IL NUOVO MITO DELLA MODA. LA SILVER GENERATION.

Passata da poco la Milano fashion week. Ora siamo in piena Parigi fashion week. Cosa cambia? Niente e tutto.

Niente perché abbiamo assistito ad una rivisitazione di stili molto datati ma che hanno fatto nel tempo il successo delle Maison. 

Possiamo dire che rappresentano le novità? A me sembra piuttosto che sia una profonda crisi di identità e di idee. 

È come quando si dice che la musica ha sette note e quindi non c’è più nulla da inventare. Sappiamo bene che non è così. 

Nel caso della moda, soprattutto quella che si è presentata a Milano ed ora a Parigi, a parte le presentazioni delle collezioni proposte dai nuovi stilisti “riciclati”, c’è da notare una recrudescenza di nuovi brand.

È una speranza o è solo una apertura a nuovi attori di mercato che incontreranno le stesse difficoltà. Ma non rappresentano ora una novità stilistica.

PERCHÉ TUTTI HANNO DIRITTO DI DIRE LA LORO VERITÀ. ANCHE SE È STATA GIÀ VISTA DECINE DI ANNI FA.

Con la presenza di nuovi brand si potrebbe dire che la moda non è in crisi. Purtroppo non è così. Certamente è cambiato il target.

ORA SI PARLA DI SILVER GENERATION

Avete capito bene. Non si guarda più ai giovani ma alla generazione degli over 50 che può esprimere ancora un mercato interessante e che sembrava essere sottovalutato.

Ci si è accorti, stranamente solo ora, che quella categoria di clienti possiede moneta, è più stabile ed è disposta, sovvertendo le regole imposte negli ultimi anni, di essere disponibile anche a ritornare nei negozi tradizionali. 

LA FINE DEGLI ORDINI ONLINE?

Quindi bisogna riadattare lo stile di vendita riconvertendo stanche e sbadate commesse, verso nuove e più utili individuazioni di accoglienza in negozio in grado di rintracciare da subito le volontà e i desideri di questa generazione opulenta, disincantata e disponibile. 

Non è una mia invenzione. Ce lo dicono le indagini di mercato e le statistiche di vendita. 

Tranquilli, I giovani non verranno lasciati soli e saranno sempre “cacciati” dalle maison proponendo concetti più vicini al Green e al fast fashion sopportabile, in barba alle scorie che saremo costretti a sopportare e provare a smaltire in un futuro non troppo lontano. 

La silver generazione è stanca del greenwashing raccontato in maniera impropria e a volte falsa. È più matura, ha più soldi da spendere ed è disincantata. 

A quell’età ormai è preparate a capire che il surplus che viene pagato per una finta offerta Green è solamente un furto ben confezionato, impacchettato e offerto ad un target più incline a farsi influenzare dai miti della Green Generation (GG). A cui loro non appartengono più.

La GG, a volte, non sembra tanto scafata da distinguere le vere opportunità proposte di moda in tema di difesa dell’ambiente, dai finti miti contrabbandati come salute ambientale globale. 

Intendiamoci. Non è sempre così ma le ultime “scoperte” di filiere produttive non propriamente etiche, l’utilizzazione di manodopera a basso costo nei paesi del terzo mondo, l’utilizzazione di prodotti fortemente inquinanti e la mistificazione di ricompense social per ripagare lo scempio generato nei paesi in via di sviluppo, hanno fatto aprire gli occhi a molti consumatori che non sono più disposti a pagare un sovrapprezzo indebito.

Nella moda, al ritmo attuale di crescita, nel 2030 avremmo un fatturato di 1,78 triliardi di dollari con una sopportazione di 700 milioni di tonnellate di scorie produttive da smaltire. Sempre in quella data, il second hand varrà 26 milioni di dollari.

Se è così, e sembra proprio essere così, il ritorno al passato della moda milanese e parigina è un sintomo di calmieramento rispetto alle esagerazioni estetiche a cui abbiamo assistito negli anni passati. 

La silver generation vuole essere rassicurata su molti fronti. Il primo è certamente il richiamo ad una sobrietà lontana dalle stravaganze stilistiche a cui ci avevano abituato e che forse ci eravamo adattati a subire. Forse inconsapevolmente.

INSOMMA UNO STILE TUTTO GIORGIO ARMANI. SEMPRE DI MODA E SEMPRE ATTUALE

Un bel traguardo. In un mercato che vede sempre di più in Giappone Corea del Sud, Brasile, India paesi famelici di moda con consumatori intenti a recuperare il gap di offerta che “hanno subito” involontariamente negli ultimi decenni. 

Anche in questi paesi varranno le scelte della silver generation? Sono convinto che a maggior ragione sarà così. Quindi chi si stupisce che a Milano e Parigi siano ricomparsi stili e rivisitazioni già presenti nel passato, avrà capito il motivo di queste scelte. 

Vendere è l’imperativo di ogni azienda.

E per vendere, se non si hanno a disposizione le indagini che ti dicono qual è il tuo target attuale e capire come si sposta il tuo potenziale cliente, puoi anche decidere di chiudere bottega. Tanto prima o poi capiterà. Perché le tue fantasie estetiche non avranno più spazio in un mercato rivoluzionato. E finalmente maturo. 

Poi lasciamo che l’eccentricità faccia comunque il suo corso. Ma non parliamo di mercato né di moda. Perché, come si diceva una volta, l’arte non è acqua. Il bicchiere va bevuto riempiendolo con ottime e sostanziali componenti. Un gusto pieno appaga l’animo e migliora le relazioni. E il fatturato. Anche nella moda.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

LA STRISCIA DI GAS. DA NETANYAHU A BLAIR, LA VERITÀ NASCOSTA DIETRO IL GENOCIDIO A GAZA

Qual è la verità dietro Gaza?

Alla vigilia del secondo anniversario dell’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, sarebbe bene cogliere tutti gli aspetti del genocidio che si compie a Gaza da due anni, cogliendo la verità che è lì, davanti agli occhi di chiunque abbia la dignità e la volontà di vedere.

Perché la verità urla. E lo fa attraverso immagini che squarciano il velo dell’ipocrisia e delle tante, troppe parole del politichese di chi si arrampica agli specchi per non staccare la spina all’amico Bibi.

Piccole barche a vela, cariche di cibo e incubatrici, senza armi, senza violenza, con l’unico intento di attivare un corridoio umanitario e di attirare quel clamore mediatico riservato solo all’Ucraina.

L’hanno chiamata “Freedom Flotilla”.

I suoi protagonisti sono stati definiti “provocatori” e irresponsabili. Eppure, fossero partiti su camionette alla volta di Kiev, sarebbero stati chiamati eroi che tentavano di portare un messaggio di pace a un popolo assediato, sfidando Putin.

In questo caso, invece sfidando un uomo, Benjamin Netanyahu, che un tribunale internazionale vuole processare e che si crede Mosè, ma contro i cui i leader europei non sono ancora riusciti a emettere una sola, misera sanzione.

Questa non è una storia di buoni contro cattivi, ma una vicenda molto più oscura, una storia di interessi inconfessabili, patti scellerati e bugie sistematiche che hanno trasformato una terra martoriata in un cimitero a cielo aperto. E per capirla, dobbiamo seguire il denaro, come ci ha insegnato Falcone. E, in questo caso, il gas.

“IRRESPONSABILI” EROI E LA MEMORIA STORICA CHE L’ITALIA DIMENTICA

A Genova, vicino allo scoglio di Quarto, un monumento celebra mille “irresponsabili” che fecero l’Italia.

Erano provocatori, sovversivi per chi deteneva il potere di allora. Gli stessi Carabinieri sarebbero stati considerati disertori e traditori, se avesse prevalso il fascismo.

Oggi, chi tenta di portare aiuti umanitari viene marchiato con lo stesso disprezzo da chi detiene il potere. Ma la storia, per chi la studia, ovviamente, è lì a ricordarci che, a volte, per cambiare le cose, bisogna essere irresponsabili per forza.

E il mondo sembra averlo capito.

Mentre l’Italia si nasconde dietro un’assordante neutralità che fa sempre più rima con complicità, 157 Paesi delle Nazioni Unite su 193 hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina.

Due popoli, due Stati. Suona bene e sarebbe la cosa più logica.

È una richiesta di giustizia che rimbalza nelle piazze di Roma e Milano, riempite da una folla che l’Italia non vedeva da anni, ma che le stanze del potere si ostinano a non voler ascoltare, puntando gli occhi solo sui soliti facinorosi che colgono ogni occasione per spaccare vetrine e dare sfogo alla loro nullità.

IL PIANO DI PACE DEI PIROMANI: IL PARADOSSO TRUMP-NETANYAHU

Poi, arriva il piano di pace. Scritto dai piromani per spegnere l’incendio che loro stessi hanno appiccato.

Benjamin Netanyahu e Donald Trump, l’architetto della guerra e il suo più grande sponsor, hanno redatto le regole per la pace. Da soli. Escludendo l’altra parte. Mentre si attendeva la risposta di Hamas, Israele faceva saltare il tavolo delle trattative in Qatar.

