Un pugno di droni, forse persi, forse mal diretti, viola lo spazio aereo di un paese NATO e immediatamente, le cancellerie del mondo si infiammano.
Una casa sarebbe stata danneggiata da un drone, ma la smentita degli abitanti, che hanno spiegato come fosse danneggiata da mesi in seguito a una tempesta, testimonia l’ennesima fake news della propaganda russofoba.
Si parla di attacco deliberato, si invoca l’Articolo 4, si mobilitano caccia.
L’incidente, per quanto materialmente insignificante, poiché senza vittime e con danni irrisori, diventa un problema epocale per alcune ore.
Poi, il silenzio.
Un silenzio assordante che accompagna eventi di ben altra magnitudine.
L’INCIDENTE POLACCO È UN SINTOMO, NON LA MALATTIA
Analizziamo la reazione del Presidente Zelenskyy.
Non è frustrazione, ma una strategia.
La sua delusione per la “mancanza di una risposta ferma” da parte dell’Europa non è il lamento di una vittima, ma il tentativo di un abile operatore politico di utilizzare una leva, per quanto fragile, per raggiungere l’obiettivo che ha da tempo: l’intervento diretto della NATO.
I droni in Polonia sono stati visti come un’occasione d’oro per forzare la mano agli alleati, trasformando un incidente di frontiera in un potenziale casus belli.
Ammesso che non fosse, invece, un “incidente provocato da Kiev” per arrivare all’intervento NATO, come lo sono stati il missile in Polonia nel 2022 e il danneggiamento del NordStream.
L’Europa, dal canto suo, ha esitato.
Non per codardia, ma per un improvviso, brutale ritorno alla realtà.
La narrazione pubblica, satura di retorica morale, si è scontrata con la fredda realtà di una guerra diretta con la Russia che sarebbe un’opzione insostenibile.
Così, dopo l’iniziale sfoggio di fermezza, gli “spiriti bellicosi” si sono placati, trasformando l’attacco in un incidente, e l’indignazione in una più gestibile “preoccupazione”.
L’episodio, tuttavia, è servito a giustificare un’ulteriore accelerazione delle spese militari di fronte a un’opinione pubblica ora più suggestionabile. Soprattutto quella parte che ha creduto alle pale, ai microchip e ad altre sciocchezze della propaganda russofoba.
QUANDO IL SILENZIO DIVENTA COMPLICITÀ
Mail vero problema si incontra quando si confronta questo fragore mediatico con il silenzio che avvolge altre azioni.
Mentre l’Occidente la dipinge come il baluardo della democrazia, l’Ucraina adotta misure che in qualsiasi altro contesto verrebbero definite illiberali. In Russia, per esempio.
Un cameraman di una televisione di stato austriaca viene arrestato e detenuto per giorni senza spiegazioni.
Vengono avviati centinaia di procedimenti penali contro sacerdoti di una specifica confessione religiosa, di fatto limitando la libertà di culto.
Beh, queste non sono le azioni di una democrazia liberale sotto assedio, ma quelle di uno stato che sta consolidando il potere con metodi che stridono violentemente con la narrazione ufficiale.
Eppure, la condanna da parte dell’Europa è inesistente. Zero.
E le storielle sulla difesa della democrazia? E la difesa dei diritti umani?
Intanto, Israele, un partner strategico dell’Occidente, compie attacchi su territori sovrani di almeno tre nazioni diverse (Siria, Libano, Yemen) e bombarda un edificio diplomatico iraniano, un atto che secondo il diritto internazionale costituisce una palese violazione.
Uccide membri di Hamas durante negoziati di pace ospitati dal Qatar, di fatto sabotando il processo di mediazione.
Veri e propri atti di guerra deliberati, ma la reazione internazionale?
Un invito generico alla “de-escalation” e niente di più.
Il contrasto è sconcertante. Una decina di droni malandati in Polonia scatena quasi la Terza Guerra Mondiale, mentre atti di guerra conclamati in Medio Oriente o la soppressione di libertà civili in Ucraina vengono accolti con un’alzata di spalle.
LA GERARCHIA DELLA VITTIMA E LA GUERRA NARRATIVA
È chiaro come siamo di fronte a un fenomeno noto come guerra narrativa, ovvero l’impiego strategico dell’informazione e dell’inquadramento morale per raggiungere obiettivi geopolitici.
Assistiamo alla meticolosa calibrazione dell’indignazione come strumento di potere.
Si crea una gerarchia della vittima per cui un potenziale danno in un paese NATO per mano del “nemico designato” ha un valore narrativo infinitamente superiore a un danno reale inflitto da un “alleato” o da un “protetto”.
La morale, pertanto, non è più un principio universale, ma si trasforma in una risorsa tattica da schierare o ritirare a seconda della convenienza.
Questo meccanismo ha due funzioni primarie.
La narrazione del “bene contro il male” semplifica una realtà complessa, unisce l’opinione pubblica e giustifica sacrifici economici e l’erosione delle libertà in nome della sicurezza.
Amplificare la minaccia russa giustifica il riarmo e il sostegno illimitato a Kiev. Minimizzare altre violazioni permette di mantenere alleanze strategiche senza dover affrontare le loro scomode contraddizioni.
LE CONSEGUENZE: SVALUTARE LA FIDUCIA E PERDERE IL FUTURO
Qual è il risultato finale di questa strategia, però? A breve termine, può sembrare efficace. A lungo termine, è un suicidio geopolitico.
Se la “democrazia”, la “libertà” e la “sovranità” sono concetti applicabili solo quando conviene, perdono ogni potere di persuasione, perciò diventano gusci vuoti, percepiti dal resto del mondo come l’ennesimo strumento dell’egemonia occidentale.
La credibilità dell’Europa, infatti, è ridotta ai minimi termini.
Il diritto internazionale è una farsa, un menù à la carte da cui ogni potenza sceglie le regole da rispettare e quelle per cui sbraitare contro la Corte Penale Internazionale.
L’incidente dei droni in Polonia non sarà l’ultimo perché Kiev può contare solo sullo scoppio della Terza Guerra Mondiale per salvarsi, se non scenderà a patti con Mosca. E non si vedono grandi menti tra i consiglieri di Zelensky, perciò i patti li vedo assai lontani.
Assisteremo ad altre crisi, altri “incidenti”, altre indignazioni calibrate, altri silenzi strategici, mentre ulteriori ucraini saranno mandati a morire al fronte.
Per questo motivo non dobbiamo mai smettere di domandarci “A chi giova? Chi trae beneficio da questo episodio?”
“Quali altre storie, altrettanto o più gravi, vengono deliberatamente ignorate?”
Perché dai droni e dal missile in Polonia, così come dal danneggiamento del NordStream, Mosca ha solo da perdere, mentre Kiev è l’unica che possa guadagnarci qualcosa.
La vera guerra, oggi più che mai, si combatte con la Comunicazione, l’arma più potente in assoluto.
Perderla significa perdere molto più di un territorio.
Significa perdere l’autorità morale di definire il futuro.
Dai microchip al “missile russo” in Polonia, dalle pale dell’Ottocento fino al Nordstream danneggiato da Mosca e al GPS dell’aereo di von der Leyen, abbiamo assistito a una lunga scia di disinformazione che rischia di trascinare la NATO in guerra.
Mentre l’Occidente condanna Mosca per “presunti” droni russi, i fatti presentano una realtà più complessa e inquietante.
I cieli polacchi sono diventati teatro di droni “non identificati” che hanno violato lo spazio aereo NATO.
Il buonsenso avrebbe richiesto un’indagine per accertare la reale provenienza di questi droni prima di sbilanciarsi, invece, si è subito scatenata una reazione dei media occidentali contro Mosca, come fosse un’azione propagandistica preparata da tempo.
Ma non esistono prove che i droni siano russi, se non presunte scritte in cirillico sui rottami che potrebbero essere state applicate da chiunque, così come l’esercito di Kiev avrebbe potuto facilmente utilizzare droni catturati al nemico.
Inoltre, questi droni vagavano senza bersagli, come smarriti per un’interferenza, perciò parlare di attacco è una fake news.
Varsavia parla di “violazione senza precedenti”. Von der Leyen annuncia 6 miliardi di aiuti e un’alleanza sui droni con l’Ucraina.
I falchi occidentali gridano all’aggressione russa. Zelensky accusa Mosca di attaccare direttamente la NATO e punta tutto sulla guerra mondiale, la sola cosa che potrebbe salvare la sua carriera politica.
Ma tante cose non tornano.
I droni russi erano privi di testata esplosiva, perciò non regge la tesi dell’attacco deliberato.
Il Ministero della Difesa russo nega qualsiasi obiettivo in Polonia, inoltre, le forze bielorusse hanno avvertito Varsavia in tempo reale, avvisando di droni fuori controllo, cosa incompatibile con un attacco coordinato. E anche i sassi sanno che se la Russia volesse colpire e far male alla Polonia, basterebbero un paio dei suoi missili ipersonici caricati con testate vere.
Perciò, fa sorridere sentire tesi per cui la Russia vorrebbe testare le capacità di risposta della NATO, in primo luogo perché Washington e Mosca hanno apparati che conoscono il nemico in maniera quasi chirurgica, in second’analisi, Mosca ha a disposizione missili ipersonici imprendibili per i sistemi di difesa NATO, motivo per cui la Russia non ha bisogno di provare alcunché.
Per quale motivo, dunque, la Russia dovrebbe colpire la Polonia? Quale vantaggi otterrebbe?
Nessuno. Ecco perché anche solo ipotizzare un attacco russo è analisi da bar.
La NATO e Tusk, dopo le prime parole irresponsabili, ora sembrano meno convinti e parlano di “provocazione”, non più di “attacco”.
Ma cosa è accaduto in maniera più probabile?
Proviamo a valutare i fatti.
Kiev è in difficoltà militare quasi tragica. La sua unica speranza è un intervento diretto della NATO. E questo è dimostrato dal campo di battaglia.
I droni in Polonia, territorio NATO, potrebbero fornire il pretesto perfetto per un’escalation.
Le “scritte in cirillico”, facilmente falsificabili o applicate su droni catturati alla Russia, e la rapida diffusione di video allarmistici da parte di provocatori ucraini in Polonia suggeriscono un’operazione preparata nei minimi particolari, in netto contrasto con quanto ci si aspetterebbe in casi del genere, cioè riprese concitate dopo la scoperta improvvisa di oggetti non identificati nei cieli.
LA LUNGA SCIA DELLE “FAKE NEWS” RUSSOFOBE
D’altronde, quelli che in queste ore parlano di attacco russo sono gl stessi che hanno raccontato frottole per tre anni.
Si può ancora credere loro?
Il missile del 2022, piovuto in Polonia, fu inizialmente identificato come russo, poi si accertò che era ucraino. Il danneggiamento del Nord Stream, attribuito inizialmente a Mosca, è stato, invece, un atto terroristico ucraino, come accertato dalle indagini tedesche.
Poi, dai microchip rubati dagli elettrodomestici alle pale dell’800, di panzane ne hanno raccontate così tante che la loro credibilità è pari a quella di un baro professionista.
IL DOPPIO STANDARD GEOPOLITICO
Droni disarmati che violano lo spazio aereo senza una meta precisa, perciò, se fossero davvero russi, è chiaro che avevano perso il controllo e che si è trattato di un incidente, ma ecco che l’Europa grida compatta all’atto di guerra.
Intanto, Israele viola la sovranità del Qatar per omicidi mirati, ma non ci sono riunioni né sanzioni, neppure un avvertimentoconcreto, se non parole di fuoco e post ai quali, per ora, non è seguito niente di tangibile.
Lo stesso recente discorso di von der Leyen, che ha annunciato lo stop all’accordo commerciale con Israele, non trova riscontro reale tra la volontà dei governi europei.
Anche un cerebroleso comprende che si applicano due pesi e due misure, accanendosi contro la Russia e cercando ogni pretesto per alimentare lo scontro, mentre si perdona tutto a Israele.
Il che dimostra perché è molto probabile che i droni con le presunte scritte in cirillico non siano affatto partiti dall’esercito russo, ma che si tratti di un ennesimo tentativo di attirare la NATO nel conflitto e di giustificare spese per armi e politiche belliciste che servono a salvare dal fallimento gli attuali leader europei.
