TOMAHAWK A KIEV. LA SOLITA BUBBOLA MEDIATICA PER DISTRARRE DALL’IMPASSE?

Zelensky chiede, i media amplificano, ma la realtà è che quei missili non arriveranno e/o non serviranno. E Washington lo sa benissimo. Ecco perché.

KIEV E LA FAVOLA DELL’ARMA MIRACOLOSA

Mettetevi comodi, perché arriva una nuova favola che sovvertirà l’esito della guerra. Sì, proprio come la famosa controffensiva di Kiev del 2023. A proposito: quale ne è stato l’esito?

La sceneggiata è sempre la stessa: summit internazionale, siparietto a beneficio delle telecamere, e l’ennesima richiesta-choc. Stavolta, missili Tomahawk per l’Ucraina.

Volodymyr Zelensky che, in stile bambino in vetrina, allunga la mano verso la caramella più costosa dello scaffale, il missile da crociera che fa “boom” a 2500 km di distanza.

La narrazione di quelli che ci hanno spacciato per notizie le pale, i muli, i microchip e altre sciocchezze, ovviamente è pronta, confezionata e servita.

L’arrivo dei Tomahawk sarebbe la leva per mettere in ginocchio Putin.

Peccato che, come al solito, tra il dire e il fare ci sia di mezzo un abisso chiamato realtà. E la realtà, per chi ha la pazienza di guardarla in faccia senza il filtro della propaganda e le analisi da bar, dice che questa è l’ultima delle bolle speculative belliche. Pronta a scoppiare al primo contatto con i fatti.

IL TRUCCHETTO: PROMETTERE CIÒ CHE NON PUOI AVERE

La prima, colossale, presa in giro sta nella piattaforma di lancio.

L’Ucraina i Tomahawk come fa a lanciarli? Non certo con una fionda. Servono cacciatorpedinieri che Kiev non ha, o sottomarini che non vedrà mai. Oppure il sistema Typhon, quello terrestre.

E qui casca l’asino, perché gli Stati Uniti hanno solo due batterie di quest’aggeggio super-segreto.

Due.

E secondo voi le manderebbero in Ucraina, dove diventerebbero il bersaglio preferito dei russi, per essere polverizzate dall’aereonautica nemica?

Ma per favore.

È come offrire una Ferrari a chi non ha la patente e la vorrebbe guidare dove non ci sono nemmeno le strade. Una pura operazione di marketing bellico per far credere che si stia facendo qualcosa di decisivo.

Quando, invece, non si fa un bel niente. Perché c’è ben poco da fare, se non sperare che Mosca cada nelle provocazioni europee e si avventuri in un’aggressione a uno dei paesi NATO, scatenando una guerra disastrosa per ambo le parti.

L’ARITMETICA NON È UN’OPINIONE E I FATTI DICONO CHE I MISSILI NON CI SONO

Poi c’è la questione scorte.

Ammesso che gli ucraini trovino un modo per lanciare i missili miracolosi degli USA, c’è un dettaglio che non andrebbe sottovalutato.

I titoloni degli spacciatori di pale, microchip e altre fake urlano “Tomahawk!”, ma non vi dicono che gli americani hanno meno di 4.000 missili in tutto il magazzino e che ne producono meno di 200 all’anno.

Circa uno ogni due giorni.

E non vi dicono nemmeno che, mentre voi leggete i grandi articoli su questi missili miracolosi, ne stanno già bruciando a centinaia nel Mar Rosso contro gli Houthi.

Inoltre, va ricordato che il vero, unico, pensiero fisso del Pentagono è la Cina. È lì che devono finire quelle armi, in caso di guerra per Taiwan. E voi credete davvero che gli americani ne sprechino una buona parte nelle pianure del Donbass?

Gli americani sono già impegnati a contare quelli che restano loro per la Madre di tutte le Battaglie, quella nel Pacifico.

A Kiev, possono al massimo mandare altro materiale di seconda scelta. Il top del catalogo rimane esposto in vetrina, ma con il cartellino “non in vendita”.

LA BALLA SPAZIALE SUL PERICOLO ESCALATION

E poi arriva la perla finale, la giustificazione dei giustificazionisti: “Eh, no, sarebbe escalation”.

Ma scherziamo? La guerra è già al suo apice da un pezzo.

I russi bombardano l’Ucraina con tutto quello che hanno – a parte i missili ipersonici e le armi atomiche – e gli ucraini usano droni per colpire dentro la Russia.

Ma, per qualcuno, il Tomahawk, farebbe paura perché è “americano”.

Perché se Kiev lo usa, significa che l’intelligence USA è dentro la cabina di regia, a scegliere i bersagli. E questo, dicono, potrebbe spingere Putin a premere il bottone rosso.

Ovviamente, la paura ha un suo fondamento: gli ucraini non hanno né i mezzi né le conoscenze per utilizzare certe armi statunitensi, quindi è ovvio che, senza uomini NATO in Ucraina, certe armi non potrebbero essere usate.

Ma sembra più la scusa perfetta per non fare quello che non si ha intenzione di fare comunque.

Trump, come qualunque altro presidente ci fosse in America, di casini nucleari non ne vuole, perciò non si sogna nemmeno di creare il rischio di valicare quella linea.

Ma la retorica del Tomahawk serve a tutti: a Zelensky per mostrare di combattere e di avere ancora qualche speranza di non perdere; a Washington per mostrare di aiutare gli ucraini; ai media per avere un titolo ad effetto.

Tutti contenti, tranne gli ucraini, che nessuno ascolta più e che vengono spediti a morire al fronte da tre anni e mezzo, per trovarsi in una posizione senza dubbio peggiore rispetto a qualunque accordo si fosse raggiunto nel 2022.

A GUERRA FINITA, NE PARLEREMO

Alla fine della fiera, questa è l’ennesima notizia-fumo per coprire il fatto che la guerra in Ucraina è diventata una guerra di trincea, di logoramento, di artiglieria.

Perché né la Russia né gli USA hanno voglia di usare le armi vere, poiché significherebbe consegnare alla Cina ciò che resterebbe del mondo.

Perciò, quella che, da parte americana, doveva essere una guerra per far sprofondare Mosca in una crisi gravissima e, dal punto di vista dei russi, che avrebbe dovuto piegare l’Ucraina in poche settimane, si è trasformata, invece, in una guerra di trincea, poco televisiva, che si vince con le fabbriche di proiettili e di droni, non con i missili da un milione di dollari l’uno.

Però, quelli finiscono in prima pagina e fanno notizia.

Il Tomahawk è il deus ex machina di una tragedia che non si sa come concludere senza che i leader europei ne escano distrutti, sia a livello d’immagine sia sotto il profilo politico.

I missili americani sono più una fantasia per politici e giornalisti a corto di idee che una realtà concreta che possa sovvertire gli esiti del conflitto.

Mentre si perde tempo a discutere di un’arma che non sarà risolutiva, – e, probabilmente, non arriverà mai, – la gente continua a morire.

Ma il fatto che intere generazioni di ucraini siano mandate ogni giorno al macero sembra importare a pochi. Certamente non a quelli che ci spiegano che la guerra serve per la pace.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

SONDAGGIO CENSIS: QUANTI ITALIANI DISERTEREBBERO LA GUERRA CONTRO LA RUSSIA?

COME I LEADER EUROPEI HANNO SPRECATO LA PACE E VENDUTO UN FUTURO MAI ARRIVATO

Febbraio 2022.

I palazzi del potere di Bruxelles, Parigi e Berlino diffondevano una certezza quasi arrogante.

I loro eroi di retorica ripetevano come mantra che le sanzioni “dagli effetti dirompenti”, “senza precedenti”, avrebbero messo in ginocchio l’economia russa in pochi mesi, entro il 2022, costringendo il Cremlino a ritirarsi dall’Ucraina.

Era la narrazione ufficiale. Una narrazione crollata sotto il peso della realtà e dei fatti, che hanno la triste abitudine di presentare il conto e di porre ogni pagliaccio nel suo circo.

Questo errore di calcolo dei leader europei – e dei tanti giornalisti prestatisi a fare loro da megafono anziché da cani da guardia -, tanto colossale quanto imbarazzante, è il sintomo di una malattia perniciosa, che affligge l’intero corpo occidentale da trent’anni.

L’incapacità di prevedere la reale forza di Mosca è l’epilogo di decenni di auto-inganno, un lungo sonno dogmatico in cui la classe dirigente europea ha scambiato le proprie pie speranze per analisi strategiche.

In sostanza, la politica occidentale è stata non dissimile alle pubblicità che spacciano i bambini felici di andare a scuola perché possono mangiare prima una buona merendina.

Hanno sognato un mondo a loro immagine e somiglianza e hanno smesso di guardare quello reale.

Ora, una recente e spietata analisi del Censis ci sbatte in faccia il risultato: un popolo disilluso, spaventato e, soprattutto, indisponibile a combattere per le élite che lo hanno tradito.

La domanda, quindi, diventa inevitabile e terribile. Per cosa dovrebbero combattere, oggi, gli europei?

L’ANATOMIA DI UN FALLIMENTO – LE TRE PROMESSE INFRANTE

Dal trionfalismo del 1989 è nato un Occidente che si sentiva invincibile, portatore di un Vangelo del “bene” destinato a convertire il pianeta. Libertà, prosperità, pace. Era questo il trittico sacro. Un trittico che oggi giace in frantumi.

LA LIBERTÀ IN RITIRATA: L’EXPORT DEMOCRATICO MAI RIUSCITO

L’illusione era semplice, quasi infantile: esportare il libero mercato avrebbe automaticamente generato libere democrazie.

L’Europa ha investito miliardi in “programmi di democratizzazione”, convinta che il mondo non desiderasse altro che diventare come lei. Un errore strategico mascherato da superiorità morale.

