L’EUROPA CHIEDE ALLA RUSSIA I DANNI PER RICOSTRUIRE L’UCRAINA. E I DANNI CAUSATI DA ISRAELE A GAZA?

Mentre l’Europa chiede a Mosca di pagare per la terra bruciata di Kiev, su Gaza si glissa, un po’ come quando una donna conferma la sua età in un borbottio sommesso.

Eppure, c’è un odore che accomuna i campi di grano del Donbass e le macerie lasciate a Gaza. L’odore acre della terra violata. Della polvere di vite sbriciolate. Decine di migliaia di innocenti ammazzati, tra cui molti bambini.

È il lezzo chimico di un futuro avvelenato.

Ma la giustizia, oggi, è diventata un menù à la carte. E l’Europa sceglie la portata a seconda della convenienza. E il prezzo è dato da amicizie e opportunismo.

UCRAINA: LA FERITA APERTA D’EUROPA

La terra sanguina. Non è una metafora. In Ucraina, il conflitto ha scatenato un assalto sistematico all’ecosistema.

Parliamo di danni ambientali stimati tra i 65 e i 108 miliardi di euro. Un numero astratto, che si traduce in problemi concreti. Le miniere di carbone del Donbass, bombardate e abbandonate, stanno rilasciando metalli pesanti nelle falde acquifere.

Si tratta di un ecocidio silenzioso, una guerra combattuta non soltanto con i missili, ma anche con i veleni che filtrano lenti e inesorabili, condannando le generazioni future a bere e coltivare da una terra malata.

Abbiamo perso quasi 2000 chilometri quadrati di foreste, un’area grande quanto mezza Valle d’Aosta. Non sono solo alberi. Sono i polmoni di una nazione, regolatori climatici, filtri naturali che ora non esistono più. È una cicatrice indelebile sul volto del continente.

E poi c’è il conto della ricostruzione, un conto salato, da 524 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale.

81 solo per ridare un tetto a chi l’ha perso. Settantacinque per ricostruire le arterie di una nazione: strade, ponti, ospedali. Le regioni orientali e meridionali, come Kharkiv, Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson, sono epicentri di una distruzione che da sola vale 248 miliardi di dollari.

Di fronte a questa devastazione, la narrazione occidentale è monolitica, chiara, giusta nella sua premessa: la Russia, l’aggressore, deve pagare. I beni russi congelati sono il pegno, il primo acconto per un debito di guerra che è materiale e morale.

La linea è tracciata. C’è un colpevole. C’è una vittima. C’è un percorso per la giustizia.

Le repliche russe in merito all’accerchiamento della NATO vengono rispedite al mittente, perché il Diritto internazionale vieta l’uso della forza.

Applausi. Sipario.

Ma il mondo è più grande del palcoscenico europeo.

GAZA: ANATOMIA DI UN ANNIENTAMENTO

Spostiamo lo sguardo di qualche migliaio di chilometri a sud. Verso una striscia di terra lunga 41 chilometri. Un tempo, un luogo brulicante di vita, sebbene fosse una prigione a cielo aperto. Oggi, è diventat una tomba a cielo aperto.

A Gaza i numeri perdono di significato, diventano pornografia del dolore.

69.000 morti. Stime di organizzazioni internazionali, di medici e volontari umanitari di diverse parti del mondo ipotizzano numeri anche superiori al doppio.

Non meno di 160.000 feriti. 300.000 case distrutte, ovvero l’universo privato, i ricordi, il futuro di quasi due milioni di persone disintegrati.

La Banca Mondiale stima un costo di ricostruzione tra i 53 e gli 80 miliardi di dollari, ma come si può prezzare l’annientamento di una società a livello morale? Come si può quantificare il danno di questo genocidio?

37 milioni di tonnellate di macerie. È più del doppio del peso di tutte le piramidi di Giza. Rimuoverle richiederà decenni e produrrà 90.000 tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni annue di una piccola città.

Chi pagherà per questo ulteriore danno all’ambiente?

Ma questo è solo l’inizio. Sotto quelle macerie si nascondono amianto, metalli pesanti, residui di ordigni. Un cocktail tossico che il vento solleva e la gente respira.

Le infrastrutture idriche e fognarie sono collassate, riversando liquami non trattati direttamente nel Mediterraneo. Non è un problema di Gaza. È un problema nostro, di tutto il bacino.

La guerra a Gaza ha avvelenato il nostro mare. L’80% del patrimonio arboreo di Gaza è stato cancellato. Alberi da frutto, ulivi secolari. Sradicati. Bruciati. Un deserto che avanza.

Questo non è un ecocidio. È la distruzione deliberata delle condizioni minime per la vita.

IL DOPPIO STANDARD DELLA BILANCIA MORALE

Eppure qui, la narrazione giustizialista europea si fa silenziosa. Esitante.

Per l’Ucraina, la richiesta di risarcimento è un imperativo morale, un pilastro del Diritto internazionale. Giusto.

E per Gaza?

Chi paga per Gaza?

La domanda resta sospesa in un vuoto assordante, riempito da distinguo geopolitici e bizantinismi diplomatici. Tanti, troppi, in Occidente applaudono oggi alla resa di Hamas, venduta come una “pace giusta”.

Certo, la fine del massacro è una vittoria per Trump e per l’umanità. Salva vite. Ferma il genocidio in atto. È un bene assoluto.

Qualunque pace è sempre meglio di qualsiasi guerra. E solo un cretino o chi ha interessi nelle fabbriche di armi può sostenere il contrario.

Tuttavia, Benjamin Netanyahu, l’architetto di questa devastazione, l’esecutore e mandante di quanto capitato a Gaza è un uomo ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.

Non è un’opinione. È un atto formale dell’organo di giustizia globale che l’Occidente stesso ha contribuito a creare e che sostiene, a giorni alterni.

Per parlare di Putin, è il più alto tribunale al mondo. Per parlare di Netanyahu è una banda di depravati a cui affibbiare sanzioni.

Per l’invasore dell’Ucraina, sanzioni, armi agli aggrediti e mandati di cattura. Per il distruttore di Gaza, strette di mano, accordi di resa… di pace e guerra a chiunque dissenta e tifi per gli aggrediti.

Questa asimmetria non è solo un’incoerenza politica. È il crollo dell’architrave morale su cui dovrebbe reggersi l’ordine internazionale. È un messaggio devastante inviato al mondo: la giustizia non è cieca. Ci vede benissimo e ha un occhio di riguardo per gli amici.

RICOSTRUIRE SULLE MACERIE DELL’IPOCRISIA

Sia in Ucraina che a Gaza, la ricostruzione sarà un affare colossale, un orizzonte decennale che attirerà capitali pubblici e privati. Ma cosa ricostruiremo?

Palazzi, scuole, ospedali? Certo.

Ma se lo faremo senza ricostruire un senso di giustizia universale e morale, edificheremo solo castelli di sabbia su fondamenta di ipocrisia. Strade, palazzi città pronti a essere distrutti prossimamente.

La ricostruzione di Gaza, in particolare, rischia di diventare un paradosso crudele, un progetto “sostenibile” per un popolo a cui è stata negata la sostenibilità della vita stessa, finanziato da quegli stessi attori internazionali che sono rimasti a guardare mentre il territorio veniva raso al suolo.

E ancora stanno a guardare mentre Israele non rispetta gli stessi accordi di pace per cui tutti festeggiano come a Capodanno.

Ma se vogliamo essere giusti, non possiamo separare i mattoni dal Diritto. Non possiamo parlare di miliardi di euro ignorando i principi che dovrebbero governare le relazioni tra i popoli.

OLTRE I NUMERI, L’UMANITÀ

Lasciate perdere per un istante i miliardi, le tonnellate, i chilometri quadrati. Pensate a un bambino di Kharkiv che non può più giocare nel bosco dietro casa perché è pieno di mine. Pensate a un bambino di Gaza che beve acqua contaminata e respira polvere di amianto.

Ammesso che a casa abbia ancora genitori che lo aspettano e non siano tra le migliaia di vittime dell’esercito israeliano.

Le loro sofferenze non hanno nazionalità. Il loro futuro rubato non ha colore politico.

Il costo reale di queste guerre non è nei bilanci della Banca Mondiale, ma nell’erosione del nostro senso di umanità. È nella credibilità perduta di un sistema che predica regole e pratica eccezioni.

Il silenzio ha un prezzo.

E lo stiamo già pagando tutti. E il conto è sempre più salato.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

HANNO VINTO TUTTI. NESSUNO ESCLUSO?

Nella guerra di Israele contro Hamas, Iran, Siria, Libano, Yemen, hanno vinto tutti. In breve e non in maniera pedissequa.

Partiamo dal 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas sfondano le barriere protettive con Israele, uccidono 1200 israeliani e rapiscono 210 persone che poi diventano ostaggi. Stupri, decapitazioni, uccisioni indiscriminate, ma mirate colpiscono civili e militari israeliani.

Inevitabile, la rappresaglia israeliana, con conseguente invasione dei territori di Gaza, con bombardamenti indiscriminati che colpiscono inevitabilmente anche la popolazione civile generando una carneficina con oltre 60.000 morti.

Questo evento dà origine ad una escalation militare che coinvolge le milizie di Hezbollah con attacchi che partono dal Sud del Libano, colpendo anche la missione Unifil, dove sono dislocati i soldati italiani, con lanci di droni ed azioni belliche partite anche dal territorio dello Yemen e dell’Iran a difesa della causa palestinese.

Come si diceva, Israele ha bombardato la striscia di Gaza, lasciando sul terreno decine di migliaia di morti, secondo le stime del Ministero della Salute di Hamas.