Si dice che la tesi più logica e più semplice sia anche la più probabile, perciò l’incidente dei droni in Polonia appare come un pericolosissimo tentativo di provocazione orchestrato da chi avrebbe tutto da guadagnare e niente da perdere da un ingresso della NATO nel conflitto ucraino.
E c’è solo un governo che corrisponde a questo profilo. E no, non è affatto quello di Mosca, che da un coinvolgimento della NATO avrebbe solo da perdere.
L’Occidente, accecato dalla retorica russofoba, rischia di cadere in una trappola che potrebbe trascinarlo in una guerra mondiale e, con questa cecità politica, la domanda non è più “se” accadrà l’incidente decisivo, ma “quando”.
E se saremo abbastanza lucidi da riconoscere una provocazione di chi sta cercando con ogni mezzo di trascinarci in guerra per salvarsi.
Forse, invece di invocare l’art. 4 per droni che vagano senza meta, sarebbe stato il caso di invocare l’art. 5 per l’aggressione all’Europa con l’attentato al NordStream?
Ma ciò avrebbe distrutto le politiche del riarmo e la narrazione bellicista del nemico russo a ogni costo.
Dietro la cortina fumogena della lotta al narcotraffico, Stati Uniti e Francia ridisegnano la mappa del potere in America Latina. Un’inchiesta sulle reali poste in gioco, dalle immense riserve petrolifere alla nascita di un nuovo, pericoloso, paradigma delle relazioni internazionali.
L’ATTACCO, PROLOGO ALL’ABISSO
Un sottomarino nucleare classe Virginia, un mostro tecnologico da 3,5 miliardi di dollari, fende le acque calde dei Caraibi come un pugnale invisibile di una flotta da guerra che conta sette navi e 4.500 soldati.
A sorpresa, si unisce alla danza la Tonnerre, nave d’assalto anfibia francese della classe Mistral.
La narrazione ufficiale parla di lotta al narcotraffico che ha il sapore agrodolce di una fiaba per ingenui. La Francia giustifica il suo intervento con la necessità di proteggere i propri interessi e i territori d’oltremare nella regione, come la Guadalupa e la Martinica.
Ciò a cui stiamo assistendo è la prima, fragorosa mossa su una scacchiera grande quanto il pianeta che si sta riorganizzando. Una partita silenziosa per l’egemonia, dove il Venezuela, la sua crisi umanitaria e le sue ricchezze sono la posta in gioco.
Il primo capitolo di una nuova Guerra Fredda.
LA SCINTILLA NEI CARAIBI. ANATOMIA DI UN DISPIEGAMENTO SENZA PRECEDENTI
La storia si ripete, ma lo fa con un armamentario nuovo e una cinica consapevolezza. Il dispiegamento militare nell’Atlantico occidentale non è un’esercitazione, ma un messaggio in codice indirizzato al mondo.
La task force inviata dall’amministrazione Trump non è solo una squadra di polizia antidroga, ma uno strumento di proiezione di potenza puro, per esibire muscoli d’acciaio.
La sua composizione parla un linguaggio inequivocabile: il sottomarino nucleare, capace di condurre operazioni clandestine e di intelligence; le fregate e i cacciatorpediniere, scudi per la difesa aerea e di squadra; i 4.500 marines, una forza d’invasione in miniatura.
Sembra l’architettura di un blocco navale, di un’operazione di “pressione massima” che ha il solo vero obiettivo di strangolare un paese sovrano senza dichiarare formalmente guerra.
L’ENIGMA FRANCESE, IL CAVALIERE OSCURO DELL’UNIONE EUROPEA
L’arrivo della Tonnerre è la variabile che trasforma la crisi regionale in un conflitto geopolitico mondiale.
Perché la Francia, potenza mediterranea e atlantica, dovrebbe impegnarsi così a sud-ovest in un momento in cui è in crisi finanziaria e politica?
Per diversi motivi.
Primo: la difesa degli Départements et Régions d’Outre-Mer (DROM) di Martinica e Guadalupa, avamposti europei nei Caraibi, vulnerabili a qualsiasi destabilizzazione e a flussi migratori incontrollati.
Secondo, e più cruciale: Parigi sta giocando una partita di potere all’interno della NATO e dell’UE.
Allineandosi pubblicamente e militarmente a Washington, Macron cerca di ritagliarsi il ruolo di leader europeo più influente, acquistando capitale politico da spendere in future trattative, in un calcolo pericoloso, che segna una frattura nell’ambigua posizione europea sul Venezuela.
L’ESCALATION VERBALE: OLTRE LA LINEA ROSSA DIPLOMATICA
La retorica è sempre stata un’arma. Trump l’ha trasformata in un’atomica diplomatica. La minaccia esplicita di “abbattere e distruggere” gli F-16 venezuelani che osassero molestare le navi USA non è una sparata casuale, ma la deliberata distruzione di ogni protocollo di de-escalation.
Equipara un’aeronautica militare di uno stato sovrano a dei criminali da eliminare, proprio come fatto in Iran.
Questo linguaggio, studiato e rilasciato tramite Twitter, ha l’obiettivo di normalizzare l’idea di un conflitto armato, preparando l’opinione pubblica nazionale e internazionale all’inevitabile. È la militarizzazione della percezione.
IL VELO DEL NARCOTRAFFICO. LA VERITÀ UFFICIALE E I SUOI BUCHI NERI
La lotta al narcotraffico è il pretesto più nobile e conveniente della geopolitica moderna. Funziona sempre.
Ma analizziamo i dati.
Secondo la DEA statunitense, meno del 4% della cocaina diretta verso gli USA transita attraverso le rotte venezuelane. La stragrande maggioranza passa ancora per il Pacifico, dal Centroamerica e dal Messico.
Perciò, giustifica questa percentuale marginale il più grande dispiegamento militare USA nella regione dagli anni ’80?!
La risposta è, ovviamente, no.
L’operazione è sproporzionata per il fine dichiarato. È come usare un martello pneumatico per schiacciare una formica.
Esperti di sicurezza, come il venezuelano Rocío San Miguel o l’analista statunitense William Brownfield, hanno più volte sottolineato la natura prevalentemente corruttiva e non istituzionale del narcotraffico in Venezuela.
Non è uno “stato narco”, ma uno stato le cui istituzioni fragili sono penetrate dalla criminalità. Una distinzione cruciale che viene appiattita per giustificare l’intervento.
L’ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP: LA LICENZA DI UCCIDERE
Trump emana un ordine esecutivo che equipara il narcotraffico al terrorismo, un cambiamento di paradigma legale dalle conseguenze devastanti.
In termini di regole d’ingaggio, autorizza le forze statunitensi a trattare i sospetti trafficanti come combattenti nemici, applicando una forza letale senza le limitazioni del diritto penale internazionale.
Di fatto, è una “licenza di uccidere” che bypassa le convenzioni sui diritti umani e il diritto internazionale umanitario.
Crea una zona grigia giuridica dove qualsiasi azione può essere giustificata a posteriori con la scusa della lotta al terrore. È lo stesso framework giuridico usato nei teatri di guerra mediorientali, ora importato nel “cortile di casa” americano.
IL COLPO A SORPRESA: IL SILENZIO DEI MEDIA
Quanto è stata amplificata la notizia della partecipazione francese dai grandi network internazionali? Poco. Molto poco. Quasi per nulla.
Questo silenzio mediatico non è casuale, ma una chiara volontà di non inquadrare la crisi per quello che è realmente: un’internazionalizzazione di un conflitto interno.
Includere una potenza NATO europea complica enormemente la narrazione, introducendo il fantasma di un nuovo colonialismo euro-atlantico.
È molto più comodo mantenere la facciata di un’operazione di polizia guidata dagli USA per una causa “universale” come la lotta alla droga.
Minimizzare il ruolo francese significa controllare la percezione dell’evento ed evitare di accendere pericolosi dibattiti sull’erosione della sovranità nazionale in America Latina.
“IT’S THE OIL, STUPID!”. IL VERO NOCCIOLO DEL CONFLITTO
Come mi insegnò un mio vecchio professore, nella geopolitica, seguire sempre i soldi. E i soldi, qui, sono neri, viscosi e giacciono nel sottosuolo venezuelano.
IL TESORO NERO DEL VENEZUELA: L’ELDORADO PROIBITO
Il Venezuela detiene un primato imbarazzante per le potenze globali: 304 miliardi di barili di petrolio accertati, la riserva più grande del pianeta.
In un’era come la nostra, di transizione energetica, questo non è un vantaggio, ma un’arma strategica.
Chi controllerà quella riserva controllerà una leva fondamentale sull’economia globale per i prossimi 50 anni. Forse, i prossimi 100.
Non si tratta solo di estrarre petrolio oggi; si tratta di controllare il picco della domanda futura e di dettare i prezzi.
Il potenziale del Venezuela, se sviluppato da capitali e tecnologia stranieri, potrebbe frantumare il potere di cartelli come l’OPEC+ e ridisegnare la geografia energetica mondiale.
Washington lo sa. Parigi lo sa. Pechino lo sa. E lo sa anche Mosca.
E… davvero pensate che Putin e Trump si siano incontrati in Alaska per discutere solo di Zelensky e dei fenomeni alla guida dei paesi europei?
LA GUERRA SILENZIOSA DELLE SANZIONI: L’ASSEDIO ECONOMICO
Prima delle portaerei, sono arrivati i decreti.
Le sanzioni USA non sono misure punitive, ma un’arma di guerra economica sofisticata e letale.
Il caso emblematico è la revoca delle licenze “oil-for-debt” a compagnie europee come l’italiana ENI e la spagnola Repsol.
Queste licenze permettevano alle compagnie di caricare petrolio venezuelano per ripagare i debiti contratti da Caracas nei loro confronti. Una misura umanitaria che teneva in vita un settimo dell’industria nazionale.
La revoca ha avuto un duplice, diabolico, effetto: 1) ha strangolato l’ultimo afflusso di dollari nell’economia venezuelana, accelerandone il collasso; 2) ha tagliato fuori l’Europa dall’accesso a quel petrolio, consegnando il monopolio futuro alle compagnie americane – come Chevron, a cui invece è stata rinnovata una licenza speciale – una volta che il governo Maduro sarà stato estromesso.
È un capolavoro di geopolitica economica che punisce il nemico e gli alleati simultaneamente. Ma per Trump non ci sono alleati. Ci sono solo gli americani.
CONSEGUENZE A CASCATA: IL COLLASSO UMANO
I numeri della crisi sono apocalittici.
Un’inflazione che nel 2023 ha toccato il 238%, una svalutazione del Bolivar che lo ha reso carta straccia, una dollarizzazione de facto tramite criptovalute come il USDT che segna la resa totale della sovranità monetaria.
La popolazione sopravvive, non vive.
Il dispiegamento militare non è la causa di questo collasso, ne è il colpo di grazia. È il momento in cui l’assedio economico si trasforma in un assedio fisico, militare, finale.
Il messaggio è chiaro: non ci sarà tregua, non ci sarà via d’uscita, finché la testa del regime non cadrà.
LA SCACCHIERA. CHI GIOCA E CHI STA A GUARDARE
Il Venezuela è solo una scacchiera dove si fronteggiano scacchisti. I giocatori sono molti e le loro mosse qui detteranno le regole per i prossimi decenni.
LA NUOVA DOTTRINA MONROE: IL “DESTINO MANIFESTO” DEL XXI SECOLO
L’azione di Trump non è un’anomalia, ma l’ultima, violenta, espressione della Dottrina Monroe, il principio per cui le Americhe sono di competenza esclusiva degli Stati Uniti.
Ma c’è una svolta. Se storicamente la dottrina era difensiva (“l’America agli americani”), ora è offensiva e unilaterale (“l’America agli Stati Uniti”).
L’obiettivo non è solo il Venezuela, ma è un monito chiaro e brutale a tutte le potenze regionali: il Brasile, l’Argentina, la Colombia.
Il “cortile di casa” è sotto nuova, ferrea, amministrazione. Qualsiasi velleità di autonomia o di partnership con rivali internazionali (Cina) sarà stroncata.