Mentre Bruxelles redigeva i suoi manuali di buone pratiche, il resto del pianeta sceglieva altro e i dati del Censis sono una sentenza: oggi meno del 7% della popolazione globale vive in una democrazia piena.

Il 2024 è stato il 19° anno consecutivo di declino globale della libertà.

La verità è che il nostro modello non è mai stato un prodotto universale, ma è stato solo nostro. E la cosa grave è che i nostri leader non se ne sono mai accorti.

LA PROSPERITÀ SVANITA: IL PATTO SOCIALE TRADITO DALLA GLOBALIZZAZIONE

“La marea della globalizzazione solleverà tutte le barche”.

Quante volte lo abbiamo sentito?

Una promessa solenne, fatta a una classe media che sarebbe stata la prima vittima di quella stessa marea. Mentre le élite finanziarie brindavano nei salotti di Davos, le fabbriche chiudevano in Lombardia, nella Ruhr, nel Midwest americano.

Il baricentro economico del mondo si è spostato inesorabilmente a Est: oggi il 59% del PIL mondiale è prodotto dai mercati emergenti.

L’Occidente, e l’Europa in particolare, ha assistito impotente alla propria de-industrializzazione, al blocco dell’ascensore sociale, alla fine del sogno che i figli stessero meglio dei padri.

La leadership europea ha sacrificato i propri cittadini sull’altare di un dogma economico, creando un esercito di dimenticati che ora, giustamente, non si fidano più. La domanda politica non è più “progresso”, ma “protezione”. È il grido di chi è stato lasciato indietro.

LA PACE ARMATA: LA GRANDE ILLUSIONE DEL “COMMERCIO GENTILE”

Per trent’anni, la dottrina europea è stata quella del “cambiamento attraverso il commercio”.

L’idea che legare economicamente a noi potenze autoritarie come la Russia e la Cina le avrebbe magicamente trasformate in partner affidabili.

Una favola. Mentre l’Europa si rendeva dipendente dal gas di Mosca, il Cremlino usava quei proventi per ricostruire il suo arsenale. I leader europei, con la loro condiscendenza, hanno finanziato per decenni la macchina da guerra che oggi, con finta sorpresa, dicono di voler sconfiggere.

La pace non è mai stata universale; era solo una bolla eurocentrica, possibile finché i conflitti restavano confinati lontano dai nostri confini ben curati. Ora le fiamme hanno raggiunto il giardino. E noi ci scopriamo senza estintori.

IL RISVEGLIO DEGLI DEI – IL RITORNO DEL MITO E LA CECITÀ DI BRUXELLES

Il fallimento delle promesse, delle analisi e delle politiche ha lasciato un vuoto. Un vuoto che non poteva essere colmato dalla razionalità tecnocratica dei burocrati europei.

Mentre l’Europa discuteva di parametri di bilancio e direttive sulla curvatura delle banane, il resto del mondo ha riscoperto il potere del mito.

Siamo entrati in una nuova era dominata da una “ipnotica macchina mitologica”.

Il nazionalismo mistico e imperiale di Putin, il fanatismo religioso che arma i terroristi, il trumpismo, con la sua visione di un’America predestinata e vittima dell’Europa e anche di quel mondo che lei stessa mette a ferro e fuoco da un secolo.

Sono forze irrazionali, emotive, potenti. E la leadership europea, con il suo linguaggio grigio e asettico, non ha gli strumenti né per comprenderle, né per contrastarle.

Continua a parlare di PIL a popoli che hanno ricominciato a pensare in termini di destino, sangue e onore.

DAL NASO DI CLEOPATRA AL CIUFFO DI TRUMP: LA STORIA NON È UN ALGORITMO

“Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata”.

La vecchia massima di Pascal oggi è più attuale che mai. La storia non è un processo lineare e prevedibile guidato da forze economiche, ma un caos di contingenze, di eventi imprevisti, di personalità eccentriche.

Un ciuffo biondo alla Casa Bianca può stravolgere le alleanze di settant’anni, proprio come un’invasione può far crollare le certezze energetiche di un continente. Soprattutto se quel continente è governato da leader incapaci e che fanno scelte in contrasto con la sicurezza e il benessere dei suoi abitanti.

L’approccio europeo, basato su regole, procedure e una fede cieca nella razionalità, è strutturalmente inadatto a governare questo caos.

La costante sorpresa di fronte agli eventi dei leader europei è la prova più evidente della loro inadeguatezza analitica.

Sono amministratori, non statisti. E il mondo, oggi, ha un disperato bisogno di statisti, non di von der Leyen, Macron, Merz…

LO SPECCHIO INFRANTO – UN POPOLO SENZA CAUSA

La frattura più profonda, però, è quella interna. Il divorzio tra chi governa e chi è governato. I dati del Censis sul caso italiano sono un campanello d’allarme per l’intera Europa.

“Armiamoci e Partite” verrebbe da dire a leggere i dati del sondaggio Censis che mostrano come solo il 16% degli italiani combatterebbe in caso di guerra, evidenziando il rifiuto della popolazione di combattere.

I numeri sono una sentenza inappellabile. Se l’Italia fosse chiamata in guerra, solo 16 cittadini su 100 risponderebbero “presente”.

Un misero 16%. Il 39% protesterebbe, il 19% diserterebbe, il 26% suggerirebbe di pagare mercenari.

Questo non è solo pacifismo, ma è la fine del patto tra Stato e cittadino.

È la risposta di un popolo a cui è stato chiesto di sacrificarsi sull’altare della globalizzazione e che ora si rifiuta di fare l’ultimo sacrificio per una causa che non sente sua e per quel patto che lo Stato ha tradito per primo, da una classe dirigente di cui non si fida più.

È il sintomo di un continente che ha perso la sua anima e il suo senso di scopo collettivo.

L’ALLEATO INCERTO E LA FUGA NELLA NEUTRALITÀ: LA SOLITUDINE STRATEGICA DELL’EUROPA

Gli italiani sanno di aver bisogno di alleanze per difendersi, ma, allo stesso tempo, quasi la metà (46%) dubita che gli Stati Uniti verrebbero in nostro soccorso.

E, nonostante tutto, la maggioranza (62%) invoca la neutralità.

In pratica, siamo deboli, non ci fidiamo del nostro protettore, ma vorremmo comunque restare a guardare.

È una posizione strategicamente suicida, un invito all’irrilevanza se non all’aggressione. È la confessione di un continente spaventato, confuso e senza una vera visione del proprio posto nel mondo.

Un caos generato da leader non all’altezza, che vogliono fare la guerra alla Russia come un bambino vuole sfidare il campione del mondo dei pesi massimi.

La guerra alle porte dell’Europa non è una sfortunata deviazione dal percorso del progresso, ma la “clausola inevitabile” di un contratto sociale e geopolitico basato su promesse che i leader europei sapevano, o avrebbero dovuto sapere, di non poter mantenere.

Hanno venduto un’utopia di pace e benessere perpetui, ignorando le forze oscure della storia che ribollivano sotto la superficie, poi hanno creduto di piegare il più grande Paese del mondo con le sue sanzioni, non accorgendosi che quasi tre quarti di mondo opera, lavora e commercia fuori dai radar occidentali.

Oggi, l’Occidente si guarda allo specchio e non si riconosce più.

È nudo. Ha perso la sua autorità morale, la sua supremazia economica, la sua pace.

I suoi leader, invece di un mea culpa, raddoppiano la posta, parlando di “economia di guerra” e chiedendo sacrifici a una generazione a cui hanno lasciato in eredità solo contratti a termine, pensioni in forse, e minori di quelle dei loro padri, e un futuro più incerto che mai.

Non esiste più l’Europa e ciò che ne resta piace a una quota esigua della popolazione. E questa è una verità con cui, prima o poi, anche i leader europei dovranno fare i conti.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DOV’È FINITO MARCOS GUTIÉRREZ?

INDAGINE SUL SILENZIO DEL PITTORE POP E SULLA RIVOLUZIONE CHE VERRÀ

Il mondo dell’arte ha fame di notizie. E da mesi, c’è una domanda che serpeggia tra galleristi, collezionisti e operatori del settore: che fine ha fatto Marcos Gutiérrez?

L’artista, noto per la sua dirompente Pop Art astratta, è svanito dai radar da qualche mese.

Nessuna mostra, nessun vernissage, nessuna nuova opera sui social, se non dettagli, spaccati, anteprime che hanno il sapore della tortura, ma, al tempo stesso, delle grandi attese, poiché lasciano i fan sulle spine.

Un silenzio assordante. Fino a poche settimane fa, quando siamo riusciti a strappargli una rara intervista, durante la quale Marcos ha ammesso di essere in un ritiro creativo totale poiché sta forgiando una linea di opere completamente nuova, che vedrà la luce solo il prossimo anno.

Ma cosa sta creando Gutiérrez in questo esilio volontario?

La curiosità è tanta e la risposta, forse, non è nel futuro, ma possiamo cercarla già qui, nascosta in bella vista nelle sue tele passate. Analizzarle oggi non è più soltanto un esercizio critico, dunque, ma un’indagine.

IL RUMORE ASSORDANTE DELLA SUPERFICIE: ANALISI DI UNO STILE UNICO

Guardare un’opera di Marcos Gutiérrez è come fare zapping tra l’anima di una persona e il caos del mondo.

La sua firma stilistica più vicina a noi nel tempo è inconfondibile. Prende un volto, spesso femminile, con occhi di un realismo magnetico e quasi doloroso, e lo trasforma in un muro metropolitano. Una tela su cui la nostra epoca vomita i suoi simboli, le sue ossessioni, le sue contraddizioni.

Ma lo fa sempre mantenendo quell’armonia cromatica che lo ha sempre contraddistinto, quella che ti fa sentire che tutto è in ordine e ogni cosa al suo posto.

