L’INCONTRO TRUMP-PUTIN È L’ULTIMA SPERANZA PER LA PACE. QUELLA CHE I GUERRAFONDAI ODIANO

Mentre i guerrafondai si aggrappano ai loro mantra privi di logica e di basi storiche, “pace giusta” e “Diritto internazionale”, come naufraghi a un salvagente bucato, il resto del mondo guarda all’incontro tra Trump e Putin come all’unica via d’uscita da questo scempio.

E no, non sono i “sognatori”, ma le persone di cultura, i pragmatici che sanno come funziona il mondo, gli imprenditori schiacciati dalle scelte politiche che hanno favorito la guerra, quelle politiche che hanno fatto naufragare gli accordi del 2022 e protratto la guerra fino a oggi.

LA “PACE GIUSTA”, UNA BARZELLETTA TRAGICA

Pace giusta.

Un ossimoro mai divenuto realtà nella storia. Mai.

Prendete il Giappone nel 1945: due bombe atomiche – ancora oggi, unico caso al mondo, – poi la resa con umiliazione. Altro che pace giusta.

O la Germania, umiliata a Versailles, nel 1918, e smembrata nel 1945.

Prendete Cuba, nel 1962: una nazione sovrana, costretta a smantellare basi e missili sovietici perché a Washington non andava giù l’idea di avere l’URSS nel cortile di casa.

E il Diritto internazionale? E la “pace giusta”?

Tutto legittimo, no?

Peccato che oggi, chi invoca la “pace giusta” in Ucraina sia lo stesso che difende Israele mentre commette crimini ben peggiori di quelli imputati alla Russia.

E l’Europa? Zitta.

Anzi, peggio, perché commercia con Tel Aviv come nulla fosse e ancora non è stata capace di ipotizzare neppure un piccolo pacchetto di sanzioni, mentre per la Russia siamo già arrivati a diciotto.

Nonostante il primo pacchetto fosse stato definito “dirompente” e capace di costringere Mosca a riporre le armi nel giro di qualche mese.

Era il 2022. Siamo a metà agosto ’25 e la Russia avanza in Ucraina come un coltello nel burro.

E la coerenza dell’Europa e della Nato per il doppiopesismo Ucraina/Gaza e Russia/Israele non è pervenuta.

IL “DIRITTO INTERNAZIONALE”, UNA FARSA A MISURA DI POTENTI

Diritto internazionale.

Un altro gioiello di ipocrisia.

Esisterebbero aggressori e aggrediti.

Allora spiegatemi perché la Russia è sommersa di sanzioni mentre Israele gode di immunità totale. Perché l’Europa non blocca un solo accordo commerciale con chi bombarda ospedali a Gaza?

Ah, già: le lobby delle armi devono fatturare.

LE NARRAZIONI DI UNA CERTA CARTA STAMPATA

E certi giornalisti occidentali?

Favoriscono le narrazioni dei politici di riferimento, che spesso sono anche i loro editori o legati ad essi.

Perciò, ora gridano «Troppo credito a Putin! Bisogna isolarlo. Niente pace senza Zelensky.»

Beh, se ci pensate è… geniale. Perché dimostrano delle due una: malafede o ignoranza.

Chi decide per la Russia è Putin, cosa che i nostri illustri giornalisti non mancano di ripeterci a ogni ora. “Putin è un dittatore, è un nuovo Zar, prende ogni decisione…”

Perciò, l’unico interlocutore russo credibile per arrivare a una pace è Putin, mica la regina Elisabetta (pace all’anima sua).

Isolarlo è un’idea da asilo nido.

Così come pretendere che Zelensky e i suoi fan club europei siano invitati in Alaska dopo la pagliacciata alla Casa Bianca. La ricordate?

Quella per cui persino l’ambasciatrice ucraina si coprì il volto per la vergogna mentre l’ex comico dava sfoggio delle sue abilità di rendersi ridicolo al mondo intero?

Ovviamente, anche allora, per i nostri illuminati giornalisti, fu Trump quello ridicolo e Zelensky un grande statista, perché, come si evince, le regole della Comunicazione e delle relazioni internazionali, sono concetti difficili per tanti.

D’altronde, questi illustri giornalisti sono gli stessi che per tre anni ci hanno narrato della Russia al tappeto, del suo esercito costretto a combattere solo armato di pale e con gli indici usati come baionette, mentre smontava microchip dagli elettrodomestici ucraini.

La fantasia non mancava di certo. Perché per inventarsi certe panzane ci vuole talento, non c’è dubbio.

Peccato, per loro, che il tempo passi e che abbia la cattiva abitudine di dare retta solo ai fatti e alla verità.

Ma mentre i nostri illustri giornalisti tentavano di spacciare le loro sciocchezze per analisi geopolitiche credibili, i leader Ue, dimostravano un talento ancora maggiore e sabotavano ogni tentativo di dialogo.

La verità è che la mossa di Trump di invitare Putin a un primo faccia a faccia è l’unica cosa che andava fatta.

Perché, senza Putin, non si tratta. Punto.

Perché Putin è la Russia e perché la Russia sta vincendo la guerra senza se e senza ma. Piace? No, ma è la realtà dei fatti e basta guardare una cartina attuale dell’Ucraina per capirlo.

Sempre che non si abbia il talento per le pale e i microchip, ovviamente.

Inoltre, vista la distanza siderale tra le pretese di Zelensky e quelle di Putin, al di là della diversa legittimità di fatto dei due, cominciare trattative separate è ciò che chiunque conosca un briciolo di Comunicazione istituzionale farebbe.

Fermo restando il fatto che a decidere davvero saranno USA e Russia.

EUROPA, IL TEATRO DELL’ASSURDO DOVE TUTTI RECITANO UN COPIONE

Qui casca l’asino. Anzi, casca l’Europa intera.

Perché abbiamo svenduto la competitività industriale, regalato la sovranità economica, distrutto l’equilibrio energetico in nome del green fanatico e dell’atlantismo servile, con il risultato di rendere il continente vulnerabile, dipendente e irrilevante.

E la ciliegina sulla torta è proprio la gestione della guerra in Ucraina, quella che predica l’embargo al gas russo, ma sta in piedi per il 70% dei suoi approvvigionamenti proprio da quel gas.

Le istituzioni europee tacciono e i nostri illustri giornalisti dimenticano di raccontare questi dettagli del commercio di Kiev, perché quella dell’Europa non è politica estera, ma un teatro geopolitico in cui i nostri leader sono attori da comparsa mentre USA, Russia e Cina si spartiscono il mondo.

E le nostre imprese restano in mutande.

MA QUANTO COSTA LA FARSA?

Non chiedetevi quanto costi la guerra.

Chiedetevi quanto pagheremo ancora per questa tragicomeddia.

Tanti soldi e ulteriore potere d’acquisto, ovvio. Ma anche rispetto internazionale, autonomia, credibilità e competitività ancora al ribasso delle nostre imprese, schiacciate dai costi per l’energia e per le materie prime alle stelle, oltre che dai rincari generali.

Bruciati da leader che di geopolitica non capiscono nulla o fingono di non capire.

Intanto, i sondaggi della società ucraina KIIS (2024) e di quella americana, Gallup (2025), rivelano che il 70% degli ucraini vuole la diplomazia e non vuole più seguire le politiche di guerra di Zelensky.

FONTI: CLICCA QUI

Perciò, anche l’idea «senza Zelensky nessuna pace» è pura idiozia e dimostra quanto certi giornalisti siano lontani anni luce dal mondo reale e come vivano in una dimensione parallela.

Ancora quella fatta di pale e sanzioni dirompenti, probabilmente.

Ma i capitani coraggiosi di Bruxelles, quelli che hanno perso la guerra e la credibilità, insistono: «Più armi! Nessuna pace senza Zelensky.»