L’ISOLAMENTO DI MADURO: GLI ALLEATI FANTASMA
L’asse bolivariano è fragile. Cuba è stremata dalla crisi economica e dipendente dal petrolio venezuelano che non arriva più.
Il Nicaragua di Ortega è un regime paria, senza peso geopolitico. La Bolivia ha virato decisamente a destra, privando Maduro del suo alleato più importante e strategico nel continente.
Il sostegno è frammentato, retorico, ma privo di una reale capacità di proiezione militare o economica.
Maduro è solo, circondato da un cerchio di fuoco che si stringe sempre di più.
IL SILENZIO ASSORDANTE DEI GIGANTI: LA PARTITA DELLE SUPER-POTENZE
A questo punto, sorge spontanea una domanda: «Perché Russia e Cina, tradizionali sostenitori di Caracas, tacciono?»
La risposta si trova in un calcolo strategico glaciale, quanto spietato.
Per Pechino e Mosca, il Venezuela è una pedina sacrificabile in una partita molto più grande.
Il loro silenzio è un messaggio cifrato a Washington: “Non interferiremo nel tuo cortile di casa, in cambio, tu non interferirai nel nostro”. Significa mani libere per la Russia nella sua sfera d’influenza (Ucraina, Bielorussia) e per la Cina nella sua (Mar Cinese Meridionale, Taiwan).
È il ritorno alle sfere d’influenza dell’Ottocento, un baratto cinico sulla pelle dei venezuelani e degli ucraini.
Il multilateralismo è morto. Sono tornate le grandi sfere di potere.
L’ALBA DEL NUOVO ORDINE. IL MONDO AL BIVIO DEL 2030
La crisi venezuelana non è un evento isolato. È il sintomo più acuto della febbre che sta consumando l’ordine globale.
UN MONDO DI CONFLITTI CRESCENTI: LA GRANDE FRAMMENTAZIONE
Stiamo entrando in un’era di “disordine ordinato”.
La fine del predominio unipolare USA ha creato un vuoto di potere e, in quel vuoto, emergono attori regionali e super-potenze rivali che competono per stabilire nuove sfere di influenza.
Il Venezuela è il primo campo di battaglia di questa nuova era. Ma non sarà l’ultimo.
Guardate all’Ucraina, al Mar Cinese Meridionale, alla Libia, alla Siria. Lo schema è identico: pressione ibrida, guerra economica, guerre per procura e, infine, l’uso della forza militare mascherata da altre motivazioni (lotta al terrorismo, peacekeeping, intervento umanitario).
OLTRE IL VENEZUELA: I PROSSIMI CAMPI DI BATTAGLIA
Dove si replicherà questo schema?
L’Africa è il candidato principale. Un continente ricco di risorse naturali, con stati fragili e una presenza sempre più assertiva di Russia (con il Gruppo Wagner) e Cina (con la Belt and Road Initiative).
Il prossimo scontro per le risorse critiche – terre rare, cobalto, litio… – avverrà lì e userà lo stesso copione: destabilizzazione, intervento per “riportare l’ordine”, controllo delle risorse.
DOMANDE APERTE: SULL’ORLO DEL BARATRO IN VENEZUELA?
L’operazione porterà a un’invasione diretta?
Probabilmente no. Un’invasione sarebbe un pantano logistico e umanitario senza fine. Perciò, l’obiettivo è più sottile: un blocco navale de facto, un lento strangolamento che porti a una rottura interna dell’esercito venezuelano e a un colpo di stato.
Il punto di non ritorno sarà superato quando la prima nave petroliera iraniana o russa cercherà di forzare il blocco per portare aiuti a Caracas.
Quel giorno, nei Caraibi, non si tireranno più i grilletti per colpire dei narcos, ma per dare il via alla Terza Guerra Mondiale, combattuta a pezzi, un conflitto per procura alla volta.
La partita a scacchi giocata con portaerei e sottomarini nucleari nei Caraibi non deciderà solo il destino del Venezuela, ma sta già decidendo il futuro del pianeta.
E, per ora, lo sta decidendo senza il nostro consenso.
La versione ufficiale di quanto accadde martedì 11 settembre 2001 a New York è sintetizzabile in poche righe.
Il Boeing 767 AA11 dell’American Airlines si schiantò a Manhattan contro la Torre Nord del World Trade Center alle 8.46; dopo 17 minuti, alle 9.03, un altro Boeing 767, della United Airlines, il volo UA175, colpì la Torre Sud.
Alle 9.37, il Boeing 757 AA77 dell’American Airlines centrò il Pentagono; circa mezz’ora più tardi, un quarto aereo, il Boeing 757 UA93 della United Airlines, si schiantò in aperta campagna in Pennsylvania alle 9.37, mentre sembrava diretto verso la Casa Bianca.
Nel giro di poche ore, le televisioni di tutto il mondo raccontarono di dirottatori che avevano preso possesso dei quattro aerei abbattutisi sugli Stati Uniti come missili; si trattava di affiliati ad Al Qaeda, l’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, lo sceicco che aveva dichiarato guerra all’America.
Il popolo americano si strinse come mai prima intorno al presidente Bush, invitandolo a colpire ovunque nel mondo pur di vendicare le 2955 vittime degli attentati (esclusi i 19 attentatori).
L’amministrazione repubblicana non perse tempo, trascinando gli Stati Uniti e un gran numero di Paesi alleati in una guerra perenne al terrorismo, prima contro l’Afghanistan dei Talebani, poi contro l’Iraq di Saddam Hussein.
Eppure, sono molteplici le circostanze che fanno ipotizzare che ciò che è accaduto quel giorno non sia stato affatto opera di Al Qaeda e di Osama Bin Laden.
11 SETTEMBRE. MISTERI E INCONGRUENZE
Innanzitutto, l’11 settembre non crollarono soltanto le due torri colpite dagli aerei, ma, pochi minuti dopo le 17.30, l’edificio numero 7 del World Trade Center si accartocciò su se stesso, proprio come era successo alle Torri Gemelle al mattino.
La cosa singolare fu che, poco prima delle 17, la reporter della BBC World, Jane Standley, disse al pubblico televisivo che l’edificio numero 7 del World Trade Center era appena crollato, il terzo a cadere quel giorno a causa dei “presunti” attacchi terroristici.
Però, il grattacielo in questione era ancora ben visibile sopra la spalla sinistra della giornalista e lo fu durante l’intero servizio dal vivo, poi, come per magia, circa venti minuti dopo, l’edificio crollò effettivamente.
Come faceva la BBC a sapere che tutto ciò si sarebbe verificato? E quale fu la causa del crollo del WTC 7, visto che non era stato colpito da nessun aereo né da detriti?
Le stesse Torri Gemelle, secondo la versione ufficiale, sarebbero crollate perché il calore generato dall’incendio degli aerei avrebbe fuso i pilastri d’acciaio che formavano la struttura portante delle torri.
Tuttavia, per fondere l’acciaio di cui erano costituiti i pilastri, la temperatura avrebbe dovuto raggiungere i 1538 gradi centigradi, cosa improbabile per la gran parte degli esperti interpellati e resa impossibile dal fatto che i filmati di quel giorno mostrano delle persone attraverso gli squarci creati dagli aerei.
Nessun organismo umano avrebbe mai potuto restare in vita a temperature così elevate; si sarebbe liquefatto.
Quindi, che cosa fece crollare le Torri Gemelle?
Secondo diversi ingegneri edili e altrettanti esperti dei vigili del fuoco, il crollo delle Torri Gemelle presentava almeno dieci delle caratteristiche tipiche del genere di demolizione controllata noto come implosione, nella quale l’edificio sprofonda al suo interno.
Nel caso delle torri, entrambi i crolli iniziarono di colpo, sviluppandosi in perpendicolare, quindi procedettero alla velocità di caduta libera, producendo un’ingente quantità di polvere, caratteristica tipica delle demolizioni per mezzo di esplosivo, che polverizza il cemento in particelle minuscole.
Le Torri Gemelle raggiungevano 110 piani, ma entrambe si ridussero a un cumulo di macerie.
D’altronde, per sistemare delle cariche esplosive capaci di demolire le torri sarebbero stati necessari diversi giorni e uno studio tecnico accurato, altrimenti la caduta avrebbe potuto coinvolgere le costruzioni circostanti.
Anche a ciò, però, sembra esserci una spiegazione plausibile.
Il cugino del presidente Bush, Wirt Walker III, era responsabile di una delle società che si occupavano della sicurezza del Worl Trade Center; dal mese di luglio, il livello di allarme nelle Torri Gemelle fu diminuito a un livello inferiore e ciò comportò la fine dell’impiego dei cani poliziotto per fiutare eventuale esplosivo.
Perché il livello di guardia fu abbassato, per la prima volta dal 1993, anno in cui vi fu un primo drammatico attentato al World Trade Center?
Possibile che il cugino del presidente fosse a conoscenza di notizie particolari in merito?
Inoltre, i sopravvissuti ai presunti attentati raccontarono che nelle settimane precedenti era stato interrotto più volte l’approvvigionamento di energia elettrica per svariati lavori di manutenzione.
Un’altra circostanza alquanto singolare consiste nel fatto che, proprio quel giorno, fosse prevista un’esercitazione di esercito e aeronautica contro eventuali dirottamenti di aerei, che poi sarebbero stati utilizzati come missili sulle Torri Gemelle.
Quantomeno inquietante!
A detta degli ufficiali interrogati durante le numerose interviste successive al disastro, l’esercitazione ritardò di molto l’attivazione della difesa aerea di New York, visto che l’intera flotta di velivoli che ogni giorno assicuravano la sicurezza nei cieli della metropoli era stata inviata a più di cinquecento miglia di distanza.
Nel 2000 e nel 2001, in verità, furono molteplici le esercitazioni di simulazioni riconducibili a eventi simili, dalla sospensione della difesa aerea, allo smantellamento della sicurezza e del controspionaggio, dalla demolizione controllata di grattacieli in fiamme al lancio di missili Cruise telecomandati contro il Pentagono.
Per di più, alcune ore prima che le torri venissero colpite, gli Stati Uniti sembravano in prossimità di scatenare una guerra nucleare: i cacciabombardieri B-1 e B-52 erano in volo; i sottomarini nucleari più vicini a Russia e Cina erano in posizione di lancio e le basi di terra della ICBM (le basi missilistiche di terra) erano pronte al lancio.
Perché si verificò questa situazione?
Inoltre, gli istruttori di volo che tennero i corsi ai quali parteciparono anche i presunti attentatori, giurarono più volte che, per quanto avevano potuto appurare, nessuno di quegli uomini sarebbe stato in grado di pilotare un velivolo come uno dei Boeing che avevano abbattuto le Torri Gemelle.
Oltretutto, molto prima dell’11 settembre, l’intelligence americana ad Amburgo aveva posto sotto sorveglianza la maggior parte dei diciannove presunti autori della strage; eppure, quasi tutti ottennero il loro visto di ingresso per gli Usa.
Per quanto riguarda l’aereo precipitato in Pennsylvania, fece il giro del mondo la notizia di una telefonata strappalacrime effettuata da una sfortunata passeggera, ma, secondo i tabulati della compagnia telefonica, la telefonata in questione durò zero secondi; fu appurato anche che, a quelle velocità e a quelle altitudini, nel 2001 era impossibile una connessione di un cellulare con un altro cellulare.
L’aereo che sarebbe precipitato sul Pentagono, poi, è un altro mistero, in quanto non sono mai stati rinvenuti resti del velivolo o bagagli nelle immediate vicinanze.
Inquietante è anche il fatto che, pochi giorni prima del disastro, i mercati azionari assistettero a pesanti perdite della Munich re e della Swiss re, due colossi assicurativi che garantivano le Torri Gemelle sui grandi rischi.
Moltissimi testimoni oculari, dislocati in mezzo mondo, assicurarono di aver visto alcuni dei presunti dirottatori vivi alcune settimane dopo l’11 settembre.
Ora, quest’ultima è più suggestione che notizia, ma, unita a tutte le altre incongruenze, acquista credito.
Perché la commissione d’inchiesta non ha preso in considerazione questi racconti? E perché non ha esaminato le numerose denunce alla polizia in merito a questi avvistamenti?