LOVE. HATE. SMILE. THIS IS HELL.

Le parole, scritte con la furia della street art, si sovrappongono come tag vandalici.

Icone pop come Minnie Mouse e loghi del lusso come Prada diventano parte di questa epidermide culturale, tatuaggi imposti su una pelle che non li ha scelti.

Il colore è acido, industriale, una scarica di adrenalina visiva. I volti emergono da un magma cromatico fatto di velature, graffi, strati su strati, colature.

Sono ritratti dell’uomo contemporaneo, figure che cercano disperatamente di esistere sotto il peso assordante degli stimoli esterni.

Marco Gutiérrez raccoglie le nostre ansie, le nostre paure, le percezioni, perché non dipinge persone, ma la nostra condizione esistenziale.

GLI OCCHI, UNICO VARCO SULL’ANIMA

Eppure, in mezzo a questo rumore calcolato, c’è un punto di fuga. Un centro di gravità emotivo. Gli occhi.

Sempre.

Gli occhi nei ritratti di Gutiérrez sono un’isola di quiete in un oceano in tempesta. Sono vividi, profondi, disperatamente umani. Fissano lo spettatore con una richiesta silenziosa: “Mi vedi? Riesci a vedermi oltre tutto questo?”.

Ma non è una richiesta estetica, ma la domanda è se riesci a vedere oltre lo strato apicale della pelle, al di là dell’involucro corpo, per arrivare all’anima.

ALCUNE OPERE DI MARCOS GUTIÉRREZ

È qui che l’artista smette di essere un cronista del caos e diventa un poeta dell’introspezione. Perché quello sguardo è l’ultimo baluardo dell’identità individuale prima che venga completamente fagocitata dal “pop”, dalla moda, dai messaggi urlati del vivere comune.

È un grido di aiuto dipinto con la delicatezza di un maestro fiammingo nel cuore di un’esplosione punk rock.

È questo contrasto radicale, tra la superficie caotica e il nucleo intimo, la vera chiave per decifrare il suo futuro.

L’INDAGINE: DAI VOLTI ALLA STRUTTURA. COSA C’È SOTTO LA MASCHERA?

La nostra inchiesta ci porta a credere che Gutiérrez si sia stancato di raccontare solo la superficie. Ha passato anni a dipingere la maschera, ora è pronto a strapparla.

Gli indizi sono in quelle opere apparentemente anomale, quelle puramente astratte, geometriche. Composizioni fatte di poligoni trasparenti che si sovrappongono, creando nuove forme e nuovi colori. Sembrano esercizi di stile, ma non lo sono. Sono la mappa per il suo prossimo viaggio.

La nostra ipotesi è questa: Marcos Gutiérrez sta per fondere i suoi due linguaggi.

Immaginiamo per un attimo. Immaginiamo che le geometrie trasparenti diventino il nuovo strumento per costruire, o meglio, de-costruire il volto umano.

Invece di graffiti spruzzati sopra un ritratto, potremmo assistere a ritratti fatti di strati cristallini e frammentati. Non più il caos che copre l’identità, ma l’identità stessa rivelata come una struttura complessa, sfaccettata, contraddittoria.

Il prossimo passo della sua evoluzione non sarà aggiungere più rumore, ma analizzare la sua origine. Le nuove opere potrebbero abbandonare la violenza del graffito per abbracciare un’analisi quasi architettonica dell’anima.

Vedremo forse volti composti da frammenti di emozioni trasparenti, dove la gioia, il dolore, l’amore e la paura non sono più slogan urlati, ma strati geologici della personalità, visibili l’uno attraverso l’altro.

L’UOMO DIETRO IL CAOS: UNA NUOVA SINTESI PER IL 2026

Il silenzio di Marcos Gutiérrez non è un’assenza. È un’immersione. Sta andando più a fondo. Ha scrutato così a lungo le persone, ha assorbito così tanto dal vivere comune, che ora è pronto a restituirci qualcosa di più del riflesso del nostro mondo, perciò aspettiamoci la radiografia del nostro essere.

Le nuove opere saranno, con ogni probabilità, più silenziose, ma infinitamente più potenti.

Meno aggressive in superficie, ma più radicali nella sostanza. L’artista che ci ha mostrato come il mondo ci ricopre, sta per mostrarci di cosa siamo fatti veramente?

La Pop Art astratta lascerà il campo a un “Cubismo Psicologico” del ventunesimo secolo, dove il soggetto non è più un volto bombardato dalla cultura di massa, ma l’architettura fragile e complessa di un’identità in perenne costruzione?

Il rumore sta per finire.

Preparatevi ad ascoltare.

Ancora pochi mesi. Marcos Gutiérrez sta tornando.

Puoi visitare il sito dell’artista, cliccando: QUI.

Di seguito, l’intervista a Marcos Gutiérrez.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DALLA TELA ALLA PAROLA: L’ESORDIO LETTERARIO DI DANIELA BUSSOLINO È UNA STORIA D’AMORE SUSSURRATA A QUATTRO ZAMPETTE

“Una storia d’amore a quattro zampette” è il primo libro della pittrice Daniela Bussolino, una storia che traduce un legame viscerale in una favola universale attraverso l’arte della scrittura.

Un viaggio creativo nato da un amore, quello per la sua coniglietta Cristal, che ha preteso un linguaggio nuovo per essere raccontato.

Daniela Bussolino è nota nel mondo della pittura per la sua espressione cromatica che esalta la gioia di vivere e le passioni esistenziali, che sono il filo conduttore di tutta la sua produzione artistica.

Ma, quando un’emozione diventa così profonda, così totalizzante, da non poter più essere contenuta nei confini di una tela, accade che l’artista deve evolvere, per trovare un nuovo strumento, un nuovo linguaggio, un nuovo modo di comunicare al meglio.

Ed è proprio ciò che ha portato alla nascita di “Una storia d’amore a quattro zampette”, l’esordio letterario di Daniela Bussolino. Un libro che è, al tempo stesso, una confessione, un omaggio e un atto di coraggio.

DANIELA BUSSOLINO: SCRITTRICE, PITTRICE, ARTISTA

Il passaggio dalla pittura alla scrittura non è stato un capriccio, ma una necessità dell’anima. L’arte, in fondo, è comunicazione. È un messaggio che cerca la sua forma più pura.

«Noi sappiamo che l’arte non è soltanto canto, pittura, musica, ma è l’insieme di tantissime discipline», ha spiegato Bussolino durante l’intervista, sottolineando come ogni mezzo espressivo possa diventare un veicolo per un’emozione.

Per lei, che ha sempre “dipinto” le sensazioni, la scrittura è diventata una trasmutazione naturale. «Se dipingo un quadro, racconto una storia coi colori. Se scrivo, creo delle immagini con le parole».

È la sintesi perfetta di un percorso artistico che non conosce barriere, ma solo ponti tra mondi espressivi diversi.

CRISTAL: LA MUSA A QUATTRO ZAMPETTE

La vera protagonista di questa favola moderna non è l’autrice, ma la sua musa: Cristal, una coniglietta che ha segnato un’esistenza.

Il libro è una storia vera, ma con un colpo di genio narrativo: è raccontato interamente dal punto di vista dell’animale. È Cristal che ci guida, con i suoi occhi innocenti e il suo cuore puro, attraverso le dinamiche di una famiglia umana che l’ha adottata e amata.

«È nato dall’amore che ho avuto per questa mia coniglietta», mi confessa Daniela con la voce incrinata dall’emozione. Scrivere questo libro è stato un processo catartico, un modo per elaborare una perdita e, al contempo, rendere immortale un legame.

«L’ho scritto con le lacrime agli occhi», ammette, rivelando la vulnerabilità che sta dietro ogni grande atto creativo. Non è stato facile. Per anni, il dolore era troppo forte per essere messo nero su bianco. Subito non ci riuscivo, talmente stavo male per la sua perdita. Sono riuscita a realizzarlo adesso, a dieci anni esatti dalla sua mancanza.»

Un ritardo che è la prova della profondità del sentimento. Ci sono voluti dieci anni perché il ricordo si trasformasse da ferita a racconto. Da dolore a dono per gli altri.

“UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE”, UN LIBRO CHE PARLA A TUTTI

Sebbene la vicenda narrata nel libro sia perfetta anche per un pubblico giovane, “Una storia d’amore a quattro zampette” non è solo un libro per ragazzi, ma un’opera che parla agli adulti, poiché ricorda la bellezza dei sentimenti incondizionati, di quei valori che la frenesia della vita moderna ci fa tralasciare troppo spesso, per relegarle nel cassetto delle cose effimere, mentre si tratta dell’essenza.

La scelta di un linguaggio semplice e diretto è una precisa volontà di veicolare emozione in maniera immediata, spogliandola di ogni artificio. L’amore, quello vero, non ha bisogno di parole complesse, ma ha solo bisogno di essere sentito.

IL FUTURO È UN FOGLIO BIANCO (E UNA TELA NUOVA)

Questo libro è un punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio. Daniela Bussolino non ha intenzione di fermarsi. Sta già lavorando a un progetto più ambizioso: un romanzo.

«Questa volta si tratterà di un romanzo che intreccia arte e mistero, tra passato e presente», anticipa, lasciando intendere che il suo nuovo percorso letterario è appena cominciato.

Nel frattempo, “Una storia d’amore a quattro zampette” inizierà il suo viaggio tra i lettori con una serie di presentazioni, a partire dal 12 ottobre a Castello d’Annone (AT), per poi proseguire a Cremona e in altre città. Occasioni in cui l’autrice unirà i suoi due mondi, esponendo i dipinti dedicati a Cristal accanto alle pagine che ne raccontano la storia.

La sua è la testimonianza che la creatività non può essere ingabbiata.

