IL MERCATO DELLE OMBRE. DENTRO I FILE EPSTEIN

Accomodati. Spegni il rumore di fondo del mondo per un istante. Dimentica i telegiornali, le notifiche, il chiacchiericcio costante che ci assorda.

Ascolta.

Senti questo suono?

È uno specchio che si infrange. E sai cosa specchiava?

Era lo specchio in cui l’Occidente amava rimirare il proprio volto rassicurante, democratico, giusto. Poi sono arrivati i “file Epstein” come sassi, violentissimi. Hanno colpito quello specchio e ora siamo tutti costretti a fissare i frammenti, a osservare il nostro riflesso deforme in ogni singola parte rotta.

So cosa stai pensando: è la solita storia di sesso e vizi, ma non è affatto così. Chi la riduce a questo è un ingenuo, un complice o un bugiardo.

Il sesso, qui, è solo il linguaggio, la macabra scenografia di un teatro molto più grande, la storia di un buco nero al centro della nostra galassia di buoni, democratici, generosi, un gorgo che ha risucchiato politica, finanza, intelligence e tecnologia, fondendole in un unico, mostruoso amalgama.

LA MELODIA DEL SILENZIO

Quando il vaso di Pandora è stato scoperchiato, quando i nomi hanno iniziato a gocciolare come veleno da una fiala inclinata, la prima reazione del sistema mediatico non è stata l’attacco, ma la difesa. Una difesa quasi pavloviana, direi.

Hanno evocato il mostro sotto il letto, il grande spauracchio che funziona sempre. E, di questi tempi, non poteva mancare il mostro della narrazione più gettonata: la Russia. Una melodia ipnotica, quasi rassicurante nella sua prevedibilità.

Un’orchestra di editorialisti e personaggi vari ha iniziato a suonare lo stesso spartito: “Attenzione, è una campagna di disinformazione del Cremlino! Putin usa Epstein per destabilizzarci!”.

Una cortina fumogena, densa e tossica, sollevata per nascondere il vero nemico. Perché il vero orrore, come in ogni romanzo thriller che si rispetti, non viene da lontano. Viene da dentro casa.

Questa narrazione è un rito collettivo per distogliere lo sguardo dai veri fantasmi che infestano i documenti, fantasmi con nomi e cognomi molto meno esotici di quelli russi.

Fantasmi che si trovano nei consigli di amministrazione di società blasonate che, spesso, hanno rapporti con governi di mezzo mondo; fantasmi che hanno stretto le mani dei nostri presidenti, che hanno progettato la tecnologia che teniamo in tasca.

Ma la nebbia tossica della pista russa non è l’unica arma usata dai guardiani del sistema. Ce n’è una più potente, più sottile: il silenzio. Un silenzio compatto, una diga eretta a protezione del potere dagli stessi che parlano del mostro russo.

Eppure, fa sorridere il fatto che, quando in Italia un guastatore locale, come Fabrizio Corona, osa sfiorare i fili scoperti di un potere minimale, i suoi canali social vengano spenti con la rapidità di un’esecuzione, su segnalazione di un colosso mediatico che si sente minacciato.

Invece, quando i file del caso Epstein colpiscono i palazzi di poteri ben più influenti, svelando nomi come Bill Gates o Peter Mandelson, sui grandi telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani progressisti non arrivano, cala un silenzio tombale.

Un silenzio che funge da barriera. Una dichiarazione d’intenti che ci dimostra come vi siano scandali di cui si deve parlare e segreti che si devono proteggere. La scelta, ovviamente, non dipende dalla gravità dei fatti, – come, invece, dovrebbe essere, in un mondo normale, – ma dipende da chi sono i protagonisti. È la prova che il sistema mediatico non agisce più come “cane da guardia” del potere, ma come suo docile guardiano.

Sul tema ho scritto un libro, La Fabbrica della Paura.

IL FILO DI ARIANNA CONDUCE A HERZLIYA

Seguiamo uno di quei fili, ignorando la musica russa in sottofondo, e tiriamo dritti. Vediamo dove ci porta.

Il filo si srotola, supera oceani e continenti, e non si ferma a Mosca, ma in Israele, precisamente a Herzliya, il centro della Silicon Valley israeliana. E il nome che troviamo all’estremità di questo filo è quello di Ehud Barak.

Non è un nome qualunque, perché Barak è stato Primo ministro di Israele dal 17 maggio 1999 al 7 marzo 2001. Un eroe di guerra. Un pilastro dell’establishment.

Eppure, il suo nome appare nei registri di volo decine di volte, molto dopo la prima, ridicola condanna di Epstein. La loro non era un’amicizia casuale.

Il filo d’Arianna che parte da Barak ci porta a una startup, Carbyne, specializzata in tecnologie di emergenza e localizzazione. Una società in cui lo stesso Epstein ha investito, attraverso Barak.

Ma il labirinto ha più corridoi, da cui parte un altro filo, svelato da una registrazione audio del Dipartimento di Giustizia, che ci mostra Epstein mentre agisce come un mediatore d’affari tra lo stesso Barak e un altro nome dal peso specifico enorme: Peter Thiel, il fondatore di Palantir, azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data

Fermiamoci un istante a contemplare la situazione.

Un finanziere condannato per reati sessuali, invischiato fino al collo con i servizi segreti, che mette in contatto un ex premier israeliano con il creatore di una delle più potenti e controverse macchine di analisi dati e sorveglianza del pianeta?

Beh, questa non è per nulla la banale cronaca di un giro di prostituzione d’alto bordo, ma la radiografia di un potere transnazionale che ha imparato a usare il sesso, il denaro e i segreti come leve intercambiabili di un unico, spaventoso meccanismo.

E se ancora avessimo dubbi, ecco la frase lapidaria, terrificante, che l’ex procuratore Alexander Acosta si lasciò sfuggire: “Mi fu detto di lasciar perdere. Mi fu detto che Epstein apparteneva all’intelligence”.

Apparteneva all’intelligence. Non era dell’intelligence. “Apparteneva”. Come un’arma. Uno strumento. Una risorsa da utilizzare.

Chi scrive romanzi e chi ha competenze di Comunicazione sa bene che le parole, – soprattutto i verbi, – sono importantissime e dicono più del messaggio veicolato.

IL MERCATO DELLE OMBRE

L’ipotesi che Epstein fosse un agente segreto al servizio di bandiere specifiche, quella americana della CIA o quella israeliana del Mossad, è una visione romantica, quasi ingenua, perché la realtà che emerge da queste macerie è molto più spaventosa.

Epstein non era un agente, bensì un punto di contatto, una piattaforma commerciale. Un facilitatore neutrale nel grande mercato globale delle ombre.

La sua isola non era l’avamposto di una nazione; era una zona franca, un porto offshore del ricatto dove le navi di tutte le agenzie di spionaggio potevano attraccare e fare affari.

Il kompromat, il materiale compromettente, non era un’arma usata solo dai russi, ma era la valuta corrente di questo mercato, di cui Epstein era il principale banchiere.

In questo mercato, un agente del Mossad poteva raccogliere informazioni su un principe saudita, mentre un oligarca russo otteneva materiale per ricattare un senatore americano.

Tutti erano clienti e tutti erano potenziali vittime. Epstein non serviva una sola nazione, ma serviva la rete. Serviva quel gioco, traendo profitto dalla vendita del bene più prezioso del nostro secolo: l’informazione compromettente.

Il termine “kompromat” deriva dalla contrazione delle parole russe “komprometiruyushchij” E “material”, che significa “materiali compromettenti”.

Kompromat sono dossier in cui sono custoditi informazioni sensibili, video, foto, documenti vari, materiali pronti all’uso per denigrare o ricattare figure pubbliche e uomini politici.

La tecnica fu introdotta dalla Ceka, il servizio segreto di Lenin, e fu perfezionata dall’NKVD sotto Stalin, molto interessato a controllare i membri del partito per isolare gli avversari politici.

Tuttavia, è assai probabile che fascicoli con materiale pronto all’uso su politici e persone influenti siano negli archivi di ogni servizio segreto del mondo, a cominciare dai più efficaci.

La vicenda di Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, già condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con e/o per conto dell’ex compagno, Jeffrey Epstein, dimostra come questa strategia esistesse su scala internazionale.

E in questo mercato, accanto a politici e spie, si scambiava la merce più delicata: dati, segreti e futuro del mondo. Un esempio? Un promemoria, mai inviato, ma archiviato come una bomba a orologeria, scritto da Epstein per Bill Gates.

Gates avrebbe contratto una malattia venerea con delle ragazze russe e avrebbe chiesto disperatamente aiuto per far avere, di nascosto, degli antibiotici all’allora moglie Melinda. Il ricatto perfetto. Silenzioso, personale, devastante.

Anni dopo, la stessa Melinda Gates parlerà del “marcio” che l’ha costretta al divorzio, un marcio che aveva un nome e un cognome: Jeffrey Epstein.

Lo stesso mercato in cui si progettava la destabilizzazione politica. Gli scambi di mail tra Epstein e Steve Bannon, l’ex stratega di Trump, svelano un piano per finanziare l’ascesa dei partiti sovranisti in Europa, per indebolire l’Unione dall’interno.

Nomi come Marine Le Pen e Matteo Salvini compaiono in scambi di messaggi entusiastici, dove si parla di come “le cose stiano cambiando” e si scherza su chi tiene l’altro “sulle ginocchia”.

È un network che si estende ovunque, fino a interessarsi persino dell’acquisizione di una squadra di calcio come il Milan.

Un sistema malato, da film thriller, da cospirazione che nemmeno i complottisti più fantasiosi avrebbero saputo architettare.

Da quanto emerge dai file, è difficile credere che Epstein si sia suicidato, ma diventa probabile che sia stato suicidato, perché la vicenda appartiene a pieno titolo al mondo dello spionaggio e degli intrighi internazionali, un ambito in cui i servizi segreti di Mosca sono considerati maestri. Così come la CIA e il Mossad.

GUARDARE NELL’ABISSO

Eccoci tornati davanti al nostro specchio infranto. Cosa vediamo ora?

Non vediamo più solo il volto di un predatore sessuale, ma il riflesso di un’élite globale che ha reciso ogni legame con i concetti di nazione, di morale, di legalità, di democrazia, di trasparenza.

Vediamo una classe dirigente transnazionale che si muove in un mondo senza confini e senza regole, un mondo fatto di jet privati, isole private e leggi private.