ALCUNE TESTIMONIANZE SULL’11 SETTEMBRE
Albert Stubblebine, ex capo del Comando di Sicurezza e Intelligence militare, nonché responsabile dell’interpretazione di immagini per l’Intelligence Tecnica e Scientifica durante la Guerra Fredda, dopo aver visionato le immagini del Pentagono, ha dichiarato che il buco presumibilmente provocato dal Boeing non poteva essere stato causato da alcun impatto con un aereo, bensì da un missile.
Karen U. Kwiatkowski, tenente colonnello dell’Air Force in congedo e membro dello staff direzionale della National Security Agency, nonché impiegata del Pentagono in servizio l’11 settembre, ha dichiarato:
«Sul prato, relativamente intatto, dove sono stata solo pochi minuti dopo lo schianto, c’era scarsità di rottami visibili. Oltre a questa strana assenza di rottami dell’aereo, nella struttura del Pentagono non c’era alcuna traccia del danno che ci si aspetterebbe dall’impatto di un enorme aereo di linea… Sul prato di fronte all’edificio non bruciava alcun frammento metallico dell’aereo o del carico, perché il fumo si levava dall’interno del Pentagono».
Guy S. Razer, tenente colonnello dell’Air Force in congedo, ex pilota di caccia ed istruttore di volo e tattica per oltre vent’anni, ha dichiarato:
«Sono convinto al cento per cento che gli attentati dell’11 settembre siano stati pianificati, organizzati e commessi da elementi sovversivi infiltrati ai vertici del nostro governo… Il crollo dell’edificio 7 mostra oltre ogni ragionevole dubbio che le demolizioni erano pianificate…».
Ted Muga, comandante di marina in congedo, ex aviatore navale e poi pilota di linea della Pan Am sui Boeing 707 e 727, ha dichiarato:
«La manovra al Pentagono era una stretta spirale che scendeva da settemila piedi, due chilometri circa. Per un aereo di linea, anche se strutturalmente in grado di gestire quella manovra, è molto, molto difficile ed è necessario un notevole addestramento… Occorrono dei piloti estremamente capaci, perché, quando un aereo di linea arriva così in alto, rasenta quello che viene definito “stallo ad alta velocità”… E’ assolutamente impossibile che una manovra simile sia stata compiuta da un dilettante… Inoltre è ridicolo ipotizzare che i quattro presunti aerei siano stati dirottati, poiché nessuno degli otto piloti ha mai digitato il codice di dirottamento, un codice semplicissimo, che si digita in una frazione di secondo…».
Le testimonianze come quelle riportate poc’anzi si contano a centinaia e tutte sono fornite da personale altamente qualificato.
Inoltre, è doveroso segnalare che la stessa commissione d’inchiesta nominata per fare luce sulla strage ha presentato moltissimi vizi di natura giuridica, primo fra tutti il fatto che ne fosse stato nominato presidente Philip Zelikow, intimo collaboratore di Condoleeza Rice, consigliera per la sicurezza nazionale nell’amministrazione in carica.
Secondo la legge statunitense, infatti, nessuna commissione d’inchiesta che abbia per oggetto indagini con probabile coinvolgimento della Casa Bianca può essere composta da membri che abbiano rapporti, di alcun genere, con funzionari della stessa amministrazione.
Perché la Commissione sull’11 settembre fu composta da membri vicini al governo, invece?
Le settimane immediatamente successive furono funestate da continui episodi di lettere contaminate con antrace; sembrava davvero che gli americani fossero sotto attacco.
Tuttavia, i risultati delle indagini, pubblicati sul Washington Post, confermarono che:
“anche se molti laboratori possiedono il ceppo di antrace Ames, coinvolto negli attacchi bioterroristici, finora cinque sono risultati avere spore geneticamente identiche a quelle contenute nelle lettere al Senato e tutti questi laboratori sono stati in grado di far risalire i loro campioni a un’unica fonte militare americana: il Medical Research Institute of Infectious Disease (Usamriid) dell’esercito Usa, a Fort Detrick nel Maryland.”.
Dunque, le prove che l’11 settembre 2001 le cose non siano andate esattamente come i media ci hanno raccontato sono diverse e fondate.
Ma, se non è stata Al Qaeda a organizzare ed effettuare l’attacco alle torri e al Pentagono, allora, chi è stato e, soprattutto, a quale scopo?
CHI HA PROGETTATO DAVVERO L’11 SETTEMBRE?
Secondo un rapporto redatto da esperti economici del Partito Repubblicano nel 2000, gli Stati Uniti stavano perdendo la loro forza finanziaria ed era estremamente necessario deviare dalla rotta politica intrapresa dall’amministrazione Clinton.
Così, George W. Bush fu nominato presidente da una risoluzione a maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti, mentre la conta dei voti in Florida dava per vincitore il suo avversario, Al Gore.
I media ne parlarono poco, ma George W. Bush non fu espressione del voto popolare, ma un’imposizione istituzionale. Se fosse capitato a Mosca, si sarebbe parlato di scandaloso comportamento da dittatura.
L’indagine economica effettuata nel 2000 fu aggiornata e resa nota soltanto nell’autunno del 2001, delineando una situazione preoccupante.
Gli Stati Uniti stavano attraversando una grave recessione, entrata nella sua fase critica nel marzo del 2001; in quel periodo, l’Economist scriveva che
“i profitti sono al livello più basso da mezzo secolo a questa parte e la capacità produttiva è per il 25% inutilizzata, come negli anni trenta.”
Dopo il crollo del Nasdaq, la Federal Reserve guidata da Greenspan aveva tagliato più volte i tassi di interesse, ma l’economia non si era ripresa; ogni altro intervento si era rivelato inefficace, tanto che alle 8.00 dell’11 settembre, Morgan Stanley scriveva:
“solo un atto di guerra potrà salvare il dollaro e l’economia.”
Ciò che avvenne l’11 settembre diede all’amministrazione Bush la possibilità di mettere le mani sull’iperbolica somma accantonata da Clinton per le future pensioni degli Americani, più di 200 miliardi di dollari soltanto nell’ultimo anno di presidenza. Quella somma fu destinata, invece, alle ingenti spese militari per finanziare la perenne guerra al terrorismo.
Questa mossa ridiede fiato all’economia americana, come già era accaduto sia con la Prima Guerra Mondiale, dopo la crisi provocata da J. P. Morgan nel 1907, sia con la Seconda Guerra Mondiale, dopo la crisi del ’29; la stessa Guerra Fredda fu un forte volano per l’economia americana.
Coincidenze, fortuna, strategie… chiamatele come vi sembra più logico.
Dopo la dissoluzione dell’URSS, le spese militari erano state fortemente contratte dal Presidente Clinton e ciò aveva provocato la forte stagnazione economica.
D’altro canto, la stessa Germania nazista riuscì a rilanciare l’economia quando nel 1934 lo stato emise le cambiali Mefo, che finanziarono il riarmo; le cambiali scadevano nel 1939, ma proprio in quell’anno Hitler scatenò la guerra.
Nel 2001, è stato determinante l’operato dei servizi segreti, soprattutto per la messa in scena mediatica che ha resistito per diversi anni, prima di essere smascherata.
Chi ha progettato l’attacco alle Torri Gemelle, dunque?
Per rispondere a questa domanda, bisogna valutare chi ne ha tratto vantaggio.
Certamente nessuno in Medio Oriente, infatti nessuno sano di mente si sarebbe mai attirato l’ira dell’esercito più forte al mondo con un attentato così devastante.
Quindi, è favolistico credere che un tizio con una taglia milionaria sulla testa abbia comandato un esercito di sprovveduti, dal buio di una grotta a migliaia di chilometri di distanza, i quali avrebbero compiuto una missione da cellula d’intelligence operativa.
Lo stesso dirottamento degli aerei, con piloti incapaci a detta dei loro stessi istruttori, è un racconto fantasy che non trova alcuna conferma che non faccia ridere.
Per di più, non è mai stato chiarito in maniera credibile come sia stato possibile che le Torri siano crollate senza abbattere gli edifici adiacenti e come, a distanza di ore, sia crollato in maniera inspiegabile l’edificio 7, distante dalle Torri Gemelle.
A trarne beneficio, non v’è dubbio, è stato il governo di George W. Bush. Un governo nominato dalla Corte Suprema e non espressione del popolo americano.
Un governo che ha ottenuto il pretesto per aggredire e invadere l’Afghanistan, trascinando gli USA in una guerra dispendiosa da cui sono usciti sconfitti, con il ritorno dei talebani e la fuga dell’esercito a stelle e strisce che, per vincere, avrebbe dovuto usare solo le atomiche, situazione che avrebbe isolato Washington da tre quarti di mondo.
Infine, va ricordato che Al Qaeda è una creatura americana, creata, finanziata e addestrata per combattere l’URSS. Una succursale della CIA in Medio Oriente, insomma, prima di diventare nemica dell’America.
Un po’ come è accaduto all’attuale presidente della Siria, ricercato per anni con una taglia milionaria sulla testa, ma trasformato in democratico interlocutore dopo la cacciata di Assad.
L’11 settembre è stata una guerra mediatica, dove sono tante le cose che non tornano, che sono prive di logica, così come sono troppe alcune coincidenze favorevoli al governo Bush.
I servizi d’Intelligence americani, d’altronde, hanno registrato i primi successi “di guerra” già durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, perciò non è affatto scandaloso ipotizzare che vi possa essere una mano americana dietro l’attentato dell’11 settembre 2001.
Qualcuno parla di complottismo, ma la logica insegna che la cosa più ovvia è quasi sempre anche quella vera, inoltre, una delle strategie della propaganda più raffinata è creare esagerazioni complottistiche per additare chiunque metta in discussione la narrazione ufficiale.
Una strategia che alimenta l’idea che tutto ciò che è accostabile al complottismo sia svalutato, in modo da far passare come reale una narrazione ufficiale che non regge.
Una strategia che negli ultimi cinque anni è stata affinata e utilizzata per soffocare ogni criticità, ogni sollevazione del dubbio, ogni contraddittorio che porti al ragionamento.
L’11 settembre 2001 ha aperto una nuova era, in cui è la comunicazione a stabilire verità in cui si può credere e altre definite complottismo e fantasia.
È la comunicazione che crea eroi e nemici, trasforma tagliagole in democratici in giacca e cravatta e stabilisce che un attore capisca di vaccini più di un Premio Nobel per la medicina.
L’era della propaganda h24 è iniziata proprio con l’attentato alle Torri Gemelle, un attentato in cui non sono morte solo migliaia di persone innocenti, ma soprattutto l’idea che il dubbio sia il motore indispensabile al funzionamento della democrazia.
Mentre i leader europei accelerano sul riarmo ignorando la diplomazia, in Ucraina cresce il dissenso contro un conflitto senza obiettivi raggiungibili.
UN CONTINENTE IN STATO CONFUSIONALE
La psiche collettiva europea vive uno stato di dissonanza cognitiva patologica.
Da un lato, un coro unanime inneggia alla difesa dei valori democratici e della sovranità ucraina, dall’altro, si persegue con ferrea determinazione l’unica strategia che garantisce l’esatto opposto: l’escalation militare e il sistematico sabotaggio di ogni via diplomatica.
Questa è la schizofrenia strategica che definisce la nostra epoca. Ma perché i popoli d’Europa, storicamente capaci di sollevarsi contro politiche palesemente autolesioniste, oggi assistono in un silenzio quasi tombale?
IL PARADIGMA BELLICISTA EUROPEO: UNA SCELTA SENZA RITORNO?
La leadership europea, in coordinamento con Washington, ha intrapreso una serie di decisioni che definire scellerate è ancora poca cosa.
L’ABBANDONO DELLA DIPLOMAZIA.
Ogni spiraglio di dialogo viene spento prima ancora di poter brillare in nome di un dogmatismo bellicista che tratta la pace come un virus da debellare. La trattativa viene dipinta come una capitolazione, eliminando così ogni spazio per una soluzione politica.
Un po’ come se, anziché firmare l’armistizio dell’8 settembre, qualcuno avesse inneggiato alla pace giusta.
