IL CREPUSCOLO DI BRUXELLES. IL VERTICE IN ALASKA TRA TRUMP E PUTIN HA RIVELATO LA FINE DELL’EGEMONIA EUROPEA

L’incontro tra i leader delle prime due superpotenze atomiche ha sancito l’alba di un nuovo ordine mondiale multipolare, in cui all’Europa resta solo il ruolo di spettatrice.

LO SCHIAFFO DI ANCHORAGE IN UN ABBRACCIO CHE VALE PIÙ DI MILLE SANZIONI

Della stretta di mano che sembrava non finire mai e che ha mostrato la supremazia di Putin abbiamo già parlato in questo articolo: QUI.

Ma, al di là della stretta di mano e della prossemica, Donald Trump e Vladimir Putin non avevano l’aria di due leader alla guida di nazioni che per tre anni si sono scambiate minacce nucleari e sanzioni economiche.

Sembravano vecchi soci in affari che si ritrovano dopo una lite.

I sorrisi, prima e dopo il faccia a faccia, e i volti distesi di entrambi, sono stati un telegramma inviato all’Europa in cui c’era scritto: “Avete perso il treno. Adesso, la locomotiva la guidiamo noi.”

Il vertice ha certificato l’isolamento strategico dell’Europa e l’avvio di una nuova era della diplomazia diretta tra superpotenze. Washington, Mosca, Pechino. Il mondo lo riscrivono in tre, come un consiglio di amministrazione.

Lo scrivono le superpotenze. Come è sempre accaduto nella storia.

I leader di Bruxelles sono rimasti fuori dalla porta, con il naso premuto contro il vetro, come guardoni a cui non resta altro se non spiare chi comanda.

L’EUROPA HA SCOMMESSO SUL CAVALLO SBAGLIATO

In Europa c’era chi scommetteva su Kamala Harris e chi su Donald Trump, ma nessuno si aspettava che l’America tornasse a dialogare in maniera così amichevole con la Russia, con qualunque presidente.

Pensavano che la via tracciata dalle politiche belliciste di Biden fosse sacra.

E quando a diventare presidente è stato il miliardario che per anni ha definito la NATO “obsoleta”, da Macron a Meloni erano tutti convinti che “America First” significasse automaticamente “Europa Second”, compresa l’Ucraina.

Beh, è stato un errore fatale, perché la Dottrina Trump è semplice, cinica e persegue solo gli interessi degli americani, perciò, per Washington, l’Ucraina non è un principio sacro, ma un costo non più sostenibile. Un “intralcio” ad altri affari.

La vera missione di Trump è evitare una guerra con la Russia, ripristinare la stabilità, riaprire i rubinetti commerciali, tutto per avviare trattative importanti con la Cina, l’Iran e altri paesi che sono alleati di Mosca.

Mentre i leader europei declamavano “valori” e “democrazia”, Trump pensava alle trattative sul gas e ai contratti sulle armi.

LA REAZIONE DI BRUXELLES? PANICO MISTO A SENTIMENTI DI TRADIMENTO. 

Nei corridoi dei palazzi UE si urla al “tradimento”.

Ma è solo l’ennesima prova della cecità dei leader europei, i quali, incapaci di leggere la geopolitica con realismo, si sono rifugiati in un moralismo da predicatori, ignorando che la storia si scrive con i rapporti di forza, non con i sermoni.

L’ACCORDO SUL TAVOLO È LA REALPOLITIK DELLA CAPITOLAZIONE

Putin non ha portato fiori in Alaska, ma le sue condizioni, immutate dal 2022. Anzi, diventate più drammatiche per l’Ucraina.

  1. Ritiro totale delle truppe ucraine dal Donbass.
  2. Riconoscimento ufficiale delle annessioni russe (Crimea, Donbass, Kherson).
  3. Ucraina neutrale per sempre e mai nella NATO.

IL “PIANO TRUMP” (SECONDO IL NYT) È UNA CAPITOLAZIONE IMBRATTATA DI PRAGMATISMO 

Cedere alla Russia anche i territori non ancora conquistati, in cambio della fine della guerra è una soluzione che farebbe inorridire i burocrati di Bruxelles, ma che segue la logica ferrea per cui, in guerra, si negozia quando entrambi guadagnano qualcosa. 

Solo che l’Europa guadagna zero. Anzi, perde tutto. Ma l’Europa non ha più voce in capitolo.

Il colpo di genio sarebbe la “garanzia di sicurezza stile Articolo 5” per Kiev, con un paracadute USA, ma fuori dalla NATO e col nullaosta di Putin.

Un capolavoro di cinismo diplomatico che esclude l’Alleanza Atlantica e riduce l’Europa a un fantasma in cerca di un tavolo a cui sedersi.

Anche se sembra davvero difficile che Putin possa accettare una situazione del genere. Perciò, sembrano più sparate giornalistiche in stile pale e microchip.

La risposta UE è un manuale di patetica impotenza, un inno ai “principi incrollabili” (diritto, sovranità, integrità territoriale) che nessuno ha mai preso in considerazione né leggerà mai. (Vedi, tra gli altri, Cuba ’62, Kosovo ’99, Iran ’25).

La richiesta disperata di un “formato trilaterale” (UE-USA-Russia) + Zelensky è un modo per dire: “Ci siamo anche noi, per favore! Altrimenti, come spieghiamo agli europei la nostra irrilevanza dopo aver detto loro che Putin non avrebbe visto il panettone nel 2022 e la Russia era sconfitta dalle sanzioni dirompenti?”

LA “COALIZIONE DEI VOLENTEROSI”

Il vertice dei Paesi nordici e baltici è l’equivalente geopolitico di un ultimo rantolo e dimostra solo la frammentazione dell’Europa, diventata ormai un pugno di stati che cerca di tenere alta la bandiera della resistenza, mentre gli altri già trattano coi vincitori.

E Putin, con un ghigno, aggiunge la beffa: “Speriamo che Kiev e le capitali europee non ostacolino il processo”. Come a dire: “Io e Donald abbiamo fatto di tutto. Se saremo costretti a conquistare tutta l’Ucraina per far capire chi ha vinto, sarà l’Europa a volerlo.”

In pratica, i leader europei si sono trasformati da interlocutori a guastatori della pace.

LA NASCITA DEL NUOVO MONDO IN CUI L’EUROPA DIVENTA OGGETTO

Anchorage ha dimostrato che le questioni globali si decidono nel triangolo Washington-Mosca-Pechino. 

Il Vecchio Continente non è più attore protagonista e rischia di non riuscire neppure più a fare da comparsa.

I suoi media tentano goffamente di negare l’evidenza: i quotidiani titolano “Trump non ottiene il cessate il fuoco“, come se il tycoon fosse uno studente rimandato a settembre e fossimo ancora in campagna elettorale pro Kamala.

Patetico e lontano anni luce da ciò che dovrebbe essere informazione, soprattutto dopo aver perso credibilità e lettori per le tante fake news spacciate per notizie vere (pale, muli, microchip, sanzioni dirompenti, controffensive che avrebbero cambiato l’esito della guerra, economia russa al tappeto; poi contro-narrazione: Russia potentissima e con esercito di Rambo, pronta a conquistare l’Europa intera.)

La verità è che Trump ha ottenuto ben di più di un semplice accordo.

  • Un canale diretto con Putin.
  • L’esclusione dell’Europa dal tavolo delle decisioni.
  • L’avvio di una riorganizzazione globale senza il permesso di Bruxelles e senza che gli USA diventassero marginali.

IL PARADOSSO FINALE È DA MANUALE DI MACCHIAVELLI 

La guerra, nata perché la Russia voleva fermare l’espansione NATO a Est, finirebbe con un accordo che ridefinisce le sfere d’influenza, scavalcando proprio la NATO. 

E chi esce come grande sconfitto, oltre all’Ucraina, naturalmente, è l’Europa, che paga un conto salatissimo: instabilità ai confini, dipendenza energetica eterna, declino accelerato, costi dell’energia alle stelle, spese militari insostenibili.

IL BIVIO (SENZA BUSSOLE)

La débâcle ucraina non è avvenuta per caso, ma per la criminale mancanza di visione dei leader europei, che ha provocato un disastro economico, centinaia di migliaia di giovani ucraini uccisi e altrettanti resi invalidi dopo il rifiuto delle trattative di pace del 2022.

Tutto per cercare la famosa “pace giusta” che, non solo non è arrivata, ma ha generato una situazione nettamente peggiore per Kiev. 

Bruxelles ha scommesso sulla sconfitta russa grazie alle sanzioni e alle armi sofisticate degli americani, convinta che Mosca fosse davvero quella raccontata nella propaganda di Hollywood.

Non era così. E i missili ipersonici sono solo la ciliegina su una torta amara. Amarissima.

L’EUROPA ORA HA TRE VIE

  1. Accettare il ruolo di partner minore nel mondo multipolare, di gregario rumoroso, ma ininfluente.
  2. Costruire una sovranità strategica vera, con una difesa comune, una politica estera unitaria, rinunciando alle beghe nazionali. Ma ciò significherebbe condannare all’irrilevanza industriale tutte quelle regioni con PMI e non con campioni. Per l’Italia, sarebbe la fine.
  3. Sciogliersi e tornare alla CEE, dove ogni paese è libero di avere proprie politiche economiche ed estere. Ciò sarebbe un vantaggio per le industrie con monete svalutabili e uno svantaggio per la Germania. Inoltre, in un mondo multipolare, con blocchi come i BRICS, sempre più numerosi, una frammentazione eccessiva potrebbe essere un boomerang, se non ben orchestrata.

La prima opzione è comoda, ma è una lenta agonia. La seconda richiede coraggio e statisti, per studiare situazioni che non avvantaggino Germania e paesi nordici e condannino le regioni meridionali, come l’Italia.

