L’IMPERO AL CREPUSCOLO: LA PERICOLOSA FUGA IN AVANTI DI UN’AMERICA IN CRISI

Non è la sceneggiatura di un film distopico, ma la realtà che si dipana davanti ai nostri occhi.

Le parole, pesanti come macigni, sono state pronunciate a Quantico, centro nevralgico dell’addestramento militare americano.

L’ordine impartito ai generali non era di prepararsi per un fronte lontano, ma di addestrare le truppe a combattere “nelle città statunitensi”.

Questa non è più solo geopolitica, ma la cronaca inquietante di un impero che, sentendo scricchiolare le proprie fondamenta e il proprio dominio sul pianeta, inizia a guardare con sospetto alle proprie stesse strade.

È il sintomo più inquietante di una superpotenza che, incapace di accettare l’alba di un mondo multipolare, sta reagendo con una fuga in avanti disperata e irrazionale, una strategia del caos che si estende dall’Ucraina al Venezuela, fino al Medio Oriente.

IL FRONTE UCRAINO: UN’ESCALATION PARADOSSALE NEL CUORE DELL’EUROPA

La strategia occidentale in Ucraina sta entrando in una fase nuova e pericolosa.

Le notizie, confermate da fonti autorevoli come il Wall Street Journal e Reuters, parlano chiaro: Washington fornirà a Kiev l’intelligence necessaria per colpire in profondità le infrastrutture energetiche russe.

Sul tavolo c’è persino la fornitura di missili a lungo raggio Tomahawk.

È un azzardo che odora di disperazione. Perché si sta scegliendo di intensificare una guerra di logoramento che l’Occidente, semplicemente, non è più in grado di sostenere.

La realtà industriale è il grande fantasma che Washington e Bruxelles si rifiutano di vedere.

Gli Stati Uniti producono circa 50 missili Tomahawk all’anno e un migliaio di intercettori Patriot. Pare che possano arrivare al massimo a 200 missili ogni 365 giorni.

Numeri irrisori se paragonati alla macchina bellica russa, che sforna migliaia di droni di ultima generazione e ha riattivato un’economia di guerra su vasta scala.

Inoltre, a differenza della Russia, che, memore dell’Operazione Barbarossa, ha mantenuto “dormienti” intere filiere industriali oltre gli Urali, l’Occidente ha delocalizzato, affidando la propria sicurezza a un sistema di appalti che massimizza i profitti delle aziende private, ma è drammaticamente inefficiente in un conflitto prolungato.

Questa escalation, quindi, non nasce da una posizione di forza, ma da una pericolosa illusione, la convinzione che la Russia sia vulnerabile nel lungo periodo, nonostante gli evidenti avanzamenti sul campo.

È una scommessa che ignora i fondamentali economici e industriali della guerra moderna.

Senza dimenticare che, se sul suolo russo cadesse un missile americano, Mosca avrebbe il pretesto giuridico per usare armi atomiche per difendersi da un evidente attacco della NATO.

IL FIANCO SUD: RIAFFERMARE L’EGEMONIA NEL “GIARDINO DI CASA”

Mentre l’attenzione del mondo è rivolta a est, la bozza della National Defense Strategy americana indica una priorità chiara: l’emisfero occidentale. Il “giardino di casa” deve essere messo in sicurezza.

E fanno piani, proprio come in Germania gli ospedali di Berlino si preparano a curare prima i soldati e solo dopo i cittadini comuni, come scoperto dal quotidiano tedesco Berliner Zeitung. (In calce a questo articolo, troverai approfondimenti).

Non è un caso che i colloqui diplomatici con il Venezuela di Maduro siano stati bruscamente interrotti. L’amministrazione Trump, secondo fonti interne, sta ora valutando un’opzione militare diretta, un’operazione che potrebbe vedere un massiccio dispiegamento di forze nei Caraibi.

Ufficialmente, l’obiettivo è contrastare il narcotraffico, ma la realtà è un’altra: si tratta di un tentativo di riaffermare un’autorità che scricchiola, di eliminare un governo non allineato e di mandare un messaggio a chiunque, in America Latina, osi sfidare la dottrina Monroe.

La pressione sul Venezuela non è un evento isolato, ma un pezzo fondamentale del puzzle per restaurare un ordine unipolare ormai tramontato, ma che né Trump né i neoconservatori che controllano davvero gli USA hanno la cultura sociologica e geopolitica necessaria per capirlo.

IL MOTORE IMMOBILE: L’INFLUENZA ISRAELIANA E IL BERSAGLIO IRANIANO

Per comprendere il vero motore di questa frenesia globale, bisogna guardare al Medio Oriente, dove la politica estera americana non agisce in autonomia, ma sembra quasi in “subappalto”, profondamente condizionata dagli obiettivi strategici di Israele e dalla visione dei neoconservatori.

L’obiettivo finale, perseguito ossessivamente fin dal 1996, è uno solo: un cambio di regime in Iran.

Ogni mossa sullo scacchiere globale acquista un nuovo significato per obiettivi USA che sono chiari.

  • Indebolire la Russia, sostenere una lunga guerra in Ucraina, con la speranza di logorare il principale alleato militare e strategico dell’Iran.
  • Fornire armi a Kiev per colpire in profondità la Russia potrebbe spingere Mosca a ricambiare, magari fornendo ai suoi alleati (come l’Iran) tecnologie militari avanzate, creando così il pretesto per un intervento.
  • Il massiccio trasferimento di assetti militari americani (caccia F-35, sistemi di difesa THAAD, aerei cisterna) in Medio Oriente non è casuale. Gli USA stanno preparando il campo di battaglia per un attacco decisivo.

L’escalation non è caos, ma una lucida, terrificante preparazione che parte da lontano e che accomuna tutte le ultime amministrazioni.

LA DIAGNOSI FINALE: LA PAURA DI UN MONDO MULTIPOLARE

Questa strategia aggressiva e apparentemente illogica non è un’esibizione di forza, bensì il suo esatto contrario. È la reazione scomposta di un establishment che non riesce ad accettare la fine di un’era, il tramonto di 500 anni di egemonia occidentale e l’avvento inevitabile di un mondo multipolare.

La Russia e la Cina, insieme all’Africa, all’India e, in parte, al Sudamerica, non propongono un nuovo impero, ma un’architettura di sicurezza basata su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: l’indivisibilità della sicurezza.

Un concetto, nato a Helsinki nel 1975, che sancisce un principio fondamentale, secondo cui la sicurezza di una nazione non può essere costruita a discapito di quella del proprio vicino.

Questo è il modello che l’Occidente rifiuta, perché metterebbe in discussione il suo diritto auto-proclamato di decidere chi, dove, come e quando governa nel mondo.

In questo quadro, l’Europa è la vittima principale, una potenza economica sabotata dal suo stesso alleato, privata di energia a basso costo, industrialmente disarmata e ridotta a una federazione di vassalli senza una visione strategica propria.

Il cerchio, così, si chiude e ci riporta a Quantico, dove un’élite politica che vede fallire la propria pretesa di dominio globale non ha altra scelta che prepararsi a usare la forza per gestire il dissenso e il caos che inevitabilmente nasceranno in patria.

La vera sfida, oggi, non è più vincere la prossima guerra, ma avere il coraggio di accettare un mondo che è già cambiato, prima che la presunzione di un’eterna egemonia ci trascini tutti nel baratro di una terza guerra mondiale per cui gli effetti delle prime due saranno paragonabili a quelli di una lite condominiale.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

MANUALE DI SMANTELLAMENTO DEI DIRITTI CIVILI. OFFRE LA GERMANIA

Dite la verità, vi sentivate davvero in democrazia.

Pensavate che il progresso fosse una linea retta, che la sanità pubblica fosse un diritto acquisito, che lo Stato, nel momento del bisogno, fosse lì per voi. Per il nonno con l’anca rotta, per la madre che ha bisogno di una chemio, per vostro figlio con una brutta polmonite.

Con medici carini e coccolosi.

Ingenui!

Mentre noi ci baloccavamo con l’inflazione e le beghe di cortile, a Berlino, nell’efficientissima Germania, si preparava il futuro.

E non sembra un granché.

I giornalisti di “Berliner Zeitung” hanno scoperto che i tedeschi hanno scritto un documento, un capolavoro di ingegneria burocratica dal nome che suona come un ordine: “Rahmenplan Zivile Verteidigung Krankenhäuser Berlin“. “Piano quadro di difesa civile per gli ospedali di Berlino.”

Tradotto nella lingua della sostanza: “piano per farvi capire che, se scoppia la guerra, voi esseri umani, cittadini comuni, non contate più una beata fava”.

È tutto nero su bianco. Ventisei pagine di squisita, gelida programmazione teutonica.

La sostanza è semplice, quanto brutale.