L’ACCELERAZIONE SUL RIARMO.
Invece di correre verso un negoziato, Bruxelles corre verso gli arsenali e sta alimentando artificialmente la paura di un “nemico immaginario” con la fantomatica imminente invasione russa dell’Europa, per normalizzare l’impensabile, secondo un perfetto schema da Finestra di Overton.
Così, l’invio di truppe NATO in Ucraina, un tempo considerato follia assoluta, è oggi discusso nei salotti politici come un’opzione concreta. È una profezia che si autoavvera: prepararsi ossessivamente alla guerra rende la guerra inevitabile.
Perciò, avvisate i vostri figli di non prendere impegni per i prossimi mesi. Ci sarà da morire per la scelleratezza degli attuali leader europei.
LA PROPAGANDA DI GUERRA.
L’ecosistema mediatico è saturo di narrazioni tossiche.
Ricordate l’”attacco ibrido” russo all’aereo della von der Leyen, presentato come un casus belli?
È stato perfettamente smentito.
Una fake news. Una delle tante veicolate dalla propaganda, dalle sanzioni dirompenti alle pale, passando per i muli al posto dei mezzi corazzati e per i microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini.
Eppure, lo scopo della propaganda russofoba è infiammare l’opinione pubblica e creare consenso per misure sempre più aggressive.
Le bugie sono il carburante di una macchina da guerra che deve convincere i suoi finanziatori di aver ragione, anche quando i fatti e la realtà la smentiscono.
LA REALTÀ DAL FRONTE UCRAINO: DISSENSO, REPRESSIONE E SFINIMENTO
Oltre la cortina fumogena della retorica eroica, l’Ucraina è un Paese allo stremo. L’unità nazionale è una finzione narrativa che si sbriciola sotto il peso di una realtà atroce.
L’esercito ucraino è in agonia demografica e spirituale e le scene da incubo degli arruolamenti forzati per strada, la caccia ai renitenti nascosti nei scantinati, le disperate testimonianze di comandanti al fronte parlano di reclute gettate in battaglia con un addestramento di due settimane: questo è il volto vero della guerra.
La domanda che osserva ogni soldato dal suo buco nel fango è semplice e terribile: “Per quale obiettivo preciso sto morendo?”.
La riconquista della Crimea? Un’utopia militare. Respingere i russi? L’avanzata è lenta e costosa, ma è un fatto, nonostante le armi e gli uomini NATO.
Si combatte per non perdere, senza più un piano per vincere perché si è capito che vincere è impossibile, ma non si vuole ammetterlo.
LA SVOLTA AUTORITARIA DI ZELENSKY.
Di fronte al collasso del consenso, il governo di Kiev ha scelto la repressione. Dopo aver annunciando un alleggerimento della legge marziale, ecco che, invece, ha inasprito pene e controlli sui soldati, trattando la diserzione non come un sintomo di disperazione, ma come un tradimento.
Ovviamente, si sono scatenate proteste nel Paese, soprattutto a Kiev, dove madri, mogli e gli stessi soldati urlano la loro opposizione.
Il leader democratico è ormai un comandante dispotico che cerca di mantenere una coesione che non esiste più.
È la fotografia di una nazione che, per salvare sé stessa dalla guerra, ha ucciso la democrazia.
L’ECONOMIA DI GUERRA: CHI VINCE E CHI PERDE DAVVERO?
Il campo di battaglia più decisivo non è nel Donbass, ma nei portafogli e nei bilanci nazionali. E qui le contraddizioni raggiungono il loro apice.
LA RESILIENZA RUSSA.
Il tentativo di strangolare economicamente la Russia è fallito. Non solo non è collassata, ma cresce il triplo dell’Europa.
La sua industria bellica, deglobalizzata e potenziata, produce con ferrea autonomia.
Fonti ucraine – non certo propaganda russa – parlano di 2.700 droni prodotti al mese. Essendo un impero di materie prime, ha semplicemente dirottato i suoi flussi chiusi dall’Europa verso Cina, India e Turchia, trovando acquirenti felici di fare affari.
Anche perché, gran parte di quelle materie vengono raffinate e vendute all’Europa a prezzi maggiorati.
LA FRAGILITÀ EUROPEA.
L’Europa è sempre più in agonia.
La sua forza manifatturiera dipende da materie prime che non possiede e che ora paga a prezzi gonfiati. Spesso materie prime russe, ma acquistate da paesi intermediari per far finta di credere che possiamo fare a meno di Mosca.
La discussione sulla confisca dei 300 miliardi di asset russi congelati è l’esempio supremo di miopia strategica.
Come ha avvertito il Ministro degli Esteri belga, sarebbe un “terremoto” finanziario, un colpo letale alla credibilità dell’Euro come valuta di riserva globale.
Sarebbe la resa della nostra sovranità finanziaria. Perché chi si fiderebbe più del nostro continente?!
Senza dimenticare che esiste un Diritto internazionale per cui i nostri figli potrebbero ritrovarsi a pagare multe e interessi salatissimi a Mosca come risarcimento nei prossimi decenni.
IL BUSINESS DELLA GUERRA.
Allora, se tutti perdono, chi vince?
Il complesso militar-industriale anglo-americano vede i suoi profitti esplodere.
Gli Stati Uniti consolidano il controllo geopolitico su un’Europa indebolita e dipendente. L’obiettivo inconfessato non è la vittoria di Kiev, ma il logoramento a lungo termine della Russia, anche a costo di sacrificare l’ultimo soldato ucraino e l’ultimo euro dei contribuenti europei.
Siamo ingranaggi di una guerra per procura i cui veri beneficiari siedono lontano dalle trincee, mangiano caviale e bevono Champagne.
A CHI GIOVA LA GUERRA?
Le contraddizioni conducono a una conclusione ineluttabile. La strategia corrente non porterà alla liberazione dell’Ucraina, né alla sicurezza dell’Europa.
Produce solo tre risultati certi: la distruzione sistematica dello stato ucraino, l’impoverimento delle società europee e una pericolosa deriva autoritaria su entrambi i fronti.
Le scelte dei nostri leader appaiono del tutto illogiche se misurate con il metro del benessere dei loro cittadini, ma diventano tragiche e lucide se misurate con altri parametri: il profitto dell’industria degli armamenti, il consolidamento egemonico statunitense, la resa dei conti con un rivale strategico.
A chi giova questa guerra senza fine?
La risposta non si trova nei comunicati stampa di Bruxelles o di Kiev e nemmeno nella tanta, troppa propaganda veicolata per tre anni e mezzo.
Si trova seguendo i flussi di denaro, le oscillazioni dei titoli delle grandi corporation della difesa e le mappe geopolitiche ridisegnate nelle stanze del potere di Washington.
Noi, europei e ucraini, non siamo che pedine in questo grande gioco.
Fino a quando accetteremo silenziosamente questo ruolo, la schizofrenia diventerà la nostra unica, tragica, normalità.
E il futuro sarà una lunga lista di morti sacrificati sull’altare del dio denaro e del potere geopolitico.
VENEZIA – Un dialogo tra il cielo e la terra, tra l’innocenza infantile e la più profonda malinconia.
Questa è la sintesi della Quarta Sinfonia di Gustav Mahler, opera che il Teatro La Fenice di Venezia ha affidato all’estro del direttore Daniele Rustioni e alla voce del soprano Rosa Feola.
Dopo il successo della prima del 5 settembre, la replica andata in scena sabato 6 settembre è stata un appuntamento speciale, interamente dedicato a un pubblico under35.
Un’occasione unica per accostarsi a un capolavoro che non smette di interrogare l’anima.
UN CAPOLAVORO DI TRANSIZIONE: TRA INCANTO E DISINCANTO
Composta tra il 1899 e il 1900, la Quarta Sinfonia di Mahler rappresenta un punto di svolta essenziale nella sua produzione, poiché chiude il ciclo delle sinfonie ispirate alla raccolta poetica Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo).
Allo stesso tempo, inaugura un nuovo ciclo, caratterizzato da una scrittura più essenziale, da un contrappunto severo e da un’orchestrazione trasparente ed esaustiva.
La sua genesi, però, è più lunga e intricata. Il movimento finale, il lied Das himmlische Leben (La vita celestiale), fu infatti composto nel 1892, ben otto anni prima.
Un brano che non è una semplice conclusione, ma il seme da cui germoglia l’intera sinfonia.
Mahler costruisce i tre movimenti precedenti come un immenso preludio tematico e spirituale a quella visione finale, capovolgendo la logica sinfonica tradizionale. Il paradiso, con tutte le sue ambiguità, diventa il punto di partenza e al contempo l’approdo.
L’ANALISI: UN VIAGGIO NELL’ANIMA TRA SONAGLI E VIOLINI MACABRI
IL PRIMO MOVIMENTO (BEDÄCHTIG. NICHT EILEN) si apre con un tintinnio di sonagli. Un suono fanciullesco, ma che il filosofo Theodor W. Adorno leggeva come un segnale d’ironia: «nulla di ciò che state ascoltando è vero».
È l’ingresso in un mondo di finzione, di ricordi o forse di sogno.
La struttura è quella classica della forma-sonata, ma il trattamento è tutto mahleriano: gli strumenti sono usati in modo “improprio”, i temi si intrecciano in una complessa polifonia che maschera un’inquietudine sottile sotto un velo di serenità.
IL SECONDO MOVIMENTO (IN GEMÄCHLICHER BEWEGUNG. OHNE HAST) è uno Scherzo grottesco. Il ritmo è quello di un Ländler, una danza popolare, ma resa sinistra e spettrale.
Il protagonista è un violino solista accordato un tono sopra il normale, il cui suono acuto e stridente imita il violino dei suonatori ambulanti.
Una figura allegorica della morte nella tradizione tedesca, che qui guida i bambini in una danza macabra verso l’aldilà.
IL TERZO MOVIMENTO (RUHEVOLL) è un Adagio di struggente bellezza. Lo stesso Mahler lo considerava tra le pagine meglio riuscite di tutta la sua produzione.
È una melodia serena e triste al tempo stesso, costruita su una serie di variazioni. Momenti di quiete assoluta si alternano a passaggi oscuri, spettrali, fino a un improvviso e traumatico fortissimo degli ottoni che squarcia il velo e anticipa il tema del paradiso.
È la crisi prima della (presunta) redenzione.
IL QUARTO MOVIMENTO (SEHR BEHAGLICH) è la voce del cielo. Il soprano entra in scena per intonare Das himmlische Leben. La voce deve avere un’«espressione infantilmente serena, assolutamente senza parodia».
Il testo, visto attraverso gli occhi di un bambino, descrive un paradiso fatto di delizie gastronomiche: pane, vino, pesci che appaiono miracolosamente, angeli che infornano il pane.
Ma è un’innocenza perturbante, che mescola immagini giocose a dettagli macabri (si macella un agnello senza che soffra).
Non c’è un trionfo eroico, ma una visione ambigua, sospesa, che apre a una crisi esistenziale più che chiuderla.
RUSTIONI, FEOLA E L’ENERGIA UNDER35: UN CONCERTO NECESSARIO
Affidare questa sinfonia così intima e complessa al Maestro Daniele Rustioni è stata una scelta azzeccata. La sua direzione, chiara, energica e attenta alla trasparenza delle trame orchestrali, è stata una guida ideale per districare i molti piani emotivi della partitura.
Al suo fianco, un’interprete d’eccezione: Rosa Feola, soprano tra i più acclamati della sua generazione, dalla tecnica impeccabile e dalla rara capacità di donare purezza e profondità a ogni frase.
La sua voce è stata lo strumento che ha dato vita all’ambigua innocenza del finale.
La scelta di dedicare la replica di sabato 6 settembre al pubblico under35 non è stata solo una brillante operazione di marketing, ma soprattutto un’estroflessione della stessa sinfonia, poiché questa particolare opera di Mahler, con le sue domande sull’infanzia, sulla perdita, sulla ricerca di un paradiso forse irraggiungibile, parla direttamente alle nuove generazioni.
È musica che non offre certezze, ma costringe all’ascolto attivo, alla riflessione.
Il Teatro La Fenice si conferma così non solo tempio della tradizione, ma luogo vivo e aperto al futuro, dove la complessità di Mahler può trovare un nuovo, vitale, pubblico.