Ma se non mancano guerrafondai, di statisti, oggi, l’Europa è vuota.

La terza presuppone gli stessi elementi della seconda, ma anche che certe lobby non si mettano di traverso.

L’accordo Trump-Putin non è la fine della storia, ma l’inizio di un capitolo in cui l’Europa non è nemmeno in copertina. Mentre Bruxelles stila dichiarazioni e organizza vertici-fantasma, “gli altri paesi del mondo stanno facendo la storia”. Senza chiedere permessi.

Oggi ci sarà l’incontro con Trump di Zelensky e di alcuni leader europei. Staremo a vedere se ci saranno gli stessi sorrisi e gli stessi volti distesi dell’incontro con Putin.

Ma il crepuscolo sembra già calato su Bruxelles e la notte potrebbe essere lunghissima.

A meno di un miracolo. O di una rivoluzione.

IL GRANDE BLUFF DELL’EUROPA. PUTIN E TRUMP SI STRINGONO LA MANO, KIEV E BRUXELLES AFFONDANO TRA POLEMICHE DA OPERETTA

PASTICCIO DIPLOMATICO DELL’EUROPA?

Macché. Leggete i titoli dei giornali italiani e trovate amarezza, delusione, sconfitta, sì, ma non dell’Europa.

Anzi, pare che il mondo sia finito perché Trump e Putin in Alaska hanno osato parlarsi, senza permesso.

Soprattutto, senza i “padroni del vapore” europei. Quelli che non contano nulla, continuano a coprirsi di ridicolo, ma ancora non si sono svegliati dalla dimensione delle allucinazioni di Biden.

I soliti commentatori che ci hanno raccontato di pale e sanzioni dirompenti che avrebbero piegato Mosca in 3 mesi, si aggrappano al conflitto ucraino come fosse l’ombelico del mondo.

Peccato che Washington e Mosca stiano negoziando ben altro di una semplice pace: una revisione totale delle relazioni bilaterali in cui rientrano Artico, nucleare, sanzioni, dazi.

Roba da far sudare freddo alla burocrazia Ue.

Ma no, loro vogliono il solito copione: Russia cattiva, Occidente buono. E intanto la storia va avanti e gli europei pagano il conto della loro inadeguatezza.

DIPLOMAZIA? UNA PAROLACCIA A BRUXELLES.

I media pretendono soluzioni in 24 ore. Quelle soluzioni che i leader europei neppure hanno preso in considerazione negli ultimi tre anni.

Ridicoli e anche ignoranti, perché il Congresso di Vienna durò dieci mesi. Versailles nove. Yalta una settimana. Potsdam due.

Per il Vietnam, Parigi trattò anni. Dayton tre settimane.

Ma oggi, se non risolvi una guerra per procura tra un caffè e un tweet, sei un fallito.

Solo a che a sostenere questa sciocchezza ci sono i falliti alla guida dell’Europa e i loro narratori leccapiedi, che per tre anni ci hanno raccontato di una Russia con le pezze al culo, salvo rimangiarsi tutto dallo scorso marzo, quando Mosca è diventata una superpotenza economica e militare in grado di conquistare l’Europa.

Tutto per soddisfare i capricci bellicisti della Commissione von der Leyen, con il suo piano di riarmo.

E due leader “detestati” come Trump e Putin stanno sabotando i deliri apocalittici di certi editorialisti.

L’APOTEOSI DEL RIDICOLO: LA STRETTA DI MANO.

Hanno criticato Trump perché ha stretto la mano a Putin. Ma che doveva fare, secondo questi geni?

Sputargli in faccia? Ignorarlo? Violare il protocollo base dei rapporti tra potenze? L’ignoranza è una brutta bestia. La malafede, pure.

Qualcuno ha suggerito che doveva arrestarlo in virtù del mandato di cattura internazionale, dimostrando di non sapere che gli USA, come Russia, Cina e Israele, tra gli altri, non riconoscono la Corte Penale Internazionale.

E dimostrando anche un’estrema ignoranza geopolitica: un minuto dopo l’arresto di Putin, a Mosca sarebbero bastati 3 o 4 missili in simultanea e la morte di un paio di milioni di malcapitati per suggerire il rilascio immediato per non far diventare i malcapitati qualche miliardo, con il lancio di altri missili.

E fa specie che chi straparla su fantomatici arresti non abbia battuto ciglio per gli onori tributati a Netanyahu. Distratti?? Mah…

SIMBOLI CHE PARLANO CHIARO.

F-35 americani hanno scortato l’Ilyushin di Putin al rientro in patria. Tappeto rosso. Sorvolo d’onore con B-2 Spirit e F-35.

Trasferimento sulla “Bestia”, la limousine presidenziale USA.

Una strategia di comunicazione chiara e inequivocabile. Un messaggio al mondo: l’amicizia russo-americana è tornata. I russi l’hanno definita “accoglienza storica”.

Gli europei, un incubo.

COOPERAZIONE A TUTTO CAMPO. MA SENZA L’EUROPA.

DETTAGLI SCARNI, OBIETTIVI CHIARISSIMI.

Putin ha parlato per 8 minuti e mezzo. Trump meno di 4.

Lavrov ha annunciato che “Gli USA toglieranno alcune sanzioni. Sicuri. E ripartirà la cooperazione spaziale.”

Insomma, russi e americani tornano a dialogare da pari e causano un terremoto geopolitico che smonta ogni possibilità dell’Europa.

PUTIN TRIONFA, MA NON SOLO LUI.

Per il Cremlino è una rivincita sull’isolamento imposto da Biden in cui l’Europa è cascata per colpa di leader scolaretti alle prime armi, con le devastanti conseguenze economiche per gli europei.

Ma anche Trump ci guadagna, perché ha bisogno di Mosca per trattare con Cina, India, BRICS, Corea del Nord, Iran, che sono tutti alleati dei russi. Se Trump vuole davvero fregiarsi del titolo di “pacificatore”, senza Putin è fritto.

L’UCRAINA È SOLO UN FASTIDIOSO INTRALCIO.

Trump e Putin hanno evitato le domande dei giornalisti perché gli USA non possono decidere per Kiev.

E non vogliono.

Il conflitto ucraino è solo un ostacolo al disgelo Mosca-Washington.

Putin ha buttato lì la verità: “Se Trump fosse stato presidente, questa guerra non sarebbe mai scoppiata” e Trump ha ribadito: “Felice di sentirlo”.

Zelensky e gli scolaretti alla guida dell’Europa avranno digrignato i denti, insieme agli amici immaginari di Biden.

LA SVOLTA CHE L’EUROPA FA FINTA DI NON VEDERE

NON È USCITO UN ACCORDO?! MA NON DICIAMO SCIOCCHEZZE!

Il vertice non era per risolvere la guerra, ma per cambiare le regole del gioco.

E Trump e Putin ci sono riusciti.

Putin ha convinto Trump: niente cessate il fuoco inutile (Kiev e NATO lo rifiutarono già nel 2023).

Si punti direttamente alla pace e, ovviamente, alle condizioni del vincitore, come è sempre accaduto nella storia. Perciò, alle condizioni di Mosca.

Prendere o lasciare. Solo che lasciare significa consegnare l’Ucraina alla Russia tra quattro o cinque anni, mandare al macero altre generazioni di ucraini e far sopportare l’intera spesa della guerra agli europei.

LE CONDIZIONI SONO LE SOLITE, DA TRE ANNI

Riconoscimento dell’annessione di Crimea, Lugansk, Donetsk (75% russo), Zaporizhzhia e Kherson (74%).

Kiev deve rinunciare alla NATO, nonché a truppe e armi offensive NATO sul suo territorio.

“Denazificazione”, con lo scioglimento dei gruppi banderisti e delle leggi anti-russe.

TRUMP A ZELENSKY: “FAI UN ACCORDO”.

Subito dopo il vertice, c’è stata una telefonata di un’ora tra Trump, Zelensky e i leader europei (Macron, Meloni, Von der Leyen, Rutte & co.).

Il messaggio è stato chiaro: accetta le condizioni russe o combatti da solo.

“Ora tocca a Zelensky. Gli europei siano coinvolti, ma deciderà lui”, ha tagliato corto Trump.

L’EUROPA? FINGE DI NON CAPIRE.

Von der Leyen blatera di “garanzie di sicurezza essenziali”. La Kallas (Alto Rappresentante UE) s’illude: “Mosca fermerà la guerra solo quando capirà di non poter continuare”.

Cioè mai, ma la signora non l’ha ancora capito e ignora che il tempo gioca a favore della Russia. Le truppe ucraine sono allo stremo e l’economia europea è messa pure peggio.

Continuare significa perdere altro territorio ucraino, mandare al macero altri giovani di Kiev e rischiare sommosse in Europa.

I BALTICI TREMANO.

Il presidente lituano Nausėda urla “Più sanzioni!”. Peccato che senza gli USA e senza i paesi in area BRICS, siano solo rumore di fondo.

La Norvegia risponde con un patetico “Manteniamo la pressione”, che fa scuotere la testa persino a uno studente al primo anno di Scienze Politiche.

LA VERITÀ È CHE PUTIN HA VINTO 6-0 6-0 6-0.

La stretta di mano all’arrivo aveva già decretato il vincitore: Putin col dorso in alto, Trump in “sottomissione” per tutto il tempo.

Lo Zar ha persino invaso lo spazio prossemico di Trump per primo, e solo dopo il presidente americano ha abbozzato una timida pacca sul braccio dell’altro.

Putin è salito sulla “Bestia”, un privilegio più unico che raro.

Alla conferenza, ha parlato il doppio di Trump.

È MOSCA CHE DETTA LE REGOLE.

Putin ha dimostrato che nessuno può imporre nulla alla Russia.