Non in senso figurato. Lo ha fatto saltare in aria, bombardando i funzionari di Hamas a Doha, proprio lì dove si negoziava una tregua.

Come può un dialogo sopravvivere quando una delle parti uccide i negoziatori dell’altra? Non può. E forse, non doveva.

LA RIVELAZIONE: NON È LA STRISCIA DI GAZA, MA LA “STRISCIA DI GAS”

Perché questa guerra non riguarda solo la terra. Riguarda ciò che si trova sotto il mare.

Il piano di ricostruzione post-bellico, secondo il progetto di Trump, verrebbe affidato a un uomo: Tony Blair. L’idea è trasformare la Striscia in un resort di lusso. Ma perché proprio lui?

La risposta gela il sangue. Perché al largo delle coste di Gaza si trova un’immensa ricchezza. Si trova una quantità enorme di gas.

Tony Blair, l’ex premier britannico, è uno dei principali sponsor della British Petroleum. Una compagnia che, con macabro sarcasmo, alcuni hanno ribattezzato “Blair Petroleum”.

Il quadro, improvvisamente, si fa chiaro. Terribilmente chiaro. Non si combatte per la Striscia di Gaza. Si combatte, e si muore, per la Striscia di Gas.

Decine di migliaia di innocenti, tra cui tantissimi bambini, potrebbero essere stati uccisi per il controllo del gas.

Una condizione per cui bisognerebbe interrogarsi tutti su cosa significhi democrazia e su chi sia davvero buono e chi cattivo, chi terrorista e chi più terrorista ancora.

IL PATTO SCELERATO: NETANYAHU, IL PADRINO DI HAMAS

Ma è qui che la storia assume i contorni di un tradimento cosmico. Perché l’attacco del 7 ottobre è stato un atto orrendo e criminale, ma chi ha messo Hamas nella posizione di compierlo? Chi ha armato la mano del mostro?

Le prove, schiaccianti, puntano in una sola direzione: Benjamin Netanyahu.

E le accuse non arrivano solo da personaggi considerati anti israeliani, ma direttamente da Ehud Olmert, ex Primo Ministro di Israele, che lo ha dichiarato nel 2023 senza possibilità di smentita: “Negli ultimi 15 anni Israele ha fatto di tutto per declassare l’Autorità palestinese e per rafforzare Hamas. Bibi ha fatto un accordo con il Qatar e hanno iniziato a spostare milioni e milioni di dollari a Gaza”.

La strategia era diabolica: finanziare il nemico estremista per indebolire l’interlocutore moderato, l’Autorità Palestinese, e rendere così impossibile la soluzione dei due Stati. Uccidere la pace sul nascere, alimentando l’odio.

E se una confessione di un ex premier non bastasse, c’è la prova video più recente e inconfutabile. Nel parlamento israeliano, l’ex ministro Avigdor Lieberman si è alzato in piedi, puntando il dito contro Netanyahu seduto di fronte a lui, e urlando con rabbia “TU PERSONALMENTE HAI ORGANIZZATO IL TRASFERIMENTO DEI SOLDI DAL QATAR AD HAMAS! QUESTO ERA IL TUO ORDINE PERSONALE!”

Netanyahu è rimasto impassibile, in un silenzio più colpevole di qualsiasi ammissione.

E allora, come si può non capire perché la gente scenda in piazza?

Oltre 50.000 bambini uccisi o feriti. “Orrori inimmaginabili”, denuncia l’UNICEF. Più dell’80% delle vittime sono civili. Interi quartieri cancellati dalla faccia della Terra.

Una commissione indipendente delle Nazioni Unite ha usato la parola terribile, quella che molti in Italia non riescono a pronunciare.

“Genocidio”.

Dicono che per parlare di genocidio non basti uccidere migliaia di civili, ma serva la “volontà di sterminio dichiarata apertamente”.

Ebbene, come abbiamo ricordato nell’articolo di ieri, il ministro israeliano Smotrich ha dichiarato: “Annientamento totale di Gaza, mi offro come boia”.

Il ministro israeliano Ben Gvir: “I palestinesi meritano solo una pallottola in testa”.

La volontà non è solo dichiarata, ma è urlata al mondo con arroganza.

Di fronte a questo, il primo passo per restare umani è chiamare le cose con il loro nome. Perché non si tratta più di una guerra, ma di un genocidio. E si consuma davanti ai nostri occhi.

E non si compie perché c’è stato il 7 ottobre.

Si compie per il gas.

E ripensare a cosa accadde settant’anni fa con il gas e con un altro sterminio non fa che rendere ancora più macabro e disumano restare silenti di fronte all’orrore.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

FARG² A “ESSERE NELL’ESSERE”: QUANDO L’ARTE ABBATTE LE BARRIERE E DIVENTA IDENTITÀ

Cosa significa “essere”?

Per un artista, questa domanda non è un quesito filosofico, non è pensiero astratto, ma piuttosto un’indagine esistenziale, un dialogo incessante tra il mondo interiore e la tela.

Per il duo artistico FARG², composto da Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, pittori mantovani fortemente ancorati al loro tempo e alle dinamiche sociologiche, questa ricerca ha assunto significati ancora più profondi, diventando il fulcro di una missione che unisce creatività, identità e un potente messaggio di inclusione.

Non sorprende, quindi, che il duo FARG² sia stato invitato all’evento romano “ESSERE NELL’ESSERE”, una mostra collettiva durante la quale, il 24 settembre, nella splendida cornice di Palazzo Valentini, si è tenuta una conferenza sulla disabilità.

L’iniziativa, promossa dal Consigliere della Città Metropolitana di Roma Capitale, Antonio Giammusso, e patrocinata da istituzioni come la Regione Lazio e Roma Capitale, ha acceso i riflettori sul legame indissolubile tra arte, identità e disabilità.

Per FARG², non si tratta di temi tra tanti, ma dell’essenza stessa del loro sodalizio.

Come scoperto nel recente incontro nel loro nuovo atelier, dove mi hanno concesso una gradevole intervista, la loro arte nasce da una sinergia unica, un’alchimia tra due sensibilità che si completano a vicenda.

Il loro lavoro dimostra con forza come la condizione di disabilità non sia un limite alla creatività, ma come, al contrario, possa diventare una prospettiva unica, un punto di forza da cui osservare e reinterpretare il mondo in maniera più profonda e puntuale.

“L’arte è un linguaggio che va oltre le parole, oltre lo stato fisici,” hanno raccontato Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, “e permette di comunicare direttamente con l’anima.”

Questa filosofia si sposa perfettamente con lo spirito dell’evento romano, che ha visto la partecipazione di figure di spicco come l’On. Alessandra Locatelli, Ministro per le Disabilità e personaggi noti, come Pippo Franco.

Per FARG², è stata l’occasione per portare la propria testimonianza non solo attraverso le opere esposte, ma anche attraverso la stessa presenza, poiché il loro sodalizio incarna il principio che l’arte è un potente veicolo di abbattimento delle barriere, sia fisiche che culturali.

L’impegno di Farg² nel sociale non è una novità e non è questo evento romano a fare da apripista.

Dal progetto del libro “La ricerca dell’infinito”, il cui ricavato ha sostenuto una cooperativa per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, alla loro linea di merchandising, FARG² ha sempre cercato di rendere l’arte uno strumento tangibile di cambiamento.

Persino la loro prima opera realizzata a quattro mani è nata da una circostanza benefica.

La loro visione della società e del mondo, nonché la creatività di entrambi a 360° va oltre l’esperienza pittorica e si manifesta anche attraverso oggetti da contemplare ed esperienze da vivere: un profumo che evoca le sensazioni di un’opera, una borsa che porta un messaggio per strada, un abito, un ventaglio…

La partecipazione a “ESSERE NELL’ESSERE” è stata, quindi, un passo naturale e significativo nel loro percorso, la conferma che il loro messaggio, incentrato sulla positività, la resilienza e la bellezza che si cela in ogni unicità, sta trovando ascolto ai più alti livelli istituzionali e culturali.

Ma anche la soddisfazione di portare all’attenzione di più persone possibili temi che, solitamente, faticano a trovare spazio nei luoghi di dibattito, nonostante siano fondamentali per la nostra società.

La mostra, a cura di Angiolina Marchese e Rosanna Vetturini, è stata l’ennesima occasione per Farg² di dimostrare che essere artisti non è soltanto creatività e bellezza. Non è soltanto tecnica, mostre ed eventi, ma è un percorso riservato a pochi.

Un percorso per persone profonde, capaci di andare oltre la superficialità che caratterizza il nostro tempo, arrivando a filosofare sui più importanti temi dell’esistenza umana.

Perché un vero artista è, prima di ogni altra cosa, una bella persona. E quando due belle persone riescono a unirsi artisticamente, veicolando le differenti visioni del mondo in un unico linguaggio, possono nascere ottime sinergie come nel caso di Farg².