Che sia su una tela, su un foglio o nel cuore di chi ascolta, una grande storia troverà sempre il modo di brillare. E quella di Daniela e Cristal brilla di una luce genuina.

Puoi visitare il sito di Daniela Bussolino cliccando QUI.

“Una Storia d’Amore a Quattro Zampette” è disponibile su tutte le piattaforme online ed è ordinabile nelle librerie tradizionali.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

O LA PACE DI TRUMP O I CRIMINI DI NETANYAHU

ALLA CASA BIANCA, UN PIANO “PRENDERE O LASCIARE” PER GAZA CHE ESCLUDE HAMAS E L’AUTORITÀ PALESTINESE.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu, due mostri della politica populista e legati da un’alleanza che ha ridisegnano le mappe del Medio Oriente, si sono presentati davanti al mondo come architetti di un destino già scritto. Hanno parlato di pace. Hanno sorriso per le telecamere.

Ma il documento che hanno presentato non è un invito. È un ultimatum.

È l’impero che impone il proprio editto. Un imperatore che cambia idea dalla sera alla mattina e un ricercato internazionale su cui pende la richiesta d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità. Due persone di cui andare fieri, insomma.

Il loro è un piano in 20 punti per porre fine alla guerra di Gaza, durata quasi due anni. Una guerra in cui uno dei due ha massacrato decine di migliaia di persone innocenti, tra cui tantissimi bambini, e l’altro gli ha più volte offerto aiuto.

Se Hamas accetta, la guerra finisce. Se rifiuta, Israele “finirà il lavoro da solo”, ha scandito Netanyahu, con una freddezza che non ammetteva repliche. Tipica dei più efferati dittatori e carnefici della storia.

E Trump, al suo fianco, gli ha offerto la benedizione della più grande potenza mondiale, quella perennemente in guerra con qualcuno da un secolo.

“Bibi, avrai il nostro pieno appoggio per fare ciò che devi fare.” La via facile, o la via difficile. Per la gente di Gaza, entrambe le strade iniziano nello stesso luogo di polvere e paura.

ANATOMIA DI UN ACCORDO: 72 ORE PER DECIDERE IL FUTURO

Questo piano è un meccanismo a orologeria. Preciso, spietato, concepito per forzare una scelta definitiva entro 72 ore. Non c’è spazio per l’ambiguità né per politici veri ed equilibrati. Non c’è spazio per la diplomazia. Non c’è neppure l’ombra di una parvenza di democrazia.

Con un cessate il fuoco immediato, le forze israeliane si ritireranno su linee prestabilite, creando una zona cuscinetto temporanea in attesa di un segnale. Quel segnale è la vita degli ostaggi.

In cambio, Hamas deve liberare tutti i prigionieri rimasti vivi. Le stime parlano di 48 persone, di cui forse solo 20 ancora vive, un numero che ricalca la tragedia dei mesi di prigionia. In cambio, Israele rilascerà circa 2000 palestinesi detenuti dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Un baratto di anime, quantificato e messo su carta.

LA NUOVA GAZA.

Il piano prevede che Hamas venga cancellata. Così come l’Autorità Palestinese, giudicata troppo debole, troppo corrotta.

Al loro posto, un governo di “tecnocrati” palestinesi senza volto, supervisionato da un’entità quasi imperiale: il “Board of Peace”, un comitato internazionale presieduto da Donald Trump in persona. L’imperatore, appunto. L’amico del criminale di guerra ricercato.

A fungere da galoppino di Trump dovrebbe essere l’ex premier britannico Tony Blair, un fantasma delle guerre passate del Medio Oriente, già convinto con la balla delle armi chimiche di Saddam, e ora designato per dirigere l’autorità transitoria sul campo, la GITA, con un budget iniziale di 90 milioni di dollari.

Il piano garantisce che “nessuno sarà costretto a lasciare Gaza” e che Israele non la occuperà. Ma la promessa più grande, quella di uno stato palestinese, rimane avvolta nella nebbia.

Si parla di un “percorso credibile” verso l’autodeterminazione, un linguaggio annacquato su richiesta di Netanyahu, abbastanza vago da non significare nulla.

DIETRO LE QUINTE: IL PREZZO DELLA PACE

Questo accordo non è nato nel candore dello Studio Ovale, ma in notti di trattative febbrili a New York, lontano dalle telecamere, con il genero di Trump, Jared Kushner, a tessere la tela.

La versione finale è un mosaico di concessioni a Israele e pressioni ai palestinesi. Come gli imperi fanno da sempre con amici e sudditi.

La più straordinaria è avvenuta tramite una linea telefonica sicura. Benjamin Netanyahu, l’uomo che ha fatto della durezza la sua firma politica, si è scusato con il primo ministro del Qatar.

Le sue parole erano di rammarico per l’attacco israeliano su Doha che aveva preso di mira i leader di Hamas, uccidendo una guardia di sicurezza qatariota proprio mentre i negoziati per il cessate il fuoco erano in corso.

Un gesto umiliante, il prezzo da pagare per tenere a bordo Doha, mediatore indispensabile. Mamma mia, quanto spessore umano il ricercato, eh!?

Ma altri alleati cruciali restano scettici. L’Arabia Saudita e l’Egitto osservano da lontano, preoccupati sia da Israele sia dagli USA.

Vogliono un percorso chiaro verso la soluzione a due stati, non una vaga promessa di chi ha disatteso un’ottantina di risoluzioni ONU.

Vogliono un ruolo per l’Autorità Palestinese, non un comitato presieduto da un presidente americano. Senza di loro, e senza i loro petrodollari, chi pagherà per ricostruire Gaza dalle sue ceneri?

IL BIVIO DI HAMAS: RESA O MARTIRIO?

Per Hamas, il piano di Trump non è un’offerta di pace, ma una richiesta di capitolazione. Almeno così sarebbe letta dagli europei se al posto di Gaza ci fosse Kiev e al posto di Israele la Russia.

Il disarmo totale, lo smantellamento dei tunnel, la rinuncia a ogni forma di potere.

È la cancellazione politica e militare. In cambio, ai suoi membri viene offerta un’amnistia individuale se accettano la “coesistenza pacifica”, o un passaggio sicuro per lasciare Gaza per sempre. Un tentativo di spezzare l’organizzazione dall’interno, separando i leader dai combattenti.

La risposta ufficiosa, filtrata attraverso canali non ufficiali, è già arrivata. Hamas non è disposta a disarmarsi.

Per i suoi leader, deporre le armi significa diventare irrilevanti, tradire la causa per cui hanno combattuto e perso migliaia di uomini. Rifiutare l’accordo, però, significa dare a Netanyahu la giustificazione che cerca per l’assalto finale.

È una scelta tra il suicidio politico e l’annientamento fisico. Un bivio terribile, dove ogni strada porta alla fine di qualcosa. E ciò dimostra come si tratti di un piano creato ad arte per dare a Netanyahu una sorta di giustificazione a commettere ulteriori stragi.

VOCI DAL BARATRO: LO SCETTICISMO DI GAZA

Mentre i leader parlano di governance e fondi internazionali, a Gaza la gente ascolta un altro suono. Il ronzio dei droni, le esplosioni lontane che non si fermano mai del tutto.

Per loro, un “Board of Peace” presieduto da Trump suona come un altro nome per l’occupazione. Una forza di stabilizzazione straniera, un’altra uniforme da cui guardarsi. Altri guardiani di una prigione a cielo aperto.

“Vogliamo che la guerra finisca. Vogliamo che i nostri figli possano dormire la notte,” dice un medico da Khan Yunis, la sua voce stanca attraverso una linea telefonica intermittente.

“Vogliamo che i nostri prigionieri tornino a casa. Vogliamo poter ricostruire le nostre vite senza la paura che tutto ricominci tra un anno.”

Lo scetticismo è profondo come i crateri delle bombe. Il piano, visto da qui, sembra un progetto disegnato da uomini lontani per scopi lontani, che ignora la richiesta più semplice e più umana: la dignità. La possibilità di decidere del proprio destino.

LA SCOMMESSA DI 72 ORE

L’orologio ha iniziato a ticchettare. Per Donald Trump, questa è una scommessa sul suo lascito, un tentativo di completare gli Accordi di Abramo e di presentarsi come il grande pacificatore.

Con un piano orchestrato a favore di un criminale suona un po’ macabra barzelletta, ma tant’è.

Per Benjamin Netanyahu è la legittimazione internazionale che ha sempre cercato per raggiungere i suoi obiettivi di guerra, spacciando per “accordi” quelli che per la più alta Corte di Giustizia internazionale e per la stessa ONU sono crimini di guerra.

Ma le domande che contano restano sospese sull’orizzonte fumoso di Gaza. Un’organizzazione votata alla lotta armata accetterà di scomparire in cambio della sopravvivenza fisica dei suoi membri?

Gli stati arabi finanzieranno una pace che non include le loro richieste fondamentali? E, soprattutto, un piano che esclude quasi completamente i palestinesi dalla definizione del loro futuro può davvero portare a una pace duratura?

O è solo il tentativo di dare un volto più diplomatico all’atto finale e più sanguinoso di questa guerra infinita?

Per il mondo sono 72 ore di diplomazia. Per la gente di Gaza, sono 72 ore che separano una pace incerta da una guerra certa.

Per la verità, sono crimini di guerra che trovano un altro nome solo perché i carnefici sono amici di chi comanda.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA GUERRA DEGLI SPECCHI, TRA DRONI FANTASMA, VERITÀ NASCOSTE E LA RISCRITTURA DELLE REGOLE DEL CONFLITTO

Mentre un ronzio fantasma tiene in ostaggio i cieli d’Europa per droni che non si sa ancora da dove arrivino, ma costringono la Danimarca a sigillare il suo spazio aereo, e mentre il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, dispensa rassicurazioni affannose – “gli italiani possono stare tranquilli, non credo che Putin voglia attaccare l’Italia” –, la guerra in Ucraina sta subendo una metamorfosi silenziosa, ma sempre più orwelliana.