La dirigenza dello stesso movimento ha comunque subito gravi perdite, ha preferito far morire i propri concittadini piuttosto che rimettersi ad un cessate il fuoco e riconsegnare gli ostaggi ancora in vita e i corpi dei deceduti per far cessare le armi e porre fine alla guerra con Israele.

Fino ai giorni nostri, per la verità fino ad oggi, 13 ottobre, con il rilascio degli ultimi ostaggi israeliani ancora in vita, e con il rilascio dei prigionieri di Hamas come contropartita, compresi 250 ergastolani, e soprattutto in attesa della seconda fase dell’esecuzione dei negoziati.

Quindi tutti i vincitori e nessun perdente. Siamo proprio sicuri che sia andata così?

Fra i vincitori vi è certamente il presidente degli Stati Uniti, Trump, che ha voluto fermamente questo risultato (ma i cui esiti finali sono tutt’altro che scontati e sicuri), convincendo Netanyahu e la Knesset, Il Parlamento monocamerale israeliano, che fosse la soluzione più conveniente per riportare a casa gli ultimi ostaggi ancora in vita.

Per quelli defunti ci vorranno ancora 14 giorni di ricerche in giro per la Striscia di Gaza per riconsegnarli alla pietà dei parenti.

Anche Netanyahu possiamo dire che sia fra i vincitori nonostante fosse compresso fra i ministri ultraortodossi del suo governo. Fra 1000 difficoltà, le sfuriate di Trump, che rischiava una ulteriore brutta figura dopo aver pensato che si potesse raggiungere un accordo di pace fra Hamas e Israele come fra Ucraina e Russia nel giro di qualche giorno, dopo il suo insediamento nello studio ovale, ora Netanyahu ne esce vincitore.

Era facile da prevedere che a Trump non sarebbero bastati un paio di giorni per risolvere le due vicende ormai incancrenite e molto pericolose soprattutto dal punto di vista politico.

Hanno vinto i paesi moderati arabi che hanno insistito per una accettazione del piano di pace in 20 punti proposto da Trump.

In primis Il Qatar, che ha ospitato molte tornate negative dei negoziati di pace, seguito dall’Egitto, che pure si è adoperato convintamente per fornire la propria mediazione e dove, va ricordato, passano i rifornimenti di viveri in superficie per la striscia di Gaza (e forse di armi che transitano attraverso i tunnel scavati da Hamas al confine con L’Egitto), e da un redivivo politico come Erdogan, il Presidente della Turchia.

Ma saranno presenti anche altri paesi come la Giordania, il Bahrein, l’Indonesia, l’Arabia Saudita, Gli Emirati Arabi UNITI, i primi ministri di mezza Europa, i plenipotenziari dell’UE, il primo ministro canadese, quello Armeno, quello Pakistano…

Hanno vinto i paesi europei che più sono stati vicini alla dimensione trumpiana rivendicando un ruolo anche per il dopo.

Al di là delle fughe in avanti inutili e spesso dannose, così come è stato per Macron, Starmer, Merz, Sanchez, forse, e qui oso, la vincitrice potrebbe risultare proprio Giorgia Meloni, paradossalmente, e in barba a Landini, il capo popolo italiano dell’ultima ora, con invenzioni di scioperi generali a favore di Hamas e non contro Israele, alla Sumud Flottilla…

Intendiamoci nessun “Osanna” per Meloni, ma c’è poco da scegliere in alternativa.

Meloni ha sempre mantenuto una visione coerente su questo tema ed è stata accusata da più parti di essere lo scendiletto di Trump. Ma Trump è il vincitore indiscusso, fino a questa tornata.

Quindi teniamoci la Meloni. Sembra che non ci sia niente di meglio. Ma se qualcuno preferisce Landini, Schlein o Conte, facciano pure. Intendiamoci, è una mia idea. Ma i fatti sono questi.

Nessuna giustificazione per i violenti che sono scesi in piazza, sbagliando, confondendo il target da colpire.

Viva gli oceanici cortei pacifici, magari senza bandiere di Hamas, che isolano gli infiltrati violenti.

Nessun perdente?

Pia illusione personale?

Penso proprio di sì. Purtroppo!

E allora chi sono i perdenti? Non vi viene in mente nessuno? A me sembra che siano più di 60.000 incolpevoli perdenti.

La vita ha ancora un prezzo?

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, esperto di Comunicazione e di arte concettuale. Laureato in Scienze Politiche, ha gestito Comunicazione e rapporti istituzionali di grandi gruppi industriali e istituzioni.

EUROPA AL BIVIO. CHAT CONTROL, LA CURA PEGGIORE DEL MALE CHE VUOLE COMBATTERE

Bruxelles.

Il voto era fissato per il 14 ottobre, data cerchiata in rosso sui calendari di attivisti, ingegneri informatici e statisti.

Ma il voto al regolamento ribattezzato “Chat Control” è stato rinviato a dicembre, perché l’Europa, questa grande e fragile confederazione di storie e ideali, non è riuscita a guardarsi allo specchio e a decidere se vuole tornare a essere un faro della democrazia e dei popoli o proseguire sul controllo sociale in stile dittatura.

Non stiamo parlando di una direttiva secondaria, infatti. Stiamo parlando di una proposta che, con la nobile e inattaccabile scusa di proteggere i bambini, si prepara a installare un occhio onniveggente nelle nostre vite: le nostre conversazioni private e non solo.

IL CAVALLO DI TROIA NELLA NOSTRA TASCA

La chiamano “Child Sexual Abuse Regulation”, un nome rassicurante. Chi oserebbe opporsi?

Ma spogliata della sua veste retorica, la proposta della commissaria Ylva Johansson è un’architettura di sfiducia.

Un mandato, imposto per legge, che obbligherebbe ogni fornitore di servizi di messaggistica – da WhatsApp a Signal, da Telegram a Messenger – a distruggere il santuario che protegge la nostra intimità digitale: la crittografia end-to-end.

Il meccanismo è di una semplicità brutale.

Funziona così. Le aziende tecnologiche sarebbero costrette a integrare una “backdoor”, una porta di servizio, nel loro software. Una vulnerabilità deliberata.

Attraverso questa porta, algoritmi di intelligenza artificiale scandaglierebbero ogni singola parola, ogni foto, ogni video che inviamo. Anche quelli scambiati in una chat che credevamo sicura.

È l’equivalente digitale di un postino autorizzato dallo Stato ad aprire ogni busta, leggere ogni lettera, esaminare ogni fotografia di famiglia, prima di consegnarla al destinatario. Per la nostra sicurezza, naturalmente.

Questo non è un bug. È una feature. Uno spyware di Stato legalizzato, installato di default su miliardi di dispositivi.

E una porta di servizio, per sua stessa natura, non obbedisce a un solo padrone. Una volta creata, diventa un bersaglio. Per governi autoritari, per hacker al soldo del miglior offerente, per chiunque abbia le risorse per forzarla. Si apre una fessura per guardare i mostri e si finisce per spalancare un portale a tutti i demoni.

L’ILLUSIONE TECNOCRATICA DELLA SICUREZZA ASSOLUTA

Il vero dramma di Chat Control non è solo la sua natura invasiva, ma la sua profonda, quasi infantile, ingenuità tecnologica.

È il prodotto di una mentalità burocratica che crede di poter risolvere un problema sociale complesso, qual è la piaga degli abusi su minori, con una soluzione tecnologica totale. Una grave, pericolosissima sopravvalutazione delle capacità degli algoritmi.

Gli stessi addetti ai lavori suonano l’allarme. L’FBI, non esattamente un’organizzazione nota per il suo lassismo, ha avvertito il Parlamento Europeo: siamo già sommersi di segnalazioni, non abbiamo le risorse per gestire quelle attuali. Aggiungere un flusso indiscriminato di dati non aumenterebbe le nostre capacità di intervento. Li annegherebbe.

Il Chaos Computer Club, una delle più autorevoli comunità di hacker etici al mondo, ha fatto i conti. Anche con un ipotetico, e ottimistico, tasso di errore dell’1%, un sistema che analizza miliardi di messaggi al giorno produrrebbe decine di miliardi di falsi allarmi. Un rumore di fondo così assordante da rendere impossibile distinguere il segnale.

Non solo inutile, dunque, ma addirittura controproducente.

Si finirebbe per dare la caccia alla nonnina e allo zio che si scambiano foto private, a conversazioni ambigue tra amanti, a ironie fuori contesto tra amici, mentre i veri criminali, da sempre maestri nell’arte di eludere la sorveglianza, troverebbero nuovi e più oscuri canali per comunicare.

Stiamo costruendo la più grande rete a strascico del mondo per pescare un pesciolino, finendo per distruggere l’intero ecosistema marino.

IL MERCATO DELLA PAURA E LA SOVRANITÀ DIGITALE SVENDUTA

E qui, la lente si sposta dall’analisi sociologica a quella geopolitica ed economica. Chi costruirà questa colossale infrastruttura di sorveglianza?

L’Europa non possiede, oggi, la capacità tecnologica per farlo su questa scala. La risposta è ovvia: l’appalto finirebbe nelle mani dei giganti della Silicon Valley o di aziende collegate.

In un colpo solo, l’Unione Europea violerebbe i diritti fondamentali dei suoi cittadini e svenderebbe la propria sovranità digitale ad aziende private.

Affiderebbe le chiavi delle comunicazioni più intime di 450 milioni di persone a entità extra-comunitarie private, con tutte le implicazioni che ciò comporta in termini di spionaggio industriale e controllo geopolitico.

La verità è che Chat Control è l’apice di un modello di governance basato sul “mercato della paura”.

Si prende una paura legittima e sentita – la protezione dei più vulnerabili – e la si usa come leva per giustificare misure altrimenti inaccettabili. È un baratto avvelenato: cedete un pezzo della vostra libertà, e noi vi daremo un’illusione di sicurezza. Un’illusione costosissima, inefficace e che erode le fondamenta della società liberale.