Men che mai la NATO, ridotta a fantasma. L’Europa, esclusa, umiliata, inetta, non ha né le risorse né i mezzi militari per poter dissentire.

Ha sostenuto la folle politica anti-russa di Biden; ha spinto Kiev a rifiutare la pace di Istanbul nel 2022 (dove l’Ucraina avrebbe ceduto solo autonomia per il Donbass e la possibilità di entrare nella NATO).

Per ottenere che cosa, dopo tre anni?

Un disastro: 20% dell’Ucraina perso per sempre; generazioni di giovani ucraini morti o invalidi; debiti mostruosi che Kiev non potrà mai ripagare.

ZELENSKY IN TRAPPOLA.

Obbediente agli anglo-americani, ora è solo.

Il 18 agosto volerà a Washington, dove l’ambasciatrice ucraina già trema, memore dell’ultimo imbarazzante show dell’ex comico che è il suo presidente e spera di non doversi coprire di nuovo il volto con le mani, per la vergogna.

Trump gli chiederà conto della resa.

Gli europei, preoccupati solo per le loro poltrone, servi e vassalli, quando la pace arriverà, non avranno scampo, perciò sbraitano come cagnolini al riparo di un recinto di fronte a un vertice storico, che si studierà nelle scuole di ogni ordine e grado.

Storico per Putin e Trump. Per l’Europa e per Kiev, invece, è la beffa finale.

Perché i libri di storia ricorderanno questo capitolo della storia come la più stupida gestione geopolitica del secolo.

Con buona pace degli autori delle fake su microchip, pale, muli e sanzioni dirompenti che hanno l’ardire di definirsi giornalisti.

IL GRANDE BLUFF DELL’ALASKA. TRUMP E PUTIN HANNO IMBALSAMATO LA PACE E L’EUROPA

L’incontro Trump-Putin in Alaska è un capolavoro di realpolitik che ha smontato in anticipo ogni replica dell’incontro europeo di oggi.

Chi si aspettava dettagli, accordi scritti, concessioni pubbliche, dimostra una candida incomprensione della diplomazia moderna. O forse, semplicemente, non ha mai aperto un libro di storia.

E non sembra che tra i nostri leader europei vi sia qualcuno che spicchi per relazioni internazionali.

Anche perché, sono quelli che non vedono di buon occhio la mano tesa da Trump a Putin, gli stessi che non hanno fatto nulla per la pace, in tre anni, mentre inseguivano Ursula nelle sue politiche che combattevano le nostre industrie con il “green deal”.

L’EUROPA, QUELLA CULLA DI NEURONI IN LETARGO

L’establishment europeo pretende la resa incondizionata russa. La famosa “pace giusta”, quella in cui Mosca si ritira da tutti i territori conquistati. Una posizione grottesca, degna di un fanciullo che crede alle fiabe.

Nel 1945, gli Alleati non chiesero alla Germania di annettersi Parigi né al Giappone di prendersi la Manciuria.

Perché è chi vince le guerre che detta le condizioni. Il resto è aria fritta e ignoranza sia della storia sia di relazioni internazionali.

Oggi, Bruxelles si lamenta dell’assenza di Zelensky.

Ma dimentica che, in Svizzera, pretesero di parlare di pace senza Mosca.

Qualche giornalista parla di mancanza di moralità. Proprio mentre Israele agisce impunemente… Che dire?

D’altronde sono gli stessi giornalisti che ci hanno raccontato le fiabe sulle pale, sui microchip e sulle “sanzioni dagli effetti dirompenti”. Vanno capiti…

Ma la geopolitica non è un concorso di bellezza morale: è l’arte del possibile!

Chi invoca la “purezza etica” mentre applaude ai bombardamenti israeliani su Gaza, è solo un ipocrita con la bava alla bocca, probabilmente ancora con le lacrime agli occhi per la netta sconfitta di Kamala.

E ve la immaginate la Harris in questa trattativa? Lei che in Africa è riuscita a compiere un disastro di diplomazia?!

L'Alaska non è un fallimento: è la trappola perfetta. Trump e Putin tacciono, l'Europa impazzisce. Perché il silenzio sul vertice è un capolavoro di realpolitik che smaschera l'ipocrisia occidentale.

L’OPACITÀ: L’ARMA SEGRETA DI CHI VINCE LE GUERRE

Trump e Putin hanno taciuto sui dettagli?

Bravi. I grandi accordi della storia si tengono al chiuso.

Oggi più che mai, ogni parola sarebbe diventata un proiettile nel summit Ue di oggi.

Se Trump avesse svelato l’accordo, i funzionari europei lo avrebbero smontato in diretta Twitter prima del caffè di stamattina e sarebbe stato oggetto di minuziosa attenzione al summit dei “volenterosi”.

Invece, nulla. Silenzio.

Un vuoto che fa impazzire i predicatori della trasparenza e anche quelli che erano pronti a smontare anche questo tentativo di pace, perché le politiche visionarie europee sono ancora in modalità “riarmo”.

Ma l’opacità di Trump e Putin sembra l’antidoto alla stupidità altrui.

Definire “surreale” questa strategia è come accusare un giocatore di scacchi di barare perché non urla le sue mosse.

KIEV ASSENTE È UNA CRUDELTÀ NECESSARIA

Sì, l’Ucraina è stata esclusa.

Come Mosca in Svizzera, però.

Però la mediazione di pace non è un picnic inclusivo, ma una partita a poker dove i deboli restano fuori dalla stanza. E oggi, Kiev ha perso la guerra. E basta valutare la situazione sul campo di battaglia per capirlo.

Se poi aprite un libro di storia, potete ripassare chi siano i leader che scrivono gli accordi di pace.

Trump e Putin sono usciti dalle oltre tre ore di colloquio sorridenti e con i volti distesi.

Benissimo!

Chi ha studiato semiotica sa che le espressioni facciali sono i trattati non scritti e valgono molto più delle tante parole che certi giornalisti avrebbero voluto sentire.

Così come il saluto iniziale mostrava già chiaramente come i due abbiano un accordo in tasca già da tempo.

Quei sorrisi dicono: “Un accordo lo abbiamo raggiunto e voi europei non siete nel club”.

Significa anche che non sarà un bell’accordo per l’Europa, ma sicuramente lo sarà per gli USA, stritolati economicamente dalla guerra in Ucraina, da cui devono uscire il prima possibile, e lo sarà per la Russia, che porta a casa la legittimazione di Washington come potenza vincitrice.

L’EUROPA PARALIZZATA DAL NULLA

Oggi, a Bruxelles, si dibatterà sul… nulla.

Nessun accordo da smontare, nessuna dichiarazione da stravolgere.

Sarà il solito incontro inconcludente del teatrino dei volenterosi. L’ennesimo carrozzone inutile a spese dei contribuenti europei.

Trump e Putin hanno lasciato solo briciole e i pappagalli del moralismo si strozzeranno di vuoto tra un bicchiere di vino costoso e una prelibatezza stellata.

Chi grida al “fallimento” dell’Alaska, dovrebbe chiedersi perché due superpotenze dovrebbero regalare spunti ai burocrati di un continente in declino che hanno avuto tre anni per organizzare tavoli di pace alternativi, invece hanno gettato solo benzina sul fuoco.

PER FAVORE, SVEGLIATEVI

Questo summit in Alaska non era per i titoli di giornale, ma era un messaggio all’Europa: “La pace la facciamo noi, perché Putin ha vinto e voi restate a guardare”.

E lo si è capito quando, dopo le minacce di sanzioni alla Russia urlate da Trump e lo spostamento dei sottomarini russi, Putin ha risposto intensificando i bombardamenti in Ucraina e puntando missili ipersonici contro l’Europa.

Come a dire «Tu imporre sanzioni, io distruggere te e tuoi alleati.»

Chi giudica l’incontro in Alaska un “buco nell’acqua” è lo stesso che, durante un uragano, si lamenta di dover mettersi al riparo.

Trump e Putin hanno appena scritto il manuale per neutralizzare i rompiscatole.

E l’Europa “virtuosa”, “morale” e “volenterosa” può solo prenderne atto.

Quanto alla pace, c’è ancora da aspettare. Perché nell’accordo raggiunto e in quei sorrisi ‘ è scritto anche «Ok, Vladimir. Prendi ciò che ti serve e fallo in fretta. Poi chiudiamo. Nel frattempo, ci penso io agli europei. Si agitano e sbraitano, ma poi vengono qui come cagnolini. Come con i dazi.»

Perché la politica non è ciò che si dice, ma ciò che si fa.

L’INCONTRO TRUMP-PUTIN È L’ULTIMA SPERANZA PER LA PACE. QUELLA CHE I GUERRAFONDAI ODIANO

Mentre i guerrafondai si aggrappano ai loro mantra privi di logica e di basi storiche, “pace giusta” e “Diritto internazionale”, come naufraghi a un salvagente bucato, il resto del mondo guarda all’incontro tra Trump e Putin come all’unica via d’uscita da questo scempio.

E no, non sono i “sognatori”, ma le persone di cultura, i pragmatici che sanno come funziona il mondo, gli imprenditori schiacciati dalle scelte politiche che hanno favorito la guerra, quelle politiche che hanno fatto naufragare gli accordi del 2022 e protratto la guerra fino a oggi.

LA “PACE GIUSTA”, UNA BARZELLETTA TRAGICA

Pace giusta.

Un ossimoro mai divenuto realtà nella storia. Mai.

Prendete il Giappone nel 1945: due bombe atomiche – ancora oggi, unico caso al mondo, – poi la resa con umiliazione. Altro che pace giusta.

O la Germania, umiliata a Versailles, nel 1918, e smembrata nel 1945.