Non si combatte più solo nelle trincee del Donbas che mandano al macero intere generazioni ucraine o sotto le bombe che martoriano Kiev, ma è diventata una guerra sottile e ambigua, una guerra di specchi, su tre fronti paralleli.

L’escalation militare autorizzata nell’ombra, la guerra psicologica sui nervi del continente europeo e una torbida partita di ingerenze dove l’Occidente, che si erge a giudice buono, infallibile e integerrimo, viene scoperto a usare le stesse carte del suo avversario.

La crepa più profonda si è aperta su Fox News, lontano dai palazzi di Bruxelles, dove, con una franchezza disarmante, Keith Kellogg, inviato speciale di Donald Trump per l’Ucraina, ha sganciato una bomba politica: il tycoon avrebbe dato, già da qualche settimana, il via libera a Kiev per colpire obiettivi a lungo raggio all’interno della Federazione Russa.

Una linea rossa che persino l’amministrazione di Biden ha esitato a superare.

La rivelazione di Kellogg è ancora più dirompente nella sua sfumatura: “Trump ha autorizzato, ma a volte il Pentagono non ha dato all’Ucraina l’autorità di eseguirli”. Una sorta di “ok, amico, ti faccio contento e ti dico che puoi farlo, ma solo quando ti diremo che potrai farlo.”

Se non si tratta di un modo per raggirare Zelensky, allora siamo di fronte allo spettro di una spaccatura all’interno dell’apparato di potere americano: una volontà politica radicale frenata, a tratti, da una cautela militare. Cosa che, nella storia, è sempre stata al contrario.

È l’eco di una filosofia che si fa strada nel campo repubblicano, incarnata da figure come JD Vance e Marco Rubio, per cui non esistono “luoghi sacri”.

La risposta del presidente Volodymyr Zelensky non si è fatta attendere.

La sua richiesta di missili Tomahawk, sistemi d’arma di eccezionale profondità offensiva, non è più un appello disperato, ma la logica conseguenza di una porta che, a Washington, si sta visibilmente socchiudendo. La guerra senza ripari, prima un tabù, è ora un’opzione sul tavolo.

Ma mentre l’Occidente contempla di infrangere le proprie regole sul campo di battaglia, picchiando duro con la propaganda degli sconfinamenti russi nello spazio aereo europeo, con l’attacco all’aereo della von der Leyen, ma, al contempo, dipingendo Putin prossimo alla morte e alla guida di una nazione senza munizioni e armata solo di pale, una storia proveniente dalla Moldavia ne incrina le fondamenta morali.

In un sarcastico gioco del destino, la “vittoria della democrazia” nelle elezioni moldave è festeggiata come uno scacco a Mosca, ma su questa vittoria si accende più di qualche luce sinistra.

Innanzitutto, se queste ingerenze russe non sono solo una fantasia della nostra propaganda, beh… fanno ridere, visto che non vincono un’elezione.

Intatto, ben altre ingerenze ci sono state sul voto in Moldavia.

Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha accusato pubblicamente i servizi segreti francesi di aver chiesto la sua collaborazione nel censurare canali Telegram vicini ai candidati filorussi per favorire il governo filo-occidentale in cambio di “cose buone” da dire al giudice che ne aveva ordinato l’arresto.

Un ricatto, un’ingerenza…, chiamatela come volete. Il paradosso è, comunque, accecante.

La democrazia, ufficialmente difesa contro le manipolazioni del Cremlino, sarebbe stata “aiutata” con gli stessi strumenti di pressione e censura che si attribuiscono alle autocrazie. Cosa che gli USA fanno da sempre, a cominciare dal referendum italiano del 3 giugno 1946.

La narrazione della propaganda, dunque, si frantuma. La lotta tra democrazia e autoritarismo si rivela un labirinto di specchi, dove ogni attore sembra riflettere le tattiche più oscure del suo nemico.

È in questo clima di ambiguità morale e militare che si innesta la terza, più subdola, forma di guerra: quella psicologica.

Le parole di Zelensky, che avverte l’Italia di possibili attacchi con droni russi, hanno un suono sinistro.

Se prima potevano essere lette come un appello all’unità, oggi sollevano interrogativi inquietanti.

Come può il presidente ucraino avere tali certezze? La sua è una preveggenza basata su intelligence solida, – perciò l’intelligence ucraina è superiore a quelle dei paesi NATO – o si tratta di una manovra calcolata per alimentare quella stessa paura che spinge governi – come quello danese – a paralizzare la vita civile?

Si fa strada un sospetto, sebbene indimostrabile, ma plausibile: se alcuni di questi droni “russi” non fossero affatto russi, ma strumenti di una strategia della tensione volta a cementare un’alleanza che inizia a mostrare segni di stanchezza?

Il risultato è un’Europa in trincea psicologica.

Le rassicurazioni di Tajani, la mobilitazione tedesca, i cieli chiusi di Copenaghen non sono più solo risposte a una minaccia esterna, ma i sintomi di un conflitto che ha violato lo spazio mentale dei cittadini in modo che quegli stessi cittadini digeriscano senza troppi malumori tagli a Sanità, Scuola, Pensioni, Welfare per destinare più miliardi alle armi.

La guerra non è più “là fuori”, ma è un’ansia costante, un’ombra che aleggia sopra le nostre città e nelle scelte dei nostri parlamenti, che stanno riscrivendo il futuro delle nostre aziende e delle nostre vite.

Alla fine, tutti i fili si intrecciano.

Un’America divisa che flirta con l’escalation totale, un’Europa che si scopre non solo vittima, ma potenziale artefice di quelle stesse ingerenze che condanna.

Un’Ucraina che, per sopravvivere, sembra aver imparato a usare la paura come un’arma.

In questa guerra di specchi, non è più fondamentale capire chi vincerà sul campo, ma chi sta davvero difendendo la democrazia.

E, soprattutto, la democrazia che emergerà da questo conflitto, forgiata da ricatti, censure, propaganda e paure, sarà ancora quella che si è giurato di proteggere?

La vera vittima collaterale potrebbe non essere un territorio, ma la chiarezza morale con cui l’Occidente ha sempre definito se stesso.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CODICE ROSSO SUL CONTANTE. L’IMBARAZZANTE DOPPIOGIOCHISMO DELL’EUROPA TRA PAURA, GUERRA E UN SISTEMA BANCARIO IN AGONIA

Ma come, ora il contante ci salverà la vita? Ma non era brutto, sporco e panacea degli evasori?

Ricordate la litania, no?

Il contante è il santo patrono della criminalità. È sporco, veicolo di virus e batteri. È insicuro, un relitto analogico in un mondo digitale. “Il futuro è pagare con lo smartphone”.

Una campagna a tappeto, pluriennale, condotta da media mainstream, istituzioni finanziarie e persino virologi da salotto. Il messaggio era cristallino: il futuro è cashless. La tracciabilità totale è progresso. La privacy, un lusso sospetto.

Poi, il silenzioso, imbarazzante dietrofront.

CONTRORDINE: TENETE CASH IN CASA. E NON CHIEDETE PERCHÉ.

Ora, la stessa Europa, attraverso gli stessi giornalisti che ci spiegavano il nuovo mondo digitale, ci suggerisce – con la nonchalance di chi raccomanda di bere più acqua – di disporre di scorte di contanti.

Almeno 70, meglio 100 euro a testa. Per ogni componente della famiglia.

La giustificazione ufficiale? Un probabile blackout causato da un cyberattacco russo. Una narrativa comoda, che si innesta perfettamente nel clima bellico che respiriamo dai notiziari.

Droni, missili, sconfinamenti nello spazio aereo… tutto sembra convogliare verso un casus belli pronto da confezionare e spacciare per reale, in modo da giustificare l’invio di truppe NATO in Ucraina, scatenando la Terza Guerra Mondiale.

Viene quasi il sospetto che i leader europei abbiano progettato un blackout dei sistemi finanziari per poi additare Mosca.

Un’ipotesi non certo campata per aria, visto il Nord Stream, il missile in Polonia nel 2022, i droni in Polonia del mese scorso, gli sconfinamenti in Alaska e in altri paesi NATO, l’attacco all’aereo di von der Leyen, tutti fatti mai avvenuti, oppure travisati, quando non è stata addirittura accertata la matrice ucraina.

La creazione di un nemico esterno è il più antico e collaudato strumento per unificare una popolazione, distogliere l’attenzione dai problemi interni e far digerire politiche altrimenti indigeste. In questo caso, i tagli al welfare per finanziare la macchina da guerra.

E la storia è piena anche di fake news inventate per scatenare una guerra. Ricordate, per esempio, le armi chimiche di Saddam, circostanza inventata di sana pianta dalla CIA?

Ma c’è un’ulteriore domanda che sorge spontanea e che ha il sapore acre del sospetto: ma siamo proprio sicuri che sia solo la guerra in Ucraina l’obiettivo?

IL SISTEMA BANCARIO È MALATO. E LORO LO SANNO.

Facciamo un’ipotesi, per quanto assurda possa sembrare. E se le istituzioni sapessero qualcosa che a noi non viene detto?

E se l’intero impianto economico-finanziario occidentale, quel castello di carte luccicante che ci hanno venduto come eterno, fosse sull’orlo del collasso?

Proviamo a guardare sotto il cofano. Come funziona, in realtà, il sistema del credito?

Quando una banca vi concede un mutuo o un prestito, non va a prendere quei soldi da un caveau stracolmo di banconote. Cioè, se non restituite il denaro prestato, non esiste un Mario Rossi che piange perché hanno tolto i soldi dal suo conto.

No. Quella cifra viene creata dal nulla, con un semplice click sulla tastiera di un computer.

