LA PACE DEI RICCHI LA PAGHIAMO NOI. IL GRANDE INGANNO SULLA PELLE DI CHI FA IL PIENO

di Pasquale Di Matteo

La pace, o presunta tale, è un piatto che si serve freddo. E preferibilmente a spese degli altri.

Mentre l’amministrazione di Donald Trump si prepara a sbandierare ai quattro venti l’imminente firma di un accordo formale con l’Iran, vendendolo come il capolavoro diplomatico del secolo durante i mondiali di calcio, la realtà, spogliata dalla propaganda di Washington, ci racconta la storia di una farsa, di un titanico “gioco dell’oca” geopolitico, come lo ha acutamente definito il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, dove si tirano i dadi, si muovono i carri armati, si contano i morti e poi, magicamente, si torna alla casella di partenza.

Con un solo, vero vincitore: Teheran.

Tutto il resto è fumo negli occhi.

IL DISASTRO DI NETANYAHU E L’ILLUSIONE DEL MOSSAD

Partiamo dai fatti, quelli che i megafoni governativi preferiscono sussurrare. Benjamin Netanyahu si ritrova in un vicolo cieco, impantanato in una guerra logorante su sette fronti, con un Paese che assomiglia sempre di più a uno “Stato paria”, isolato a livello internazionale.

Ma come ci è arrivato? Vendendo frottole agli alleati.

Nei primi giorni del conflitto, Israele e Stati Uniti avevano un piano: colpire duro, eliminare figure chiave, compresa l’uccisione di civili, come le bambine nella scuola iraniana, e far crollare il regime degli Ayatollah.

I dossier del Mossad cantavano vittoria in anticipo, assicuravano a Washington che Teheran fosse sull’orlo del baratro e che bastasse una spallata.

Non è successo. Il regime non è crollato, anzi, ha fatto quadrato su sé stesso e il sistema Paese si è compattato contro l’aggressione occidentale.

Un errore di calcolo che dimostra la mancanza di conoscenza sociologica e storica del popolo iraniano e la tendenza a credere che i regimi siano un manipolo di potenti con superpoteri che soggiogano tutti i cittadini, mentre sono apparati retti da una larga fetta del popolo, che fa affari e ha il proprio tornaconto.

Era così il nazismo di Hitler ed era così il fascismo di Mussolini, anche se, per evitare problemi, alla fine della Seconda Guerra mondiale, sembra che gli italiani fossero tutto antifascisti.

E oggi Washington presenta il conto politico a Bibi, accusandolo di aver trascinato l’Occidente in un’avventura basata su premesse false e su considerazioni sociologiche campate in aria.

L’opzione militare non è mai del tutto sparita dal tavolo, sia chiaro. È solo mutata. Si è trasformata in una guerra di usura economica, condotta vigliaccamente da lontano. Gli americani premono sui porti iraniani facendo decollare i loro caccia dalle comode basi nei paesi arabi alleati: Kuwait, Bahrein, Giordania.

Massima pressione, zero perdite dirette. Tutto per avere qualche carta in più al tavolo delle trattative segrete, che, a dispetto delle dichiarazioni bellicose, non si sono mai interrotte.

IL CONTO DA 300 MILIARDI: INDOVINATE CHI PAGA?

E qui arriviamo al capolavoro di ipocrisia economica. L’accordo tra USA e Iran prevede un cessate il fuoco esteso anche al Libano, con un periodo di transizione di 60 giorni. Il vicepresidente J.D. Vance promette che, per due mesi, non ci saranno pedaggi nello Stretto di Hormuz. Non promette sul dopo, però.

Applausi a scena aperta. Poi, il buio.

Lo Stretto di Hormuz non è affatto riaperto a pieno regime e i prezzi del petrolio non sono crollati; il motivo è semplice: i bombardamenti hanno devastato le infrastrutture e ci vorranno anni per ripararle.

I danni in Iran ammontano a circa 300 miliardi di dollari. Una cifra mostruosa. Trump li pagherà? Nemmeno per sogno. Israele? Figuriamoci.

Il conto, come sempre, verrà scaricato sul consumatore finale. Su di noi.

Se e quando l’Iran deciderà di recuperare i danni di guerra imponendo tariffe e dazi sulle navi di passaggio in quello snodo vitale, i costi globali schizzeranno alle stelle. L’America fa l’accordo, l’Iran incassa i risarcimenti indiretti, e noi andiamo alla pompa di benzina a saldare i debiti della loro geopolitica.

LA SINDROME DEL G7 E LA MASCHERATA DEI LEADER EUROPEI

Nel frattempo, a Evian, va in scena l’ennesima puntata del circo G7. I leader occidentali si scambiano pacche sulle spalle, auto-celebrandosi per aver trovato la quadra di un disastro di cui sono gli artefici.

In questo teatrino, l’Europa recita la parte dell’eterna comparsa in cerca di autore. Emmanuel Macron, affetto da smanie di grandeur per cercare di recuperare almeno un briciolo dei voti dei francesi, e Giorgia Meloni, sempre pronta a genuflettersi per un cenno di approvazione da oltreoceano, propongono a Washington l’invio di navi militari europee e cacciamine italiani per bonificare lo Stretto di Hormuz.

La risposta di Trump? Uno schiaffo in pieno volto: “Non ci servite”.

Un’umiliazione totale che rasenta il ridicolo; l’Europa vuole andare a sminare uno stretto senza l’approvazione americana e, soprattutto, senza la collaborazione dell’Iran.

Dettaglio non da poco, visto che le mine, ammesso che ci siano davvero, le avrebbero messe gli iraniani e, dunque, – sempre se ci sono – solo loro sanno dove diavolo si trovino.

Ma l’importante, per Parigi, Berlino, Londra e Roma, è farsi vedere.

Agitarsi come i bambocci alle feste degli altri. Giocare a fare i soldatini obbedienti nella narrazione a stelle e strisce contro i “nemici” di turno, che siano Mosca, Teheran o Pechino.

IL DOPPIO STANDARD E L’IMPUNITÀ GARANTITA

Ma il picco del disfacimento morale dell’Unione Europea si tocca sul fronte delle sanzioni.

L’Europa, sempre con il dito puntato e la penna rossa pronta a sanzionare le autocrazie, si è trovata a discutere se sanzionare Ben Gvir, il ministro estremista israeliano, per le palesi violazioni del diritto internazionale.

Ebbene? Tutto bloccato.

A guidare la retromarcia è stata la Germania, la cui storia ha conosciuto la stessa ferocia dell’attuale governo di Tel Aviv, e guidata da un Merz in piena crisi interna, tallonato dall’Afd.

La scusa ufficiale è da comicità politica: non si può sanzionare un ministro in carica di uno Stato “democratico” per non creare un “pericoloso precedente”.

Cioè, se in Italia tornasse Mussolini al potere, non si potrebbe sanzionare poiché l’Italia è democratica. Un capolavoro d’idiozia che nemmeno il genio di Orwell era riuscito a prevedere, o la manifestazione di una casta che pretende di decidere chi è buono e chi no, chi può fare ciò che gli pare e chi no?

Beh, sembrerebbe svelato l’arcano, la vera natura delle democrazie occidentali: un club privato, esclusivo, dove i membri si garantiscono l’impunità a vicenda.

Se a compiere crimini o a violare il diritto internazionale è un Paese fuori dal cerchio magico, scattano embarghi, missili e indignazione a reti unificate. Se lo fa un membro del club, si invoca la prudenza. Si tutela la “democrazia”.

Una sorta di dittatura globale, di Grande Fratello orwelliano, che comanda il mondo. O pretende di farlo. Tanto, chi si oppone viene definito dittatore e il gioco è fatto.

Intanto, l’Iran vince, Israele affoga nel suo stesso fango, l’America fa affari e l’Europa perde l’ultimo briciolo di dignità che le era rimasto.

Titoli di coda. Sipario.

I tifosi di questo sistema corrotto e becero applaudono, quelli che hanno interessi nella vendita di armi e nella politica espansionistica della NATO, in Europa, e di Israele in Medio Oriente, e quelli che pensano che il mondo sia un campionato mondiale, dove si giudica in base al tifo e non in base alle regole del Diritto internazionale.

E noi, come sempre, a pagare il biglietto di uno spettacolo indecente.

LA FARSA DEI 60 GIORNI: MENTRE TRUMP E L’IRAN TRATTANO, NETANYAHU E IL PETRODOLLARO TI SVUOTANO IL CONTO IN BANCA

di Pasquale Di Matteo

Sveglia.

Ti alzi, bevi il caffè, ti lavi i denti, scorri lo schermo dello smartphone e sali in macchina. Tutto normale, vero?

Mentre tu compi questi gesti banali, a migliaia di chilometri di distanza, signori in giacca e cravatta e ayatollah con il turbante stanno decidendo quanto ti costerà la spesa il mese prossimo e a quanto ammonterà la rata del tuo mutuo.

Non è magia, ma geopolitica del petrolio, signori. Quella vera. Quella che non vi raccontano nei salotti televisivi impomatati, dove si parla di “esportazione della democrazia” o di “scontro di civiltà”.

Balle.

Si parla di dollari, di barili, e di chi tiene il coltello dalla parte del manico nello Stretto di Hormuz.

IL MEMORANDUM FANTASMA: L’ACCORDO CHE NON C’È

Pochi giorni fa è calata la colomba della pace. O almeno, così ce l’hanno venduta. Washington e Teheran avrebbero siglato un “memorandum d’intesa”.

Hanno sessanta giorni per trasformare un pezzo di carta tenuto rigorosamente segreto in un trattato internazionale, per fermare la carneficina iniziata a febbraio.

Ma guardiamo in faccia la realtà. Questo non è un accordo di pace, ma una tregua armata dettata dalla disperazione di due leader che hanno l’acqua alla gola.