Ma la vera, agghiacciante rivelazione dei file Epstein non è chi fosse su quella lista, ma la stessa esistenza della lista, perché è la prova che questa rete esiste, che opera, che prospera nell’ombra, e che la sua influenza si estende dalle camere da letto dei potenti ai server che contengono le nostre vite digitali.

Il mostro non è Jeffrey Epstein. Lui era solo il custode dello zoo, il macabro cerimoniere.

Il mostro è il sistema che lo ha creato, nutrito, protetto e usato. Un sistema che ora, goffamente, cerca di nascondere le proprie tracce indicando un vecchio nemico di comodo.

Ma è troppo tardi. Lo specchio è rotto. E nessuna propaganda, nessuna cortina fumogena, potrà mai più ricomporlo. Ora possiamo solo raccogliere le schegge e cercare di capire cosa sia diventato il nostro mondo. Mentre nessuno guardava e tanti facevano finta che quel mondo non esistesse.

In attesa che, prima o poi, siano diffusi gli altri file tuttora segreti, – ancora tantissimi – potenzialmente scottanti.

IL CREPUSCOLO DI BRUXELLES, TRA L’OFFENSIVA DEL DRAGONE E IL SOGNO BELLICO TEDESCO

L’industria europea affoga sotto l’offensiva del Dragone mentre Berlino sacrifica i trattati per un’Unione a trazione militare. Analisi geopolitica tra il collasso di Bruxelles, il riarmo tedesco e il destino di un’Italia stretta tra l’incudine atlantica e il martello franco-tedesco.

DRAGHI, IL FEDERALISMO E IL CITTADINO RIDOTTO A UTENTE OBBEDIENTE

Nel suo discorso per il dottorato honoris causa che gli ha conferito l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, Mario Draghi ha detto che l’Europa ha davanti «un futuro in cui rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata.» E «un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori».

Verrebbe da chiedersi a quali valori si riferisca, se quelli democratici e dei popoli, di un tempo, o quelli dal 202 in poi, fatti di greenpass, conti chiusi a chi dissente ed eventi cancellati a personaggi scomodi.

L’ex Presidente del Consiglio non ha pronunciato un discorso politico, ma ha espresso una diagnosi da amministratore delegato, perché quando Mario Draghi guarda l’Europa, non vede ideali, tradizioni, culture e democrazie. Non vede nemmeno popoli che votano ed esprimono opinioni, ma una macchina inefficiente, un’azienda da ristrutturare, dove i cittadini sono soltanto utenti.

E, si sa: in azienda, chi non produce, chi ha problemi, chi si lamenta, è un costo, un problema da abbattere.

Draghi vede un conglomerato con ventisette consigli d’amministrazione che litigano su ogni scelta. Una struttura che non regge l’urto con le potenze mondiali. Perciò, la cura che vorrebbe applicare è chirurgica, spietata, e soprattutto tecnica.

In democrazia, i problemi evidenziati da Draghi andrebbero dibattuti in campagna elettorale, prima di chiedere il voto ai cittadini, ma nell’Europa autocratica, dove la Commissione non è votata dai cittadini, la tecnocrazia al potere non passa per le elezioni, ma esegue silenziosamente dei colpi di Stato, trasformando i governi dei singoli paesi in filiali in cui cambiare il direttore perché non adeguato a seguire le direttive dell’amministratore delegato.

LA LOGICA DEL QUARTIER GENERALE

In una grande impresa, se ogni stabilimento fa quello che vuole, se gli investimenti sono slegati, se le regole cambiano da capannone a capannone, quella impresa fallisce.

Draghi applica questa semplice equazione al Vecchio Continente, quindi la sua ricetta è un quartier generale unico, che decida le priorità, dove pompare capitali, quali settori salvare, quali aziende devono prosperare e quali morire.

Batterie, chip, green economy: oggi un’azienda deve districarsi in ventisette labirinti normativi diversi, ma domani, secondo questa visione, troverà una porta unica a Bruxelles, un unico interlocutore, un unico libro delle regole.

Sembra ragionevole a un occhio disattento, ma è un errore fatale per chi ha a cuore i valori dell’Europa e la libertà nei paesi che hanno creduto di poterla creare.

CHI PAGA, COMANDA. CHI EMETTE DEBITO, DETERMINA IL FUTURO

Il tema del debito comune non è una questione di solidarietà, ma una leva, uno strumento finanziario potentissimo. È l’arma che hanno Washington e Pechino.

Un’Europa che voglia competere deve poter scommettere centinaia di miliardi in modo unitario, rapido, aggressivo. Draghi lo sa, quindi propone di centralizzare la finanza.

Difesa, tecnologia, energia: le grandi scommesse saranno finanziate da obbligazioni europee.

Ma è qui che sorge il problema, perché chi controlla il borsello, controlla l’agenda. Se i soldi vengono da Bruxelles, le scelte seguiranno Bruxelles. I governi nazionali diventeranno bracci esecutivi, amministratori di fondi altrui. La sovranità fiscale, l’ultimo baluardo dello Stato-nazione, evaporerebbe.

IL “28° REGIME”: LA SCORCIATOIA DEI POTENTI

Quando il sistema è troppo ingarbugliato, non lo aggiusti. Lo scavalchi.

Sembra questo il senso del “28° regime”, l’idea di creare un quadro normativo europeo parallelo, che permetta alle grandi imprese di saltare a piè pari le giungle legislative nazionali, una mossa da manager: taglia la complessità, velocizza i processi.

Ma è anche l’abbattimento della democrazia, perché significa che una fetta sempre più grande della nostra vita economica sarà decisa in una stanza dove i parlamenti eletti dai cittadini non hanno voce e, di fatto, sono soltanto figure di facciata.

Bruxelles stabilirà gli standard, le condizioni, i vincoli, e i governi dovranno solo adeguarsi. Ma così, la politica nazionale verrebbe ridotta a un ruolo di mera esecuzione, con un esproprio di sovranità senza precedenti.

LA FINE DEL VETO: IL NUCLEO DURO E GLI ESECUTORI

Il diritto di veto è il simbolo supremo della sovranità, per Draghi, infatti lo indica come il tumore che paralizza l’Europa.

Ma quel diritto di veto è l’architrave pensata per evitare azioni di stampo dittatoriale.

In un consiglio d’amministrazione, se ogni azionista può dire no, l’azienda affonda, ma un’azienda non è una democrazia. Draghi vede un’azienda, non una democrazia, perciò la sua soluzione è un nucleo duro, una squadra ristretta di paesi che proceda a maggioranza. Gli altri possono aggregarsi o restare fuori dalla stanza dei bottoni.

È un federalismo pratico, non dichiarato, un’Europa a due velocità che diventa, di fatto, un’Europa a due classi: chi decide e chi subisce. La pressione per aderire al “nocciolo duro” sarà immensa, per non perdere fondi, influenze, contratti.

Così, la scelta sarà obbligata e l’integrazione non nascerà da un dibattito pubblico, ma dalla paura di essere tagliati fuori.

È un’Europa che polverizza le regole fondamentali che i padri fondatori avevano ideato perché trionfasse la democrazia.

LA TRAPPOLA TECNOCRATICA: LA POLITICA TRASFORMATA IN VINCOLO

Il vero colpo di genio del pensiero manageriale applicato alla politica è che le scelte epocali, dai limiti di deficit agli standard ambientali, dai piani industriali alle riforme, non verrebbero più presentate come opzioni politiche su cui dibattere, ma come “vincoli di sistema”, “necessità tecniche”, “precondizioni per la competitività”.

Come in un’azienda, dove non si discute se farlo. Si discute solo come farlo.

La tecnocrazia svuota il conflitto, neutralizza il dissenso e trasforma il futuro in un piano strategico da implementare. E chi si oppone non è un avversario con una visione diversa, come è normale in democrazia, ma un ostacolo al buon funzionamento della macchina, come accade nelle aziende. E nelle dittature.

LA DOMANDA CHE DRAGHI DIMENTICA DI PORRE

Per Draghi, la posta in gioco non è tra europeisti e sovranisti, perché quella è una battaglia superata, folkloristica.

La posta in gioco è molto più cruda, e riguarda la democrazia rappresentativa.

Chi risponde delle decisioni, quando il potere si allontana così tanto dai cittadini? Quando le scelte che ti cambiano la vita, sul lavoro, sull’energia, sulla difesa, vengono prese in una “scatola nera” continentale, in un consiglio di amministrazione sul quale non puoi esprimere mai la tua opinione?

L’Europa di Draghi è un’azienda. Ma in un’azienda, i dipendenti devono adeguarsi, altrimenti vengono licenziati. In un’azienda non c’è democratica, ma si attuano le politiche dei proprietari, degli amministratori. Proprio come in una dittatura.

Draghi, il “grande manager”, il grande esecutore della globalizzazione, uno dei padri delle sanzioni, del riarmo, dei cittadini con o senza pass e di tutte le sconfitte europee degli ultimi anni, offre all’Europa la possibilità di diventare un gigante economico, ma, per farlo, dimostra che al potere e ai manager non interessa una beata fava dei cittadini.

Interessa solo un efficientissimo modello, dove ogni cittadino ha solo il dovere di essere semplice utente di un sistema.

E, se non vuole adeguarsi, se non obbedisce, basta chiudergli i conti.

Super, no?

IL RICATTO DI KIEV E IL PARADOSSO DI UN’EUROPA OSTAGGIO

Mentre Kiev stringe i rubinetti dell’oleodotto Druzhba, l’Europa scopre il prezzo di un’alleanza trasformata in assedio. Dalle minacce alle agenzie anti-corruzione al miraggio di una controffensiva fantasma, aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto della NATO, nel paradosso economico di un continente che finanzia la sua stessa sottomissione.

L’AUTORITARISMO SA FABBRICARE UN’EMERGENZA PER SOFFOCARE LA LIBERTÀ

Le democrazie non muoiono quasi mai per un colpo di stato. La storia ci insegna che, il più delle volte, spariscono poco a poco, con un metodico stillicidio di diritti mascherato da necessità, una progressiva cessione di sovranità ammantata di pragmatismo.

Gli eventi che hanno punteggiato la cronaca italiana e occidentale nelle ultime settimane, apparentemente slegati tra loro, come la violenza di piazza a Torino, la polemica sulla presenza di agenti americani dell’ICE sul nostro suolo e la censura strisciante, non sono episodi isolati, ma evidenze di una patologia sempre più preoccupante.