La barca accredita sul vostro conto una somma che, materialmente, non esiste ancora. È un’iscrizione contabile. Denaro scritturale. Comunica alla banca centrale che ha immesso quel credito nel sistema.

È la magia della riserva frazionaria. Un gioco di prestigio legalizzato che regge solo finché tutti hanno fiducia che quelle scritture elettroniche corrispondano a un valore reale.

Ma voi quel denaro lo potete prelevare, perciò la BCE è, di fatto, obbligata a stampare moneta che prima non c’era. Infatti, ciò è una sorta di abuso legalizzato, in quanto nessun soggetto privato può autorizzare di stampare denaro. Eppure, di fatto, finanziarie e banche lo fanno ogni giorno.

È un sistema fragile. Estremamente fragile. E certamente poco limpido per cui la stessa idea di esistenza di un credito e di un debito è sibillina. Perché se io prelevo dal mio portafoglio 50 euro e te li presto, tu hai un debito di 50 euro e io posso dimostrare di non avere più quella banconota. Ma la banca non preleva quella banconota dal conto di nessuno, la crea.

Anche il fatto che vi presti denaro scritturale sarebbe da valutare, poiché le norme stabiliscano che un debitore debba restituire quanto prestato nella stessa sostanza. Perciò, se un debitore restituisse denaro scritturale?

Tranquilli, sono domande scomode e al limite dell’assurdo, ma aprite la mente e sforzatevi di comprendere il mondo in cui viviamo e quanto vi spacciano per prassi e normalità.

Ragionate.

LA TEMPESTA PERFETTA: GUERRA, DEBITO E LA CORSA ALLE ARMI.

Ora inseriamo in questo sistema già precario due elementi esplosivi.

Il primo: i fiumi di denaro pubblici deviati per acquistare armi, principalmente dagli USA, per finanziare la guerra in Ucraina.

Sono miliardi che escono dalle casse europee, indebitandoci ulteriormente, senza produrre un ritorno in benessere, salute o istruzione per i cittadini. Sono miliardi che aggravano il debito pubblico.

Il secondo: l’aumento dei tassi di interesse da parte delle Banche Centrali.

Questo è un colpo letale per un sistema basato sul denaro-debito creato dal nulla. Rende più costoso rifinanziare i debiti pregressi, sia per gli stati che per le banche stesse.

Molti istituti di credito hanno in pancia titoli e prestiti concessi quando i tassi erano addirittura negativi. Oggi, con i tassi alti, il valore di quelle attività crolla.

E se i correntisti, per un panico improvviso, una crisi di fiducia, iniziassero a voler ritirare i loro soldi, e non soltanto 100 euro per componente familiare, ma tutti i soldi?

Le banche, che detengono solo una frazione minima dei depositi in forma liquida, non potrebbero far fronte a tali richieste. È l’incubo di ogni banchiere centrale.

Ma dovrebbe essere l’incubo di tutti noi, poiché le banche vi ricorderebbero che, una volta depositato sul conto il denaro, quel denaro non è più vostro, ma della banca.

E ciò fa emergere anche un terzo elemento: se la frase di von der Leyen, per cui l’Europa dovrà trasformare i risparmi degli europei in investimenti, annunciasse un imminente prelievo forzoso dai nostri conti in nome della sicurezza nazionale e della guerra alla Russia?

PERCHÉ CI DICONO DI RITIRARE IL CONTANTE?

Il paradosso è fulminante. Chi demonizzava il contante oggi ci esorta ad averne. Un cortocircuito o c’è sotto altro?

La spiegazione più ottimista è la preparazione a un’emergenza digitale.

Quella più agghiacciante è che stiano preparando il terreno per un’emergenza finanziaria di portata sistemica.

Se il sistema digitale salta, per un blackout o per una corsa agli sportelli che blocca i server, il contante è l’unico modo per comprare il pane, la benzina, i farmaci.

Ci stanno forse dicendo, tra le righe, che la fiducia nel castello di carte potrebbe vacillare? Che la loro priorità non è salvare i vostri risparmi digitali, ma prevenire il caos sociale assicurando una minima liquidità per la sussistenza?

Sono solo ipotesi, certo. Teorie. Definitele anche strampalate se vi fa stare più tranquilli.

Ma quando chi ti ha dipinto il diavolo in faccia per anni adesso ti consegna all’improvviso un crocifisso e ti sussurra di stringerlo forte, beh, forse è il caso di iniziare a chiedersi che tipo di tempesta si stia realmente avvicinando. E se quella paura che ci vendono non sia un’arma di distrazione di massa da un pericolo molto, molto più grande e sistemico.

La verità è lì, in bella vista. Nella scomoda, imbarazzante, drammatica inversione a U di chi il contante lo vedeva come Satana e ora, all’improvviso, ci scommette la nostra sopravvivenza.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA SALUTE DI PUTIN E LA VITTORIA IMMINENTE, COME FUNZIONA LA PROPAGANDA ORWELLIANA

di Pasquale Di Matteo

Putin è morente o un despota invincibile? La Russia è al collasso o minaccia l’Europa? I giornalisti italiani non l’hanno ancora deciso. E qualcuno dà loro ancora credito.

Analisi tagliente delle contraddizioni narrative dei media mainstream, tra droni fantasma, carenza di benzina e la comoda stanchezza del Cremlino. Perché la prima vittima della guerra non è la verità, ma il nostro intelletto.

LA SALUTE DI PUTIN E LA “VITTORIA IMMINENTE”: QUANDO LA PROPAGANDA SUPERA LA REALTA’

Vladimir Putin è stanco. Affaticato. Ha le occhiaie. Cammina in modo rigido.

Questa, almeno, è la verità rivelata che il Corriere della Sera, citando le osservazioni cliniche a distanza di Massimo D’Alema, ci ha consegnato come un nuovo Vangelo. Un’analisi geopolitica che si basa sull’aspetto fisico di un uomo di 71 anni. Geniale.

D’altronde, i settantenni italiani sono tutti arzilli, fanno jogging, vanno in discoteca fino a tarda ora, sfrecciano sui marciapiedi, superando persino le biciclette e hanno un’energia che i ventenni si sognano. Non tremano, non sono mai affaticati e sono tutti mandrilli da film in spiaggia in stile anni Ottanta.

È il ritornello più patetico, e al contempo più efficace, della narrativa occidentale: il dittatore è malato, quindi il suo regime è sull’orlo del precipizio. La vittoria ucraina è dietro l’angolo. Un angolo che, curiosamente, si sposta da tre anni e mezzo.

È un copione collaudato. Prima muore Stalin, poi Brežnev, e ora Putin. Tutti muoiono, prima o poi, perciò, prima o poi, potranno dire “visto che avevamo ragione”. Geniale, no?

Ogni tanto annunciano il suo tumore – anzi i suoi, visto che ne hanno diagnosticati ben quattro tipologie diverse – il Parkinson, l’affaticamento, la morte clinica.

Eppure, quando accennavamo agli evidenti elementi su Biden, ci davano dei complottisti. Per la serie, non si finisce mai di imparare…

Quella raccontata da certi giornalisti è la favola della “vittoria imminente” che serve a tenere in vita l’entusiasmo bellico di un pubblico occidentale sempre più stanco e preoccupato per il costo della vita.

Una narrazione da propaganda orwelliana che, tuttavia, non spiega mai cosa accadrebbe dopo la morte di Putin, che, prima o poi, avverrà di sicuro, come quella di tutti noi.

Dopo Putin ci sarà un altro presidente che farà gli interessi della Russia, perciò non cambierà nulla se la NATO non ammetterà i propri errori e se l’Europa continuerà la sua politica bellicista.

Difficile che torni un nuovo ubriacone pronto a sottostare a ogni imposizione NATO come Eltsin.

Ma i giornalisti italiani evitano di parlarne e preferiscono continuare con la narrazione della morte e della vittoria imminenti, che però stride con la Russia pronta a invadere l’Europa.

Una narrazione che fa il paio con un’altra, splendidamente contraddittoria, e che dimostra come i giornalisti italiani non riescano più a seguire un filo che abbia un briciolo di logica.

LA SCHIZOFRENIA DELLA MINACCIA: DAI DRONI FANTASMA ALLA BENZINA CHE NON C’E’

Da un lato, ci viene presentato un Putin decrepito, a capo di una Russia al collasso. Dall’altro, lo stesso Paese morente si trasforma nella minaccia esistenziale più sofisticata e pericolosa per la sicurezza europea.

Prendete la saga delle “navi fantasma” russe. Secondo questa geniale teoria, la Marina russa dispiegherebbe navi da guerra in acque internazionali, nascoste alla vista di tutti i satelliti e i servizi di intelligence di 30 paesi NATO, per lanciare sciami di droni che terrorizzano il Baltico. Neanche avessero una tecnologia aliena.

Provate ad aprire Google Maps. Guardate il Mar Baltico. È un’autostrada marittima, uno degli specchi d’acqua più trafficati e sorvegliati al mondo.

La fantomatica nave fantasma dovrebbe nascondersi per giorni, come un sottomarino di fantascienza, per poi lanciare droni che devono volare per centinaia di chilometri senza essere intercettati.

Una panzana di proporzioni cosmiche, come la definirebbe un qualsiasi ragazzino con un minimo di neuroni funzionanti. Eppure, i nostri media seri la riportano con la gravità di un bollettino di guerra.

La dissonanza cognitiva raggiunge il suo apice quando a questa superpotenza tecnologica si affianca la narrativa del collasso economico.

Notizie di code ai distributori di benzina in Russia, dovute a complesse riforme fiscali e alla riconversione delle raffinerie, vengono spacciate come la prova definitiva che le sanzioni stanno strangolando l’orso russo.

