L’ANNO DELLO SCOSCENDIMENTO

Il Giappone dopo l’8 febbraio: il potere totale e la solitudine della scelta

La luce al neon dell’insegna del combini sfarfalla per un istante, poi si spegne.

Sono le undici di sera a Osaka, e la città sembra trattenere il respiro.

Dentro il piccolo supermercato aperto ventiquattr’ore, un uomo sulla settantina conta meticolosamente le monete prima di acquistare una confezione di onigiri.

Fuori, due ragazzi sui vent’anni fumano appoggiati a un parcheggio per biciclette, gli smartphone che illuminano i loro volti come maschere.

L’uomo paga, esce, e i ragazzi non lo guardano. Lui non guarda loro. Tre generazioni, stessa città, stesso tempo che scorre. Eppure vivono in Giapponi diversi.

Anche se il Giappone è lo stesso. E, dopo il voto dell’8 febbraio, è cambiato per sempre.

A Nagatacho, nel cuore politico di Tokyo, Sanae Takaichi ha appena chiuso gli ultimi colloqui. I numeri sono definitivi. Il Partito Liberal Democratico ha conquistato 317 seggi alla Camera bassa. I due terzi dell’assemblea. La maggioranza qualificata. Il potere assoluto.

Quella stessa maggioranza che fino a tre mesi fa sembrava un miraggio oggi racconta il suo successo.

IL NUMERO CHE CAMBIA TUTTO

Riavvolgiamo il nastro. Ottobre 2024: elezioni anticipate, coalizione PLD-Ishin ferma a 199 seggi, opposizione frammentata ma combattiva, primo governo donna costretto a negoziare ogni provvedimento come un equilibrista su un filo troppo sottile.

Luglio 2025: Camera dei consiglieri, venti seggi sotto la maggioranza. Trattative estenuanti, accordi notturni, veti incrociati. Per la prima volta dal 1955, il PLD scopre cosa significa governare senza la rete di sicurezza dell’egemonia.

Poi l’8 febbraio 2026. Il colpo di scena che gli analisti non avevano previsto, i sondaggisti non avevano misurato, gli oppositori non avevano immaginato.

O, forse, sì. Ma non con queste proporzioni.

Trecentodiciassette seggi.

Non è una vittoria. È un’onda. Uno tsunami silenzioso che travolge tutto ciò che trova sul suo cammino: l’opposizione, i dubbi interni, le voci critiche, le residue incertezze sulla tenuta del governo.

Abbiamo assistito a qualcosa che non accadeva da tempo. L’elettorato giapponese ha preso tutto il malcontento, tutta l’ansia, tutta la paura accumulata in questi anni, e l’ha trasformata in un mandato.

Non so se sia stato un gesto di fiducia o un grido di disperazione.

Forse entrambi.

LA GEOGRAFIA DEL CONSENSO

I numeri, come sempre, mentono se li guardi solo in superficie. La vittoria di Takaichi è schiacciante nei seggi, ma la distribuzione del voto racconta una storia più complessa.

Nelle prefetture rurali del Tohoku, dove l’età media sfiora i sessantacinque anni e i giovani se ne sono andati da tempo, il PLD ha superato il sessanta per cento. In alcune circoscrizioni dell’Hokkaido, ha sfiorato il settanta. Territori che invecchiano, che si spopolano, che guardano al passato come unico orizzonte possibile.

A Tokyo, Osaka, Nagoya, Fukuoka, il consenso si ferma al trentotto, quaranta per cento. Nelle grandi aree metropolitane, nei quartieri dove vivono i giovani, i lavoratori precari, gli stranieri, i creativi, i ribelli, il partito di governo arranca.

Yuki Tanaka è seduto in un piccolo ristorante di ramen a Kameido, quartiere operaio di Tokyo. Trentadue anni, due lavori part-time, un sogno di stabilità che si allontana ogni anno di più.

Di fronte, ha un giornalista a caccia degli umori della gente.

“Io non ho votato PLD”, gli dice Tanaka, mentre mescola distrattamente i noodles. “Ma capisco chi l’ha fatto. Quando hai paura, cerchi qualcuno che sembri non averne.”

L’affluenza nella fascia 18-34 anni è stata del trentotto per cento. Nelle aree rurali ha superato il sessanta. I giovani non si sono mobilitati. Gli anziani sì.

La democrazia giapponese ha parlato con la voce di chi ha più tempo, più paura, più memoria.

LA DONNA CHE NON PUÒ PIÙ SBAGLIARE

Sanae Takaichi compirà 65 anni il prossimo 7 marzo, ha una carriera politica costruita con la determinazione di chi ha dovuto dimostrare il doppio per essere considerata la metà.

È la prima donna a guidare il Giappone. Ora è anche la prima leader dagli anni di Shinzo Abe ad avere il potere di fare quasi tutto ciò che vuole.

Quasi tutto.

