IL NUOVO ORDINE MONDIALE NEI GIOCHI DI POTERE DEL 2026

Le petroliere che danzano lungo lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia dove il respiro energetico del pianeta può essere strozzato in un battito di ciglia, ricordano all’Occidente che la sua stessa esistenza è molto più fragile di quanto abbiano veicolato per decenni i film di Hollywood.

Sono puntini su una mappa che Donald Trump osserva con i suoi consiglieri, con la cornetta ancora calda tra le dita, dopo sessanta minuti di colloquio con Vladimir Putin, e una visione della geopolitica che non è questione di principi morali, di trattati e di Diritto internazionale, come richiederebbe il ruolo che ricopre, quanto piuttosto un brutale esercizio di bilanciamento tra pesi e contrappesi, un mercato delle vacche dove la carne sul piatto è la sovranità dei popoli.

La telefonata del 9 marzo 2026 tra Trump e Putin segna l’atto di nascita del cosiddetto “Grande Scambio”, un’operazione che trasforma l’Ucraina in una fiche di scambio per isolare definitivamente Teheran.

Mentre la retorica ufficiale parla di pace e de-escalation, la sociologia della comunicazione ci insegna a guardare sotto il tappeto delle parole: Trump sta offrendo a Putin il riconoscimento delle “nuove realtà territoriali” a est del Dnepr, una concessione che farebbe tremare i leader europei, ma in cambio esige il divorzio di Mosca dai Mullah.

È una Realpolitik feroce, che vede la Russia passare dal ruolo di paria internazionale a quello di arbitro forzato, costretta a scegliere tra il consolidamento dei propri confini imperiali e la lealtà verso un alleato iraniano che, ormai, è diventato un peso morto nella gestione del potere.

Ma l’Iran non è il Venezuela, e nemmeno l’Iraq; è un colosso geografico e socioculturale, un organismo complesso che non si piega sotto la sola minaccia dei bombardamenti chirurgici, come le inchieste più attente hanno spesso tentato di spiegare a un’opinione pubblica sedata dai titoli sensazionalistici della propaganda occidentale.

L’idea che un cambio di regime a Teheran possa avvenire senza un’invasione di terra massiccia è una pericolosa allucinazione, poiché l’altopiano iranico, con la sua estensione quattro volte superiore a quella italiana, rappresenta un labirinto difensivo che richiederebbe uno sforzo bellico senza precedenti negli ultimi trent’anni. Uno sforzo economico che, a oggi, la NATO intera non può permettersi.

Eppure, la scommessa di Washington gioca su un altro tavolo: quello della fragilità interna del regime, un sistema che Trump tenta di scardinare alternando minacce nucleari a promesse di nuovi leader già pronti nell’ombra, in una danza comunicativa studiata per generare paranoia tra le fila delle Guardie della Rivoluzione.

In questo scacchiere, la Cina osserva con la pazienza millenaria che la contraddistingue, ma il suo presunto sostegno incondizionato all’Iran è un mito che crolla sotto il peso dell’evidenza economica.

Pechino, guidata da un pragmatismo che confina con il cinismo, ha investito somme astronomiche nelle infrastrutture dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, partner che oggi le garantiscono un flusso di greggio ben più vitale di quello iraniano.

Se le armi cinesi vendute a Teheran dovessero colpire i pozzi sauditi o le raffinerie degli Emirati, Xi Jinping vedrebbe i propri investimenti andare in fumo in un istante, quindi, nella sfida globale tra blocchi, la Cina preferirà sempre un “compromesso venezuelano” – ovvero restare a guardare mentre un alleato cade – piuttosto che scendere in trincea contro gli Stati Uniti in un conflitto che distruggerebbe il commercio mondiale, su cui Pechino ha costruito il suo impero.

Sullo sfondo, il paradigma energetico agisce come il vero motore invisibile della storia.

Mentre il cittadino medio americano impreca contro la benzina a tre dollari al gallone, i vertici dell’industria del fracking negli Stati Uniti brindano segretamente, consapevoli che ogni picco di tensione in Medio Oriente trasforma le loro attività in miniere d’oro nero.

