorso nel mondo che trasforma un materiale inerte in opere liquide.

La trasformazione avviene poi quando il processo creativo legge l’introspezione dell’uomo e la meditazione libera la mente per creare nuove situazioni spesso emblematiche dell’animo umano.

È un confronto perenne con la vita vissuta e con gli elementi della natura come l’acqua, il fuoco, l’aria, dove tutto si unisce alla ricerca di un equilibrio dettato dall’anima e dal contrasto delle condizioni di precarietà della vita. 

Lavorare il vetro è una forma esistenziale di meditazione, con uno sguardo rivolto al presente dove odio e disinteresse sembrano dominare il mondo e la parola dominante sembra essere “violenza”. 

Quella degli scontri quotidiani, dell’invadenza dei Giga, quella delle paure, degli estremi dell’animo umano.

Caldarone la contrasta inserendo la natura come fonte di ispirazione. 

D’altra parte Venezia, città dove lavora, non può che essere di aiuto con le sue false realtà e il suo immaginario che poi diventa reale e ricchissimo di storia quando te ne appropri.

MASSIMILIANO CALDARONE, UNA VITA, UNA SCOMMESSA, UNA VISIONE ARTISTICA

Per essere indipendente come artista, devi ragionare e tenerti distante dalle facili lusinghe. Ma arrivare fin qui per Caldarone non è stato facile; c’è voluto del tempo per maturare una decisione così drastica. 

Abbandonando gli ozi delle Canarie e ritornando a Venezia, dopo infelici esperienze professionali che non lo avevano aiutato ad apprendere la difficile arte vetraria, decide di ritornare e nel maggio del 2013 se ne innamora.

Il vetro è come una bellissima favola. Il vetro è come la vita: duro e plasmabile, colorato e ammaliante, morbido. Ma non ti concede distrazioni.

Lavorare a 900° ti costringe ad essere sempre estremamente attento. È la tua forma di meditazione. Il fuoco e l’acqua, l’eterno dilemma esistenziale che distrugge e ricrea, e ti costringe a restare nel gioco delle parti per vincere la sfida.

Ed è come nella vita: devi essere assolutamente concentrato per non farti travolgere; devi sapere dove stai andando.

O, almeno, devi immaginare quale potrebbe essere il tuo punto di approdo.

Poi è bello lasciarsi andare. In questo senso Venezia è magica e ti regala ispirazioni e letture inimmaginabili.

Basta alzare gli occhi e guardare gli scorci o il cielo che fa capolino tra i campanili delle mille chiese.

Con il vetro puoi immaginare tutte le forme e i racconti che vuoi e la tua capacità di appropriarti degli elementi che tu senti, sono nelle tue mani e negli elementi che maneggi con maestria senza nessuna indulgenza alla retorica.

MAESTRO DEL VETRO, MAESTRO DI UNO STILE DI VITA

Uno dei grandi vantaggi che il maestro ha è quello di incontrare nella sua bottega un pubblico multietnico, molti linguistico, multiculturale, ognuno con le proprie passioni e la maniera di vedere quello che stai creando immaginandosi un proprio percorso di lettura.

Il Maestro ha in mente le sue creazioni e si ispira con toccate rapide di bacchette che partecipano alle dimostrazioni davanti al pubblico per farti capire che non sei di fronte ad uno che produce Swarovski, ma sogni impalpabili realizzati con il vortice delle mani e i racconti della mente.

Caldarone incanta perché regala racconti che bisogna saper leggere.

Magari non subito, ma il vetro plasmato ti dà il tempo per lasciarti raccontare la sua favola con la sua tridimensionalità.

Le sue opere ti danno questa opportunità: pensare che siano vive, immaginare che partecipino al tuo essere e che ti accompagnino nella tua vita per ricordare la tua capacità di inventare e di realizzare i tuoi sogni. Se nelle opere di Calderone riesci a leggerci l’anima del Maestro, sei arrivato al contatto con la verità. 

I FUNERALI DELL’IPOCRISIA: QUANDO LA COERENZA DIVENTA UN REATO

Oggi si seppellisce un uomo scomodo.