L’ECOSISTEMA DELLA FIDUCIA: UNA VOLTA INFRANTO, IRREPARABILE

Forse è questo il punto. Il rinvio del voto e la spaccatura tra gli Stati membri, con la Germania contraria e un blocco ispano-francese a favore, non sono solo un intoppo procedurale, ma il sintomo di una frattura profonda.

La battaglia su Chat Control è una battaglia per l’anima del progetto europeo dei popoli e delle democrazie. Da un lato libertà e democrazia, dall’altro controllo totale, pernicioso e viscerale in stile cinese.

Una società dove ogni conversazione è potenzialmente sospetta è una società chiusa in una dittatura. È una società che inibisce il dissenso, che scoraggia la confidenza, che congela l’intimità.

Che ne sarà del giornalista che comunica con la sua fonte? Del paziente che si confida con il suo psicoterapeuta? Dell’avvocato che discute una strategia con il suo assistito? Che ne sarà di due amanti, di un genitore e un figlio, di due amici che si raccontano le loro paure più profonde?

Vivere sotto una presunzione di colpevolezza digitale cambia il nostro modo di essere umani. E cambia le regole del gioco, perché diventeremo tutti colpevoli e sorvegliati H24.

Il regolamento che gli stati membri dovrebbero recepire e convertire in legge non è stato approvato il 14 ottobre, ma non è stato nemmeno archiviato. Anzi, una nuova votazione è stata rimandata a dicembre.

La tregua è fragile. A dicembre, i leader europei saranno di nuovo chiamati a quella scelta. Sarà una scelta tra la scorciatoia autoritaria e il difficile, impervio sentiero della democrazia.

Tra la costruzione di un apparato di controllo digitale e la difesa di quello spazio di libertà, privato e inviolabile, senza il quale non può esistere né un cittadino, né una persona.

Tanto meno una democrazia.

Guarda la mia intervista sul tema su CrazyNet

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DANIELA BUSSOLINO A CASTELLO DI ANNONE CON “UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE”. UN TRIONFO DI CUORE E COMUNITÀ

di Redazione

Un successo sentito per la presentazione del nuovo libro della scrittrice e pittrice di Castello di Annone (AT), Daniela Bussolino, nella splendida cornice di Casa delle Rondini.

Un pomeriggio dove le parole hanno incontrato l’arte, le emozioni hanno riempito la sala e l’impegno civico ha dimostrato che la cultura può, letteralmente, salvare una vita. Anzi, più d’una. E non soltanto metaforicamente.

CASTELLO DI ANNONE – Ci sono eventi che rimangono confinati tra le mura di una sala e altri che ne escono, lasciando un’impronta indelebile sul tessuto di una comunità.

La presentazione del nuovo libro di Daniela Bussolino, “Una storia d’amore a quattro zampette”, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Domenica scorsa, 12 ottobre, in un’atmosfera calda e partecipata, il pubblico ha risposto con un entusiasmo che ha trasformato un semplice incontro letterario in un momento di autentica condivisione.

UN EVENTO CHE VA OLTRE LE PAGINE

La sala era gremita. Un silenzio attento, quasi vibrante, ha accompagnato le letture dei passi più toccanti del libro.

Non un semplice pubblico, ma una platea di anime pronte a catturare segreti dal racconto della coniglietta Cristal, protagonista di una storia che parla un linguaggio universale.

Daniela Bussolino, affiancata dai relatori, ha guidato i presenti attraverso un viaggio che parte dalla fragilità della nascita per arrivare alla potenza rigeneratrice dell’amore, toccando temi profondi come il lutto, la rinascita e quel legame spirituale che ci unisce ai nostri compagni animali.

Dunque, anche un dualismo uomo-ambiente che ci riporta a un vivere più rispettoso del pianeta, più civile e più maturo.

La narrazione, raccontata dal punto di vista della coniglietta, si è rivelata una scelta stilistica potente e immersiva.

Il libro parla di fiducia dopo il trauma, di gelosia superata, della saggezza di un cuore che impara a capire che l’amore non si divide, ma si moltiplica.

E poi, il colpo di scena finale, che, tuttavia, non sveliamo certamente in questo articolo, ma invitiamo a leggere il libro, che, in fondo, è un messaggio di speranza che ha visibilmente commosso molti dei presenti alla prima presentazione ufficiale.

QUANDO L’ARTE LASCIA UN SEGNO… ANCHE SUL LIBRO DELLE FIRME

A rendere unico l’evento è stata quell’alchimia rara che si crea quando un autore è anche un artista.

Daniela Bussolino non ha solo firmato copie, ha ispirato creatività grazie al fatto che è anche una pittrice che ha esposto le sue opere in diverse località sul pianeta: Roma, Venezia, Parigi, Barcellona, Dubai, New York…

La prova più bella e inaspettata è arrivata dal libro delle dediche. Tra una firma e l’altra, gli ospiti hanno lasciato dei disegni, schizzi di coniglietti, cuori, piccoli ritratti e caricature.

Un gesto spontaneo e meraviglioso, un omaggio all’anima poliedrica della scrittrice Daniela Bussolino e un modo per entrare in sintonia con lo spirito giocoso e profondo del libro. Quella pagina bianca è diventata una piccola opera d’arte collettiva, specchio di un pomeriggio in cui l’immaginazione ha avuto la meglio.

UN CUORE CHE BATTE PER LA COMUNITÀ: DALL’ARTE AL DEFIBRILLATORE

Ma l’impatto di Daniela Bussolino su Castello di Annone va ben oltre la letteratura. La giornata è stata anche l’occasione per ricordare un altro, importantissimo traguardo, giunto grazie all’impegno dell’autrice per la comunità del suo paese.

Infatti, grazie ai proventi della sua precedente mostra d’arte personale, “La Danza dei Colori”, è stato possibile donare al Comune un defibrillatore (DAE), oggi installato e a disposizione di tutti i cittadini.

È questo il filo rosso che lega le diverse sfaccettature dell’espressione artistica di Daniela Bussolino: la ferma convinzione che la cultura e l’arte non siano fini a sé stesse, ma strumenti potentissimi per generare valore sociale.

Un libro che parla di un cuore che ama, un’artista che dona un dispositivo salvavita che fa ripartire i cuori. Una metafora perfetta del suo operato.

UN SUCCESSO CHE PARLA ALL’ANIMA

L’evento si è concluso con foto di gruppo, sorrisi e la sensazione condivisa di aver partecipato a qualcosa di speciale. Il successo di “Una storia d’amore a quattro zampette” non si misura solo nel numero di copie vendute, ma nell’onda di affetto che ha saputo generare.

Daniela Bussolino ha dimostrato ancora una volta di saper parlare direttamente all’anima del suo pubblico, creando ponti tra il mondo umano e quello animale, tra la narrazione e la vita reale, tra le percezioni e le emozioni generate, tra l’espressione artistica e il bene comune.

Un trionfo meritato, che lascia Castello di Annone più ricco di storie, di emozioni e di speranza.

I SETTE BERSAGLIERI DI PUTIN, SUPER RAMBO ALLA CONQUISTA DELL’EUROPA

C’è del metodo nelle supercazzole che ci raccontano. Non c’è dubbio.

D’altronde, sono professionisti. C’è stato un tempo in cui facevano informazione.

O forse, più semplicemente, c’è solo follia e bisognerebbe prescrivere psicofarmaci a volontà.

La cronaca propagandata nelle ultime ore, quella che dovrebbe informarci sui destini del mondo, somiglia sempre più a un remake non autorizzato di un vecchio film a episodi, con Enrico Montesano.

Ricordate? Ne abbiamo già scritto. Il copione della propaganda occidentale è sempre più simile a Io Tigro, Tu Tigri, Egli Tigra, film a episodi in cui un manipolo di bersaglieri italiani, smarriti durante un’esercitazione, entra per sbaglio in Svizzera per comprare sigarette.

Per una serie di esilaranti equivoci e per l’incapacità del personaggio interpretato da Montesano, si generano panico nazionale, coprifuoco, l’annuncio televisivo di “tre milioni di soldati italiani” pronti a conquistare Bellinzona.

Una farsa. Da ridere a crepapelle, se non fosse che oggi, con comici infinitamente meno talentuosi, stiamo mettendo in scena lo stesso copione. Solo che non si ride più.

Perché la Svizzera, oggi, è l’Europa intera. E i bersaglieri, beh, sono russi. Ovviamente.

IL CASUS BELLI PER LA GUERRA ALLA RUSSIA: SETTE UOMINI E UNA STRADA DI CAMPAGNA

Tenetevi forte. È successo un fatto gravissimo.

Una di quelle azioni di guerra che tengono svegli la notte i generali della NATO e fanno vendere copie ai giornali che ancora usano la carta. In Estonia, le autorità locali hanno temporaneamente chiuso un tratto di strada al confine con la Federazione Russa.

Chiuso. Sbarrato.

Ma perché?

Le prodi guardie di frontiera, hanno avvistato sette (7) militari russi. Armati. Al di là del confine, in territorio russo. Cioè a casa loro.

Speriamo che i russi non abbiano avvisato i rispettivi superiori di aver avvistati militari estoni in territorio estone, altrimenti è la fine ed entriamo in guerra.

Sette. Soldati. Russi. Sul. Territorio. Russo.

Roberto Micozzi (Alias Enrico Montesano) la leggerebbe come una provocazione intollerabile. Una minaccia diretta alla sicurezza dell’Alleanza Atlantica.

Sette uomini, probabilmente i sette cavalieri dell’apocalisse in incognito, Rambo super addestrati e implacabili che osano passeggiare armati a casa loro.