Capitoli di un manuale non scritto su come erodere lo stato di diritto sfruttando la più potente delle leve politiche: la paura.

Del resto, l’abbiamo visto durante la pandemia che cosa sia capace di fare la paura, capace di trasformare persino tuo fratello nel più acerrimo nemico.

E basta ripassare la storia dell’avvento del nazismo e del fascismo per scoprire tanti punti comuni a molteplici dinamiche di oggi, in questa sequenza strategica che dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena di ogni cittadino acculturato.

Stiamo assistendo in tempo reale a un’operazione di ingegneria del consenso volta a legittimare un modello di potere sempre più verticale e refrattario al dissenso, proprio con la scusa della paura, con la creazione di nemici funzionali alle politiche che si intende attuare.

LA PIAZZA COME PRETESTO: LA STRATEGIA DELLA TENSIONE 2.0

Tutto inizia dalla piazza di Torino.

Una manifestazione pacifica viene macchiata da atti di violenza inqualificabile da un manipolo di criminali, atti culminati nel linciaggio di un agente di polizia.

L’atto è brutale, criminale, e va condannato senza alcuna esitazione, senza se e senza ma. Perché picchiare un agente significa picchiare lo Stato, significa picchiare gli italiani.

Tuttavia, un conto è un’analisi democratica, un altro è una strumentalizzazione autoritaria.

Il primo errore, commesso da una parte del dissenso, è cadere nella trappola del “benaltrismo”, quella pratica intellettualmente sterile che risponde alla violenza subita dalle forze dell’ordine evocando quella, altrettanto inaccettabile, perpetrata dalla polizia in altre occasioni, come proprio a Torino, durante la pandemia, a Napoli, a Trieste.

Ricordate i giovani manganellati a Torino? Le donne con la testa spaccata? Gli operai seduti e inoffensivi, a Trieste, colpiti con i getti d’acqua e con i manganelli?

Tuttavia, giustificare un sopruso con un altro significa creare un cortocircuito etico che delegittima ogni critica, ecco perché è un errore fatale, perché fornisce al potere l’argomento definitivo: “Vedete? Sono tutti violenti. Non c’è dialogo possibile, perciò dobbiamo usare la forza per fermarli. Altrimenti diventano pericolosi per tutti”.

È qui che scatta la seconda fase, quella governativa.

L’episodio, per quanto grave, viene elevato da fatto di cronaca a emergenza nazionale. Diventa la perfetta scusa emotiva, il pretesto provvidenziale per accelerare l’introduzione di un pacchetto di norme sulla sicurezza che giaceva già pronto nel cassetto.

Il fermo preventivo, la tutela legale speciale per gli agenti, il DASPO per i manifestanti: misure che non servono a punire i colpevoli di ieri, ma a intimidire i pacifici di domani. La violenza di pochi diventa così il cavallo di Troia per limitare la libertà di tutti.

Questa è una deliberata strategia comunicativa, per cui si isola un evento scioccante, lo si amplifica mediaticamente e lo si utilizza come clava per ottenere un consenso, altrimenti impensabile, a un giro di vite sulle libertà fondamentali, come quella di manifestare.

Così, il singolo poliziotto ferito, vittima di un atto criminale, diventa involontariamente il simbolo per giustificare una potenziale repressione di massa.

LA SOVRANITÀ A GEOMETRIA VARIABILE: QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA CESSIONE

Lo stesso esecutivo che invoca pugno di ferro e leggi speciali in nome della sicurezza nazionale è colto in flagrante mentre, di fatto, appalta una porzione di quella stessa sicurezza a un’agenzia straniera.

La vicenda degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) destinati a operare in Italia durante le Olimpiadi dimostra l’asimmetria di potere e la comunicazione manipolatoria.

La notizia, diffusa da ciò che resta di un giornalismo d’inchiesta che ancora svolge la sua funzione di cane da guardia, è stata immediatamente accolta con smentite sdegnate, anche da parte di alcune testate ormai sempre più voci della propaganda.

Il Ministro dell’Interno, Piantedosi, era intervenuto, parlando di «polemica sul nulla», affermando che l’ICE «non opererà mai in Italia». Una negazione netta, tombale.

Tuttavia, bastavano poche ore per sbugiardare Piantedosi, con il comunicato dell’ambasciatore americano, il quale confermava l’impiego dell’ICE in Italia e spiegava anche che l’ICE fornirà “supporto” non solo al proprio personale diplomatico, ma anche alla “nazione ospitante” per “verificare e mitigare i rischi”.

In pratica, non si tratta di una semplice collaborazione, ma di un’ingerenza operativa, sancita peraltro da un accordo del 2014, che implica la condivisione di dati sensibili, tra cui il DNA, e l’esercizio di funzioni di intelligence sul nostro territorio.

In prativa, un governo che ha costruito la sua intera narrazione, dall’opposizione alla campagna elettorale, sul concetto di “sovranità” si dimostra prono agli interessi di una potenza alleata e tenta goffamente di nasconderlo all’opinione pubblica.

Escludo a priori l’idea che il governo italiano non sapesse dell’ICE, perché servirebbero dimissioni immediate per manifesta incompetenza e incongruenza con il ruolo.

La sovranità diventa un feticcio da sventolare contro i deboli (i migranti, i manifestanti) e una formalità da accantonare di fronte ai forti (gli USA, Israele…).

E la sicurezza, invocata per giustificare la repressione interna, diventa il motivo per legittimare la cessione di controllo verso l’esterno.

DAL MANGANELLO ALLA CENSURA: L’ULTIMO RIFUGIO DEL POTERE

Se la piazza è il teatro dell’azione fisica per generare paura, e i rapporti internazionali, – fatti di sanzioni, dazi e minacce, – sono le azioni della nuova diplomazia per creare nemici, il linguaggio diventa il campo di battaglia finale per il controllo delle menti, l’ultimo e più insidioso stadio della deriva autoritaria.

Emblematici del clima che stiamo vivendo sono gli episodi degli eventi cancellati, dalla pandemia a oggi, al medico novax, a docente universitario del calibro di Barbero, al musicista russo. Fermati solo perché alcuni interventi non erano graditi al pensiero dominante.

Non si contesta l’evento, si cancella il nome di chi porta un pensiero sgradito, perché il dibattito stimola il pensiero critico e alcune narrazioni rischiano di essere polverizzate.

Umberto Eco profetizzava che il nuovo fascismo non sarebbe arrivato in camicia nera, ma travestito da “libertà”.

E, ormai, siamo protagonisti in prima persona di un’operazione di ridefinizione semantica, per cui si propongono leggi per equiparare l’antisionismo, che è una legittima posizione politica, critica verso le azioni di uno Stato, all’antisemitismo, che, invece, è una spregevole forma di odio razziale.

Lo scopo non è proteggere il popolo ebraico, ma criminalizzare il dissenso verso una specifica politica estera.

E questa è un’arma retorica formidabile, perché trasforma chi critica Israele da semplice oppositore politico a razzista. Il dibattito è chiuso. Il pensiero critico diventa reato.

Questo è il clima che stiamo vivendo, un fascismo culturale che non ha bisogno di manganelli quando può usare il Codice penale, ma che non ha paura a usare le armi, come dimostra la cronaca recente negli USA.

Non ha bisogno di marciare su Roma quando può marciare sul vocabolario, ridefinendo le parole per rendere impensabile, e poi illegale, ogni forma di opposizione, soprattutto quando il mondo globalizzato rende intere aree geografiche una sola grande nazione. Come l’Occidente. Come l’Europa.

RICONOSCERE I SINTOMI PRIMA CHE LA MALATTIA DIVENTI INCURABILE

La violenza in piazza, la sovranità ceduta in segreto, la parola censurata con la legge, sono tre fili che, intrecciati, formano la corda con cui si sta lentamente strangolando la nostra democrazia.

La narrazione è coerente: il mondo è pericoloso (criminali, terroristi, “cattivi”), lo Stato deve proteggervi, e per farlo deve avere più poteri, meno controlli e meno voci critiche tra i piedi. “Voi cedete un pezzo di libertà, noi vi diamo in cambio un’illusione di sicurezza.”

Il paradosso è che chi giustifica la violenza di una fazione contro l’altra, chi accetta il “benaltrismo” come forma di dibattito, chi non si indigna per una sovranità a corrente alternata, diventa un complice involontario di questo processo. Proprio come accadde a tanti italiani e a tanti tedeschi durante il secolo scorso.

La vera resistenza, oggi, non è scendere in piazza a spaccare tutto o a pestare i poliziotti. Quella è criminalità e i criminali vanno arrestati. Punto.

La vera resistenza è difendere la complessità del pensiero contro la brutale semplificazione della propaganda; è pretendere coerenza da chi ci governa; è rifiutare l’equazione tra sicurezza e repressione, perché è una strategia che puzza ancora dei dispotismi del secolo scorso.

La vera resistenza è capire, prima che sia troppo tardi, che quando uno Stato inizia a temere i propri cittadini più dei propri nemici, la libertà di tutti è già in pericolo.

Bisogna imparare ad ascoltare queste dinamiche che sembrano normali, perfino scontate, quando normali e scontate non lo sono affatto. Prima che da situazioni spiacevoli, diventino un ordine a cui non si potrà più disobbedire.

BRUXELLES COME MOSCA O MOSCA COME BRUXELLES

C’è un uomo che non può più lavorare, non può pagare l’affitto, né comprare da mangiare per i suoi tre figli, due dei quali appena nati. Non può ricevere un bonifico, né un compenso, né un aiuto.

Persino invitare quest’uomo a bere un caffè è, tecnicamente, un reato, perché da chi comanda è considerato un terrorista nonostante non abbia mai subito un processo.

Non è un boss della mafia, ma è soltanto un giornalista che si è permesso di dissentire con chi comanda nel suo Paese.

Se stavate pensando alla Russia o alla Cina, vi sbagliate di grosso, anche se sono comportamenti da dittatura, non certo da democrazia.

Il suo nome è Huseyin Dogru, è un giornalista di origini turche che vive in Germania e la sua colpa, agli occhi dell’Unione Europea, è aver espresso le sue opinioni, che, per un giornalista, significa aver svolto il proprio mestiere.