Che tradotto significa ancora giovani ucraini da mandare al macero nonostante non ci sia nessuna speranza di arrivare a un risultato diverso dalla sconfitta.

Tutto per salvare la faccia di chi non ha voluto ascoltare neppure Mattarella quando, nel 2017, chiese a Putin di intervenire per fermare la guerra di Kiev contro i russofoni del Donbass.

FONTI: CLICCA QUI

Sì, la guerra non è scoppiata nel 2022, ma nel 2014.

IL FUTURO? LO SCRIVE CHI HA BUON SENSO

Allora sì, auguriamoci che i colloqui di Trump e Putin portino frutti.

Per gli ucraini, soprattutto.

Perché la fine è già scritta: la Russia avrà i territori che voleva per proteggere i russofoni. Il resto dell’Ucraina sarà neutrale, con un governo filo-occidentale, ma senza Zelensky.

Proprio come scrivevo già nel 2022, deriso da quelli delle “sanzioni dirompenti”, delle pale e della Russia prossima ad alzare bandiera bianca.

Andare avanti con le bombe, significa solo aumentare la porzione di territori che diventeranno russi e il numero dei morti.

Ai guerrafondai europei non resta che fare le valigie.

Si spera presto.

Con la speranza che lascino il posto a chi abbia un briciolo di competenza.

Perché gli interessi dei popoli europei e delle imprese del Vecchio Continente non sono un optional, ma l’unico elemento che deciderà tra la vita o la morte dell’Europa.

Perché l’”Europa dei popoli”, tanto agognata, non ha nulla a che vedere con questo club di lobbysti da quattro soldi. “O da contratti miliardari siglati con messaggini”.

E la pace, QUELLA VERA, non la farsa dei “giusti”, non passa per altre armi, ma da Mosca e Washington.

Ben venga il primo faccia a faccia di oggi. Con la speranza che non ne servano troppi per risolvere la situazione e cessare il martirio a cui abbiamo costretto gli ucraini.

E che l’Europa la smetta di recitare. O almeno, che cambi copione.

Se poi anche certi giornalisti tornassero a informare, anziché dispensare fake news su pale e microchip, ne guadagneremmo tutti.

COS’HANNO A CHE FARE I THINK TANK USA CON LA GUERRA IN UCRAINA?

Nel 2019, la RAND Corporation consegnò all’esercito USA un manuale di 354 pagine: “Extending Russia: Competing from Advantageous Ground”.

(In fondo all’articolo, il link per accedere al documento)

L’obiettivo era far correre la Russia in troppe direzioni fino a farla collassare.

Armare l’Ucraina era identificata come “l’opzione più promettente” per colpire il “punto di maggiore vulnerabilità” russo, creando la stessa condizione che inferocì Kennedy nel ’62, con le basi missilistiche sovietiche a Cuba.

Sovraccaricare militarmente ed economicamente Mosca fino allo sfinimento, aumentando la produzione energetica USA, fornendo armi letali a Kiev, creando tensioni nel Caucaso, minando la fiducia elettorale russa.

Il problema è che la Russia, invece di collassare, ha reagito e oggi Putin annuncia missili ipersonici Oreshnik con la portata su tutta l’Europa, velocità Mach 10 e capacità di intercettazione della contraerea NATO pari a zero.

La strategia del logoramento ha prodotto una Russia più pericolosa, più determinata, più integrata con Cina e BRICS, mentre l’Europa paga bollette energetiche astronomiche e la sua industria è in crisi come mai prima d’ora.

Ai sottomarini americani e alle minacce di dazi di Trump, Putin ha risposto aumentando l’intensità dei bombardamenti e puntando i suoi missili imprendibili sull’Europa.

Se questo è evitare l’escalation, preferisco non vedere quando vorranno aumentarla.

Intanto, la Cina osserva e sorride.

Perché, mentre l’Occidente si dissanguava in Ucraina, Pechino stringeva accordi commerciali, consolidava alleanze, espandeva il proprio soft power.

La Russia, invece di implodere, è diventata il junior partner di un blocco sempre più coeso di un’alleanza sino-russa anti-americana.

I documenti RAND sono il perfetto esempio di come la politica non sia più affare dei politici, ma di tecnici che sulla carta vincono guerre che poi vengono perse nel mondo reale.

Nel 2019, i tecnici progettavano di indebolire la Russia. Nel 2023 pregavano che finisse in fretta.

Nel 2025 tremano per i missili ipersonici puntati su Berlino e implorano Trump di trovare una via d’uscita, perché anche gli USA si stanno dissanguando. E un conflitto mondiale sarebbe la fine.

FONTI: di seguito i link ai documenti ufficiali:

EXTENTING RUSSIA

EVITARE UNA LUNGA GUERRA

I MISSILI IPERSONICI

Forse è il momento che la NATO ammetta la sconfitta. Perché il primo passo che porta al cambiamento è sempre la consapevolezza.

La geopolitica non è un videogioco e le conseguenze sono reali.

E i danni causati dai leader occidentali dureranno decenni.

NON È CAMBIATO NULLA

Come ogni anno ad agosto aspettiamo il 15 come una liberazione o come un rito da celebrare. Ma soprattutto c’è una cosa che vince: la voglia di non fare niente.

UN ACQUISTO INCAUTO 

E che cosa c’è di più di niente di informarsi del niente. Per carità così la penso magari solo io perché se aggirandomi distrattamente davanti ad una edicola non ho resistito all’acquisto di una delle riviste più leggere (si può dire?), un motivo pure ci sarà.

PER GIUNTA RIPETUTO…

E come se non bastasse ne ho preso anche un’ altra simile rispetto alle news annunciate in copertina, news alle quali onestamente non ero abituato. E in mezzo, cellofanate insieme, c’erano anche delle riviste di cucina. 

E anche quelle non fanno male visto che ogni tanto mi diletto a rovinare il palato di qualche mio incauto amico propinandogli stravaganti intrugli spacciati per prelibatezze. 

HANNIBAL, IL PRECURSORE 

Così, mi viene furbescamente alla mente la risposta che Hannibal, nel secondo film della serie, dava alla innocua domanda di una sua ospite,  in una cena di gala, la quale osava chiedere “ma Hannibal, cosa c’è in questa strepitosa amuse bouche”.

E Hannibal, affabilmente rispondeva “se te lo dicessi non la mangeresti mai”.

Beh onestamente so fare di meglio anche perché non uso, per fortuna, gli stessi ingredienti.

FAME DI NOTIZIE!

E quindi giù a leggere, informarmi.. Beh, insomma, solo a leggere i titoli e guardare le foto con le illuminanti didascalie.

Ma vado con ordine. E vi prego di prestare la massima attenzione! Ve lo dico in un orecchio e a bassa voce. Psssss… c’è anche del gossip!

GUARDA CHI SI RIVEDE: FABRIZIO PREGLIASCO 

La prima notizia però è buona: a Ferragosto ci sarà il sole!

La seconda un po’ meno: “povera zanzara (West Nile), tutti l’accusano, ma lei è innocente, ha soltanto il vizio di pungere: è  l’uomo il colpevole”.

Se lo dice il professor Fabrizio Pregliasco virologo ben noto a tutti, specialmente durante il COVID-19…

ORA VIENE IL BELLO… 

Ecco il povero Raoul Bova alle prese con Martina Ceretti (e chi non la conosce?) e poi le signore che immancabilmente si accompagnano o sposano i poveri ricchi (Francesca Chillemi con l’armatore Eugenio Grimaldi; Vittoria Ceretti con l’attore Leonardo Di Caprio; Antonella Fiordalisi con l’imprenditore Giulio Fratini; Diletta Leotta con il calciatore Loris Karius; Melissa Satta con l’imprenditore Carlo Gusalli Beretta; Chiara Ferragni con Giovanni Tronchetti Provera; Fedez con l’ imprenditrice Giulia Honegger,…)

LE VECCHIE GLORIE NON MANCANO MAI

E poi testualmente c’è qualcuno che scopre e dichiara: ”a 60 anni non è più come quando ne avevo 20 ma ancora mi difendo”. Parole sante, ma chi è? È Lorella Cuccarini, l’ex più amata dagli italiani. Se mi posso permettere, è capitato anche a me. Stessa sensazione!