Potete scoprire di più sul duo Farg², visitando il loro sito Web: farg2.it.

Di seguito, il video dell’intervista a Farg² nel loro studio.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DAI DRONI RUSSI AL GRANDE RESET, LA GUERRA NASCONDE LA PIÙ GRANDE TRUFFA FINANZIARIA GLOBALE?

Ogni giorno assistiamo al flusso incessante di notizie e immagini di un conflitto ucraino che non accenna a finire.

I media italiani si chiedono se i droni russi possano raggiungere le nostre città, – per fare cosa e con quali soldi, visto che il rublo, per gli stessi media, è carta straccia? –

È di questi giorni la notizia secondo cui I ragazzi italiani nati nel 2008 sono stati ufficialmente inseriti nel “manifesto di leva militare”. Ovviamente, il servizio di leva è stato sospeso anni fa, ma i cittadini che nel corso del 2025 compiono 17 anni sono inseriti in questo elenco in caso di necessità.

Così accadrà il prossimo anno per i nati nel 2009 e così via. Almeno fino a quando ci sarà la minaccia russa.

D’altronde, la paura è un’arma e qualcuno la sta brandendo con diabolica precisione e secondi fini inquietanti.

Mentre i nostri occhi sono puntati sul cielo, su una minaccia che avanza, esiste, tuttavia, un’altra guerra, più silenziosa e forse più devastante, che si combatte sui mercati finanziari.

Un piano così vasto da sembrare incredibile, eppure così chiaro da togliere il fiato.

Un piano che lega i droni fantasma sui cieli d’Europa al valore dei soldi che avete in tasca.

Questo non è solo un racconto di guerra. È la cronaca di un Grande Reset Monetario mascherato da conflitto geopolitico.

LA SINFONIA DELLA PAURA: DRONI FANTASMA E MINACCE

Tutto inizia con un sussurro, che diventa un grido.

Droni non identificati sorvolano la Germania. La centrale nucleare di Zaporizhzhia viene nuovamente attaccata. Poi, la dichiarazione del Presidente ucraino Zelensky, che riecheggia come un monito: “L’Italia potrebbe essere la prossima”.

Sono le tessere di un mosaico costruito per un solo scopo: spaventarci.

Per farci accettare l’idea che la minaccia russa sia alle porte, che l’unica risposta sia un’escalation militare continua.

In guerra, la verità è la prima vittima, e la propaganda è il suo becchino, perciò dobbiamo chiederci: siamo sicuri dell’origine di quei droni e della veridicità di queste minacce?

In un conflitto dove la disinformazione è strategica, non è forse plausibile un’operazione “false flag”?

Droni russi, magari catturati e riadattati, lanciati dagli stessi ucraini per forzare la mano alla NATO, per trascinare l’Occidente più a fondo nel pantano?

È un’ipotesi, certo. Ma non più fantasiosa della narrativa ufficiale, anch’essa priva di prove inconfutabili. Anche perché Mosca non ha nessun motivo plausibile per provocare la NATO, scatenando una guerra che potrebbe vincere solo usando le sue testate atomiche.

Ed ecco che, puntuale, arriva la “soluzione”: una proposta per un “muro anti-drone” da miliardi di euro sul fianco orientale dell’Unione Europea. Si crea il problema, si genera la paura, si vende la soluzione. Un copione vecchio come il mondo. Malattia, vaccini, soldi. Lo schema non cambia.

DIETRO LE QUINTE DEL CONFLITTO: L’ACCUSA DI MOSCA E IL RESET MONETARIO

Mentre l’Europa guarda al fronte militare, dalla Russia arriva un’accusa di portata storica, ma che ha basi più solide di quelle delle storie di navi, aerei e droni russi.

Non parla di missili, ma di soldi. Anton Kobyakov, un consigliere diretto di Vladimir Putin, ha puntato il dito contro Washington: gli Stati Uniti, afferma, stanno usando le criptovalute e le stablecoin per orchestrare un “Grande Reset Finanziario Globale”.

Ok, ma quale sarebbe l’obiettivo di questo fantomatico piano? Semplice e brutale: svalutare il loro colossale debito pubblico di 37 trilioni di dollari.

Un debito, quello degli USA, diventato impagabile.

Un mostro finanziario che rischia di divorare l’economia americana dall’interno.

I suoi storici acquirenti, nazioni come la Cina e il Giappone, stanno silenziosamente riducendo le loro quote. Il Giappone ha tagliato la sua esposizione di oltre il 15%, la Cina di quasi il 30%. La domanda per i titoli di stato americani sta svanendo.

E se la domanda svanisce, come si finanzia un debito che continua a crescere? Semplice. Si crea una nuova domanda. Artificiale. Globale.

STABLECOIN: IL CAVALLO DI TROIA PER ESPORTARE L’INFLAZIONE

Le stablecoin come Tether (USDT) e Circle (USDC) non sono altro che dollari digitali.

Ogni token emesso, in teoria, è garantito da un dollaro reale, spesso tenuto sotto forma di titoli del Tesoro USA a breve termine.

Ciò significa che più persone nel mondo usano stablecoin, più le società emittenti devono acquistare debito pubblico americano per garantirle. Gli Stati Uniti hanno trovato il modo di far finanziare il proprio debito non più solo da stati sovrani, ma da chiunque, in qualsiasi parte del pianeta, decida di usare un dollaro digitale.

Il colpo di grazia è la svalutazione.

Per ridurre il peso reale di 37 trilioni di dollari, la Federal Reserve dovrà inevitabilmente creare un’inflazione massiccia.

Ma questa volta, grazie alle stablecoin, l’onere non ricadrà solo sui cittadini americani, ma diventerà una tassa globale occulta. Chiunque deterrà un dollaro digitale vedrà il proprio potere d’acquisto erodersi per sanare i conti di Washington.

Stanno trasferendo le loro passività al mondo intero. Ricominceranno da zero, a spese di tutti gli altri.

IL CAMBIO DI ROTTA DI TRUMP: UN GIOCO BIPARTISAN?

Sembra una fantasia, eppure, guardando alla politica americana, sembra una possibilità reale e seria.

Donald Trump, che fino a due anni fa definiva Bitcoin una truffa e un nemico del dollaro, oggi si proclama il “presidente delle cripto”. Cosa è cambiato? Qualcuno gli ha spiegato il gioco.

Non è un caso che, con un voto bipartisan, sia passato il “Genius Act”, una legge che spiana la strada all’adozione di massa delle stablecoin negli USA.

Democratici e Repubblicani, uniti. E, di questi tempi, fa notizia.

Perché non si tratta del piano di un’amministrazione, ma della strategia di un impero che lotta per la sopravvivenza del suo bene più prezioso: la supremazia del dollaro.

L’Europa e la Cina hanno capito il pericolo.

I loro tentativi di bloccare le stablecoin non regolamentate e di accelerare sui propri euro e yuan digitali sono una disperata mossa difensiva, ma gli USA sono già avanti di cinque anni e pronti a rispondere, aprendo alla finanza decentralizzata (DeFi) e ai wallet non controllati, per aggirare ogni blocco.

PREPARARSI ALLA TEMPESTA: OLTRE LA PROPAGANDA, LA DIFESA DEL PATRIMONIO

Non ci sarà un annuncio ufficiale. Il reset è un processo, non un evento. Sta accadendo ora. Si manifesta nell’aumento del prezzo dell’oro e del Bitcoin, che non salgono per forza propria, ma perché il metro con cui li misuriamo – il dollaro – si sta sciogliendo.

Siamo intrappolati tra due fuochi: una guerra mediatica che semina panico e un reset finanziario che mira a erodere i nostri risparmi. Vivere nell’ansia, consumando 24 ore su 24 una narrazione di guerra, è esattamente ciò che vogliono.

L’unica via d’uscita è la consapevolezza.

L’eventualità che questa teoria sia la realtà che si dipana sotto i nostri occhi ha basi molto più solide di quelle della propaganda sui droni e sulle provocazioni russe, perché il debito americano è un mostro ingestibile e il dollaro ha seri problemi.

Sono fatti oggettivi non punti di vista. Quindi gli USA avrebbero il movente per adattare queste strategie finanziarie per salvare il salvabile.

Bisogna comprendere che il mondo sta cambiando a una velocità impressionante e che le vecchie certezze non esistono più. Buoni e cattivi potrebbero non essere più tali, ammesso che lo siano mai stati.

La vicenda ucraina, nel suo complesso, è decisamente più grande di quanto sembri.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

TOMAHAWK A KIEV. LA SOLITA BUBBOLA MEDIATICA PER DISTRARRE DALL’IMPASSE?

Zelensky chiede, i media amplificano, ma la realtà è che quei missili non arriveranno e/o non serviranno. E Washington lo sa benissimo. Ecco perché.

KIEV E LA FAVOLA DELL’ARMA MIRACOLOSA

Mettetevi comodi, perché arriva una nuova favola che sovvertirà l’esito della guerra. Sì, proprio come la famosa controffensiva di Kiev del 2023. A proposito: quale ne è stato l’esito?