Il 20 maggio 2025, Dogru, cittadino tedesco e fondatore della piattaforma mediatica Red Media, è stato inserito nel 17° pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia, in quello strumento concepito per fiaccare la macchina da guerra di Mosca, che, per la prima volta, è stato puntato contro un giornalista europeo in quell’Europa che si vanta di essere civile e democratica.

La vita di questo giornalista, da quel giorno, è stata programmaticamente smantellata per quella che è, a tutti gli effetti, una “morte civile”, come l’ha definita lui stesso, senza la sentenza di un tribunale dopo un giusto processo, ma con l’editto di un comitato burocratico a Bruxelles, a porte chiuse, formato da persone che nessun europeo ha mai potuto votare.

Infatti, i cittadini europei possono eleggere solo i parlamentari di Bruxelles, non chi esercita l’effettivo potere, chi decide la politica, le sanzioni, chi cambia e decide la vita dei cittadini dell’Unione.

L’architettura del castello accusatorio contro questo giornalista è tanto fragile quanto terrificante nella sua logica, poiché l’UE accusa Dogru di “diffusione di disinformazione” e di legami con la propaganda russa, solo che non esistono prove di queste calunnie.

Solo tweet e articoli critici verso la NATO che il giornalista ha scritto nel pieno esercizio delle sue funzioni, che ha scritto verso Israele e nei confronti della gestione tedesca delle proteste pro-Palestina.

Opinioni dunque, che, nel caso di un giornalista, valgono molto di più visto che pensare e veicolare il proprio pensiero fa parte del mestiere.

La sua copertura delle manifestazioni studentesche all’Università Humboldt di Berlino, secondo l’accusa, seminerebbe “discordia etnica, politica e religiosa”, favorendo così la “destabilizzazione” russa.

Questo sillogismo è un capolavoro di autoritarismo da propaganda hitleriana, poiché si prende una posizione critica su un tema geopolitico sensibile, come Gaza, la si etichetta come “pro-Palestina”, si decreta che tale posizione crea “discordia” e, poiché la discordia interna è un obiettivo della Russia, si conclude che il giornalista è un agente della disinformazione russa. Fine della discussione.

Non servono prove di contatti, né di finanziamenti. Non serve un processo. L’associazione di idee, politicamente motivata, diventa una prova nonostante non lo sarebbe in nessun tribunale di nessuna democrazia al mondo.

Un meccanismo che nemmeno Pechino o Mosca sono mai riuscite a mettere in piedi.

LA BUROCRAZIA EUROPEA E LA NEGAZIONE DEL BUONSENSO

La brutalità della punizione è metodica e totale, con il congelamento di tutti i conti bancari.

La misura si estende di fatto alla moglie, sebbene non sia sulla lista, perciò senza alcuna colpa, lasciando una famiglia con due neonati senza mezzi di sussistenza.

La Bundesbank aveva approvato un minimo vitale di 506 euro al mese, ma le banche commerciali, terrorizzate dalle sanzioni secondarie, hanno bloccato l’erogazione per mesi. La stessa assicurazione sanitaria è stata cancellata.

Ogni aspetto della vita sociale ed economica è stato reciso, così come un divieto professionale di fatto gli impedisce di lavorare, tant’è che, persino il quotidiano Junge Welt, che aveva considerato di assumerlo, ha dovuto desistere perché pagare uno stipendio a Dogru costituirebbe una violazione delle sanzioni.

Il Ministero degli Esteri tedesco, il cui governo ha palesemente spinto per queste misure, lo liquida come “attore della disinformazione”, negandogli lo status di giornalista.

Ovviamente, questo non è soltanto un attacco a un uomo, ma è un chiarissimo messaggio a tutti gli europei.

È la creazione di un precedente spaventoso che avvisa tutti. Il giornalismo critico, il dissenso su questioni chiave della politica estera europea, può essere riclassificato come una minaccia ibrida e punito con l’annientamento economico e sociale, senza passare da un’aula di tribunale.

Proprio come avviene nelle più becere dittature.

L’avvocato di Dogru, Alexander Gorski, ha definito le sanzioni “prive di fondamento e motivate solo dalla politica”, una rappresaglia per la sua copertura critica del genocidio a Gaza.

Sono un atto dittatoriale che dimostra come la libertà di parola non esista in Europa. Almeno non esiste più quando diventi troppo scomodo per i burocrati al potere in Europa.

E ricordiamo che questi burocrati, mai eletti dagli europei, hanno poteri superiori ai governi eletti dai popoli in base ai programmi elettorali presentati nelle campagne elettorali dei rispettivi paesi dell’Unione.

Alla faccia dell’Europa dei popoli.

IL NUOVO REGIME CONTRO LA VERITÀ

Mentre l’Europa non ha alcun pudore per parlare ancora di democrazia contro gli autocrati del mondo, sta costruendo in casa propria un’infrastruttura di repressione del pensiero che quegli stessi autocrati le invidiano.

Si è creato un “regime della verità” in cui la libertà di espressione coincide con la libertà di essere d’accordo con la linea ufficiale. Se non sei d’accordo con Kallas, von der Leyen o con un altro burocrate., diventi automaticamente un pericolo, proprio come nei peggiori regimi del mondo, in totale antitesi con ogni forma di democrazia e di libertà di opinione.

Ogni deviazione è sospetta, ogni critica è potenzialmente un’operazione di influenza straniera.

E il caso del giornalista tedesco non è un’anomalia, ma quanto avvenuto anche a Gabriele Nunziati, giornalista licenziato per aver posto una domanda scomoda su Israele, a Frédéric Baldan, autore del libro inchiesta “Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”, che si è visto chiudere tutti i conti, e a Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzero, sanzionato dall’Unione Europea nel dicembre 2025 per presunte attività di «destabilizzazione russa».

Anche nel caso di Baud e di Baldan, il congelamento dei beni e dei conti, è stato imposto a seguito delle posizioni critiche sulla guerra in Ucraina, sui media occidentali e, nel caso di Baldan, per essersi permesso di portare alla luce tanti scandali di von der Leyen, anche prima dei famosi messaggini.

Sono tutti casi che dimostrano in maniera incontrovertibile che l’Europa non è una democrazia sana, perché adotta metodi che prevaricano la giustizia, senza garantire il diritto a un giusto processo e applicando sanzioni sulla base di prove che non esistono e/o non hanno alcun fondamento logico, proprio come accade lontano dalle democrazie.

Il caso di Huseyin Dogru è il volto umano e tragico di questa deriva, un’ennesima dimostrazione di cosa sia diventata l’Unione europea che, nel suo lodevole intento di contrastare la propaganda del Cremlino, ha finito per adottarne i metodi, brandendo l’accusa di “agente straniero” contro le proprie voci critiche, scambiando la sicurezza per il silenzio, confondendo l’unanimità con l’unità.

Ammesso che si tratti di confusione e incompetenza e non, invece, di atti deliberati da un disegno dispotico.

Quando uno Stato o un’entità sovranazionale si arroga il diritto di decidere chi è un giornalista e chi no, quale opinione è legittima e quale “disinformazione”, e quando può distruggere la vita di un cittadino sulla base di accuse segrete e inappellabili, senza alcun processo, non sta più difendendo la democrazia, ma la sta smantellando dall’interno.

Perciò, alla luce di questo caso, analogo a tanti altri, – come Baldan, Nunziati e Baud, per esempio – se per combattere la Russia diventiamo come la Russia, chi ha vinto davvero?

Alla luce di queste minacce violente e inaccettabili contro la democrazia e la libertà di opinione, anche noi di Tamago rischiamo la fine di Baldan, Baud e Dogru?

L’ESECUZIONE DEL PENSIERO LIBERO. QUANDO LE ISTITUZIONI ARMANO IL BRANCO DIGITALE PER SCHIACCIARE UN RAGAZZO E IMPORRE IL SILENZIO DI REGIME

Un’autopsia sociologica del caso Recanati: quando la macchina del fango istituzionale si attiva contro un liceale, la democrazia cessa di esistere per lasciare spazio al bullismo di Stato e alla psicopatologia del branco digitale.

LE MANI CHE COSTRUIVANO BELLEZZA. OMAGGIO A FEDELE DICIOLLA

C’era una roccia, nel mondo dell’arte. Non una roccia fredda e distante, ma una mantenuta tiepida dal sole, una di quelle su cui ci si può sedere per raccontarsi storie, per abbracciarsi e sognare il futuro, o dove puoi appoggiarti per riprendere fiato.

Quella roccia si chiamava Fedele.

Lo incontrai la prima volta a Termoli. Portai diciotto artisti a esporre al castello, nella mostra che aveva organizzato sua moglie, Rosa Didonna, nel 2019.

Entrai nel castello una mattina d’agosto, il giorno prima del vernissage, dopo dieci ore d’auto, e lui era lì, un uomo del sud, tutto d’un pezzo, con uno sguardo che poteva sembrare forte, severo persino, ma capace di sciogliersi in un sorriso che ti accoglieva senza condizioni.

Ti faceva sentire a casa. Ti faceva sentire in famiglia. E quando lo salutavi per andare via, il suo abbraccio e il suo saluto erano veri, genuini, sentiti. Da uno di famiglia.

Era uno di quegli uomini fatti da sé, la cui stretta di mano vale più di mille firme sotto a un contratto. E in quella stretta c’era un mondo intero: onore, sudore, parola data. Una promessa di granito, con tanto, tantissimo cuore.

Perché Fedele credeva in ciò che faceva. E credeva in Rosa, che era la sua ragione di vita.

Una volta, sul lungomare di Bari, mentre sorseggiavamo un caffè, mi disse che era un po’ stanco, nonostante sembrasse un robot infaticabile, ma era felice perché la mostra era “venuta bene e Rosa era contenta”. Per lui, la felicità di sua moglie era respiro, era benessere, era motivo di vita. «A me basta che Rosa sia contenta e io sono felice.»

E in quella frase c’era tutta la verità, tutto il mondo, tutta la vita di Fedele Diciolla.

Era il pilastro silenzioso su cui poggiavano sogni, mostre, progetti coraggiosi.

Era la colonna portante della Globalart, quella che non vedi, ma senza cui tutto crolla. Era uomo di fatica, ma anche quello capace di portare calma, di risolvere problemi, di placare gli animi, nonostante fosse fumantino di carattere e andasse preso con le pinze quando si inalberava.