Prendete Cuba, nel 1962: una nazione sovrana, costretta a smantellare basi e missili sovietici perché a Washington non andava giù l’idea di avere l’URSS nel cortile di casa.

E il Diritto internazionale? E la “pace giusta”?

Tutto legittimo, no?

Peccato che oggi, chi invoca la “pace giusta” in Ucraina sia lo stesso che difende Israele mentre commette crimini ben peggiori di quelli imputati alla Russia.

E l’Europa? Zitta.

Anzi, peggio, perché commercia con Tel Aviv come nulla fosse e ancora non è stata capace di ipotizzare neppure un piccolo pacchetto di sanzioni, mentre per la Russia siamo già arrivati a diciotto.

Nonostante il primo pacchetto fosse stato definito “dirompente” e capace di costringere Mosca a riporre le armi nel giro di qualche mese.

Era il 2022. Siamo a metà agosto ’25 e la Russia avanza in Ucraina come un coltello nel burro.

E la coerenza dell’Europa e della Nato per il doppiopesismo Ucraina/Gaza e Russia/Israele non è pervenuta.

IL “DIRITTO INTERNAZIONALE”, UNA FARSA A MISURA DI POTENTI

Diritto internazionale.

Un altro gioiello di ipocrisia.

Esisterebbero aggressori e aggrediti.

Allora spiegatemi perché la Russia è sommersa di sanzioni mentre Israele gode di immunità totale. Perché l’Europa non blocca un solo accordo commerciale con chi bombarda ospedali a Gaza?

Ah, già: le lobby delle armi devono fatturare.

LE NARRAZIONI DI UNA CERTA CARTA STAMPATA

E certi giornalisti occidentali?

Favoriscono le narrazioni dei politici di riferimento, che spesso sono anche i loro editori o legati ad essi.

Perciò, ora gridano «Troppo credito a Putin! Bisogna isolarlo. Niente pace senza Zelensky.»

Beh, se ci pensate è… geniale. Perché dimostrano delle due una: malafede o ignoranza.

Chi decide per la Russia è Putin, cosa che i nostri illustri giornalisti non mancano di ripeterci a ogni ora. “Putin è un dittatore, è un nuovo Zar, prende ogni decisione…”

Perciò, l’unico interlocutore russo credibile per arrivare a una pace è Putin, mica la regina Elisabetta (pace all’anima sua).

Isolarlo è un’idea da asilo nido.

Così come pretendere che Zelensky e i suoi fan club europei siano invitati in Alaska dopo la pagliacciata alla Casa Bianca. La ricordate?

Quella per cui persino l’ambasciatrice ucraina si coprì il volto per la vergogna mentre l’ex comico dava sfoggio delle sue abilità di rendersi ridicolo al mondo intero?

Ovviamente, anche allora, per i nostri illuminati giornalisti, fu Trump quello ridicolo e Zelensky un grande statista, perché, come si evince, le regole della Comunicazione e delle relazioni internazionali, sono concetti difficili per tanti.

D’altronde, questi illustri giornalisti sono gli stessi che per tre anni ci hanno narrato della Russia al tappeto, del suo esercito costretto a combattere solo armato di pale e con gli indici usati come baionette, mentre smontava microchip dagli elettrodomestici ucraini.

La fantasia non mancava di certo. Perché per inventarsi certe panzane ci vuole talento, non c’è dubbio.

Peccato, per loro, che il tempo passi e che abbia la cattiva abitudine di dare retta solo ai fatti e alla verità.

Ma mentre i nostri illustri giornalisti tentavano di spacciare le loro sciocchezze per analisi geopolitiche credibili, i leader Ue, dimostravano un talento ancora maggiore e sabotavano ogni tentativo di dialogo.

La verità è che la mossa di Trump di invitare Putin a un primo faccia a faccia è l’unica cosa che andava fatta.

Perché, senza Putin, non si tratta. Punto.

Perché Putin è la Russia e perché la Russia sta vincendo la guerra senza se e senza ma. Piace? No, ma è la realtà dei fatti e basta guardare una cartina attuale dell’Ucraina per capirlo.

Sempre che non si abbia il talento per le pale e i microchip, ovviamente.

Inoltre, vista la distanza siderale tra le pretese di Zelensky e quelle di Putin, al di là della diversa legittimità di fatto dei due, cominciare trattative separate è ciò che chiunque conosca un briciolo di Comunicazione istituzionale farebbe.

Fermo restando il fatto che a decidere davvero saranno USA e Russia.

EUROPA, IL TEATRO DELL’ASSURDO DOVE TUTTI RECITANO UN COPIONE

Qui casca l’asino. Anzi, casca l’Europa intera.

Perché abbiamo svenduto la competitività industriale, regalato la sovranità economica, distrutto l’equilibrio energetico in nome del green fanatico e dell’atlantismo servile, con il risultato di rendere il continente vulnerabile, dipendente e irrilevante.

E la ciliegina sulla torta è proprio la gestione della guerra in Ucraina, quella che predica l’embargo al gas russo, ma sta in piedi per il 70% dei suoi approvvigionamenti proprio da quel gas.

Le istituzioni europee tacciono e i nostri illustri giornalisti dimenticano di raccontare questi dettagli del commercio di Kiev, perché quella dell’Europa non è politica estera, ma un teatro geopolitico in cui i nostri leader sono attori da comparsa mentre USA, Russia e Cina si spartiscono il mondo.

E le nostre imprese restano in mutande.

MA QUANTO COSTA LA FARSA?

Non chiedetevi quanto costi la guerra.

Chiedetevi quanto pagheremo ancora per questa tragicomeddia.

Tanti soldi e ulteriore potere d’acquisto, ovvio. Ma anche rispetto internazionale, autonomia, credibilità e competitività ancora al ribasso delle nostre imprese, schiacciate dai costi per l’energia e per le materie prime alle stelle, oltre che dai rincari generali.

Bruciati da leader che di geopolitica non capiscono nulla o fingono di non capire.

Intanto, i sondaggi della società ucraina KIIS (2024) e di quella americana, Gallup (2025), rivelano che il 70% degli ucraini vuole la diplomazia e non vuole più seguire le politiche di guerra di Zelensky.

FONTI: CLICCA QUI

Perciò, anche l’idea «senza Zelensky nessuna pace» è pura idiozia e dimostra quanto certi giornalisti siano lontani anni luce dal mondo reale e come vivano in una dimensione parallela.

Ancora quella fatta di pale e sanzioni dirompenti, probabilmente.

Ma i capitani coraggiosi di Bruxelles, quelli che hanno perso la guerra e la credibilità, insistono: «Più armi! Nessuna pace senza Zelensky.»

Che tradotto significa ancora giovani ucraini da mandare al macero nonostante non ci sia nessuna speranza di arrivare a un risultato diverso dalla sconfitta.

Tutto per salvare la faccia di chi non ha voluto ascoltare neppure Mattarella quando, nel 2017, chiese a Putin di intervenire per fermare la guerra di Kiev contro i russofoni del Donbass.

FONTI: CLICCA QUI

Sì, la guerra non è scoppiata nel 2022, ma nel 2014.

IL FUTURO? LO SCRIVE CHI HA BUON SENSO

Allora sì, auguriamoci che i colloqui di Trump e Putin portino frutti.

Per gli ucraini, soprattutto.

Perché la fine è già scritta: la Russia avrà i territori che voleva per proteggere i russofoni. Il resto dell’Ucraina sarà neutrale, con un governo filo-occidentale, ma senza Zelensky.

Proprio come scrivevo già nel 2022, deriso da quelli delle “sanzioni dirompenti”, delle pale e della Russia prossima ad alzare bandiera bianca.

Andare avanti con le bombe, significa solo aumentare la porzione di territori che diventeranno russi e il numero dei morti.

Ai guerrafondai europei non resta che fare le valigie.

Si spera presto.

Con la speranza che lascino il posto a chi abbia un briciolo di competenza.

Perché gli interessi dei popoli europei e delle imprese del Vecchio Continente non sono un optional, ma l’unico elemento che deciderà tra la vita o la morte dell’Europa.

Perché l’”Europa dei popoli”, tanto agognata, non ha nulla a che vedere con questo club di lobbysti da quattro soldi. “O da contratti miliardari siglati con messaggini”.

E la pace, QUELLA VERA, non la farsa dei “giusti”, non passa per altre armi, ma da Mosca e Washington.

Ben venga il primo faccia a faccia di oggi. Con la speranza che non ne servano troppi per risolvere la situazione e cessare il martirio a cui abbiamo costretto gli ucraini.

E che l’Europa la smetta di recitare. O almeno, che cambi copione.

Se poi anche certi giornalisti tornassero a informare, anziché dispensare fake news su pale e microchip, ne guadagneremmo tutti.

COS’HANNO A CHE FARE I THINK TANK USA CON LA GUERRA IN UCRAINA?

Nel 2019, la RAND Corporation consegnò all’esercito USA un manuale di 354 pagine: “Extending Russia: Competing from Advantageous Ground”.

(In fondo all’articolo, il link per accedere al documento)

L’obiettivo era far correre la Russia in troppe direzioni fino a farla collassare.

Armare l’Ucraina era identificata come “l’opzione più promettente” per colpire il “punto di maggiore vulnerabilità” russo, creando la stessa condizione che inferocì Kennedy nel ’62, con le basi missilistiche sovietiche a Cuba.

Sovraccaricare militarmente ed economicamente Mosca fino allo sfinimento, aumentando la produzione energetica USA, fornendo armi letali a Kiev, creando tensioni nel Caucaso, minando la fiducia elettorale russa.

Il problema è che la Russia, invece di collassare, ha reagito e oggi Putin annuncia missili ipersonici Oreshnik con la portata su tutta l’Europa, velocità Mach 10 e capacità di intercettazione della contraerea NATO pari a zero.