E noi, dall’altra parte del filo spinato, abbiamo giustamente reagito chiudendo un chilometro di asfalto. Una mossa strategica di rara arguzia, un segnale inequivocabile a Putin: non ci farete paura. Almeno non su quella specifica striscia di catrame.

Anche se i sette, probabilmente, curano le ferite dandosi fuoco e mettono in scacco migliaia di uomini con del filo di ferro e qualche granata.

È la dottrina della deterrenza di Bellinzona: loro cercano sigarette, noi chiudiamo il tabaccaio. Geniale.

L PRECEDENTE POLACCO: CACCIA AL DRONE DI POLISTIROLO

Questa psicosi, del resto, non nasce dal nulla. È figlia di una narrazione coltivata con cura, innaffiata ogni giorno da dispacci di agenzia e analisi da salotto televisivo.

Ricordiamo, solo poche settimane fa, l’intera NATO in subbuglio per una ventina di droni di polistirolo lanciati sulla Polonia. Oggetti da mille euro, forse meno.

La risposta NATO è stata affidata a caccia militari in decollo immediato, missili da svariati milioni di euro per abbattere giocattoli che, beffardamente, hanno causato più danni autoinflitti dai missili di quei caccia – tetti sfondati, conigliere centrate in pieno – che altro.

Abbiamo dimostrato al mondo di essere disposti a spendere il PIL di una piccola nazione per disintegrare un aeromodello. Non è magnifico? Questo non è solo potere militare, è una dichiarazione di intenti economici. Una performance artistica sul tema dello spreco, finanziata dal contribuente.

E alla faccia delle politiche green. O i caccia vanno a pannelli solari?

DALLA REALTÀ ALLA “FASE ZERO”: LA GUERRA PSICOLOGICA (SU DI NOI)

Ma non temete, c’è una spiegazione accademica a tutto questo. I think tank, quegli oracoli moderni pagati per dare un nome altisonante al panico, l’hanno battezzata “Fase Zero”. Roba da ridere a crepapelle, se fosse un remake del film con Montesano.

Secondo l’Institute for the Study of War (ISW), questi non sono incidenti isolati, ma attacchi ibridi, segreti e palesi – rileggete: segreti, ma palesi – con cui la Russia prepara le “condizioni informative e psicologiche” per una futura, inevitabile, guerra contro la NATO.

Guerra che la Russia dovrebbe portare avanti armata solo di pale, a dorso di muli e con l’economia al collasso, secondo le notizie che ci danno gli stessi narratori di supercazzole.

È una costruzione narrativa sublime.

I sette soldati non erano di pattuglia, ma stavano “plasmando la percezione psicologica” degli estoni. I droni in Polonia non erano semplici incursioni, bensì “operazioni informative cinetiche”.

Grazie a questa neolingua da manuale di controspionaggio, ogni evento, per quanto insignificante, diventa una tessera del mosaico del male.

Il nemico perfetto, invisibile ma onnipresente, segreto ma palese. Così palese che, a volte, sono i nostri stessi missili a colpire il nostro territorio, ma la colpa è sempre e comunque di Mosca. Vuoi mettere?

IL RIARMO EUROPEO: UNA CORSA AGLI ARMAMENTI SENZA BERSAGLIO (O QUASI)

E a chi giova tutto questo teatro dell’assurdo?

La risposta è sempre la stessa: al complesso militare-industriale.

Mentre ci si spaventa per sette bersaglieri in libera uscita, l’Europa si lancia in un riarmo da 800 miliardi, puntando al 5% del PIL per le spese militari.

Ma quale Europa? Quella unita? Macché.

La Germania si azzuffa con la Francia sui carri armati del futuro, l’Italia cerca di piazzare i suoi pezzi e ogni nazione gioca la sua partita per assicurarsi una fetta della torta.

Non si sta costruendo un esercito europeo, si sta alimentando una dozzina di industrie nazionali in competizione tra loro nel nuovo business, dopo che von der Leyen e la sua commissione hanno affossato l’automotive per costruire automobiline a batterie.

Pertanto, la minaccia russa è puro marketing, diventa il più grande spot pubblicitario della storia per la vendita di armi. Un mercato, non una difesa. E noi paghiamo il biglietto.

MENTRE LA LOGICA VA IN LICENZA PREMIO E CI VENDONO COMICITÀ SPACCIANDOLA PER REALTÀ

Il punto, sociologicamente devastante, è che tutto questo funziona. Funziona perché, forse, la nostra capacità collettiva di discernimento è stata erosa. Fritta. Bruciata da anni di scroll infinito su TikTok, Facebook e Instagram, dove la soglia di attenzione di un pesce rosso è un lusso e la complessità è nemica del like.

Se un video di 15 secondi è troppo lungo per arrivare al punto, se perfino le basi della logica sono equazioni che riempiono una lavagna, se le basi della conoscenza storica mancano palesemente, come possiamo pretendere di analizzare uno scenario geopolitico?

Allora, è più facile, più comodo, accettare la favola. Il buono contro il cattivo. I tre milioni di bersaglieri alle porte.

Mentre giustifichiamo la distruzione di Gaza con la presunta scarsa qualità dei materiali edili di Hamas – un’argomentazione che meriterebbe un posto d’onore nel museo della disonestà intellettuale, e, magari, anche in qualche cella, in rispetto del Diritto internazionale – e ci prepariamo a una guerra totale per sette soldati che passeggiano nel bosco di casa loro, il dubbio sorge spontaneo.

Forse, come nel film, anche loro volevano solo delle sigarette. Volevano solo chiedere un’indicazione.

Ma nessuno, a quanto pare, parla più la lingua del buonsenso, ma chi comanda ha in mano calcolatrici e aziende di armi da mandare avanti.

E questa, signori, è l’unica, vera, terrificante minaccia che dovremmo temere.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA GUERRA DELLE VERITÀ. IL DOPPIO STANDARD NARRATIVO CHE RISCRIVE IL CONFLITTO UCRAINO

La prima vittima della guerra è la verità. È un adagio inflazionato, quasi banale nella sua ripetitività.

Ma la verità non viene semplicemente uccisa, bensì clonata, sfigurata e schierata in battaglia come un esercito di fantasmi. Oggi la nebbia della guerra non è fatta solo di fumo e polvere da sparo, ma di un’incessante foschia informativa, un’architettura della percezione costruita con perizia non soltanto per “manovrare” le nostre opinioni, ma le nostre stesse fondamenta morali. I nostri stessi valori.

Stiamo combattendo una guerra per procura che è soprattutto emotiva, dove il campo di battaglia è la nostra mente.

L’errore fondamentale è credere che questo sia un gioco a due. Beh, non lo è.

IL TEATRO DELLE FAKE NEWS: UN PALCOSCENICO A SENSO UNICO

Analizziamo il copione. È semplice, quasi rassicurante nella sua prevedibilità.

Da un lato del palcoscenico, abbiamo il “Cattivo”: la Russia.

Le sue affermazioni vengono etichettate, inscatolate e vendute come “fake news”. Sempre e comunque.

Un esempio da manuale è la notizia, attribuita a fonti russe, secondo cui il presidente Zelenskyy trasferirebbe 50 milioni di dollari al mese in un conto saudita.

È una storia grossolana, facilmente smontabile, una caricatura della disinformazione che serve a rafforzare la nostra convinzione secondo la quale loro mentono. È un’operazione che ci rassicura. Ci conferma nel nostro ruolo di spettatori illuminati.

Dall’altro lato del palco, c’è l'”Eroe”: l’Ucraina, sostenuta dall’Occidente, cioè noi, i buoni, sempre e comunque.

Le sue narrazioni, per quanto straordinarie, vengono accolte con un’accondiscendenza quasi reverenziale.

Kiev annuncia di aver eliminato 1.240 soldati russi in un solo giorno. Il numero è vertiginoso, quasi inconcepibile in termini umani, ma viene assorbito nel flusso mediatico senza il minimo scetticismo critico.

Non è “fake news”, in questo caso, ma un bollettino di guerra. Dimentichiamo per un istante le famiglie dietro quei numeri, la logistica di una simile ecatombe.

La cifra non serve a informare, ma a costruire l’immagine di un nemico fragile, sull’orlo del collasso, e di un eroe che resiste con una forza sovrumana.

Questo non è giornalismo, ma la costruzione di un mito funzionale allo sforzo bellico. E noi, consumatori di notizie, diventiamo involontariamente custodi e, al tempo stesso carburante, di quel mito.

IL MERCENARIO CUBANO E L’EMBARGO: QUANDO LA NOTIZIA SERVE L’AGENDA

Qui la faccenda si fa più sottile, e infinitamente più interessante. Spunta una notizia, veicolata da una testata tedesca che cita l’intelligence ucraina, di 25.000 soldati cubani in procinto di combattere per la Russia. Non bastavano i nordcoreani.

Una cifra enorme, un potenziale sconquasso sul campo. Ma la vera storia non è nel numero. La vera storia è nella sua funzione.

Quasi simultaneamente, apprendiamo che questa stessa informazione viene utilizzata dal Dipartimento di Stato americano come argomento per opporsi a una risoluzione ONU che chiede la fine dell’embargo contro Cuba.

Ma dai, che coincidenza!

L’argomentazione è chiara: come possiamo allentare la presa su un regime che sostiene attivamente lo sforzo bellico del nostro avversario?

La notizia, assolutamente non verificata, diventa tuttavia strumento e l’informazione si fa leva politica.

Non importa più se i 25.000 cubani siano una stima realistica, un’esagerazione strategica o una completa invenzione. Ciò che conta è la sua utilità geopolitica.

Smascherare questa notizia non significa assolvere la Russia o Cuba, ma esporre il meccanismo per cui un’affermazione, indipendentemente dalla sua veridicità, viene immessa nel sistema informativo per raggiungere un obiettivo politico ed economico preesistente.