Lavorava nell’ombra, Fedele. Di nome e di fatto. Nella polvere del trasporto, nella fatica dell’installazione, nel “lavoro sporco” che dà luce alle opere degli altri.

Con le sue mani, ha posato opere sui muri, ha costruito strutture, ha macinato chilometri in auto e sugli aerei, sempre per seguire e affiancare sua moglie Rosa.

Ricordo quando organizzai con Rosa una bellissima mostra al Palazzo della Provincia di Bari, dove portai 44 artisti dal Giappone. Fedele costruì, letteralmente, il palcoscenico di quell’incontro tra mondi. E con la sua solarità disarmante, la sua autenticità senza fronzoli, conquistò i cuori e il rispetto dei vertici giapponesi giunti in occasione del vernissage.

Fedele non parlava inglese, ma la sua lingua, fatta di gesti, di sorrisi, di quel fare da italiano vero e genuino, da uomo d’altri tempi, era universale. Era la lingua dell’uomo vero. Era la lingua del cuore.

E in questo nostro mondo, Fedele, in questo mondo dell’arte che troppo spesso ti porta a scontrarti con persone più false di una banconota del Monopoli e di tantissimi personaggi che indossano soltanto delle maschere, tu eri l’antitesi, perché non ti interessava recitare un ruolo, ma eri semplicemente te stesso.

Eri così a Termoli, eri così a tutte le mostre ed eri così a casa tua, in famiglia. Non eri un personaggio. Eri una persona. Non indossavi maschere. Eri Fedele e basta.

Ed essere Fedele, in quest’epoca di copie sbiadite, era “tantissima roba”. Eri un esempio. Sei stato un esempio.

Oggi quel sorriso vero, quell’abbraccio da chioccia per i nipotini, quella forza tranquilla da marito gioioso e padre d’altri tempi, sono volati in cielo. E con loro è volato via un pezzo della mia vita, un pezzo della mia storia in questo mondo dell’arte.

L’arte perde uno dei suoi angeli operai. Uno di quelli che tengono con onore le ali sporche di terra e di colla, ma il cuore pulito e rivolto alle stelle.

Uno di quelle persone che raramente compaiono nelle foto e su cui non si scrivono mai articoli, ma senza i quali nessun evento può avere luogo.

Il mondo perde un uomo Buono, con la B maiuscola. E, soprattutto, un uomo vero.

Da oggi, senza di te, il terreno è un po’ più fragile, Fedele, anche se restano le strette di mano, gli incoraggiamenti, i consigli, che sono custoditi nei cassetti delle cose belle del mio cuore.

Riposa in pace, caro Fedele. Grazie per ogni struttura che hai costruito, per ogni opera che hai sollevato, per ogni chilometro in cui hai accompagnato Rosa perché potesse colorare i suoi sogni, e per ogni sorriso che hai donato, per ogni incoraggiamento e consiglio.

La tua eredità è nelle impronte che hai lasciato nelle anime di chi ti ha conosciuto e nelle tracce di bene e d’amore che restano, qui, a ricordarci che gli uomini veri esistono.

E tu sei stato uno di quelli.

LA RUSSIA HA FINITO I CARRI ARMATI PER LA DICIASSETTESIMA VOLTA. ORA ATTACCA CON I PALLONCINI.

Signore e signori, tenetevi forte, perché i barzellettieri… ops, i giornalisti di casa nostra ne hanno inventata un’altra. La balla definitiva. Quella che, questa volta sì, chiude la partita.

È ufficiale, ce lo dicono fonti autorevolissime e satelliti che non mentono mai: la Russia ha finito i carri armati.

Ma non ce l’avevano già detto nel 2023?!

Come un copione stanco ma rassicurante, come la puntata di una soap opera che conosciamo a memoria, torna la notizia che tutti aspettavamo per sentirci migliori: la Russia è al collasso. Ieri ha finito i missili, l’altro ieri i soldati, la settimana scorsa il gasolio.

Oggi, finalmente, è il turno dei carri armati. Stavano usando le riserve dell’era sovietica, ci spiegano gli analisti da salotto televisivo. I parcheggi sono vuoti. Ergo, la conclusione non può che essere una, granitica, inappellabile: i carri armati non ci sono più.

Che poi gli stessi bollettini ucraini, da qualche tempo, riportino un numero di mezzi corazzati distrutti in drastico calo è un dettaglio irrilevante, quasi fastidioso. L’intelletto pigro rifuggirebbe la complessità.

Potrebbe forse significare che le tattiche sono cambiate? Che i combattimenti si sono spostati su terreni meno adatti ai carri? Che forse, semplicemente, le forze di Kiev incontrano maggiori difficoltà?

Ma va! Per i barzellettieri che ci hanno raccontato panzane da ridere a crepapelle, non credere alla loro realtà significa formulare pensieri impuri.

La spiegazione deve essere per forza più semplice, quasi biblica: non li distruggono più perché non ce ne sono più. Punto. Amen.

La sociologia della comunicazione insegna che una narrazione, per funzionare, non deve essere vera, ma deve essere credibile per chi vuole già crederci. E noi, ammettiamolo, vogliamo crederci disperatamente.

IL MUSEO DELLE PANZANE: DAI TIRALATTE AI MULI

Quest’ennesima fine dei carri armati va ad arricchire una collezione di panzane che meriterebbe un’ala dedicata al Louvre, in una sala dedicata alla propaganda.

Vi ricordate? All’inizio della guerra, ci dissero che i russi, privi di tecnologia, smontavano i microchip dalle lavatrici e dai tiralatte per guidare i loro missili ipersonici.

Peccato che, nel frattempo, quegli stessi missili continuassero a colpire con una precisione desolante a velocità per cui, oggi, nel 2026, la NATO non dispone di contromisure per sua stessa ammissione.

Ma fu il tiralatte a fare più colore, perché umanizzava il nostro disprezzo.

Poi fu la volta delle pale. I soldati di Mosca, – ci mostrarono foto sgranatissime, – andavano all’assalto con vanghe risalenti all’epoca degli Zar, forse del 1800.

Stavano per mandare al fronte i muli, come gli alpini nella Grande Guerra, perché i mezzi corazzati erano già esauriti, come ci spiegava Fubini sul Corriere, intanto, però, le mappe del fronte si tingevano lentamente, inesorabilmente, di rosso.

Ma noi avevamo le pale. Le pale ci bastavano, anche se sarebbe meglio definirle per ciò che erano: palle, con due elle, o balle, fate voi.

E che dire del bollettino quotidiano dei caduti? Mille russi al giorno, per mesi, per quattro anni. Facciamo due conti, quelli semplici che si imparano alle elementari. Le avranno fatto le elementari i barzellettieri delle pale e dei microchip, vero?

Mille al giorno fanno 365.000 l’anno. In quattro anni di conflitto, staremmo veleggiando verso il milione e cinquecentomila soldati russi polverizzati. Considerando che le stime più generose davano l’intera forza armata russa a circa 1,3 milioni di uomini nel 2022, dovremmo dedurre che al Cremlino siano rimasti solo i cuochi e la banda musicale.

Vuoi vedere che non erano pale, ma flauti traversi e clarinetti?

Eppure, le offensive continuano. Mistero della fede. O, più prosaicamente, mistero della propaganda che prende i suoi ascoltatori per perfetti imbecilli. E forse, a giudicare dai risultati, non ha tutti i torti.

L’ARMA FINALE DEL CREMLINO: PALLONCINI AL CONTRABBANDO

Ma torniamo ad oggi. L’Armata Rossa, ormai appiedata e priva di cingolati, cosa può fare per minacciare la poderosa NATO?

La risposta è arrivata nei cieli della Polonia: i palloncini. Sì, avete capito bene.

Oggetti volanti non identificati, provenienti dalla Bielorussia, hanno violato lo spazio aereo polacco.

L’allarme è scattato. La guerra ibrida. La nuova, disperata tattica di Putin. L’Occidente col fiato sospeso.

Poi, come nella migliore commedia dell’arte, il colpo di scena. Le guardie di frontiera polacche, dopo aver esaminato i primi reperti, hanno emesso il verdetto: si trattava, molto probabilmente, di palloni usati dai contrabbandieri per trasportare sigarette.

La grande minaccia all’articolo 5 della NATO era un carico di bionde di frodo, sospinto dal vento che, a quanto pare, spira da est ed è quindi filorusso, un complice di Lukashenko. Non c’è altra spiegazione possibile.

LA VERITÀ, QUESTA SCONOSCIUTA

E mentre ci dilettiamo con queste barzellette, la realtà sul terreno, quella vera, quella sporca di fango e sangue, racconta una storia che l’Institute for the Study of War (ISW) riassume con la consueta, noiosa precisione: piccoli avanzamenti ucraini confermati a nord-ovest di Pokrovsk, controbilanciati da avanzamenti russi su quasi tutti gli altri fronti, da Kharkiv a Donetsk, fino a Zaporizhzhia.

Nessun collasso, nessuna ritirata. Solo una guerra di logoramento, lenta, brutale e complessa.

Ma la complessità non fa audience e non giustifica miliardi in armamenti.

Non compatta l’opinione pubblica come può fare la favola rassicurante del nemico stupido e con le pezze al culo, che combatte con i microchip delle lavatrici e le pale di due secoli fa, ridotto allo stremo, con i palloncini del contrabbando al posto dei carri armati.

Una narrazione che non serve a descrivere la guerra, ma a vendercela.

Forse, la vera scarsità non è quella dei carri armati russi, ma quella del nostro senso critico, evaporato al primo soffio della propaganda.

Pale, muli, carriole e adesso i palloncini.

Quale sarà la prossima sciocchezza?

L’ICE IN ITALIA E IL GOVERNO NON LO SAPEVA

Dagli Stati Uniti d’America, ci arriva lo spettacolo del caos, una condizione accuratamente coltivata e strategicamente indirizzata, che vede al centro del palcoscenico l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), un’entità nata all’indomani dell’11 settembre e trasformatasi da agenzia di controllo a milizia di una precisa volontà politica, i cui metodi autoritari e le esecuzioni sommarie per strada sono la logica conseguenza di una narrazione ben definita.

La pressione dell’opinione pubblica americana è diventata insostenibile, quindi il potere ha concesso uno “specchietto per le allodole”, con la rimozione di un funzionario come Bovino, i cui modi richiamano quelli di un gerarca delle SS.