Da una parte c’è Donald Trump, che ha un bisogno disperato di vendere all’elettorato americano una vittoria diplomatica lampo, una “debacle” travestita da trionfo, visto che le bombe non hanno piegato Teheran come gli avevano promesso e come aveva promesso al mondo fin dal primo giorno di bombardamenti.

Dall’altra parte ci sono gli iraniani. Pratici, glaciali, con una pazienza strategica che in Occidente ci sogniamo.

Loro vogliono lo scongelamento dei miliardi di dollari bloccati nelle banche straniere e vogliono che l’accordo sia ratificato dall’ONU perché degli americani non si fidano. E fanno bene.

Nel 2015 stracciarono il patto sul nucleare come carta straccia. E l’Iran non ha dimenticato.

Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz viene riaperto, i pedaggi sospesi, le navi americane arretrano. Tutti felici. Per ora.

Perché la clessidra dei 60 giorni ha già iniziato a far scendere la sua sabbia e, se non si trova la quadra sul programma nucleare iraniano, Teheran è pronta a chiudere di nuovo il rubinetto. E lì, i prezzi schizzeranno alle stelle.

L’INCOGNITA ISRAELE E IL SANGUE DI GAZA

Benjamin Netanyahu esce sconfitto da questa fase del conflitto. Aveva promesso che le bombe avrebbero fatto crollare la Repubblica Islamica.

Non è successo. Anzi.

L’uccisione della Guida Suprema iraniana sotto le bombe ha sortito l’effetto opposto.

Invece di spaccare il Paese, lo ha compattato. L’Iran non si è stretto attorno al “regime”, ma attorno allo “Stato”.

È un dettaglio sociologico fondamentale che sfugge ai nostri analisti da salotto. Ora, a Teheran, non comandano i barbuti rivoluzionari del ’79, ma una nuova generazione di tecnocrati. Pragmatici, spietati, bravissimi a far funzionare un Paese sotto le sanzioni e senza internet.

E mentre USA e Iran si annusano, Netanyahu schiuma rabbia. È isolato. Attaccato dai suoi stessi alleati radicali e dall’opposizione interna. Il suo obiettivo, ora, è uno solo: far saltare il tavolo e sabotare i 60 giorni, mantenendo alta la tensione. In Libano, dove Hezbollah è fiaccato, ma non domo, e soprattutto a Gaza.

Gaza non esiste quasi più. Il 70% della Striscia è un’enorme base militare israeliana. Due milioni di disperati sono ammassati nel sud-ovest, in condizioni che definire disumane è un eufemismo.

Hamas tenta di resuscitare dalle macerie governando il caos, spazzando via le milizie concorrenti, ma è una polveriera. E Netanyahu sa che basta un cerino acceso lì per far saltare l’accordo di Washington.

IL PECCATO ORIGINALE: 1953 E LA NASCITA DEL PETRODOLLARO

Ma perché accade tutto ciò in Medio Oriente? Perché siamo disposti a rischiare la Terza Guerra Mondiale per quel fazzoletto di terra sabbioso e per le coste persiane?

Bisogna fare un passo indietro. Molto indietro.

Torniamo al 1953. L’Iran, democraticamente, elegge Mohammad Mossadeq. Un uomo colto, che fa una cosa logica: nazionalizza il petrolio iraniano. “Il petrolio è nostro, i profitti sono nostri”.

Un sacrilegio per l’Occidente che si crede padrone del mondo.

Londra e Washington organizzano un colpo di stato, lo rovesciano e piazzano sul trono lo Scià, un burattino obbediente. Ecco, quando oggi vi chiedete perché in Iran odino l’Occidente, la risposta non è nel Corano, ma nei libri di storia del 1953.

Ma il vero capolavoro, la vera matrice del potere mondiale moderno, si concretizza nel 1974.

Un anno prima, i Paesi Arabi ci avevano chiuso i rubinetti per punirci del sostegno a Israele.

Prezzi alle stelle, domeniche a piedi, inflazione e stagflazione. Il panico.

Gli americani capiscono che non possono più rischiare. E fanno il “Patto del Diavolo” con l’Arabia Saudita.

La proposta è semplice, geniale e mafiosa: “Noi vi proteggiamo militarmente e voi vendete il vostro petrolio esclusivamente in dollari americani”.

Nasce, così, il Petrodollaro.

LA GUERRA MONDIALE DELL’INFLAZIONE E IL TUO PORTAFOGLIO

Capite il trucco?

Poiché tutto il mondo ha bisogno di petrolio, tutto il mondo è costretto a comprare dollari. E per comprare dollari, le nazioni di tutto il pianeta comprano il debito pubblico americano.

È così che gli Stati Uniti hanno dominato il mondo per mezzo secolo. Controllando la valuta con cui si compra l’energia.

Ma oggi, quel sistema sta crollando.

Cina, Russia, Iran. I BRICS. Si sono stufati.

Stanno vendendo e comprando petrolio fuori dal circuito del dollaro. Usano lo yuan. Usano valute locali. Fanno viaggiare navi fantasma con i radar spenti per aggirare le sanzioni.

Stanno togliendo il terreno da sotto i piedi all’impero americano. E l’impero americano reagisce come ogni impero in declino: con la forza. Manda le portaerei, minaccia, sanziona, bombarda.

Ed eccoci tornati al tuo caffè. Alla tua auto. Al tuo mutuo.

Se l’Iran, forte dei suoi nuovi alleati asiatici, chiude lo Stretto di Hormuz o rifiuta i dollari, il prezzo dell’energia globale esplode. L’inflazione, quella tassa occulta che ti svuota il carrello della spesa, rialza la testa.

Se l’inflazione sale, a Francoforte si riuniscono i burocrati della BCE. Alzano i tassi di interesse per “raffreddare” l’economia.

E tu? Tu ti ritrovi con la rata del mutuo a tasso variabile che ti strangola. Il valore dei tuoi titoli di Stato che balla e l’azienda per cui lavori che ferma le assunzioni perché i prestiti costano troppo e non si può più investire.

I prossimi sessanta giorni non decideranno solo le sorti dell’uranio arricchito di Teheran o le ambizioni politiche di Trump e Netanyahu, ma l’equilibrio del Petrodollaro. Decideranno se il mondo si spaccherà definitivamente in due blocchi economici. E, in ultima analisi, decideranno quanto ti costerà vivere.

Buona giornata. E attenti al prossimo caffè. Potrebbe costare molto, molto caro.

LE VITTORIE INVENTATE DALLA TV E IL PAESE FALLITO: ECCO LA VERITÀ SULLA GUERRA IN UCRAINA CHE I TG VI NASCONDONO

di Pasquale Di Matteo

In Ucraina, si combattono due guerre: una guerra si combatte nel fango, col sangue, con i cingolati, con i missili e i droni; un’altra, invece, è meno cruenta, molto più comoda, profumata e asettica, e si combatte nei salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornaloni nostrani.

Due mondi paralleli. Destinati a non incontrarsi mai.

Mentre sul campo di battaglia si consuma una tragedia di proporzioni storiche, in Occidente va in onda una farsa mediatica che offende l’intelligenza di chi legge.

Una narrazione tossica, in cui le veline della propaganda hanno sostituito il giornalismo, trasformando la complessa scacchiera geopolitica in un banale scontro tra supereroi hollywoodiani e cattivi da fumetto. Ma la realtà, come sempre, presenta il conto. Ed è un conto salatissimo.

LA PROPAGANDA DEI MEDIA E LE VITTORIE CHE NON ESISTONO

A leggere i titoli dei nostri principali quotidiani, c’è da stropicciarsi gli occhi.

Qualche colonna di fumo che si alza da una raffineria russa viene decantata come la svolta definitiva del conflitto, un trionfo strategico, il colpo di grazia al regime di Mosca.

Nel frattempo, la Russia lancia attacchi devastanti con oltre 700 tra droni e missili, paralizzando le infrastrutture energetiche ucraine e martellando l’industria militare da Kiev a Kharkiv, passando per Dnipro.

E la nostra stampa cosa fa? Invece di analizzare la portata catastrofica di questi raid per la tenuta del Paese, si concentra, con toni da tragedia greca, sulla distruzione di centomila costumi di scena di uno studio cinematografico o sui danni a una cattedrale.

È il trionfo del ridicolo.

Un ridicolo che tocca vette di comicità involontaria quando si avalla, senza il minimo pudore, la tesi secondo cui a colpire i siti religiosi sarebbero stati, per errore, dei missili Patriot ucraini. Missili che, ci raccontano, avrebbero fatto cilecca perché “scaduti”. Come il latte al supermercato.

Se si muovono gli ucraini, si parla di “avanzate” gloriose; se fanno lo stesso i russi, si derubricano i movimenti a “infiltrazioni” e, se le truppe di Mosca sfondano le linee, la colpa è della propaganda russa che “esagera i propri successi per creare una percezione di vittoria”.

Perché il mondo immaginato da Orwell in 1984 lo stiamo vivendo all’interno dei confini del nostro.

La realtà è che a Kostyantynivka, nel Donetsk, i russi stanno accerchiando le forze di Kiev. A Sumy, l’apertura del fronte è la conseguenza logica e disastrosa dell’avventuroso attacco ucraino a Kursk.

I russi avanzano. L’Ucraina arretra.

E nessuna foto di un deposito russo in fiamme potrà cambiare questo dato di fatto.

L’AMERICA GUARDA ALTROVE: IL GRANDE FREDDO DI WASHINGTON

Mentre il mainstream gioca a Risiko, la geopolitica vera ha già voltato pagina.

Washington ha cambiato canale, perché il Medio Oriente è il nuovo palcoscenico globale, perciò, l’Ucraina non è più la priorità.

Zelensky lo ha capito perfettamente. Non è uno sprovveduto, l’ex attore ed è per questo che, con un pragmatismo che fino a ieri sarebbe stato tacciato di tradimento, ha iniziato a inviare messaggi di apertura persino a Vladimir Putin, seppur con le solite pretese irricevibili dal Cremlino, di ritiro russo incondizionato o quasi.