La strategia del logoramento ha prodotto una Russia più pericolosa, più determinata, più integrata con Cina e BRICS, mentre l’Europa paga bollette energetiche astronomiche e la sua industria è in crisi come mai prima d’ora.

Ai sottomarini americani e alle minacce di dazi di Trump, Putin ha risposto aumentando l’intensità dei bombardamenti e puntando i suoi missili imprendibili sull’Europa.

Se questo è evitare l’escalation, preferisco non vedere quando vorranno aumentarla.

Intanto, la Cina osserva e sorride.

Perché, mentre l’Occidente si dissanguava in Ucraina, Pechino stringeva accordi commerciali, consolidava alleanze, espandeva il proprio soft power.

La Russia, invece di implodere, è diventata il junior partner di un blocco sempre più coeso di un’alleanza sino-russa anti-americana.

I documenti RAND sono il perfetto esempio di come la politica non sia più affare dei politici, ma di tecnici che sulla carta vincono guerre che poi vengono perse nel mondo reale.

Nel 2019, i tecnici progettavano di indebolire la Russia. Nel 2023 pregavano che finisse in fretta.

Nel 2025 tremano per i missili ipersonici puntati su Berlino e implorano Trump di trovare una via d’uscita, perché anche gli USA si stanno dissanguando. E un conflitto mondiale sarebbe la fine.

FONTI: di seguito i link ai documenti ufficiali:

EXTENTING RUSSIA

EVITARE UNA LUNGA GUERRA

I MISSILI IPERSONICI

Forse è il momento che la NATO ammetta la sconfitta. Perché il primo passo che porta al cambiamento è sempre la consapevolezza.

La geopolitica non è un videogioco e le conseguenze sono reali.

E i danni causati dai leader occidentali dureranno decenni.

NON È CAMBIATO NULLA

Come ogni anno ad agosto aspettiamo il 15 come una liberazione o come un rito da celebrare. Ma soprattutto c’è una cosa che vince: la voglia di non fare niente.

UN ACQUISTO INCAUTO 

E che cosa c’è di più di niente di informarsi del niente. Per carità così la penso magari solo io perché se aggirandomi distrattamente davanti ad una edicola non ho resistito all’acquisto di una delle riviste più leggere (si può dire?), un motivo pure ci sarà.

PER GIUNTA RIPETUTO…

E come se non bastasse ne ho preso anche un’ altra simile rispetto alle news annunciate in copertina, news alle quali onestamente non ero abituato. E in mezzo, cellofanate insieme, c’erano anche delle riviste di cucina. 

E anche quelle non fanno male visto che ogni tanto mi diletto a rovinare il palato di qualche mio incauto amico propinandogli stravaganti intrugli spacciati per prelibatezze. 

HANNIBAL, IL PRECURSORE 

Così, mi viene furbescamente alla mente la risposta che Hannibal, nel secondo film della serie, dava alla innocua domanda di una sua ospite,  in una cena di gala, la quale osava chiedere “ma Hannibal, cosa c’è in questa strepitosa amuse bouche”.

E Hannibal, affabilmente rispondeva “se te lo dicessi non la mangeresti mai”.

Beh onestamente so fare di meglio anche perché non uso, per fortuna, gli stessi ingredienti.

FAME DI NOTIZIE!

E quindi giù a leggere, informarmi.. Beh, insomma, solo a leggere i titoli e guardare le foto con le illuminanti didascalie.

Ma vado con ordine. E vi prego di prestare la massima attenzione! Ve lo dico in un orecchio e a bassa voce. Psssss… c’è anche del gossip!

GUARDA CHI SI RIVEDE: FABRIZIO PREGLIASCO 

La prima notizia però è buona: a Ferragosto ci sarà il sole!

La seconda un po’ meno: “povera zanzara (West Nile), tutti l’accusano, ma lei è innocente, ha soltanto il vizio di pungere: è  l’uomo il colpevole”.

Se lo dice il professor Fabrizio Pregliasco virologo ben noto a tutti, specialmente durante il COVID-19…

ORA VIENE IL BELLO… 

Ecco il povero Raoul Bova alle prese con Martina Ceretti (e chi non la conosce?) e poi le signore che immancabilmente si accompagnano o sposano i poveri ricchi (Francesca Chillemi con l’armatore Eugenio Grimaldi; Vittoria Ceretti con l’attore Leonardo Di Caprio; Antonella Fiordalisi con l’imprenditore Giulio Fratini; Diletta Leotta con il calciatore Loris Karius; Melissa Satta con l’imprenditore Carlo Gusalli Beretta; Chiara Ferragni con Giovanni Tronchetti Provera; Fedez con l’ imprenditrice Giulia Honegger,…)

LE VECCHIE GLORIE NON MANCANO MAI

E poi testualmente c’è qualcuno che scopre e dichiara: ”a 60 anni non è più come quando ne avevo 20 ma ancora mi difendo”. Parole sante, ma chi è? È Lorella Cuccarini, l’ex più amata dagli italiani. Se mi posso permettere, è capitato anche a me. Stessa sensazione!

LAMPI DI SAGGEZZA 

Ora mi ci ritrovo e mi consolo perché scopro che chi sogna gli anziani sogna l’autorità. Qualcuno mi sogna ed è disposto a subire le mie angherie autoritarie?

Più avanti scopro che sono un centimetro più alto di Michela Cescon (una soddisfazione di non poco conto!)

E VAI CON LA MUSICA 

I concerti estivi: 77 fra il centinaio di quelli descritti nella settimana di Ferragosto sono quasi equamente distribuiti fra Puglia, Campania, Calabria, Sicilia. Tutti al Sud per dilettare l’orda di turisti. Altrimenti che estate è.

Al Sud ci sono favolose spiagge, splendidi paesaggi, la storia dei luoghi, un buon clima, la gente affabile, il cibo ottimo e, se proprio vuoi, nonostante tutto questo ti stai ancora annoiando, c’è anche la musica. Cosa vuoi di più dalle tue vacanze ferragostane.

SIAMO QUASI ALLA FINE 

Manca l’oroscopo da leggere: scopro che il sagittario riceverà un piccolo premio. Peccato, non è il mio segno zodiacale. Pazienza sarà per la settimana prossima o per il prossimo Ferragosto.

Lo confesso, mi mancava. Ora sto proprio bene. Sono rinfrancato, ho assaporato notizie che non avrei mai immaginato potessero essere raccontate e soprattutto lette e che potessero essere di interesse generalista. Un bagno epico. O no?

MA SBAGLIO IO

Un interrogativo: ma tutti quelli che aspettano la settimana prossima per leggere le nuove puntate della storia degli altri, come si sentono ora?

Appagati nei loro istinti di conoscenza, trepidanti in attesa del prossimo numero in edicola o mortificati perché la loro vita attuale non assomiglia a nessuna di quelle snocciolate da altri e fatte proprie nei loro sogni?

Vacanze di Ferragosto finite! Io ritorno alla vita normale, senza la frenesia di sapere cosa succederà o è successo a quel cantante, a quella attrice, a quel riccone….

Senza rimpianti.

E voi come state?

I SOCIAL MEDIA E LA PAURA DEL CONTROLLO NARRATIVO PERDUTO

IL NUOVO ECOSISTEMA INFORMATIVO

Viviamo in un’epoca di transizione comunicativa senza precedenti, perché, da quando è nato Internet e si sono sviluppati i social network, il monopolio informativo tradizionale si è frantumato, creando un ecosistema dove milioni di voci possono esprimere analisi.

Tutto come sancito dalle costituzioni democratiche, sfidando narrazioni consolidate e mettendo in discussione le verità dei quotidiani mainstream, cioè quelli che erano oro colato nell’era prima di Internet.

Un tempo, nessuno metteva in discussione Il Corriere della Sera o La Repubblica, se non avvalorando la tesi differenti di un altro quotidiano.

Oggi, invece, accade che si possano mettere in discussione le narrazioni di tutti i quotidiani.

Questa rivoluzione digitale ha generato una reazione che merita un’analisi sociologica approfondita, perché, quando i leader europei parlano di “limitare i social per combattere le fake news”, stanno davvero proteggendo la verità o stanno difendendo il loro controllo sull’informazione?

È vero che tanti sfogano gli istinti da bar sport sulle tastiere del computer, ma ci sono anche analisti strutturati, colti, informati, che trattano gli argomenti con professionalità.

La questione, perciò, è più complessa di quanto appaia in superficie.

L’ANATOMIA DELLA COSTRUZIONE NARRATIVA TRADIZIONALE

Per comprendere la portata di questo cambiamento, dobbiamo prima analizzare come funzionava il sistema informativo pre-digitale.

I media tradizionali operavano secondo un modello verticale e unidirezionale: poche fonti diffondevano informazioni a un pubblico sostanzialmente passivo, che non aveva alcuna possibilità di veicolare il proprio punto di vista.

Questo sistema permetteva un controllo narrativo quasi totale, dove le versioni ufficiali degli eventi raramente venivano contestate, se non in una sorta di campagna elettorale tra i diversi orientamenti politici delle varie testate.

Il processo di costruzione delle narrazioni seguiva schemi precisi, ma non c’era un contraltare al racconto “ufficiale”.

Ma qual era il rischio?

Beh era quello di farsi un’idea sbagliata degli eventi.

Facciamo un esempio lampante che deriva dal nostro tempo. Sulla guerra in Ucraina abbiamo assistito a una serie di affermazioni che si sono rivelate false, prive di ogni fondamento logico.

Il racconto dell’esercito russo equipaggiato solo con “pale” e costretto a smontare “microchip dagli elettrodomestici” rappresenta un caso studio illuminante su come vengono costruite e diffuse certe narrazioni false.