Ovviamente, non si tratta né di una marcia indietro di Trump, tanto meno è una riforma, ma un’operazione di facciata per tentare di calmare gli animi.

Un diversivo, insomma, studiato per evitare una sommossa che sfugga di mano, un osso gettato alla stampa mentre la macchina della repressione e della polarizzazione continua a macinare indisturbata.

La strategia, nella sua cinica genialità, è duplice, perché incanala l’dio verso altre direzioni e distoglie l’attenzione dagli omicidi, puntando il dito contro gli avversari politici.

Si individua un nemico esterno, facilmente demonizzabile, come l’immigrato, capro espiatorio universale che serve a compattare la base elettorale, offrendo un bersaglio semplice e visibile per frustrazioni sociali ed economiche complesse. Quanto accadde in Germania con l’ascesa del nazismo.

Contro questo “altro”, ogni eccesso diventa giustificabile, perciò la violenza non è più un abuso, ma una misura di sicurezza necessaria, così come l’esecuzione di un cittadino per strada, come nel caso di Alex Pretty, diventa un “incidente” in una guerra percepita come giusta e inevitabile.

Ma quando le vittime non corrispondono al profilo del nemico designato e a cadere sono cittadini americani, attivisti, persone la cui unica colpa è dissentire, scatta il secondo meccanismo del manuale: la colpa viene traslata sull’avversario politico.

Le proteste non sono più l’espressione di un malcontento genuino, ma dalla comunicazione del governo vengono dipinte come manovre pilotate dai Democratici.

L’agghiacciante caso della deputata Ilhan Omar, aggredita durante un comizio e liquidata da Trump con l’insinuazione che se la fosse cercata, è l’esempio paradigmatico, per cui il dissenso non è legittimo, m un complotto e la vittima diventa colpevole.

Ma, se la tesi di Trump può passare per vera, allora vale lo stesso per l’attentato di cui è stato vittima lo stesso presidente durante l’ultima campagna elettorale. Il solo aver insinuato una messa in scena rende plausibile che Trump creda che la cosa sia possibile poiché ne ha esperienza diretta?

Questo non è più politica, ovviamente, ma è un teatro. È una tecnica di controllo sociale che erode le fondamenta del dibattito democratico, sostituendo i fatti con la propaganda e il dialogo con la demonizzazione, dove non esistono più legittime opinioni e verità, ma solo la comunicazione del più forte, del più ricco, del più potente.

DALLA NEBBIA DEL MINNESOTA ALLA NEBBIA DEL GOVERNO ITALIANO

E questo copione, questa grammatica del potere, sembra aver trovato una traduzione fin troppo letterale anche in Italia, dove l’altro ieri, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, interrogato sulla presenza di agenti dell’ICE sul suolo italiano durante le Olimpiadi invernali, ha risposto con glaciale sicurezza: «Non mi risulta.»

Meno di 24 ore dopo, però, il Presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha confermato ufficialmente la presenza delle milizie di Trump. Gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement americani ci saranno, eccome, per garantire la sicurezza del Vicepresidente USA, JD Vance, e del Segretario di Stato Marco Rubio.

Il ministro smentito in un lampo ha stabilità già il record olimpico delle figuracce. Ma al di là della figuraccia istituzionale, la questione è di una gravità abissale e solleva la necessità di dimissioni per manifesta inadeguatezza al ruolo ricoperto.

Un Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana non era a conoscenza del fatto che agenti federali armati di una potenza straniera sarebbero stati operativi sul territorio nazionale durante un evento di portata globale.

Non un panettiere di Torino, un metalmeccanico di Bologna o un medico di Milano, ma l’uomo che dovrebbe tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionali.

Questo denota un livello di incompetenza e di scollamento dalla realtà che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi cittadino italiano, di destra o di sinistra.

L’alternativa è che il Ministro lo sapesse e ha deliberatamente mentito al Parlamento e al Paese, ma ciò sarebbe, se possibile, ancora più grave, configurando un atto di opacità che non ha nulla a che fare con una democrazia.

Il paradosso diventa grottesco se si considera che stiamo parlando dello stesso governo che ha costruito la sua intera impalcatura retorica sul concetto di “sovranità nazionale”, un governo che tuona ogni giorno sulla “difesa dei confini” e sul primato degli “italiani”.

Poi, nel momento in cui la sovranità si manifesta nella sua forma più concreta, nel controllo effettivo del proprio territorio, scopriamo che il vertice della sicurezza nazionale “non è informato”.

La sovranità, a quanto pare, è un feticcio da sventolare in campagna elettorale, un concetto valido solo quando si tratta di respingere disperati in mare. Quando, invece, si tratta di accondiscendere alle richieste dell’impero americano, si dissolve in un comodo e imbarazzato “non mi risulta”.

La sovranità a intermittenza, buona per i comizi, ma flessibile di fronte a chi ha il reale potere in Italia.

LA FIGURACCIA E IL PRECEDENTE DEL CERMIS

La presenza di agenti dell’ICE non è solo una questione formale, perché questi miliziani, addestrati secondo i protocolli che abbiamo visto con le esecuzioni nelle strade americane, saranno armati e operativi. Persone pericolose che hanno già assassinato a sangue freddo persone innocenti, cittadini comuni.

E questo ci proietta violentemente verso una domanda che non è né peregrina né provocatoria, ma tragicamente storica: se accoppano qualche italiano armato di smartphone, come hanno ammazzato Pretti, verranno processati qui come quelli che abbatterono una funivia in Trentino perché giocavano a Top Gun con la pelle altrui?

La memoria del Cermis, dove piloti americani tranciarono un cavo uccidendo 20 persone per poi essere assolti da una corte marziale statunitense, è una ferita mai rimarginata nella coscienza collettiva italiana, un’ennesima dimostrazione di quanto il nostro governo sia solo uno zerbino su cui le amministrazioni americane puliscono i piedi da sempre, il simbolo di una sovranità limitata, di una giustizia che si ferma dove iniziano gli interessi dell’impero.

Il “non mi risulta” di Piantedosi non è solo una gaffe o una palese dimostrazione di incompetenza, ma è il sintomo di una subalternità culturale e politica così radicata da rendere persino superflua la trasparenza.

Non c’è bisogno di informare il ministro di una nazione che non conta nulla perché è di proprietà dell’America, perché la risposta è scontata. Si fa e basta, altrimenti sono guai per Roma.

Esattamente come nelle strade di Minneapolis, dove la giustificazione arriva sempre dopo l’azione, mai prima, e serve solo a ratificare a posteriori l’abuso di potere.

Dal Minnesota a Milano, il virus si diffonde. Cambiano i contesti, ma la logica è la stessa: la realtà è un dettaglio negoziabile di fronte alla ragion di Stato di chi è più forte, perciò comanda.

Nel caso dell’Italia, di fronte alla ragion di un altro Stato.

TRUMP, TOKYO, IL CROLLO DELL’IMPERO DEL DOLLARO E I NUOVI IMPERATORI

Stiamo vivendo uno di quei momenti che segnano la storia, quelli che studenti di tutto il mondo analizzeranno nei decenni a venire.

Il lato ironico della storia, di cui siamo testimoni e vittime al tempo stesso, è che Donald Trump, l’uomo che ha promesso di “prosciugare la palude” e combattere il globalismo, è diventato il giullare involontario di un nuovo ordine, molto più accentratore e potente di quello che affermava di voler distruggere.

Un mondo che somiglia molto più a quello dei primi anni del secolo scorso, con gli ultimi vagiti degli imperi a farla da padrone, anche se gli imperatori non sono più rampolli di famiglie aristocratiche, bensì colossi bancari.

Per comprendere questo paradosso, dobbiamo guardare a due epicentri apparentemente scollegati, ma che slegati non sono: la voragine del debito americano e un piccolo, quasi impercettibile, cambio di rotta monetario a Tokyo, perché, insieme, stanno preparando la tempesta perfetta.

IL TRONO VUOTO DI WASHINGTON

L’impero americano, come tutti gli imperi prima di lui, ha un tallone d’Achille: il debito.

E qui si tratta di un debito che le politiche di Trump, con i suoi generosi regali fiscali ai super-ricchi e la promessa di un’ulteriore, massiccia espansione della spesa militare, hanno trasformato in un mostro insaziabile e fuori controllo.

Per decenni, Washington ha potuto stampare debito all’infinito, certa che il mondo lo avrebbe comprato. I titoli del Tesoro USA erano il “bene rifugio” per eccellenza, il materasso su cui ogni nazione, ogni fondo sovrano, ogni investitore si adagiava per dormire sonni tranquilli.

Quei giorni sono finiti ed è finita anche la tranquillità di quel debito.

Il dato è brutale nella sua semplicità: nel 2013, quasi la metà (49%) del debito americano era nelle mani di investitori stranieri. Esattamente il contrario di quanto accade per il secondo debito più alto al mondo, quello del Giappone, che, in gran parte, è in mano agli stessi giapponesi.

Oggi, però, quella quota di debito americano controllata da stranieri è crollata ad appena il 25%. Il mondo non si fida più del dollaro e degli USA.

Nazioni sovrane, alla scadenza dei loro titoli, non li rinnovano; preferiscono invece acquistare oro, il cui prezzo, non a caso, sta esplodendo da almeno tre anni, affermando la sfiducia globale per l’impero americano.

Ma se il mondo non compra più il debito americano, chi lo fa? O chi lo ripaga?

Chi sta tenendo in piedi la baracca?

La risposta è semplice quanto terrificante: la finanza americana, e, in cima alla piramide, più potente di molti stati, BlackRock, il colosso che gestisce un patrimonio di quasi 10.000 miliardi di dollari, che è diventato, insieme ad altri giganti finanziari d’America, l’acquirente di ultima istanza.

Ed ecco il paradosso: Trump, l’anti-globalista, per finanziare la sua visione di un’America “di nuovo grande”, ha messo il destino del Tesoro americano nelle mani del simbolo di quel capitalismo finanziario globale che, a parole, voleva combattere.

La Federal Reserve, di fatto, non è più un’entità governativa sovrana, ma un braccio operativo costretto a obbedire a chi le permette di esistere, ovvero chi ne compra il debito.

La Casa Bianca, in questo scenario, da comandante in capo è stata declassata a esattore di lusso, il cui compito non è più governare, ma minacciare i “vassalli” globali affinché continuino a riversare i risparmi dei loro cittadini nelle casseforti di Wall Street.