La sceneggiata è sempre la stessa: summit internazionale, siparietto a beneficio delle telecamere, e l’ennesima richiesta-choc. Stavolta, missili Tomahawk per l’Ucraina.

Volodymyr Zelensky che, in stile bambino in vetrina, allunga la mano verso la caramella più costosa dello scaffale, il missile da crociera che fa “boom” a 2500 km di distanza.

La narrazione di quelli che ci hanno spacciato per notizie le pale, i muli, i microchip e altre sciocchezze, ovviamente è pronta, confezionata e servita.

L’arrivo dei Tomahawk sarebbe la leva per mettere in ginocchio Putin.

Peccato che, come al solito, tra il dire e il fare ci sia di mezzo un abisso chiamato realtà. E la realtà, per chi ha la pazienza di guardarla in faccia senza il filtro della propaganda e le analisi da bar, dice che questa è l’ultima delle bolle speculative belliche. Pronta a scoppiare al primo contatto con i fatti.

IL TRUCCHETTO: PROMETTERE CIÒ CHE NON PUOI AVERE

La prima, colossale, presa in giro sta nella piattaforma di lancio.

L’Ucraina i Tomahawk come fa a lanciarli? Non certo con una fionda. Servono cacciatorpedinieri che Kiev non ha, o sottomarini che non vedrà mai. Oppure il sistema Typhon, quello terrestre.

E qui casca l’asino, perché gli Stati Uniti hanno solo due batterie di quest’aggeggio super-segreto.

Due.

E secondo voi le manderebbero in Ucraina, dove diventerebbero il bersaglio preferito dei russi, per essere polverizzate dall’aereonautica nemica?

Ma per favore.

È come offrire una Ferrari a chi non ha la patente e la vorrebbe guidare dove non ci sono nemmeno le strade. Una pura operazione di marketing bellico per far credere che si stia facendo qualcosa di decisivo.

Quando, invece, non si fa un bel niente. Perché c’è ben poco da fare, se non sperare che Mosca cada nelle provocazioni europee e si avventuri in un’aggressione a uno dei paesi NATO, scatenando una guerra disastrosa per ambo le parti.

L’ARITMETICA NON È UN’OPINIONE E I FATTI DICONO CHE I MISSILI NON CI SONO

Poi c’è la questione scorte.

Ammesso che gli ucraini trovino un modo per lanciare i missili miracolosi degli USA, c’è un dettaglio che non andrebbe sottovalutato.

I titoloni degli spacciatori di pale, microchip e altre fake urlano “Tomahawk!”, ma non vi dicono che gli americani hanno meno di 4.000 missili in tutto il magazzino e che ne producono meno di 200 all’anno.

Circa uno ogni due giorni.

E non vi dicono nemmeno che, mentre voi leggete i grandi articoli su questi missili miracolosi, ne stanno già bruciando a centinaia nel Mar Rosso contro gli Houthi.

Inoltre, va ricordato che il vero, unico, pensiero fisso del Pentagono è la Cina. È lì che devono finire quelle armi, in caso di guerra per Taiwan. E voi credete davvero che gli americani ne sprechino una buona parte nelle pianure del Donbass?

Gli americani sono già impegnati a contare quelli che restano loro per la Madre di tutte le Battaglie, quella nel Pacifico.

A Kiev, possono al massimo mandare altro materiale di seconda scelta. Il top del catalogo rimane esposto in vetrina, ma con il cartellino “non in vendita”.

LA BALLA SPAZIALE SUL PERICOLO ESCALATION

E poi arriva la perla finale, la giustificazione dei giustificazionisti: “Eh, no, sarebbe escalation”.

Ma scherziamo? La guerra è già al suo apice da un pezzo.

I russi bombardano l’Ucraina con tutto quello che hanno – a parte i missili ipersonici e le armi atomiche – e gli ucraini usano droni per colpire dentro la Russia.

Ma, per qualcuno, il Tomahawk, farebbe paura perché è “americano”.

Perché se Kiev lo usa, significa che l’intelligence USA è dentro la cabina di regia, a scegliere i bersagli. E questo, dicono, potrebbe spingere Putin a premere il bottone rosso.

Ovviamente, la paura ha un suo fondamento: gli ucraini non hanno né i mezzi né le conoscenze per utilizzare certe armi statunitensi, quindi è ovvio che, senza uomini NATO in Ucraina, certe armi non potrebbero essere usate.

Ma sembra più la scusa perfetta per non fare quello che non si ha intenzione di fare comunque.

Trump, come qualunque altro presidente ci fosse in America, di casini nucleari non ne vuole, perciò non si sogna nemmeno di creare il rischio di valicare quella linea.

Ma la retorica del Tomahawk serve a tutti: a Zelensky per mostrare di combattere e di avere ancora qualche speranza di non perdere; a Washington per mostrare di aiutare gli ucraini; ai media per avere un titolo ad effetto.

Tutti contenti, tranne gli ucraini, che nessuno ascolta più e che vengono spediti a morire al fronte da tre anni e mezzo, per trovarsi in una posizione senza dubbio peggiore rispetto a qualunque accordo si fosse raggiunto nel 2022.

A GUERRA FINITA, NE PARLEREMO

Alla fine della fiera, questa è l’ennesima notizia-fumo per coprire il fatto che la guerra in Ucraina è diventata una guerra di trincea, di logoramento, di artiglieria.

Perché né la Russia né gli USA hanno voglia di usare le armi vere, poiché significherebbe consegnare alla Cina ciò che resterebbe del mondo.

Perciò, quella che, da parte americana, doveva essere una guerra per far sprofondare Mosca in una crisi gravissima e, dal punto di vista dei russi, che avrebbe dovuto piegare l’Ucraina in poche settimane, si è trasformata, invece, in una guerra di trincea, poco televisiva, che si vince con le fabbriche di proiettili e di droni, non con i missili da un milione di dollari l’uno.

Però, quelli finiscono in prima pagina e fanno notizia.

Il Tomahawk è il deus ex machina di una tragedia che non si sa come concludere senza che i leader europei ne escano distrutti, sia a livello d’immagine sia sotto il profilo politico.

I missili americani sono più una fantasia per politici e giornalisti a corto di idee che una realtà concreta che possa sovvertire gli esiti del conflitto.

Mentre si perde tempo a discutere di un’arma che non sarà risolutiva, – e, probabilmente, non arriverà mai, – la gente continua a morire.

Ma il fatto che intere generazioni di ucraini siano mandate ogni giorno al macero sembra importare a pochi. Certamente non a quelli che ci spiegano che la guerra serve per la pace.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

SONDAGGIO CENSIS: QUANTI ITALIANI DISERTEREBBERO LA GUERRA CONTRO LA RUSSIA?

COME I LEADER EUROPEI HANNO SPRECATO LA PACE E VENDUTO UN FUTURO MAI ARRIVATO

Febbraio 2022.

I palazzi del potere di Bruxelles, Parigi e Berlino diffondevano una certezza quasi arrogante.

I loro eroi di retorica ripetevano come mantra che le sanzioni “dagli effetti dirompenti”, “senza precedenti”, avrebbero messo in ginocchio l’economia russa in pochi mesi, entro il 2022, costringendo il Cremlino a ritirarsi dall’Ucraina.

Era la narrazione ufficiale. Una narrazione crollata sotto il peso della realtà e dei fatti, che hanno la triste abitudine di presentare il conto e di porre ogni pagliaccio nel suo circo.

Questo errore di calcolo dei leader europei – e dei tanti giornalisti prestatisi a fare loro da megafono anziché da cani da guardia -, tanto colossale quanto imbarazzante, è il sintomo di una malattia perniciosa, che affligge l’intero corpo occidentale da trent’anni.

L’incapacità di prevedere la reale forza di Mosca è l’epilogo di decenni di auto-inganno, un lungo sonno dogmatico in cui la classe dirigente europea ha scambiato le proprie pie speranze per analisi strategiche.

In sostanza, la politica occidentale è stata non dissimile alle pubblicità che spacciano i bambini felici di andare a scuola perché possono mangiare prima una buona merendina.

Hanno sognato un mondo a loro immagine e somiglianza e hanno smesso di guardare quello reale.

Ora, una recente e spietata analisi del Censis ci sbatte in faccia il risultato: un popolo disilluso, spaventato e, soprattutto, indisponibile a combattere per le élite che lo hanno tradito.

La domanda, quindi, diventa inevitabile e terribile. Per cosa dovrebbero combattere, oggi, gli europei?

L’ANATOMIA DI UN FALLIMENTO – LE TRE PROMESSE INFRANTE

Dal trionfalismo del 1989 è nato un Occidente che si sentiva invincibile, portatore di un Vangelo del “bene” destinato a convertire il pianeta. Libertà, prosperità, pace. Era questo il trittico sacro. Un trittico che oggi giace in frantumi.

LA LIBERTÀ IN RITIRATA: L’EXPORT DEMOCRATICO MAI RIUSCITO

L’illusione era semplice, quasi infantile: esportare il libero mercato avrebbe automaticamente generato libere democrazie.