Se arriva il “momento X”, quello che un generale zelante definisce come una situazione in cui “non siamo più in pace, ma non ancora in guerra”, gli ospedali cambiano mestiere. Non sono più luoghi di cura per la gente, ma diventano “officine” per riparare soldati.

Avete capito bene.

Il soldato ferito ha la priorità assoluta. Assoluta!
Voi, inutili civili, siete in fondo alla lista.

Siete un ingombro, un letto occupato, un costo.

Il piano prevede, testualmente, di “dimettere” o “trasferire” i pazienti comuni per fare spazio alla carne da cannone da rimettere in piedi e rispedire al fronte.

La chiamano Triagierung. Sembra una procedura medica avanzata, invece è solo il vecchio, caro triage di guerra, dove la domanda non è “chi sta peggio?”, ma “chi mi serve di più?”.

E voi, operai, impiegati, manager, avvocati, meccanici… non servite.

Questo non è un film e nemmeno una supposizione, ma la pianificazione meticolosa di uno Stato che, preparandosi al peggio, rivela la sua vera natura.

Il patto sociale è ormai un optional da tempo di pace.

Il giuramento di Ippocrate è diventato un semplice consiglio, non un obbligo. La dignità della persona è solo una variabile dipendente dallo scenario strategico.

E il bello è che ce lo dicono pure.

La dottoressa Angelika Claußen, una che evidentemente non ha ancora barattato la coscienza con la Ragion di Stato, lo dice chiaro e tondo: “Si tratta di un passaggio dalla medicina individuale alla medicina di guerra, con l’obiettivo di rendere i soldati nuovamente idonei al combattimento. La popolazione civile sarà l’ultima a essere considerata”.

L’ultima. Dopo i soldati, dopo le necessità logistiche, dopo la colla per gli stivali e le razioni per i combattenti.

Forse. Se i medici avranno ancora voglia e non saranno troppo stanchi. Tanto, se morite, non importa niente a nessuno. Se non siete soldati, non servite.

Anzi, se morite è meglio. Non darete più noia.

Quindi, tutte le volte che vi capita di leggere o di sentire in merito alla “difesa europea”, alla “preparazione”, alla “resilienza”, al “riarmo”, non pensate a soldati valorosi che vi proteggono.

Pensate a questo manuale per cui voi contate meno di zero.

Pensate al vostro letto d’ospedale che diventa merce di scambio. Pensate che la vostra vita, in caso di necessità, vale meno di quella di un soldato, perché lui è un asset, una risorsa.

Voi siete solo un costo e un problema.

E noi che pensavamo di esserci lasciati alle spalle le pagine più buie del Novecento.

Che illusi!

Aprite gli occhi.

E, nel dubbio, fatevi una scorta di bende e aspirina. Potrebbero servire.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL 14 OTTOBRE L’EUROPA POTREBBE DIVENTARE UNA DITTATURA DI FATTO

UNA LEGGE NATA PER PROTEGGERE I BAMBINI CHE, NEI FATTI, CANCELLA I DIRITTI FONDAMENTALI CHE DISTINGUONO LE DEMOCRAZIE DALLE DITTATURE. UN PARADOSSO PERICOLOSO CHE L’UNIONE EUROPEA SI ACCINGE A VOTARE.

Il prossimo 14 ottobre è una linea di confine. Quel giorno, il Consiglio dell’Unione Europea si riunirà per votare una proposta di regolamento il cui nome ufficiale – CSAR (Child Sexual Abuse Regulation) – nasconde un’operazione di sorveglianza senza precedenti.

Ribattezzata dai suoi critici “Chat Control”, questa legge rappresenta la più grave minaccia alla privacy digitale e alla sicurezza delle comunicazioni mai concepita in Occidente. Una sorta di emulazione di regimi considerati dittatoriali.

L’obiettivo dichiarato è, apparentemente, nobile e ineccepibile: combattere la pedopornografia online, ma, come ci insegna la storia sociologica del controllo, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. E questa strada porta dritta alla sorveglianza generalizzata.

Soprattutto in un contesto dove l’Europa spinge per una guerra alla Russia a tutti i costi, l’iniziativa sembra una mossa architettata per controllare le masse ed evitare sommosse.

IL CLIENT-SIDE SCANNING: COME FUNZIONA IL CAVALLO DI TROIA NELLA TUA TASCA

Il meccanismo tecnico alla base di Chat Control è il cosiddetto client-side scanning. Per comprenderne la pericolosità, dobbiamo abbandonare l’idea astratta di “cloud” e focalizzarci sul dispositivo che abbiamo in tasca: il nostro smartphone.

Questa proposta obbligherebbe i fornitori di servizi di comunicazione, compresi quelli che utilizzano la crittografia end-to-end come WhatsApp, Signal o Telegram, a installare un software di scansione direttamente sul dispositivo dell’utente.

Prima ancora che un messaggio, una foto o un video vengano cifrati e inviati, questo software li analizzerebbe alla ricerca di “materiale abusivo”.

Utilizzerebbe due metodi principali: il confronto con hash di immagini già note (una sorta di impronta digitale) o, ancor più inquietante, modelli di intelligenza artificiale addestrati a riconoscere contenuti sospetti.

La Presidenza danese dell’UE ha tentato di rassicurare, sostenendo che questa operazione non violi la crittografia, ma si tratta di una pericolosa illusione semantica, poiché, se il governo, o un fornitore di servizi, ha accesso al contenuto prima che venga cifrato, quella comunicazione non è mai realmente privata.

È un cavallo di Troia che elude il principio stesso della sicurezza.

LA FINE DELLA CRITTOGRAFIA E L’ALBA DELLA SORVEGLIANZA DI MASSA PERMANENTE

La crittografia end-to-end non è un optional, ma la colonna portante della sicurezza digitale moderna.

Garantisce che solo il mittente e il destinatario possano leggere il contenuto di una comunicazione. È il sigillo che protegge le nostre conversazioni più intime, i dati bancari, i segreti commerciali, le strategie politiche.

Chat Control, obbligando a scansionare i contenuti lato client, cioè sul dispositivo, di fatto smantella questa protezione e trasforma il tuo telefono in una cimice.

L’Electronic Frontier Foundation (EFF) non usa mezzi termini: si tratta di una sorveglianza di massa che viola il diritto fondamentale alla privacy. Perché il sistema non prevede sospetti e non richiede mandati.

Scansiona tutto e tutti, sempre. Dal bambino che manda una foto alla nonna, all’innamorato che condivide un’immagine intima con il partner, al giornalista che scambia informazioni con una fonte confidenziale, al politico che annuncia una nuova legge, uno sciopero, una manifestazione, all’avvocato che conversa che chatta con il cliente.

È il trionfo del sospetto generalizzato sull’innocenza fino a prova contraria.

GIORNALISMO E DEMOCRAZIA IN BIANCO: PERCHÉ CHAT CONTROL È UNA MINACCIA ALLA LIBERTÀ DI STAMPA

Immaginiamo un giornalista d’inchiesta che sta indagando su un caso di corruzione internazionale. Le sue fonti operano all’interno di apparati di potere. La loro protezione dipende dall’anonimato e da comunicazioni assolutamente sicure.

Chat Control rompe questo patto di fiducia, perché l’inevitabile indebolimento della crittografia, o peggio, la sua backdoor obbligatoria, espone queste persone a rischi inimmaginabili.

Non solo i giornalisti, ma anche avvocati, attivisti per i diritti umani, dissidenti politici. Categorie che dipendono da spazi privati digitali per operare senza subire persecuzioni o abusi.

Un governo ostile potrebbe potenzialmente accedere a queste comunicazioni, sfruttando le vulnerabilità introdotte dal sistema di scansione. La sorveglianza di massa non distingue tra un criminale e un difensore della libertà. Li mette tutti sullo stesso piano, livellando verso il basso i diritti di tutti.

LA DICHIARAZIONE DI SIGNAL: “MEGLIO CHIUDERE CHE TRADIRE LA NOSTRA MISSIONE”

Quando la più grande piattaforma di comunicazione privata al mondo minaccia di lasciare il mercato europeo, è il caso di ascoltare.

Meredith Whittaker, Presidente della Signal Foundation, ha parlato con una chiarezza che non ammette repliche, testimoniando la gravità della condotta europea.

Per Signal, Chat Control non è una semplice modifica normativa, ma una “minaccia esistenziale” alla sua missione. Whittaker spiega che l’obbligo di scansionare ogni messaggio “mina lo stesso principio della crittografia end-to-end”.

Ma la sua dichiarazione più potente, e politicamente dirompente, è stata questa: “Se ci trovassimo di fronte alla scelta tra integrare un sistema di sorveglianza in Signal o abbandonare il mercato, sceglieremmo di lasciare il mercato.”

Non è un bluff. È una presa di posizione etica.

Significa che per garantire comunicazioni veramente private, Signal è disposta a privare milioni di europei del suo servizio.

