Teheran non è avvolta da una coltre densa e bituminosa, il respiro nero dei depositi petroliferi sventrati che sale verso la stratosfera per ricordare al mondo che la diplomazia del dialogo è stata ufficialmente sepolta sotto i raid chirurgici dell’asse Washington-Gerusalemme.
Mentre l’odore acre del greggio bruciato impregna i vestiti dei civili nella capitale iraniana, a centinaia di chilometri di distanza, il silenzio spettrale che regna nelle sale macchine di un impianto di desalinizzazione in Bahrain racconta una storia speculare e forse più terribile grazie al drone kamikaze che ha messo fuori uso le turbine, recidendo il nervo scoperto della sopravvivenza biologica nel deserto.
In questo scenario da apocalisse energetica, l’Iran ha smesso di giocare di rimessa e ha inaugurato una strategia di “malvagità calcolata” che mira a far crollare la stabilità artificiale delle monarchie del Golfo, scommettendo sul fatto che, una volta esaurite le riserve d’acqua potabile, le élite locali e le popolazioni assetate preferiranno la rivolta contro l’egemonia di Donald Trump e Benjamin Netanyahu piuttosto che una morte lenta tra le dune dorate della propria opulenza tradita.
Altro che Vietnam!
IL SANGUE DEI SUCCESSORI E L’ILLUSIONE DELLA DECAPITAZIONE
Nel cuore di questa tempesta di fuoco, un annuncio giunto dai palazzi del potere di Teheran ha rimescolato le carte di un mazzo che molti analisti credevano di conoscere: Mojtaba Khamenei è ufficialmente la nuova Guida Suprema, un passaggio di testimone che non rappresenta solo una successione dinastica, ma la risposta sociologica di un impero che si compatta di fronte all’aggressione esterna.
Gli strateghi del Pentagono e i falchi del Mossad avevano scommesso per anni sulla “decapitazione” del regime, ipotizzando che l’eliminazione dei vecchi vertici avrebbe innescato un vuoto al vertice e una conseguente resa incondizionata, ma la violazione del Diritto internazionale di Washington e Tel Aviv è stata un catalizzatore di orgoglio nazionale.
Non contenti, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno già confessato un altro crimine internazionale di fronte al mondo, questa volta preventivo: “Non durerà. Lo uccideremo” hanno detto alle telecamere, riferendosi alla nuova guida dell’Iran, confessando un omicidio con la stessa spavalderia di mafiosi che sanno di poter far saltare in aria eventuali giudici che dovessero ricordare che esisterebbero leggi da rispettare.
Entrambi i mafiosi d’Occidente, tuttavia, non comprendono che i loro comportamenti cementano il legame tra l’apparato militare dei Pasdaran e la legittimazione religiosa, rendendo la strategia del Regime Change un vicolo cieco dove l’unico risultato certo è l’indurimento della resistenza interna, lo sconquasso totale del Medio Oriente, che insorgerà contro Israele e USA, e il compattamento ancora più saldo tra Russia e Cina.
Bisogna ricordare che a mantenere in piedi l’economia zoppicante degli USA, soffocata dal più grande debito al mondo, sono proprio i petroldollari dei paesi del Golfo. Se non entrassero più in America, anche la popolazione americana potrebbe riversarsi nelle strade e non solo con dei cartelli in mano.
L’EGO DI STATO: QUANDO LA GUERRA DIVENTA UN PARACADUTE ELETTORALE
Mentre il costo della guerra inizia a gravare pesantemente sui contribuenti americani, con Paul Krugman che osserva attonito i miliardi di dollari in tecnologia THAAD bruciare in pochi giorni di schermaglie missilistiche, la cabina di regia politica del conflitto appare sempre più simile a un confessionale per leader in cerca di redenzione.
Donald Trump, stretto nella morsa di un debito pubblico federale che galoppa oltre i 35.000 miliardi, inseguito dalle ombre dei file Epstein e delle tensioni provocate dai miliziani dell’ICE, ha trovato nel conflitto iraniano il perfetto generatore di consenso attraverso l’effetto “Rally ‘round the flag”, trasformando la geopolitica in una forma estrema di intrattenimento elettorale.