Un uomo che ha scelto di parlare quando tutti urlavano, di ascoltare quando tutti giudicavano, di sfidare i dogmi mentre il mondo si accartocciava in slogan.

Papa Francesco è morto tre volte: la prima volta, quando i leader occidentali lo hanno isolato, perseguendo la strada della guerra e del demonio; la seconda, quando ha smesso di respirare; la terza, quando i potenti hanno iniziato a celebrarlo ancor prima di giungere in Vaticano per le esequie.

IL SILENZIO DI PAPA FRANCESCO, CHE URLA PIÙ FORTE DEI DPCM

Partiamo dalle critiche.

Durante la pandemia, Francesco scelse di non trasformare il Vangelo in un tweet di protesta.

Silenzio, dissero i critici. Forse, persino complicità con l’autoritarismo.

Peccato che tanti di quelli che muovono tali critiche siano gli stessi che ieri applaudivano ai balconi, bevendosi la retorica dell’“andrà tutto bene” mentre morivano Camilla Canepa e Stefano Paternò, ma… per “nessuna correlazione”, non sia mai.

LA FOLLIA DEL RIARMO E IL BUSINESS DELLA GUERRA

Ma veniamo agli ultimi anni.

L’Europa si vanta di essere il faro dei diritti, ma fabbrica cannoni.

La Germania spinge per la terza guerra mondiale perché il green è un flop, i droni no.

Le fabbriche di automobili hanno investito l’impossibile per riconvertire all’elettrico la produzione, e adesso chiedono il conto alla politica per i miliardi gettati in fumo.

Papa Francesco ha detto a chiare lettere: «La corsa al riarmo è follia!»

Una verità lapalissiana, ma a Bruxelles preferiscono ascoltare i lobbisti delle armi, non un vecchio vestito di bianco che predica la pace.

Perché la pace non fa fatturato. La guerra sì.

E allora via libera ai contratti militari, ai crediti d’imposta per chi vende morte, alle lacrime di coccodrillo sui bambini di Kiev. Purché non si tocchino gli affari nel Donbass, dove TotalEnergies, BP, Shell e altre società anglofrancesi estraggono risorse.

Immagine con Papa Francesco e una colomba in mano e un giornale con su scritto PACE.

RUSSIA, UCRAINA E LA DANZA DELLE MENZOGNE

Per circa tre anni, i media hanno dipinto la Russia come un branco di ubriachi senza armi né addestramento.

Mancavano persino le divise, poiché le sanzioni devastanti dell’Occidente avevano reso il rublo carta straccia e l’economia russa era al collasso.

Poi, all’improvviso, la Russia è diventata il nuovo Reich millenario, dotata di armi di ultima generazione e di un esercito di alieni imbattibili.

Un cambio di narrazione che non sarebbe riuscito nemmeno a una di quelle pellicole spazzatura degli anni Novanta, di quelle in cui l’eroe veniva pestato per un quarto d’ora, prima di ricordarsi di saper menare più forte dell’avversario.

Allora partiva la musica motivazionale e, a suon di calci e pugni, batteva quello che sembrava insuperabile.

Un po’ come i giornalisti di oggi ci raccontano la Russia. Prima allo sbando, per supportare la scelta dei loro padroni di inviare armi a Kiev. Adesso per supportare gli stessi padroni, che spingono per il riarmo europeo.

Francesco non ha abboccato a cotanta cialtroneria dei mezzi d’informazione italiani.

Ha chiesto dialogo, mentre i leader occidentali sventolavano bandiere ucraine con una mano e firmavano contratti per il gas con l’altra.

Il pacifismo è eresia quando il complesso militare-industriale ha bisogno di nemici.

E così, chi invoca la pace viene tacciato di putinismo. Proprio come i novax durante la pandemia.

Perché le etichette si sprecano in bocca a due categorie di persone: gli idioti e chi non ha argomentazioni.