Preferisce non esistere piuttosto che tradire la fiducia dei suoi utenti. Questo dovrebbe far riflettere profondamente i legislatori. E anche gli europei sulla vera natura dei loro legislatori.

L’INEFFICACIA STRUTTURALE: UN SISTEMA CHE NON FUNZIONA E CREA DANNI COLLATERALI

L’aspetto più tragico di Chat Control è che, oltre a essere pericolosa, rischia di rivelarsi profondamente inefficace.

Prendiamo la tecnica dell’hashing, decantata come soluzione tecnica.

Come spiegato da Carmela Troncoso, direttrice scientifica del prestigioso Max Planck Institute for Security and Privacy, è un sistema facilmente aggirabile.

Alterare anche minimamente un file – ritagliando un’immagine, applicando un filtro, cambiando la luminosità – ne modifica l’hash, l’impronta digitale.

L’algoritmo si trova così di fronte a un bivio: ignorare il contenuto modificato (rendendo il sistema inefficace) o segnalare le corrispondenze parziali.

La professoressa Troncoso avverte che quest’ultima opzione “apre la strada alla possibilità che migliaia di persone vengano segnalate per errore”.

Immaginate le conseguenze: un’ondata di falsi positivi che sommerge le autorità, lede la reputazione di innocenti e mina l’affidabilità dell’intero apparato investigativo, distogliendo risorse preziose dalle indagini reali.

Un esempio? L’artista che invia immagini di sue opere di nudo indicato come pedofilo, pervertito o altro.

UN BIVIO PER LA CIVILTÀ EUROPEA

Il 14 ottobre, l’Europa si troverà a un bivio. Da un lato, la tentazione autoritaria di un controllo totale, giustificato da una causa giusta, ma implementato con mezzi distopici. Dall’altro, la difesa dei principi fondativi della privacy, dell’inviolabilità delle comunicazioni e della presunzione di innocenza.

Le società che hanno sacrificato la libertà in nome della sicurezza si sono spesso ritrovate con nessuna delle due, perché un telefono sorvegliato è una fonte zittita, che avrà paura di cantare.

Chat Control è un mostro giuridico che deve essere fermato. Non in nome dell’anonimato dei criminali, ma in nome della libertà di milioni di persone oneste.

La posta in gioco è troppo alta. Il futuro digitale dell’Europa è in bilico. Quello dell’Europa che sognavamo, libera, democratica, dei popoli, sembra sepolto da tempo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

NEW YORK TIMES. LA STORIA SEGRETA DELLA GUERRA IN UCRAINA

L’architettura invisibile di un conflitto che tanti rifiutano di capire Un’analisi della co-belligeranza de facto che sta ridisegnando il futuro dell’Europa, un ucraino alla volta. Un cadavere alla volta.

La verità è scomoda e si nasconde sotto la superficie della narrazione mediatica, un corpo freddo che nessun leader europeo vuole dissotterrare.

Per tre anni, ci è stata servita una storia semplice, da scuola dell’infanzia: un aggressore e un aggredito.

Una democrazia eroica contro un impero malvagio.

Ma questa favola, per quanto rassicurante, si sta sgretolando sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, e a fornirci il piccone per rompere la crosta non è un oscuro blog di propaganda russa, ma il tempio del giornalismo liberale americano: il New York Times.

E ciò che emerge è il racconto di una guerra completamente diversa. Una guerra pensata, preparata e gestita ben prima che il primo carro armato russo attraversasse il confine.

LA GENESI DI UN CONFLITTO ANNUNCIATO: LE BASI SEGRETE DELLA CIA

Dimenticate la favola della propaganda di casa nostra, la retorica dell’intervento d’emergenza.

La realtà, documentata dal Ner York Times è agghiacciante, e rivela che la CIA aveva già costruito e reso operative ben dodici basi segrete lungo il confine ucraino con la Russia.

Ben prima dell’invasione.

Ora, riuscite a immaginare cosa avrebbero fatto gli USA se la Russia avesse costruito proprie basi in Messico o in Canada?

E non si tratta di avamposti difensivi, ma di una rete capillare di centri d’intelligence e operazioni speciali, progettati con un unico, inequivocabile scopo: sostenere incursioni e attacchi destabilizzanti direttamente in territorio russo.

Questa non è una speculazione e non è un’ipotesi, ma un fatto.

Questo singolo dato demolisce l’intera impalcatura narrativa della “reazione” occidentale, perché trasforma un presunto atto di solidarietà in una calcolata mossa sulla scacchiera geopolitica.

Una provocazione strategica. Una preparazione meticolosa al conflitto che, inevitabilmente, sarebbe seguito e che dà ragione a chi, come noi, lo sostiene fin dal 2022.

L’ILLUSIONE DEI NUMERI: OLTRE 150 MILIARDI DI DOLLARI E UNA GUERRA PER PROCURA

Ci hanno parlato di 66 miliardi di dollari in aiuti. Una cifra enorme, certo. Ma la verità, ancora una volta, è un multiplo di quella menzogna ufficiale.

Il flusso reale di denaro e armamenti supera i 150 miliardi di dollari. Più del doppio di quanto ci hanno raccontato.

Una litania di morte che il New York Times elenca con precisione chirurgica: 500 milioni di proiettili, 10.000 missili anticarro Javelin, 3.000 Stinger, centinaia di obici, elicotteri, sistemi d’artiglieria avanzati.

Questo arsenale non serve a “difendere”, ma a perpetuare la guerra.

La propaganda ha fatto il resto, creando l’illusione che l’Ucraina, da sola, potesse vincere una guerra di logoramento contro una superpotenza nucleare.

È il modello della guerra per procura perfezionato per il XXI secolo: combattere fino all’ultimo ucraino, finanziando il coraggio altrui dal comfort di un ufficio a Langley o a Bruxelles. Un modello di business basato sui cadaveri degli altri.

IL COMANDO OMBRA: QUANDO IL CAMPO DI BATTAGLIA È GESTITO DA REMOTO

La rivelazione più devastante, tuttavia, riguarda la catena di comando.

Il Pentagono, la NATO, l’intelligence americana e britannica non sono semplici fornitori, ma sono la spina dorsale operativa dell’esercito ucraino.

Ogni mattina, in basi remote e sicure, ufficiali statunitensi e ucraini si siedono allo stesso tavolo, scelgono i bersagli, analizzano i dati dei satelliti, le intercettazioni, le informazioni in tempo reale. Decidono dove, come e quando colpire.

Non si tratta di consulenza, spiega il New York Times, ma di co-belligeranza de facto.

L’affondamento dell’incrociatore Moskva non è stato un colpo di genio ucraino, ma un’operazione di targeting eseguita con la precisione dell’intelligence americana.

Il bombardamento dei quartieri generali russi è stato possibile grazie a coordinate fornite da Langley.

È un videogioco geostrategico giocato con vite umane reali, dove il joystick è saldamente in mani occidentali, mentre il popolo ucraino paga il prezzo di ogni mossa.

IL COSTO UMANO DI UNA STRATEGIA FALLITA: LA FRATTURA ZELENSKYY-ZALUZHNYI E L’ORGOGLIO CHE UCCIDE

Questa strategia ha avuto un effetto psicologico letale. Ha nutrito l’hybris.

Ha convinto la leadership politica di Kiev che la vittoria militare totale non fosse soltanto possibile, ma addirittura inevitabile, rendendo ogni ipotesi di negoziato un atto di tradimento.

È in questa crepa che si è consumato lo scontro tra il presidente Zelenskyy e il suo capo di stato maggiore, il generale Zaluzhnyi.

Zaluzhnyi, l’uomo sul campo, capiva la brutale matematica della morte e del logoramento e vedeva la realtà senza i filtri della propaganda. Vedeva i suoi uomini morire per una vittoria irraggiungibile.

Zelenskyy, sostenuto dalla promessa di un supporto illimitato, non poteva e non voleva fare un passo indietro.

Il pragmatismo del soldato contro l’azzardo del politico, un dramma che ha portato alla rimozione del generale più competente, lasciando alla guida dell’Ucraina un comico usato come pupazzo dall’Occidente.

Il leader che incita i suoi uomini ad avere coraggio di morire, alimentato da chi non rischia nulla.

L’EUROPA AL BIVIO: NEGOZIARE O DIVENTARE CARNE DA CANNONE?

Oggi questo modello strategico è fallito. Il logoramento sta consumando l’Ucraina, e la Russia, nonostante tutto, avanza. Le sanzioni hanno causato danni economici all’Europa e limitato il potere d’acquisto degli europei, e basta dare un’occhiata alle bollette e all’aumento dei prezzi al supermercato per capirlo.

Le tante sciocchezze raccontate dalla propaganda, in merito a soldati russi armati solo di pale e costretti a smontare microchip dalle lavastoviglie sono state smontate dal tempo e dai fatti e non funzionano più.

Cosa resta?

Resta l’escalation.