Questa è la grande contraddizione del populismo trumpiano: la sofferenza economica del consumatore domestico, alimentata dall’inflazione, diventa il carburante necessario per finanziare l’indipendenza energetica americana, rendendo gli USA non solo spettatori, ma beneficiari netti di una crisi che mette in ginocchio l’Europa e l’Asia.

L’isolamento dell’Iran, mediato dal disimpegno russo in Ucraina, è il segnale che il mondo sta scivolando verso un nuovo bipolarismo asimmetrico, dove gli Stati Uniti tornano a esercitare una forza capace di smantellare gli assi avversari pezzo dopo pezzo.

Un gioco d’azzardo che, tuttavia, non è più controllato soltanto da loro, ma dipende dalla volontà di Mosca e di Pechino. Soprattutto la Cina non ha motivo di entrare in guerra adesso, rischiando di perdere la leadership mondiale che arriverà a breve, grazie anche allo strapotere energetico quasi esclusivo di terre rare e altri materiali indispensabili per alimentare le AI, perciò, preferisce restare a guardare le mosse disperate dell’impero americano, che, come tutti gli imperi giunti alla fine, diventano folli.

Inoltre, la follia americana è un gioco che crea danni enormi alla stabilità mondiale, perché l’Iran non perderà mai una guerra contro gli USA quand’anche Washington vincesse questa battaglia e piantasse la bandiera a stelle e strisce a Teheran.

Gli iraniani trasformerebbero la guerra in terrorismo, in Iran e nel resto del mondo. E, dopo vent’anni, i marines sarebbero costretti a ritirarsi, come già fatto in Afghanistan e altrove, lasciando il Paese nel caos.

Senza dimenticare che quest’aggressione contraria al Diritto internazionale, perciò, illegale, nasce ancora di più dal desiderio espansionistico del ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità che governa Israele, azioni che regalano agli israeliani decenni di rabbia e di terrorismo con cui dovranno convivere per salvare Netanyahu dai tribunali interni e internazionali.

La possibile vittoria di questa battaglia di Trump non si gioca in Mesopotamia, ma nella capacità di convincere Putin che il suo futuro è più sicuro come guardiano del fianco est che come complice di una Teheran sull’orlo del baratro.

Anche perché Putin, in questo momento, è cento volte più forte del mese scorso. Con il petrolio e il gas alle stelle, la Russia incassa trilioni di dollari in più. Inoltre, se la ride per come ora l’Europa sia costretta a chiedergli aiuto per non scegliere di aprire le aziende a giorni alterni.

È una partita a scacchi giocata con le vite di milioni di persone, dove la comunicazione diventa l’arma di distrazione di massa e l’economia il boia che esegue la sentenza, lasciando il resto del mondo a chiedersi quale sarà il prossimo sacrificio necessario per mantenere in piedi il precario equilibrio del potere.

Tutto mentre si avvicinano le elezioni di medio termine in America, dove per Trump sarà difficile non essere travolto dall’indignazione di chi lo ha votato perché chiudesse le guerre e perché pensasse prima all’America, invece, si ritrova con una politica sbilanciata su “Prima Israele” e con un presidente disposto anche a scatenare la Terza e Ultima Guerra mondiale pur di scappare ai file Epstein.

L’unica vera sconfitta globale resta l’Europa, i cui leader possono solo restare a guardare e balbettare che non ci sono prove evidenti per schierarsi da una parte o dall’altra, dimentichi dell’esistenza di quel Diritto internazionale per cui ci hanno massacrato gli zebedei per quattro anni e delle evidenze dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che ha sancito la totale assenza di sviluppi di armi atomiche in Iran.

Ma si sa: tra chi tiene il guinzaglio e chi lo ha intorno al collo, è il primo a pensare e a decidere.

E, in Europa, nessuno ha qualcosa in mano che non sia aria fritta o cocci di scelte politiche scellerate che, oggi, presentano il conto devastante agli europei.

Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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