Ma, chissà perché, sia i novax sia i putiniani, tempo e fatti alla mano, avevano ragione. – Ma non gridiamolo ai quattro venti. Altrimenti alcuni giornalisti della propaganda vanno in cortocircuito.

GAZA: DOVE I BAMBINI VALGONO MENO DELLE TERRE RARE

Quando Israele ha cominciato a bombardare ospedali, l’Occidente ha parlato di “autodifesa”.

Quando Francesco ha usato la parola “genocidio”, hanno tirato fuori dalla naftalina persino la senatrice Segre per tacciarlo di estremismo antisemita.

Perché i palestinesi non hanno terre rare da vendere, né lobby potenti. Solo bambini sotto le macerie.

Ma quei bambini, ahimè, non hanno azioni in borsa. Non fanno gola alle multinazionali americane o anglofrancesi.

Perciò, sono vittime scomode, come lo è chi le difende. Come lo è stato Papa Francesco.

L’IPOCRISIA POSTMODERNA: CANONIZZARE CHI SI È CROCIFISSO

Eppure, oggi tutti piangeranno Francesco.

I politici che lo hanno isolato. I giornalisti che lo hanno ridicolizzato. Gli stessi che ieri lo chiamavano “comunista”, poi “putiniano”, infine “antisemita”, oggi ne esalteranno il coraggio.

È il trucco sporco dell’ipocrisia postmoderna: trasformare gli eretici in monumenti, una volta resi innocui.

Francesco è stato emarginato, deriso, lasciato solo. Perché una voce fuori dal coro fa paura. Perché chi rompe il gioco del potere viene espulso dal tavolo.

Immagine sull'ipocrisia di politici e giornalisti con Papa Francesco

LA PACE COME RIVOLUZIONE: L’EREDITÀ SCONVENIENTE

In un’epoca in cui la guerra è business, la follia è genialità e l’idiozia è saggezza, la pace è l’unica rivoluzione rimasta.

Francesco l’ha capito. E ha pagato per questo.

E ora, mentre i potenti gli rendono omaggio con discorsi pieni solo di retorica, viene da chiedersi quanti di loro sogneranno di tradurre quelle parole in azioni.

Quanti smantelleranno le fabbriche di droni, restituiranno le terre rubate, fermeranno i bombardamenti prima che non ci siano più ospedali da bombardare.

La risposta è in quel silenzio assordante. Quello che segue sempre, immancabile, quando muore un uomo scomodo.

Perché le verità sgradevoli si seppelliscono con chi le ha pronunciate.

Ma l’ipocrisia, si sa, non fa funerali. Mai, neppure a se stessa.

TAMAGO: L’UOVO DELLA VERITÀ IN UN MONDO DI GUSCI VUOTI

C’è un momento, nella storia delle idee, in cui il silenzio diventa rumore. Quando le parole smettono di essere ponti e si trasformano in muri. Quando la narrazione pubblica, anziché specchio, diventa un caleidoscopio di bugie.

È qui che nasce Tamago, un nome che sa di origine, di forma senza spigoli, di un guscio che contiene ciò che il mondo esterno vorrebbe soffocare.

LA POLITICA È RESPIRO, NON SPETTACOLO

Ogni respiro è politica. Ogni boccone di pane, ogni pixel dello schermo, ogni lacrima versata in una notte insonne. La politica non è solo leggi e trattati, ma è la mano invisibile che modella il prezzo del latte, la qualità dell’aria, il destino di un soldato in trincea, il lavoro che avrai o che non troverai.

Eppure, da tre anni, i media mainstream hanno trasformato la guerra in un reality show.

Ci hanno raccontato di soldati russi che combattevano a mani nude, di microchip rubati dalle lavastoviglie ucraine, di un rublo ridotto a carta da parati. Poi, come in una farsa scritta male, hanno cambiato copione: l’economia di Mosca non era più in ginocchio, ma florida, e la Russia era armata fino ai denti, pronta a sfidare l’Europa intera e persino la NATO.

IL GIORNALISMO DIVENTATO PROPAGANDA

Dov’erano i giornalisti mentre i fatti si liquefacevano come neve al sole?