Ma per cambiare le sorti del conflitto, alla NATO non basteranno più armi. Serviranno soldati. Americani ed europei. Un grande, insensato spargimento di sangue occidentale sul suolo europeo.

Ecco perché i vertici militari americani, e persino una figura come Trump, ora sussurrano la parola “pace”. Hanno visto il fallimento del loro stesso piano. Hanno capito che il prossimo passo è un abisso che ricorda il Vietnam.

E l’Europa?

L’Europa si trova nuda di fronte a una scelta che non può più rimandare.

Può continuare a essere il docile finanziatore di questa strategia fallimentare, preparandosi a diventare il prossimo “asset” da sacrificare sul campo. Oppure può riscoprire la propria sovranità e la propria vocazione.

Dovrebbe agire. Subito.

Dovrebbe avvicinarsi al nemico e trattare. Per gli europei. Per l’Ucraina. Per fermare il massacro.

Questa non è più una guerra tra Russia e Ucraina, ma il banco di prova del futuro del nostro continente. O ritroviamo il coraggio della diplomazia, o ci prepariamo a contare i nostri morti.

Ma per dare voce alla diplomazia, servirebbero leader all’altezza. E non si vedono leader nel Vecchio Continente.

Nei prossimi giorni, uno speciale su come e perché è nata la guerra in Ucraina.

FONTI: Adam Entus per il New York Times.; New York Times: Punti chiave della partnership militare segreta degli Stati Uniti con l’Ucraina.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

MARALBA FOCONE A CREMONA: L’ANIMA SI FA COSMO NELLA MOSTRA PERSONALE “ATTRAZIONE ASTRALE – IL VIAGGIO DI FLORIANA OLTRE IL VELO DELLA SUPERFICIE”

di Redazione TZ

Esiste una pittura del silenzio, un’arte che non grida, ma sussurra le verità più profonde dell’esistenza, investigando con coraggio, e con rara delicatezza, la trama invisibile delle emozioni umane.

Questa è da sempre la cifra stilistica di Maralba Focone, un’artista che ha saputo trasformare la fragilità in un linguaggio universale e potente con cui dà voce agli umili, agli ultimi, a quelle persone che vivono ai margini, quelle che non diventano virali perché non hanno successi da raccontare.

Oggi, quel linguaggio si prepara a compiere un’evoluzione, un’ascesa. E Cremona si appresta a diventare il palcoscenico di questo nuovo, fondamentale capitolo della pur ricca carriera di Maralba Focone, con la mostra personale “Attrazione astrale – Il Viaggio di Floriana oltre il Velo della Superficie”, un evento per scoprire i messaggi veicolati dall’artista ben oltre i confini della tela, in un dialogo intimo tra l’umano e l’infinito, tra l’anima di Floriana e la sensibilità degli osservatori.

MARALBA FOCONE: UN LINGUAGGIO PITTORICO UNICO

Per comprendere la portata di “Attrazione astrale”, è necessario conoscere la radice della ricerca di Maralba Focone.

Le sue opere ci hanno abituato ad archetipi di un’umanità raccolta osservando la vita intorno a sé, figure esili e quasi smaterializzate colte nell’istante di una quiete contemplativa, di un abbraccio che è rifugio o di una solitudine che non è mai abbandono, ma profonda consapevolezza di sé.

La sua tavolozza, fatta prevalentemente di bianchi gessosi, di azzurri esangui e di rosa polverosi, non si limita a descrivere il mondo come farebbe un fotografo, ma ne evoca la temperatura emotiva.

La sua pennellata e i suoi colpi di spatola, a tratti scabri e materici, sembrano voler dare un’epidermide al sentimento, rendendo tangibile il peso di un pensiero e delle idee.

Un’arte della sottrazione, che arriva dritta all’essenza.

OLTRE IL VELO DELLA SUPERFICIE: IL VIAGGIO DI FLORIANA

La nuova mostra di Maralba Focone, che verrà inaugurata il prossimo 19 ottobre 2025 presso gli spazi di Gabetti in arte, segna un punto di svolta.

Innanzitutto, Cremona e Gabetti Arte. Una città magica, le cui strade sono state calpestate dai migliori liutai e musicisti al mondo per secoli. E, ancora oggi, ogni giorno a Cremona è facile incontrare musicisti di fama mondiale che frequentano le tantissime botteghe liutaie e il famoso Istituto Stradivari, sede del Liceo musicale e della Scuola di Liuteria più prestigiosa al mondo.

La stessa Gabetti è una galleria sui generis, ricavata all’interno degli eleganti uffici di una delle imprese immobiliari più note in Italia e che ha già dato a tanti artisti la possibilità di arrivare a un pubblico di persone interessate a immobili, oggetti di pregio, arte e cultura, che quotidianamente frequentano i suoi ambienti.

Il titolo della mostra, poi, è già una dichiarazione poetica. “Attrazione astrale” suggerisce una forza che trascende la gravità terrestre, un richiamo verso l’alto, verso una dimensione più aulica.

Ma è il sottotitolo, “Il viaggio di Floriana, oltre il velo della superficie”, a svelare la natura narrativa e spirituale del progetto. Floriana non è solo un nome, ma un’allegoria dell’anima che intraprende un percorso di liberazione.

Se prima le figure di Focone erano radicate nella loro condizione terrena, ora sembrano rispondere a una nuova legge fisica, quella del cosmo.

Il corpo si smaterializza, si fa etere, fluttuando in un notturno stellato che non è più minaccia, ma accoglienza e appartenenza.

Si tratta di una pittura che si fa metafisica, un’indagine audace sul posto dell’individuo nell’universo, sulla connessione impalpabile che indaga sulla relazione tra l’esistenza dell’essere umano e l’infinito.

UN EVENTO CORALE: VERNISSAGE E INTERVENTO MUSICALE

L’apertura della mostra non sarà un semplice taglio del nastro, ma un rito inaugurale pensato per immergere completamente il pubblico in questa nuova dimensione artistica.

Il vernissage, che sarà curato con la consueta sensibilità da Daniela Belloni e Pasquale Di Matteo, è fissato per domenica 19 ottobre alle ore 17:00.

A rendere l’esperienza ancora più profonda e sinestetica sarà un intervento musicale d’eccezione, che vedrà esibirsi i Maestri Paola Tezzon, al violino, e Giovanni Guerretti, al pianoforte, musicisti che hanno alle spalle collaborazioni con orchestre e professionisti di fama.

Le note diventeranno il contrappunto sonoro perfetto per le vibrazioni cromatiche delle opere, in un dialogo tra arti che amplificherà la risonanza emotiva del viaggio di Floriana.

A sviscerare la grammatica del colore di Maralba Focone, penserà il Dott. Pasquale Di Matteo, giornalista freelance e critico d’arte internazionale, rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Questo appuntamento nella centralissima Piazza Stradivari si conferma come uno degli eventi culturali più attesi dell’autunno cremonese.

INFORMAZIONI E DETTAGLI DELLA MOSTRA A CREMONA DI MARALBA FOCONE

Artista: Maralba Focone

Titolo Mostra: “Attrazione astrale. Il viaggio di Floriana, oltre il velo della superficie”.

Luogo: Gabetti in arte, Piazza Stradivari, 18, Cremona.

Periodo: Dal 19 ottobre al 1° novembre 2025.

Vernissage: Domenica 19 ottobre, ore 17:00, con intervento musicale.

Organizzazione e Cura: Daniela Belloni, Pasquale Di Matteo.

Analisi critica: Pasquale Di Matteo.

Orari di Apertura: Da lunedì a venerdì, dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 14:30 alle 19:00; sabato, dalle 9:00 alle 12:30. Domenica chiuso.

Questa mostra propone di essere un’occasione rara per testimoniare l’evoluzione di una voce artistica autentica e per lasciarsi trasportare in una riflessione profonda sulla nostra stessa esistenza.

Un invito a guardare oltre ciò che ci offre il senso della vista, in modo da cominciare a usare cuore e anima per comprendere il mondo e per relazionarci con gli altri esseri viventi, compreso l’uomo.

Una mostra per scoprire il linguaggio e le percezioni di una donna che ha saputo abbattere la barriera della superficie, per cogliere l’essenza dell’anima.

Linguaggio e percezioni che Maralba Focone ci consente di scoprire e studiare, per imparare a dare un senso più ampio alle dinamiche del vivere.

VIDEO DI PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA DI MARALBA FOCONE

LA NARRAZIONE DEL 7 OTTOBRE CHE SI SGRETOLA DI FRONTE ALLE DOMANDE

Analisi critica di un evento che ha scosso il Medio Oriente e ha dato il pretesto a Israele per una rappresaglia che si è trasformata nei più efferati crimini di questo primo quarto di secolo.

Il 7 ottobre 2023 è una data cruciale, usata come ultima difesa per mesi dalla propaganda anti palestinese, ma citato sempre con più timidezza via via che l’esercito di Tel Aviv si è macchiato di crimini indifendibili.