LAMPI DI SAGGEZZA 

Ora mi ci ritrovo e mi consolo perché scopro che chi sogna gli anziani sogna l’autorità. Qualcuno mi sogna ed è disposto a subire le mie angherie autoritarie?

Più avanti scopro che sono un centimetro più alto di Michela Cescon (una soddisfazione di non poco conto!)

E VAI CON LA MUSICA 

I concerti estivi: 77 fra il centinaio di quelli descritti nella settimana di Ferragosto sono quasi equamente distribuiti fra Puglia, Campania, Calabria, Sicilia. Tutti al Sud per dilettare l’orda di turisti. Altrimenti che estate è.

Al Sud ci sono favolose spiagge, splendidi paesaggi, la storia dei luoghi, un buon clima, la gente affabile, il cibo ottimo e, se proprio vuoi, nonostante tutto questo ti stai ancora annoiando, c’è anche la musica. Cosa vuoi di più dalle tue vacanze ferragostane.

SIAMO QUASI ALLA FINE 

Manca l’oroscopo da leggere: scopro che il sagittario riceverà un piccolo premio. Peccato, non è il mio segno zodiacale. Pazienza sarà per la settimana prossima o per il prossimo Ferragosto.

Lo confesso, mi mancava. Ora sto proprio bene. Sono rinfrancato, ho assaporato notizie che non avrei mai immaginato potessero essere raccontate e soprattutto lette e che potessero essere di interesse generalista. Un bagno epico. O no?

MA SBAGLIO IO

Un interrogativo: ma tutti quelli che aspettano la settimana prossima per leggere le nuove puntate della storia degli altri, come si sentono ora?

Appagati nei loro istinti di conoscenza, trepidanti in attesa del prossimo numero in edicola o mortificati perché la loro vita attuale non assomiglia a nessuna di quelle snocciolate da altri e fatte proprie nei loro sogni?

Vacanze di Ferragosto finite! Io ritorno alla vita normale, senza la frenesia di sapere cosa succederà o è successo a quel cantante, a quella attrice, a quel riccone….

Senza rimpianti.

E voi come state?

I SOCIAL MEDIA E LA PAURA DEL CONTROLLO NARRATIVO PERDUTO

IL NUOVO ECOSISTEMA INFORMATIVO

Viviamo in un’epoca di transizione comunicativa senza precedenti, perché, da quando è nato Internet e si sono sviluppati i social network, il monopolio informativo tradizionale si è frantumato, creando un ecosistema dove milioni di voci possono esprimere analisi.

Tutto come sancito dalle costituzioni democratiche, sfidando narrazioni consolidate e mettendo in discussione le verità dei quotidiani mainstream, cioè quelli che erano oro colato nell’era prima di Internet.

Un tempo, nessuno metteva in discussione Il Corriere della Sera o La Repubblica, se non avvalorando la tesi differenti di un altro quotidiano.

Oggi, invece, accade che si possano mettere in discussione le narrazioni di tutti i quotidiani.

Questa rivoluzione digitale ha generato una reazione che merita un’analisi sociologica approfondita, perché, quando i leader europei parlano di “limitare i social per combattere le fake news”, stanno davvero proteggendo la verità o stanno difendendo il loro controllo sull’informazione?

È vero che tanti sfogano gli istinti da bar sport sulle tastiere del computer, ma ci sono anche analisti strutturati, colti, informati, che trattano gli argomenti con professionalità.

La questione, perciò, è più complessa di quanto appaia in superficie.

L’ANATOMIA DELLA COSTRUZIONE NARRATIVA TRADIZIONALE

Per comprendere la portata di questo cambiamento, dobbiamo prima analizzare come funzionava il sistema informativo pre-digitale.

I media tradizionali operavano secondo un modello verticale e unidirezionale: poche fonti diffondevano informazioni a un pubblico sostanzialmente passivo, che non aveva alcuna possibilità di veicolare il proprio punto di vista.

Questo sistema permetteva un controllo narrativo quasi totale, dove le versioni ufficiali degli eventi raramente venivano contestate, se non in una sorta di campagna elettorale tra i diversi orientamenti politici delle varie testate.

Il processo di costruzione delle narrazioni seguiva schemi precisi, ma non c’era un contraltare al racconto “ufficiale”.

Ma qual era il rischio?

Beh era quello di farsi un’idea sbagliata degli eventi.

Facciamo un esempio lampante che deriva dal nostro tempo. Sulla guerra in Ucraina abbiamo assistito a una serie di affermazioni che si sono rivelate false, prive di ogni fondamento logico.

Il racconto dell’esercito russo equipaggiato solo con “pale” e costretto a smontare “microchip dagli elettrodomestici” rappresenta un caso studio illuminante su come vengono costruite e diffuse certe narrazioni false.

Eppure, basterebbe ricordare quanto investono gli USA in ricerca e sviluppo di tecnologia militare per capire che l’idea di utilizzare microchip ad uso civile per droni e carri armati è fantozziana.

Ma questi racconti non nascono dal nulla, ma seguono precise logiche comunicative.

Prima fase: semplificazione estrema del nemico per renderlo ridicolo e non minaccioso, in modo da smontare chiunque mettesse in discussione la vittoria ucraina.

Seconda fase: creazione di un senso di superiorità nel pubblico domestico, contando su una narrazione quasi a senso unico, veicolata in massa da quotidiani di diversa estrazione.

E, quando è stato necessario giustificare politiche belligeranti e di riarmo, che cozzano con l’idea di Russia economicamente al collasso e senza più uomini da mandare al fronte, ecco il capovolgimento narrativo per giustificare il nuovo mantra, come in “1984” di Orwell.

Perciò, la Russia “armata di pale” è improvvisamente diventata una minaccia esistenziale capace di “raggiungere Lisbona domattina”, in grado di fabbricare missili, munizioni, carri armati e droni a ritmi alieni.

Delle due una: mentivano prima o mentono adesso?

MA COME SI FABBRICA UNA FAKE NEWS?

L’esempio dell’età pensionabile veicolata da La Repubblica offre una lezione magistrale sui meccanismi di manipolazione informativa.

Il dato tecnico è incontrovertibile: dal 2027 serviranno 43 anni e 1 mese di contributi per la pensione, conseguenza diretta degli automatismi introdotti dalla Legge Fornero, durante il governo Monti.

Una legge votata praticamente da quasi tutti i partiti, anche di chi oggi è all’opposizione.

Tuttavia, la presentazione di questa informazione rivela le tecniche sofisticate della propaganda moderna, perché la strategia è stata articolata in diversi passaggi.

È stato isolato il dato dal suo contesto storico e normativo, eliminando ogni riferimento alle origini della misura.

Poi si è applicato quello che potremmo definire “timing tossico”, cioè la notizia è stata lanciata nel momento di massima sensibilità sociale, quando l’opinione pubblica è già provata da difficoltà economiche dovuta ai rincari delle bollette e del caro vita.

Infine, così com’è stata veicolata la notizia, la responsabilità dell’innalzamento dei parametri per andare in pensione è stata data al target politico del momento, ignorando completamente la continuità legislativa mantenuta da tutti i governi che si sono susseguiti da Monti a Meloni e senza ricordare che lo scatto era previsto già dal governo Monti.