D’altronde, l’Ucraina si ritrova a elemosinare sostegno in un’Europa guidata da leader politicamente azzoppati. Macron, Starmer, Merz sono leader deboli, alle prese con crisi interne profonde, a cui Zelensky chiede disperatamente soldi e armi per tappare le falle di una diga che imbarca acqua da tutte le parti.

L’IPOCRISIA DEI MISSILI PATRIOT E IL BUSINESS DEL SANGUE

Ma è sulla questione degli armamenti che l’ipocrisia dell’Occidente si svela in tutto il suo cinico splendore.

Il problema numero uno di Kiev, oggi, è la difesa antiaerea. I cieli ucraini sono un colabrodo. I missili intercettori scarseggiano e i sistemi Patriot sono agli sgoccioli, con gli Stati Uniti che ne producono col contagocce: appena una sessantina al mese, una miseria, di fronte agli sciami di droni russi che oscurano il cielo.

Ecco perché Kiev ha chiesto agli americani la licenza per prodursi i Patriot da sé, in Ucraina.

La risposta di Washington è stato un secco e inappellabile “No”, perché la democrazia va difesa, certo, la libertà è sacra, ci mancherebbe. Ma il business è business.

Gli Stati Uniti non condividono la loro tecnologia militare per gelosia industriale e per la necessità di rimpinguare i propri arsenali strategici, ma soprattutto, c’è la regola d’oro del complesso militare-industriale: i missili non si regalano e non si fanno copiare. Si vendono. A prezzo pieno.

Il cinismo d’oltremare prevede che siano gli alleati europei, Germania, Polonia & C., a comprare i costosissimi sistemi d’arma americani per poi girarli a Kiev. L’America incassa, l’Europa paga, l’Ucraina muore.

Un capolavoro di macelleria finanziaria che qualcuno spaccia per difesa del diritto internazionale. Lo stesso diritto calpestato a Gaza, in Libano e in Iran nel silenzio tombale degli stessi “eroi” occidentali.

UN PAESE TECNICAMENTE FALLITO TENUTO IN VITA ARTIFICIALMENTE

L’Ucraina, oggi, è uno Stato tecnicamente fallito. Una nazione in bancarotta.

Senza i prestiti e le iniezioni di liquidità dell’Occidente, il governo di Kiev non avrebbe letteralmente i soldi per pagare le pensioni ai suoi anziani o gli stipendi ai medici, agli insegnanti, ai dipendenti pubblici.

Certo, l’ingegno ucraino ha dimostrato una capacità formidabile nella progettazione e produzione di droni, reinventando in parte la guerra moderna, ma un Paese non si salva solo con i droni kamikaze.

Senza la continua, massiccia e costosissima fornitura di armi pesanti acquistate dall’Europa per suo conto, l’esercito di Kiev crollerebbe in poche settimane.

LA REALTÀ OLTRE LO SCHERMO

La sintesi di tutto questo è feroce.

Mentre l’Unione Europea minaccia sequestri per le navi che trasportano petrolio russo, con la Cina che alza già la voce intimando di non toccare le proprie imbarcazioni, la guerra vera si sta consumando nell’indifferenza di un alleato americano ormai distratto e di un’Europa trasformata in un bancomat senza una vera strategia politica che non sia il suicidio guerrafondaio.

Non c’è trionfo nella distruzione di una nazione. Non c’è gloria nel prolungare un’agonia militare senza una chiara via d’uscita diplomatica.

Continuare a raccontare la favola di un’imminente vittoria ucraina basata su qualche colonna di fumo, ignorando la bancarotta economica del Paese e il logoramento mortale delle sue truppe, non è solo cattivo giornalismo, ma complicità morale in un massacro senza fine.

NON ERA DISINFORMAZIONE DI MOSCA. BIOLABORATORI USA IN UCRAINA, LA VERITÀ È VENUTA A GALLA

di Pasquale Di Matteo

Fino a ieri, se solo osavi sussurrarlo, eri un complottista da manuale, un megafono della propaganda putiniana, un nemico della democrazia da silenziare sui social e da sbeffeggiare nei salotti televisivi.

Oggi, invece, è tutto nero su bianco e, a certificarlo, non è qualche oscuro blog di controinformazione, ma la Direzione dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti.

Ebbene sì, gli Stati Uniti hanno finanziato oltre 120 laboratori biologici in più di 30 paesi sparsi per il globo.

La notizia vera, e più significativa e allarmante per noi, però, è un’altra, è che oltre un terzo di queste strutture, più di 40 per l’esattezza, si trova in Ucraina, in un Paese devastato da una guerra logorante, sotto una pioggia quotidiana di missili e droni.

Un dettaglio non da poco, considerando che al loro interno si maneggiano agenti patogeni di prim’ordine.

E un dettaglio ancora più inquietante se consideriamo il fatto che Mosca ripete dal 2022 che uno dei motivi di quella che definisce “operazione speciale in Ucraina” era proprio la presenza di laboratori chimici statunitensi ai suoi confini, mentre i nostri grandi “giornaloni” liquidavano la notizia come propaganda e fake news.

I GIOCHI DI PRESTIGIO SUI NUMERI E IL PERICOLO CONTAMINAZIONE

A scoperchiare il vaso di Pandora è stata Tulsi Gabbard, la direttrice dell’intelligence americana ormai in partenza; rimarrà al suo posto fino al 30 giugno, ma ha deciso di andarsene lasciando in eredità un documento che fa tremare i polsi a mezza Washington e a tutti quei leader europei che hanno soffiato sul fuoco della propaganda anti Mosca.

Fino a questo momento, il giochino per nascondere la polvere sotto il tappeto era stato tanto semplice quanto geniale: il Dipartimento di Stato Usa annacquava i dati sensibili in un calderone statistico enorme.

Si parlava vagamente di oltre 2.200 laboratori in 90 nazioni, ma dentro c’era di tutto, dal centro di eccellenza per l’addestramento del personale medico fino al piccolo polo di ricerca universitaria. Una matrioska di carte e burocrazia che era perfetta per celare le vere installazioni ad alto rischio.

Ora i numeri sono stati scremati e il quadro che ne emerge è agghiacciante. Il rapporto dell’intelligence a stelle e strisce evidenzia come, a causa del conflitto ucraino, ci sia un rischio concreto di compromissione per almeno una di queste strutture.

Tradotto dal politichese, c’è il pericolo tangibile di una fuoriuscita di antrace o brucella; una potenziale bomba batteriologica innescata nel bel mezzo dell’Europa. E non stiamo parlando di raffreddori.

A livello globale, questa rete di laboratori maneggia il campionario completo degli incubi sanitari dell’umanità: Ebola, tubercolosi, Mers, Sars, febbre suina, tularemia e peste.

Certo, molto dipende dalla geografia. In Kazakistan, per fare un esempio citato nel dossier, il 40% del territorio convive storicamente con focolai naturali di peste. Ed è logico che la ricerca in loco si concentri su quello. Ma l’Ucraina?

L’ATTO D’ACCUSA CONTRO TRUMP E LO SPETTRO DEL “GUADAGNO DI FUNZIONE”

La Gabbard non usa giri di parole. E punta il dito dritto contro la Casa Bianca.

“Fino ad ora, le prove relative all’effettiva esistenza e al finanziamento di questi laboratori erano state deliberatamente nascoste al popolo americano”, tuona l’ex candidata presidenziale. Un insabbiamento in piena regola che non si può attribuire solo a Donald Trump, perché è targato “amministrazione Biden”.

Il tema centrale, quello che fa davvero paura, si chiama “guadagno di funzione”.

È la controversa pratica scientifica che consiste nel potenziare in laboratorio un virus o un batterio per studiarne gli effetti e, in teoria, prevenire future pandemie. Roba da apprendisti stregoni.

Trump lo sa bene. Non a caso, ha firmato il decreto 2025 per bloccare in modo tassativo ogni finanziamento federale a questo tipo di ricerche, una mossa che la Gabbard rivendica con forza, elogiando la consapevolezza del tycoon di fronte a quella che definisce “una grave minaccia per il popolo americano”.

LA SINDROME DEL NEMICO E L’IPOCRISIA DEI SOLONI DELL’INFORMAZIONE

Come volevasi dimostrare, la reazione dell’establishment mediatico e politico non si è fatta attendere.

Invece di interrogarsi sui rischi di avere fiale di antrace stoccate in un territorio attraversato da trincee e bombardamenti, i soloni del pensiero unico si sono scagliati persino contro l’intelligence americana, perché, divulgando la verità, mette in pericolo la narrativa della propaganda contro il nemico russo alle porte dell’Europa.

L’accusa? La solita.

Quella di “fare un favore a Pechino e Mosca”. Come se ammettere che Russia e Cina avessero ragione fosse un delitto.

Russia e Cina, infatti, denunciano da anni che Washington utilizza queste strutture all’estero per fabbricare armi biologiche sottobanco, una tesi che diverse inchieste indipendenti hanno smentito, derubricando i centri a poli di ricerca sanitaria preventiva.

Ma si sa come vadano cerche ricerche “indipendenti” e come funzionino i servizi d’intelligence.

Ma il punto non è se gli Usa stiano stampando armi di distruzione di massa in provetta oppure si stiano limitando a cercare cure per possibili malattie, ma è che la sola esistenza di queste strutture, e i loro generosi finanziamenti americani, ci era stata venduta per anni come una gigantesca bufala, da tutti i più importanti quotidiani nazionali, mentre oggi scopriamo che la bufala era la smentita di questi quotidiani.

I VERI MOTIVI DEL SILURAMENTO: IL “DEEP STATE” NON PERDONA

Ma chi è davvero Tulsi Gabbard e perché lascia un incarico di tale peso dopo così poco tempo?

La versione ufficiale parla di dimissioni annunciate a fine maggio per gravi motivi familiari, nello specifico per assistere il marito malato, una narrazione strappalacrime, perfetta per la stampa.