Un punto di non ritorno.

La narrazione dominante, quella di un Israele colto di sorpresa da un attacco brutale e indiscriminato di Hamas, ha giustificato una delle più feroci risposte militari del XXI secolo, sfociata poi nel genocidio certificato anche dall’ONU.

Ma questa narrazione mostra crepe profonde.

Giornalisti, analisti e persino fonti interne israeliane sollevano interrogativi scomodi, trasformando una storia in bianco e nero in un intricato mosaico di grigi e di misteri inquietanti.

IL GRANDE FALLIMENTO DELL’INTELLIGENCE CHE NON REGGE AI FATTI

La prima e più devastante incongruenza riguarda il sistema di intelligence israeliano, considerato tra i migliori al mondo.

Capace di effettuare omicidi mirati in paesi sovrani di persone iper-protette con mezzi sofisticati e piani diabolici.

Fonti multiple, inclusi rapporti interni dello Shin Bet e analisi dell’Osservatorio Strategico, confermano una realtà ben diversa dalla narrazione veicolata dalla stampa di casa nostra: i segnali di un attacco in grande stile c’erano tutti, altro che attacco a sorpresa.

Hamas non ha agito nell’ombra assoluta, ma ha pianificato un’operazione militare di una complessità inedita, l’”Operazione Alluvione Al-Aqsa”, basata su un principio di sorpresa sia strategica che dottrinale, ma che era un po’ il segreto di Pulcinella.

Lo sapevano tutti a parte, a quanto pare, l’intelligence migliore al mondo, o uno dei migliori.

L’attacco è stato portato da più aree: terrestre, aerea, marittima e cibernetica, perciò è stata necessaria una pianificazione che è impossibile sia riuscita a sfuggire agli apparati dell’intelligence israeliana.

Delle due una: o l’intelligence israeliana è stata sopravvalutata dalla propaganda occidentale – ma stride con le azioni compiute all’estero in questi anni dal Mossad – oppure Hamas ha messo in piedi una sofisticata organizzazione segreta tra le migliori al mondo, cosa ancor meno credibile.

Circa duecento forze speciali hanno disattivato con precisione chirurgica il famigerato “muro di ferro”, neutralizzando telecamere, sensori e torri di comunicazione.

Sta di fatto che Israele non è stato semplicemente colto di sorpresa, ma superato nella sua arena principale, quella tecnologica e informativa.

E, se non si tratta di un atto pianificato o “fatto accadere” dallo stesso Israele, questo non è un dettaglio, ma il motivo di un fallimento sistemico che la narrazione ufficiale ha tutto l’interesse a minimizzare, spostando l’attenzione esclusivamente sulla “barbarie” dell’avversario.

IL BILANCIO DELLE VITTIME: UN CONTO SOMMERSO DAL FUOCO AMICO?

Il numero di 1.200 morti israeliani è diventato un mantra, un dato sacrale che non ammette repliche.

Eppure, analisi critiche come quelle di Roberto Iannuzzi nel suo “Il 7 ottobre tra verità e propaganda” invitano a una riflessione più cauta.

Infatti, esiste una zona d’ombra significativa su come queste persone siano morte. Prove e ricostruzioni suggeriscono che una parte non quantificata, ma potenzialmente consistente, delle vittime israeliane potrebbe essere caduta sotto il cosiddetto “fuoco amico”.

I combattimenti urbani, d’altronde, sono sempre caotici.

I carri armati israeliani e gli elicotteri d’attacco Apache intervenuti per contrastare i miliziani hanno operato in un teatro denso di civili israeliani.

È perciò plausibile, come avviene in ogni guerra asimmetrica, che una parte della devastazione sia stata inflitta dalla reazione, sproporzionata e caotica, dello stesso Israele. E non tenerne conto inficia ogni valutazione.

Ovviamente, tale evidenza non assolve Hamas dalle sue responsabilità, ma complica enormemente il racconto di un male unidirezionale.

Il rifiuto ostinato di Tel Aviv a permettere indagini forensi internazionali indipendenti sui corpi delle vittime non fa che alimentare questi legittimi sospetti, trasformando la narrazione ufficiale sul 7 ottobre in un possibile strumento di propaganda.

Se Israele non avesse nulla da nascondere, non avrebbe alcun problema nei riguardi di indagini indipendenti e, anzi, le avrebbe caldeggiate.

LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA: ATROCITÀ, DECAPITAZIONI E LA BANALITÀ DEL FANGO INFORMATIVO

Le accuse di decapitazioni di bambini, stupri di massa e mutilazioni sistematiche hanno scosso l’opinione pubblica mondiale, fornendo la giustificazione morale immediata per la “risposta schiacciante” su Gaza.

Ma le prove di questi crimini non esistono o sarebbero poco credibili in aula di tribunale.

Fonti giornalistiche indipendenti, tra cui l’Internazionale e il magazine israeliano +972, hanno messo in luce come molte di queste accuse siano state diffuse senza verifica, basate su testimonianze di terza mano e poi ritrattate persino da alcuni funzionari israeliani.

Insomma, molto probabilmente, si tratta di fake news.

Questo non significa che non ci siano state atrocità. Significa che la loro dimensione e la loro natura potrebbero essere state ingigantite in un preciso contesto di costruzione del consenso e di propaganda.

La propaganda di guerra, si sa, è il primo colpo che si spara. E in questa guerra, la disinformazione è stata un’arma letale quanto i razzi.

Video manipolati, deepfake generati da intelligenza artificiale e narrazioni contrapposte hanno creato una cortina di fumo impenetrabile, dove la verità dei fatti è la prima vittima.

Entrambe le parti hanno imbrattato il campo, ma il megafono dell’establishment mediatico occidentale ha amplificato, spesso acriticamente, soprattutto la voce di Israele.

IL CONTESTO GEOPOLITICO: UNA NARRAZIONE COMODA PER UNA STRATEGIA PRECOSTITUITA

Infine, dobbiamo chiederci: a chi giova questa narrazione, perché l’analisi non può fermarsi alla cronaca.

Deve scavare nella geopolítica.

La versione del “7 ottobre come Pearl Harbor o l’11 settembre d’Israele” ha fornito a Benjamin Netanyahu e al suo governo di estrema destra la licenza di procedere con una pulizia etnica e militare di Gaza che era già nei cassetti da decenni. Lo stesso Netanyahu l’aveva paventata più volte.

Ha rinsaldato un’alleanza politica traballante, ha deviato l’attenzione dalle profonde crisi interne israeliane e dai guai giudiziari di Netanyahu, giustificando di fronte ai partner occidentali un livello di violenza che altrimenti sarebbe stato inaccettabile.

La narrazione ufficiale non è solo un racconto dei fatti, ma un potente strumento di propaganda politica per tenere buone le masse.

Smontarne i pezzi di questa narrazione propagandistica non significa solo fare luce su una verità storica più complessa, ma anche opporsi alla logica spietata che trasforma migliaia di vite civili, israeliane e soprattutto palestinesi, in mere pedine di un grande gioco di potere o, al più, in danni collaterali.

La ricerca della verità sul 7 ottobre non è un esercizio di relativismo morale, ma un dovere morale, un atto di resistenza civile e intellettuale per chiunque preferisca analizzare con pensiero critico i fatti della storia, senza scivolare in superficiali analisi acritiche o nel tifo da bar.

È la difesa del diritto a dubitare, a investigare, a non accettare passivamente le versioni che i potenti ci impongono. In quelle ore di caos e sangue è morta anche la trasparenza. E forse, riportare alla luce i fatti, in tutta la loro scomoda complessità, è l’unico vero tributo che possiamo pagare a tutte le vittime, senza bandiere.

Perciò, per comprendere cosa sia accaduto davvero il 7 ottobre, è necessario domandarsi chi ha tratto maggior beneficio da quei tragici fatti.

Non certo Gaza, come era prevedibile ben prima del 7 ottobre.

Quindi, escludendo l’ipotesi che Hamas non potesse immaginare una rappresaglia violenta di Israele, e non volendo credere che l’intelligence israeliana si sia fatta mettere in scacco da quattro disperati come mai nessuno al mondo era riuscito in precedenza, resta un’altra ipotesi.

Un’ipotesi per cui, quel 7 ottobre serviva ad altro.

A mettere le mani sul gas, per esempio, come raccontiamo nel primo articolo proposto sotto “La Striscia di Gas”.

Pertanto, certamente il 7 ottobre 2023 ha avuto luogo un attacco terroristico atroce, drammatico e che va condannato senza se e senza ma. Tuttavia, in primo luogo non è possibile cancellare decenni di occupazione illegale, per il Diritto internazionale, che hanno generato profondo odio nei confronti di Israele.