L’Europa ha investito miliardi in “programmi di democratizzazione”, convinta che il mondo non desiderasse altro che diventare come lei. Un errore strategico mascherato da superiorità morale.

Mentre Bruxelles redigeva i suoi manuali di buone pratiche, il resto del pianeta sceglieva altro e i dati del Censis sono una sentenza: oggi meno del 7% della popolazione globale vive in una democrazia piena.

Il 2024 è stato il 19° anno consecutivo di declino globale della libertà.

La verità è che il nostro modello non è mai stato un prodotto universale, ma è stato solo nostro. E la cosa grave è che i nostri leader non se ne sono mai accorti.

LA PROSPERITÀ SVANITA: IL PATTO SOCIALE TRADITO DALLA GLOBALIZZAZIONE

“La marea della globalizzazione solleverà tutte le barche”.

Quante volte lo abbiamo sentito?

Una promessa solenne, fatta a una classe media che sarebbe stata la prima vittima di quella stessa marea. Mentre le élite finanziarie brindavano nei salotti di Davos, le fabbriche chiudevano in Lombardia, nella Ruhr, nel Midwest americano.

Il baricentro economico del mondo si è spostato inesorabilmente a Est: oggi il 59% del PIL mondiale è prodotto dai mercati emergenti.

L’Occidente, e l’Europa in particolare, ha assistito impotente alla propria de-industrializzazione, al blocco dell’ascensore sociale, alla fine del sogno che i figli stessero meglio dei padri.

La leadership europea ha sacrificato i propri cittadini sull’altare di un dogma economico, creando un esercito di dimenticati che ora, giustamente, non si fidano più. La domanda politica non è più “progresso”, ma “protezione”. È il grido di chi è stato lasciato indietro.

LA PACE ARMATA: LA GRANDE ILLUSIONE DEL “COMMERCIO GENTILE”

Per trent’anni, la dottrina europea è stata quella del “cambiamento attraverso il commercio”.

L’idea che legare economicamente a noi potenze autoritarie come la Russia e la Cina le avrebbe magicamente trasformate in partner affidabili.

Una favola. Mentre l’Europa si rendeva dipendente dal gas di Mosca, il Cremlino usava quei proventi per ricostruire il suo arsenale. I leader europei, con la loro condiscendenza, hanno finanziato per decenni la macchina da guerra che oggi, con finta sorpresa, dicono di voler sconfiggere.

La pace non è mai stata universale; era solo una bolla eurocentrica, possibile finché i conflitti restavano confinati lontano dai nostri confini ben curati. Ora le fiamme hanno raggiunto il giardino. E noi ci scopriamo senza estintori.

IL RISVEGLIO DEGLI DEI – IL RITORNO DEL MITO E LA CECITÀ DI BRUXELLES

Il fallimento delle promesse, delle analisi e delle politiche ha lasciato un vuoto. Un vuoto che non poteva essere colmato dalla razionalità tecnocratica dei burocrati europei.

Mentre l’Europa discuteva di parametri di bilancio e direttive sulla curvatura delle banane, il resto del mondo ha riscoperto il potere del mito.

Siamo entrati in una nuova era dominata da una “ipnotica macchina mitologica”.

Il nazionalismo mistico e imperiale di Putin, il fanatismo religioso che arma i terroristi, il trumpismo, con la sua visione di un’America predestinata e vittima dell’Europa e anche di quel mondo che lei stessa mette a ferro e fuoco da un secolo.

Sono forze irrazionali, emotive, potenti. E la leadership europea, con il suo linguaggio grigio e asettico, non ha gli strumenti né per comprenderle, né per contrastarle.

Continua a parlare di PIL a popoli che hanno ricominciato a pensare in termini di destino, sangue e onore.

DAL NASO DI CLEOPATRA AL CIUFFO DI TRUMP: LA STORIA NON È UN ALGORITMO

“Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata”.

La vecchia massima di Pascal oggi è più attuale che mai. La storia non è un processo lineare e prevedibile guidato da forze economiche, ma un caos di contingenze, di eventi imprevisti, di personalità eccentriche.

Un ciuffo biondo alla Casa Bianca può stravolgere le alleanze di settant’anni, proprio come un’invasione può far crollare le certezze energetiche di un continente. Soprattutto se quel continente è governato da leader incapaci e che fanno scelte in contrasto con la sicurezza e il benessere dei suoi abitanti.

L’approccio europeo, basato su regole, procedure e una fede cieca nella razionalità, è strutturalmente inadatto a governare questo caos.

La costante sorpresa di fronte agli eventi dei leader europei è la prova più evidente della loro inadeguatezza analitica.

Sono amministratori, non statisti. E il mondo, oggi, ha un disperato bisogno di statisti, non di von der Leyen, Macron, Merz…

LO SPECCHIO INFRANTO – UN POPOLO SENZA CAUSA

La frattura più profonda, però, è quella interna. Il divorzio tra chi governa e chi è governato. I dati del Censis sul caso italiano sono un campanello d’allarme per l’intera Europa.

“Armiamoci e Partite” verrebbe da dire a leggere i dati del sondaggio Censis che mostrano come solo il 16% degli italiani combatterebbe in caso di guerra, evidenziando il rifiuto della popolazione di combattere.

I numeri sono una sentenza inappellabile. Se l’Italia fosse chiamata in guerra, solo 16 cittadini su 100 risponderebbero “presente”.

Un misero 16%. Il 39% protesterebbe, il 19% diserterebbe, il 26% suggerirebbe di pagare mercenari.

Questo non è solo pacifismo, ma è la fine del patto tra Stato e cittadino.

È la risposta di un popolo a cui è stato chiesto di sacrificarsi sull’altare della globalizzazione e che ora si rifiuta di fare l’ultimo sacrificio per una causa che non sente sua e per quel patto che lo Stato ha tradito per primo, da una classe dirigente di cui non si fida più.

È il sintomo di un continente che ha perso la sua anima e il suo senso di scopo collettivo.

L’ALLEATO INCERTO E LA FUGA NELLA NEUTRALITÀ: LA SOLITUDINE STRATEGICA DELL’EUROPA

Gli italiani sanno di aver bisogno di alleanze per difendersi, ma, allo stesso tempo, quasi la metà (46%) dubita che gli Stati Uniti verrebbero in nostro soccorso.

E, nonostante tutto, la maggioranza (62%) invoca la neutralità.

In pratica, siamo deboli, non ci fidiamo del nostro protettore, ma vorremmo comunque restare a guardare.

È una posizione strategicamente suicida, un invito all’irrilevanza se non all’aggressione. È la confessione di un continente spaventato, confuso e senza una vera visione del proprio posto nel mondo.

Un caos generato da leader non all’altezza, che vogliono fare la guerra alla Russia come un bambino vuole sfidare il campione del mondo dei pesi massimi.

La guerra alle porte dell’Europa non è una sfortunata deviazione dal percorso del progresso, ma la “clausola inevitabile” di un contratto sociale e geopolitico basato su promesse che i leader europei sapevano, o avrebbero dovuto sapere, di non poter mantenere.

Hanno venduto un’utopia di pace e benessere perpetui, ignorando le forze oscure della storia che ribollivano sotto la superficie, poi hanno creduto di piegare il più grande Paese del mondo con le sue sanzioni, non accorgendosi che quasi tre quarti di mondo opera, lavora e commercia fuori dai radar occidentali.

Oggi, l’Occidente si guarda allo specchio e non si riconosce più.

È nudo. Ha perso la sua autorità morale, la sua supremazia economica, la sua pace.

I suoi leader, invece di un mea culpa, raddoppiano la posta, parlando di “economia di guerra” e chiedendo sacrifici a una generazione a cui hanno lasciato in eredità solo contratti a termine, pensioni in forse, e minori di quelle dei loro padri, e un futuro più incerto che mai.

Non esiste più l’Europa e ciò che ne resta piace a una quota esigua della popolazione. E questa è una verità con cui, prima o poi, anche i leader europei dovranno fare i conti.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DOV’È FINITO MARCOS GUTIÉRREZ?

INDAGINE SUL SILENZIO DEL PITTORE POP E SULLA RIVOLUZIONE CHE VERRÀ

Il mondo dell’arte ha fame di notizie. E da mesi, c’è una domanda che serpeggia tra galleristi, collezionisti e operatori del settore: che fine ha fatto Marcos Gutiérrez?

L’artista, noto per la sua dirompente Pop Art astratta, è svanito dai radar da qualche mese.

Nessuna mostra, nessun vernissage, nessuna nuova opera sui social, se non dettagli, spaccati, anteprime che hanno il sapore della tortura, ma, al tempo stesso, delle grandi attese, poiché lasciano i fan sulle spine.

Un silenzio assordante. Fino a poche settimane fa, quando siamo riusciti a strappargli una rara intervista, durante la quale Marcos ha ammesso di essere in un ritiro creativo totale poiché sta forgiando una linea di opere completamente nuova, che vedrà la luce solo il prossimo anno.