Occupati a insaponare gli F-16 di cui non si è sentito più parlare dopo che i primi due sono stati abbattuti dopo poche ore dal loro primo utilizzo, a celebrare controffensive ucraine mai avvenute, a trasformare le fabbriche tedesche di auto elettriche- fallimentari – in arsenali di guerra.

Hanno sostituito l’inchiesta con l’adulazione degli autocrati, glorificando Draghi, Von der Leyen, Meloni… chiunque faccia parte del copione del “noi contro loro”, dei buoni contro i cattivi.

Hanno sostituito il dubbio con la certezza, la verità con il qualunque cosa serva al potere. Così, la politica è diventata un teatrino di marionette, e noi – spettatori impotenti – abbiamo smesso di credere.

TAMAGO: UN UOVO CHE NON TEME DI ROMPERSI

Tamago nasce da qui: dalla frattura tra parole e realtà, tra verità e menzogna, tra dignità e propaganda.

È un contenitore che non ha paura di sporcarsi le mani. Un luogo dove artisti, filosofi, scrittori e cittadini comuni si incontrano per ridare senso alle cose. Perché l’arte non è fuga dalla politica, ma il suo specchio più crudele. La letteratura non è evasione, ma memoria. Il teatro non è intrattenimento, ma processo alle intenzioni.

LA STORIA COME BUSSOLA, NON COME SPADA

Non ci interessa la retorica del “noi contro loro”. Non vendiamo verità precotte, ma domande scomode. Le nostre analisi si reggono sulla storia: quella vera, non quella riscritta dai vincitori. Perché chi dimentica il passato non è solo condannato a ripeterlo: è complice di chi lo manipola.

UNA PIATTAFORMA CHE SFIDA LA GRAVITÀ

Tamago è gratuito, aperto, vivo. Non chiediamo soldi, ma cervelli. Non pretendiamo di spiegare, ma di attivare le menti per ragionare.

Qui, ogni contributo è una tessera di un mosaico più grande.

Non ci sono redazioni blindate, solo voci che si incontrano, si scontrano, si contaminano.

Per ora, la redazione è composta da me, Pasquale Di Matteo, scrittore, critico d’arte internazionale, divulgatore culturale e opinionista, e dal direttore, il Dott. Danilo Preto, giornalista, ex manager di aziende pubbliche e private, nonché responsabile della comunicazione, scrittore, opinionista e artista concettuale.

Ma se vuoi entrare a farne parte anche tu, sei ben accetto. Scrivilo nella pagina contatti.

IL FUTURO È UN UOVO: FRAGILE, MA POSSIBILE

C’è chi dice che il mondo sia diviso in vincitori e vinti. Noi crediamo che sia diviso in chi si arrende e chi continua a cercare.

Tamago è per chi non smette di cercare. Per chi sa che ogni idea, per quanto piccola, può incrinare il guscio dell’indifferenza. Per chi crede che la politica – quella vera – non sia una guerra, ma un dialogo.

PERCHÉ TAMAGO È NECESSARIO

Perché la verità non è un optional. Perché ogni bugia raccontata è un pezzo di umanità rubato. Perché se l’uovo non si rompe, non nasce nulla.

ENTRA IN TAMAGO. IL TUO PENSIERO È IL NOSTRO OSSIGENO.

IL CAOS, L’OBLIO E L’IPOCRISIA: QUANDO LA STORIA SI RIPETE COME UNA TRAGEDIA GROTTESCA

Viviamo in un’epoca che sembra uscita dalla penna di uno scrittore cinico, dove il caos si mescola all’idiozia con la stessa eleganza di un elefante in una cristalleria.

E, come in ogni tragedia che si rispetti, il copione è già stato recitato: pandemia, caos, guerre devastanti, milioni di morti e una memoria corta quanto l’orizzonte di un tweet.

Dal 2014, l’Ucraina è stata il palcoscenico di un conflitto dimenticato, un sanguinoso monologo ignorato dall’Occidente finché Mosca non ha deciso di alzare il volume, nel 2022.