Ancora di più, è necessaria un’indagine internazionale e indipendente che faccia luce sui veri mandanti di quel 7 ottobre e su tutte le sfaccettature di un’azione di guerra pianificata nei minimi dettagli, troppo perfetta per essere opera di Hamas o di qualche altra frangia terroristica, se non coadiuvata da organizzazioni ben più equipaggiate e addestrate.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL NUOVO MITO DELLA MODA. LA SILVER GENERATION.

Passata da poco la Milano fashion week. Ora siamo in piena Parigi fashion week. Cosa cambia? Niente e tutto.

Niente perché abbiamo assistito ad una rivisitazione di stili molto datati ma che hanno fatto nel tempo il successo delle Maison. 

Possiamo dire che rappresentano le novità? A me sembra piuttosto che sia una profonda crisi di identità e di idee. 

È come quando si dice che la musica ha sette note e quindi non c’è più nulla da inventare. Sappiamo bene che non è così. 

Nel caso della moda, soprattutto quella che si è presentata a Milano ed ora a Parigi, a parte le presentazioni delle collezioni proposte dai nuovi stilisti “riciclati”, c’è da notare una recrudescenza di nuovi brand.

È una speranza o è solo una apertura a nuovi attori di mercato che incontreranno le stesse difficoltà. Ma non rappresentano ora una novità stilistica.

PERCHÉ TUTTI HANNO DIRITTO DI DIRE LA LORO VERITÀ. ANCHE SE È STATA GIÀ VISTA DECINE DI ANNI FA.

Con la presenza di nuovi brand si potrebbe dire che la moda non è in crisi. Purtroppo non è così. Certamente è cambiato il target.

ORA SI PARLA DI SILVER GENERATION

Avete capito bene. Non si guarda più ai giovani ma alla generazione degli over 50 che può esprimere ancora un mercato interessante e che sembrava essere sottovalutato.

Ci si è accorti, stranamente solo ora, che quella categoria di clienti possiede moneta, è più stabile ed è disposta, sovvertendo le regole imposte negli ultimi anni, di essere disponibile anche a ritornare nei negozi tradizionali. 

LA FINE DEGLI ORDINI ONLINE?

Quindi bisogna riadattare lo stile di vendita riconvertendo stanche e sbadate commesse, verso nuove e più utili individuazioni di accoglienza in negozio in grado di rintracciare da subito le volontà e i desideri di questa generazione opulenta, disincantata e disponibile. 

Non è una mia invenzione. Ce lo dicono le indagini di mercato e le statistiche di vendita. 

Tranquilli, I giovani non verranno lasciati soli e saranno sempre “cacciati” dalle maison proponendo concetti più vicini al Green e al fast fashion sopportabile, in barba alle scorie che saremo costretti a sopportare e provare a smaltire in un futuro non troppo lontano. 

La silver generazione è stanca del greenwashing raccontato in maniera impropria e a volte falsa. È più matura, ha più soldi da spendere ed è disincantata. 

A quell’età ormai è preparate a capire che il surplus che viene pagato per una finta offerta Green è solamente un furto ben confezionato, impacchettato e offerto ad un target più incline a farsi influenzare dai miti della Green Generation (GG). A cui loro non appartengono più.

La GG, a volte, non sembra tanto scafata da distinguere le vere opportunità proposte di moda in tema di difesa dell’ambiente, dai finti miti contrabbandati come salute ambientale globale. 

Intendiamoci. Non è sempre così ma le ultime “scoperte” di filiere produttive non propriamente etiche, l’utilizzazione di manodopera a basso costo nei paesi del terzo mondo, l’utilizzazione di prodotti fortemente inquinanti e la mistificazione di ricompense social per ripagare lo scempio generato nei paesi in via di sviluppo, hanno fatto aprire gli occhi a molti consumatori che non sono più disposti a pagare un sovrapprezzo indebito.

Nella moda, al ritmo attuale di crescita, nel 2030 avremmo un fatturato di 1,78 triliardi di dollari con una sopportazione di 700 milioni di tonnellate di scorie produttive da smaltire. Sempre in quella data, il second hand varrà 26 milioni di dollari.

Se è così, e sembra proprio essere così, il ritorno al passato della moda milanese e parigina è un sintomo di calmieramento rispetto alle esagerazioni estetiche a cui abbiamo assistito negli anni passati. 

La silver generation vuole essere rassicurata su molti fronti. Il primo è certamente il richiamo ad una sobrietà lontana dalle stravaganze stilistiche a cui ci avevano abituato e che forse ci eravamo adattati a subire. Forse inconsapevolmente.

INSOMMA UNO STILE TUTTO GIORGIO ARMANI. SEMPRE DI MODA E SEMPRE ATTUALE

Un bel traguardo. In un mercato che vede sempre di più in Giappone Corea del Sud, Brasile, India paesi famelici di moda con consumatori intenti a recuperare il gap di offerta che “hanno subito” involontariamente negli ultimi decenni. 

Anche in questi paesi varranno le scelte della silver generation? Sono convinto che a maggior ragione sarà così. Quindi chi si stupisce che a Milano e Parigi siano ricomparsi stili e rivisitazioni già presenti nel passato, avrà capito il motivo di queste scelte. 

Vendere è l’imperativo di ogni azienda.

E per vendere, se non si hanno a disposizione le indagini che ti dicono qual è il tuo target attuale e capire come si sposta il tuo potenziale cliente, puoi anche decidere di chiudere bottega. Tanto prima o poi capiterà. Perché le tue fantasie estetiche non avranno più spazio in un mercato rivoluzionato. E finalmente maturo. 

Poi lasciamo che l’eccentricità faccia comunque il suo corso. Ma non parliamo di mercato né di moda. Perché, come si diceva una volta, l’arte non è acqua. Il bicchiere va bevuto riempiendolo con ottime e sostanziali componenti. Un gusto pieno appaga l’animo e migliora le relazioni. E il fatturato. Anche nella moda.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

LA STRISCIA DI GAS. DA NETANYAHU A BLAIR, LA VERITÀ NASCOSTA DIETRO IL GENOCIDIO A GAZA

Qual è la verità dietro Gaza?

Alla vigilia del secondo anniversario dell’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, sarebbe bene cogliere tutti gli aspetti del genocidio che si compie a Gaza da due anni, cogliendo la verità che è lì, davanti agli occhi di chiunque abbia la dignità e la volontà di vedere.

Perché la verità urla. E lo fa attraverso immagini che squarciano il velo dell’ipocrisia e delle tante, troppe parole del politichese di chi si arrampica agli specchi per non staccare la spina all’amico Bibi.

Piccole barche a vela, cariche di cibo e incubatrici, senza armi, senza violenza, con l’unico intento di attivare un corridoio umanitario e di attirare quel clamore mediatico riservato solo all’Ucraina.

L’hanno chiamata “Freedom Flotilla”.

I suoi protagonisti sono stati definiti “provocatori” e irresponsabili. Eppure, fossero partiti su camionette alla volta di Kiev, sarebbero stati chiamati eroi che tentavano di portare un messaggio di pace a un popolo assediato, sfidando Putin.

In questo caso, invece sfidando un uomo, Benjamin Netanyahu, che un tribunale internazionale vuole processare e che si crede Mosè, ma contro i cui i leader europei non sono ancora riusciti a emettere una sola, misera sanzione.

Questa non è una storia di buoni contro cattivi, ma una vicenda molto più oscura, una storia di interessi inconfessabili, patti scellerati e bugie sistematiche che hanno trasformato una terra martoriata in un cimitero a cielo aperto. E per capirla, dobbiamo seguire il denaro, come ci ha insegnato Falcone. E, in questo caso, il gas.

“IRRESPONSABILI” EROI E LA MEMORIA STORICA CHE L’ITALIA DIMENTICA

A Genova, vicino allo scoglio di Quarto, un monumento celebra mille “irresponsabili” che fecero l’Italia.

Erano provocatori, sovversivi per chi deteneva il potere di allora. Gli stessi Carabinieri sarebbero stati considerati disertori e traditori, se avesse prevalso il fascismo.

Oggi, chi tenta di portare aiuti umanitari viene marchiato con lo stesso disprezzo da chi detiene il potere. Ma la storia, per chi la studia, ovviamente, è lì a ricordarci che, a volte, per cambiare le cose, bisogna essere irresponsabili per forza.

E il mondo sembra averlo capito.

Mentre l’Italia si nasconde dietro un’assordante neutralità che fa sempre più rima con complicità, 157 Paesi delle Nazioni Unite su 193 hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina.

Due popoli, due Stati. Suona bene e sarebbe la cosa più logica.

È una richiesta di giustizia che rimbalza nelle piazze di Roma e Milano, riempite da una folla che l’Italia non vedeva da anni, ma che le stanze del potere si ostinano a non voler ascoltare, puntando gli occhi solo sui soliti facinorosi che colgono ogni occasione per spaccare vetrine e dare sfogo alla loro nullità.