E dove la Musica vera dimostra anche all’era superficiale e digitale che esiste un’alternativa all’oblio culturale.
Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e la parata militare cinese segnano una svolta simbolica e pratica verso un ordine mondiale più multipolare e competitivo con l’Occidente.
Una dimostrazione di potenza a cui l’Europa ha contrapposto la bufala dell’interferenza al sistema GPS sul volo di Ursula von der Leyen, esempio evidente dell’escalation dei rapporti tra l’Europa e questa parte di mondo.
UN MONDO CHE CAMBIA VELOCEMENTE
31 agosto 2025, data simbolica di un mondo che si sta riorganizzando.
Le istituzioni che hanno governato la politica internazionale per sette decenni non sono sparite, ma la loro centralità è stata messa in discussione da una miriade di attori e piattaforme alternative. Alla radice di questa trasformazione c’è la costruzione di architetture multilaterali alternative guidate da Pechino e sostenute da Mosca e da partner regionali sempre più numerosi nel mondo.
Le immagini del vertice SCO, con la parata a Tiananmen, e della perdita del segnale GPS su un aereo istituzionale europeo non sono eventi scollegati, ma formano un mosaico coerente di potenza, pressione, persuasione e propaganda.
IL VERTICE DELLA SCO: UN’ALTERNATIVA ORGANIZZATA
La Shanghai Cooperation Organisation, piattaforma che oggi include attori dai pesi demografici, energetici e militari assai rilevanti, è stata utilizzata da Pechino come palcoscenico per promuovere alternative di governance economica e finanziaria a livello mondiale.
Al summit di Tianjin, i leader principali (Xi, Putin, Modi) hanno trattato di temi concreti, tra cui la proposta di una banca di sviluppo SCO, l’emissione congiunta di strumenti finanziari e progetti infrastrutturali legati all’energia e alla connettività euroasiatica.
Si tratta di iniziative che mirano a creare capacità autonome di credito e sviluppo, riducendo la dipendenza dalle strutture occidentali.
Il messaggio politico è chiaro: non si tratta solo di cooperazione commerciale o simbolica, ma di costruzione di alternative istituzionali, di reti finanziarie, infrastrutturali e di sicurezza, che riducono il peso delle istituzioni guidate da Washington e, soprattutto, da Bruxelles.
In questo contesto, le dichiarazioni russe sulla necessità di affrontare l’espansione della NATO e la difesa della “sicurezza eurasiatica” assumono una doppia visione, come deterrente militare e come leva diplomatica per legittimare nuove architetture sullo scacchiere mondiale.
LA SFILATA DI TIANNAMEN: IMMAGINE E SOSTANZA DI POTERE
Pochi giorni dopo il summit, la grande parata militare a Pechino ha ulteriormente calibrato il messaggio di potenza: nuovi missili, droni avanzati, mezzi blindati, e, soprattutto, la presenza dei leader ritenuti “ostili” all’ordine occidentale, tutti su un medesimo palcoscenico per far capire a USA ed UE che è giunta l’ora di comportarsi da adulti e non più da bambini capricciosi come fatto negli ultimi secoli.
L’evento non è stato una pura esibizione, ma una dichiarazione di intenti politico-strategici che combina deterrenza, propaganda e networking tra regimi e partner strategici.
Come a dire “Cari occidentali, ci siamo anche noi e non siamo più disposti a vederci portare via materie prime a poco prezzo né vogliamo più essere solo le vostre officine a basso costo. E siamo pronti a batterci per affermare la nostra dignità. Con ogni mezzo.”
La parata è servita al pubblico interno, per la narrazione della grande rinascita, ma anche all’esterno, per inviare un messaggio alle capitali occidentali: la Cina ha capacità militari e tecnologiche avanzate, nonché alleanze politiche potenti.
Questo non significa che un conflitto armato sia inevitabile, ma alzare costantemente l’asticella, come fanno USA ed Europa, aumenta il rischio di errori di calcolo e di un’escalation incontrollata.
TECNICHE IBRIDE. GPS JAMMING, GUERRA ELETTRONICA E OPERAZIONI “IN ZONA GRIGIA”
La politica del potere oggi non è fatta solo di carri armati e sanzioni; è fatta di interruzioni di segnale, manipolazione informativa, blackout di infrastrutture digitali. Ed è fatta di propaganda.
La bufala de sistema GPS dell’aereo con a bordo la presidente della Commissione europea è solo uno dei tanti episodi in cui la propaganda ha tentato di costruire narrazioni, nemici, situazioni per giustificare politiche di escalation e riarmi in Europa.
E le implicazioni di una simile politica, portata avanti dalla Commissione von der Leyen, sono molteplici, a cominciare dai rischi legati allo scoppio di una guerra mondiale potenzialmente nucleare.
Di come l’episodio dell’aereo di von der Leyen sia una fake, abbiamo ampiamente discusso, con dati e fatti, qui.
È pur vero che la guerra “di quarta generazione” si gioca in parte oltre il dominio convenzionale ed è fatta di un continuo sviluppo che unisce cyber, informazione/propaganda, economia e coercizione marittima.
ECONOMIA, ENERGIA E ROTTE MARITTIME: LA VULNERABILITÀ DELLA GLOBALIZZAZIONE
Una detonazione sospetta nel Mar Rosso, rilevata il 31 agosto, ha ricordato quanto le rotte marittime siano terreno vulnerabile, perché ogni azione si ripercuote sulle catene di approvvigionamento energetiche e commerciali dell’Occidente e sui prezzi.
Il commercio transcontinentale dipende da corridoi marittimi stretti e da infrastrutture critiche, in stato di allarme costante; ogni incidente crea ricadute sulle economie importatrici. Cioè sulle nostre.
A questo si aggiungono le pressioni su materie prime e alimenti, come la “guerra del cibo”, ossia l’uso della sicurezza alimentare come strumento geopolitico, che è diventata una realtà in diverse aree del mondo.
TECNOLOGIA E POTERE: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME ASSE STRATEGICO
La competizione per l’IA non è più solo un dibattito accademico, ma una lotta per capacità economiche, militari e di controllo dell’informazione.
La Cina sta investendo cifre gigantesche nel settore, con piani pubblici e flussi di capitale privato che accelerano la capacità di sviluppo e diffusione, per competere con i colossi statunitensi.
Ma “vincere” in AI non è solo questione di spesa, poiché dipende da talenti, accesso a chip performanti e al mercato, così come è fondamentale la capacità di integrare modelli di infrastrutture critiche.
Le misure di controllo tecnologico tentate dall’Amministrazione Trump, come il freno alle esportazioni di chip e le sanzioni, rallentano la corsa di Pechino, ma non fermano il treno.
L’Occidente è sempre più in difficoltà nel mantenere un vantaggio tecnologico in questo ambito.
COSA SIGNIFICA PER L’ITALIA E PER L’EUROPA
L’Italia si trova in una posizione di vulnerabilità, ma anche di opportunità.
Da un lato, la marginalizzazione nelle dinamiche libiche e del Mediterraneo, le sensibili dipendenze energetiche e la pressione fiscale insostenibile per finanziare spese di guerra.
Dall’altro, potrebbe ricavarsi un ruolo strategico nel Mediterraneo, sfruttare capacità industriali specializzate e attivare piattaforme diplomatiche che potrebbero essere riconfigurate per dialogare sia con gli alleati occidentali sia con i paesi in ascesa capitanati dell’asse Mosca/Pechino.
I leader europei parlano di autonomia strategica, ma, nei fatti, l’Europa rimane ancora dipendente dal supporto statunitense su capacità critiche, a cominciare da armi ed energia.
L’Italia dovrà decidere se seguire una logica di rincorsa, distruggendo ogni forma di welfare, compresi il sistema pensionistico e la Sanità pubblica, per aumentare la spesa militare senza una chiara strategia, oppure una logica di capacità integrata, investendo in difesa, capacità digitale, diplomazia preventiva e cooperazione energetica.
Le scelte saranno dolorose, perché, nel primo caso, la popolazione sarebbe destinata a impoverirsi e, con una popolazione sempre più anziana, porterebbe al suicidio in pochi decenni, ma anche nella second ipotesi, il Paese dovrebbe rinunciare a essere zerbino degli USA, con tutti i vantaggi, ma anche gli svantaggi, del caso.
Tuttavia, rimandare sarebbe pericoloso in perdita di credibilità geopolitica, vulnerabilità economica e crescente rischio di escalation perpetrato dalle politiche di guerra di von der Leyen.
TRE SCENARI PROBABILISTICI (A BREVE/MEDIO TERMINE)
SCENARIO MODERATO
SCO e infrastrutture alternative cresceranno, ma restando complementari all’ordine esistente, con una competizione intensa, ma limitata a sanzioni, gare tecnologiche e zone di influenza.
Uno scenario che richiede diplomazia matura e regole di convivenza per cui servirebbero leader occidentali di ben altro spessore fagli attuali.
CONFRONTO STRUTTURALE
L’aumento delle operazioni ibride e gli incidenti inventati dalle propagande porteranno al rischio di crisi locali che potrebbero degenerare se la deterrenza fallisse.
Questo scenario necessita di rapidità decisionale e di investimenti in deterrenza multilivello. Ma anche di diplomatici attivi e di spessore, che, come per il primo scenario, non se ne vede traccia.
ESCALATION GENERALIZZATA
Basteranno una propaganda ancora più perniciosa e sfacciata, errori di calcolo, incidenti con vittime civili o attacchi a infrastrutture critiche per trascinarci a catene di rappresaglie.
L’esistenza di arsenali nucleari rende questo scenario catastrofico, perciò prevenirlo dovrebbe essere un obbligo politico e strategico.
Tuttavia, come per i primi due scenari, servirebbero statisti d’alto profilo di cui non v’è traccia né a Washington né in Europa.
COSA BISOGNEREBBE FARE?
Beh, con una classe dirigente all’altezza, l’Europa Investirebbe in difesa ibrida, combinando capacità militari convenzionali con squadre di risposta rapida cyber e unità per la contro-disinformazione.
Basterebbe spostare in tal senso quanto speso e fatto per veicolare propaganda su “dita usate come baionette, muli al posto dei mezzi corazzati, ubriaconi raccattati in Siberia perché Mosca non aveva più giovani da inviare al fronte” e tutte le altre panzane spacciate per notizie vere al fine di giustificare i miliardi spesi per inviare giovani ucraini al macero.
Poi, bisognerebbe sostituire von der Leyen, Kallas e chiunque abbia fallito su tutti i fronti, dalla guerra alle politiche green, sostituendole con diplomatici seri e capaci di attivare una cooperazione economica pragmatica, per mantenere canali di dialogo con i paesi del BRICS, senza rinunciare ai principi fondamentali di diritti umani e stato di diritto. Che, tuttavia, non devono valere solo per l’Ucraina, mentre si fa finta di nulla a Gaza e altrove.
VERSO DUE BLOCCHI? SÌ, MA NON SOLO
L’evoluzione in atto non è un ritorno perfetto alla Guerra Fredda con due blocchi monolitici, ma un processo più fluido, fatto di nuove alleanze, partenariati legati a interessi economici e di sicurezza, in una miscela di cooperazione e competizione.
La SCO e la parata di Pechino sono segnali di questa nuova configurazione.
L’Occidente può ancora reagire efficacemente scegliendo il dialogo e ammettendo le tante colpe di cui si è macchiato negli ultimi decenni, a cominciare dall’invasione dell’Iraq sulla base di una fake news, le famose, quanto inesistenti, armi chimiche di Saddam Hussein.
Al contrario, se la strategia dell’Occidente resterà quella delle fake e della propaganda, il futuro che ci attende è tutt’altro che luminoso.
È la rappresentazione pubblica di una crisi più mediatica che reale, orchestrata per consolidare un potere, demonizzare un avversario, giustificare spese folli o, semplicemente, per apparire sui giornali.
L’ultimo, patetico, sociodramma in ordine di tempo ha per protagonista una Presidente della Commissione Europea, un aereo e un presunto “attentato” degno di una sceneggiatura napoletana.
