IL RICATTO DI KIEV E IL PARADOSSO DI UN’EUROPA OSTAGGIO

Mentre ci riempiono gli occhi con le immagini dalle Olimpiadi invernali, il fumo acre delle trincee del Donbass distilla una nuova forma di diplomazia.

Volodymyr Zelensky non chiede più. Esige.

Lo fa con la postura di chi sa che il collasso del suo fronte sarebbe il collasso di un intero castello di carte continentale.

A Bruxelles, il termine “adesione” non è più un processo burocratico, ma un’arma impropria brandita dal leader ucraino per ottenere una data certa, un timbro di legittimità che funga da scudo umano contro le incertezze del domani.

DRUZHBA, L’OLEODOTTO DELLA DISCORDIA

Mentre i droni russi solcano i cieli, un’altra guerra, più silenziosa e fredda, corre lungo i tubi d’acciaio dell’oleodotto Druzhba. L’Ucraina ha stretto i rubinetti.

Ufficialmente sono “danni da bombardamento”, ma tra le nebbie di Budapest e Bratislava il sospetto è un acido che corrode ogni residuo di solidarietà.

Viktor Orbán e Robert Fico osservano le riparazioni fantasma. Fico, forte delle conferme dei suoi servizi segreti, punta l’indice contro Kiev: i lavori sono finiti, ma il greggio non scorre. È un ricatto politico, puro e semplice. È la punizione per chi osa sussurrare la parola “dialogo” in un coro che ammette solo il fragore dei cannoni.

La risposta slovacca è un ultimatum elettrico, perché, se il petrolio non fluisce verso ovest, l’elettricità smetterà di illuminare Kiev.

In questo gioco di specchi, la sicurezza energetica di due nazioni sovrane viene sacrificata sull’altare di una fedeltà bellica che non ammette sfumature, in quella che possiamo definire la sociologia del terrore.

IL PARADOSSO DELLE ARMI: FINANZIARE IL PROPRIO FORNITORE

L’economia di guerra ucraina sta riscrivendo i manuali del capitalismo geopolitico. L’Europa riversa miliardi per costruire l’industria bellica di Kiev, trasformando il paese in una gigantesca officina di droni e alta tecnologia. Ma stiamo pagando per sviluppare armi che l’Ucraina, una volta raggiunta l’autosufficienza, ci rivenderà a prezzo di mercato.

Finanziamo oggi i nostri futuri fornitori, pagando due volte lo stesso proiettile. È un cortocircuito economico che vede le potenze europee, Polonia e Paesi Baltici in testa, correre verso un riarmo frenetico, spronate da una Varsavia che bacchetta l’indolenza di Roma, Parigi e Madrid.

“Spende troppo poco chi vuole essere rispettato dagli Stati Uniti”, dicono, con la voce del vassallaggio che si traveste da virtù militare.

LE OMBRE DI KIEV: MICROSPIE E DISERZIONI

Dietro l’iconografia del leader indomito, l’Ucraina ribolle di contraddizioni interne. Le agenzie anti-corruzione, NABU e SAPO, nate sotto l’egida europea, si trovano nel mirino: microspie negli appartamenti degli investigatori, droni che ronzano sopra le procure, insomma, minacce su minacce.

Il potere esecutivo tenta di addomesticare chi dovrebbe sorvegliare l’uso dei miliardi occidentali, in quella nazione in cui la democrazia è sospesa perché Zelensky nega le elezioni, bollandole come un complotto del Cremlino per sostituirlo.

Ma il dissenso non è solo politico; è fisico.

Fonti tedesche parlano di diserzioni continue nelle fila dell’esercito ucraino. Migliaia di uomini si sono volatilizzati, stanchi di essere ingranaggi in una macchina che promette ancora anni e anni di guerra.

Ad aggiungere pepe al disastro dell’Ucraina di Zelensky si aggiungono le voci rotte dei mercenari colombiani, attirati dal miraggio del denaro, ma ritrovatisi gettati in “missioni suicide”, senza paga, e senza gloria.

È l’umanità che urla sotto la superficie della propaganda occidentale, sotto la superficie degli articoli dei pennivendoli da quattro soldi che ci hanno raccontato di pale, muli, sanzioni dirompenti, e che hanno l’ardire di definirsi giornalisti.

LA REALTÀ DELLE MAPPE CONTRO LA RETORICA DEL FRONTE

Zelensky dichiara ai media francesi di aver liberato 300 chilometri quadrati. Una cifra tonda, eroica, ma che si scontra con il silenzio imbarazzato degli analisti indipendenti che lo osservano attoniti, perché pensavano di ascoltare Churchill e, invece, si sono trovati a un comizio di Fantozzi.

Perché la verità è ben diversa.

Le mappe dell’ISW e di DeepState raccontano un’avanzata russa lenta, metodica, inesorabile, specialmente verso i nodi nevralgici come Pokrovsk. La controffensiva ucraina è un fantasma di cui molti parlano, ma di cui non c’è traccia. Come non ce ne sono mai state per quella del 2023 che doveva cambiare le sorti del conflitto. Come non ce ne sono più da un pezzo dei famosi F16 né del battaglione entrato in territorio russo, quello che parlava l’inglese perfetto.

Il presidente ucraino ora punta al bersaglio grosso, in un’ultima disperata mossa: truppe europee e della NATO in prima linea.

Non più solo istruttori, ma soldati pronti a morire al fianco di quegli ucraini che non disertano. È il passo finale verso l’abisso, la trasformazione di un conflitto regionale in un’apocalisse mondiale.

Mentre l’FMI prepara l’ennesimo prestito da otto miliardi, ci si chiede quanto ancora l’Europa potrà permettersi di finanziare una guerra che ha orizzonti decennali e un costo umano che non conosce più valuta.

Un costo umano che rischia di rendere cadaveri anche me, te che stai leggendo, i tuoi figli, fratelli e nipoti.

Siamo seduti su una polveriera di debiti, ricatti energetici e menzogne dei vari buffoni della politica che si agitano nei talk show a favore di un comico travestito da Churchill per convenienza americana, di von der Leyen e di qualche leader europeo che, se la guerra in Ucraina finisse, dovrebbe scappare dall’ira dei propri elettori.

Zelensky lo sa. Ed è per questo che continua a scommettere, convinto che l’Europa non avrà mai il coraggio di passare la mano.

Almeno fino a quando avranno voce von der Leyen, Macron, la pletora dei pennivendoli della propaganda e quei politucoli da strapazzo, anche di casa nostra, quelli intorno al 4%, che si atteggiano da grandi conoscitori della storia, ma che dopo due frasi, chiunque abbia studiato geopolitica e relazioni internazionali capisce ce di storia sono più ignoranti di una capra menomata mentale.

Con tutto il rispetto per le capre, naturalmente.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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