La realtà è un po’ meno romantica.

Secondo indiscrezioni sempre più martellanti, la direttrice dell’intelligence sarebbe stata letteralmente silurata da Donald Trump, poiché allergica alle guerre d’oltremare. La Gabbard, da sempre contraria all’interventismo militare americano in giro per il mondo, era diventata una spina nel fianco per i falchi dell’amministrazione.

È stata sistematicamente esclusa dai vertici cruciali, tenuta all’oscuro delle decisioni sull’operazione per la cattura del leader venezuelano Nicolas Maduro e, soprattutto, tagliata fuori dal dossier più incandescente di tutti: l’Iran.

Il rapporto tra lei e il presidente si era incrinato irrimediabilmente su questo fronte.

Lo scontro frontale, il punto di non ritorno, si è consumato nel giugno 2025, alla vigilia dell’operazione “Midnight Hammer”, il raid studiato per paralizzare i siti nucleari della Repubblica Islamica; la Gabbard si presentò in audizione per testimoniare, carte alla mano, che Teheran non stava affatto costruendo la bomba atomica.

Un affronto imperdonabile per un Trump già in tenuta mimetica, che il giorno successivo la smentì pubblicamente e con toni furibondi.

È stato il primo, inequivocabile segnale di una frattura profonda tra lo Studio Ovale e i vertici della sua stessa intelligence. Una guerra intestina che si chiude oggi con un addio formale, ma che lascia sul tavolo l’eredità pesantissima di quel rapporto sui biolaboratori, un documento che svela un mondo di ombre, mezze verità e manipolazioni.

Un mondo in cui la sicurezza globale è spesso solo un pretesto per giocare alla roulette russa con le malattie più letali del pianeta.

Mentre al cittadino comune, come sempre, viene chiesto solo di obbedire, fidarsi delle smentite della propaganda e, se fa troppe domande, beccarsi del complottista.

FONTI

ANSA: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/06/13/gli-usa-avvertono-laboratori-biologici-in-ucraina-sono-a-rischio_dc7d7f6e-c827-4fbe-90fc-53984087d179.html

IL FATTO QUOTIDIANO: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/13/laboratori-biologici-ucraina-dossier-declassificato-notizie/8418140/

IB TIMES: https://www.ibtimes.co.uk/tulsi-gabbard-us-funding-global-biolabs-network-1802458

ZEROHEDGE: https://www.zerohedge.com/geopolitical/gabbard-drops-receipts-detailing-us-funded-biolabs-ukraine

USA-IRAN, ACCORDO FATTO. ISRAELE UNICO OSTACOLO?

di Pasquale Di Matteo

Pace fatta. O quasi.

Come abbiamo scritto ieri, gli Trump ha bisogno di concludere il disastro in Medio Oriente durante i mondiali di calcio, per salvare il salvabile alle imminenti elezioni di metà mandato.

Perciò, il 19 giugno, in Svizzera, si metterà tutto nero su bianco, compresa la sconfitta netta e senza appello degli USA.

Donald Trump non stava nella pelle e ha lanciato l’annuncio urbi et orbi sul suo social network proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno, un regalo perfetto per la sua propaganda.

“L’accordo è completo. Lo Stretto di Hormuz riapre da subito, il blocco navale americano è rimosso”.

L’inquilino della Casa Bianca incassa così il suo spot elettorale, disperatamente necessario per risalire nei sondaggi dai minimi termini, ma, se grattiamo via la vernice a stelle e strisce della retorica trionfalistica, la realtà ci consegna la fotografia di una superpotenza che, pur di uscire dal pantano, ha dovuto ingoiare una sconfitta che resterà negli annali.

Teheran festeggia la vittoria totale e, a conti fatti, ha tutte le ragioni per farlo.

IL CAPOLAVORO DEGLI AYATOLLAH E LA RESA DI WASHINGTON

“Fine immediata e definitiva della guerra e delle operazioni militari su più fronti, anche in Libano” ha annunciato il viceministro degli Esteri iraniano.  “Le richieste di Teheran sono state accolte in blocco. Sconfitti gli USA e sconfitto Israele.”

L’accordo, che formalmente istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni per consentire i negoziati per un trattato definitivo, non tocca di un millimetro il programma nucleare civile iraniano. L’uranio resta in casa e il sistema missilistico non si smantella.

In compenso, si sbloccano i fondi congelati dell’Iran, che torneranno a fluire copiosi passando attraverso i canali degli Emirati Arabi Uniti.

Gli americani, e con loro l’Europa, tirano un sospiro di sollievo perché lo Stretto di Hormuz torna navigabile, scongiurando il collasso economico globale.

Servono i fertilizzanti per l’agricoltura, serve il petrolio, servono le materie prime per calmierare un’inflazione pronta a esplodere.

L’Iran, che regolerà quel tratto di mare insieme all’Oman, ha preso per il collo l’Occidente e ha vinto, anche perché gli storici alleati americani nel Golfo, dall’Arabia Saudita agli Emirati, hanno fiutato l’aria e si sono sfilati dal bellicismo suicida, scegliendo il pragmatismo degli affari, lasciando sola la Casa Bianca nella sua follia suicida.

IL SABOTAGGIO DI TEL AVIV: LE BOMBE SU BEIRUT

Ma c’è un “ma” grosso quanto le macerie fumanti del Libano, poiché, pochissime ore prima dell’annuncio della storica stretta di mano, Israele ha pensato bene di bombardare Beirut con un tempismo a dir poco sospetto, seguendo il classico, disperato copione di chi si ritrova con l’acqua alla gola in patria e vede lo spettro di una sconfitta ormai palese.

Benjamin Netanyahu sapeva benissimo che per l’Iran il Libano era una linea rossa invalicabile per qualsiasi intesa. Ha colpito per provocare la reazione. Ha sganciato le bombe per far deragliare la pace sul nascere.

Voleva far saltare il banco, un’abitudine per nulla nuova tra i falchi del Medio Oriente.

Eppure, non ci è riuscito. L’Iran, smascherando il nervosismo isterico di Tel Aviv, ha incassato l’urto senza farsi trascinare nell’escalation totale e ha chiuso l’accordo con Washington, lasciando il governo israeliano nudo, isolato e col cerino acceso tra le dita.

Perché, da ora in poi, qualsiasi deviazione dalla firma finale sull’accordo sarà colpa di Tel Aviv, su cui sono puntati tutti i riflettori.

LA MASCHERA È CADUTA: ISRAELE MINACCIA GLOBALE

Adesso il quadro è spietatamente limpido. Le scuse stanno a zero.

I tavoli diplomatici sono aperti. La via d’uscita per il disinnesco del conflitto esiste ed è stata siglata dai principali attori.

Adesso l’unico vero pericolo per la pace è il comportamento di Israele. La palla è interamente nel loro campo.

Se l’esercito con la Stella di David dovesse attaccare di nuovo il Libano per puro spirito di sabotaggio, manderà in fumo i trattati di pace appena faticosamente abbozzati.

Ma farebbe anche di più.

Se Tel Aviv dovesse violare questo cessate il fuoco, firmerebbe una confessione storica davanti alla comunità internazionale, dichiarando al mondo intero, senza più la foglia di fico del diritto alla difesa o del vittimismo mediatico a reti unificate, che Israele non cerca la sicurezza, ma è, tragicamente e inequivocabilmente, un problema per la stabilità del Medio Oriente e del mondo intero.

Vedremo, nei prossimi giorni, se prevarrà il senso di responsabilità o la cieca e letale disperazione di chi non sa vivere senza la guerra.

TUTTI I PUNTI DELL’ACCORDO USA-IRAN CHE SANCISCE LA SCONFITTA PIÙ GRANDE DELLA STORIA AMERICANA

di Pasquale Di Matteo

Trump ha fretta, Netanyahu no e in mezzo c’è un accordo che svela il grande bluff del Medio Oriente.

Per la trentottesima volta, Trum ha dichiarato ai media che c’era un accordo con Teheran – conti fatti dalle tv e dalla stampa americane.

Stavolta anche l’Iran ha ammesso che c’è una bozza, ma, mentre i media occidentali si affannano a rincorrere le dichiarazioni di Trump su una storica capitolazione degli ayatollah, basta scorrere le bozze fatte filtrare, non a caso, dai giornali iraniani, per capire che ci troviamo di fronte all’ennesima, colossale farsa.

Fermi tutti: qualcuno penserà che i giornali iraniani siano del regime di Teheran, quindi di parte, ma sono gli unici che, finora, quando hanno scritto che l’accordo era una farsa, avevano ragione. E hanno avuto ragione per trentasette volte. Sempre secondo le tv e la stampa americane.

Insomma, ci sarebbe un accordo farsa in cui tutti cantano vittoria, ma dove l’unico vero vincitore è Teheran, mentre l’America cerca disperatamente di tirare il freno a mano a un alleato israeliano ormai in piena escalation militare.

I TERMINI DELL’ACCORDO: NEVE NEL SAHARA E VITTORIE IN STILE HOLLYWOOD

Cosa porta a casa Washington per gridare al trionfo? Il nulla cosmico impacchettato e infiocchettato per bene.

PUNTO 1

Il punto focale della propaganda statunitense è la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Cioè, gli USA “ottengono” la libera navigazione in un braccio di mare che, prima che gli stessi statunitensi scatenassero l’escalation, era liberissimo e aperto al passaggio marittimo.

Risolvono un problema che non esisteva prima che lo causassero essi stessi, e, grazie a questa concessione dell’Iran, si abbasseranno i prezzi globali dell’energia, che erano aumentati per colpa dell’attacco americano.

Il dettaglio che la Casa Bianca omette è che Teheran non cede di un millimetro: lo Stretto riapre senza pedaggi, ma resta saldamente sotto il controllo territoriale iraniano.

E il programma nucleare? Qui scadiamo nel grottesco.