La trama racconta di una Russia che avrebbe manomesso il GPS del velivolo di Ursula von der Leyen in Bulgaria, costringendo l’eroico pilota a un atterraggio manuale con le mappe cartacee.
Roba da film demenziale in stile “Scuola di Polizia” degli anni Ottanta. La ricordate?
LA SMENTITA AGLI ATTI: FLIGHTRADAR24 CONTRO LA BUFALA DI VON DER LEYEN
Mentre i titoli dei giornali urlavano all’attacco russo, un’entità ben più affidabile di qualsiasi portavoce comunitario ha alzato il sopracciglio e ha pubblicato i fatti.
Flightradar24, il servizio che monitora il traffico aereo in tempo reale, ha fatto quello che ogni buon giornalista dovrebbe fare: ha controllato i dati. E su X ha demolito, con la pacatezza degli esperti, l’intera montatura.
We are seeing media reports of GPS interference affecting the plane carrying Ursula von der Leyen to Plovdiv, Bulgaria. Some reports claim that the aircraft was in a holding pattern for 1 hour.
Cosa dicono i dati dell’ADS-B, il transponder che raccoglie informazioni direttamente dall’aereo?
Il volo è durato 1 ora e 57 minuti, contro le 1 ora e 48 previste. Nove minuti di ritardo. Vi è mai capitato di atterrare a Fiumicino? Qui si parlava di “circuito di attesa di un’ora”.
Falso. La notizia che è stata data è falsa.
Il segnale GPS dell’aereo, misurato dal parametro NIC, è rimasto eccellente dal decollo all’atterraggio. “Buona qualità del segnale”, dicono loro.
Io direi “perfetto, inoppugnabile, imbarazzante per chi ha diffuso la fake news”.
Dunque, ricapitoliamo: la Commissione Europea e un giornale blasonato come il Financial Times costruiscono una narrazione da guerra fredda.
Poi arriva un sito internet con le palle – scusate il termine tecnico – e, numeri e fatti alla mano, dimostra che è tutto una grande BUFALA.
La domanda è perché i media hanno costruito quest’ennesima fake news, dopo le pale, i muli, le dita usate come baionette e altre sciocchezze in numero tale da scriverci un’enciclopedia?
A chi giova questo piccolo teatrino?
L’ANALISI TECNICA: PERCHÉ L’ATTACCO AL GPS È UNA STORIA PER CREDULONI
Un aereo di linea non è il drone di un per chi ha questo hobby.
Vola sotto “controllo positivo” del traffico aereo. I controllori lo guidano con una pletora di sistemi: radiofari VOR, segnali di avvicinamento, radar primari e secondari.
Il GPS è uno strumento, non lo strumento. È come dire che qualcuno ha manomesso l’orologio da polso del capitano di una portaerei e quindi la nave non ha potuto attraccare.
È una ridicolaggine.
I moderni sistemi di navigazione inerziale (INS) sono autonomi.
I transponder trasmettono la posizione indipendentemente dal GPS. Persino il tuo smartphone, in questo momento, può agganciare tre costellazioni satellitari diverse: l’americana GPS, la russa GLONASS e la cinese BeiDou.
Potremmo disturbare tutto? Impossibile.
E anche se fosse, ci sono i backup dei backup. L’atterraggio manuale con le mappe, inoltre, è una pratica standard, non un’eroica impresa da Walaker Texas Ranger.
IL TIMING SOSPETTO E L’IPOTESI ALTERNATIVA (E MOLTO PIÙ LOGICA)
Il sociodramma è scattato mentre a Tianjin, in Cina, si teneva il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.
C’erano Xi, Putin, Modi. C’era mezzo mondo con Putin, mentre la NATO – guarda caso – sembrava vittima di un cyberattacco russo.
Che coincidenza straordinaria.
Ma è proprio la Russia l’unica sospettata?
La Bulgaria, dove è avvenuto il tutto, è un paese NATO.
Intorno a Plovdiv ci sono basi aeree militari bulgare (Graf Ignatievo, Krumovo) e il quartier generale della sessantottesima Brigata delle Forze Speciali.
È molto più plausibile che fossero in corso esercitazioni militari con disturbatori (jamming) per simulare scenari di guerra elettronica: un drone da disturbare, una prova tecnica da effettuare in uno scenario reale…
L’aereo di von der Leyen potrebbe essere stato semplicemente un effetto collaterale, un disturbo temporaneo e localizzato ingigantito per creare la narrazione della “minaccia russa”.
Anche perché, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti e abbia aperto almeno un libro di Storia alle scuole media sa bene che Mosca non avrebbe nulla da guadagnare da un gesto così plateale e idiota.
Kiev, invece, e i suoi alleati, guadagnano molto su questi punti: rilanciare la narrativa del pericolo imminente, giustificare invii di armi, tenere alta l’attenzione.
E… immaginate Kiev senza armi occidentali? Ecco, ogni immagine che vi viene in mente è una risposta alla domanda “a chi giova?”.
E dopo l’attentato ucraino al Nord Stream, nulla sorprende e nulla ci sorprenderebbe.
LA COMUNICAZIONE COME ARMA E LA NECESSITÀ DEL PENSIERO CRITICO
Questa ennesima sceneggiata è un caso studio di come la Comunicazione possa creare mostri, nemici, guerre e storie parallele alla realtà dei fatti.
Dimostra come un potere narrativo tenti di sovrascriverla la realtà.
Si crea un frame, una cornice di vittimizzazione e minaccia, e si spera che la gente ci caschi, senza verificare.
La verità è spesso noiosa, tecnica, piena di numeri. Il dramma è elettrizzante, emozionante, piena di cattivi e buoni.
Flightradar24 ha fatto il lavoro che il giornalismo mainstream ha dimenticato: ha preferito i dati ai titoli e alle sciocchezze sparate da qualche potente.
Noi cittadini, e soprattutto chi si occupa di informazione e comunicazione, abbiamo il dovere di essere anticorpi contro questo virus della disinformazione, che da oltre tre anni narra una storia parallela.
Perciò, no, quello a von der Leyen non è stato un attentato.
È stato, nella migliore delle ipotesi, un disguido tecnico dovuto a un’esercitazione.
Nella peggiore, una montatura calcolata per giustificare riarmi e una corsa scellerata verso la guerra contro la Russia per non dover fare le valigie, ammettendo di aver fallito ogni previsione in Ucraina.
In entrambi i casi, la risposta è una sola: studiare, verificare, diffidare.
La pubblicazione dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico rappresenta il più formidabile caso studio degli ultimi decenni, perché non sono post o documenti di qualche strampalato complottista, ma materiale ufficiale.
Sono la radiografia di un trauma nazionale, la mappa di come un Paese possa essere condotto, attraverso la comunicazione, ad abdicare al proprio spirito critico e alla sua stessa Costituzione, in nome di una presunta superiore necessità.
«L’HA DETTO IL CTS» LA SACRALIZZAZIONE MEDIATICA DI UN ORGANISMO CONSULTIVO
La prima, potentissima, lezione è la costruzione di un totem mediatico.
La ripetizione martellante, H24, dei mantra «L’ha detto il Cts», «C’è il parere del Cts» non era informazione, ma un rituale di sacralizzazione.
In sociologia, questo meccanismo è noto: si prende un’entità complessa (un comitato di esperti), la si riduce a un simbolo monolitico (“la Scienza”) e la si spaccia per oracolo indiscutibile.
Il presidente Franco Locatelli, con la sua insistenza sulla «posizione unitaria del comitato», agiva come un sommo sacerdote che reprime l’eterodossia.
Ogni posizione dissonante non era un dibattito scientifico, ma diventava un’eresia da tacitare.
In questo modo, il dibattito interno (sano, vitale, scientifico) veniva, di fatto, occultato per proiettare all’esterno un’immagine di unanimità perfetta, necessaria a legittimare scelte politiche draconiane.
Mentre tanti giornalisti affibbiavano etichette di complottisti, novax e persino epiteti più volgari a quei medici che dissentivano su provvedimenti e vaccini.
IL TRADIMENTO ETICO IN NOME DELLE ISTITUZIONI
C’è una frase che risulta agghiacciante e che dimostra come la mancanza di attributi possa fare del male a un’intera nazione: «Do una mia approvazione non convinta, CHE NON RESTI A VERBALE».
È l’ammissione di un conflitto interiore: “Io rimango fermamente convinto delle evidenze che non supportano una decisione politica e scientifica come questa”.
L’esperto è ancora tale, riconosce il primato dell’evidenza scientifica.
Tuttavia, prevale l’invocazione di un principio distorto, di un insegnamento che ci aspetteremmo più dalla Russia o dalla Cina e non certo ci saremmo aspettati da una democrazia: “Mi hanno insegnato che le istituzioni si servono e non ci si serve delle istituzioni”.
Una teoria che stride sull’intero impianto della Costituzione italiana che si erge proprio sul principio contrario, di sovranità del popolo. Non delle istituzioni.
Inoltre, nel pensiero del Prof. Locatelli avviene uno slittamento etico, poiché servire le istituzioni non significa accondiscendere ciecamente a un esecutivo, come in Corea del Nord, ma servire i principi costituzionali e il bene comune che quelle istituzioni dovrebbero incarnare.
Quindi, viene confuso il fine (la Repubblica) con il mezzo (il governo in carica).
L’approvazione formale c’è, per “evitare lacerazioni”, ma la verità viene confinata in una confessione tra iniziati, che non deve apparire a verbale, non deve essere ufficiale.
È la quintessenza della “Ragion di Stato”, cioè la creazione di una verità pubblica e di una verità privata (il dubbio, la coercizione). Una creazione per cui la scienza è stata sacrificata sull’altare dell’unità politica.
Questo non è servire lo Stato, ma è servire un potere.
E la differenza è abissale.
L’INGEGNERIA DEL CONSENSO: INFODEMIA, MARGINALIZZAZIONE E SOVRAESPOSIZIONE SELETTIVA
Per imporre un regime come il Green Pass, che condizionava le libertà fondamentali all’adesione a un trattamento medico, serviva un consenso bulgaro.
La società non era concorde? Allora la si sarebbe resa tale attraverso un’operazione di ingegneria sociale precisa, come si è applicata attraverso alcuni processi.
Aumento dell’Infodemia, inondando il dibattito pubblico di informazioni contraddittorie, complesse, non filtrate. Lo scopo non era chiarire, ma confondere. Una popolazione confusa è più incline a cedere la propria sovranità cognitiva a un “esperto” televisivo.
Colpevolizzazione ed emarginazione dei critici. I medici dissenzienti non erano interlocutori, ma venivano presentati come eretici, untori, no-vax da scomunicare e radiare. D’latronde, la sociologia studia da sempre il potere del capro espiatorio come cemento di un gruppo. Il mecico critico diventava il nemico esterno da abbattere per consolidare l’identità del gruppo interno (“noi, i vaccinati, i buoni”).
Sovraesposizione degli “entusiasti”. Si è creata una cassa di risonanza mediatica per pochi personaggi, spesso con conflitti d’interesse mai dichiarati, che sostituivano il dibattito scientifico con il mantra rassicurante e non verificabile dell'”è sicuro, è efficace”. Chi non aveva mai letto un report aveva più spazio di chi sollevava perplessità basate su dati.
LA COMMISSIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE CONTRO LA RAGION DI STATO
Ora, il nodo arriva al pettine.
La Commissione parlamentare di inchiesta Covid non dovrà interrogare solo scienziati, ma sfidare un sistema e un paradigma culturale per cui l’”Imperativo Politico” ha superato la Scienza – quella vera – e l’etica.
La vera “Ragion di Stato” che è emersa dalla divulgazione dei documenti ufficiali è da brividi, perché la vita dei singoli (la giovane di 18 anni che ha creduto nella narrazione ed è morta, così come le migliaia di danneggiati) è stata un danno collaterale accettabile per il perseguimento di un obiettivo politico più grande, per mostrare un’unità di intenti, un controllo ferreo della situazione, un’immagine di forza.
Insomma, per mettere sotto chiave la democrazia per diversi mesi.
L’assordante silenzio mediatico-politico di fronte a queste rivelazioni ne è la conferma. Perché queste notizie dirompenti dovrebbero essere più martellanti delle narrazioni ottriate h24 durante la pandemia.