Solo allora i media hanno “scoperto” la guerra, come se prima fossero stati accecati da un sortilegio.

Eppure, c’era chi provava a sussurrarlo già l’11 aprile 2017: fu Sergio Mattarella, in un incontro con Putin, a chiedere a Mosca di usare la sua influenza per fermare il massacro. (Fonte)

LA NATO, CUBA E IL DOPPIO STANDARD DELLA PAURA

Aprite una cartina geografica.

Confrontate i confini della NATO prima del 1991 con quelli di oggi.

Qualcuno sostiene che la Russia debba tollerare interferenze ai suoi confini perché l’Ucraina e le altre nazioni sono sovrane.

Peccato che gli Stati Uniti, per molto meno, nel 1962, rischiarono di far esplodere il mondo per una crisi a Cuba.

Ma certo: quando si tratta di noi , è legittima difesa; quando si tratta di
loro , è aggressione. Perché la logica è un optional, quando si brandisce il martello della morale a doppio taglio.

Oggi, però, l’espansione della NATO verso est è presentata come un diritto divino, mentre la paranoia russa diventa il capriccio di uno zar folle.

E la logica?! E il buonsenso?!

GAZA, L’EUROPA E L’ARTE DI GUARDARE ALTROVE

Mentre si stracciano le vesti per l’Ucraina, i leader dell’Europa dimostrano di avere una miopia selettiva degna di un pirata con una benda sola.

A Gaza, bambini sotto le macerie, scuole bombardate, ospedali trasformati in bersagli e decine di migliaia di innocenti massacrati.

Eppure, nessuna sanzione contro Israele. Nessun invio di armi ai palestinesi, solo silenzi imbarazzati e qualche tweet di circostanza.

Il diritto internazionale? Una barzelletta.

Gli innocenti? Dettaglio trascurabile.

Qui non si tratta di schierarsi, ma di coerenza: se la Russia è un aggressore da isolare poiché aggressore, perché Israele viene trattato come il figlio prediletto che può permettersi di aggredire, ammazzare e commettere genocidi?

Il doppio standard è così sfacciato che persino un cieco lo vedrebbe. Ma in Europa, pare, abbiamo sostituito la vista con il copione.

I MEDIA, DA CANI DA GUARDIA A CAGNOLINI DA GREMBO

Tre anni di narrazione tossica: sanzioni “dirompenti” che avrebbero ridotto la Russia alla fame, il rublo a carta igienica, soldati russi in mutande e armati di pale. Poi, improvvisamente, il nemico è un orco pronto a divorare l’Europa intera e ad affrontare la NATO.

Come mai questo cambio di registro?

Semplice: i media non informano più.

Sono megafoni di poteri oscuri, burattini che danzano al ritmo di chi tiene i fili.

Quando osavi dubitare della vittoria di Kiev, ti zittivano con risatine sprezzanti. Ora ti vendono la paura, perché senza un nemico, come possono giustificare miliardi spesi in armi dai loro padroni?

IL RIARMO EUROPEO: LA GRANDE TRUFFA DEL SECOLO

“La Russia vuole invaderci!”.

Davvero? Con quale esercito? Con quali armi?

E perché mai dovrebbe sfidare la NATO, sapendo che significherebbe l’apocalisse?

La verità è più banale e più sporca: l’Europa ha bisogno della guerra.

I suoi tecnocrati, aggrappati alle poltrone come naufraghi a un relitto, hanno fallito su tutto.

Il turbocapitalismo è uno scheletro, l’impero americano un gigante dai piedi d’argilla e la transizione green?

Una farsa che ha strangolato l’industria, soprattutto in Germania.

E qui viene il colpo di genio, infatti: trasformare le fabbriche di auto in arsenali. La Volkswagen che produce droni, la BMW che forgia carri armati. Il sogno verde diventa grigio-verde, il colore del militarismo. Un colore che ogni volta abbia trovato spazio in Germania, l’Europa è diventata teatro di guerre mondiali.

BRICS, IL MONDO CHE L’OCCIDENTE NON VUOLE VEDERE

Mentre l’Europa gioca a fare la guerriera, il mondo cambia pelle.