PUNTO 2

L’Iran si impegna solennemente a non dotarsi di armi atomiche. Ovvero, promette di non fare l’unica cosa che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la CIA e l’Iran stesso ripetono da anni, e in coro dal 28 febbraio scorso.

È come inserire in un trattato internazionale il divieto assoluto di far nevicare nel deserto del Sahara. Una clausola riempitiva per far felici gli “Homer Simpson dell’ultim’ora” che pontificano di geopolitica in tv.

L’uranio arricchito, tornato a crescere solo dopo che lo stesso Trump aveva stracciato unilateralmente i precedenti accordi di Obama, verrà semplicemente diluito. E resterà in Iran, sotto la blanda supervisione degli ispettori ONU.

In cambio di queste rinunce “epocali”, Teheran incassa l’allentamento progressivo delle sanzioni e lo scongelamento dei miliardi di dollari bloccati all’estero.

Scacco matto.

PUNTO 3

Ma il vero nodo dell’accordo Usa-Iran è il Libano.

Il memorandum prevede l’estensione del cessate il fuoco anche a nord di Israele ed è qui che esplode la contraddizione tra le agende di Washington e Tel Aviv.

Trump vuole chiudere la pratica. Oltre alle elezioni di medio termine, sono cominciati i mondiali di calcio, che si giocano tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Avviare la più grande kermesse sportiva del pianeta con il Medio Oriente in fiamme e il rischio di un allargamento globale del conflitto non è esattamente il biglietto da visita che la Casa Bianca desidera. Arrivare a una pace durante la manifestazione, invece, sarebbe uno spot elettorale potentissimo per Trump.

Dall’altra parte della barricata, però, c’è Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, ostaggio dell’ala di estrema destra del suo esecutivo, vive di guerra, di discriminazioni, di genocidi.

La sopravvivenza politica di Bibi coincide con la continuazione delle ostilità. Il suo obiettivo non è la pace o la sicurezza dei confini, ma un delirio di onnipotenza: il cambio di regime a Teheran, la cancellazione totale e definitiva dell’apparato militare di Hamas e, soprattutto, di Hezbollah.

Tuttavia, anche Netanyahu ha un problema.

Israele è un Paese di dieci milioni di abitanti, condannato dalla geografia e dalla sua stessa aggressività a una cronica, disastrosa sovraestensione militare. Attualmente, le Forze di Difesa Israeliane stanno combattendo su sette fronti contemporaneamente. Sette.

Sono impantanate a Gaza e conducono operazioni continue in Cisgiordania; subiscono perdite spaventose di carri armati nel sud del Libano contro un nemico, Hezbollah, infinitamente più strutturato di Hamas; bombardano la Siria, dal Golan fino a Daraa.

Inoltre, fronteggiano la minaccia degli Houthi dallo Yemen. Gestiscono contingenti in Azerbaigian e sfidano l’Iran.

Tutto questo, con un esercito basato sui riservisti, persone sottratte alla società civile, alle fabbriche, agli uffici, alle università, per essere sbattute al fronte in una guerra infinita.

Un Paese con queste dimensioni e questa struttura demografica non può reggere uno sforzo logistico e bellico di tale portata per oltre un anno.

IL CORDONE OMBELICALE DEL CENTCOM E LA RESA INEVITABILE

Come ricorda candidamente il ministero degli esteri iraniano, nessuno crede che il regime sionista agisca senza il coordinamento degli Stati Uniti.

E hanno ragione da vendere. La narrazione di un Israele “cane sciolto” che sfida l’impero americano è una favola per bambini.

Israele senza Washington non respira, non spara e non intercetta.

Non si tratta solo dei miliardi di dollari in forniture di missili e munizioni, senza i quali i depositi israeliani si svuoterebbero in un mese, perché, dietro ai raid in profondità, dietro le “spettacolari” ritorsioni di Tel Aviv contro Teheran, c’è il CENTCOM (il Comando Centrale americano per il Medio Oriente).

È il CENTCOM che fornisce l’ISR (Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance). Sono i satelliti e i radar americani che illuminano i bersagli. Sono gli Stati Uniti che abbattono i missili e i droni iraniani diretti verso Israele.

Siamo di fronte alla stessa dinamica vista in Ucraina: Kiev colpisce in profondità in Russia solo perché c’è la NATO a guidare i droni. Israele bombarda l’Iran e il Libano solo perché c’è il Pentagono a reggere il fucile.

L’establishment americano, spinto dalle potentissime lobby finanziarie e religiose, come la Christians United for Israel, non abbandonerà mai Israele a livello strategico; ci sono persino progetti al Congresso per integrare le due forze armate. Tuttavia, a livello tattico, si cercherà di fare qualcosa.

Netanyahu può sbraitare, può appellarsi in malafede alla risoluzione ONU 1701 del 2006 (che chiedeva sì il disarmo di Hezbollah, ma in un contesto di pace che Tel Aviv si è guardata bene dal coltivare), può fingere di voler marciare da solo contro il mondo.

Ma quando da Washington chiuderanno i rubinetti dell’intelligence e delle munizioni per incassare la “loro” finta vittoria contro l’Iran, a Tel Aviv non resterà che obbedire, oppure, fare in modo che i file Epstein ancora coperti da segreto diventino pubblici, anche se, con l’esercito allo stremo delle forze, una chiusura del flusso di dollari e armi americani potrebbe essere manna dal cielo per ritirarsi dalle guerre con “stile”.

L’accordo Usa-Iran si farà?

Sembrerebbe di sì.

Non perché l’Iran si sia piegato e non perché l’America abbia vinto, ma perché gli Stati Uniti hanno la disperata necessità di salvare Israele da sé stesso e di tirarsi fuori da una guerra che non possono combattere. Il resto, come sempre, è solo rumore di fondo.

ARMI A KIEV E OSPEDALI AL COLLASSO: ECCO CHI S’INGRASSA DAVVERO CON LA BALLA DELLA VITTORIA UCRAINA

di Pasquale Di Matteo

Stiamo perdendo. Quindi, abbiamo vinto.

Sembra una barzelletta o una scena tratta da un film della serie sull’iconico personaggio di Ugo Fantozzi, ma è il nuovo mantra geopolitico dell’Occidente.

È il distillato di saggezza, degno del peggior guru motivazionale di provincia, che i nostri governi e i megafoni del pensiero unico ci propinano quotidianamente a reti unificate, nella speranza che, continuando a ripetere sciocchezze, qualcuno le prenda per realtà.

Da una parte c’è la narrazione virtuale, quella dei “giornaloni” e delle veline governative, infarcita di trionfalismi per un drone che colpisce una raffineria in Crimea; dall’altra c’è la cruda, inesorabile e sanguinosa realtà del campo di battaglia, che ci racconta una storia diametralmente opposta, fatta di arretramenti, di città strategiche perse e di una macchina della propaganda che gira a vuoto per nascondere il disastro dei leader europei e di tutta la stampa che in questi quattro anni ha parlato di Mosca al tappeto, di controffensive che penetravano la Russia in profondità, di pale, muli e altre panzane.

IL COLLASSO DI COSTANTINIVKA E LA FARSA DEI MILIARDI

Basta spegnere la “Tele-Kabul” atlantista per accorgersi che l’esercito ucraino è allo stremo.

Mentre a Bruxelles e a Washington si stappano bottiglie di champagne per qualche attacco isolato, al fronte le truppe di Kiev arretrano pesantemente.

L’esempio di Costantinivka è emblematico: la città è ormai accerchiata, eppure, la grancassa mediatica continua a ripeterci che i russi sono a corto di uomini, che combattono con le pale, che non hanno più mezzi né munizioni.

Ma come farebbero ad avanzare se fossero davvero in simili condizioni?

Se l’Ucraina sta davvero stravincendo, se la Russia è sull’orlo del collasso come ci raccontano, perché mai Kiev continua a battere cassa chiedendo decine di miliardi di dollari ai Paesi NATO?

È in arrivo un’ennesima richiesta di 20 miliardi, un pozzo senza fondo.

Ma, se sei a un passo dalla vittoria, non hai bisogno di svuotare costantemente i forzieri dei contribuenti europei e americani. Perciò, o quei soldi finiscono altrove, o il fronte racconta un’altra verità.

IL PIANO DI PACE (PER FARE LA GUERRA) E LE VELINE DELL’INTELLIGENCE

E poi c’è il capolavoro della finta diplomazia.

Recentemente, gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito si sono presentati a Mosca con l’obiettivo dichiarato di giungere alla pace, ma con quello reale della provocazione. Hanno messo sul tavolo un piano in cinque punti che ricalcava pedissequamente le richieste di Volodymyr Zelensky.

In sintesi: ritiro totale russo, pagamento dei danni di guerra e ingresso delle truppe NATO in Ucraina. In pratica, hanno chiesto a un Paese che sta vincendo militarmente di firmare una resa incondizionata.

I russi non l’hanno presa benissimo e hanno rispedito la proposta al mittente, bollando le mosse occidentali come “politiche distruttive”. E, vista la situazione industriale europea e i costi energetici alle stelle, i russi non hanno tutti i torti a parlare in quei termini.

Per coprire questi fallimenti diplomatici e militari dei leader europei, entra in gioco la disinformazione.

Enti come l’ISW (Institute for the Study of War) e le intelligence occidentali vengono apertamente accusati di manipolare la realtà e, per accusarli, si fabbricano false prove.

Cioè, per la propaganda di casa nostra, persino la CIA, istituti d’osservazione geopolitica americani e i satelliti in orbita intorno al nostro pianeta sarebbero al soldo di Mosca. Dei putiniani.

Si esaltano danni irrisori alle infrastrutture russe spacciandoli per colpi di grazia e si arriva persino a sospettare l’uso dell’Intelligenza Artificiale per creare video ad hoc.

Qualunche idea fantozziana fa brodo pur di nascondere le perdite ucraine e alimentare l’illusione della vittoria ucraina imminente.

LA FUGA DI GIORGIA MELONI E IL CLUB DEI LEADER AZZOPPATI

E in questa sceneggiatura fantozziana, spiccano i movimenti dei leader politici. O meglio, le loro assenze.