Ma cosa sta creando Gutiérrez in questo esilio volontario?

La curiosità è tanta e la risposta, forse, non è nel futuro, ma possiamo cercarla già qui, nascosta in bella vista nelle sue tele passate. Analizzarle oggi non è più soltanto un esercizio critico, dunque, ma un’indagine.

IL RUMORE ASSORDANTE DELLA SUPERFICIE: ANALISI DI UNO STILE UNICO

Guardare un’opera di Marcos Gutiérrez è come fare zapping tra l’anima di una persona e il caos del mondo.

La sua firma stilistica più vicina a noi nel tempo è inconfondibile. Prende un volto, spesso femminile, con occhi di un realismo magnetico e quasi doloroso, e lo trasforma in un muro metropolitano. Una tela su cui la nostra epoca vomita i suoi simboli, le sue ossessioni, le sue contraddizioni.

Ma lo fa sempre mantenendo quell’armonia cromatica che lo ha sempre contraddistinto, quella che ti fa sentire che tutto è in ordine e ogni cosa al suo posto.

LOVE. HATE. SMILE. THIS IS HELL.

Le parole, scritte con la furia della street art, si sovrappongono come tag vandalici.

Icone pop come Minnie Mouse e loghi del lusso come Prada diventano parte di questa epidermide culturale, tatuaggi imposti su una pelle che non li ha scelti.

Il colore è acido, industriale, una scarica di adrenalina visiva. I volti emergono da un magma cromatico fatto di velature, graffi, strati su strati, colature.

Sono ritratti dell’uomo contemporaneo, figure che cercano disperatamente di esistere sotto il peso assordante degli stimoli esterni.

Marco Gutiérrez raccoglie le nostre ansie, le nostre paure, le percezioni, perché non dipinge persone, ma la nostra condizione esistenziale.

GLI OCCHI, UNICO VARCO SULL’ANIMA

Eppure, in mezzo a questo rumore calcolato, c’è un punto di fuga. Un centro di gravità emotivo. Gli occhi.

Sempre.

Gli occhi nei ritratti di Gutiérrez sono un’isola di quiete in un oceano in tempesta. Sono vividi, profondi, disperatamente umani. Fissano lo spettatore con una richiesta silenziosa: “Mi vedi? Riesci a vedermi oltre tutto questo?”.

Ma non è una richiesta estetica, ma la domanda è se riesci a vedere oltre lo strato apicale della pelle, al di là dell’involucro corpo, per arrivare all’anima.

ALCUNE OPERE DI MARCOS GUTIÉRREZ

È qui che l’artista smette di essere un cronista del caos e diventa un poeta dell’introspezione. Perché quello sguardo è l’ultimo baluardo dell’identità individuale prima che venga completamente fagocitata dal “pop”, dalla moda, dai messaggi urlati del vivere comune.

È un grido di aiuto dipinto con la delicatezza di un maestro fiammingo nel cuore di un’esplosione punk rock.

È questo contrasto radicale, tra la superficie caotica e il nucleo intimo, la vera chiave per decifrare il suo futuro.

L’INDAGINE: DAI VOLTI ALLA STRUTTURA. COSA C’È SOTTO LA MASCHERA?

La nostra inchiesta ci porta a credere che Gutiérrez si sia stancato di raccontare solo la superficie. Ha passato anni a dipingere la maschera, ora è pronto a strapparla.

Gli indizi sono in quelle opere apparentemente anomale, quelle puramente astratte, geometriche. Composizioni fatte di poligoni trasparenti che si sovrappongono, creando nuove forme e nuovi colori. Sembrano esercizi di stile, ma non lo sono. Sono la mappa per il suo prossimo viaggio.

La nostra ipotesi è questa: Marcos Gutiérrez sta per fondere i suoi due linguaggi.

Immaginiamo per un attimo. Immaginiamo che le geometrie trasparenti diventino il nuovo strumento per costruire, o meglio, de-costruire il volto umano.

Invece di graffiti spruzzati sopra un ritratto, potremmo assistere a ritratti fatti di strati cristallini e frammentati. Non più il caos che copre l’identità, ma l’identità stessa rivelata come una struttura complessa, sfaccettata, contraddittoria.

Il prossimo passo della sua evoluzione non sarà aggiungere più rumore, ma analizzare la sua origine. Le nuove opere potrebbero abbandonare la violenza del graffito per abbracciare un’analisi quasi architettonica dell’anima.

Vedremo forse volti composti da frammenti di emozioni trasparenti, dove la gioia, il dolore, l’amore e la paura non sono più slogan urlati, ma strati geologici della personalità, visibili l’uno attraverso l’altro.

L’UOMO DIETRO IL CAOS: UNA NUOVA SINTESI PER IL 2026

Il silenzio di Marcos Gutiérrez non è un’assenza. È un’immersione. Sta andando più a fondo. Ha scrutato così a lungo le persone, ha assorbito così tanto dal vivere comune, che ora è pronto a restituirci qualcosa di più del riflesso del nostro mondo, perciò aspettiamoci la radiografia del nostro essere.

Le nuove opere saranno, con ogni probabilità, più silenziose, ma infinitamente più potenti.

Meno aggressive in superficie, ma più radicali nella sostanza. L’artista che ci ha mostrato come il mondo ci ricopre, sta per mostrarci di cosa siamo fatti veramente?

La Pop Art astratta lascerà il campo a un “Cubismo Psicologico” del ventunesimo secolo, dove il soggetto non è più un volto bombardato dalla cultura di massa, ma l’architettura fragile e complessa di un’identità in perenne costruzione?

Il rumore sta per finire.

Preparatevi ad ascoltare.

Ancora pochi mesi. Marcos Gutiérrez sta tornando.

Puoi visitare il sito dell’artista, cliccando: QUI.

Di seguito, l’intervista a Marcos Gutiérrez.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

DALLA TELA ALLA PAROLA: L’ESORDIO LETTERARIO DI DANIELA BUSSOLINO È UNA STORIA D’AMORE SUSSURRATA A QUATTRO ZAMPETTE

“Una storia d’amore a quattro zampette” è il primo libro della pittrice Daniela Bussolino, una storia che traduce un legame viscerale in una favola universale attraverso l’arte della scrittura.

Un viaggio creativo nato da un amore, quello per la sua coniglietta Cristal, che ha preteso un linguaggio nuovo per essere raccontato.

Daniela Bussolino è nota nel mondo della pittura per la sua espressione cromatica che esalta la gioia di vivere e le passioni esistenziali, che sono il filo conduttore di tutta la sua produzione artistica.

Ma, quando un’emozione diventa così profonda, così totalizzante, da non poter più essere contenuta nei confini di una tela, accade che l’artista deve evolvere, per trovare un nuovo strumento, un nuovo linguaggio, un nuovo modo di comunicare al meglio.

Ed è proprio ciò che ha portato alla nascita di “Una storia d’amore a quattro zampette”, l’esordio letterario di Daniela Bussolino. Un libro che è, al tempo stesso, una confessione, un omaggio e un atto di coraggio.

DANIELA BUSSOLINO: SCRITTRICE, PITTRICE, ARTISTA

Il passaggio dalla pittura alla scrittura non è stato un capriccio, ma una necessità dell’anima. L’arte, in fondo, è comunicazione. È un messaggio che cerca la sua forma più pura.

«Noi sappiamo che l’arte non è soltanto canto, pittura, musica, ma è l’insieme di tantissime discipline», ha spiegato Bussolino durante l’intervista, sottolineando come ogni mezzo espressivo possa diventare un veicolo per un’emozione.

Per lei, che ha sempre “dipinto” le sensazioni, la scrittura è diventata una trasmutazione naturale. «Se dipingo un quadro, racconto una storia coi colori. Se scrivo, creo delle immagini con le parole».

È la sintesi perfetta di un percorso artistico che non conosce barriere, ma solo ponti tra mondi espressivi diversi.

CRISTAL: LA MUSA A QUATTRO ZAMPETTE

La vera protagonista di questa favola moderna non è l’autrice, ma la sua musa: Cristal, una coniglietta che ha segnato un’esistenza.

Il libro è una storia vera, ma con un colpo di genio narrativo: è raccontato interamente dal punto di vista dell’animale. È Cristal che ci guida, con i suoi occhi innocenti e il suo cuore puro, attraverso le dinamiche di una famiglia umana che l’ha adottata e amata.

«È nato dall’amore che ho avuto per questa mia coniglietta», mi confessa Daniela con la voce incrinata dall’emozione. Scrivere questo libro è stato un processo catartico, un modo per elaborare una perdita e, al contempo, rendere immortale un legame.

«L’ho scritto con le lacrime agli occhi», ammette, rivelando la vulnerabilità che sta dietro ogni grande atto creativo. Non è stato facile. Per anni, il dolore era troppo forte per essere messo nero su bianco. Subito non ci riuscivo, talmente stavo male per la sua perdita. Sono riuscita a realizzarlo adesso, a dieci anni esatti dalla sua mancanza.»

