Trenta milioni di barili al giorno.
Questo è il numero che il ministro dell’Energia non ha pronunciato in parlamento.
Ha parlato di “ottimizzazione dei consumi stagionali”, ma trenta milioni di barili al giorno è il flusso che attraversava lo Stretto di Hormuz prima dell’aggressione di Israele e USA all’Iran.
Il meccanismo è noto a chiunque abbia lavorato con la logistica marittima: una petroliera viaggia a dodici nodi e impiega tre, quattro settimane per coprire la distanza dal Golfo Persico ai terminali europei del Mediterraneo.
Quando lo stretto si è chiuso, le ultime navi erano già in mare aperto, così, il mondo ha continuato a ricevere petrolio per quaranta giorni e qualcuno ha creduto che andasse tutto bene.
Intanto, secondo il New York Times, Teheran non è in grado di riaprire lo stretto perché non riesce a trovare le mine che ha disseminato lungo il percorso.
Trump continua con la sua propaganda da guappo dei poveri, quello che minaccia, che spacca il mondo, poi si ritira con una mano davanti e l’altra dietro.
Sul suo social, Truth, ha scritto che gli Stati Uniti stanno “iniziando il processo di bonifica dello Stretto come favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri che, incredibilmente – ha aggiunto – “non hanno avuto il coraggio o la volontà di fare questo lavoro da soli”.
Peccato si sia dimenticato di ricordare che il 28 febbraio scorso, lo stretto di Hormuz fosse completamente libero e lontano da ogni impedimento e che lo stesso sia stato bloccato in seguito all’aggressione all’Iran di Israele e Stati Uniti, contraria al Diritto internazionale e priva di alcun mandato dell’ONU.
Va anche aggiunto che tante navi sono bloccate anche dai prezzi delle compagnie assicurative, diventati insostenibili per gran parte degli armatori, proprio in virtù della possibilità di vedere le navi danneggiate o affondate con tutto il carico.
L’ULTIMA NAVE
Proprio in questi giorni, attraccherà – o ha già attraccato – l’ultima petroliera partita prima della serrata. Il suo arrivo era stimato per il 10 aprile.
Le pompe svuoteranno la stiva, le cifre aggiorneranno i sistemi di monitoraggio delle scorte, e poi… silenzio.
Il rubinetto non si chiude, ma si svuota. Ed è peggio, perché l’esaurimento graduale lascia alle istituzioni il tempo di mentire a sé stesse, di credere che ci sia ancora margine. Persino il tempo di non fare niente.
Le registrazioni di una conversazione privata tra due dirigenti di una compagnia petrolifera nazionale, trapelate e verificate, indicano che le scorte attuali coprono il fabbisogno industriale per non più di tre settimane.
Il ministro Giorgetti, nello stesso giorno in cui avveniva quella conversazione, garantiva in televisione che “l’Italia è dotata di strumenti adeguati a fronteggiare le turbolenze dei mercati internazionali”.
Tre settimane sarebbero strumenti adeguati. Sempre che i dirigenti intercettati non siano catastrofisti e che le intercettazioni siano reali e non solo voci di corridoio.
Ma, attenzione: se anche Hormuz riaprisse oggi, a pieno regime, le prime navi arriverebbero in Europa non prima di metà maggio. Perciò, catastrofisti o no, la situazione non è solo critica, ma peggio.
LA VERITÀ CHE NESSUNO VOLEVA VEDERE
Il petrolio non è benzina, non è quella cosa che finisce nel serbatoio dell’auto e che, se raddoppia di prezzo, ti costringe a fare benzina un giorno sì e uno no.
Il petrolio è il mezzo con cui si scalda l’acciaio, si sposta il grano, si produce il cemento, si raffredda un data center e una AI.
È il sistema nervoso della produzione industriale. Senza il segnale, il corpo si paralizza. Senza petrolio, l’Occidente si spegne.
Le fabbriche di semiconduttori sono il caso più brutale, perché richiedono una corrente elettrica che non vacilli mai, nemmeno per un millisecondo. Un micro-blackout basta a bruciare un intero lotto da decine di milioni di euro.
Non si spengono e riaccendono come un condizionatore: quando si fermano, ripartire richiede settimane di calibrazione.
Se l’energia viene razionata, il comparto tecnologico non rallenta e basta, ma muore. E con lui muoiono tutti i settori che dipendono dai suoi componenti, che sono diversi: l’automotive, la difesa, la medicina, l’aerospaziale, la logistica automatizzata, l’informatica.
L’elenco è più corto se si nomina chi non dipende dai chip.
Il Vietnam produce il 15% dei componenti elettronici mondiali, una nazione che importa la quasi totalità del suo fabbisogno energetico ed è già nella lista di chi non riceverà più niente, perché gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea hanno iniziato da settimane a rastrellare il mercato, offrendo prezzi che Hanoi non può eguagliare.
Ma, quando le fabbriche vietnamite si fermano, le linee di montaggio tedesche e giapponesi restano senza componenti e, quando le linee tedesche si fermano, i concessionari europei smettono di consegnare auto.
La catena è esattamente lunga quanto il suo anello più debole. E l’anello si è spezzato dall’altra parte del mondo, per colpa della follia di Netanyahu e di Trump.
LA GERARCHIA CHE NESSUNO AMMETTE
Esiste una lista, non pubblica e nemmeno firmata, che non compare nei verbali ufficiali delle riunioni d’emergenza tenute a Bruxelles o a Washington, ma esiste.
È la lista di chi verrà salvato e di chi no. I criteri sono quelli che hanno sempre governato i mercati: chi paga di più, sopravvive, invece, chi non può permettersi il prezzo imposto dalla crisi, scompare.