L’assenza di Giorgia Meloni agli ultimi due vertici internazionali sull’Ucraina, in Montenegro e a Londra, non è affatto un disguido, ma una mossa politica precisa e calcolata.

La Presidente del Consiglio ha fiutato l’aria e ha deciso di sfilarsi dal tavolo di chi, in questo momento, è politicamente moribondo e con la popolarità interna ridotta ai minimi termini.

A stringere la mano a Zelensky a Londra c’erano Starmer, Macron e Merz, un club di leader azzoppati, politicamente debolissimi in patria, bocciati dai propri elettori e disperatamente alla ricerca di visibilità internazionale per dare un senso ai loro fallimenti.

Questi leader non cercano la pace, che li manderebbe direttamente nel cassetto del dimenticatoio, ma la “guerra permanente”, un conflitto a bassa o media intensità che duri all’infinito, utile per giustificare stati d’emergenza continui e per distrarre le proprie opinioni pubbliche dai disastri interni e in politica estera.

L’INGRESSO NELL’UE E LA DIPLOMAZIA DELLE BOMBE

Zelensky ha recentemente inviato una presunta “lettera di pace” a Vladimir Putin, ma che non ha neanche lontanamente le sembianze di un ramoscello d’ulivo, ma somiglia più a un insulto diplomatico in piena regola, reso ancora più grottesco dal fatto che è stato recapitato subito dopo un attacco di droni ucraini su San Pietroburgo, lanciato proprio mentre il Cremlino apriva un vertice internazionale.

È la diplomazia delle bombe. Si finge di trattare mentre si getta benzina sul fuoco.

In questa cornice, anche la forzatura per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea diventa un’arma di distrazione di massa. Non un percorso di integrazione, ma un tassello della guerra permanente.

Non a caso, al Parlamento Europeo, Fratelli d’Italia si è recentemente astenuta nella votazione sull’ingresso di Kiev e dei Balcani nell’UE. Un segnale chiaro che la luna di miele del trionfalismo atlantista e del sostegno “fino alla vittoria dell’Ucraina” sta finendo e le crepe nel muro iniziano a farsi evidenti.

D’altronde, i cittadini europei, soprattutto quelli messi peggio, come gli italiani, si rendono sempre più conto di come miliardi di euro delle nostre tasse, vengano bruciati ogni mese nel tritacarne ucraino, per una guerra che l’Ucraina può solo perdere.

E mentre chi ha interessi economici nella guerra stacca dividendi da record, la gente comune paga il conto.

Lo paghiamo con una crisi energetica che ci strangola, con l’inflazione che corrode i salari, e con i servizi pubblici ridotti ai minimi termini.

I ponti e gli ospedali cadono a pezzi, la sanità pubblica è al collasso, le liste d’attesa sono infinite. Non ci sono soldi per curare i malati, ci dicono. Poi, in un batter di ciglia, si trovano sempre venti, trenta, cinquanta miliardi per foraggiare un conflitto senza fine che manda a morire giovani ucraini.

Stiamo perdendo. Quindi abbiamo vinto, ci dicono i Fantozzi che guidano le nazioni più influenti d’Europa e la Commissione europea, ma l’unica cosa certa, in questa grottesca commedia, è che a perdere davvero siamo sempre e solo noi cittadini comuni.

TRUMP SOTTO RICATTO TRA IL PANTANO IRANIANO E LE BOMBE DI NETANYAHU

di Pasquale Di Matteo

“Ho annullato gli attacchi e i bombardamenti contro l’Iran questa sera”.

Lo ha scritto Donald Trump su Truth l’11 giugno 2026.

L’annuncio arriva parallelo all’ennesimo annuncio di un accordo “storico” approvato dai vertici di mezzo mondo, da Israele all’Arabia Saudita, dal Qatar al Pakistan.

Tutto risolto, insomma.

Peccato che poche ore dopo, con i mercati in attesa di riaprire, lo stesso Trump si sia seduto nel salotto televisivo di Fox News per vantarsi di aver appena sganciato ordigni per 250 milioni di dollari sulle infrastrutture iraniane.

Duecentocinquanta milioni di dollari per festeggiare la pace.

Il problema è che la schizofrenia della Casa Bianca non è un difetto di comunicazione, ma è il sintomo di un impero che ha smarrito la grammatica del potere e tenta di compensare l’impotenza strategica con ciò che resta della sua forza militare.

L’amministrazione americana è incastrata in un meccanismo perverso. La dottrina della “massima pressione”, rispolverata e applicata all’ennesima potenza, è fallita.

L’idea che bastasse una prova muscolare schiacciante per costringere Teheran a firmare una resa diplomatica si è schiantata contro la realtà del Golfo Persico. Trump aveva un piano elementare: sequestrare le risorse petrolifere dell’Iran, occupare l’isola di Kharg, snodo vitale per l’esportazione di greggio, e replicare il modello di strangolamento economico già testato con il Venezuela.

Il Segretario alla Difesa – o della guerra – Pete Hegseth, lo ha tradotto in dottrina militare davanti alle telecamere: «Se abbiamo bisogno di un negoziato con le bombe, negozieremo con le bombe.»

Oh, di bombe ne sono cadute e per miliardi di dollari, ma Teheran non si è piegata.

Al contrario, la Repubblica Islamica ha risposto con attacchi missilistici massicci che hanno distrutto basi americane nei paesi limitrofi e danneggiato diverse strutture di chiunque le ospiti, inoltre ha messo in ginocchio l’Occidente.

Lo Stretto di Hormuz è sigillato, una lingua d’acqua stretta e vulnerabile attraverso cui transita una fetta smisurata del fabbisogno energetico mondiale, bloccata da droni e navi pattuglia dei Pasdaran.

Anche dopo le famose bombe americane per 250 milioni di dollari, la scorsa notte l’Iran ha colpito i terminali americani e le basi alleate sparsi nella regione, dal Bahrein alla Giordania, fino al Kuwait. Diciotto attacchi mirati in una sola notte che hanno bucato i sistemi di difesa antiaerea che Washington garantiva come impenetrabili.

Il Presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha preso la parola a Teheran per ribadire che non ci sarà nessuna rinuncia al programma nucleare, nessuna concessione sulla sovranità territoriale e la promessa di trascinare gli Stati Uniti in un “pantano senza fine”, volto a disintegrare i mercati energetici e le infrastrutture occidentali per costringere Washington alla resa.

L’Iran sta vincendo la partita perché non la sta perdendo, come, invece, era scontato nelle aspettative americane.

Come analizzato lucidamente dal direttore di Limes Lucio Caracciolo, il regime di Teheran ha incassato i colpi, ha centralizzato il potere militarizzando ulteriormente lo Stato e ha mantenuto il coltello puntato alla giugulare dell’economia mondiale.

Chi controlla Hormuz decide il prezzo della sopravvivenza occidentale e Hormuz è sotto il totale controllo di Teheran.

Mentre Trump continua il delirio di paci immaginarie e sgancia bombe vere, l’epicentro del disastro si sposta qualche centinaio di chilometri a ovest, in Libano, dove va in scena la seconda clamorosa smentita della propaganda trumpiana.

Il presidente americano dichiara chiusi i fronti, ma Benjamin Netanyahu agisce come se la Casa Bianca non esistesse. Anzi, come se fosse una sua dépendance e Trump un barboncino che abbia, ma è tenuto al guinzaglio nel recinto dei file Epstein.

Nelle ultime quarantotto ore, l’esercito israeliano ha raso al suolo interi quadranti della Valle della Beqa con oltre duecento raid aerei.

Il bilancio sul terreno, tenuto fuori dai comunicati trionfali di Tel Aviv che parlano di eliminazione dei vertici di Hezbollah, conta settemila morti e diecimila feriti tra la popolazione civile.

Un’invasione su larga scala, l’annientamento di infrastrutture civili, una marea di sfollati che preme sui confini sventrati del Medio Oriente.

Un disastro umanitario di proporzioni bibliche.

Netanyahu ha annunciato a reti unificate che la guerra in Iran e in Libano non è affatto conclusa, stracciando in diretta mondiale la bozza di accordo che Trump aveva rivendicato poche ore prima.

In pratica, il governo israeliano calpesta le linee rosse americane perché sa di poterlo fare, sa che Washington non può fare niente per fermare Israele, altrimenti i vertici della Casa Bianca, e non solo, potrebbero trovarsi a dover rispondere ai giudici di chissà quali fatti nascosti nei file Epstein.

E risulta sempre più chiaro che a scrivere le regole d’ingaggio dell’esercito americano siano i pazzi di Tel Aviv.

Le analisi più crude, discusse senza filtri nei circuiti di intelligence e rilanciate da osservatori di primissimo piano, indicano una dipendenza patologica di Trump dal premier israeliano, una subalternità che non si spiega solo con il calcolo elettorale o l’allineamento ideologico, ma che è sempre più probabile che si nasconda all’ombra del ricatto.

Informazioni, dossier, legami inconfessabili. Il nome di Jeffrey Epstein, frequentatore degli stessi salotti dorati battuti da Trump e nodo di una rete di ricatti di altissimo livello, viene evocato esplicitamente per spiegare l’inspiegabile: un Presidente americano che ubbidisce ai diktat di un alleato teoricamente dipendente in tutto e per tutto dalle forniture di armi di Washington.

Israele sa esattamente cosa vuole: trascinare gli Stati Uniti in uno scontro frontale e definitivo contro l’Iran, l’unica opzione che Netanyahu considera valida per garantirsi la sopravvivenza politica e, forse, fisica dello Stato ebraico. E, soprattutto, la sua libertà, perché, se la guerra termina, il suo futuro sarà tra tribunali, inchieste e, probabilmente, prigioni.