Ora, non è questa la sede per giudicare la bontà o meno della Legge Fornero, ma è evidente che se veicoli la notizia come ha fatto “Repubblica”, chi non è informato e non conosce i meccanismi della suddetta legge, si è fatto l’idea che sia stato il governo Meloni a mandare gli italiani in pensione più tardi. Cioè, si è diffusa una fake news.

LA RIVOLUZIONE DIGITALE: DEMOCRATIZZAZIONE O CAOS INFORMATIVO?

I social media hanno stravolto questo equilibrio consolidato.

Perché un tempo, il meccanismo avrebbe funzionato e la propaganda non sarebbe stata messa in discussione, in quanto, chi poteva avere competenza per giudicare i processi e i meccanismi messi in atto, non aveva nessuno spazio per diffondere le proprie considerazioni.

Oggi, invece, chiunque può accedere a fonti multiple, anche di altri paesi, può confrontare versioni diverse degli eventi, verificare informazioni in tempo reale.

Questo processo di democratizzazione informativa rappresenta un cambiamento antropologico profondo, perché l’audience passiva si trasforma in una comunità di utenti attivi, critici, interconnessi.

Le conseguenze sono evidenti.

Le narrazioni precostituite faticano a radicarsi quando milioni di persone possono accedere istantaneamente a fonti alternative, documenti originali, testimonianze dirette, così come la memoria storica offerta dal Web, dove le notizie restano incastrate e a disposizione di tutti, diventa la tomba della credibilità per chi ha diffuso fake news.

Oggi, le testate mainstream non hanno più credibilità non per colpa dei social, ma perché davano la Russia per spacciata a causa del rublo carta igienica e del suo esercito retto solo da ubriaconi raccattati per le strade della Siberia, poiché non c’erano più giovani da mandare al fronte.

Perché ci raccontavano che i giovani che erano stati mandati in Ucraina erano morti o avevano disertato, dopo essere stati costretti a usare le dita come baionette e solo pale dell’800 al posto dei fucili.

Non è colpa di Facebook o di X se le persone non credono più a certi giornalisti, ma della scarsa professionalità di questi stessi giornalisti, che hanno raccontato sciocchezze prive di fondamento per alimentare una narrazione distante anni luce dalla verità e dall’informazione oggettiva.

D’altronde, chi ha raccontato sciocchezze in passato potrà rifarlo ancora, perciò non ci si fida più di loro.
Mentre chi metteva in guardia e veicolava analisi che si sono rivelate vere su Facebook, su Linkedin, su X… oggi ha più credibilità, come è normale che sia.

Nessuno torna in un ristorante in cui ha mangiato male o il servizio era offensivo, no?

Il pubblico, oggi, può seguire eventi in tempo reale, confrontare versioni ufficiali con testimonianze sul campo, smascherare incongruenze narrative e sciocchezze spacciate per verità con il tempo che passa e con la verità dei fatti.

Questo scenario genera inevitabilmente una crisi di controllo per le élite politiche e mediatiche tradizionali, poiché il loro potere si fondava largamente sulla capacità di gestire i flussi informativi, di stabilire l’agenda pubblica, di definire quali questioni meritassero attenzione e in che termini dovessero essere discusse.

I social media hanno frantumato questa capacità di controllo, creando spazi comunicativi che sfuggono alla gestione tradizionale.

Ecco perché qualcuno vorrebbe imporre censure.

IL DIGITAL SERVICES ACT: CENSURA MASCHERATA DA SICUREZZA?

La reazione istituzionale a questa perdita di controllo si manifesta attraverso strumenti normativi sempre più invasivi.

Il Digital Services Act rappresenta il tentativo più ambizioso di ristabilire un controllo centralizzato sui flussi informativi digitali, ma sotto la maschera della “lotta alla disinformazione” e del “contrasto all’hate speech”.

L’analisi del DSA rivela meccanismi preoccupanti. Il seminario del 7 maggio 2025 tra Commissione europea e Big Tech ha mostrato come vengano condotte “esercitazioni” su scenari ipotetici, dove frasi come “Riprendiamoci il nostro paese” vengono classificate come “discorso d’odio”.

Chi stabilisce questi criteri? In base a quale legittimità democratica? Con quali garanzie di trasparenza e controllo?

Le sanzioni previste – multe fino al 6% del fatturato mondiale e sospensione delle operazioni in UE per le piattaforme che non impongono censure – rappresentano un ricatto economico che costringe i giganti dei social ad adeguarsi agli standard europei.

Ma ciò significa che un contenuto censurato a Bruxelles scomparirà automaticamente anche a Tokyo, Dallas, Sydney.

L’Europa, che a parole combatte le dittature, esporta la sua visione del controllo informativo e della libertà d’espressione al mondo intero.

QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA MINACCIA

Il paradosso è evidente: l’Europa, che si presenta come baluardo dei diritti umani e della democrazia, sviluppa strumenti di controllo che ricordano i peggiori regimi autoritari.

Dove una dittatura parla apertamente di censura, l’Europa parla di “moderazione dei contenuti”, dove un regime autoritario ammette il controllo dell’informazione, l’UE parla di “lotta alla disinformazione”, ma, al di là dei nomi, il risultato pratico è identico: la limitazione del dibattito pubblico, la riduzione del pluralismo informativo, la criminalizzazione del dissenso.

In altre parole, si impone una dittatura.

La vicepresidente UE Henna Virkkunen può dichiarare che il DSA è “content-agnostic”, ma la realtà operativa racconta una storia diversa, perché, come osserva il giornalista americano Matt Taibbi, “regolare tutte le forme di comunicazione digitale significa decidere cosa è lecito pensare”.

Di fatto, non si tratta di proteggere la verità, ma di stabilire chi ha l’autorità per definirla e chi può decidere cosa devi pensare.

LE CONSEGUENZE SOCIALI, OLTRE LA POLARIZZAZIONE POLITICA

La censura digitale non colpisce solo “gli altri”, ma rappresenta una minaccia per tutti, perché oggi può essere censurato un meme scomodo, domani una critica alla politica economica, dopodomani un’inchiesta giornalistica su interessi consolidati.

Oggi censuri chi pensa nero, ma domani, con la stessa logica e un cambio del vento, si censurerà chi pensa bianco, verde, rosso…

L’esperienza ci insegna che i meccanismi di controllo, una volta implementati, tendono inevitabilmente ad espandersi e non si tratta di fidarsi o meno dei decisori attuali, ma di riconoscere che nessun “Ministero della Verità” può essere considerato affidabile nel lungo periodo e apolitico.

Inoltre, la storia democratica è piena di esempi di istituzioni nate con nobili propositi che sono diventate strumenti di oppressione nelle mani di successivi dirigenti.

VERSO UNA SOCIETÀ INFORMATA O VERSO IL BAVAGLIO?

La risposta a questa deriva autoritaria non può essere la nostalgia per il monopolio informativo tradizionale, ma lo sviluppo di una cultura critica diffusa.

I social media, in questa prospettiva, non sono il problema, ma lo strumento. Come ogni tecnologia, possono essere utilizzati per scopi costruttivi o distruttivi, per espandere la conoscenza o per diffondere ignoranza, per rafforzare la democrazia o per minarla.

La differenza la fanno le competenze e la consapevolezza degli utenti.

Ma una cosa è certa: chi ha argomentazioni per supportare le proprie tesi non chiederà mai di censurare chi la pensa diversamente, ma chiederà, al contrario, un confronto, perché sa che le sue argomentazioni sono più solide.

Se chiede la censura o rinnega il contraddittorio, significa che le sue argomentazioni non sono in grado di reggere il confronto con l’altra persona. Di fatto, è probabile che la tesi dell’altro sia più vera, più corretta.

È il pubblico, con la propria testa, a doverlo giudicare.