Quindi, riassumiamo: la Russia è così tecnologicamente avanzata da poter sfidare l’intera NATO con droni invisibili, ma è così allo sfascio che non ha la benzina per i suoi camion. Ma chi scrive questa sciocchezze è riuscito a laurearsi?!

IL PARADOSSO FINALE: LA RUSSIA É COSÍ DEBOLE DA NON AVERE CARBURANTE, MA COSÍ FORTE DA MINACCIARE L’EUROPA

Come si conciliano queste due verità?

Non si conciliano. È questo il punto.

La propaganda non ha bisogno di coerenza, ha bisogno di generare due emozioni primarie: paura e speranza.

Paura della minaccia russa (navi fantasma, droni) per giustificare le spese militari record. Speranza della vittoria imminente (Putin malato, economia a pezzi) per far digerire all’opinione pubblica i costi umani ed economici di un conflitto senza fine, spacciato per uno dalla durata breve.

La battuta sarcastica è d’obbligo: il povero Putin, così affaticato e a corto di benzina, come ha fatto a raggiungere Pechino e a sembrare così in forma?

È in questo paradosso che si smaschera la farsa. Mentre i media ci parlano di un esercito russo in rotta e a corto di munizioni, i blog ucraini più seri, come DeepState, – non certo propaganda del Cremlino – mappano guadagni territoriali russi continui e metodici nel Donetsk.

I fatti sul terreno urlano una verità diversa dalla narrazione comoda dei salotti televisivi.

E le crepe iniziano a mostrarsi.

Lo scontro tra Zelensky e l’Ungheria per presunti droni-spia mostra la fragilità del fronte filo-ucraino.

Ma la perla più preziosa viene da Mark Rutte, segretario NATO, che ammette l’assurdità strategica ed economica di abbattere droni da 2.000 dollari con missili da un milione. Un’illuminazione tardiva, che arriva dopo aver svuotato gli arsenali occidentali in nome di una strategia insostenibile.

IL VERO NEMICO NON E’ MOSCA

Allora, qual è l’obiettivo di questo circo mediatico?

Semplice: normalizzare la guerra.

Giustificare il riarmo europeo, un business da centinaia di miliardi di euro che arricchisce le solite lobby. Soffocare nel sangue ogni dibattito critico, tacciando di “putinismo” qualsiasi voce fuori dal coro.

La stessa strategia collaudata con vaccini e green pass.

Il tragico paradosso è che i peggiori nemici del popolo ucraino non sono solo a Mosca. Sono anche a Kiev, a Washington, a Bruxelles e nelle redazioni dei nostri giornali più blasonati.

Sono quelli che, per perseguire un’agenda di potenza, alimentano un conflitto insensato con narrazioni fantasiose, sacrificando migliaia di vite ucraine – per ora solo ucraine – sull’altare degli interessi geopolitici.

Hanno trasformato la guerra in uno spettacolo, la verità in un optional e i cittadini europei in perfetti idioti da intrattenere con la favola della “vittoria imminente” e delle navi fantasma, ma anche con quella dell’invasione russa e dell’esercito di Mosca pronto a marciare fino a Lisbona.

Ogni volta che leggete una notizia di droni, aerei, minacce russe con navi da guerra che sfuggono persino ai satelliti NATO e, al tempo stesso, di morte imminente di Putin, di esercito russo allo sbando, di auto senza carburante ed economia di Mosca al tappeto, chiedetevi se non vi stiano prendendo per il culo.

Ho scritto culo? Sì, l’ho scritto. Magari servirà a svegliarvi dal lavaggio del cervello della propaganda di casa nostra.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL MINISTERO DELLA VERITÀ HA UN NUOVO INDIRIZZO: BRUXELLES

di Pasquale Di Matteo

Da terroristi riabilitati a eroi, da democrazie annullate a nemici costruiti a tavolino.

Un’inchiesta su come la NATO, con la complicità di leader europei asserviti e una stampa propagandista, stia costruendo una realtà orwelliana in cui la guerra è pace, la menzogna è verità e la libertà è obbedienza.

New York, settembre 2025.

Un uomo, Ahmed al-Sharaa, alias al-Jolani, scende da un aereo.

Fino a ieri, il suo volto campeggiava sui manifesti dei ricercati del Dipartimento di Stato americano, con una taglia da 10 milioni di dollari.

Era un leader di Al-Qaeda. Un terrorista. Sì, proprio uno di quelli che definivamo “tagliagole”.

Oggi, dopo aver rovesciato un regime che non piaceva all’Occidente, stringe la mano a diplomatici e statisti e non è più un paria, bensì un partner.

È stato riabilitato.

Come può il male assoluto di ieri diventare l’alleato strategico di domani?

La risposta non si trova nei corridoi polverosi della morale, ma nel gelido manuale operativo di un potere che ha smesso di rispondere ai cittadini per rispondere solo a se stesso.

Un potere con un nome preciso: Alleanza Atlantica.

LA FABBRICA DEI NEMICI E DEGLI AMICI: LA GEOPOLITICA DEL “DOPPIO-PENSIERO”

Nel capolavoro di Orwell, 1984, l’Oceania era perennemente in guerra, ma il nemico poteva cambiare da un giorno all’altro.

L’Eurasia o l’Estasia erano amiche e nemiche in un batter di ciglio.

Il Ministero della Verità si occupava di riscrivere la storia, di cancellare le incongruenze.

Oggi, quel Ministero ha traslocato.

E la sua logica operativa, da fantasia è diventata la dottrina non scritta della NATO.

L’Alleanza, infatti, non combatte più ideologie, ma designa avversari e sodali in base a una convenienza strategica tanto mutevole quanto spietata.

L’Amico Riciclato.

Prendiamo il caso di Al-Sharaa.

Il suo nuovo regime, nato dalle ceneri della Siria, si macchia di massacri settari contro Alawiti e Drusi. Crimini documentati, agghiaccianti.

Eppure, a New York, l’ex direttore della CIA, David Petraeus, non gli chiede conto del sangue versato.

Gli chiede, con affettuosa sollecitudine: “Stai dormendo abbastanza? I tuoi fan, e io sono uno di loro, sono preoccupati per te”.

Questo non è un errore di strategia, come potrebbe ipotizzare qualcuno, ma è un protocollo, perché Al-Sharaa è funzionale al contenimento di altre influenze in Medio Oriente, quindi i suoi peccati vengono assolti, cancellati dalla narrazione pubblica.

Ieri i mujaheddin, oggi lui. La NATO non ha principi. Ha solo obiettivi.

Il Nemico Permanente.

Mentre un terrorista viene riabilitato, un nemico viene meticolosamente costruito: La Russia.

Decine di titoli urlati sui giornali europei: “Caccia NATO respingono incursioni russe!”. Poi, leggendo i dispacci ufficiali della stessa NATO, si scopre la verità, cioè che non esiste nessuna violazione.

Si tratta di voli di routine in spazi aerei internazionali, monitoraggi reciproci che avvengono da settant’anni.

Quindi, un’attività militare standard viene trasformata, attraverso l’alchimia mediatica, in un casus belli imminente, un pretesto per alimentare la paura e giustificare un riarmo europeo senza precedenti.

Il bene e il male non sono più categorie etiche. Sono etichette intercambiabili.

L’EUROPA, COLONIA VOLONTARIA: L’INCOMPETENZA COME STRUMENTO DI SOTTOMISSIONE

Sarebbe un errore considerare i leader europei come semplici vittime di questo gioco cinico.

La verità è più amara. Sono complici attivi, amministratori zelanti di un declino autoinflitto. La loro conclamata incompetenza non è un difetto del sistema, ma la sua più importante caratteristica funzionale.

L’Architettura del Dominio.

Le parole di Donald Trump, nella loro brutale onestà, hanno squarciato il velo.

“Voi siete la NATO, noi gli Stati Uniti”.

Non è un lapsus, ma la sintesi di una strategia precisa: spingere gli europei a un confronto diretto con la Russia, far pagare loro il prezzo economico di una guerra che americana — rinunciando all’energia a basso costo per acquistare GNL americano a prezzi esorbitanti, smantellando la propria industria per finanziare l’arsenale statunitense — mentre Washington mantiene aperti i canali con Mosca per i propri interessi strategici.

È un capolavoro di ingegneria geoeconomica: l’Europa finanzia la propria irrilevanza e gli USA incassano fiumi di denaro dagli ignari contribuenti europei e si fortificano a livello geopolitico.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: QUANDO IL VOTO DIVENTA UN CRIMINE DI PENSIERO

Il sistema mantiene una facciata democratica, un’illusione di scelta. Ma questa facciata si sgretola non appena il popolo vota “sbagliato”.

Quando l’elettorato devia dalla linea tracciata dall’Alleanza, la natura autoritaria del potere si rivela in piena luce.

Guardiamo alla Repubblica Ceca.

Il candidato favorito, Andrej Babiš, è definito “populista”. Il suo peccato capitale è avere un “rapporto ambiguo con la NATO”.

E così, il presidente in carica, Petr Pavel, valuta apertamente l’opzione “costituzionale” di non nominarlo primo ministro, anche in caso di vittoria.

È la democrazia sotto tutela. Il suffragio universale è valido solo a condizione che confermi le scelte già prese altrove. Il sostegno incondizionato alla NATO non è più una scelta politica; è diventato un prerequisito per la legittimità democratica. Un test di lealtà ideologica.

E quando la realtà contraddice la narrazione, viene semplicemente cancellata.

Com’è avvenuto con il cado dell’omicidio del nazionalista ucraino Andryi Parubiy. La reazione istantanea dei media occidentali è stata la solita strategia della propaganda occidentale: “È stata Mosca!”.

Un mantra ripetuto fino alla nausea. Ma quando si è scoperto che l’assassino era un padre ucraino, inferocito contro Zelensky e distrutto dal dolore per un figlio mandato a morire al fronte, la storia è svanita dai media.

