PERCHÈ LA FOLLIA DI TRUMP POTREBBE FAR CROLLARE L’AMERICA

C’è un errore di calcolo che storicamente decreta la fine dei grandi imperi: l’idea che una superpotenza sia troppo grande per fallire. Un errore che hanno commesso tanti nella storia.

Lo abbiamo visto con la Germania del secolo scorso, con il Giappone, con Napoleone…

Oggi, però, il rischio non riguarda solo i confini geografici di una nazione, ma l’architettura su cui poggia il benessere quotidiano di ogni cittadino occidentale. Se Washington dovesse commettere l’ennesimo passo falso in Medio Oriente, non saranno i palazzi di New York a bruciare, ma i conti correnti degli americani. E quelli degli europei.

LA GUERRA È ASIMMETRICA E IL NEMICO COLPISCE LA SETE

Mentre i telegiornali si concentrano sui droni, sui costi dei missili e sulle minacce atomiche, l’Iran sta giocando una partita molto più sottile e letale, preparata in anni di minacce occidentali.

Teheran sa di non poter distruggere militarmente gli Stati Uniti, ma ha capito come paralizzare i suoi alleati chiave, quelli che alimentano le casse dell’America. E l’Iran non ha necessità di invadere l’Arabia Saudita se può distruggere i suoi impianti di desalinizzazione, perché nel deserto l’acqua vale più del petrolio.

Senza quegli impianti, la popolazione dei Paesi del Golfo avrebbe un’autonomia di appena trenta giorni. Colpire l’arteria vitale dello Stretto di Hormuz, non significa soltanto bloccare il greggio, ma anche il cibo e i beni di prima necessità.

È una pressione psicologica ed economica che sta spingendo i giganti del Golfo – Arabia Saudita ed Emirati Arabi in testa – verso un punto di rottura.

E quando questi paesi tremano, le fondamenta degli Stati Uniti iniziano a creparsi.

Sarà per quello che Trump e i suoi portavoce sembrano sempre più veementi e fuori controllo nella loro comunicazione. Perché chi si vede crollare il terreno sotto i piedi, difficilmente mantiene la calma.

IL FANTASMA DEL PETRODOLLARO E IL PRIVILEGIO ESORBITANTE

Per capire perché una crisi a Riad possa mandare in fumo la Silicon Valley, dobbiamo tornare al 1970.

Dopo l’abbandono del sistema “gold standard”, l’America ha stretto un patto fondamentale con i sauditi, grazie al quale il petrolio sarebbe stato venduto esclusivamente in dollari.

Questo meccanismo, noto come “Petrodollaro”, ha reso la banconota verde l’unica moneta necessaria per far girare il mondo.

Grazie a questo meccanismo, gli Stati Uniti hanno goduto di quello che gli economisti chiamano “privilegio esorbitante”: la capacità di spendere più di quanto producono, di accumulare debiti mostruosi e di finanziare una spesa militare da trilioni di dollari.

Se oggi una famiglia americana può permettersi università costosissime per i figli, un’auto per ogni membro familiare e altri privilegi, mentre nel resto del mondo si fatica, è perché miliardi di persone sono costrette ad accumulare dollari per comprare energia.

Ma questo castello di carte sta per essere spazzato via dalla strategia difensiva dell’Iran.

LA BOMBA DA DUE TRILIONI DI DOLLARI CHE MINACCIA IL NASDAQ

Il vero pericolo non è solo geopolitico, ma finanziario, perché i Paesi del Golfo non sono solo fornitori di petrolio, ma anche i principali finanziatori del mercato azionario americano. Ad oggi, detengono circa 2.000 miliardi di dollari in azioni e asset negli Stati Uniti.

Se l’instabilità provocata dall’Iran dovesse perdurare, questi regni si troverebbero costretti a un massiccio ritiro di capitali per salvare le proprie economie interne al collasso.

Una fuga di capitali di questa portata innescherebbe una reazione a catena che possiamo riassumere come segue:

1. Il crollo delle Big Tech. Aziende che oggi valgono trilioni perderebbero il loro supporto finanziario principale per continuare a svilupparsi e prosperare.

2. Lo scoppio della bolla dell’Intelligenza Artificiale. Senza i continui investimenti dei fondi sovrani, il settore dell’AI, su cui l’America sta scommettendo tutto, perché sa che a comandare il mondo sarà chi sarà leader in questo settore, beh… potrebbe implodere.

3. L’iperinflazione in casa. Con meno domanda globale di dollari, il valore della moneta crollerebbe, portando i prezzi dei beni di consumo a livelli insostenibili per la classe media americana.

IL LABIRINTO IRANIANO E PERCHÉ UN’INVASIONE SAREBBE IL COLPO DI GRAZIA PER GLI USA

In questo scenario apocalittico, che la mancanza di visione strategica dell’Amministrazione Trump sta causando, la tentazione di Washington potrebbe essere quella di “risolvere il problema alla radice” con un’invasione terrestre dell’Iran.

Come farebbe qualunque manager “diamoci un taglio” o qualsiasi esperto di geopolitica da Bar Sport, insomma.

Ma qui la strategia non provocherebbe solo un disastro, ma sfocerebbe in un suicidio. L’Iran non è l’Afghanistan dei Talebani, che pure hanno costretto gli americani a fuggire, e non è nemmeno l’Iraq di Saddam Hussein.

Parliamo di un territorio vasto quanto mezza Europa, una fortezza naturale fatta di catene montuose, bunker sotterranei e una popolazione militarmente preparata.

Un conflitto del genere costerebbe molto più dei 3 trilioni di dollari spesi tra Kabul e Baghdad messi insieme e servirebbero milioni di uomini da mandare sul campo.

Sarebbe una spesa che l’America, già indebolita dalla competizione tecnologica con la Cina e dalla dedollarizzazione russa, non potrebbe sostenere senza dichiarare bancarotta, e perché non ha abbastanza uomini per una simile operazione, se non utilizzando l’intera NATO.

COMANDA WASHINGTON O ISRAELE?

La domanda che circola sottovoce nei corridoi del potere e tra chi mastica geopolitica è inquietante: gli Stati Uniti stanno agendo in maniera così palesemente sconsiderata, per chiunque abbia un briciolo di conoscenza economica, del Diritto e di geopolitica, per preservare la propria egemonia oppure perché sono costretti a rispondere a ordini dettati dalle agende di terzi?

Senza girarci troppo intorno, il legame con Israele è profondo, ma il rischio attuale è che la difesa – o le minacce – di un alleato territoriale porti al sacrificio dell’impero.

L’America si trova a giocare una partita che mette in pericolo la sua stessa esistenza come superpotenza, perché continuare a sfidare l’Iran sul piano militare rischia di spezzare il legame con i Paesi del Golfo e, di conseguenza, con il Petrodollaro.

Una volta che il mondo dovesse smettere di aver bisogno del dollaro per il petrolio, l’impero americano diventerebbe solo un ricordo nei libri di storia e gli USA una nazione come tante altre, sommersa da un debito immane e una crisi che aprirebbe a un malcontento che l’America non ha mai visto nemmeno nei film più catastrofici.

L’Iran ha capito che la vera guerra non si combatte con i missili, ma con la fiducia in quella banconota verde che, per la prima volta in cinquant’anni, sembra non essere più così intoccabile.

Il problema, per gli americani e gli occidentali, è che né Trump né i suoi collaboratori e consiglieri, tanto meno molti suoi sostenitori, sembrano avere le competenze per capirlo.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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