L’AGORÀ DIGITALE: PRESERVARE LO SPAZIO DEMOCRATICO

Il web rappresenta l’equivalente moderno dell’agorà antica, uno spazio pubblico dove idee diverse si confrontano, dove si dibatte liberamente, dove la verità emerge attraverso il confronto dialettico e le argomentazioni, appunto. Non perché un censore stabilisce chi ha ragione e chi torto.

Preservare questo spazio significa riconoscerne il valore democratico fondamentale.

La battaglia attuale sui social media non riguarda solo la gestione dell’informazione, quindi, ma il futuro della democrazia.

Stiamo assistendo a un tentativo di restaurazione del controllo informativo tradizionale, mascherato da preoccupazioni legittime, ma orientato verso obiettivi antidemocratici.

La posta in gioco è enorme.

Se permetteremo che la paura della “disinformazione” giustifichi la limitazione del dibattito pubblico, avremo consegnato alle élite politiche ed economiche uno strumento di controllo sociale senza precedenti nella storia democratica.

La libertà d’informazione non è un lusso né una concessione, ma la precondizione stessa della democrazia, senza la quale, ogni altra libertà diventa revocabile.

LA MODA NEL PALLONE

di Danilo Preto

Nessun pallone da calcio o di calcio.

Qui parliamo di moda.

Ma non di abiti che indossiamo o che indosseremo la prossima stagione. Ma nemmeno di belle donne a cui è destinata molta parte di quel mercato. Nemmeno di uomini che vorrebbero essere all’altezza delle attenzioni dell’altra metà del cielo.

Parliamo di…

UN CALCIO PATINATO E PER POCHI ELETTI.

Senza immodestia, l’avevamo intravisto e descritto molti mesi fa. Un tourbillon di situazioni con tonfi clamorosi, per certi aspetti inattesi, per molti altri molto prevedibili.

E la colpa di chi è? Come nel calcio: dell’allenatore. Cioè quello che prepara il gioco per la partita del mercato e non ci azzecca un’h.

IL CAMBIO DEGLI ALLENATORI

Squadra che vince non si cambia. Squadra che perde…: proviamo a cambiare allenatore.

In questo caso gli allenatori sono gli stilisti, i deus ex machina, del mondo dell’alta moda, ma, scusate,  anche del fast fashion.

Se i fatturati non tornano (o peggio, crollano) perché i mercati non rispondono come ci si aspettava, “peste lo colga” (allo stilista).

Se poi anche gli investitori non la vedono bene le borse scappano. Mamma li turchi! E via tutti. Verso nuove avventure finanziarie!

IL CAROSELLO. IL NUOVO SPORT NELLA MODA

Chi ha un po’ di voglia e  tanta pazienza, sfogliando qualche rivista tecnica di settore (non di moda) forse ha già capito cosa potrebbe o può, o sta accadendo.

Al di là dei mercati che cambiano, che la Cina non compra più, che l’Asia ci ripensa, che gli arabi si comprano le squadre ma non gli allenatori (nella moda), forse è il caso di pensare ad una nuova realtà.

Quando un amministratore delegato di un notissimo marchio, dopo sei mesi dalla sua assunzione, febbraio 2025, pochi giorni fa, dà le dimissioni, al di là delle classiche dichiarazioni di rito con i reciproci ringraziamenti e non conoscendo le reali motivazioni, qualche dubbio su un mondo che non può più essere autoreferenziale, autodescrittivo, auto-risolutivo ci deve essere.

UNA NUOVA REALTÀ È POSSIBILE NEL MONDO DELLA MODA?

Sembra quasi essere alle soglie di un nuovo movimentismo che genera nuovi fattori di competizione culturale e si adatta con estrema facilità a nuovi linguaggi e quindi a nuovi comportamenti.

È quella che sorge dalle e nelle nuove periferie. Non solo quelle suburbane, ma quelle culturali, sociali e comportamentali.

E qui il vecchio continente si dimostra non adatto a cogliere i nuovi cambiamenti che si sviluppano in ambito mondiale.

LE FASHION WEEK

Ritorniamo in Europa, con le piazze che contano a livello moda. Parigi, Milano, Londra. La dimostrazione più classica è che a Londra quest’anno, per chi ci vuole andare, partecipa gratis.

E non solo per questo è un sintomo che io definirei inquietante se lo guardiamo con gli occhi di ieri, ma che penso possa essere foriero di nuove lucidità in tutti i sensi e in ogni ambito.

Non dimentichiamoci dei nuovi casi con le “scoperte” che si conoscevano già, delle produzioni a bassissimo costo e con l’utilizzazione di manodopera sfruttata, anche in Italia, oltre che nel resto del mondo: Bangladesh, Thailandia, Vietnam, Indonesia, India, Cina…

I ciechi improvvisamente ci vedono.  Miracolo, miracolo!

Sui moltiplicatori fra il costo industriale del prodotto e il prezzo di vendita al cliente finale non metto bocca semplicemente perché lungo la filiera della definizione del prezzo ci sono talmente tanti elementi che non è il caso qui di dilungarci.

Ma se volete, la prossima volta…

LA LETTURA DELLA MODA

Che senso ha continuare a leggere le riviste di moda nella maniera tradizionale.

Cioè guardando le foto, leggendo i nomi delle modelle, osservando i dettagli dei capi, beandoci del fatto che qualche accessorio che ho nel guardaroba assomiglia vagamente a quello che vedo, cercando di immaginarmi di fianco all’attore o all’attrice di turno.

O leggendo l’oroscopo immancabilmente positivo che magari compare alla fine della rivista e in cui mi ci ritrovo?

È il mondo dei sogni che ci appaga o che ci fa fuggire dalla realtà o che come termini di integrazione e assimilazione mi fa sentire in un pallone dorato ma sgonfio dell’aria di cui avrei bisogno per ricreare o mantenere il mio spazio mentale scorporato delle fantasie di turno.

Perché sognare è bello, ma confrontarsi con la propria realtà è meglio. E se ora non può sembrare il massimo per noi, cerchiamo di raggiungere con il lavoro il nostro nuovo status.

Uno status sociale, comportamentale, relazionale, economico consono alle nostre possibilità. Senza forzature.

Dormiremo più riposati e tranquilli senza fantasie di improbabili, improvvisi successi, o coinvolgimento retorico in inimmaginabili, irraggiungibili traguardi? Consci che sarà così.

Cambia poco: noi siamo noi e valiamo per quel che siamo. E magari non ce ne accorgiamo nemmeno. Sarà la persona al vostro fianco che magari ve lo farà notare.

E se non c’è, sappiamo bene che il succedaneo editoriale non sarà poi così definitivamente appagante. Ci sono molti altri positivi modi per vivere bene la vita.

Magari con la nuova creazione  del “nuovo” stilista di Dio(r)?

LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA REALTÀ. QUANDO IL TAGLIO DIVENTA LA NOTIZIA (E LA DISTORCE)

IL MITO DELLA NOTIZIA OGGETTIVA: UN’ILLUSIONE PERICOLOSA

di Pasquale Di Matteo

Non esistono “notizie” in senso assoluto.

Esistono eventi, fatti, avvenimenti, ma ciò che li trasforma in “notizia” è un processo complesso di selezione, framing e percezione. Una sorta di manipolazione che, negli ultimi anni, si è trasformata sempre più in propaganda, in “fabbricazione” del pensiero delle masse.

Questo processo, spesso invisibile, plasma l’opinione pubblica creando narrazioni che possono stravolgere la realtà.

Analizziamo due casi emblematici di cui ho già discusso in alcuni miei post sul profilo Linkedin.

CASO 1: LA NARRAZIONE DEL PERICOLO RUSSO E LA MATEMATICA DELL’ASSURDO

QUANTO IMPIEGHEREBBE LA RUSSIA A CONQUISTARE L’EUROPA?