I paesi del Corno d’Africa importano l’80% del loro fabbisogno alimentare. Il cibo viaggia su camion che bruciano gasolio.
Il gasolio viene dall’esterno.
Quando la catena si interrompe, il cibo non arriva.
Non è un’ipotesi, ma la logica sequenza di tre variabili che si tolgono una dopo l’altra.
La Banca Mondiale ha già aggiornato le sue stime di rischio sulla sicurezza alimentare in diciassette paesi. Il documento è datato 28 marzo, eppure, nessun quotidiano europeo lo ha messo in prima pagina per non allarmare i cittadini.
Le migrazioni che seguiranno non saranno gestibili con i meccanismi attuali e non perché i meccanismi siano inadeguati – perché erano inadeguati già prima – ma perché i numeri che si profilano rendono ogni politica di contenimento una finzione amministrativa. Chi fugge dalla fame non riempie un modulo di domanda d’asilo. Cammina, avanza e, se qualcuno gli impone un ALT, lo travolge con la forza della massa, di milioni e milioni di disperati.
IL MERCATO CHE HA SCELTO DI NON VEDERE
Le banche d’investimento hanno gonfiato il prezzo del greggio mentre il volume fisico crollava.
È una strategia precisa, quella di mantenere i margini quando la quantità diminuisce, alzando il valore unitario.
Funziona sui fogli di calcolo, ma non funziona sull’economia reale, perché il prezzo alto del petrolio deprime la domanda, e la domanda depressa rallenta la produzione; la produzione rallentata riduce il PIL, il PIL ridotto indebolisce la capacità di acquisto, compresa quella del greggio.
È un serpente che si morde la coda.
Un’impresa tedesca ha tentato di assicurarsi un carico di gas algerino pagando il 40% sopra il valore di mercato, ma il carico è stato dirottato verso la Spagna, che offriva il 50%.
L’accordo bilaterale energetico firmato da Berlino e Algeri nel 2022, con cerimonia, strette di mano e comunicati congiunti, non prevedeva una clausola per questo scenario. Oppure la prevedeva, e nessuno l’ha letta.
NESSUNO HA COSTRUITO LE SCIALUPPE
Per trent’anni, la diversificazione energetica è stata il mantra di ogni convegno sull’energia. Ogni libro bianco, ogni piano industriale nazionale, ogni discorso inaugurale di ogni ministro competente ha contenuto la frase “riduzione della dipendenza dal petrolio del Golfo”.
Poi i bilanci annuali arrivavano, e la voce “investimenti in resilienza energetica” veniva ridimensionata, spostata, rinviata. Costava. Il profitto immediato vinceva sulla tenuta sistemica a lungo termine. Ogni anno. Per trent’anni.
Chi ha preso quelle decisioni conosceva i numeri.
I rapporti dell’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, avvertivano da anni che la concentrazione dei flussi petroliferi su Hormuz rappresentava un rischio strutturale non gestito.
L’ultimo rapporto disponibile al pubblico, pubblicato nel 2023, dedicava un intero capitolo alla vulnerabilità delle rotte energetiche e alle insufficienze dei piani di emergenza nazionali, ma quel capitolo è stato citato zero volte nei dibattiti parlamentari dei principali paesi importatori nel 2024.
Zero.
L’EFFICIENZA COME TRAPPOLA
Il sistema economico globale è stato ottimizzato per l’efficienza, non per la sopravvivenza. Zero scorte in eccesso, flusso continuo, catena di fornitura tesa come un filo.
Quando il filo regge, il sistema è prodigioso e meno dispendioso, ma quando il filo si spezza, non c’è cuscinetto. Non c’è riserva. Non c’è piano B.
I magazzini europei lavorano con scorte medie di tre, quattro giorni per i beni di largo consumo; i supermercati ordinano sulla base delle vendite del giorno precedente e i camion partono ogni mattina sulla base degli ordini arrivati ogni sera.
Se i camion non partono, per mancanza di gasolio, per razionamento, per blocchi stradali legati ai disordini, gli scaffali si svuotano in settantadue ore. Non è una proiezione apocalittica, ma è la matematica del sistema che abbiamo costruito e che abbiamo scelto di non cambiare perché cambiarlo costava.
Ora costa di più.
IL MINISTRO SORRIDE
Il ministro sorride alle telecamere.
Il suo ufficio è riscaldato. La conferenza stampa è illuminata con led a basso consumo, dettaglio comunicativo che il suo staff ha curato con attenzione.
Fuori, le periferie industriali iniziano a spegnersi: turni ridotti, produzioni sospese, ordini congelati.
Le piccole e medie imprese che non hanno accesso ai contratti energetici preferenziali riservati alle grandi utenze stanno ricevendo lettere dai fornitori che comunicano “impossibilità temporanea di garantire la fornitura ai prezzi contrattuali”.
Temporanea.
I verbali della riunione d’emergenza tenuta pochi giorni fa tra i rappresentanti delle principali associazioni industriali e i tecnici del ministero non sono stati rilasciati alla stampa. Chi era presente riferisce di un incontro durato quattro ore, al termine del quale non è stato raggiunto nessun accordo su nulla. Si sono aggiornati a data da destinarsi.
Intanto, l’ultima petroliera è in arrivo o è arrivata mentre scrivo.
Dopo, qualcuno, in un ufficio che adesso è ancora caldo, dovrà spiegare come un sistema progettato per non avere alternative, perché quella era eccellenza, si è ritrovato senza niente.
La risposta è nei report che nessuno ha letto e nelle riunioni che non hanno prodotto niente.
Il documento è ancora lì, in un cassetto. Ha trent’anni.
Come gli anni di quelli a cui Trump e Netanyahu hanno ucciso il futuro.
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