Poco importa se una maggioranza schiacciante dell’opinione pubblica israeliana non creda affatto a una vittoria totale contro Teheran e sia sempre più coperta di vergogna per il suo governo dai metodi nazisti che offende la storia del suo stesso popolo.

Ma Netanyahu tira dritto, gioca d’azzardo con la propria esistenza e spende i dollari e la faccia degli Stati Uniti.

L’America, di contro, si muove alla cieca, guidata da un presidente sotto ricatto, a capo di un’amministrazione che colpisce a caso per simulare autorevolezza. Sgancia bombe per dimostrare al proprio elettorato di non essere debole, mentre i suoi generali pregano che nessun missile iraniano centri una portaerei nel Golfo.

Dopo che la potenza di fuoco non è stata capace di piegare il nemico, ora la usano per esorcizzare il terrore di essere scoperti per quello che sono: ostaggi.

Ostaggi di Teheran, che tiene in ostaggio il prezzo del greggio mondiale. Ostaggi di Israele, che detta l’agenda bellica, costringendo la superpotenza americana a coprirle le spalle in una carneficina libanese senza sbocchi politici.

I negoziatori sono marionette superate dagli eventi scatenati dal pazzo di Tel Aviv. Trump annuncia paci storiche mentre ordina raid punitivi, in preda al caos e a ogni stretta dei testicoli del suo capo israeliano.

Teheran incassa i colpi, bombarda postazioni americane in tutta la regione dopo ogni attacco di Washington e tiene chiuso il rubinetto del petrolio.

Netanyahu bombarda Beirut ignorando le telefonate del cagnolino che abbaia a Washington.

Tutti siedono al tavolo delle trattative con una pistola carica puntata alla tempia dell’altro, convinti che sarà il vicino a battere le palpebre per primo, con la goccia di sudore che cade dalla fronte prima della resa.

Nel frattempo, i contatori girano. Quello dei miliardi bruciati in armamenti e quello dei civili morti sotto le macerie.

Quello che i film hollywoodiani ci hanno raccontato da sempre come l’esercito più potente del mondo aspetta ordini da un presidente che aspetta, a sua volta, il permesso del suo alleato più folle e criminale, mentre il presunto nemico sconfitto da tre mesi continua a controllare lo stretto di Hormuz e a detenere oltre il 70% del suo immenso e potentissimo arsenale missilistico.

GABETTI IN ARTE PRESENTA “ARTE GIAPPONESE. UN’ANALISI DA UN PUNTO DI VISTA ESTETICO”

di Vincenza Mei

“Un viaggio filosofico nella creatività nipponica contemporanea per celebrare i 160 anni di relazioni tra Italia e Giappone.” Si è espresso così il critico d’arte Pasquale Di Matteo che ha svelato i retroscena di un legame profondo e inaspettato con il Giappone.

Lo ha fatto sullo sfondo della suggestiva cornice espositiva de “Il suono del tempo”, negli eleganti spazi di Gabetti in Arte, in Piazza Stradivari a Cremona, dove i riflettori si sono accesi su un’opera editoriale che presenta i linguaggi espressivi di 69 artisti giapponesi, un saggio d’arte scritto dallo stesso Pasquale Di Matteo, critico d’arte internazionale, scrittore, esperto di Comunicazione e Branding, nonché giornalista freelance.

Il titolo dell’opera è: “Arte giapponese. Un’analisi da un punto di vista estetico”

UN PONTE LUNGO 160 ANNI: RELAZIONI DIPLOMATICHE TRA ITALIA E GIAPPONE

Intervistato dalla Prof.ssa Daniela Belloni, Di Matteo ha spiegato che l’idea di dare vita a questo volume proprio nel 2026 non è casuale, ma è stato pensato quest’anno perché ricorre un anniversario di imminente e straordinaria importanza: infatti, il 25 agosto 2026 si celebreranno i 160 anni dei rapporti internazionali tra Italia e Giappone, sanciti dal Trattato del 1866 a Edo, antico nome di Tokyo.

“Siamo Paesi gemelli”, ha affermato Di Matteo, catturando l’attenzione del pubblico con aneddoti storici di rara fascinazione.

Pochi sanno, ad esempio, che la prima banconota giapponese, raffigurante l’Imperatore Meiji, porta la firma di un incisore italiano, Edoardo Chiossone.

Ancora meno si sa che il legame commerciale tra i due Paesi nacque da un’urgenza: la crisi dell’industria serica italiana, messa in seria difficoltà da un’epidemia dei bachi da seta, che spinse gli italiani a cercare alternative nel Sol Levante.

LA FILOSOFIA DELLA LENTEZZA NELL’ERA DIGITALE

Motore filosofico del libro è la sua profonda analisi sotto il profilo estetico, ma che non significa analisi dello strato apicale delle immagini; attraverso le monografie di 69 maestri dell’arte contemporanea nipponica, rigorosamente selezionati in sinergia con la società culturale giapponese Reijinsha, di cui Di Matteo è collaboratore e rappresentante in Italia, il volume è un vero e proprio viaggio filosofico nel mondo del Giappone.

Infatti, visto da occhi occidentali, il Giappone è un ecosistema particolare, unico al mondo, un altro pianeta, dove ancora i valori, le radici, le tradizioni e i legami culturali hanno un valore enorme, un significato di appartenenza e di rispetto che non trova eguali sul pianeta.

L’autore racconta i linguaggi di maestri giapponesi, attraverso i quali esalta la capacità dei giapponesi di dare risalto all’essenza delle cose, sopravvivendo alle mode imperanti della superficialità e dialogando con le urgenze del nostro tempo, sempre più digitale, frenetico e globalizzato.

Nel libro prendono forma concetti affascinanti come il Ma (il senso del vuoto e dello spazio), il Wabi-sabi (la ricerca della bellezza nell’imperfezione e nella transitorietà) e il Mono no aware (la commozione per le cose effimere).

“Arte giapponese. Un’analisi da un punto di vista estetico” non è solo un saggio d’arte, ma una vera e propria guida per decodificare il nostro tempo, per invitare il lettore a riscoprire una percezione “più lenta, profonda e genuina della realtà”, un antidoto visivo e, soprattutto, spirituale al caos moderno.

Pasquale Di Matteo ha detto che è stato un onore poter presentare al mercato italiano questi artisti giapponesi così come è un onore collaborare con la società Reijinsha, la cui collaborazione va avanti dalla fine del 2019.

Il critico d’arte si è poi intrattenuto con le persone interessate a parlare degli artisti inseriti, dopo aver ricordato che, dopo l’estate, saranno stabilite altre date in alcune località italiane, per ulteriori presentazioni del volume.

L’ARTISTA COME “SANA FOLLIA”

Estremamente interessante è stata la digressione sociologica offerta dal critico sul ruolo dell’artista in Giappone.

In una società giapponese, che per noi occidentali è nota per la sua struttura rigidamente inquadrata e schematica, la figura del creativo rappresenta l’eccezione alla regola, colui che ha il permesso, e quasi il dovere, di uscire dagli schemi.

L’artista è percepito come una “sana follia” necessaria per l’equilibrio della collettività, godendo di un rispetto reverenziale secondo solo a quello riservato agli insegnanti, custodi del futuro, perché tramandano saperi e competenze agli adulti di domani.

“Arte giapponese. Un’analisi da un punto di vista estetico” si conferma dunque un’opera indispensabile. Non solo per gli addetti ai lavori o gli appassionati di cultura orientale, ma per chiunque sia alla ricerca di risposte contemporanee attraverso le lenti di una saggezza antica.

Il volume, scritto in italiano, è già disponibile in tutti gli store online e ordinabile presso qualsiasi libreria tradizionale al prezzo di copertina di 31 euro.

Un’occasione imperdibile per osservare il mondo, letteralmente, con occhi nuovi e con una consapevolezza diversa, più matura.

GLI ARTISTI INSERITI NEL VOLUME

Akazome Tsuneko, Aoki Takeo, Aoki Yoshiko, Araki Noriko, Aratake Katsuyuki, Bonzen, Fujii Yasuaki, Fukushima Nobuhiko, Goto Masako, Hasegawa Shozo, Hayashi Yoko, Hiraki Koen, Hirase Ryuko, Horahira Yuri, Horikoshi Teruo, Horisawa Akio, Horiuchi Etsuko, Idei Sachiko, Iwamoto Yoriko, Kameoka Tomoko, Kaneko Kyoko, Kawakami Yoshiko, Kawasaki Sumie, KAZZ Morishita, Kimura Mutsuro, Kimura Yoko, Koizumi Masayo, Koyanagi Tsutomu, Kumaki Sanae, Matsushima Susumu, Miyake Akiko, Motoike Hozen, Nakamura Etsuko, Niimi Sekiya, Nishida Fukiko, Ohira Utae, Omichi Toshiko, Ota Yuto, Rishima Yasunori, Saito Hideki, Saito Kunihiko, Sakai Nobuko, Sakuno Keiichi, Sasaki Aiko, Sato Koki, Sato Yuri, SHIKOH, Shimada Miyu, Suehiro Hiroko, Sugase Ryuho, Tanaka Hiromi, Tsuchiya Kyoko, Tsuchiya Toshiko, Tsuji Fuga, Tsutsumida Ichiro, Uchida Yuriko, Unten Kazue, Wada Kohaku, wadowiwata, Yamaguchi Setsuka, Yamamoto Masako, Yamamoto Yoshiharu, Yamamoto Yoshiko, Yamasaki Masako, Yamashita Fumiko, Yoshida Eiko, Yoshino Daiyu, Yukei, Yuriko Yuco Yoshikawa.

LA BULGARIA STACCA LA SPINA ALL’EUROPA CON L’ELMETTO

di Pasquale Di Matteo

“L’Ucraina ha già armi a sufficienza. La guerra non si risolve combattendo.”

A pronunciare queste parole, il 9 giugno 2026, non è un comitato di pacifisti in piazza, ma Dimitar Stoyanov, ministro della Difesa della Bulgaria, Paese membro dell’Unione Europea e della Nato.