I BRICS avanzano, silenziosi e inesorabili. Il dollaro trema, l’euro sussulta e i nostri leader continuano a credersi protagonisti di un film già finito.

Il capitalismo sfrenato ha fallito, ma invece di ammetterlo, si scatena una corsa al riarmo per mantenere l’illusione del controllo.

È come svuotare il mare con un secchio bucato, mentre la tempesta si avvicina.

C’è chi dice che questo caos sia un disegno.

Di chi? Di chi ha interesse a mantenere il potere mentre il vecchio ordine crolla.

Il turbocapitalismo ha fallito, l’impero americano è in regressione, eppure si continua a ballare sul Titanic.

Forse, il vero disegno è più triste: non c’è nessun burattinaio, solo uomini piccoli che giocano a fare gli dei, mentre il mondo brucia.

LA GUERRA È SEMPRE UN AFFARE, MAI UNA SOLUZIONE

Alla fine, restano le domande brucianti: chi ci guadagna? Chi perde? E soprattutto: quanta sofferenza servirà ancora per capire che la guerra non è uno spettacolo, ma una voragine che inghiotte vite, dignità, futuro?

L’Europa si illude di rinascere dalle ceneri dell’industria convertita in morte, ma ciò che costruisce sono bare dorate per le generazioni che verranno.

IL CORAGGIO DI GUARDARE NEGLI OCCHI IL MOSTRO

Forse è ora di smetterla di raccontarci favole. Di guardare negli occhi il mostro che abbiamo creato: un sistema marcio, basato sulla paura e sull’avidità.

La storia ci grida che il caos di oggi è figlio delle menzogne di ieri. E se non troviamo il coraggio di cambiare registro, di ascoltare chi parla di pace anziché di missili, finiremo come sempre: con un campo di battaglia davanti e un libro di storia futuro, pronto a giudicarci.

IL FUTURO È UNA SCELTA, NON UN INCIDENTE DI PERCORSO

Respira.

Senti il peso delle parole.

Ogni guerra inizia con un silenzio, con un “non è affar nostro”.

Ogni bomba è un pezzo di cuore spento. Forse, invece di prepararci a combattere, dovremmo ricordare come si fa a vivere. Prima che sia troppo tardi. Prima che il sangue di Kiev, di Gaza, di Mosca e di Ramallah diventi anche quello di Parigi, Milano, Roma…

Perché la storia non è un videogame. Non ci sono vite extra, né reset.

Ogni guerra, ogni bugia, ogni calcolo politico lascia cicatrici.

Ma forse, in questo mare di idiozia, c’è ancora spazio per una verità semplice: il mondo non si divide più tra buoni e cattivi, ma tra chi ha il coraggio di ascoltare e chi preferisce urlare.

E, mentre l’Europa si arrocca nelle sue illusioni, il futuro si scrive altrove. Nel silenzio.

IL TEATRO: AUTORI, ATTORI, LUOGHI E PUBBLICO

Era il 27 marzo 1961 quando è stato dichiarato che quel giorno sarebbe stato celebrato come giornata mondiale del teatro.

Dal 1962 l’Unesco ha riconosciuto questa data e ha redatto un albo degli autori iscrivendo ogni anno un autore diverso: nel 1973 il riconoscimento è stato dato a Luchino Visconti.

Ma, al di là di tutto questo, che è facilmente recuperabile online, qui vorremmo tracciare un quadro, per quanto possibile, sull’attuale stato dell’arte.

Partiamo dai teatri, forse la parte più semplice.

I teatri come sede delle rappresentazioni sono presenti in grande abbondanza in tutto il territorio nazionale.

Escludendo quelli romani e Greci, i teatri attualmente attivi in Italia sono circa 1200.

Un numero rilevantissimo ed è facile immaginare quale sia il costo di mantenimento solo per le infrastrutture ricordando che non sono tutti pubblici, ma vi sono anche i piccoli teatri privati ugualmente meritevoli di attenzione e spesso con cartelloni di notevole rilievo.