È un’operazione di ingegneria narrativa che collega direttamente il campo di battaglia ucraino alle complesse dinamiche delle sanzioni internazionali, un filo invisibile che unisce un soldato a Donetsk con un diplomatico a New York.

IL SUPERMERCATO DI DONETSK E LA MORALE A GEOMETRIA VARIABILE

La guerra della percezione raggiunge il suo apice quando si parla di vittime.

Un missile russo su un condominio a Kiev è, giustamente, un crimine di guerra. Un’atrocità. Un atto barbaro. Ma quando un drone ucraino, come riportato da blogger filo-ucraini e ripreso da fonti occidentali, incendia un supermercato a Donetsk, in territorio occupato, è un atto di guerra. Non è un crimine. Perché Mosca è cattiva e ha aggredito. Kiev si difende.

E al diavolo la storia degli ultimi trent’anni. Perché la narrazione della nostra propaganda dice che la guerra è cominciata nel 2022 e noi siamo i buoni, perciò è così.

Perciò il drone sul supermercato viene presentato come un successo.

In questa narrazione, non ci sono civili. Non c’è la cassiera, il padre di famiglia che fa la spesa, il ragazzo che sistema gli scaffali.

L’edificio, un semplice supermercato, diventa un obiettivo militare de-umanizzato. L’atto stesso, identico nella sua essenza a quello compiuto dalla parte avversa, viene trasmutato da “crimine” a “operazione tattica”.

Nessuna menzione delle potenziali vittime civili, nessuna indignazione. Solo un silenzio assordante.

Questo è il doppio standard nella sua forma più pura e letale. È una licenza morale che concediamo a una parte e neghiamo all’altra, basandoci non sui fatti, ma sulla nostra affiliazione emotiva e politica.

La geografia della compassione viene ridisegnata dai confini del fronte. Le vite da una parte della linea hanno un peso, quelle dall’altra diventano un danno collaterale accettabile, se non addirittura un motivo di vanto per i “successi” militari. Perché gli altri sono aggressori.

OLTRE LA PROPAGANDA: L’EROSIONE DELLA FIDUCIA E IL COSTO DELLA VERITÀ PARZIALE

“Fare la guerra alle fake news russe” è uno slogan seducente, ma pericolosamente incompleto, poiché implica che la verità sia un territorio occupato da un solo nemico. La realtà è che il campo della verità è stato minato da tutte le parti in conflitto.

Ogni notizia, ogni bollettino, ogni smentita non richiesta diventa un’arma.

Il costo finale di questa guerra narrativa non è la vittoria di una propaganda sull’altra, ma l’erosione totale della fiducia. La fiducia nei media, nei governi, nelle istituzioni. Quando ogni informazione deve essere decodificata per capire quale agenda politica stia servendo, il cittadino smette di essere un soggetto informato e diventa un analista perennemente sospettoso, perso in un labirinto di specchi.

La nostra capacità di discernere il vero dal falso si atrofizza. E in questo vuoto, prosperano l’estremismo, il cinismo e l’apatia.

La vera sfida, dunque, non è scegliere quale propaganda consumare, ma riconoscere la propaganda in ogni sua forma, anche e soprattutto quando lusinga le nostre convinzioni. Significa applicare lo stesso rigoroso scetticismo a un comunicato del Cremlino e a un report di un think tank atlantista. Significa chiedere prove, contestualizzare le notizie, interrogarsi sulla loro funzione prima ancora che sul loro contenuto.

Perché nel silenzio della verità, il rumore più assordante è quello delle nostre certezze che si frantumano. E forse, solo da quelle macerie possiamo iniziare a ricostruire un’informazione degna di questo nome e la propaganda dell’aggressore e dell’aggredito che non tiene conto della storia e dei fatti.

A BERGAMO, L’ARTE RESISTE. LA MOSTRA CONCORSO “ALFIO PARIS” È UN MANIFESTO DI COMUNITÀ E BELLEZZA

della Redazione.

C’è un’Italia che pulsa lontano dai riflettori delle metropoli, dal caos urbano della Capitale e dallo stress di Milano, un’Italia che trasforma una ex chiesa sconsacrata in un tempio culturale dedicato alla creatività.

A Calusco d’Adda, piccolo comune nella provincia di Bergamo e al confine con le province di Lecco e Milano, è andato in scena qualcosa di più di un semplice evento culturale.

La mostra concorso intitolata ad “Alfio Paris”, organizzata con passione dall’artista Murial Villa e dall’Associazione Phaos, è un atto coraggioso che potremmo definire persino di resistenza, contro le mode superficiali del nostro tempo, una dichiarazione d’amore per l’arte che pensa, che interroga, che vive, che accende lo spirito critico.

Un manifesto umano contro l’apatia del consumo visivo mordi e fuggi.

UN FARO NELLA PROVINCIA: LA MISSIONE DI DARE VOCE AL TALENTO

Non è scontato.

In un panorama culturale dominato spesso da circuiti chiusi e nomi altisonanti, l’iniziativa di Muriel Villa e Phaos sceglie la via più difficile e nobile, quella di dare spazio agli artisti. Spazio vero.

L’evento, giunto ormai a una solida maturità, si fonda su una filosofia chiara e coraggiosa: nessun tema imposto, nessuna gabbia stilistica, nessuna imposizione.

L’obiettivo è liberare l’espressione, permettendo ad artisti emergenti e talenti ancora sconosciuti di emergere e confrontarsi, tutti insieme, giovani e navigati, inesperti e professori d’arte.

Muriel Villa, anima instancabile di questo progetto, non organizza una semplice collettiva che si ripete ogni anno, ma costruisce una piattaforma, un’opportunità concreta per chi, nel mondo dell’arte contemporanea, lotta per trovare una voce.

L’antica chiesa di San Fedele, in cui si rifugiò San Michele, secondo la storia locale, diventa così un crocevia di sguardi, tecniche e anime, un luogo dove l’iperrealismo di Katia Villa dialoga con il caos costruttivo di Giovanni Valdelli, dove il futurismo cupo di Ezio Arosio si confronta con l’esplosione materica di Eikasia, una dimensione in cui gli avviluppamenti cromatici di Anna Maria Castello incontrano la raffinatissima grammatica del colore di Eugenio Giaccone e la potenza concettuale di Francesco Invernici.

L’ARTE CHE FA CAPIRE, NON SOLO VEDERE: UNA LEZIONE CONTRO LA SUPERFICIALITÀ

«L’immagine mostra. L’arte, invece, fa capire».

Questa distinzione, evocata con passione, durante la cerimonia di premiazione, dal Dott. Pasquale di Matteo, analista geopolitico e critico d’arte internazionale, rappresentante per l’Italia della società culturale giapponese Reijinsha.co, è la chiave di volta per comprendere la portata di questa iniziativa.

Di Matteo ha spiegato che viviamo nell’era della bulimia visiva, un flusso ininterrotto di immagini su schermi che bruciano e si estinguono nell’arco di pochi secondi, senza lasciare traccia nell’anima.

La mostra di Calusco si pone come un antidoto a questa deriva culturale.

Qui, ogni opera chiede tempo, invita a fermarsi, a riflettere. «L’artista» ha sottolineato il critico, citando la potenza di Guernica, «non si limita a documentare la realtà come farebbe un fotoreporter, ma la scava, la interpreta, la restituisce carica di significato, costringendoci a pensare per cogliere l’essenza delle cose. Per cogliere la verità, squarciando il velo delle propagande.»

Gli artisti sono «persone di Serie A» proprio per questa loro capacità di accendere il pensiero critico, di nutrire lo spirito e di combattere quella pericolosa deriva che porta a una società che ascolta senza interrogare e senza interrogarsi.

Perché le società che non interrogano e non si interrogano sono le migliori possibili per qualsiasi dispotismo.

UN VIAGGIO TRA LE EMOZIONI: GLI ARTISTI E LE OPERE

Attraversare le navate della ex chiesa significava intraprendere un viaggio denso e variegato. Dalla delicatezza poetica di Roberta Zanchi alla potenza quasi tribale di Franco Tagliati, ogni angolo racconta una storia.

Spicca la tecnica impeccabile di Davide Ferrari, capace di infondere vita nelle mani dei suoi soggetti, così come la ricerca di minuziosità di Giovanna Pagani, che negli occhi dei suoi ritratti sembra catturare interi universi.

La fotografia di Barbara Bertoncelli congela il movimento in un istante eterno, mentre le opere di Beatrice Rota, “forti, molto forti”, impongono un silenzio quasi reverenziale, lasciando lo spettatore a meditare su abissi interiori.

Il talento premiato ha confermato questa ricchezza.

La classicità reinventata di Alessia Martoccia (seconda classificata) ha affascinato per la sua abilità nel disegno, mentre la tecnica iperrealista di Katia Villa (prima classificata) ha dimostrato come la perfezione possa essere anche un veicolo per un’emozione profonda, che “parla” direttamente a chi osserva.

Un plauso speciale va a Eikasia, vincitore del “Premio Alfio Paris”, che con le sue opere materiche, di fili colorati che costruiscono figure, ha rotto gli schemi tradizionali della pittura, presentando una strada diversa per comunicare.

Segnalati dal critico Pasquale Di Matteo, Eugenio Giaccone per l’eccellenza stilistica, Davide Ferrari per la tecnica sopraffina, Beatrice Rota per la potenza espressiva che sradica dal divano e che la porterà lontano, e Danielle Donington, per la prepotenza poetica capace di accendere lo spirito critico, Francesco Invernici per sviscerare il presente con coraggio e filosofia.

L’ESSENZA NELLA LA MEMORIA DI ALFIO PARIS E IL CALORE DELLE ISTITUZIONI

Ma la vera essenza della rassegna sta nella sua umanità. La mostra è dedicata ad Alfio Paris, un artista eclettico del luogo, venuto a mancare poco tempo fa.