The Economist e l’Institute for the Study of War hanno fornito dati concreti: con l’attuale velocità dell’avanzata, pari a 15,8 km² al giorno, la Russia impiegherebbe 89 anni per occupare l’Ucraina. Per raggiungere il Portogallo, oltre 1760 anni. E questo senza considerare la risposta della NATO, che renderebbe l’ipotesi matematicamente impossibile.

PERCHÉ QUESTA NARRAZIONE PERSISTE?

La paura giustifica politiche impopolari: riarmo massiccio (centinaia di miliardi per acquisto di armi), restrizioni alle libertà personali (controlli di movimento, pagamenti, profilazione dei dati personali) spacciate per “sicurezza nazionale”.

Non ultima, la sovvenzione all’economia di guerra USA. L’economia americana è strutturalmente legata al complesso militare-industriale. Un’Europa in armi è un mercato garantito, soprattutto in un contesto di debito USA insostenibile.

In pratica, gli USA fanno le guerre, ma a finanziarle sarà l’Europa.

Poi c’è la dissonanza cognitiva istituzionale.

Perché gli stessi leader che oggi dipingono la Russia come una minaccia esistenziale, fino a ieri ne dichiaravano il collasso imminente (soldati ubriaconi, pale rubate, rublo “carta straccia”, Putin morente di cancro, sanzioni dirompenti che ne avevano annientato l’economia).

Siamo di fronte a incompetenza, follia, o a una calcolata manipolazione del consenso?

I dati suggeriscono la terza opzione.

Tuttavia, la conquista dell’Europa che potrebbe avvenire non prima del 3785 d.C. non è un pericolo reale. Certamente non imminente. Almeno non nei prossimi due o tre secoli.

Ma è uno straordinario strumento retorico di propaganda per imporre agende politiche ed economiche.

CASO 2: LA GERARCHIA DELLE VITTIME E LA VIOLENZA “SELEZIONATA”

LA PERCEZIONE CAMBIA LA GRAVITÀ DI UNA NOTIZIA

Un uomo ucciso dalla madre e dalla compagna, ma la notizia è finita quasi in sordina.

Proviamo a invertire i generi: assassini uomini, vittima donna.

I titoli urlerebbero ancora oggi: “FEMMINICIDIO BESTIALE”, “MOSTRI SENZA PIETÀ”. Talk show, dibattiti parlamentari, richieste di pugno di ferro.

IL PARADOSSO GIURIDICO E MEDIATICO

La legge sul femminicidio aggrava automaticamente la pena per gli uomini, garantendo spesso l’ergastolo. Stessa ferocia, stessa crudeltà, ma se le assassine sono donne, l’ergastolo diventa un’eventualità, non una certezza.

Pertanto, alcune vite sono “notiziabili”, altre no.

La vittima uomo non indigna abbastanza, non rientra nel frame narrativo del “femminicidio”, dunque non fa audience. E se non fa audience, non vende.

In pratica, l’informazione mainstream non svolge più l’importante ruolo di informare, ma indottrina, stabilisce cosa pensare, cosa sia corretto e cosa scorretto, cosa sia giusta e cosa no.

Orami, si tratta di un mero sfruttamento emotivo per fare soldi e chi se ne importa se la narrazione tossica trasforma tragedie in strumenti ideologici.

Un’informazione corretta dovrebbe evidenziare il fatto che si chiedono pene esemplari, perché si investono risorse non adeguate per prevenire (forze dell’ordine efficaci, educazione, contrasto a culture misogine).

Ma analizzare queste evidenze significherebbe ammettere che lo Stato non investe abbastanza in prevenzione perché non ci sono soldi.

Anzi, ci sono, ma vanno via per armi da acquistare dalle fabbriche americane per mandarle in Ucraina, dove alimentiamo una guerra che, nonostante migliaia di giovani ucraini mandati al macero, l’unico esito possibile sarà dover trattare con la Russia.

Cosa che sapevamo già nel 2022 e che, se avessimo avuto leader europei all’altezza, migliaia di famiglie ucraine non sarebbero costrette a piangere sedie vuote intorno al tavolo.

QUESTO NON È UN DISCORSO “CONTRO LE DONNE“, ovviamente, ma è una denuncia dell’ipocrisia di un sistema che crea vittime di “Serie A” (donne uccise da uomini) e di “Serie B” (uomini uccisi da donne, o vittime “scomode” come quelle di una certa criminalità immigrata, spesso taciuta per non urtare il politicamente corretto).

Ma queste contraddizioni svuotano di significato l’Articolo 3 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”) sostituendo l’uguaglianza con una giustizia emotiva e selettiva.

Altro che “La legge è uguale per tutti”!

VERSO UN GIORNALISMO ETICO, O LA FINE DELLA DEMOCRAZIA?

Il framing non è solo una tecnica giornalistica, ma può diventare un pericolosissimo meccanismo di potere.

Nel caso Russia, si costruisce un nemico per giustificare spese militari e controllo sociale.

Nel caso violenza, si seleziona l’indignazione per massimizzare il profitto e consolidare narrazioni ideologiche.

Ci sarebbe anche un terzo caso da analizzare, per la sua crudele potenza retorica, ma mi limiterò ad accennarlo.

Israele vs Russia.

Nel caso di Mosca contro Kiev, esistono aggressore e aggredito, Diritto internazionale non rispettato, innocenti da aiutare e a cui inviare armi, mentre agli aggressori si devono imporre sanzioni.

Nel caso di Gaza, invece, l’aggressore diventa aggredito. Anche quando si vanta di omicidi mirati commessi in territori stranieri. Anche quando bombarda paesi sovrani come l’Iran. Persino di fronte a un genocidio, c’è chi sostiene che i bambini uccisi un po’ se la siano cercata in quanto figli di terroristi.

E poi, i terroristi si nascondono negli ospedali, perbacco!

Solo che quando la Russia utilizzava la stessa scusa, era un crimine.

Putin condannato dalla CPI per crimini di guerra diventa un criminale. Netanyahu condannato dalla stessa Corte internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, diventa vittima dei giudici internazionali, contro cui gli USA chiedono sanzioni e rappresaglie.

SCOPO E RISULTATI DELLA DISTORISIONE DELLA REALTÀ?

Beh, tali condotte portano ad alimentare un’opinione pubblica ansiosa e manipolata e a un dibattito pubblico povero, sterile e polarizzato.

La distorsione sistematica della realtà mina la fiducia nelle istituzioni e nel giornalismo. Perché, diciamolo, quante persone intelligenti possono ancora credere a chi ha raccontato di pale, muli e microchip smontati dalle lavastoviglie ucraine? Quanti possono ancora dare credito a chi dava la Russia spacciata entro Natale 2022 a causa delle nostre “sanzioni dirompenti”?!

Eppure, la distorsione della realtà ha lobotomizzato molti, nonostante le evidenze, i fatti e la realtà abbiano presentato il conto grazie al tempo.

LA SFIDA PER LA SOCIETÀ DEMOCRATICA

Beh, se davvero l’Occidente vuole salvare quel poco di democrazia che resta, deve riconoscere che la notizia è sempre un prodotto costruito. Perciò le persone devono esigere un giornalismo che sveli i propri frame invece di nasconderli, che rispetti tutte le vittime con uguale dignità e che rifiuti di essere megafono di narrazioni tossiche, che siano belliciste, securitarie o ideologicamente opportuniste.

Il mio consiglio è informarvi sempre da più fronti, privilegiando chi non ha editore, aziende, associazioni, partiti, politici o aree politiche di riferimento. Soprattutto, mettete a confronto tesi diverse e giudicate con il vostro spirito critico.

Domandatevi sempre: “CHI TRAE VANTAGGIO DA QUESTA NARRAZIONE?”

La democrazia sopravvive solo con cittadini capaci di fare queste domande e che sappiano usare lo spirito critico.