Un ritardo che è la prova della profondità del sentimento. Ci sono voluti dieci anni perché il ricordo si trasformasse da ferita a racconto. Da dolore a dono per gli altri.

“UNA STORIA D’AMORE A QUATTRO ZAMPETTE”, UN LIBRO CHE PARLA A TUTTI

Sebbene la vicenda narrata nel libro sia perfetta anche per un pubblico giovane, “Una storia d’amore a quattro zampette” non è solo un libro per ragazzi, ma un’opera che parla agli adulti, poiché ricorda la bellezza dei sentimenti incondizionati, di quei valori che la frenesia della vita moderna ci fa tralasciare troppo spesso, per relegarle nel cassetto delle cose effimere, mentre si tratta dell’essenza.

La scelta di un linguaggio semplice e diretto è una precisa volontà di veicolare emozione in maniera immediata, spogliandola di ogni artificio. L’amore, quello vero, non ha bisogno di parole complesse, ma ha solo bisogno di essere sentito.

IL FUTURO È UN FOGLIO BIANCO (E UNA TELA NUOVA)

Questo libro è un punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio. Daniela Bussolino non ha intenzione di fermarsi. Sta già lavorando a un progetto più ambizioso: un romanzo.

«Questa volta si tratterà di un romanzo che intreccia arte e mistero, tra passato e presente», anticipa, lasciando intendere che il suo nuovo percorso letterario è appena cominciato.

Nel frattempo, “Una storia d’amore a quattro zampette” inizierà il suo viaggio tra i lettori con una serie di presentazioni, a partire dal 12 ottobre a Castello d’Annone (AT), per poi proseguire a Cremona e in altre città. Occasioni in cui l’autrice unirà i suoi due mondi, esponendo i dipinti dedicati a Cristal accanto alle pagine che ne raccontano la storia.

La sua è la testimonianza che la creatività non può essere ingabbiata.

Che sia su una tela, su un foglio o nel cuore di chi ascolta, una grande storia troverà sempre il modo di brillare. E quella di Daniela e Cristal brilla di una luce genuina.

Puoi visitare il sito di Daniela Bussolino cliccando QUI.

“Una Storia d’Amore a Quattro Zampette” è disponibile su tutte le piattaforme online ed è ordinabile nelle librerie tradizionali.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

O LA PACE DI TRUMP O I CRIMINI DI NETANYAHU

ALLA CASA BIANCA, UN PIANO “PRENDERE O LASCIARE” PER GAZA CHE ESCLUDE HAMAS E L’AUTORITÀ PALESTINESE.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu, due mostri della politica populista e legati da un’alleanza che ha ridisegnano le mappe del Medio Oriente, si sono presentati davanti al mondo come architetti di un destino già scritto. Hanno parlato di pace. Hanno sorriso per le telecamere.

Ma il documento che hanno presentato non è un invito. È un ultimatum.

È l’impero che impone il proprio editto. Un imperatore che cambia idea dalla sera alla mattina e un ricercato internazionale su cui pende la richiesta d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità. Due persone di cui andare fieri, insomma.

Il loro è un piano in 20 punti per porre fine alla guerra di Gaza, durata quasi due anni. Una guerra in cui uno dei due ha massacrato decine di migliaia di persone innocenti, tra cui tantissimi bambini, e l’altro gli ha più volte offerto aiuto.

Se Hamas accetta, la guerra finisce. Se rifiuta, Israele “finirà il lavoro da solo”, ha scandito Netanyahu, con una freddezza che non ammetteva repliche. Tipica dei più efferati dittatori e carnefici della storia.

E Trump, al suo fianco, gli ha offerto la benedizione della più grande potenza mondiale, quella perennemente in guerra con qualcuno da un secolo.

“Bibi, avrai il nostro pieno appoggio per fare ciò che devi fare.” La via facile, o la via difficile. Per la gente di Gaza, entrambe le strade iniziano nello stesso luogo di polvere e paura.

ANATOMIA DI UN ACCORDO: 72 ORE PER DECIDERE IL FUTURO

Questo piano è un meccanismo a orologeria. Preciso, spietato, concepito per forzare una scelta definitiva entro 72 ore. Non c’è spazio per l’ambiguità né per politici veri ed equilibrati. Non c’è spazio per la diplomazia. Non c’è neppure l’ombra di una parvenza di democrazia.

Con un cessate il fuoco immediato, le forze israeliane si ritireranno su linee prestabilite, creando una zona cuscinetto temporanea in attesa di un segnale. Quel segnale è la vita degli ostaggi.

In cambio, Hamas deve liberare tutti i prigionieri rimasti vivi. Le stime parlano di 48 persone, di cui forse solo 20 ancora vive, un numero che ricalca la tragedia dei mesi di prigionia. In cambio, Israele rilascerà circa 2000 palestinesi detenuti dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Un baratto di anime, quantificato e messo su carta.

LA NUOVA GAZA.

Il piano prevede che Hamas venga cancellata. Così come l’Autorità Palestinese, giudicata troppo debole, troppo corrotta.

Al loro posto, un governo di “tecnocrati” palestinesi senza volto, supervisionato da un’entità quasi imperiale: il “Board of Peace”, un comitato internazionale presieduto da Donald Trump in persona. L’imperatore, appunto. L’amico del criminale di guerra ricercato.

A fungere da galoppino di Trump dovrebbe essere l’ex premier britannico Tony Blair, un fantasma delle guerre passate del Medio Oriente, già convinto con la balla delle armi chimiche di Saddam, e ora designato per dirigere l’autorità transitoria sul campo, la GITA, con un budget iniziale di 90 milioni di dollari.

Il piano garantisce che “nessuno sarà costretto a lasciare Gaza” e che Israele non la occuperà. Ma la promessa più grande, quella di uno stato palestinese, rimane avvolta nella nebbia.

Si parla di un “percorso credibile” verso l’autodeterminazione, un linguaggio annacquato su richiesta di Netanyahu, abbastanza vago da non significare nulla.

DIETRO LE QUINTE: IL PREZZO DELLA PACE

Questo accordo non è nato nel candore dello Studio Ovale, ma in notti di trattative febbrili a New York, lontano dalle telecamere, con il genero di Trump, Jared Kushner, a tessere la tela.

La versione finale è un mosaico di concessioni a Israele e pressioni ai palestinesi. Come gli imperi fanno da sempre con amici e sudditi.

La più straordinaria è avvenuta tramite una linea telefonica sicura. Benjamin Netanyahu, l’uomo che ha fatto della durezza la sua firma politica, si è scusato con il primo ministro del Qatar.

Le sue parole erano di rammarico per l’attacco israeliano su Doha che aveva preso di mira i leader di Hamas, uccidendo una guardia di sicurezza qatariota proprio mentre i negoziati per il cessate il fuoco erano in corso.

Un gesto umiliante, il prezzo da pagare per tenere a bordo Doha, mediatore indispensabile. Mamma mia, quanto spessore umano il ricercato, eh!?

Ma altri alleati cruciali restano scettici. L’Arabia Saudita e l’Egitto osservano da lontano, preoccupati sia da Israele sia dagli USA.

Vogliono un percorso chiaro verso la soluzione a due stati, non una vaga promessa di chi ha disatteso un’ottantina di risoluzioni ONU.

Vogliono un ruolo per l’Autorità Palestinese, non un comitato presieduto da un presidente americano. Senza di loro, e senza i loro petrodollari, chi pagherà per ricostruire Gaza dalle sue ceneri?

IL BIVIO DI HAMAS: RESA O MARTIRIO?

Per Hamas, il piano di Trump non è un’offerta di pace, ma una richiesta di capitolazione. Almeno così sarebbe letta dagli europei se al posto di Gaza ci fosse Kiev e al posto di Israele la Russia.

Il disarmo totale, lo smantellamento dei tunnel, la rinuncia a ogni forma di potere.

È la cancellazione politica e militare. In cambio, ai suoi membri viene offerta un’amnistia individuale se accettano la “coesistenza pacifica”, o un passaggio sicuro per lasciare Gaza per sempre. Un tentativo di spezzare l’organizzazione dall’interno, separando i leader dai combattenti.

La risposta ufficiosa, filtrata attraverso canali non ufficiali, è già arrivata. Hamas non è disposta a disarmarsi.

Per i suoi leader, deporre le armi significa diventare irrilevanti, tradire la causa per cui hanno combattuto e perso migliaia di uomini. Rifiutare l’accordo, però, significa dare a Netanyahu la giustificazione che cerca per l’assalto finale.

È una scelta tra il suicidio politico e l’annientamento fisico. Un bivio terribile, dove ogni strada porta alla fine di qualcosa. E ciò dimostra come si tratti di un piano creato ad arte per dare a Netanyahu una sorta di giustificazione a commettere ulteriori stragi.

VOCI DAL BARATRO: LO SCETTICISMO DI GAZA

Mentre i leader parlano di governance e fondi internazionali, a Gaza la gente ascolta un altro suono. Il ronzio dei droni, le esplosioni lontane che non si fermano mai del tutto.