Non si tratta di una semplice intitolazione, ma un atto di memoria viva di chi lo ha conosciuto e amato, un modo per dire che l’arte e chi la crea non muoiono mai veramente. È un gesto che trasforma una competizione in un omaggio, una celebrazione della continuità.

Altro elemento di eccezionale umanità è stata la sentita partecipazione delle istituzioni.

La presenza del Dott. Michele Pellegrini, Sindaco di Calusco d’Adda, e dell’Assessore alla Cultura, la Dott.ssa Silvia Di Fonzo, non è stata una formalità, ma un segno potentissimo e per nulla scontato, quello di una politica che sceglie di esserci, che riconosce il valore dell’arte come collante per la comunità. Quella al fianco dei cittadini e della cultura e non trincerata nelle stanze dei palazzi.

«Un gesto non comune e prezioso», come ha rimarcato il anche Pasquale Di Matteo, che testimonia come a Calusco d’Adda la cultura non sia un accessorio, ma un pilastro fondamentale su cui costruire l’identità di un territorio.

I VINCITORI: UN FUTURO SCRITTO NEL TALENTO

La giuria, composta da docenti d’arte, critici, artisti e rappresentanti istituzionali, ha avuto un compito arduo per giungere a un verdetto.

Menzioni della Giuria Critica a Cinzia Bresciani ed Enrica Eugenia Pirisi.

Menzione del Comune di Calusco d’Adda a Sabrina Ceruti.

Menzione Critica del Dott. Pasquale di Matteo a Danielle Donington.

5° Classificato: Davide Ferrari.

4° Classificato: Ezio Arosio.

3° Classificato: Marco Locatelli.

2° Classificato: Alessia Martoccia.

1° Classificato: Katia Villa.

Vincitore del “Premio Alfio Paris”: Eikasia.

In un mondo che corre veloce, Calusco d’Adda, Muriel Villa, Phaos e tutti gli artisti che partecipano a questa rassegna, attraverso l’arte, ci ricordano l’importanza di fermarsi. Di guardare. E, soprattutto, di capire.

La mostra resterà aperta al pubblico fino a domenica 19 ottobre nei giorni e negli orari indicati in locandina.

LA RUSSIA DI PUTIN, MINACCIA O IN FALLIMENTO? LA PROPAGANDA FANTOZZIANA CHE CI VUOLE IN GUERRA CON UN’ECONOMIA AL TAPPETO

MENTRE CI RACCONTANO CHE LA RUSSIA VORREBBE UNA GUERRA CONTRO LA NATO, GLI STESSI MEDIA MAINSTREAM CONFESSANO CHE L’IMPERO DI PUTIN È SULL’ORLO DEL COLLASSO.

LA VERA MINACCIA NON È A MOSCA, MA NELLE NOSTRE CAPITALI, DOVE LA PAURA GIUSTIFICA AUSTERITÀ, CONTROLLO E MILIARDI SOTTRATTI AL WELFARE PER DARLI AL RIARMO.

Lo spettacolo a cui assistiamo ogni giorno sui nostri schermi non è una tragedia greca, ma una commedia dell’arte in salsa NATO, una sceneggiata tragicomica così goffa e sgangherata da far impallidire il ragionier Ugo Fantozzi di fronte al suo megadirettore galattico.

E la cosa meravigliosa è che gli attori, i registi e i produttori di questo colossal della paura confessano la truffa nelle note a piè di pagina dei loro stessi copioni.

Da un lato del palco, ci presentano l’Orso Russo.

Un colosso invincibile, assetato di conquista che, dopo tre anni e mezzo di logoramento in Ucraina, sarebbe pronto, starebbe saggiando le difese NATO con sconfinamenti di aerei e droni prima di dilagare fino a Lisbona.

Un Moloch militare le cui fauci insaziabili richiedono, anzi esigono, che i nostri governi svuotino le casse del welfare, taglino pensioni e sanità, per dirottare centinaia di miliardi di euro verso il florido, e mai abbastanza sazio, bancomat del complesso militare-industriale.

Dall’altro lato del palco, però, gli stessi cronisti, gli stessi think tank, gli stessi soloni che ci terrorizzano con l’imminente Armageddon, ci raccontano un’altra storia.

Una storia di un’economia non solo in difficoltà, ma agonizzante.

La Russia, infatti, sarebbe sull’orlo di una recessione tecnica, con un PIL che si contrae per la prima volta dal 2022 e una crescita nel secondo trimestre del 2025 “vicina allo zero”, come ammette candidamente il Moscow Times.

Ma come, scusate? L’impero del male che sta per conquistare l’Europa non riesce a far quadrare i conti di un trimestre? E con quali soldi, con quale economia potrebbe pensare di muovere guerra contro l’intera NATO?

LA GRANDE CONFESSIONE: CRONACA DI UN COLLASSO ANNUNCIATO

Scaviamo, dunque, nelle macerie di questa narrazione schizofrenica, usando come pala e piccone gli stessi dati che ci forniscono i guru della propagan… ops, dell’informazione.

Quella che emerge non è l’immagine di una superpotenza minacciosa, ma il ritratto di un morto a cui manca solo l’ora del decesso, con la cancrena che risale dalle fondamenta.

L’economia di guerra, quel presunto motore che doveva rendere la Russia invulnerabile alle sanzioni, si sta spegnendo.

Era un fuoco di paglia alimentato da una spesa pubblica folle, che ha creato un’ipertrofia mostruosa del settore militare a scapito di tutto il resto.

Oggi, come scrive lucidamente il Kennan Institute, assistiamo a una “economia a due velocità”. Da una parte, le fabbriche di armi e munizioni, drogate di rubli statali, che crescono del 34,6% (attrezzature per il trasporto) o del 15,1% (elettronica). Dall’altra, l’economia reale, quella dei cittadini, che sta letteralmente morendo.

La produzione alimentare, – 0,7%. I veicoli a motore registrano un crollo del 16,6%. La lavorazione del legno, – 3,2%. Persino l’estrazione mineraria, linfa vitale del Cremlino, è in calo del 2,4%.

L’economista Vladimir Salnikov è chirurgico: la produzione industriale non militare è diminuita dello 0,9%. L’RzhD, le ferrovie federali, un tempo gallina dalle uova d’oro, costringe il personale a ferie non pagate per non licenziare.

Metà delle imprese russe, riporta la tv RBK, programma tagli al personale e a Magnitogorsk, il secondo colosso siderurgico del Paese, i profitti sono crollati di nove volte in sei mesi. Nove.

Questa non sembra proprio la preparazione a una guerra totale contro l’Occidente, ma la cronaca di una deindustrializzazione forzata, di un Paese che sta divorando il proprio futuro per alimentare la guerra in Ucraina. Altro che sciocchezze di sconfinamenti e provocazioni contro la NATO!

IL BLUFF FINANZIARIO E LA RIVOLTA SILENZIOSA DELLE REGIONI

Ma il castello di carte non trema solo a livello produttivo.

Il bilancio federale è un colabrodo. A maggio 2025, il deficit aveva già raggiunto 3,4 trilioni di rubli, quasi il 90% dell’obiettivo annuale, come sottolinea l’analisi di Bruegel.

Il mitico Fondo di Ricchezza Nazionale ha il 71% di liquidità in meno rispetto a prima della guerra e i profitti da petrolio e gas, nonostante il consolidamento dei rapporti con nuovi “partner strategici”, come la Cina, sono crollati del 14% su base annua.

Pechino, furbescamente, compra sì, ma a prezzi stracciati e detta le condizioni.

La crisi si vede soprattutto lontano dai palazzi dorati di Mosca e San Pietroburgo.

L’analisi di Eurasia Daily Monitor è una sentenza: 67 delle 89 regioni russe hanno registrato un grave deficit di bilancio nella prima metà del 2025.

Mentre a Mosca i redditi crescono dell’11%, in Siberia si fermano a un misero 2%.

Il Cremlino militarizza le economie locali, costringendo il Tatarstan a produrre droni invece che esportare petrolio e la Carelia a guardare i suoi boschi marcire invece di venderli alla Finlandia.

È un colonialismo interno, feroce, che centralizza i pochi profitti rimasti e socializza le perdite.

Il “felice consumatore” descritto con sarcasmo dall’Economist è tutt’altro che felice.

Il 60% dei russi non ha risparmi per i “giorni neri”. L’inflazione ufficiale è al 9-10%, ma quella percepita, quella del carrello della spesa, vola al 16-21%.

La Banca Centrale tiene i tassi al 21% per frenarla, strangolando di fatto ogni possibilità di credito per le imprese civili e per le famiglie. Un’impresa su tre, ammette Rosstat, è in perdita.

Ecco il grande pericolo che dovrebbe far tremare l’Europa: uno Stato sull’orlo della bancarotta, con un’industria civile al collasso, le regioni in rosso e una popolazione che vede il proprio potere d’acquisto polverizzato.

Attenzione: ciò non significa che Mosca crollerà tra un mese o due, perciò l’Ucraina vincerà la guerra. La Russia è strutturata per durare ancora anni in questa situazione, pur di alimentare la campagna militare in Ucraina.

Inoltre, se davvero Mosca arrivasse sull’orlo del precipizio, per Kiev sarebbe una notizia pessima, poiché, a quel punto, Putin avrebbe tutto l’interesse a concludere il prima possibile la guerra e non esiterebbe a usare armi più risolutive, come i missili ipersonici, ma stavolta caricati con testate nucleari.

Un po’ come fecero gli americani nel 1945 con il Giappone, insomma.