Eppure, basterebbe ricordare quanto investono gli USA in ricerca e sviluppo di tecnologia militare per capire che l’idea di utilizzare microchip ad uso civile per droni e carri armati è fantozziana.

Ma questi racconti non nascono dal nulla, ma seguono precise logiche comunicative.

Prima fase: semplificazione estrema del nemico per renderlo ridicolo e non minaccioso, in modo da smontare chiunque mettesse in discussione la vittoria ucraina.

Seconda fase: creazione di un senso di superiorità nel pubblico domestico, contando su una narrazione quasi a senso unico, veicolata in massa da quotidiani di diversa estrazione.

E, quando è stato necessario giustificare politiche belligeranti e di riarmo, che cozzano con l’idea di Russia economicamente al collasso e senza più uomini da mandare al fronte, ecco il capovolgimento narrativo per giustificare il nuovo mantra, come in “1984” di Orwell.

Perciò, la Russia “armata di pale” è improvvisamente diventata una minaccia esistenziale capace di “raggiungere Lisbona domattina”, in grado di fabbricare missili, munizioni, carri armati e droni a ritmi alieni.

Delle due una: mentivano prima o mentono adesso?

MA COME SI FABBRICA UNA FAKE NEWS?

L’esempio dell’età pensionabile veicolata da La Repubblica offre una lezione magistrale sui meccanismi di manipolazione informativa.

Il dato tecnico è incontrovertibile: dal 2027 serviranno 43 anni e 1 mese di contributi per la pensione, conseguenza diretta degli automatismi introdotti dalla Legge Fornero, durante il governo Monti.

Una legge votata praticamente da quasi tutti i partiti, anche di chi oggi è all’opposizione.

Tuttavia, la presentazione di questa informazione rivela le tecniche sofisticate della propaganda moderna, perché la strategia è stata articolata in diversi passaggi.

È stato isolato il dato dal suo contesto storico e normativo, eliminando ogni riferimento alle origini della misura.

Poi si è applicato quello che potremmo definire “timing tossico”, cioè la notizia è stata lanciata nel momento di massima sensibilità sociale, quando l’opinione pubblica è già provata da difficoltà economiche dovuta ai rincari delle bollette e del caro vita.

Infine, così com’è stata veicolata la notizia, la responsabilità dell’innalzamento dei parametri per andare in pensione è stata data al target politico del momento, ignorando completamente la continuità legislativa mantenuta da tutti i governi che si sono susseguiti da Monti a Meloni e senza ricordare che lo scatto era previsto già dal governo Monti.

Ora, non è questa la sede per giudicare la bontà o meno della Legge Fornero, ma è evidente che se veicoli la notizia come ha fatto “Repubblica”, chi non è informato e non conosce i meccanismi della suddetta legge, si è fatto l’idea che sia stato il governo Meloni a mandare gli italiani in pensione più tardi. Cioè, si è diffusa una fake news.

LA RIVOLUZIONE DIGITALE: DEMOCRATIZZAZIONE O CAOS INFORMATIVO?

I social media hanno stravolto questo equilibrio consolidato.

Perché un tempo, il meccanismo avrebbe funzionato e la propaganda non sarebbe stata messa in discussione, in quanto, chi poteva avere competenza per giudicare i processi e i meccanismi messi in atto, non aveva nessuno spazio per diffondere le proprie considerazioni.

Oggi, invece, chiunque può accedere a fonti multiple, anche di altri paesi, può confrontare versioni diverse degli eventi, verificare informazioni in tempo reale.

Questo processo di democratizzazione informativa rappresenta un cambiamento antropologico profondo, perché l’audience passiva si trasforma in una comunità di utenti attivi, critici, interconnessi.

Le conseguenze sono evidenti.

Le narrazioni precostituite faticano a radicarsi quando milioni di persone possono accedere istantaneamente a fonti alternative, documenti originali, testimonianze dirette, così come la memoria storica offerta dal Web, dove le notizie restano incastrate e a disposizione di tutti, diventa la tomba della credibilità per chi ha diffuso fake news.

Oggi, le testate mainstream non hanno più credibilità non per colpa dei social, ma perché davano la Russia per spacciata a causa del rublo carta igienica e del suo esercito retto solo da ubriaconi raccattati per le strade della Siberia, poiché non c’erano più giovani da mandare al fronte.

Perché ci raccontavano che i giovani che erano stati mandati in Ucraina erano morti o avevano disertato, dopo essere stati costretti a usare le dita come baionette e solo pale dell’800 al posto dei fucili.

Non è colpa di Facebook o di X se le persone non credono più a certi giornalisti, ma della scarsa professionalità di questi stessi giornalisti, che hanno raccontato sciocchezze prive di fondamento per alimentare una narrazione distante anni luce dalla verità e dall’informazione oggettiva.

D’altronde, chi ha raccontato sciocchezze in passato potrà rifarlo ancora, perciò non ci si fida più di loro.
Mentre chi metteva in guardia e veicolava analisi che si sono rivelate vere su Facebook, su Linkedin, su X… oggi ha più credibilità, come è normale che sia.

Nessuno torna in un ristorante in cui ha mangiato male o il servizio era offensivo, no?

Il pubblico, oggi, può seguire eventi in tempo reale, confrontare versioni ufficiali con testimonianze sul campo, smascherare incongruenze narrative e sciocchezze spacciate per verità con il tempo che passa e con la verità dei fatti.

Questo scenario genera inevitabilmente una crisi di controllo per le élite politiche e mediatiche tradizionali, poiché il loro potere si fondava largamente sulla capacità di gestire i flussi informativi, di stabilire l’agenda pubblica, di definire quali questioni meritassero attenzione e in che termini dovessero essere discusse.

I social media hanno frantumato questa capacità di controllo, creando spazi comunicativi che sfuggono alla gestione tradizionale.

Ecco perché qualcuno vorrebbe imporre censure.

IL DIGITAL SERVICES ACT: CENSURA MASCHERATA DA SICUREZZA?

La reazione istituzionale a questa perdita di controllo si manifesta attraverso strumenti normativi sempre più invasivi.

Il Digital Services Act rappresenta il tentativo più ambizioso di ristabilire un controllo centralizzato sui flussi informativi digitali, ma sotto la maschera della “lotta alla disinformazione” e del “contrasto all’hate speech”.

L’analisi del DSA rivela meccanismi preoccupanti. Il seminario del 7 maggio 2025 tra Commissione europea e Big Tech ha mostrato come vengano condotte “esercitazioni” su scenari ipotetici, dove frasi come “Riprendiamoci il nostro paese” vengono classificate come “discorso d’odio”.

Chi stabilisce questi criteri? In base a quale legittimità democratica? Con quali garanzie di trasparenza e controllo?

Le sanzioni previste – multe fino al 6% del fatturato mondiale e sospensione delle operazioni in UE per le piattaforme che non impongono censure – rappresentano un ricatto economico che costringe i giganti dei social ad adeguarsi agli standard europei.

Ma ciò significa che un contenuto censurato a Bruxelles scomparirà automaticamente anche a Tokyo, Dallas, Sydney.

L’Europa, che a parole combatte le dittature, esporta la sua visione del controllo informativo e della libertà d’espressione al mondo intero.

QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA MINACCIA

Il paradosso è evidente: l’Europa, che si presenta come baluardo dei diritti umani e della democrazia, sviluppa strumenti di controllo che ricordano i peggiori regimi autoritari.

Dove una dittatura parla apertamente di censura, l’Europa parla di “moderazione dei contenuti”, dove un regime autoritario ammette il controllo dell’informazione, l’UE parla di “lotta alla disinformazione”, ma, al di là dei nomi, il risultato pratico è identico: la limitazione del dibattito pubblico, la riduzione del pluralismo informativo, la criminalizzazione del dissenso.

In altre parole, si impone una dittatura.

La vicepresidente UE Henna Virkkunen può dichiarare che il DSA è “content-agnostic”, ma la realtà operativa racconta una storia diversa, perché, come osserva il giornalista americano Matt Taibbi, “regolare tutte le forme di comunicazione digitale significa decidere cosa è lecito pensare”.

Di fatto, non si tratta di proteggere la verità, ma di stabilire chi ha l’autorità per definirla e chi può decidere cosa devi pensare.

LE CONSEGUENZE SOCIALI, OLTRE LA POLARIZZAZIONE POLITICA

La censura digitale non colpisce solo “gli altri”, ma rappresenta una minaccia per tutti, perché oggi può essere censurato un meme scomodo, domani una critica alla politica economica, dopodomani un’inchiesta giornalistica su interessi consolidati.

Oggi censuri chi pensa nero, ma domani, con la stessa logica e un cambio del vento, si censurerà chi pensa bianco, verde, rosso…

L’esperienza ci insegna che i meccanismi di controllo, una volta implementati, tendono inevitabilmente ad espandersi e non si tratta di fidarsi o meno dei decisori attuali, ma di riconoscere che nessun “Ministero della Verità” può essere considerato affidabile nel lungo periodo e apolitico.

Inoltre, la storia democratica è piena di esempi di istituzioni nate con nobili propositi che sono diventate strumenti di oppressione nelle mani di successivi dirigenti.

VERSO UNA SOCIETÀ INFORMATA O VERSO IL BAVAGLIO?

La risposta a questa deriva autoritaria non può essere la nostalgia per il monopolio informativo tradizionale, ma lo sviluppo di una cultura critica diffusa.

I social media, in questa prospettiva, non sono il problema, ma lo strumento. Come ogni tecnologia, possono essere utilizzati per scopi costruttivi o distruttivi, per espandere la conoscenza o per diffondere ignoranza, per rafforzare la democrazia o per minarla.

La differenza la fanno le competenze e la consapevolezza degli utenti.

Ma una cosa è certa: chi ha argomentazioni per supportare le proprie tesi non chiederà mai di censurare chi la pensa diversamente, ma chiederà, al contrario, un confronto, perché sa che le sue argomentazioni sono più solide.

