La pace, o presunta tale, è un piatto che si serve freddo. E preferibilmente a spese degli altri.
Mentre l’amministrazione di Donald Trump si prepara a sbandierare ai quattro venti l’imminente firma di un accordo formale con l’Iran, vendendolo come il capolavoro diplomatico del secolo durante i mondiali di calcio, la realtà, spogliata dalla propaganda di Washington, ci racconta la storia di una farsa, di un titanico “gioco dell’oca” geopolitico, come lo ha acutamente definito il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, dove si tirano i dadi, si muovono i carri armati, si contano i morti e poi, magicamente, si torna alla casella di partenza.
Con un solo, vero vincitore: Teheran.
Tutto il resto è fumo negli occhi.
IL DISASTRO DI NETANYAHU E L’ILLUSIONE DEL MOSSAD
Partiamo dai fatti, quelli che i megafoni governativi preferiscono sussurrare. Benjamin Netanyahu si ritrova in un vicolo cieco, impantanato in una guerra logorante su sette fronti, con un Paese che assomiglia sempre di più a uno “Stato paria”, isolato a livello internazionale.
Ma come ci è arrivato? Vendendo frottole agli alleati.
Nei primi giorni del conflitto, Israele e Stati Uniti avevano un piano: colpire duro, eliminare figure chiave, compresa l’uccisione di civili, come le bambine nella scuola iraniana, e far crollare il regime degli Ayatollah.
I dossier del Mossad cantavano vittoria in anticipo, assicuravano a Washington che Teheran fosse sull’orlo del baratro e che bastasse una spallata.
Non è successo. Il regime non è crollato, anzi, ha fatto quadrato su sé stesso e il sistema Paese si è compattato contro l’aggressione occidentale.
Un errore di calcolo che dimostra la mancanza di conoscenza sociologica e storica del popolo iraniano e la tendenza a credere che i regimi siano un manipolo di potenti con superpoteri che soggiogano tutti i cittadini, mentre sono apparati retti da una larga fetta del popolo, che fa affari e ha il proprio tornaconto.
Era così il nazismo di Hitler ed era così il fascismo di Mussolini, anche se, per evitare problemi, alla fine della Seconda Guerra mondiale, sembra che gli italiani fossero tutto antifascisti.
E oggi Washington presenta il conto politico a Bibi, accusandolo di aver trascinato l’Occidente in un’avventura basata su premesse false e su considerazioni sociologiche campate in aria.
L’opzione militare non è mai del tutto sparita dal tavolo, sia chiaro. È solo mutata. Si è trasformata in una guerra di usura economica, condotta vigliaccamente da lontano. Gli americani premono sui porti iraniani facendo decollare i loro caccia dalle comode basi nei paesi arabi alleati: Kuwait, Bahrein, Giordania.
Massima pressione, zero perdite dirette. Tutto per avere qualche carta in più al tavolo delle trattative segrete, che, a dispetto delle dichiarazioni bellicose, non si sono mai interrotte.
IL CONTO DA 300 MILIARDI: INDOVINATE CHI PAGA?
E qui arriviamo al capolavoro di ipocrisia economica. L’accordo tra USA e Iran prevede un cessate il fuoco esteso anche al Libano, con un periodo di transizione di 60 giorni. Il vicepresidente J.D. Vance promette che, per due mesi, non ci saranno pedaggi nello Stretto di Hormuz. Non promette sul dopo, però.
Applausi a scena aperta. Poi, il buio.
Lo Stretto di Hormuz non è affatto riaperto a pieno regime e i prezzi del petrolio non sono crollati; il motivo è semplice: i bombardamenti hanno devastato le infrastrutture e ci vorranno anni per ripararle.
I danni in Iran ammontano a circa 300 miliardi di dollari. Una cifra mostruosa. Trump li pagherà? Nemmeno per sogno. Israele? Figuriamoci.
Il conto, come sempre, verrà scaricato sul consumatore finale. Su di noi.