Al contrario, chi alza le spalle e chi prende per oro colato ogni notizia è il miglior cittadino possibile di qualsiasi dittatura.

NULLA È GRATIS! E NIENTE ARRIVA PER CASO 

di Danilo Preto

Partiamo dalle dichiarazioni di Vogue Casa che riporta prima e dopo la foto di apertura, nella edizione online, l’informazione che potrebbero esserci stati dei pagamenti per quanto scelto (liberamente?) e ora oggetto di pubblicazione.

Puoi verificare sull’articolo di Vogue: CLICCA QUI.

Qui non discutiamo certo della bellezza delle immagini, della qualità estetica dei prodotti posti all’attenzione dei lettori e del loro fascino.

Le testate di Vogue sono da sempre sinonimo di attenta esplorazione sui cambiamenti nella moda, nello stile , nelle relazioni e nella riproposizione, sfilata dopo sfilata, del gusto e dello stile dei prossimi sei mesi.

E di stupendi set fotografici.

IL NOSTRO GUARDAROBA CAMBIA OGNI SEI MESI? 

Sì perché la moda presentata nelle collezioni durante la sfilate dura quel tanto che basta per innamorarsi o criticare i nuovi dei che sono gli stilisti, i fashion maker, le nuove icone a cui ispirarsi per la prossima stagione quando sfoggeremo quelle mise.

O forse mai, noi, che siamo abituati o costretti al fast fashion perché quello è il nostro target di spesa.

Ma se vogliamo, per una serata e forse per una sola volta nella vita, possiamo noleggiare gli abiti e gli accessori originali e costosi dei nostri sogni.

Ci sono dei negozi che ti mettono a disposizione quello che vuoi, pagando, le tue ricche scelte. È la nuova tendenza dell’imitazione ad ogni costo.

L’ANONIMATO DEI SIGNORI ROSSI 

Ok. Ma poi cosa resta?

La nostra normalità che è forse più appagante del sogno di una notte.

Ma poi sorge un’altra domanda: cos’è più borghese fra l’aver vissuto un sogno (o vissuto come tale) effimero o la vita di tutti i giorni con i suoi alti e bassi, le sue delusioni ma anche con le sue gratificazioni, gioie (non dite che non ne avete!).

Abbiamo preso a prestito il cognome più comune in Italia per non offendere nessuno, ma se avete ammirato, invidiato, il matrimonio di Jeff e Laurent a Venezia, o se avete disprezzato la loro esibizione di potenza e ricchezza, non resta che rifugiarvi nel vostro mondo.

Basta saperlo leggere con gli occhi di chi ha la consapevolezza del proprio ruolo nella società. Il che non vuol dire rinunciare alle ambizioni, ma dotarsi di intelletto per lavorare con l’obiettivo di conseguire i successi a cui ognuno di noi dovrebbe ambire. 

PRONTI A PAGARE PER ESSERE PROTAGONISTI? 

Sapendo, come si diceva in apertura , che nulla è gratis.

L’altra faccia della medaglia è che magari poi diventeremo tutte copie e al prossimo matrimonio o festa di gala scopriremo che c’è una ripetizione estetica indossata da chi vi sta di fronte.

Allora non resterà che esplodere in una risata di compiacimento goliardico, sempre ammesso che chi vi sta di fronte la pensi allo stesso modo.

Altrimenti preparate la ritirata. Con classe, però!

Ognuno metta del suo, serenamente e sempre, ma con caparbietà per tentare di cambiare, se si vuole, il proprio ruolo in questa società.

Auguri a tutti!!!

LA COMMISSIONE EUROPEA E L’OBBLIGO DI AUTO ELETTRICA. EUROPA POST-SOVIETICA

Ammettiamolo.

Tanti di noi credevano davvero che l’Europa fosse un bene, la panacea per ogni male, che avremmo lavorato un giorno in meno guadagnando di più.

Per qualche tempo, l’incantesimo sembrava anche funzionare. Poi è arrivata von der Leyen.

La sua politica green ha annientato un secolo di superiorità industriale europea nell’arco di cinque anni, mandando perfino case produttrici come quelle tedesche in difficoltà mai avute prima.

Molti marchi, infatti, per soddisfare i limiti del 2035, hanno investito miliardi di euro, indebitandosi fino al collo, per riconvertire interi stabilimenti alla produzione di auto elettrica, prodotto per cui la Cina è avanti anni luce e può mettere sul mercato auto a prezzi inferiori.

Il risultato è stato un’apocalisse. L’auto elettrica è stata un flop e, delle poche vendute, quasi tutte parlano cinese, oppure sono Tesla.

La Germania è in ginocchio e gli altri non se la passano meglio.

A questo punto, un politico serio e capace, tornerebbe sui suoi passi, allungando di almeno 15 anni la transizione.

Ma non Ursula von der Leyen. Un po’ perché ci ha abituati che il massimo che può fare lo sta già facendo e non possiamo pretendere di più da lei, un po’ perché le case automobilistiche che si sono gettate nell’elettrico chiedono un conto salato da pagare a lei e ai gruppi parlamentari che l’appoggiano.

Queste industrie sono anche quelle che poi finanziano le campagne elettorali, che non sono a buon mercato… quindi…

Ecco che spunta la genialata del secolo: l’ipotesi di imporre solo auto elettriche per le flotte aziendali entro il 2030, un capolavoro di autoreferenzialità istituzionale. Un esperimento sociologico su come un paradigma culturale “green a tutti i costi” possa frantumarsi contro la realtà economica, logistica e umana.

UN MANDATO CHE ASSOMIGLIA A UN CAPPIO AMMINISTRATIVO

Immaginate le agenzie di noleggio aeroportuali?

Dover rottamare intere flotte a combustione – con vetture ancora valide, già ammortizzate, operative, spesso con pochi anni sulle spalle – per sostituirle con EV costosissime.

Con quali capitali? Con quale infrastruttura di ricarica? Con quale realismo?

Il risultato è prevedibilissimo a chiunque mastichi dinamiche organizzative: il crollo del settore del noleggio.

Troppo rischio. Troppi debiti. Troppa follia. Si vendono le auto in pancia e si cambia mestiere.

Sempre che le auto elettriche non le paghi tutte l’Europa, stanziando parte degli 800 miliardi per il riarmo…

E LE FLOTTE AZIENDALI PER QUADRI E DIRIGENTI?

Se questa proposta diverrà una norma, il benefit dell’auto aziendale sarà morto e sepolto.

Le aziende, per evitare la forca normativa, torneranno ai buoni carburante e al fantomatico “rimborso chilometrico”.

Pensate al rappresentante che fa 80.000 km/anno.

Dovrà usare la sua auto, logorarla, gestire manutenzioni infinite, litigare con la contabilità per un rimborso che non coprirà mai i costi reali.

In pratica, l’Europa obbligherà le aziende e la società a un regresso sociale mascherato da progresso ambientale.

Un aumento di stress, conflitti interni, inefficienze. Tutto per un dogma che in nessun modo potrà portare risultati.

Quella di Ursula von der Leyen e della sua Commissione è una dissonanza cognitiva fatta di proclami magnifici ed effetti disastrosi di chi è dissociato dalla realtà e ha problemi evidenti di comprensione.

IL VERDETTO DEL MERCATO SULL’AUTO ELETTRICA? UN SONORO “NO”!

Nonostante le imposizioni da regime sovietico attuate dall’Europa, che vuole imporci come vivere, come spostarci, quale auto acquistare, quando e in che modo, il mercato ha bocciato queste idee oltranziste contrarie a ogni forma di progresso democratico e a ogni logica di crescita economica.

Prezzi proibitivi. Autonomia limitata. Rete di ricarica anemica. Prodotto dai valori e dalle funzionalità opposte a quello pubblicizzato fino all’altro ieri.