Fino a ventiquattr’ore prima, l’esecutivo di Sofia aveva spedito a Volodymyr Zelensky tredici pacchetti consecutivi di forniture militari. Veicoli blindati, missili anticarro, cannoni antiaerei, mortai.

Armamenti spesso triangolati nel silenzio, tramite Paesi terzi per non irritare troppo l’opinione pubblica interna.

Oggi, il blocco totale. Fine delle spedizioni.

L’Unione Europea, che da due anni e mezzo martella sul tamburo dello sforzo bellico a oltranza, si sveglia con un cratere sul fianco orientale che pensava di aver tappato dopo che in Ungheria si era eclissata la stella di Orban.

LA RITIRATA DI SOFIA E IL CORTOCIRCUITO DELLE SANZIONI

La rottura bulgara non è un incidente di percorso, ma una deliberata inversione a U, avallata e voluta dal primo ministro Rumen Radev.

Ex comandante dell’aeronautica militare bulgara, transitato dalla presidenza della Repubblica alla guida del governo, Radev ha semplicemente fatto i conti e si è reso conto che la guerra di logoramento dissangua chi la finanzia e non sposta la linea del fronte da più di tre anni.

E così, mentre a Bruxelles la presidente della Commissione Ursula von der Leyen sale sul pulpito per annunciare l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, il ventunesimo, ormai roba da collezionisti, perché i precedenti non hanno sortito effetti, Radev rema nella direzione contraria.

Chiede apertamente la rimozione dell’embargo contro il Cremlino, perché l’economia europea, sostiene, si sta lesionando con le proprie mani.

E basta osservare i costi dell’energia e la situazione industriale in Europa per capire che ha ragione da vendere.

Il presidente bulgaro sembra un extraterrestre se rapportato alla cecità folle con cui i leader europei hanno distrutto l’economia europea.

Il dissenso di Sofia polverizza la propaganda del fronte compatto. Stoyanov rincara la dose, smontando la retorica dei generali da salotto: a Kiev serve carne da cannone, personale umano, non ulteriore ferrovecchio da ammassare nei depositi.

Certo, per non recidere del tutto il cordone ombelicale con la coalizione atlantica, la Bulgaria mantiene formalmente in vita l’accordo bilaterale di sicurezza decennale firmato lo scorso marzo. Si continuerà a scambiare informazioni di intelligence, a promettere cooperazione nella produzione della difesa, a garantire un corridoio per far transitare il gas naturale verso l’Ucraina.

Ma i cannoni e i proiettili restano nei magazzini balcanici. La diplomazia di Bruxelles, abituata a compattare i ranghi a colpi di direttive e dichiarazioni congiunte, si ritrova disarmata di fronte al veto di un alleato.

I VERTICI RISTRETTI E IL TELEFONO MUTO DI ROMA

Mentre Sofia sfila l’elmetto, nelle capitali dell’Europa occidentale si litiga per le sedie. A Londra è andato in scena il “formato E3”: Emmanuel Macron per la Francia, Friedrich Merz per la Germania e il premier britannico Keir Starmer si sono chiusi in una stanza con Zelensky.

Un vertice a quattro per decidere le sorti del continente, con buona pace delle istituzioni comunitarie e degli altri ventiquattro Stati membri dell’Unione. Soprattutto, con buona pace dei cittadini europei, che ne hanno le tasche… sempre più vuote.

Il risultato immediato è una rissa diplomatica a mezza voce. Il premier polacco Donald Tusk è dovuto intervenire nelle ore successive per sedare gli animi, ammettendo di aver dovuto telefonare a Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio italiana, esclusa dal tavolo londinese, “non è entusiasta del formato E3”. Un eufemismo istituzionale per mascherare la furia di Palazzo Chigi, tagliato fuori dal direttorio che conta.

La reazione a catena costringe Merz ad alzare la cornetta e chiamare Varsavia per concordare una linea comune e tentare di ricucire lo strappo.

Tutti i leader giurano unità incrollabile davanti ai microfoni, intanto, si organizzano incontri carbonari per escludere il vicino di banco e ridefinire i pesi specifici all’interno della Nato.

IL VENTUNESIMO PACCHETTO E L’ILLUSIONE DI BRUXELLES

Per coprire il rumore delle divisioni interne, Bruxelles sfodera l’unica arma che conosce: le inutili sanzioni.

Il ventunesimo pacchetto annunciato dalla von der Leyen mira a colpire l’energia, la finanza e il settore peschiero russo. Come altri pacchetti prima di questo.

Ma la vera perla della nuova direttiva è l’introduzione di un divieto d’ingresso nell’Unione Europea per i veterani russi, una misura che solleva interrogativi sulla tenuta logica delle istituzioni: quanti soldati russi di ritorno dal fronte ucraino stanno attualmente pianificando una vacanza in Costa Azzurra o un weekend a Parigi?

Siamo ben oltre Fantozzi.

Le sanzioni, svuotate del loro potenziale deterrente, dopo venti tentativi precedenti senza effetti, se non la famosa balla di Mario Draghi sugli effetti dirompenti del primissimo pacchetto, assumono oggi i contorni di una mossa teatrale, utile solo per redigere i comunicati stampa da veicolare attraverso la propaganda, quelle dei muli e delle pale.

Insomma, per non contare nulla, ci si inventa qualcosa.

LA COALIZIONE DEI DRONI E LE AUTOBOMBE MOSCOVITE

Di fronte a un’Europa che litiga e vara embarghi sul pesce, Zelensky cambia strategia.

Se gli alleati frenano sui mezzi pesanti, si punta sulla tecnologia a basso costo. Il presidente ucraino vola a Tallinn, dribbla la lentezza burocratica dell’Unione e annuncia un nuovo accordo strategico con la Lettonia.

Oggetto dell’intesa: la produzione congiunta e la condivisione di tattiche militari per l’uso dei droni. Riga diventa così il sesto Paese europeo a unirsi alla cosiddetta “coalizione degli UAV”.

La guerra del 2026 non si combatte più con le divisioni corazzate, ma con sciami di dispositivi a pilotaggio remoto, l’elettronica di consumo riadattata a strumento di morte.

Sul versante opposto, il fronte interno russo comincia a registrare scosse non previste. Nella periferia sud-occidentale di Mosca, due automobili saltano in aria nel giro di sole ventiquattr’ore.

Le autorità non forniscono spiegazioni ufficiali e le cause degli scoppi restano avvolte nel silenzio. Il Cremlino minimizza, ma sembra che le falle nella sicurezza interna si allarghino.

La linea del fronte non è più confinata nelle steppe del Donbass, ma sfiora le tangenziali della capitale russa, spesso con atti di terrorismo da parte di infiltrazioni ucraine.

IL RITORNO DELL’OLIGARCA E I MEDIATORI IMPOSSIBILI

Quando la situazione militare si impantana e la politica estera ufficiale fallisce, entrano in scena le figure ombra.

Infatti, Mosca richiama in servizio Roman Abramovich. L’ex patron del Chelsea, già transitato per i colloqui di Istanbul agli albori dell’invasione, quelli fatti saltare da Boris Johnson.

Abramovich riceve dal Cremlino l’incarico di riattivare i canali di comunicazione sotterranei con Kiev.

Mosca ha bisogno di un messaggero informale, un oligarca sanzionato che viaggia in jet per tentare di imbastire trattative volte a un cessate il fuoco, aggirando i sigilli della diplomazia internazionale.

Ma chi si siederà al tavolo delle trattative, se mai un tavolo verrà allestito?

Francia, Germania e Regno Unito chiedono a gran voce un cessate il fuoco e il ritiro immediato della Russia, ma Vladimir Putin risponde respingendo l’ennesima richiesta di incontro/resa avanzata da Zelensky e ribadisce la sua precondizione inamovibile: l’Ucraina deve rinunciare formalmente e definitivamente alle regioni di Donetsk e Luhansk, deve ridimensionarsi militarmente e non deve entrare nella NATO.

I motivi per cui la guerra scoppiata nel 2014 è deflagrata nell’invasione nel 2022.

Nessuna trattativa inizierà prima di questa consapevolezza.

Zelensky, dal canto suo, traccia una linea netta sul ruolo dell’Unione: “L’Europa non può essere mediatrice, ma ha il potere di fermare Putin”.

Quale sia questo potere, non è dato saperlo.

Fatto sta che l’ex comico al potere a Kiev chiede pressioni economiche totali, ma respinge Bruxelles come arbitro neutrale.

A chiudere il cerchio, certificando il fallimento politico continentale, ci pensa di nuovo il bulgaro Stoyanov.

Anche lui boccia l’UE come paciere, ma per la ragione diametralmente opposta a quella di Kiev: avendo svuotato i propri arsenali per armare massicciamente una delle due fazioni in conflitto, l’Europa si è irrimediabilmente bruciata il ruolo di mediatore imparziale.

E, anche in questo caso, dimostra un acume che a Bruxelles e nelle altre capitali europee non si vedeva da un pezzo, tolta qualche rara eccezione.

Le posizioni si annullano a vicenda, quindi.

L’Ucraina aspetta i droni lettoni, l’Italia protesta per gli inviti mancati a Londra, la Commissione Europea vara divieti di ingresso per militari russi che non hanno nemmeno il passaporto, mentre la Bulgaria chiude i portelloni dei propri aerei da carico.

In mezzo a questo caos, un oligarca miliardario passeggia per i corridoi del potere con un mandato informale in tasca.

Ciò che sembra è che qualcuno che abbia davvero le chiavi per spegnere questo conflitto, oggi, in Europa non ci sia.

Così come ancora non si vedono all’orizzonte statisti occidentali che abbiano voglia di comprendere le responsabilità della NATO in questa vicenda, ma si continuano a vedere i soliti falchi con l’elmetto.

D’altronde, le campagne elettorali costano e le lobby delle armi sono sempre più potenti e sempre più interessate a finanziarle per dettare le regole alla politica.

E i risultati si vedono.