IL PIANO DI PACE DEI PIROMANI: IL PARADOSSO TRUMP-NETANYAHU

Poi, arriva il piano di pace. Scritto dai piromani per spegnere l’incendio che loro stessi hanno appiccato.

Benjamin Netanyahu e Donald Trump, l’architetto della guerra e il suo più grande sponsor, hanno redatto le regole per la pace. Da soli. Escludendo l’altra parte. Mentre si attendeva la risposta di Hamas, Israele faceva saltare il tavolo delle trattative in Qatar.

Non in senso figurato. Lo ha fatto saltare in aria, bombardando i funzionari di Hamas a Doha, proprio lì dove si negoziava una tregua.

Come può un dialogo sopravvivere quando una delle parti uccide i negoziatori dell’altra? Non può. E forse, non doveva.

LA RIVELAZIONE: NON È LA STRISCIA DI GAZA, MA LA “STRISCIA DI GAS”

Perché questa guerra non riguarda solo la terra. Riguarda ciò che si trova sotto il mare.

Il piano di ricostruzione post-bellico, secondo il progetto di Trump, verrebbe affidato a un uomo: Tony Blair. L’idea è trasformare la Striscia in un resort di lusso. Ma perché proprio lui?

La risposta gela il sangue. Perché al largo delle coste di Gaza si trova un’immensa ricchezza. Si trova una quantità enorme di gas.

Tony Blair, l’ex premier britannico, è uno dei principali sponsor della British Petroleum. Una compagnia che, con macabro sarcasmo, alcuni hanno ribattezzato “Blair Petroleum”.

Il quadro, improvvisamente, si fa chiaro. Terribilmente chiaro. Non si combatte per la Striscia di Gaza. Si combatte, e si muore, per la Striscia di Gas.

Decine di migliaia di innocenti, tra cui tantissimi bambini, potrebbero essere stati uccisi per il controllo del gas.

Una condizione per cui bisognerebbe interrogarsi tutti su cosa significhi democrazia e su chi sia davvero buono e chi cattivo, chi terrorista e chi più terrorista ancora.

IL PATTO SCELERATO: NETANYAHU, IL PADRINO DI HAMAS

Ma è qui che la storia assume i contorni di un tradimento cosmico. Perché l’attacco del 7 ottobre è stato un atto orrendo e criminale, ma chi ha messo Hamas nella posizione di compierlo? Chi ha armato la mano del mostro?

Le prove, schiaccianti, puntano in una sola direzione: Benjamin Netanyahu.

E le accuse non arrivano solo da personaggi considerati anti israeliani, ma direttamente da Ehud Olmert, ex Primo Ministro di Israele, che lo ha dichiarato nel 2023 senza possibilità di smentita: “Negli ultimi 15 anni Israele ha fatto di tutto per declassare l’Autorità palestinese e per rafforzare Hamas. Bibi ha fatto un accordo con il Qatar e hanno iniziato a spostare milioni e milioni di dollari a Gaza”.

La strategia era diabolica: finanziare il nemico estremista per indebolire l’interlocutore moderato, l’Autorità Palestinese, e rendere così impossibile la soluzione dei due Stati. Uccidere la pace sul nascere, alimentando l’odio.

E se una confessione di un ex premier non bastasse, c’è la prova video più recente e inconfutabile. Nel parlamento israeliano, l’ex ministro Avigdor Lieberman si è alzato in piedi, puntando il dito contro Netanyahu seduto di fronte a lui, e urlando con rabbia “TU PERSONALMENTE HAI ORGANIZZATO IL TRASFERIMENTO DEI SOLDI DAL QATAR AD HAMAS! QUESTO ERA IL TUO ORDINE PERSONALE!”

Netanyahu è rimasto impassibile, in un silenzio più colpevole di qualsiasi ammissione.

E allora, come si può non capire perché la gente scenda in piazza?

Oltre 50.000 bambini uccisi o feriti. “Orrori inimmaginabili”, denuncia l’UNICEF. Più dell’80% delle vittime sono civili. Interi quartieri cancellati dalla faccia della Terra.

Una commissione indipendente delle Nazioni Unite ha usato la parola terribile, quella che molti in Italia non riescono a pronunciare.

“Genocidio”.

Dicono che per parlare di genocidio non basti uccidere migliaia di civili, ma serva la “volontà di sterminio dichiarata apertamente”.

Ebbene, come abbiamo ricordato nell’articolo di ieri, il ministro israeliano Smotrich ha dichiarato: “Annientamento totale di Gaza, mi offro come boia”.

Il ministro israeliano Ben Gvir: “I palestinesi meritano solo una pallottola in testa”.

La volontà non è solo dichiarata, ma è urlata al mondo con arroganza.

Di fronte a questo, il primo passo per restare umani è chiamare le cose con il loro nome. Perché non si tratta più di una guerra, ma di un genocidio. E si consuma davanti ai nostri occhi.

E non si compie perché c’è stato il 7 ottobre.

Si compie per il gas.

E ripensare a cosa accadde settant’anni fa con il gas e con un altro sterminio non fa che rendere ancora più macabro e disumano restare silenti di fronte all’orrore.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

FARG² A “ESSERE NELL’ESSERE”: QUANDO L’ARTE ABBATTE LE BARRIERE E DIVENTA IDENTITÀ

Cosa significa “essere”?

Per un artista, questa domanda non è un quesito filosofico, non è pensiero astratto, ma piuttosto un’indagine esistenziale, un dialogo incessante tra il mondo interiore e la tela.

Per il duo artistico FARG², composto da Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, pittori mantovani fortemente ancorati al loro tempo e alle dinamiche sociologiche, questa ricerca ha assunto significati ancora più profondi, diventando il fulcro di una missione che unisce creatività, identità e un potente messaggio di inclusione.

Non sorprende, quindi, che il duo FARG² sia stato invitato all’evento romano “ESSERE NELL’ESSERE”, una mostra collettiva durante la quale, il 24 settembre, nella splendida cornice di Palazzo Valentini, si è tenuta una conferenza sulla disabilità.

L’iniziativa, promossa dal Consigliere della Città Metropolitana di Roma Capitale, Antonio Giammusso, e patrocinata da istituzioni come la Regione Lazio e Roma Capitale, ha acceso i riflettori sul legame indissolubile tra arte, identità e disabilità.

Per FARG², non si tratta di temi tra tanti, ma dell’essenza stessa del loro sodalizio.

Come scoperto nel recente incontro nel loro nuovo atelier, dove mi hanno concesso una gradevole intervista, la loro arte nasce da una sinergia unica, un’alchimia tra due sensibilità che si completano a vicenda.

Il loro lavoro dimostra con forza come la condizione di disabilità non sia un limite alla creatività, ma come, al contrario, possa diventare una prospettiva unica, un punto di forza da cui osservare e reinterpretare il mondo in maniera più profonda e puntuale.

“L’arte è un linguaggio che va oltre le parole, oltre lo stato fisici,” hanno raccontato Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, “e permette di comunicare direttamente con l’anima.”

Questa filosofia si sposa perfettamente con lo spirito dell’evento romano, che ha visto la partecipazione di figure di spicco come l’On. Alessandra Locatelli, Ministro per le Disabilità e personaggi noti, come Pippo Franco.

Per FARG², è stata l’occasione per portare la propria testimonianza non solo attraverso le opere esposte, ma anche attraverso la stessa presenza, poiché il loro sodalizio incarna il principio che l’arte è un potente veicolo di abbattimento delle barriere, sia fisiche che culturali.

L’impegno di Farg² nel sociale non è una novità e non è questo evento romano a fare da apripista.

Dal progetto del libro “La ricerca dell’infinito”, il cui ricavato ha sostenuto una cooperativa per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, alla loro linea di merchandising, FARG² ha sempre cercato di rendere l’arte uno strumento tangibile di cambiamento.

Persino la loro prima opera realizzata a quattro mani è nata da una circostanza benefica.

La loro visione della società e del mondo, nonché la creatività di entrambi a 360° va oltre l’esperienza pittorica e si manifesta anche attraverso oggetti da contemplare ed esperienze da vivere: un profumo che evoca le sensazioni di un’opera, una borsa che porta un messaggio per strada, un abito, un ventaglio…

La partecipazione a “ESSERE NELL’ESSERE” è stata, quindi, un passo naturale e significativo nel loro percorso, la conferma che il loro messaggio, incentrato sulla positività, la resilienza e la bellezza che si cela in ogni unicità, sta trovando ascolto ai più alti livelli istituzionali e culturali.

Ma anche la soddisfazione di portare all’attenzione di più persone possibili temi che, solitamente, faticano a trovare spazio nei luoghi di dibattito, nonostante siano fondamentali per la nostra società.

La mostra, a cura di Angiolina Marchese e Rosanna Vetturini, è stata l’ennesima occasione per Farg² di dimostrare che essere artisti non è soltanto creatività e bellezza. Non è soltanto tecnica, mostre ed eventi, ma è un percorso riservato a pochi.