E la Commissione, invece di rivedere la strategia, cosa fa? Raddoppia la dose.

La Commissione cerca di scaricare sui bilanci aziendali e sui lavoratori i costi di una transizione mal gestita per tentare di ripagare gli investimenti industriali sbagliati con una forzatura di mercato.

Ma sarà un disastro ancora peggiore di quello già causato finora.

LA REGISTA DI QUESTO DISASTRO ANNUNCIATO? URSULA VON DER LEYEN

La Presidente della Commissione ha cavalcato l’onda green con la grazia di un toro in una cristalleria.

Ha trasformato una necessità ecologica condivisibile! in un dogma punitivo.

Ignorando studi di fattibilità, allarmi industriali, evidenze sociali con una Comunicazione..? Zero comunicazione.

Ascolto dei cittadini e delle imprese? Meno che zero.

Capacità di mediazione tra ideale e realtà? Una tabula rasa.

La transizione ecologica è necessaria, ma anche evitare disastri sociali e un’ecatombe finanziaria. Servono politici capaci e lungimiranti, che sappiano cosa significhi un riposizionamento di prodotto e fare branding. Altrimenti, come si evince, si fanno disastri.

Imporre con decreti un cambiamento infrastrutturale epocale -senza piani credibili, senza risorse adeguate, senza consenso sociale, senza il giusto tempo – è pura follia tecnocratica.

Non salverà il pianeta, ma ucciderà interi settori.

Aumenterà le disuguaglianze e la rabbia sociale verso le istituzioni UE.

Si poteva fare peggio?

Per me no.

Per te?

Tamago-zine promuove un’iniziativa che ne incarna lo spirito. Il magazine premierà i lettori più partecipi e costruttivi con un’opera d’arte originale della serie “In My Heart”, firmata da PREDA (nome d’arte di Danilo Preto).

L’opera, dal valore commerciale di alcune centinaia di euro, è un pezzo unico già esposto in contesti come Roccart Gallery a Firenze e Galleria Accorsi a Torino.

Il premio sarà assegnato ai primi utenti che, entro il 31 dicembre 2025, raggiungeranno un totale di 30 commenti pertinenti e argomentati agli articoli pubblicati sul sito in ciascuna delle categorie indicate sotto la voce “blog”.

CHI RICORDA GLI ANNI SETTANTA? 

di Danilo Preto

Gli Anni ’70. Sì, quelli degli anni di piombo vissuti in una bolla terroristica con le BR a capeggiare un’auspicata e provocabile rivolta sociale.

Diciamo che è passato mezzo secolo, ma sembra che tutto stia tragicamente tornando.

In questi due articoli che corredano il mio pezzo ci sono tutti i sintomi di un pensiero contro. Lo tengo breve, il mio intervento, perché credo che gli articoli parlino da soli.  

ATTI INTIMIDATORI CONTRO LA STAMPA 

Tentare di togliere il pensiero alla stampa o a metterle il bavaglio con manifestazioni intimidatorie forse ha l’effetto contrario.

Quello che è capitato a Milano con le manifestazioni contro le due testate giornalistiche “Il giornale” e “Libero” è rimasto assolutamente sotto un silenzio assordante da parte degli altri organi di informazione. Il che mi è sembrato un atto molto grave.  

PADOVA E GLI ANARCHICI  

Mi riallaccio a quello che è successo a Padova documentato nell’altro articolo, perché negli anni di piombo qualcuno si ricorderà che c’è stato Il rapimento del generale Dozier tenuto in ostaggio proprio a Padova dalle BR e liberato dalle nostre forze di polizia.

Ancora Padova (12 luglio 2025) con questi striscioni inquietanti e con la riunione di urgenza indetta dal prefetto a cercare di capire ed intervenire.

Ma l’effetto deterrenza non ci sarà, se ci sarà, solo arrestando chi vuole proporre un’altra identità nazionale. 

POI TOCCHERÀ ALLA MAGISTRATURA  

A me pare evidente, indipendentemente dalla quantità delle persone a cui appartengono gli antagonisti, inteso come identificazione generica, l’avversità totale e aggressiva rispetto ad un ordine sociale che abbia come fine la convivenza rispettosa e una crescita civile.

Chi protesta e dalla qualità delle proteste, viene la lettura della logica di chi scende in piazza con il favore delle tenebre piuttosto che da un’idea rivoluzionaria.  

CHI C’È DIETRO?  

Che ci sia un accavallamento di sigle ” contro” e che si manifesti con inquietante frequenza e provenienti essenzialmente da una matrice sinistroide, anche sostenuta da frange del sindacato che dichiaratamente vogliono rovesciare come un calzino l’Italia, sono parole di Landini segretario generale della CGIL, mi pare preoccupante se non altro perché si va oltre a quelle che sono le rivendicazioni della base sociale.  

LEGGERE PER CAPIRE  

Come promesso mi fermo lasciando a voi il compito di leggere i due articoli e se volete anche il mio, capire, intervenire, commentare e, soprattutto se non si è d’accordo, lasciare un pensiero critico ma lucido e motivato. Grazie a chi vorrà intervenire.  

Ecco due articoli su cui riflettere:

Milano Today

Padova Oggi

Tamago-zine promuove un’iniziativa che ne incarna lo spirito. Il magazine premierà i lettori più partecipi e costruttivi con un’opera d’arte originale della serie “In My Heart”, firmata da PREDA (nome d’arte di Danilo Preto).

L’opera, dal valore commerciale di alcune centinaia di euro, è un pezzo unico già esposto in contesti come Roccart Gallery a Firenze e Galleria Accorsi a Torino.

Il premio sarà assegnato ai primi utenti che, entro il 31 dicembre 2025, raggiungeranno un totale di 30 commenti pertinenti e argomentati agli articoli pubblicati sul sito in ciascuna delle categorie indicate sotto la voce “blog”.

ANCHE I RICCHI PIANGONO

POVERA LAUREN

Chissà se Jane Birkin se lo sarebbe mai aspettata nel 1984. Sì perché la famosa borsa di Hermès a lei dedicata in quell’anno è stata battuta all’asta ed aggiudicata per 8,6 milioni di dollari.

IL MONDO È CATTIVO

Ma non se l’è aggiudicata Lauren (Bezos) che pure ha partecipato all’asta di Sotheby’s a Parigi. Immaginiamo la di lei feroce e insopportabile delusione!

TRANQUILLA, CI PENSA JEFF

Ma c’è sempre una maniera e un tempo per rimediare. Sembra infatti che Jeff (Bezos), il signor Amazon e marito di Lauren, abbia in animo di acquisire la casa editrice Condè Nast, proprietaria tra l’altro di Vogue, dove la signora di cui sopra è comparsa nel numero di giugno di Vogue USA.

SE NON SEI SU VOGUE NON ESISTI Appunto, in copertina vestita con tanto di abito nuziale di Dolce e Gabbana sfoggiato a Venezia per il matrimonio c’era lei.

Un regalino postumo rispetto alla delusione patita alla all’asta che avrebbe In ogni caso un valore di 5 miliardi di dollari Ma sono solo illazioni

JEFF E LE MANCE

Già, perché Jeff non è generoso solo con sua moglie. Sembra che a Venezia abbia rilasciato una mancia di 45 mila euro per i dipendenti dell’albergo Aman, l’ albergo a sette stelle che li ha ospitati. Avrà arrotondato, svuotando quello che gli era rimasto in tasca, penso. L’ho sempre detto che ho sbagliato lavoro! Ma mi va molto bene così…

IN APPENDICE: SULL’HOTEL AMAN A VENEZIA

Se qualcuno ha voglia di sapere un po’ di più sull’hotel, sulla proprietà, e sui contorni vi invito ad andare su Wikipedia e digitare Vladislav Doronin.