Il paradosso del potere assoluto è che toglie ogni alibi. Fino a ieri, Takaichi poteva dire: “La maggioranza è risicata, devo mediare, non posso imporre le riforme necessarie.” Oggi non può più.

Oggi il Giappone la guarda e aspetta.

Ha vinto, ma forse ha vinto in un Paese che non sa cosa vuole diventare.

Può scrivere le leggi che vuole. Può modificare la costituzione se riesce a trovare i numeri per il referendum. Può riarmare il paese.

Può aprire all’immigrazione o chiudere le frontiere. Può tutto.

Ma qualunque cosa scelga, qualcuno urlerà. E quel qualcuno, questa volta, non potrà dare la colpa alla frammentazione del parlamento, ma a lei.

E questo non è un dettaglio da poco.

IL PESO DELLO YEN SULLA PELLE DELLA GENTE

La signora Tanaka prepara il ramen al giornalista a caccia degli umori della gente.

Trent’anni di lavoro, lo stesso bancone, le stesse ricette. Ma i prezzi no, quelli non sono più gli stessi.

“L’anno scorso ho aumentato i prezzi per la prima volta”, gli aveva detto in una visita precedente del giornalista, all’indomani delle turbolenze del 2025. “Mio marito piangeva. Diceva che era un fallimento. Invece era solo sopravvivenza.”

Oggi lo yen è ancora più debole. Il maiale costa di più. La farina costa di più. L’olio costa di più.

I clienti vengono meno. I giovani ordinano il piatto più economico e lo dividono in due.

“Takaichi-san ha vinto”, dice senza alzare lo sguardo dalla pentola. “Bene. Ora faccia qualcosa. Qualunque cosa. Ma la faccia in fretta. Io non so quanto ancora posso resistere.”

Al di là dei proclami della Premier, che avrà modo per trasformarli in realtà, la Banca del Giappone ha rallentato la politica monetaria espansiva, ma il miglioramento promesso non è arrivato o è arrivato troppo lentamente.

I salari reali crescono a singhiozzo, irregolari come il battito cardiaco di un malato di cuore. L’inflazione importata divora i risparmi di una vita.

Il problema non è più tecnico, ma politico. Ciò che andrebbe fatto lo hanno capito in molti, ma l’elettorato che ha premiato Takaichi è davvero pronto ad accettare il costo delle soluzioni?

LA GENERAZIONE CHE NON TORNERÀ

Tsukudajima conserva ancora l’odore del vecchio Tokyo, quello dei pescatori e dei piccoli commercianti. Oggi le case sono abitate da fantasmi. Uomini e donne che esistono, respirano, camminano, ma che il resto del Paese ha già dimenticato.

La scuola elementare ha chiuso dodici anni fa. L’edificio è stato riconvertito in centro diurno per anziani. I bambini che giocavano in quel cortile oggi hanno figli che non giocano in nessun cortile, perché vivono in appartamenti troppo piccoli a Tokyo, o non ne hanno affatto.

Centoventidue milioni di giapponesi. Il diciassette per cento ha almeno settantacinque anni. Questo segmento cresce, si allarga, occupa sempre più spazio, mentre la popolazione in età lavorativa si restringe come una maglia di lana lavata in acqua calda.

Vent’anni fa, quando un paziente anziano veniva dimesso, c’era sempre qualcuno ad aspettarlo: la moglie, il figlio, la nuora, anche un nipote. Oggi, sempre più spesso nessuno.

Escono dall’ospedale e tornano nel nulla delle loro esistenze.

La carenza di manodopera non è più un’allerta, ma un dato strutturale. I lavoratori stranieri aumentano anno dopo anno, silenziosamente, quasi clandestinamente nella loro visibilità pubblica. Sono nei campi, nelle fabbriche, nei magazzini, nelle consegne a domicilio. Sono il motore invisibile che tiene acceso il Paese.

Ma nessuno vuole parlare di loro. Sono come l’aria: indispensabili, ma invisibili finché non mancano.

IL SALE DELLO STRETTO

La dichiarazione era arrivata nel novembre 2025, tre mesi prima del voto. Un attacco cinese a Taiwan, aveva detto Takaichi, rappresenterebbe una minaccia alla sopravvivenza stessa del Giappone. E richiederebbe una risposta militare.

Pechino aveva reagito con la durezza prevedibile. I titoli dei giornali cinesi avevano parlato di “deriva pericolosa”, di “lezione storica da ricordare”. Ma dentro i confini giapponesi, la reazione era stata più interessante.

Il sondaggio di quei giorni diceva che il 48,8 per cento degli intervistati concordava con Takaichi. Il 44,2 per cento era contrario. Un paese spaccato a metà su ciò che forse è la domanda più importante: il Giappone è disposto a combattere?

Oggi, con 317 seggi in tasca, quella domanda torna più forte che mai.

Il Giappone è disposto a morire? Perché è questo che significa, alla fine. Non sparare. Essere sparati.