Se e quando l’Iran deciderà di recuperare i danni di guerra imponendo tariffe e dazi sulle navi di passaggio in quello snodo vitale, i costi globali schizzeranno alle stelle. L’America fa l’accordo, l’Iran incassa i risarcimenti indiretti, e noi andiamo alla pompa di benzina a saldare i debiti della loro geopolitica.
LA SINDROME DEL G7 E LA MASCHERATA DEI LEADER EUROPEI
Nel frattempo, a Evian, va in scena l’ennesima puntata del circo G7. I leader occidentali si scambiano pacche sulle spalle, auto-celebrandosi per aver trovato la quadra di un disastro di cui sono gli artefici.
In questo teatrino, l’Europa recita la parte dell’eterna comparsa in cerca di autore. Emmanuel Macron, affetto da smanie di grandeur per cercare di recuperare almeno un briciolo dei voti dei francesi, e Giorgia Meloni, sempre pronta a genuflettersi per un cenno di approvazione da oltreoceano, propongono a Washington l’invio di navi militari europee e cacciamine italiani per bonificare lo Stretto di Hormuz.
La risposta di Trump? Uno schiaffo in pieno volto: “Non ci servite”.
Un’umiliazione totale che rasenta il ridicolo; l’Europa vuole andare a sminare uno stretto senza l’approvazione americana e, soprattutto, senza la collaborazione dell’Iran.
Dettaglio non da poco, visto che le mine, ammesso che ci siano davvero, le avrebbero messe gli iraniani e, dunque, – sempre se ci sono – solo loro sanno dove diavolo si trovino.
Ma l’importante, per Parigi, Berlino, Londra e Roma, è farsi vedere.
Agitarsi come i bambocci alle feste degli altri. Giocare a fare i soldatini obbedienti nella narrazione a stelle e strisce contro i “nemici” di turno, che siano Mosca, Teheran o Pechino.
IL DOPPIO STANDARD E L’IMPUNITÀ GARANTITA
Ma il picco del disfacimento morale dell’Unione Europea si tocca sul fronte delle sanzioni.
L’Europa, sempre con il dito puntato e la penna rossa pronta a sanzionare le autocrazie, si è trovata a discutere se sanzionare Ben Gvir, il ministro estremista israeliano, per le palesi violazioni del diritto internazionale.
Ebbene? Tutto bloccato.
A guidare la retromarcia è stata la Germania, la cui storia ha conosciuto la stessa ferocia dell’attuale governo di Tel Aviv, e guidata da un Merz in piena crisi interna, tallonato dall’Afd.
La scusa ufficiale è da comicità politica: non si può sanzionare un ministro in carica di uno Stato “democratico” per non creare un “pericoloso precedente”.
Cioè, se in Italia tornasse Mussolini al potere, non si potrebbe sanzionare poiché l’Italia è democratica. Un capolavoro d’idiozia che nemmeno il genio di Orwell era riuscito a prevedere, o la manifestazione di una casta che pretende di decidere chi è buono e chi no, chi può fare ciò che gli pare e chi no?
Beh, sembrerebbe svelato l’arcano, la vera natura delle democrazie occidentali: un club privato, esclusivo, dove i membri si garantiscono l’impunità a vicenda.
Se a compiere crimini o a violare il diritto internazionale è un Paese fuori dal cerchio magico, scattano embarghi, missili e indignazione a reti unificate. Se lo fa un membro del club, si invoca la prudenza. Si tutela la “democrazia”.
Una sorta di dittatura globale, di Grande Fratello orwelliano, che comanda il mondo. O pretende di farlo. Tanto, chi si oppone viene definito dittatore e il gioco è fatto.
Intanto, l’Iran vince, Israele affoga nel suo stesso fango, l’America fa affari e l’Europa perde l’ultimo briciolo di dignità che le era rimasto.
Titoli di coda. Sipario.
I tifosi di questo sistema corrotto e becero applaudono, quelli che hanno interessi nella vendita di armi e nella politica espansionistica della NATO, in Europa, e di Israele in Medio Oriente, e quelli che pensano che il mondo sia un campionato mondiale, dove si giudica in base al tifo e non in base alle regole del Diritto internazionale.
E noi, come sempre, a pagare il biglietto di uno spettacolo indecente.