Un percorso per persone profonde, capaci di andare oltre la superficialità che caratterizza il nostro tempo, arrivando a filosofare sui più importanti temi dell’esistenza umana.

Perché un vero artista è, prima di ogni altra cosa, una bella persona. E quando due belle persone riescono a unirsi artisticamente, veicolando le differenti visioni del mondo in un unico linguaggio, possono nascere ottime sinergie come nel caso di Farg².

Potete scoprire di più sul duo Farg², visitando il loro sito Web: farg2.it.

Di seguito, il video dell’intervista a Farg² nel loro studio.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DAI DRONI RUSSI AL GRANDE RESET, LA GUERRA NASCONDE LA PIÙ GRANDE TRUFFA FINANZIARIA GLOBALE?

Ogni giorno assistiamo al flusso incessante di notizie e immagini di un conflitto ucraino che non accenna a finire.

I media italiani si chiedono se i droni russi possano raggiungere le nostre città, – per fare cosa e con quali soldi, visto che il rublo, per gli stessi media, è carta straccia? –

È di questi giorni la notizia secondo cui I ragazzi italiani nati nel 2008 sono stati ufficialmente inseriti nel “manifesto di leva militare”. Ovviamente, il servizio di leva è stato sospeso anni fa, ma i cittadini che nel corso del 2025 compiono 17 anni sono inseriti in questo elenco in caso di necessità.

Così accadrà il prossimo anno per i nati nel 2009 e così via. Almeno fino a quando ci sarà la minaccia russa.

D’altronde, la paura è un’arma e qualcuno la sta brandendo con diabolica precisione e secondi fini inquietanti.

Mentre i nostri occhi sono puntati sul cielo, su una minaccia che avanza, esiste, tuttavia, un’altra guerra, più silenziosa e forse più devastante, che si combatte sui mercati finanziari.

Un piano così vasto da sembrare incredibile, eppure così chiaro da togliere il fiato.

Un piano che lega i droni fantasma sui cieli d’Europa al valore dei soldi che avete in tasca.

Questo non è solo un racconto di guerra. È la cronaca di un Grande Reset Monetario mascherato da conflitto geopolitico.

LA SINFONIA DELLA PAURA: DRONI FANTASMA E MINACCE

Tutto inizia con un sussurro, che diventa un grido.

Droni non identificati sorvolano la Germania. La centrale nucleare di Zaporizhzhia viene nuovamente attaccata. Poi, la dichiarazione del Presidente ucraino Zelensky, che riecheggia come un monito: “L’Italia potrebbe essere la prossima”.

Sono le tessere di un mosaico costruito per un solo scopo: spaventarci.

Per farci accettare l’idea che la minaccia russa sia alle porte, che l’unica risposta sia un’escalation militare continua.

In guerra, la verità è la prima vittima, e la propaganda è il suo becchino, perciò dobbiamo chiederci: siamo sicuri dell’origine di quei droni e della veridicità di queste minacce?

In un conflitto dove la disinformazione è strategica, non è forse plausibile un’operazione “false flag”?

Droni russi, magari catturati e riadattati, lanciati dagli stessi ucraini per forzare la mano alla NATO, per trascinare l’Occidente più a fondo nel pantano?

È un’ipotesi, certo. Ma non più fantasiosa della narrativa ufficiale, anch’essa priva di prove inconfutabili. Anche perché Mosca non ha nessun motivo plausibile per provocare la NATO, scatenando una guerra che potrebbe vincere solo usando le sue testate atomiche.

Ed ecco che, puntuale, arriva la “soluzione”: una proposta per un “muro anti-drone” da miliardi di euro sul fianco orientale dell’Unione Europea. Si crea il problema, si genera la paura, si vende la soluzione. Un copione vecchio come il mondo. Malattia, vaccini, soldi. Lo schema non cambia.

DIETRO LE QUINTE DEL CONFLITTO: L’ACCUSA DI MOSCA E IL RESET MONETARIO

Mentre l’Europa guarda al fronte militare, dalla Russia arriva un’accusa di portata storica, ma che ha basi più solide di quelle delle storie di navi, aerei e droni russi.

Non parla di missili, ma di soldi. Anton Kobyakov, un consigliere diretto di Vladimir Putin, ha puntato il dito contro Washington: gli Stati Uniti, afferma, stanno usando le criptovalute e le stablecoin per orchestrare un “Grande Reset Finanziario Globale”.

Ok, ma quale sarebbe l’obiettivo di questo fantomatico piano? Semplice e brutale: svalutare il loro colossale debito pubblico di 37 trilioni di dollari.

Un debito, quello degli USA, diventato impagabile.

Un mostro finanziario che rischia di divorare l’economia americana dall’interno.

I suoi storici acquirenti, nazioni come la Cina e il Giappone, stanno silenziosamente riducendo le loro quote. Il Giappone ha tagliato la sua esposizione di oltre il 15%, la Cina di quasi il 30%. La domanda per i titoli di stato americani sta svanendo.

E se la domanda svanisce, come si finanzia un debito che continua a crescere? Semplice. Si crea una nuova domanda. Artificiale. Globale.

STABLECOIN: IL CAVALLO DI TROIA PER ESPORTARE L’INFLAZIONE

Le stablecoin come Tether (USDT) e Circle (USDC) non sono altro che dollari digitali.

Ogni token emesso, in teoria, è garantito da un dollaro reale, spesso tenuto sotto forma di titoli del Tesoro USA a breve termine.

Ciò significa che più persone nel mondo usano stablecoin, più le società emittenti devono acquistare debito pubblico americano per garantirle. Gli Stati Uniti hanno trovato il modo di far finanziare il proprio debito non più solo da stati sovrani, ma da chiunque, in qualsiasi parte del pianeta, decida di usare un dollaro digitale.

Il colpo di grazia è la svalutazione.

Per ridurre il peso reale di 37 trilioni di dollari, la Federal Reserve dovrà inevitabilmente creare un’inflazione massiccia.

Ma questa volta, grazie alle stablecoin, l’onere non ricadrà solo sui cittadini americani, ma diventerà una tassa globale occulta. Chiunque deterrà un dollaro digitale vedrà il proprio potere d’acquisto erodersi per sanare i conti di Washington.

Stanno trasferendo le loro passività al mondo intero. Ricominceranno da zero, a spese di tutti gli altri.

IL CAMBIO DI ROTTA DI TRUMP: UN GIOCO BIPARTISAN?

Sembra una fantasia, eppure, guardando alla politica americana, sembra una possibilità reale e seria.

Donald Trump, che fino a due anni fa definiva Bitcoin una truffa e un nemico del dollaro, oggi si proclama il “presidente delle cripto”. Cosa è cambiato? Qualcuno gli ha spiegato il gioco.

Non è un caso che, con un voto bipartisan, sia passato il “Genius Act”, una legge che spiana la strada all’adozione di massa delle stablecoin negli USA.

Democratici e Repubblicani, uniti. E, di questi tempi, fa notizia.

Perché non si tratta del piano di un’amministrazione, ma della strategia di un impero che lotta per la sopravvivenza del suo bene più prezioso: la supremazia del dollaro.

L’Europa e la Cina hanno capito il pericolo.

I loro tentativi di bloccare le stablecoin non regolamentate e di accelerare sui propri euro e yuan digitali sono una disperata mossa difensiva, ma gli USA sono già avanti di cinque anni e pronti a rispondere, aprendo alla finanza decentralizzata (DeFi) e ai wallet non controllati, per aggirare ogni blocco.

PREPARARSI ALLA TEMPESTA: OLTRE LA PROPAGANDA, LA DIFESA DEL PATRIMONIO

Non ci sarà un annuncio ufficiale. Il reset è un processo, non un evento. Sta accadendo ora. Si manifesta nell’aumento del prezzo dell’oro e del Bitcoin, che non salgono per forza propria, ma perché il metro con cui li misuriamo – il dollaro – si sta sciogliendo.

Siamo intrappolati tra due fuochi: una guerra mediatica che semina panico e un reset finanziario che mira a erodere i nostri risparmi. Vivere nell’ansia, consumando 24 ore su 24 una narrazione di guerra, è esattamente ciò che vogliono.

L’unica via d’uscita è la consapevolezza.

L’eventualità che questa teoria sia la realtà che si dipana sotto i nostri occhi ha basi molto più solide di quelle della propaganda sui droni e sulle provocazioni russe, perché il debito americano è un mostro ingestibile e il dollaro ha seri problemi.

Sono fatti oggettivi non punti di vista. Quindi gli USA avrebbero il movente per adattare queste strategie finanziarie per salvare il salvabile.

Bisogna comprendere che il mondo sta cambiando a una velocità impressionante e che le vecchie certezze non esistono più. Buoni e cattivi potrebbero non essere più tali, ammesso che lo siano mai stati.

La vicenda ucraina, nel suo complesso, è decisamente più grande di quanto sembri.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.