Un po’ come accaduto al Nord Stream, al missile in Polonia nel 2022, al drone in Polonia il mese scorso, ai droni in Romania, all’aereo russo ai confini con l’Alaska. Non appena si scopre che si tratta di routine o di azioni ucraine, tutto svanisce. Nessuna smentita, nessuna scusa.

Perché scusarsi cancellerebbe il dubbio insinuato in chi raramente va oltre i titoli in prima pagina.

La rabbia di quel padre contro Zelensky è una verità intollerabile per la propaganda occidentale, poiché incrina l’immagine monolitica di un’Ucraina unita e pronta a tutto.

Rivela le crepe, il dissenso, il costo umano che la propaganda deve nascondere. Prima si accusa il “nemico designato”. Poi, di fronte all’evidenza, si impone il silenzio. È il meccanismo del “buco della memoria” di Orwell, applicato in tempo reale.

L’OCCHIO CHE TUTTO VEDE, LA VOCE CHE TUTTO RIPETE: IL RUOLO DELLA STAMPA

Questa architettura di controllo non potrebbe esistere senza il suo pilastro portante: un sistema mediatico che ha abdicato alla sua funzione critica per diventare il braccio armato della propaganda.

La stampa, soprattutto quella italiana, non informa più. Indottrina.

Il suo modus operandi è scientifico e si radica in alcuni punti.

  • Creazione della minaccia: trasforma routine militare in aggressione imminente (i jet russi, i droni, il missile).
  • Costruzione del consenso: presenta narrazioni semplificate e moralistiche, nascondendo ogni complessità (l’Ucraina unita contro la verità degli ucraini incolleriti e disperati).
  • Cancellazione della memoria: ignora sistematicamente le notizie che contraddicono la linea ufficiale (i crimini del nuovo alleato siriano, le vere cause di un omicidio a Leopoli).

I media non sono più lo specchio della realtà. Sono il martello usato per forgiarla. Il “teleschermo” di Orwell, che non solo trasmette la verità del Partito, ma vigila affinché nessuna verità alternativa possa emergere.

OLTRE LO SCHERMO DI ORWELL

Non siamo di fronte a una serie di errori politici o a una geopolitica spregiudicata, ma testimoni della metodica costruzione di un sistema di controllo post-democratico, un totalitarismo soft che non ha bisogno di gulag perché controlla le menti prima ancora che le azioni.

Un sistema in cui la NATO non è un’alleanza difensiva, ma un’autorità sovranazionale che arroga a sé il diritto di decidere per tutto il mondo chi è terrorista e chi è statista, quali elezioni siano valide e quali sovversive, quali notizie siano vere e quali devono essere dimenticate.

E basta osservare come si adottino due pesi e due misuri nei confronti degli aggrediti e degli oppressori in Ucraina e a Gaza per comprendere come siamo in un cortocircuito evidente che abbiamo l’ardire di definire democrazie.

Qualcuno potrebbe pensare che stiamo scivolando in un romanzo di Orwell, ma è molto peggio, perché siamo già oltre. E dovremmo domandarci a quale capitolo di “1984” siamo già arrivati?

E se… è rimasto qualcuno, da qualche parte, disposto a scrivere un finale diverso?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA ALTRE SIGLE SINDACALI. SONO SOLO 157

di Danilo Preto

Che ci crediate o no, le organizzazioni che hanno una rappresentanza sindacale sono 157. Tutto nero su bianco nella lista dei firmatari del T.U. delle rappresentanze sindacali.

Ma avevo promesso un approfondimento su alcune sigle non appartenenti alla triplice.

Partiamo dalla UGL, l’erede della CISNAL.

La CISNAL, di chiara ispirazione fascista, nasce subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1950. 

Trent’anni dopo, nel 1980 l’allora segretario CISNAL, Ivo Laghi, sottoscrive un documento con il segretario dell’MSI, Giorgio Almirante, che sancisce la piena indipendenza e autonomia del sindacato dal partito missino. 

Devono passare altri sedici anni per vedere la nascita dell’UGL (Unione Generale del Lavoro) e altri dieci anni per vedere a capo del sindacato Renata Polverini.

La prima donna in Italia a ricoprire il ruolo di segretario generale di una Confederazione sindacale, oltre che essere stata la più giovane a ricoprire questo ruolo in un sindacato.

Poi tutti sappiamo cosa è successo a Renata Polverini quando è stata nominata Presidente della Regione Lazio.

Ma in UGL c’è ancora una questione di numeri. Guarda caso, proprio sugli iscritti.

Secondo l’INPS, gli iscritti sono 66.000, contro le dichiarazioni ufficiali UGL che parlano di 558.000, e i dipendenti pubblici appartenenti a questo sindacato e certificati dal Ministero sono 44.000, contro il 171.000 dichiarati dalla UGL. 

È vero sono numeri datati però le differenze numeriche ci sembrano significative. 

Ancora nel 2013, UGL parlava di 2 milioni di iscritti mentre in realtà sembra fossero 150.000. insomma un vizio che continua.

Ricordiamo che UGL, CONFSAL e CISAL fanno parte dello stesso raggruppamento sindacale e nel 2020 dichiaravano un milione e ottocentomila rappresentati.

Secondo altre fonti UGL, reperibili on-line, questo sindacato conta fra i 65.000 e 75.000 iscritti.

In UGL si (s)balla con i numeri

E il segretario generale Paolo Capone, nel 2023, viene indagato proprio per questo: per aver gonfiato i numeri degli iscritti. L’accusa è di falso ideologico in atto pubblico per il caso delle tessere gonfiate.

Ricordiamo che, in base al numero degli iscritti al sindacato, vengono girati i soldi a loro dovuti a vario titolo. E sono tanti. 

Poi c’è la rappresentanza sindacale. Più numero hai e più conti. Va da sé che con il governo Meloni anche l’UGL ha avuto la possibilità di sedersi al tavolo delle trattative. Non sempre ma…

COSA SI DICE IN USB 

Intanto vediamo cos’è l’USB (Unione Sindacale di Base). È un sindacato autonomo e di massa, con un orientamento politico di sinistra: più precisamente comunista e anticapitalista. 

Promuove la democrazia dal basso e la partecipazione attiva dei lavoratori e questo la pone in netta contrapposizione col modello sindacale tradizionale che è verticistico.

USB si pone apertamente contro il sistema economico attuale promuovendo una visione di cambiamento sociale radicale.

Si dichiara autonomo dai partiti e dalle istituzioni, portando a rappresentare direttamente i lavoratori, senza essere influenzato dalle dinamiche elettorali o politiche tradizionali. 

Si contrappone al capitalismo imperante in Italia, al liberismo e alle politiche di austerità, sostenendo, invece, i diritti dei lavoratori dei ceti popolari. 

Dichiara un forte sostegno e impegno per la pace e la giustizia internazionale mobilitandosi anche su temi globali come le conflittualità internazionali. 

Ma anche in USB c’è una spaccatura. C’è chi accusa questo sindacato di dirigismo interno e di poca democrazia.  È Arianna Mancini, insofferente nei confronti del dirigismo e della mancanza di democrazia in USB. Che l’ha espulsa.

Quindi via dall’USB e via all’SGB (Sindacato Generale di Base).

Leggo testualmente il dettato costitutivo del SGB: “impostare una linea di lotta sindacale adeguata al livello dello scontro in corso. 

Per avanzare in questa direzione occorre rimuovere gli ostacoli. 

Primo: la confusione sulla crisi in corso, la sua natura, origine e sviluppo. Se definirla “strutturale”, “sistematiche”, “epocale”, “non congiunturale”, non è solo un modo per dire che è una crisi grave, allora significa che siamo in una situazione in cui o la rivoluzione precede la guerra o la guerra genera la rivoluzione (in una situazione rivoluzionaria in pieno sviluppo).

Quindi è una illusione aspettarsi la soluzione della crisi dai padroni e dalle loro autorità nazionali e internazionali, cioè da quelli che basano i loro interessi e i loro poteri sui metodi e sulle relazioni che hanno prodotto la crisi.

Da questa crisi non ne usciamo con qualche redistribuzione della ricchezza, con qualche cambiamento delle regole del sistema finanziario, con qualche correttivo più o meno radicale in campo economico, monetario e finanziario.

Non ne usciamo restando nell’ambito di un sistema sociale borghese…”

Insomma a parlare di sindacato non ci si annoia mai. Per le azioni per il linguaggio, per le rappresentazioni, per le soluzioni di piazza o le rivendicazioni salariali. 

Se poi ci mettiamo anche l’anima a favore dei popoli appressi, ma solo quelli che danno visibilità, allora abbiamo completato l’opera. 

Infatti l’ultima della USB è una proclamazione di scioperi a sorpresa localizzati in centro città, sempre con l’obiettivo di bloccare tutto il paese.

Obiettivo: contro! A tutto e a tutti!

Se mi posso permettere, senza essere disfattista, non mi pare che siamo molto distanti dal clima che ha consentito la nascita delle Brigate Rosse.

Chi ha vissuto quegli anni li ricorda come un periodo terribile, con una insicurezza totale sia per le persone che per le istituzioni. E la storia non ci ha riconsegnato una verità limpida e senza dubbi. Anzi.

Rivendicando solo il potere della piazza, poi potrebbe finire che qualcuno crede veramente che possa nascere una rivoluzione dal basso e si dota non di parole e concetti, ma anche di armi vere. 

Per quello che conta la mia voce, un fermo invito a ragionare sui valori del confronto anche aspro, ma senza esasperare gli animi.

Vale per Gaza, ma vale anche per l’Italia. Con gli opportuni “distinguo”.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, esperto di Comunicazione e di arte concettuale. Laureato in Scienze Politiche, ha gestito Comunicazione e rapporti istituzionali di grandi gruppi industriali e istituzioni.