Ed ecco spiegati anche tanti passi inspiegabili, al limite della disperazione, dell’Amministrazione Trump, dal Venezuela alla Groenlandia, fino all’Iran.

TOKYO E LA FINE DEL GIOCO A COSTO ZERO

Se la dipendenza da BlackRock è la malattia cronica, il detonatore dell’infarto acuto viva a Tokyo, perché, per trent’anni, il Giappone è stato il bancomat del mondo, un fiume inesauribile di denaro quasi gratuito.

Grazie a tassi di interesse a zero o addirittura negativi, le grandi banche e gli hedge fund di tutto il mondo hanno potuto attuare un gioco tanto semplice quanto redditizio, noto come “Yen Carry Trade”, che prevedeva di prendere in prestito miliardi di yen a costo zero e investirli in asset che rendevano molto di più, come i titoli di stato americani al 4-5%.

Era un gioco dal profitto sicuro, amplificato dal fatto che lo yen si indeboliva costantemente contro il dollaro.

Ora, anche questo gioco è finito, perché, per la prima volta dagli anni ’90, il Giappone sta uscendo dalla sua lunga era di deflazione. L’inflazione sta salendo e la Banca del Giappone è costretta, finalmente, ad alzare i tassi d’interesse.

Quel fiume di denaro gratuito che poi veniva utilizzato per acquistare debito a stelle e strisce si sta prosciugando, perciò sta per arrivare uno tsunami finanziario.

Un fondo speculativo americano che ha preso in prestito 1 miliardo di yen quando il cambio era 160 yen per 1 dollaro aveva un debito che valeva 6,25 milioni di dollari a cui garanzia metteva asset americani per lo stesso valore.

Solo che ora lo yen si rafforza. Il cambio scende a 140. Improvvisamente, per ripagare lo stesso miliardo di yen, non bastano più 6,25 milioni di dollari, ma ne servono 7,14. Il debito è cresciuto, ma la garanzia è rimasta la stessa, quindi non basta.

La banca giapponese chiama e dice: “Il tuo debito è aumentato. O metti più garanzie, o vendi i tuoi asset e mi ripaghi”.

Per evitare il fallimento, il fondo di investimento non ha altra scelta che vendere ciò che ha: azioni americane, titoli del Tesoro americani. Ora, moltiplichiamo questo meccanismo per una cifra che, secondo le stime, oscilla tra i 550 miliardi e i 14 trilioni di dollari.

Stiamo parlando della “madre di tutte le crisi”, altro che 1929!

Parliamo di una vendita forzata e massiccia di asset statunitensi che innescherebbe un crollo verticale dei mercati, portando ad altre vendite a cascata, in un circolo vizioso che farebbe impallidire le crisi del 2008 e del 1929, appunto.

L’EFFETTO DOMINO SULLE NOSTRE VITE

Per chi non segue le dinamiche della geopolitica e dell’Economia con occhi esperti, sembra un gioco tra banche e speculatori, roba da Alta Finanza, invece non è una partita che si gioca solo nei grattacieli di Wall Street o di Tokyo, ma una guerra per il capitale che si combatte sulla pelle dei cittadini comuni di tre quarti di mondo.

L’aumento generalizzato dei tassi di interesse, necessario per rendere appetibili i debiti pubblici, ha un costo che paghiamo tutti noi.

Il sogno della casa di proprietà si allontana, soffocato da rate di mutuo che diventano insostenibili per famiglie con salari al palo. Il costo di un’auto a rate, di un prestito per mandare un figlio all’università, persino il debito sulla carta di credito, tutto diventa più oneroso.

Un dollaro più debole, inoltre, significa che i beni che importiamo – dall’elettronica allo smartphone, dalle automobili ai componenti per la nostra industria, fino al gas e al petrolio – costeranno di più. È inflazione importata, una tassa occulta sulla nostra vita quotidiana.

Siamo arrivati al dunque.

Il sistema che ha garantito la prosperità (di pochi) e la stabilità (apparente) per trent’anni si sta rompendo.

La retorica populista si è rivelata un’illusione per mascherare un trasferimento di potere ancora più radicale, non dagli stati al “globalismo”, ma dagli stati a un pugno di entità finanziarie private così grandi da diventare indispensabili agli stati.

Il capitalismo non sta ancora morendo, ma è giunto alla sua mutazione finale che lo sta portando a un feudalesimo finanziario dove i governi eletti diventano semplici amministratori di condominio al servizio di chi possiede il debito del mondo. Cioè, chi possiede il potere, i nuovi imperatori del mondo.

Benvenuti nell’era dei banchieri-imperatori. Dove persino chi governa paesi potenti deve chiedere il permesso.

DALL’UCRAINA AL MINNESOTA: CRONACA DI UN ORDINE MONDIALE IN FRANTUMI

L’ordine mondiale sta dimostrando tutta la sua precarietà nelle crepe che si irradiano dalle trincee innevate dell’Ucraina e raggiungono, con una rapidità spaventosa, le strade ghiacciate del Minnesota.

Ciò a cui assistiamo da settimane, non è una serie di crisi isolate e lontane da noi, ma il sintomo di un malessere, un cortocircuito di legittimità che sta erodendo le fondamenta delle potenze mondiali e sta svilendo il concetto di democrazia; dall’autocrazia russa alla democrazia americana, ormai, non esiste differenza.

MINNEAPOLIS E IL VERO VOLTO DELL’AMERICA

Se a est si consuma un dramma, a ovest la crisi è sempre più profonda.

A Minneapolis, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) e la sua agenzia più aggressiva, l’ICE, non stanno combattendo clandestini illegali, ma stanno rivolgendo la loro forza contro i cittadini americani.

Dopo Renee Good, una madre di tre figli, è toccato ad Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, essere ammazzato con la sola colpa di essersi messo a riprendere le azioni violente di quelli che da più parti cominciano a chiamare i miliziani di Trump.

La narrativa iniziale dell’amministrazione Trump parlava di terrorismo interno, di un uomo armato e pericoloso, che aveva opposto una resistenza all’arresto.

Poi, è emersa la cruda, inconfutabile verità dei video virali che dimostrano come Pretti portasse effettivamente con sé un’arma, ma al sicuro nella fondina e legalmente detenuta, mentre in mano aveva solo un cellulare, quando gli agenti federali lo hanno prima gettato a terra, immobilizzandolo, poi gli hanno sparato diversi colpi al petto per ucciderlo.

Un’esecuzione a sangue freddo, senza alcun motivo per uccidere. Un omicidio.

Ormai, tra gli americani serpeggia la paura che il potere federale, scatenato con la retorica dell’immigrazione, sia una minaccia per chiunque, anche per un cittadino che esercita un diritto costituzionale. È la dissoluzione della fiducia, il collasso del patto tra Stato e cittadino.

QUANDO LA PROPAGANDA SI SCONTRA CON LA REALTÀ

Il contraccolpo è stato immediato e devastante per Donald Trump.

Dopo l’omicidio di Pretti, i sondaggi registrano un crollo verticale del consenso sulla sua politica migratoria, che, da punto di forza della sua campagna elettorale, si sta trasformando in un tallone d’Achille.

Oltre il 53% degli americani ora boccia la sua linea dura. Il 58% ritiene che l’ICE si sia spinta “troppo oltre”, perciò sono molti anche i repubblicani contrari alle politiche dell’amministrazione che pure hanno eletto.

Questo malessere non è più confinato all’attivismo di sinistra, quindi, ma sta infettando l’elettorato moderato e, cosa ancora più significativa, sta provocando un cortocircuito ideologico nella base conservatrice.

Repubblicani di spicco, e persino la National Rifle Association (NRA), si sono trovati di fronte a un paradosso insostenibile: come difendere il Secondo Emendamento, il sacro diritto di portare armi per difendersi, quando un’agenzia governativa, che dovrebbe tutelare i cittadini, uccide un cittadino che non rappresenta una minaccia?

Il ritiro dalla campagna elettorale del repubblicano Chris Madel è un sintomo di questa profonda crepa e anche uno schiaffo violentissimo a Trump.

Le crescenti richieste di impeachment per la Segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, sostenute da oltre 115 deputati democratici, dimostrano che la crisi ha raggiunto i vertici istituzionali.

La Casa Bianca, sentendo la pressione arrivare alle porte dello Studio Ovale, ha iniziato una goffa marcia indietro, ritrattando le accuse di terrorismo e promettendo indagini.

IL PREZZO DEL CAOS

Mentre il Senato si prepara a bloccare i finanziamenti all’ICE, minacciando un nuovo shutdown, Donald Trump è intrappolato nella sua stessa retorica, perché, da un lato, elogia il “lavoro fenomenale” dell’agenzia, ma dall’altro, ne annuncia il parziale ritiro da Minneapolis, un’ammissione implicita che qualcosa è andato terribilmente storto.

Quello che sta accadendo non è solo un problema americano e sarebbe ingenuo credere che sia colpa di Trump. In primo luogo, perché l’ICE uccide fin dalla sua istituzione e l’uomo che dovrebbe subentrare a Bovino è stato premiato anche da Obama. In second’analisi perché la contrazione delle democrazie è una pandemia sempre più asfissiante nell’intero Occidente.

In Europa, per esempio, chi dissente non viene ucciso per strada, ma i suoi conti vengono bloccati dalla sera alla mattina senza processo.

È il paradigma di un’era in cui le istituzioni, spinte da una politica polarizzante, perdono il contatto con la realtà e con i principi su cui si fondano.

L’uccisione di Alex Pretti non è solo una tragedia umana, ma è il suono di un’altra crepa che si apre nel tessuto di una democrazia e ci ricorda, brutalmente, che nessun ordine, per quanto consolidato, è immune dal rischio di frantumarsi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. È un monito per tutte le democrazie. Anche le più solide.

Le esecuzioni per le strade americane, così come le chiusure dei conti di chi dissente in Europa, unitamente alla censura sui social network di chi non sposa il potere consolidato (come accaduto recentemente a Barbero), sono fatti incontrovertibili che dimostrano come l’era delle democrazie sia morta.

Al suo posto, ci sono degli imperi nascenti e altri morenti.