Se chiede la censura o rinnega il contraddittorio, significa che le sue argomentazioni non sono in grado di reggere il confronto con l’altra persona. Di fatto, è probabile che la tesi dell’altro sia più vera, più corretta.

È il pubblico, con la propria testa, a doverlo giudicare.

L’AGORÀ DIGITALE: PRESERVARE LO SPAZIO DEMOCRATICO

Il web rappresenta l’equivalente moderno dell’agorà antica, uno spazio pubblico dove idee diverse si confrontano, dove si dibatte liberamente, dove la verità emerge attraverso il confronto dialettico e le argomentazioni, appunto. Non perché un censore stabilisce chi ha ragione e chi torto.

Preservare questo spazio significa riconoscerne il valore democratico fondamentale.

La battaglia attuale sui social media non riguarda solo la gestione dell’informazione, quindi, ma il futuro della democrazia.

Stiamo assistendo a un tentativo di restaurazione del controllo informativo tradizionale, mascherato da preoccupazioni legittime, ma orientato verso obiettivi antidemocratici.

La posta in gioco è enorme.

Se permetteremo che la paura della “disinformazione” giustifichi la limitazione del dibattito pubblico, avremo consegnato alle élite politiche ed economiche uno strumento di controllo sociale senza precedenti nella storia democratica.

La libertà d’informazione non è un lusso né una concessione, ma la precondizione stessa della democrazia, senza la quale, ogni altra libertà diventa revocabile.

LA MODA NEL PALLONE

di Danilo Preto

Nessun pallone da calcio o di calcio.

Qui parliamo di moda.

Ma non di abiti che indossiamo o che indosseremo la prossima stagione. Ma nemmeno di belle donne a cui è destinata molta parte di quel mercato. Nemmeno di uomini che vorrebbero essere all’altezza delle attenzioni dell’altra metà del cielo.

Parliamo di…

UN CALCIO PATINATO E PER POCHI ELETTI.

Senza immodestia, l’avevamo intravisto e descritto molti mesi fa. Un tourbillon di situazioni con tonfi clamorosi, per certi aspetti inattesi, per molti altri molto prevedibili.

E la colpa di chi è? Come nel calcio: dell’allenatore. Cioè quello che prepara il gioco per la partita del mercato e non ci azzecca un’h.

IL CAMBIO DEGLI ALLENATORI

Squadra che vince non si cambia. Squadra che perde…: proviamo a cambiare allenatore.

In questo caso gli allenatori sono gli stilisti, i deus ex machina, del mondo dell’alta moda, ma, scusate,  anche del fast fashion.

Se i fatturati non tornano (o peggio, crollano) perché i mercati non rispondono come ci si aspettava, “peste lo colga” (allo stilista).

Se poi anche gli investitori non la vedono bene le borse scappano. Mamma li turchi! E via tutti. Verso nuove avventure finanziarie!

IL CAROSELLO. IL NUOVO SPORT NELLA MODA

Chi ha un po’ di voglia e  tanta pazienza, sfogliando qualche rivista tecnica di settore (non di moda) forse ha già capito cosa potrebbe o può, o sta accadendo.

Al di là dei mercati che cambiano, che la Cina non compra più, che l’Asia ci ripensa, che gli arabi si comprano le squadre ma non gli allenatori (nella moda), forse è il caso di pensare ad una nuova realtà.

Quando un amministratore delegato di un notissimo marchio, dopo sei mesi dalla sua assunzione, febbraio 2025, pochi giorni fa, dà le dimissioni, al di là delle classiche dichiarazioni di rito con i reciproci ringraziamenti e non conoscendo le reali motivazioni, qualche dubbio su un mondo che non può più essere autoreferenziale, autodescrittivo, auto-risolutivo ci deve essere.

UNA NUOVA REALTÀ È POSSIBILE NEL MONDO DELLA MODA?

Sembra quasi essere alle soglie di un nuovo movimentismo che genera nuovi fattori di competizione culturale e si adatta con estrema facilità a nuovi linguaggi e quindi a nuovi comportamenti.

È quella che sorge dalle e nelle nuove periferie. Non solo quelle suburbane, ma quelle culturali, sociali e comportamentali.

E qui il vecchio continente si dimostra non adatto a cogliere i nuovi cambiamenti che si sviluppano in ambito mondiale.

LE FASHION WEEK

Ritorniamo in Europa, con le piazze che contano a livello moda. Parigi, Milano, Londra. La dimostrazione più classica è che a Londra quest’anno, per chi ci vuole andare, partecipa gratis.

E non solo per questo è un sintomo che io definirei inquietante se lo guardiamo con gli occhi di ieri, ma che penso possa essere foriero di nuove lucidità in tutti i sensi e in ogni ambito.

Non dimentichiamoci dei nuovi casi con le “scoperte” che si conoscevano già, delle produzioni a bassissimo costo e con l’utilizzazione di manodopera sfruttata, anche in Italia, oltre che nel resto del mondo: Bangladesh, Thailandia, Vietnam, Indonesia, India, Cina…

I ciechi improvvisamente ci vedono.  Miracolo, miracolo!

Sui moltiplicatori fra il costo industriale del prodotto e il prezzo di vendita al cliente finale non metto bocca semplicemente perché lungo la filiera della definizione del prezzo ci sono talmente tanti elementi che non è il caso qui di dilungarci.

Ma se volete, la prossima volta…

LA LETTURA DELLA MODA

Che senso ha continuare a leggere le riviste di moda nella maniera tradizionale.

Cioè guardando le foto, leggendo i nomi delle modelle, osservando i dettagli dei capi, beandoci del fatto che qualche accessorio che ho nel guardaroba assomiglia vagamente a quello che vedo, cercando di immaginarmi di fianco all’attore o all’attrice di turno.

O leggendo l’oroscopo immancabilmente positivo che magari compare alla fine della rivista e in cui mi ci ritrovo?

È il mondo dei sogni che ci appaga o che ci fa fuggire dalla realtà o che come termini di integrazione e assimilazione mi fa sentire in un pallone dorato ma sgonfio dell’aria di cui avrei bisogno per ricreare o mantenere il mio spazio mentale scorporato delle fantasie di turno.

Perché sognare è bello, ma confrontarsi con la propria realtà è meglio. E se ora non può sembrare il massimo per noi, cerchiamo di raggiungere con il lavoro il nostro nuovo status.

Uno status sociale, comportamentale, relazionale, economico consono alle nostre possibilità. Senza forzature.

Dormiremo più riposati e tranquilli senza fantasie di improbabili, improvvisi successi, o coinvolgimento retorico in inimmaginabili, irraggiungibili traguardi? Consci che sarà così.

Cambia poco: noi siamo noi e valiamo per quel che siamo. E magari non ce ne accorgiamo nemmeno. Sarà la persona al vostro fianco che magari ve lo farà notare.

E se non c’è, sappiamo bene che il succedaneo editoriale non sarà poi così definitivamente appagante. Ci sono molti altri positivi modi per vivere bene la vita.

Magari con la nuova creazione  del “nuovo” stilista di Dio(r)?

LA COSTRUZIONE SOCIALE DELLA REALTÀ. QUANDO IL TAGLIO DIVENTA LA NOTIZIA (E LA DISTORCE)

IL MITO DELLA NOTIZIA OGGETTIVA: UN’ILLUSIONE PERICOLOSA

di Pasquale Di Matteo

Non esistono “notizie” in senso assoluto.

Esistono eventi, fatti, avvenimenti, ma ciò che li trasforma in “notizia” è un processo complesso di selezione, framing e percezione. Una sorta di manipolazione che, negli ultimi anni, si è trasformata sempre più in propaganda, in “fabbricazione” del pensiero delle masse.

Questo processo, spesso invisibile, plasma l’opinione pubblica creando narrazioni che possono stravolgere la realtà.

Analizziamo due casi emblematici di cui ho già discusso in alcuni miei post sul profilo Linkedin.

CASO 1: LA NARRAZIONE DEL PERICOLO RUSSO E LA MATEMATICA DELL’ASSURDO

QUANTO IMPIEGHEREBBE LA RUSSIA A CONQUISTARE L’EUROPA?

The Economist e l’Institute for the Study of War hanno fornito dati concreti: con l’attuale velocità dell’avanzata, pari a 15,8 km² al giorno, la Russia impiegherebbe 89 anni per occupare l’Ucraina. Per raggiungere il Portogallo, oltre 1760 anni. E questo senza considerare la risposta della NATO, che renderebbe l’ipotesi matematicamente impossibile.

PERCHÉ QUESTA NARRAZIONE PERSISTE?

La paura giustifica politiche impopolari: riarmo massiccio (centinaia di miliardi per acquisto di armi), restrizioni alle libertà personali (controlli di movimento, pagamenti, profilazione dei dati personali) spacciate per “sicurezza nazionale”.

Non ultima, la sovvenzione all’economia di guerra USA. L’economia americana è strutturalmente legata al complesso militare-industriale. Un’Europa in armi è un mercato garantito, soprattutto in un contesto di debito USA insostenibile.

In pratica, gli USA fanno le guerre, ma a finanziarle sarà l’Europa.

Poi c’è la dissonanza cognitiva istituzionale.

Perché gli stessi leader che oggi dipingono la Russia come una minaccia esistenziale, fino a ieri ne dichiaravano il collasso imminente (soldati ubriaconi, pale rubate, rublo “carta straccia”, Putin morente di cancro, sanzioni dirompenti che ne avevano annientato l’economia).

Siamo di fronte a incompetenza, follia, o a una calcolata manipolazione del consenso?

I dati suggeriscono la terza opzione.