Anche se una fetta di americani sempre più larga potrebbe travolgerlo alle elezioni di medio termine, rendendolo un manichino privo di potere confinato alla Casa Bianca.
Dall’altra parte, Benjamin Netanyahu utilizza i cieli anneriti dell’Iran come un paravento mediatico per seppellire i suoi processi per corruzione e le critiche internazionali sui massacri di Gaza e sui crimini di guerra e contro l’umanità per cui è un ricercato internazionale, trascinando Washington in un abbraccio fatale dove l’alleanza diventa l’ostaggio delle ambizioni personali di un uomo che non può permettersi la pace per non finire il resto dei suoi giorni in galera.
ORO NERO, GAS E LITIO: LA GEOPOLITICA DELLE VISCERE
Dietro la retorica dei valori e della sicurezza, c’è l’economia estrattiva, con gli Stati Uniti che puntano apertamente alla privatizzazione della National Iranian Oil Company e al controllo delle seconde riserve mondiali di gas naturale per rubare altre materie prime ai legittimi proprietari e obbligare definitivamente l’Europa a una dipendenza energetica transatlantica.
Non è solo una questione di idrocarburi, poiché i massicci giacimenti di litio scoperti ad Hamedan rappresentano il vero bottino di guerra della transizione tecnologica futura, una risorsa che l’Occidente intende sottrarre all’orbita dei BRICS+ e della “Nuova Via della Seta” cinese per impedire a Pechino e Mosca di consolidare un asse eurasiatico autosufficiente.
È una partita a scacchi giocata sulle rotte di Hormuz, dove ogni colpo alle infrastrutture energetiche nemiche è un tentativo di “fiaccare le ali” all’avversario, ignorando però che le risorse militari americane stanno finendo: sprecare gli intercettori THAAD contro Teheran potrebbe lasciare il “cortile di casa” e il Pacifico scoperti di fronte alla vera minaccia che attende nell’ombra: l’asse Cina e Russia.
IL DESERTO DELLA RAGIONE E IL PIANO B CHE NON ESISTE
Ci troviamo di fronte a un paradosso sociologico dove la superpotenza più avanzata del pianeta agisce con un’irrazionalità quasi infantile, – di chi è quasi al tappeto, come gangster che non hanno più nulla da perdere, – convinta che il mondo possa essere governato attraverso il bluff dell’ego-politica e la distruzione dei beni primari.
Il colpo inferto agli impianti idrici del Bahrain è il segnale che l’Iran ha compreso la fragilità dei suoi vicini, trasformando l’acqua potabile in un’arma di pressione psicologica che potrebbe indurre le élite arabe a riconsiderare l’autorità di chi le ha trascinate in questo inferno.
Anche Israele è sotto una pioggia di missili senza precedenti, tanto che il regime di Netanyahu ha dovuto introdurre una legge che vieta di postare video e foto delle devastazioni, divieto affiancato alla minaccia di 5 anni di carcere per i trasfressori.
Legge che non sarebbe certamente stata introdotta se Netanyahu si fosse potuto vantare di danni limitati e occasionali.
Senza un “Piano B” che vada oltre la decapitazione dei vertici e la frammentazione etnica del paese, gli Stati Uniti rischiano di risvegliarsi in un Medio Oriente dove anche l’eventuale vittoria militare si trasformerebbe in un deserto di instabilità permanente, dove Mojtaba Khamenei, o chi verrà dopo di lui, regnerà su una popolazione compattata dall’odio e dove la sete sarà l’unica vera sovrana di una regione che aveva sognato la prosperità ed è finita a contare i cadaveri sotto un sole oscurato dal fumo del suo stesso petrolio e dai paesi più guerrafondai e pericolosi sul pianeta: Stati Uniti d’America e Israele.