MA A CHI SERVE L’ORSO CATTIVO? LA PROPAGANDA COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Ed eccoci alla risoluzione della dissonanza cognitiva. Se la Russia è questo gigante malato, perché i nostri leader continuano a dipingerla come una minaccia esistenziale per l’Europa?

Perché prospera ancora questa narrazione fantozziana, così palesemente contraddittoria?

La risposta è semplice e terribile: l’ologramma della minaccia russa non serve a descrivere la realtà, – già presa a schiaffi con le sciocchezze sulle pale e sui microchip, nonché sul fantomatico attacco all’aereo di von der Leyen e sui droni, – ma serve a creare l’alibi perfetto a Bruxelles.

L’alibi per giustificare la più grande e veloce opera di riarmo dalla fine della Guerra Fredda.

Quei miliardi sottratti alla sanità pubblica, alle scuole fatiscenti, alle infrastrutture che cadono a pezzi, non servono a difenderci da un’invasione che esiste solo nella fantasia di certi “guru” dell’informazione, ma servono a ingrassare i bilanci di un’industria bellica che non produce benessere, ma solo strumenti di morte e ingenti profitti per pochi.

È l’alibi costruita attraverso la divulgazione della paura per imporci una nuova stagione di austerità.

“Non ci sono soldi per le pensioni, dobbiamo comprare i carri armati per non farci trovare impreparati quando Putin attaccherà”. Sarà il loro mantra. “Non possiamo aumentare gli stipendi, dobbiamo finanziare gli eserciti europei”.

L’eterna emergenza bellica diventa la scusa perenne per smantellare lo stato sociale, rendendo strutturale la precarietà. Ed è, soprattutto, l’alibi per stringere il cappio del controllo.

In nome della “sicurezza nazionale” contro il nemico russo, si potrà giustificare una sorveglianza sempre più pervasiva, limitando le libertà d’espressione e di dissenso, e criminalizzando chiunque osi mettere in discussione la narrazione ufficiale.

Gli albori li vediamo già fin dal 2022 e li abbiamo vissuti in maniera perniciosa durante la pandemia.

La lotta contro l’autocrazia di Putin è il pretesto per importarne i metodi.

La propaganda sulle provocazioni russe non è stupida, ma diabolicamente intelligente, pur nella sua follia, e funziona proprio perché è fantozziana: la sua goffaggine la rende apparentemente innocua, mentre il suo messaggio di paura penetra nel profondo, disattivando il pensiero critico e generando un consenso passivo tra chi è disabituato a leggere e a pensare.

La vera guerra, oggi, non è quella che si combatte al di là del confine polacco, ma quella che si combatte oggi per la nostra democrazia, per il nostro welfare, per le nostre libertà.

L’avversario non è un esercito di russi con l’economia in sofferenza, ma la narrazione tossica che ci vuole spaventati, impoveriti e sottomessi.

Forse, l’orso da temere non è quello che vive nella taiga, ma quello che si aggira nei nostri parlamenti e nelle redazioni di quei quotidiani blasonati che dovrebbero informarci, invece hanno scelto di diventare megafoni del potere.

E sta a noi decidere se continuare a recitare la parte della vittima impaurita nella loro commedia hollywoodiana o alzare il sipario sulla farsa.

Fonti

Il Messaggero; Affari Internazionali; Italia-Informa; Euronews; Avvenire; WilsonCenter; TheMoskowTimes; PIIE.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

GUERRA UCRAINA. IL GRANDE INGANNO. MENTRE I PALAZZI SUONANO LA CARICA, GLI ITALIANI HANNO GIÀ SCELTO LA PACE.

Ci provano.

Anzi, ci provano ogni santo giorno.

Accendi la televisione e li vedi, i generali da salotto, gli strateghi del talk show, i mezzibusti con l’elmetto immaginario, i grandi giornalisti per cui Mosca doveva collassare entro Natale 2022 in virtù delle nostre sanzioni dirompenti.

Ci spiegano, con la bava alla bocca e la sicumera di chi non ha mai pagato una bolletta, che la guerra è giusta. Che Putin è il Male Assoluto, reincarnazione di ogni cattivo della storia, da Gengis Khan a Voldemort.

Che Zelensky è un Churchill, ma in felpa, un eroe senza macchia che difende i nostri “valori non negoziabili” a tremila chilometri da casa nostra.

Che inviare armi è un dovere morale. E che chi non è d’accordo è un servo di Mosca. Un “putiniano”. Un traditore.

Questa è la narrazione. Il Vangelo secondo Bruxelles. La favoletta che ci raccontano prima di presentarci il conto. Un mare di panzane condite con storie di pale e microchip.

Poi, però, c’è la vita reale.

C’è il Paese. Ci sono gli italiani. E i numeri, quando non sono torturati fino a confessare il falso dalla propaganda di casa nostra, sono più testardi di un mulo e più taglienti di un bisturi.

IL SONDAGGIO CHE SVELA LA PROPAGANDA: PUTIN NON È IL NEMICO, ZELENSKY NON È UN SANTO

Leggete bene, perché queste cifre sono una sassata in piena fronte al Pensiero Unico e ai vari leader europei, giornalisti, guru ed esperti di guerra.

L’istituto Lab21 ha chiesto agli italiani: “Considerate la Russia un Paese nemico?”. Risposta: un gigantesco, assordante NO per il 58,7% della popolazione.

La maggioranza assoluta. Non esiste elezione che possa vantare questi numeri, visto che abbiamo governi sostenuti sì e no dal 25% della popolazione.

Gente che va a fare la spesa, che si preoccupa per il mutuo, che vede il prezzo delle bollette e della benzina e capisce al volo chi sta pagando questa guerra per procura.

Non sono agenti del Cremlino. Sono cittadini dotati di un bene sempre più raro: il buonsenso.

Ma non basta. La vera bomba è sulla ripartizione delle colpe, quel dogma che ci vuole tutti schierati, senza se e senza ma, con Kiev.

Ebbene, solo il 51,8%, una maggioranza risicata e quasi imbarazzante, attribuisce la colpa principale a Putin.

E l’altro lato della medaglia? Un incredibile 41,5% degli italiani punta il dito contro Volodymyr Zelensky, accusandolo di avere una responsabilità enorme nell’escalation militare e, soprattutto, nel sabotare ogni possibile accordo di pace.

Capite la portata?

Quasi un italiano su due, guardando il presidente ucraino, non vede più l’eroe dipinto dai media, ma un ostacolo sulla via del negoziato, malgrado tutta la propaganda spesa in suo favore.

Un leader che, forse, preferisce la sopravvivenza del suo governo alla sopravvivenza del suo popolo. È una percezione brutale, forse ingiusta, ma profondamente umana.

È il grido di chi non ne può più e rifiuta la logica binaria dei buoni contro i cattivi che serve solo a chi vende armi e a chi costruisce carriere politiche sulle macerie altrui e sugli ucraini mandati al patibolo.

L’indagine ISPI/Ipsos lo conferma: la gente vuole un negoziato, anche a costo di riconoscere la dura realtà sul campo.

Il 44% degli italiani pensa che Kiev dovrebbe trattare a ogni condizione. Anche da una posizione di debolezza. Perché una pace imperfetta è sempre meglio di una guerra perfetta, come dimostrano i festeggiamenti a Gaza per quella che, di fatto, è una resa di Hamas.

“FATE LA GUERRA, MA SENZA DI NOI”: IL VERDETTO DELLE URNE IN TUTTA EUROPA

E non pensate che questa sia una bizzarria tutta italiana, il solito vezzo di un popolo indisciplinato.

Aprite gli occhi. Guardate i risultati delle elezioni negli ultimi mesi, in ogni angolo del continente.

Dalla Germania alla Francia, dall’Olanda all’Austria, ovunque i cittadini hanno avuto la possibilità di esprimersi, hanno sistematicamente punito i partiti guerrafondai e premiato chi, con coraggio o con calcolo, ha osato parlare di pace, di diplomazia, di fine delle sanzioni suicide.

È un’onda anomala che sta travolgendo le certezze dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro addetti stampa nei “giornaloni” che non informano più, ma sono diventati portavoce del potere.

Mentre loro, nelle stanze ovattate di quello stesso potere, pianificano il ventesimo pacchetto di sanzioni che affama le nostre imprese e l’ennesimo invio di armi che prolunga il massacro di ucraini, la gente comune – il macellaio, l’impiegato, l’operaio, lo studente, l’avvocato, il medico – vota con il portafoglio e con la paura.

Vota contro una classe dirigente che ha scambiato la realpolitik con una crociata ideologica, dimenticando una piccola, insignificante lezione della storia: le guerre si sa come iniziano, non si sa mai come finiscono. E a pagarne il prezzo sono sempre gli stessi.

E, ancora di più, non si sono mai raggiunte paci giuste.

LA PROPAGANDA SI È INCEPPATA: PERCHÉ IL RACCONTO DEI “BUONI” NON FUNZIONA PIÙ

Per due anni hanno provato a venderci una guerra santa.

Hanno trasformato i virologi in esperti di geopolitica, hanno messo l’elmetto in redazione e hanno scomunicato chiunque osasse porre una domanda legittima. Ma il castello di carte sta crollando. E crolla per motivi terribilmente concreti.

Crolla perché la “vittoria dell’Ucraina”, promessa come imminente, si è rivelata un miraggio sanguinoso.

I sondaggi in Ucraina, pur viziati dalla legge marziale e dalla paura, mostrano un popolo stremato, dove il desiderio di negoziati (69% secondo Gallup) sta soppiantando la retorica della “resistenza a oltranza”.

Non a caso, sono milioni i giovani ucraini fuggiti all’estero e che scappano dai reclutatori che non sanno più dove cercare carne da macello da inviare a morire al fronte.

Crolla perché, mentre ci chiedevano sacrifici per “fermare Putin”, le multinazionali dell’energia e delle armi registravano profitti da capogiro. Il portafoglio, signori, non mente mai e ci sbatte in faccia la realtà.