Tuttavia, la conquista dell’Europa che potrebbe avvenire non prima del 3785 d.C. non è un pericolo reale. Certamente non imminente. Almeno non nei prossimi due o tre secoli.

Ma è uno straordinario strumento retorico di propaganda per imporre agende politiche ed economiche.

CASO 2: LA GERARCHIA DELLE VITTIME E LA VIOLENZA “SELEZIONATA”

LA PERCEZIONE CAMBIA LA GRAVITÀ DI UNA NOTIZIA

Un uomo ucciso dalla madre e dalla compagna, ma la notizia è finita quasi in sordina.

Proviamo a invertire i generi: assassini uomini, vittima donna.

I titoli urlerebbero ancora oggi: “FEMMINICIDIO BESTIALE”, “MOSTRI SENZA PIETÀ”. Talk show, dibattiti parlamentari, richieste di pugno di ferro.

IL PARADOSSO GIURIDICO E MEDIATICO

La legge sul femminicidio aggrava automaticamente la pena per gli uomini, garantendo spesso l’ergastolo. Stessa ferocia, stessa crudeltà, ma se le assassine sono donne, l’ergastolo diventa un’eventualità, non una certezza.

Pertanto, alcune vite sono “notiziabili”, altre no.

La vittima uomo non indigna abbastanza, non rientra nel frame narrativo del “femminicidio”, dunque non fa audience. E se non fa audience, non vende.

In pratica, l’informazione mainstream non svolge più l’importante ruolo di informare, ma indottrina, stabilisce cosa pensare, cosa sia corretto e cosa scorretto, cosa sia giusta e cosa no.

Orami, si tratta di un mero sfruttamento emotivo per fare soldi e chi se ne importa se la narrazione tossica trasforma tragedie in strumenti ideologici.

Un’informazione corretta dovrebbe evidenziare il fatto che si chiedono pene esemplari, perché si investono risorse non adeguate per prevenire (forze dell’ordine efficaci, educazione, contrasto a culture misogine).

Ma analizzare queste evidenze significherebbe ammettere che lo Stato non investe abbastanza in prevenzione perché non ci sono soldi.

Anzi, ci sono, ma vanno via per armi da acquistare dalle fabbriche americane per mandarle in Ucraina, dove alimentiamo una guerra che, nonostante migliaia di giovani ucraini mandati al macero, l’unico esito possibile sarà dover trattare con la Russia.

Cosa che sapevamo già nel 2022 e che, se avessimo avuto leader europei all’altezza, migliaia di famiglie ucraine non sarebbero costrette a piangere sedie vuote intorno al tavolo.

QUESTO NON È UN DISCORSO “CONTRO LE DONNE“, ovviamente, ma è una denuncia dell’ipocrisia di un sistema che crea vittime di “Serie A” (donne uccise da uomini) e di “Serie B” (uomini uccisi da donne, o vittime “scomode” come quelle di una certa criminalità immigrata, spesso taciuta per non urtare il politicamente corretto).

Ma queste contraddizioni svuotano di significato l’Articolo 3 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”) sostituendo l’uguaglianza con una giustizia emotiva e selettiva.

Altro che “La legge è uguale per tutti”!

VERSO UN GIORNALISMO ETICO, O LA FINE DELLA DEMOCRAZIA?

Il framing non è solo una tecnica giornalistica, ma può diventare un pericolosissimo meccanismo di potere.

Nel caso Russia, si costruisce un nemico per giustificare spese militari e controllo sociale.

Nel caso violenza, si seleziona l’indignazione per massimizzare il profitto e consolidare narrazioni ideologiche.

Ci sarebbe anche un terzo caso da analizzare, per la sua crudele potenza retorica, ma mi limiterò ad accennarlo.

Israele vs Russia.

Nel caso di Mosca contro Kiev, esistono aggressore e aggredito, Diritto internazionale non rispettato, innocenti da aiutare e a cui inviare armi, mentre agli aggressori si devono imporre sanzioni.

Nel caso di Gaza, invece, l’aggressore diventa aggredito. Anche quando si vanta di omicidi mirati commessi in territori stranieri. Anche quando bombarda paesi sovrani come l’Iran. Persino di fronte a un genocidio, c’è chi sostiene che i bambini uccisi un po’ se la siano cercata in quanto figli di terroristi.

E poi, i terroristi si nascondono negli ospedali, perbacco!

Solo che quando la Russia utilizzava la stessa scusa, era un crimine.

Putin condannato dalla CPI per crimini di guerra diventa un criminale. Netanyahu condannato dalla stessa Corte internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, diventa vittima dei giudici internazionali, contro cui gli USA chiedono sanzioni e rappresaglie.

SCOPO E RISULTATI DELLA DISTORISIONE DELLA REALTÀ?

Beh, tali condotte portano ad alimentare un’opinione pubblica ansiosa e manipolata e a un dibattito pubblico povero, sterile e polarizzato.

La distorsione sistematica della realtà mina la fiducia nelle istituzioni e nel giornalismo. Perché, diciamolo, quante persone intelligenti possono ancora credere a chi ha raccontato di pale, muli e microchip smontati dalle lavastoviglie ucraine? Quanti possono ancora dare credito a chi dava la Russia spacciata entro Natale 2022 a causa delle nostre “sanzioni dirompenti”?!

Eppure, la distorsione della realtà ha lobotomizzato molti, nonostante le evidenze, i fatti e la realtà abbiano presentato il conto grazie al tempo.

LA SFIDA PER LA SOCIETÀ DEMOCRATICA

Beh, se davvero l’Occidente vuole salvare quel poco di democrazia che resta, deve riconoscere che la notizia è sempre un prodotto costruito. Perciò le persone devono esigere un giornalismo che sveli i propri frame invece di nasconderli, che rispetti tutte le vittime con uguale dignità e che rifiuti di essere megafono di narrazioni tossiche, che siano belliciste, securitarie o ideologicamente opportuniste.

Il mio consiglio è informarvi sempre da più fronti, privilegiando chi non ha editore, aziende, associazioni, partiti, politici o aree politiche di riferimento. Soprattutto, mettete a confronto tesi diverse e giudicate con il vostro spirito critico.

Domandatevi sempre: “CHI TRAE VANTAGGIO DA QUESTA NARRAZIONE?”

La democrazia sopravvive solo con cittadini capaci di fare queste domande e che sappiano usare lo spirito critico.

Al contrario, chi alza le spalle e chi prende per oro colato ogni notizia è il miglior cittadino possibile di qualsiasi dittatura.

NULLA È GRATIS! E NIENTE ARRIVA PER CASO 

di Danilo Preto

Partiamo dalle dichiarazioni di Vogue Casa che riporta prima e dopo la foto di apertura, nella edizione online, l’informazione che potrebbero esserci stati dei pagamenti per quanto scelto (liberamente?) e ora oggetto di pubblicazione.

Puoi verificare sull’articolo di Vogue: CLICCA QUI.

Qui non discutiamo certo della bellezza delle immagini, della qualità estetica dei prodotti posti all’attenzione dei lettori e del loro fascino.

Le testate di Vogue sono da sempre sinonimo di attenta esplorazione sui cambiamenti nella moda, nello stile , nelle relazioni e nella riproposizione, sfilata dopo sfilata, del gusto e dello stile dei prossimi sei mesi.

E di stupendi set fotografici.

IL NOSTRO GUARDAROBA CAMBIA OGNI SEI MESI? 

Sì perché la moda presentata nelle collezioni durante la sfilate dura quel tanto che basta per innamorarsi o criticare i nuovi dei che sono gli stilisti, i fashion maker, le nuove icone a cui ispirarsi per la prossima stagione quando sfoggeremo quelle mise.

O forse mai, noi, che siamo abituati o costretti al fast fashion perché quello è il nostro target di spesa.

Ma se vogliamo, per una serata e forse per una sola volta nella vita, possiamo noleggiare gli abiti e gli accessori originali e costosi dei nostri sogni.

Ci sono dei negozi che ti mettono a disposizione quello che vuoi, pagando, le tue ricche scelte. È la nuova tendenza dell’imitazione ad ogni costo.

L’ANONIMATO DEI SIGNORI ROSSI 

Ok. Ma poi cosa resta?

La nostra normalità che è forse più appagante del sogno di una notte.

Ma poi sorge un’altra domanda: cos’è più borghese fra l’aver vissuto un sogno (o vissuto come tale) effimero o la vita di tutti i giorni con i suoi alti e bassi, le sue delusioni ma anche con le sue gratificazioni, gioie (non dite che non ne avete!).

Abbiamo preso a prestito il cognome più comune in Italia per non offendere nessuno, ma se avete ammirato, invidiato, il matrimonio di Jeff e Laurent a Venezia, o se avete disprezzato la loro esibizione di potenza e ricchezza, non resta che rifugiarvi nel vostro mondo.

Basta saperlo leggere con gli occhi di chi ha la consapevolezza del proprio ruolo nella società. Il che non vuol dire rinunciare alle ambizioni, ma dotarsi di intelletto per lavorare con l’obiettivo di conseguire i successi a cui ognuno di noi dovrebbe ambire. 

PRONTI A PAGARE PER ESSERE PROTAGONISTI? 

Sapendo, come si diceva in apertura , che nulla è gratis.

L’altra faccia della medaglia è che magari poi diventeremo tutte copie e al prossimo matrimonio o festa di gala scopriremo che c’è una ripetizione estetica indossata da chi vi sta di fronte.

Allora non resterà che esplodere in una risata di compiacimento goliardico, sempre ammesso che chi vi sta di fronte la pensi allo stesso modo.

Altrimenti preparate la ritirata. Con classe, però!

Ognuno metta del suo, serenamente e sempre, ma con caparbietà per tentare di cambiare, se si vuole, il proprio ruolo in questa società.

Auguri a tutti!!!