Dissentire oggi, nel 2026, può costare la dignità di non essere in grado di acquistare neppure dell’acqua, se abiti in Europa, perché ti chiudono i conti senza avvisarti, senza nemmeno un processo. Può costarti la vita, se risiedi negli Stati Uniti, perché ti ammazzano per strada.

Un tempo ci dicevano che eravamo fortunati, perché queste cose da noi non accadevano. Erano normalità in Russia, in Cina, in Corea del Nord.

Beh, come dimostrano i fatti, siamo diventati come quelle dittature contro cui puntavamo il dito.

E il problema non sono Putin, Trump, destra, sinistra o altre analisi da bar, ma sono il potere e gli interessi economici sul pianeta.

Ma questa è un’altra storia e ne tratteremo prossimamente.

FRANCO BULFARINI A SASSUOLO. L’ARTISTA DEGLI UNIVERSI PARALLELI CHE RACCONTANO IL NOSTRO TEMPO

Gli eventi destinati a lasciare il segno sono sempre preceduti da un brusio che si inerpica tra le pareti, rimbalza tra le opere esposte e crea un sottofondo familiare a chi è abituato a palcoscenici importanti.

Insomma, si creano aspettative e una elettricità palpabile, proprio come è avvenuto a Sassuolo, presso la Galleria d’Arte “Jacopo Cavedoni”, dove quel brusio si è trasformato in un’ovazione silenziosa, in un’attenzione quasi sacrale per la personale di Franco Bulfarini, intitolata “Figurazione Avveniristica e Città Impossibili”, dove non c’è stata una semplice inaugurazione, ma è andata in scena una diagnosi, una spietata e lucidissima analisi del nostro tempo, offerta da un artista che ha smesso da tempo di guardare il mondo per iniziare a sezionarlo.

Le sale della galleria erano gremite, un dato non banale in un’epoca di disintermediazione digitale e di atomizzazione sociale ai limiti della lobotomia culturale, sostenuta da immagini che si consumano in pochi istanti sui social e dalle mode della notorietà a ogni costo, senza studi e senza sacrifici.

La presenza fisica di una comunità così eterogenea, invece, raccolta attorno alle tele di Bulfarini, è già di per sé un atto sociologico che testimonia la resistenza di un bisogno primario di confronto, di decodifica, di un linguaggio che trascenda la banalità del quotidiano.

Premetto che la mia strada e quella di Franco Bulfarini si sono incontrate qualche anno fa, dopo che lui notò una mia presentazione in una galleria di Parma. Da allora, ci siamo sentiti alcune volte al telefono e abbiamo sempre constatato una relazione simbiotica nel nostro modo di percepire l’arte e il mondo.

Per questo motivo, l’artista mi ha chiesto di presentarlo in questa avventura e ritengo questa scelta un privilegio, perché la stima che Bulfarini ha sempre manifestato per me è ampiamente contraccambiata.

Così, mi sono trovato quasi a officiare questo rito collettivo, in qualità di critico internazionale, per la mostra personale di un pittore e critico d’arte, per cui ho deciso di introdurre l’arte di Franco senza annoiare gli astanti con inutili voli pindarici tra tecnica e materiali, ma ho sottolineato gli aspetti poetici e filosofici dell’espressione artistica di Bulfarini.

L’ARTE COME STRUMENTO DI INDAGINE

Per prima cosa, ho tracciato una linea di demarcazione netta: prima e dopo la fotografia, un confine che non è solo tecnologico, ma ontologico. Prima, l’arte era cronaca, celebrazione, catechismo per analfabeti. Committenza divina o nobiliare.

Gli artisti dovevano fungere da fotografi, rappresentando ciò che vedevano, in modo tale che i nobili ricordassero una persona cara, un paesaggio, una determinata situazione. Allo stesso modo, dovevano affrescare le chiese con immagini realistiche per divulgare i messaggi del Vangelo alla popolazione che era, per la stragrande maggioranza, analfabeta.

Dopo, liberata dal fardello della rappresentazione mimetica, l’arte è diventata indagine, perciò sono nati stili, linguaggi e correnti molto diversi. Forse, rispetto ai grandi del Cinquecento, l’arte ha perso punti quanto a livello tecnico, ma ne ha guadagnati in varietà di stili e capacità di sviscerare il proprio tempo. E Bulfarini è uno degli investigatori più perspicaci e raffinati del nostro tempo.

Le sue indagini sono portate avanti grazie a un linguaggio personale, a metà strada tra Boccioni e Kandinskij, che lo caratterizza e lo distingue in mezzo a migliaia d’altri, elemento indispensabile per elevarsi dalla figura del pittore a quella di artista.

La previsione che il nome di Bulfarini figurerà sui libri di storia dell’arte del futuro non è un’iperbole di circostanza, ma è evidente dopo un’attenta analisi strutturale della produzione del pittore.

Come Otto Dix ci ha sbattuto in faccia la putrescenza morale della società borghese al tempo della Repubblica di Weimar, rendendo visibile l’humus su cui sarebbe germogliato il nazismo, così Bulfarini ci sbatte in faccia le nostre incoerenze, la frammentazione, la schizofrenia tra l’infinitamente grande del cosmo e l’infinitamente piccolo delle nostre esistenze alienate.

Il suo è un linguaggio precursore, un idioma visivo che altri, inevitabilmente, tenteranno di copiare.

LE TELE: MAPPE DI UNA COSCIENZA FRATTURATA

Osservare le opere esposte è come affacciarsi sull’orlo di un collasso gravitazionale.

OPERE DI FRANCO BULFARINI

“La città impossibile” non è un esercizio di prospettiva cubista, ma la metafora di un sistema insostenibile e, al tempo stesso, l’evoluzione che diviene plastica.

Una civiltà costruita su fondamenta precarie, un agglomerato di ambizioni geometriche che sfidano la logica e sono destinate a franare nel buio della valle sottostante, ma che potrebbero anche risalire le montagne all’orizzonte, in una perpetua evoluzione, fino a tornare a valle sotto forma di spirito, di acqua, o di altro.

L’uso del giallo in alcune opere, un giallo particolare, quasi tossico, quasi radioattivo, non è il colore del sole, ma della febbre. È la luce artificiale che ci tiene svegli la notte, un’ansia che si cristallizza in forme aguzze, in detriti di pensiero che non trovano pace, mentre la civiltà non dorme più perché ha perso la capacità di sognare. È intrappolata in un eterno, allucinato presente.

Eppure, quegli sfondi gialli sono anche, al contrario, ascesi e spirito che ritrovano lo spazio che meritano per un sano equilibrio.

Bulfarini non dipinge, ma crea quello che, a occhi inesperti, potrebbe apparire caos. Invece le sue tele sono partiture complesse dove il rosso della vita e della violenza dialoga con il blu profondo della meditazione e del vuoto siderale, per poi essere squarciato dal giallo dello spirito, un’ascesi che somiglia pericolosamente alla follia, ma anche all’essenza della vita umana.

PASQUALE DI MATTEO PRESENTA FRANCO BULFARINI

L’universo e il cosmo, termini ricorrenti nei suoi titoli, non sono scenografie, ma i veri protagonisti. L’essere umano è spesso assente, o presente solo come traccia che i più faticano a percepire, come rovina biomeccanica, fuso con ingranaggi e circuiti che ne hanno divorato l’anima. È la condizione post-umana che l’artista propone in una mostra che ha il sapore delle pagine antiche di quelle enciclopedie che ti arricchiscono.

Infatti, l’arte di Franco Bulfarini è un’enciclopedia visuale che tratta di sociologia e filosofia per parlarci della vita e del mondo, così come l’artista li percepisce nella nostra società, attraverso dimensioni che sembrerebbero ponti per tentare una fuga, perché in quelle altre dimensioni, Bulfarini propone alternative alla nostra, alle nostre vite, a condizioni statiche, spesso pesanti, che immaginiamo essere insuperabili e impossibili da cambiare.

L’ARTE COME ATTO POLITICO, MA DI “POLIS”

In questo scenario, la presenza istituzionale della Vice Sindaca, la dottoressa Serena Lanzotti, assume un significato che va oltre il saluto di rito. Innanzitutto, perché la presenza delle istituzioni non è affatto scontata, inoltre perché è il riconoscimento che la cultura, e in particolare l’arte che scava nelle contraddizioni, non è un orpello per il tempo libero, ma ha una funzione essenziale nella “polis”.

INTERVENTO DEL VICE SINDACO, SERENA LENZOTTI

Un luogo in cui si fa arte, è un luogo di cultura, di dubbio, di filosofia, il luogo dove una comunità si interroga, si specchia e, forse, trova la forza di immaginare un futuro diverso dalle “città impossibili” che continuiamo ostinatamente a costruire e/o a non capire.

La comunicazione espressiva di Franco Bulfarini è radicalmente politica, nel senso più alto del termine, pur non c’entrando nulla con la politica che vediamo ogni giorno in tv. Non è una politica di governo, infatti, ma una politica della polis, della gente, una filosofia aulica, di grande cultura sociologica.

Perché l’arte di Franco Bulfarini ci costringe a porci le domande fondamentali che la routine economica e sociale rimuove costantemente dai dibattiti quotidiani: chi siamo? Dove stiamo andando? Qual è il senso di questa frenetica costruzione e distruzione?

Le sue “figurazioni avveniristiche” non sono fantascienza, bensì sono il nostro presente, guardato attraverso una lente di ingrandimento così potente da rivelarne la struttura molecolare, le fratture, le metastasi, attraverso gli occhi di un uomo che ha imparato il linguaggio del cosmo.

Franco Bulfarini non ci offre risposte né ha la presunzione di dispensare verità assolute, perché sa che le risposte facili sono il mestiere dei demagoghi.

Lui, da vero artista, ci consegna qualcosa di molto più prezioso e terribile, cioè le domande giuste da porci. E lo fa con un linguaggio così unico e potente da essere già di per sé un evento. Un nuovo paradigma, in cui si rincorrono punti di contatto e abbracci, avviluppamenti cromatici e distinzioni più nette, in un’armonia di colori e di tratti che raccontano dell’uomo e dei suoi spazi, ambientali, spirituali, cosmici.

Un’arte che ha il sapore della scoperta, che invita a essere curiosi, perché la curiosità è il carburante delle persone intelligenti, la benzina della cultura.

Sta alla sensibilità di noi tutti saper cogliere la grandezza della sintassi cromatica di artisti del calibro di Franco Bulfarini.