Secondo i dati ufficiali ci sono più di 80 compagnie professionali che operano in Italia mentre la FITA (FEDERAZIONE ITALIANA TEATRO AMATORI) conta circa 25.000 soci e 1400 compagnie associate.

Sono numeri che dicono molto rispetto al fenomeno nazionale, ma che parallelamente raccontano anche delle difficoltà oggettive di mantenere in vita un apparato così consistente. Sul fronte degli attori, a giudicare dalle richieste di percepimento del bonus sociale di € 600, al 2020 gli attori inscritti in questa lista erano più di 70.000.

Numeri sui quali potremmo avere qualche dubbio. Comunque gli stipendi che l’attore mediamente dichiara mensilmente vanno dai 500 ai 1000 euro e non parliamo certo degli stipendi percepiti dai pochi grandi attori con emolumenti più elevati.

Ora gli spettatori: vanno a teatro per un 13,5% le donne e il 10,5 % degli uomini sul totale di chi partecipa in generale a spettacoli.

Indipendentemente dalla correttezza di questi dati, che sono recuperati on-line e che potrebbero non avere validità scientifica o statistica, e quindi non godere di precisione, anche se facilmente riscontrabili da tutti, mi sembra di poter affermare che il comparto non goda di ottima salute generale e che non possa sostenersi se non per importanti interventi delle amministrazioni nazionali, regionali e locali oltre che dai finanziamenti delle fondazioni e delle aziende private.

Per chi volesse saperne di più c’è comunque un interessante studio del ministero preposto, un po’ datato per la verità, ma interessante.

In ogni caso il ministero pubblica i dati del FUS (fondo unico per lo spettacolo) consultabile facilmente online.

Al di là dei numeri, che in generale a me sembrano un po’ ballerini e certamente non tutti aggiornati, mi pare che la situazione sia, oltre che complessa anche un po’ asfittica, frutto di una forse finta affezione al teatro dove ad esempio non compaiono, mi pare, dati sullo stato di salute economico di chi affronta l’acquisto del biglietto di un teatro per uno spettacolo di qualità e con attori importanti.

Cioè, a me sembra che al teatro si vada, oltre che per la bellezza, attesa, della rappresentazione, ma anche, se non soprattutto, per farsi notare e per fregiarsi nel racconto con gli amici della partecipazione diretta a quell’incontro.

Se è vero che a teatro non ci sono solo gli spettacoli classici, ma anche quelli più leggeri e facilmente godibili e fruibili, il teatro rappresenta pur sempre un fenomeno d’élite, anche se sta certamente prendendo piede l’idea che a teatro ci possa essere anche qualcosa di non particolarmente culturalmente impegnativo.

Ben venga quindi una fruizione verticale verso il volere di un pubblico più vasto e disponibile allo spettacolo facile e comprensibile da subito.

Mi viene in mente che questa possa essere o lo sia già l’alternativa fra uno spettacolo visto in televisione e uno goduto in teatro che potrebbe diventare anche un happening collettivo, visto che non è più goduto fra le pareti domestiche con i propri cari, ma fruito in una location molto più ampia e molto più affollata.

E dove ci possa essere anche un confronto dialettico con chi ha partecipato da spettatore allo spettacolo.

Gli autori non si contano, ma contano molto insieme ai registi e agli altri partecipanti alla messa in scena.

Tra gli autori c’è solo l’imbarazzo della scelta: fra i classici, i contemporanei, quelli d’avanguardia e quelli di quartiere.

LA MUSICA TRA COGNIZIONE E CULTURA: UN DIALOGO TRA ETERNITÀ ED EFFIMERO

La musica non è solo suono. È il respiro dell’umanità, un linguaggio che precede le parole e sopravvive alle epoche.

Mentre le note di Beethoven risuonano ancora nei teatri, i brani commerciali che dominavano le classifiche due anni fa sembrano già reliquie dimenticate.

Perché? La risposta non sta solo nelle note, ma in come il nostro cervello le assorbe, le trasforma in emozioni, e le lega alla nostra identità.