Crolla, infine, perché la gente ha smesso di credere a una narrazione che fa acqua da tutte le parti e nega realtà storiche che confermano come la NATO abbia diverse responsabilità nello scoppio della guerra in Ucraina.

Vedono un’Europa sempre più irrilevante, che si fa dettare l’agenda da Washington e perde influenza a favore di Cina e, sì, persino della stessa Russia che, secondo gli italiani, è vista come un attore internazionale in forte ripresa.

Siamo di fronte a una frattura insanabile.

Da una parte, un’élite politico-mediatica che vive in una bolla, convinta di combattere una battaglia epocale per la democrazia.

Dall’altra, un popolo che quella battaglia la sta combattendo davvero, ogni giorno, contro il carovita e l’incertezza generata dalle scellerate idee degli attuali leader europei. Un popolo che non odia la Russia, ma teme la povertà.

Che non ama Putin, ma diffida di chiunque gli chieda di sacrificare il benessere dei propri figli sull’altare di una causa lontana e sempre più opaca.

La verità è che la propaganda più sofisticata si schianta contro la realtà di uno scontrino, oltre che contro la realtà del campo di battaglia.

E il desiderio di pace, quello che nasce dalle viscere e non dai comodi uffici ministeriali, è più forte di mille editoriali. Loro possono continuare a suonare la carica. Ma il popolo, semplicemente, ha deciso di non partire.

E, se ancora il termine democrazia ha un senso, è il popolo a ordinare la rotta da seguire. Qualunque altra scelta non sarebbe democrazia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA PACE DELLA RESA. COME TRUMP HA SPENTO I CRIMINI A GAZA E PERCHÉ ANCHE L’UCRAINA DOVREBBE ASCOLTARE

La gioia ha preso il posto della disperazione.

A Gaza, suonano i festeggiamenti, dopo le bombe criminali israeliane.

Regna il mormorio incredulo di una folla che si riversa per strada non per protestare, non per seppellire i bambini uccisi dagli invasori, ma per cantare la vita.

Un’esplosione di esultanza davanti a un ospedale, un luogo di morte trasformato in epicentro di speranza.

Sono la cronaca cruda e potentissima della fine di un incubo. Un incubo lungo due anni.

Dopo due anni di crimini di guerra e contro l’umanità, i primi raggi di luce filtrano tra le macerie.

“Ci avete restituito quello che pensavamo di aver perso,” sussurrano le famiglie degli ostaggi israeliani, mentre anche a Tel Aviv si stappano bottiglie e si sventolano bandiere.

Due popoli, nemici irriducibili, uniti per un istante da un unico, primordiale sentimento: il sollievo.

Ma non lasciamoci ingannare dalla retorica consolatoria, perché questa non è la pace dei trattati firmati con penne d’oro, ma è la pace della resa. Ed è stata imposta da un solo uomo: Donald Trump.

IL TEATRO DELL’ASSURDO: GAZA RINGRAZIA TRUMP

Le immagini più dirompenti non arrivano da Tel Aviv, ma da Gaza. Giovani palestinesi, con gli occhi ancora velati dal fumo e dalla polvere, guardano in camera e pronunciano parole che mandano in cortocircuito decenni di narrazioni geopolitiche.

“Grazie a Dio, il presidente Trump ha annunciato la fine della guerra”. Lo ripetono. Non una, ma più volte. Un ringraziamento diretto, quasi affettuoso, all’architetto degli Accordi di Abramo, al presidente americano più visceralmente filo-israeliano della storia moderna.

È un paradosso che disintegra ogni analisi convenzionale. Com’è possibile?

Mera logica di potere.

Per due anni, il mondo ha assistito a una carneficina orchestrata con precisione chirurgica, iniziata dopo un attacco, quello del 7 ottobre, la cui dinamica puzza ancora di negligenza calcolata, di “porte aperte” lasciate socchiuse da chi sapeva che un trauma di quella magnitudine avrebbe fornito il pretesto perfetto per una soluzione finale che Netanyahu insegue da diversi anni.

L’amministrazione Biden, impantanata nelle sue stesse ambiguità morali e incapace di esercitare una vera pressione, ha permesso che il massacro continuasse, alimentandolo con armi e condannandolo con parole vuote, prive di reale senso di umanità.

Poi, è tornato in scena Donald Trump. Il bullo. L’uomo forte. Il negoziatore transazionale che non si cura dei principi, ma solo dei risultati.

E il risultato è arrivato.

IL BISTURI DELLA REALPOLITIK: L’UOMO FORTE COME UNICO MEDIATORE

A differenza della diplomazia europea, fatta di comunicati stampa e appelli al diritto internazionale, Trump usa il bisturi della Realpolitik.

Non chiede, ordina. Non suggerisce, minaccia. Non implora, impone. Si muove come un elefante in una cristalleria, ma sa che se i proprietari si lamentano, può schiaffeggiarli e andare via fischiettando in faccia alla polizia.

Ha capito una verità fondamentale che le anime belle dell’Occidente si rifiutano di accettare: in Medio Oriente, come in molti altri scacchieri, la forza non rispetta la ragione e nemmeno il Diritto internazionale, ma solo una potenza di fuoco superiore.

Trump non ha portato la pace perché è un filantropo, ma perché un conflitto prolungato danneggiava gli interessi strategici americani che lui intende ricostruire, perché destabilizzava i suoi alleati nel Golfo e, soprattutto, perché dimostrava al mondo intero chi comanda davvero.

Il suo annunciato discorso alla Knesset israeliana non sarà una supplica, ma un avvertimento: l’accordo si rispetta, punto. Ha disinnescato la bomba non con l’acqua santa della diplomazia multilaterale, ma spegnendo la miccia con gli stivali.

Questo approccio, che fa inorridire i salotti buoni di Bruxelles e Washington, è l’unico che i popoli stremati dalla guerra riescono a comprendere. Non chiedono giustizia. Chiedono di smettere di morire. E se per farlo devono ringraziare il diavolo in persona, lo faranno con le lacrime agli occhi.

L’AMARA MEDICINA DELLA PACE: DA GAZA ALL’UCRAINA, IL PREZZO DELLA SOPRAVVIVENZA

Ed è qui che la lezione di Gaza dimostra ciò che ripetiamo da quasi quattro anni, scontrandoci contro la follia dei leader europei e dei loro tifosi belligeranti.

È qui che si connette, in modo doloroso e necessario, al dramma dell’Ucraina.

Da anni, l’Occidente ripete a Kiev il mantra della “pace giusta”.

Una pace che implica la vittoria totale, la riconquista di ogni centimetro di terra, la punizione dei colpevoli. Un obiettivo nobile. Giusto. E assolutamente irrealistico, tanto che nemmeno in un film di fantascienza potrebbe realizzarsi.

Un obiettivo che sta costando centinaia di migliaia di vite umane, la distruzione di un’intera nazione e il rischio concreto di un’escalation nucleare per il mondo intero.

La storia è una maestra spietata e ci ricorda che le guerre combattute fino all’ultimo uomo per un “principio” non hanno mai prodotto paci durature né giuste, ma solo deserti pieni di croci.

La Pace di Vestfalia non fu giusta, ma pose fine a trent’anni di massacri religiosi. La fine della guerra in Vietnam non fu giusta per nessuno, ma fermò il contatore dei morti. E… non esiste una sola pace nella storia che non sia stata ingiusta.

Anche a Gaza la pace non è giusta. È una resa mascherata. I palestinesi hanno perso. Hanno perso territorio, potere, autonomia e decine di migliaia di vite. Ma oggi, i loro figli sono vivi. Oggi non cadono bombe. Domani, forse, potranno iniziare a ricostruire. Questa è l’unica vittoria che conta per chi ha visto l’inferno.

L’Ucraina si trova davanti allo stesso bivio.

Può continuare a sacrificare la sua gioventù sull’altare di una vittoria che ogni giorno appare più lontana, inseguendo la chimera di una “pace giusta” applaudita da leader occidentali che mandano armi e fanno soldi, ma non i loro figli al fronte.

Oppure, può accettare l’amara medicina di una pace imperfetta. Una pace che potrebbe significare la perdita di territori e la fuga di Zelensky e di tutti coloro che dalla guerra ricevono soldi e potere.

Una resa, sì. Ma una resa che condannerebbe la politica ucraina, ma salverebbe ciò che resta della nazione: il suo popolo.

Quanti altri orfani servono per difendere un confine su una mappa?

Quanti altri morti perché i leader europei smettano di dare evidenti segni di squilibrio mentale?

OLTRE L’IPOCRISIA: SCEGLIERE LA VITA

La narrazione dominante ci ha insegnato a idolatrare la resistenza eroica e a disprezzare il compromesso, etichettandolo come codardia.

Ma si tratta di una trappola morale letale. La vera leadership, quella che trascende l’ideologia e si fonda sull’umanità, non chiede ai suoi cittadini di morire per la patria. Chiede loro di vivere per essa.

Quella che vediamo oggi in Medio Oriente non è la pace dei poeti, ma la pace dei sopravvissuti, mediata da un imprenditore pragmatico e senza scrupoli. È brutta, sporca, ingiusta. Ma è reale.

Ed è infinitamente preferibile alla giustizia dei cimiteri e alle logiche squilibrate dei leader europei.

Forse è tempo che anche a Kiev, e soprattutto nelle capitali europee che ne telecomandano il destino, qualcuno inizi a far funzionare quel poco di neuroni che, si spera, saranno rimasti dopo questi anni da manicomio.

Prima che non resti più nessuno da salvare. Perché alla fine, l’unica vittoria che conta davvero è il battito del cuore del giorno dopo. Il resto è aria fritta.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.