Invece, il sistema si autoprotegge perché chi dovrebbe gridare allo scandalo è parte integrante del meccanismo.
DAL FANGO, LA RICHIESTA DI GIUSTIZIA
Quello che è emerso è, pura immondizia.
Una palude in cui istituzioni, politica, media e parte della comunità scientifica e medica hanno nuotato, tradendo il mandato di servire il popolo per servire interessi e narrative.
Ma l’immondizia, per essere smaltita, ha bisogno di azioni decise. Ha bisogno di Verità e della Giustizia.
Il potere si nutre di opacità. Il primo atto di liberazione è portare questa opacità alla luce e quei verbali sono luce.
Le parole agghiaccianti di quella riunione sono luce, per quanto bruciante e umiliante per chiunque creda ancora nella democrazia e nell’etica.
Ora, i nomi e i cognomi ci sono, così come le responsabilità di chi ha fatto, detto e deciso che cosa.
Perciò tali responsabilità devono essere accertate. La Giustizia non può e non deve essere inerte. Non può diventare parte del sistema, altrimenti la Costituzione non sarebbe stata soltanto sospesa per un lungo periodo, ma diventerebbe carta straccia.
Non si tratta di vendetta, ma di far riconquistare un minimo di fiducia nelle istituzioni, che si costruisce solo con la trasparenza, non certo occultando e facendo finta che nulla sia accaduto.
E, certamente, non alimentando altre narrazioni farlocche.
Si tratta di onorare la memoria di chi non c’è più e di restituire dignità a chi è stato danneggiato sulla base di scelte politiche che, come ci dicono i verbali, non avevano alcuna base scientifica a sostegno.
Con la speranza che non accada mai più che la Ragion di Stato, così cinicamente intesa, soffochi il dubbio scientifico, la voce della coscienza e il diritto a un consenso informato e veritiero.
Perché la costruzione del consenso, quando calpesta l’etica, il contraddittorio, i diritti umani e l’evidenza, non è democrazia.
Il conflitto in Ucraina infiamma il confine orientale del continente, mentre le tensioni con la Cina ridisegnano le catene del valore nel mondo intero.
In tale contesto, l’Unione Europea recita un ruolo ambiguo, dissonante, profondamente schizofrenico, senza una linea definita.
Un nano politico, un attore che dovrebbe dettare l’agenda ma che, invece, subisce le strategie di potenze ben più grandi e influenti.
La tesi centrale che intendo sviluppare, riprendendo e amplificando le lucidissime analisi del Professor Jeffrey Sachs, economista di Columbia University e consigliere ONU, è che l’Europa è prigioniera delle proprie scelte, di una politica estera dettata dalla paura, ed è subalterna agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Una prigionia che sta sistematicamente erodendo la sua prosperità economica, la sua coesione sociale e, paradossalmente, la sua sicurezza a lungo termine.
DIAGNOSI DELLA CRISI: I COSTI DI UNA POLITICA ESTERA FALLIMENTARE
Il professor Sachs delinea con precisione chirurgica la Triade della Vulnerabilità europea, dovuta a un sistema di dipendenze patologiche.
Ostilità verso la Russia, trasformata da partner energetico e commerciale in un nemico esistenziale, con costi immediati e catastrofici.
La diffidenza reciproca con la Cina, che rischia di disaccoppiare l’economia europea dal suo più grande mercato di riferimento per il futuro.
L’estrema dipendenza dagli USA; la sicurezza e la bussola strategica dell’Europa sono delegate a Washington, un potere che non ha come priorità assoluta il benessere dei cittadini europei, bensì dei propri.
I costi economici e sociali di queste scelte politiche sono già sotto gli occhi di tutti.
Il crollo delle esportazioni verso la Russia ha devastato interi distretti industriali, così come l’aumento vertiginoso dei costi energetici ha scatenato un’ondata inflazionistica senza precedenti, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e strangolando la competitività delle imprese.
Il rallentamento della crescita industriale, in particolare nel settore automobilistico e chimico tedesco, è un campanello d’allarme drammatico.
Inoltre, i costi militari e strategici sono ancor più insidiosi.
L’ossessione per il raggiungimento della fatidica quota del 5% del PIL per la spesa militare, su input NATO, drena risorse preziose che potrebbero essere investite nella transizione ecologica, nell’istruzione, nella sanità e in quel welfare che, invece, stanno smantellando ovunque, per finanziare la guerra alla Russia.
Ogni euro speso per un carro armato è un euro sottratto alle pensioni e ai servizi dei cittadini europei.
Ma il costo maggiore è la perdita di autonomia decisionale. L’Europa si ritrova ad essere pedina, non giocatore, in una partita giocata da altri.
DECOSTRUIRE LA NARRATIVA OCCIDENTALE: IL “FALSO PRESUPPOSTO” DELL’IMPERIALISMO RUSSO
La giustificazione ideologica della trappola strategica è una narrativa potente e semplicistica, che combina la perniciosità della propaganda alla chiacchiera da bar, per cui la Russia sarebbe un impero espansionista e aggressivo.
Sachs, e con lui una schiera di storici realisti, tra cui anche molti italiani, smonta questo assunto pezzo per pezzo.
La Storia ci ricorda che la Russia è stata ripetutamente invasa dall’Occidente. Napoleone, Hitler due volte.
La memoria storica russa è plasmata dalla ricerca di profondità strategica e sicurezza dei confini, non da un desiderio di conquista imperialistica in Europa e la ricerca di una “zona cuscinetto” spiega le azioni di Mosca non come mera aggressione, ma come una reazione prevedibile, seppur tragicamente violenta, a oltre trent’anni di provocazioni occidentali che sono ampiamente documentate dai fatti.
L’espansione ad est della NATO, contraria alle promesse americane ai leader sovietici alla fine della Guerra Fredda, è percepita a Mosca come un accerchiamento diretto, per cui l’invasione dell’Ucraina è l’apice di un’escalation, non il suo punto di partenza.
Ed è qui che si smonta miseramente tutta la propaganda russofoba, quella narrazione occidentale sull’orco russo.
I falchi della Guerra Fredda, soprattutto nelle amministrazioni USA, hanno sistematicamente ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, scegliendo la logica del vincitore su quella della cooperazione multipolare, in nome di quel Progetto per un Nuovo Secolo Americano, che vedeva proprio nell’accerchiamento alla Russia un modus operandi per annientare Mosca.
Hanno alimentato quello che la teoria delle relazioni internazionali definisce un classico “Dilemma della Sicurezza”, per cui dove le misure difensive di una parte (la NATO che si “difende” espandendosi) sono percepite come profondamente offensive dall’altra, innescando una spirale di sfiducia e conflitto.
Un po’ ciò che accadde agli inizi del Novecento, quando la Germania investì molto sulla sua flotta navale, spingendo il Regno Unito ad aumentare la forza della sua flotta. Di conseguenza, anche la Francia, avvertendo un pericolo, investì nel suo esercito.
Bastò una miccia e l’Europa s’incendiò.
UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA: DIECI PASSI VERSO L’AUTONOMIA STRATEGICA
La diagnosi del professore è inappellabile, ma Sachs non si limita alla critica, infatti propone una roadmap concreta, un decalogo per la sovranità, il cui principio guida è lapalissiano: rimettere la diplomazia al centro e agire esclusivamente sulla base degli interessi europei.
La politica al centro, dunque, non i tecnici.
RIPRENDERE LA DIPLOMAZIA E PACIFICARE I CONFLITTI
Aprire canali diplomatici diretti e continui con Mosca è un atto dovuto. Perseverare con il muro è suicida e il silenzio è il miglior alleato dell’escalation.
Prepararsi attivamente per una pace negoziata in Ucraina, la cui soluzione dovrà inevitabilmente includere garanzie di sicurezza per Kiev e un impegno formale e irrevocabile alla non-espansione della NATO verso est.
È no, non si tratta di concessione a Putin, ma di realpolitik.
RIDEFINIRE LE RELAZIONI CON LE POTENZE GLOBALI
Rifiutare la militarizzazione dei rapporti con la Cina perché Pechino è un competitor economico, non un nemico militare. Semmai, è indispensabile attivare un dialogo sulla cooperazione sul clima, sul commercio e sulla finanza globale.
Collaborare strategicamente con l’Unione Africana, investendo massicciamente in istruzione e formazione, per costruire un partenariato paritario e di lungo periodo, cosa che gioverebbe anche sul fronte migratorio.
Collaborare con i BRICS+ per costruire un vero ordine mondiale multipolare, basato sul diritto internazionale e non sull’egemonia unipolare del blocco statunitense.
RIORIENTARE LE RISORSE E LE ALLEANZE
Dissociare formalmente la politica estera dell’UE dalla NATO, perché le due organizzazioni devono avere obiettivi e priorità distinti.
La prima per la diplomazia e lo sviluppo, la seconda per la difesa collettiva, in attesa di un esercito UE che non può nascere prima di un’unione politica. Perché chi lo comanderebbe e chi sarebbe disposto a ubbidire agli ordini dell’Italia o della Grecia? O dell’Olanda o della Germania? Quale soldato vedrebbe l’Europa come patria e non più la propria nazione?
Poi bisogna ridirezionare le risorse dagli aumenti di spesa militare NATO al finanziamento del Green Deal Europeo (EGD). La vera sicurezza del XXI secolo è energetica, climatica e sociale. Non bombe e droni che uccidono.
Collaborare con la Cina per co-finanziare infrastrutture nei paesi in via di sviluppo e non competere. Nella competizione si esce sconfitti, mentre la cooperazione fa crescere.
COSTRUIRE UN QUADRO ISTITUZIONALE EFFICACE
Semplificare e potenziare il meccanismo decisionale per la politica estera europea. L’unanimità nel Consiglio Europeo è un veto camuffato alla sovranità. Serve un sistema a maggioranza qualificata per le questioni di politica estera, ma non prima di aver costruito una unione dove i popoli hanno voce in capitolo e possono votare i propri rappresentati della Commissione, compreso il presidente.
Senza un’Europa nazione, l’Unione resta un mostro di tecnocrazia che impone e viene percepita da tanti europei come una sorta di dittatura leggera.
Sviluppare una capacità militare europea indipendente e credibile, con costi contenuti e ben al di sotto del 5% del PIL. Una forza di difesa che risponda esclusivamente al Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo.
Ma, anche in questo caso, serve prima la costruzione di una identità europea di nazione comune. Altrimenti nessun francese accetterà mai di restare agli ordini di un tedesco o di un greco.
LA SCELTA TRA SUBALTERNITÀ E SOVRANITÀ
L’attuale politica estera europea è costosa, pericolosa e fondata su presupposti storici e strategici errati, nonché illogici.
Questa Europa ci sta conducendo verso un vicolo cieco fatto di stagnazione economica, insicurezza perpetua irrilevanza geopolitica.
La visione alternativa esiste ed è pragmatica, coraggiosa e necessaria.
L’Europa ha ancora la possibilità, forse l’ultima, di diventare il polo di pace, stabilità e innovazione sostenibile in un mondo multipolare e può scegliere di basare la sua azione sulla diplomazia intelligente, sul diritto internazionale, sulla cooperazione eurasiatica e su uno sviluppo che non lasci indietro nessuno.
È giunto il momento di una profonda e dolorosa rivalutazione degli interessi nazionali e continentali.
La scelta è tra continuare a essere un vicario, un vassallo di un potere transatlantico in relativo declino, o prendere in mano il proprio destino.
La via della diplomazia e dell’autonomia non è una garanzia di successo, ma la subalternità è una garanzia certa di fallimento, come dimostrano le scellerate scelte con la guerra in Ucraina, che hanno portato tre anni e mezzo di morte e distruzione per ritrovarci al punto di partenza, ma con carte in mano meno forti di quelle del 2022.
La sovranità è l’unica via per una sicurezza duratura e una prosperità condivisa.
Ma servirebbero leader con forti competenze sociologiche e culturale, invece abbiamo tecnici più o meno super, bravissimi a chiederci di scegliere tra condizionatori o pace e a raccontarci narrazioni distanti anni luce dalla realtà presentata dal tempo e dai fatti.