La musica classica resiste perché parla alla nostra biologia, alla nostra mente antica. Quella commerciale, invece, è un riflesso delle nostre pulsioni più fugaci, schiava di un presente che non sa più diventare memoria.

LA MUSICA CLASSICA E L’ARCHITETTURA DELL’ANIMA

Immaginate un violino che disegna nell’aria una melodia di Bach. Ogni nota è un mattone di un edificio invisibile, costruito secondo proporzioni matematiche che il cervello riconosce come casa.

Studi di neuroscienza rivelano che le sinfonie classiche attivano la corteccia prefrontale, regione dell’astrazione, e l’ippocampo, custode dei ricordi. Non è magia, ma biologia.

Le progressioni armoniche di Mozart seguono schemi vicini alla sezione aurea, una geometria che l’occhio umano trova armonica senza sapere perché.

Qui non si tratta di gusto, ma di risonanza. Quando ascoltiamo il Requiem di Verdi, il sistema limbico si accende come un cielo stellato, rilasciando dopamina e cortisolo in un equilibrio tra dolore e piacere.

È un’esperienza che chiede partecipazione, non passività. La complessità strutturale costringe il cervello a cercare connessioni, a costruire significati. Ogni ascolto è una nuova scoperta, un dialogo tra l’opera e chi la vive.

LA MUSICA COMMERCIALE: UN FUOCO D’ARTIFICIO NELLA NOTTE

Ora pensate a un ritmo trap: battiti precisi, parole ripetute, una ripetizione che si insinua come un mantra.

È musica progettata per agganciare, non per durare. Il cervello la processa come uno zuccherino: la dopamina schizza, ma svanisce in fretta. È il principio della gratificazione immediata, lo stesso che ci fa scrollare Instagram per ore.

I brani commerciali sfruttano pattern semplici e ripetizioni ossessive, creando una dipendenza che si esaurisce con l’abitudine.

Le mode musicali sono specchi della società: riflettono ansie, desideri, ribellioni di un’epoca. Ma quando quel contesto cambia, i brani perdono senso.

Un successo pop degli anni ’90 oggi suona naif, come un abito fuori stagione. La musica commerciale è un prodotto, non un’opera: nasce per essere consumata, non per diventare eredità.

LA CLASSICA SOPRAVVIVE PERCHÉ È FATTA DI NOI

La Nona Sinfonia di Beethoven non invecchia perché non appartiene al Settecento: appartiene all’uomo.

Utilizza dissonanze che imitano il caos interiore, risoluzioni che ricordano la pace dopo la tempesta. È un viaggio nell’anatomia delle emozioni, capace di commuovere un adolescente del 2024 come un nobile ottocentesco.

La musica classica è un ponte tra culture perché parla un linguaggio pre-verbale, fatto di tensioni e rilasci che tutti riconosciamo. Anche chi non conosce la teoria musicale sente istintivamente la “giustezza” di un accordo di Bach, come riconosce il volto di una madre.

LA MUSICA È IL DIARIO BIOLOGICO DELL’UMANITÀ

La musica classica resiste perché non è artefatto, ma specchio. Riflette schemi neurali condivisi, bisogni ancestrali: ordine, bellezza, catarsi.

La commerciale, invece, è un selfie: cattura un attimo, ma non mette radici.

In un mondo dominato dal rumore, la musica classica ci ricorda chi siamo. È una carezza per il cervello, un promemoria che la vera bellezza non segue le mode: al più le ignora.

Perché, mentre i trend nascono e muoiono, il nostro cervello resta lo stesso. E in quel cervello, da millenni, risuonano le stesse note.

Ribellione contro il temporaneo, contro l’usa-e-getta. Questo è oggi l’ascolto della musica classica.

È scegliere di nutrirsi di complessità in un’epoca di semplificazioni. È abbracciare la propria umanità, fragile ed eterna, senza svendersi alle logiche delle mode del tutto e subito e del consumo compulsivo.

Perché quelle note non sono solo musica: sono la stessa sostanza dell’esistenza umana.