La Cina è il principale partner commerciale del Giappone, ma anche la sua principale preoccupazione in materia di sicurezza. L’interdipendenza economica e la competizione strategica convivono nello stesso letto, respirando la stessa aria, sapendo che se uno si muove troppo, l’altro potrebbe non svegliarsi.

L’OMBRA AMERICANA CHE SI ALLUNGA

A Yokosuka, la base navale americana continua le operazioni con la stessa routine di sempre. Le navi entrano ed escono dal porto, i marinai camminano per le strade con quella camminata particolare di chi è lontano da casa, i bar e i ristoranti intorno alla base prosperano grazie ai dollari americani.

Ma sotto la superficie dell’alleanza, qualcosa si muove.

Crescono i dubbi sull’affidabilità a lungo termine di Washington. Non sulla volontà, ma sulla coerenza. Sulla capacità di mantenere gli impegni attraverso i cambi di amministrazione. Sulla volatilità dell’interesse americano verso una regione che per gli Stati Uniti è cruciale, ma lontana, vitale, ma non familiare.

È probabile che sia il Giappone sia gli USA non possano più fare a meno l’uno dell’altro, perché, se è vero che l’alleanza non basta, senza l’alleanza non c’è niente.

La spesa per la difesa si avvicina al due per cento del PIL, lo yen debole gonfia i costi di approvvigionamento, i missili costano più delle pensioni, gli F-35 più degli asili nido.

I trade-off diventano ogni giorno più evidenti, e la pazienza dell’opinione pubblica è ogni giorno più sottile.

LA TRAPPOLA DEL POTERE TOTALE

Takaichi ora ha tutto ciò che un leader può desiderare: la maggioranza, il mandato e il tempo.

Ha anche tutto ciò che un leader dovrebbe temere, cioè nessuno a cui dare la colpa, nessuno dietro cui nascondersi. Nessun alibi.

Il problema del potere assoluto, in democrazia, è che non esiste. Anche con i due terzi dei seggi, Takaichi deve fare i conti con l’opinione pubblica, con i media, con i mercati, con la comunità internazionale, con il suo stesso partito.

Ha vinto, certo. Ma ha vinto in un Paese che è stanco, spaventato, diviso. La domanda non è cosa può fare. La domanda è cosa oserà fare.

I media internazionali cercano il nazionalismo; i media cinesi cercano la provocazione; i media giapponesi cercano le fratture.

Ma forse stanno cercando tutti nel posto sbagliato, perché, nella vera sostanza dei fatti, non importa a nessuno se Takaichi visiterà il santuario Yasukuni, ma se riuscirà a far nascere più bambini, se riuscirà a far crescere i salari e se riuscirà a gestire il declino senza che il declino gestisca lei.

L’UOMO DEL COMBINI

Al combini di Osaka, quello con l’insegna che sfarfalla, il settantenne è uscito, i ragazzi con gli smartphone se ne sono andati da un pezzo e dentro, la commessa ventenne sistema gli scaffali con movimenti lenti, automatici, come se il corpo lavorasse mentre la mente è altrove.

Lei non ha seguito le elezioni. “Troppo impegnata.”

Quando ha sentito della vittoria schiacciante di Takaichi, ha sollevato di spalle. “A me cosa cambia?” si è chiesta.

Fuori, la luce al neon sfarfalla ancora un paio di volte, poi si riaccende stabile. Per quanto, nessuno lo sa.

Questo è anche il problema di Sanae Takaichi. Non l’opposizione in parlamento, che è ridotta ai minimi termini, e nemmeno la Cina, che pure preme, o l’America, che tentenna.

Il problema della Premier è quella commessa. Sono quei ragazzi. È quell’uomo anziano.

Sono i milioni di giapponesi che hanno smesso di credere che la politica possa cambiare qualcosa, quelli che hanno votato per abitudine, o per paura, o non hanno votato affatto. Quelli che aspettano qualcosa, ma non sanno cosa. Che sperano in qualcosa, ma non ci credono davvero.

Takaichi ha il potere. Ora deve dimostrare che il potere serve a qualcosa.

IL 2026 COMINCIA ADESSO

L’8 febbraio 2026 resterà negli libri di storia. La data in cui il Giappone ha deciso di concentrare il potere in un paio di mani, la data in cui Sanae Takaichi è passata da prima ministra fragile a leader potentissima.

Ma la storia non si ferma alle date. Si ferma nelle vite delle persone.

Takaichi ha 317 seggi, il potere di cambiare le leggi e il Paese, ma il tempo stringe, la pazienza si assottiglia e lo scoscendimento continua.

La pioggia di febbraio lava le strade di Tokyo. Le persone camminano sotto gli ombrelli, curve, veloci. In lontananza, il Tokyo Skytree perfora il cielo grigio come un ago che cerca di cucire qualcosa che si è strappato.

Il Giappone ha smesso di trattenere il respiro. Ora deve decidere se e come respirare.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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