Per loro, un “Board of Peace” presieduto da Trump suona come un altro nome per l’occupazione. Una forza di stabilizzazione straniera, un’altra uniforme da cui guardarsi. Altri guardiani di una prigione a cielo aperto.

“Vogliamo che la guerra finisca. Vogliamo che i nostri figli possano dormire la notte,” dice un medico da Khan Yunis, la sua voce stanca attraverso una linea telefonica intermittente.

“Vogliamo che i nostri prigionieri tornino a casa. Vogliamo poter ricostruire le nostre vite senza la paura che tutto ricominci tra un anno.”

Lo scetticismo è profondo come i crateri delle bombe. Il piano, visto da qui, sembra un progetto disegnato da uomini lontani per scopi lontani, che ignora la richiesta più semplice e più umana: la dignità. La possibilità di decidere del proprio destino.

LA SCOMMESSA DI 72 ORE

L’orologio ha iniziato a ticchettare. Per Donald Trump, questa è una scommessa sul suo lascito, un tentativo di completare gli Accordi di Abramo e di presentarsi come il grande pacificatore.

Con un piano orchestrato a favore di un criminale suona un po’ macabra barzelletta, ma tant’è.

Per Benjamin Netanyahu è la legittimazione internazionale che ha sempre cercato per raggiungere i suoi obiettivi di guerra, spacciando per “accordi” quelli che per la più alta Corte di Giustizia internazionale e per la stessa ONU sono crimini di guerra.

Ma le domande che contano restano sospese sull’orizzonte fumoso di Gaza. Un’organizzazione votata alla lotta armata accetterà di scomparire in cambio della sopravvivenza fisica dei suoi membri?

Gli stati arabi finanzieranno una pace che non include le loro richieste fondamentali? E, soprattutto, un piano che esclude quasi completamente i palestinesi dalla definizione del loro futuro può davvero portare a una pace duratura?

O è solo il tentativo di dare un volto più diplomatico all’atto finale e più sanguinoso di questa guerra infinita?

Per il mondo sono 72 ore di diplomazia. Per la gente di Gaza, sono 72 ore che separano una pace incerta da una guerra certa.

Per la verità, sono crimini di guerra che trovano un altro nome solo perché i carnefici sono amici di chi comanda.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA GUERRA DEGLI SPECCHI, TRA DRONI FANTASMA, VERITÀ NASCOSTE E LA RISCRITTURA DELLE REGOLE DEL CONFLITTO

Mentre un ronzio fantasma tiene in ostaggio i cieli d’Europa per droni che non si sa ancora da dove arrivino, ma costringono la Danimarca a sigillare il suo spazio aereo, e mentre il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, dispensa rassicurazioni affannose – “gli italiani possono stare tranquilli, non credo che Putin voglia attaccare l’Italia” –, la guerra in Ucraina sta subendo una metamorfosi silenziosa, ma sempre più orwelliana.

Non si combatte più solo nelle trincee del Donbas che mandano al macero intere generazioni ucraine o sotto le bombe che martoriano Kiev, ma è diventata una guerra sottile e ambigua, una guerra di specchi, su tre fronti paralleli.

L’escalation militare autorizzata nell’ombra, la guerra psicologica sui nervi del continente europeo e una torbida partita di ingerenze dove l’Occidente, che si erge a giudice buono, infallibile e integerrimo, viene scoperto a usare le stesse carte del suo avversario.

La crepa più profonda si è aperta su Fox News, lontano dai palazzi di Bruxelles, dove, con una franchezza disarmante, Keith Kellogg, inviato speciale di Donald Trump per l’Ucraina, ha sganciato una bomba politica: il tycoon avrebbe dato, già da qualche settimana, il via libera a Kiev per colpire obiettivi a lungo raggio all’interno della Federazione Russa.

Una linea rossa che persino l’amministrazione di Biden ha esitato a superare.

La rivelazione di Kellogg è ancora più dirompente nella sua sfumatura: “Trump ha autorizzato, ma a volte il Pentagono non ha dato all’Ucraina l’autorità di eseguirli”. Una sorta di “ok, amico, ti faccio contento e ti dico che puoi farlo, ma solo quando ti diremo che potrai farlo.”

Se non si tratta di un modo per raggirare Zelensky, allora siamo di fronte allo spettro di una spaccatura all’interno dell’apparato di potere americano: una volontà politica radicale frenata, a tratti, da una cautela militare. Cosa che, nella storia, è sempre stata al contrario.

È l’eco di una filosofia che si fa strada nel campo repubblicano, incarnata da figure come JD Vance e Marco Rubio, per cui non esistono “luoghi sacri”.

La risposta del presidente Volodymyr Zelensky non si è fatta attendere.

La sua richiesta di missili Tomahawk, sistemi d’arma di eccezionale profondità offensiva, non è più un appello disperato, ma la logica conseguenza di una porta che, a Washington, si sta visibilmente socchiudendo. La guerra senza ripari, prima un tabù, è ora un’opzione sul tavolo.

Ma mentre l’Occidente contempla di infrangere le proprie regole sul campo di battaglia, picchiando duro con la propaganda degli sconfinamenti russi nello spazio aereo europeo, con l’attacco all’aereo della von der Leyen, ma, al contempo, dipingendo Putin prossimo alla morte e alla guida di una nazione senza munizioni e armata solo di pale, una storia proveniente dalla Moldavia ne incrina le fondamenta morali.

In un sarcastico gioco del destino, la “vittoria della democrazia” nelle elezioni moldave è festeggiata come uno scacco a Mosca, ma su questa vittoria si accende più di qualche luce sinistra.

Innanzitutto, se queste ingerenze russe non sono solo una fantasia della nostra propaganda, beh… fanno ridere, visto che non vincono un’elezione.

Intatto, ben altre ingerenze ci sono state sul voto in Moldavia.

Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha accusato pubblicamente i servizi segreti francesi di aver chiesto la sua collaborazione nel censurare canali Telegram vicini ai candidati filorussi per favorire il governo filo-occidentale in cambio di “cose buone” da dire al giudice che ne aveva ordinato l’arresto.

Un ricatto, un’ingerenza…, chiamatela come volete. Il paradosso è, comunque, accecante.

La democrazia, ufficialmente difesa contro le manipolazioni del Cremlino, sarebbe stata “aiutata” con gli stessi strumenti di pressione e censura che si attribuiscono alle autocrazie. Cosa che gli USA fanno da sempre, a cominciare dal referendum italiano del 3 giugno 1946.

La narrazione della propaganda, dunque, si frantuma. La lotta tra democrazia e autoritarismo si rivela un labirinto di specchi, dove ogni attore sembra riflettere le tattiche più oscure del suo nemico.

È in questo clima di ambiguità morale e militare che si innesta la terza, più subdola, forma di guerra: quella psicologica.

Le parole di Zelensky, che avverte l’Italia di possibili attacchi con droni russi, hanno un suono sinistro.

Se prima potevano essere lette come un appello all’unità, oggi sollevano interrogativi inquietanti.

Come può il presidente ucraino avere tali certezze? La sua è una preveggenza basata su intelligence solida, – perciò l’intelligence ucraina è superiore a quelle dei paesi NATO – o si tratta di una manovra calcolata per alimentare quella stessa paura che spinge governi – come quello danese – a paralizzare la vita civile?

Si fa strada un sospetto, sebbene indimostrabile, ma plausibile: se alcuni di questi droni “russi” non fossero affatto russi, ma strumenti di una strategia della tensione volta a cementare un’alleanza che inizia a mostrare segni di stanchezza?

Il risultato è un’Europa in trincea psicologica.

Le rassicurazioni di Tajani, la mobilitazione tedesca, i cieli chiusi di Copenaghen non sono più solo risposte a una minaccia esterna, ma i sintomi di un conflitto che ha violato lo spazio mentale dei cittadini in modo che quegli stessi cittadini digeriscano senza troppi malumori tagli a Sanità, Scuola, Pensioni, Welfare per destinare più miliardi alle armi.

La guerra non è più “là fuori”, ma è un’ansia costante, un’ombra che aleggia sopra le nostre città e nelle scelte dei nostri parlamenti, che stanno riscrivendo il futuro delle nostre aziende e delle nostre vite.

Alla fine, tutti i fili si intrecciano.

Un’America divisa che flirta con l’escalation totale, un’Europa che si scopre non solo vittima, ma potenziale artefice di quelle stesse ingerenze che condanna.

Un’Ucraina che, per sopravvivere, sembra aver imparato a usare la paura come un’arma.

In questa guerra di specchi, non è più fondamentale capire chi vincerà sul campo, ma chi sta davvero difendendo la democrazia.

E, soprattutto, la democrazia che emergerà da questo conflitto, forgiata da ricatti, censure, propaganda e paure, sarà ancora quella che si è giurato di proteggere?

La vera vittima collaterale potrebbe non essere un territorio, ma la chiarezza morale con cui l’Occidente ha sempre definito se stesso.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.